Conversazione con DONATO ZOPPO, scrittore e proghead

12 Ott

Visto che ho da poco finito il suo bel libro sul prog mi è sembrata una cosetta simpatica fare due chiacchiere con Donato visto l’interesse comune e la sua completa disponibilità. Sono sicuro troverete piacevole scoprire quest’uomo di qualità, amante della buonissima musica e scriba extraordinaire. Tipetto scomodo Donato. Teniamolo d’occhio.

Intro:

In questo momento – momento importante poiché mi accingo a rispondere a questa gustosa intervista – sono qui nel mio studietto. Luci fioche, tazza di tè fumante, Into The Blues di Joan Armatrading in sottofondo (in tuo onore): quando le parole devono fluire è doveroso appoggiarle su dell’ottima musica. È quanto faccio da un po’ di anni: la mia attività di “scrittore di musica” cominciò nel 2002 con Le vie della musica, gloriosa pagina settimanale del Sannio Quotidiano, giornale di Benevento, città in cui vivo e opero (spero ancora per poco…). Da allora ho scritto per tante testate, intervallando questa attività con quella di autore di libri, l’ultimo dei quali (inorridite miei rockers!) su Claudio Baglioni. Oggi scrivo per Jam, a mio avviso il più autorevole dei magazine rock in Italia, conduco per la sesta stagione il mio radio show Rock City Nights (Radio Città BN), coordino il portale progressive MovimentiProg, scrivo di libri per i mensili L’Idea e Totemblueart e per il blog TranSonanze. Parallelamente a questa attività giornalistica dirigo l’ufficio stampa Synpress44.

 Donato, in Italia si può vivere di rock?

La vedo davvero molto dura, più in generale temo che nel nostro paese non si possa vivere di musica, non solo di rock. Non è la solita menata esterofila, è che il mio contatto con i musicisti è quotidiano: giorno dopo giorno mi rendo conto che chi fa musica in Italia – e a maggior ragione chi fa rock, ma quello vero, non Ligabove e compagnia latrante – ha delle difficoltà incredibili. Credo che il problema sia legato ai valori della contemporaneità: ogni proposta artistica dovrebbe avere come parametro la qualità, la sincerità di intenti, anche la provocazione se necessario, mentre oggi sono altri i riferimenti che premiano, come la volgarità gratuita, l’esibizionismo della sessualità (che ha sempre il moralismo come rovescio della medaglia), l’approssimazione. Se un personaggio pubblico come la Minetti dice che per fare politica non è necessario essere preparati, evidentemente non fa che amplificare un sentore che c’è nel nostro paese. Se Celentano (che sotto sotto non mi dispiace neanche…) fa record di ascolti per il suo spettacolo, evidentemente non c’è voglia di novità ma di musica familiare e rassicurante, anche se spacciata per rock. Qualcuno ce la fa ma si tratta di pochi tenaci che hanno avuto qualcosa di importante da dire, che hanno pianificato con acume la propria attività artistica, che hanno puntato anche all’estero. Molti altri ce la fanno perché adepti di varie conventicole, fenomeno costante nella storia italiana, come ha segnalato di recente l’ottimo Fabio Zuffanti nel suo libro O casta musica.

Vista la tua esperienza, ci dai un commento sullo stato del Rock in Italia?

Io sono un estimatore del rock italiano: sono convinto che l’Italia, con tutti i limiti derivanti da una cultura diversa rispetto a quella anglosassone e da una lingua “geneticamente” aliena alle armonie, agli accordi e ai ritmi del rock, abbia prodotto e produca dell’ottimo rock. Persino nell’esperienza, così provinciale e ingenua, del beat c’erano cose pregevoli, e mi viene in mente l’Equipe 84. Gli anni ’70 sono stati il momento di massima creatività per il nostro rock, ma anche i decenni successivi hanno avuto nomi importanti, dagli Skiantos ai CSI, dai Gaznevada agli Afterhours, dai Birdmen of Alkatraz ai Finisterre, dai primi Litfiba ai Kina. Oggi forse c’è maggiore omologazione però il grande disco rock spunta fuori quando meno te lo aspetti: Thee Jones Bones, Davide Tosches, Tunatones, El Santo Nada, Nohaybandatrio, Bradipos IV, Chaos Conspiracy, Hypnoise, i primi che mi vengono in mente. Mi sta un bel po’ sulle palle questo giro indie di facce cantilenanti-baffute tutte uguali per giovincelli da vacanza in Salento, con gente che arriva su XL e Mucchio senza sapere perché, senza qualità, senza cose da dire, tutti quanti invaghiti ora di Rino Gaetano e dei Sigur Ros (ma cazzo dove eravate quando usciva Ágætis byrjun? Pare che per l’Italietta indie i Sigur Ros siano usciti solo ora…) e proprio per questo tutti acclamati…

Donato, Dio esiste?

Secondo me sì, e in questo momento si sta chiedendo: ma Tirelli e Zoppo esisteranno? L’unica cosa è che non mi piace chiamarlo Dio: i nomi sono importanti, hanno un valore simbolico potentissimo, e il termine “Dio” mi rimanda troppo al cattolicesimo, cultura imperialista e invasiva che detesto. Io sono molto credente ma non sono cattolico, né cristiano (anche se alcuni elementi del cristianesimo sono presenti nel mio personale orizzonte spirituale): i pensieri che sento a me più vicini sono il buddismo e il taoismo, non hanno mai fatto crociate e nella loro semplicità (pur avendo alla base un universo simbolico e concettuale assai complesso) arrivano subito al dunque, però poi sparigliano, ti mettono in difficoltà e devi ricominciare da capo. Tocca anche divertirsi con il regno dello spirito, no?

Film: i tuoi 5 preferiti

Quando alla fine di ogni anno mi tocca stilare la classifica dei miei 5 dischi dell’anno (i mitici Jammies!) per Jam, vado sempre nel panico. Odio leggere le classifiche, figuriamoci farle. Anche perché cambio idea dopo cinque minuti. Dunque questi miei 5 film preferiti sono del tutto provvisori: se i tuoi lettori vorranno conoscere gli aggiornamenti della classifica possono contattarmi… Te li dico in ordine sparso: Profondo rosso (Dario Argento) per la tensione, la musica e le atmosfere decadenti; Magnificat (Pupi Avati) per l’accuratezza storica, per la tensione spirituale, per il naturalismo; Totò Diabolicus (Steno) perché Totò esiste più di Dio; The Blues Brothers (John Landis) per la musica, le gag, gli occhiali scuri, il Fender Rhodes scassato che suona da Dio, quello che esiste meno di Ray Charles; Twin Peaks (David Lynch) perché è una serie che considero film, perché i pini e le ciambelle li vorrei sempre qui con me.

Fumetti: i tuoi 5 preferiti

Premessa come sopra, con l’aggiunta che non sono un fumettomane. Però ho letto i seguenti fumetti: Martin Mystere (mio preferito in assoluto!), Dylan Dog, Nick Raider, Zagor e Mister No. E devo segnalare che ho imparato a leggere con Topolino.

Musica: 5 artisti o gruppi che ti piacciono da morire.

Ommioddio questa è tosta più delle altre. Mi limito a dirti i nomi che rivestono per me maggiore importanza, per motivi personali, spirituali, sentimentali. Miles Davis, Led Zeppelin, John Coltrane, Santana, Beatles.

Musica: 5 album senza i quali non potresti vivere?

Ok, disciplina. In a silent way di Miles Davis: una notte l’ho sognato, nota per nota, esperienza mistica irripetibile e ancora incredibile. Lotus dei Santana: un triplo live che è come un salto nell’alto dei cieli e un tuffo nel magma della materia. Led Zeppelin: fu il primo disco del Dirigibile che ascoltai e ancora adesso se penso a Baby I’m gonna leave you mi vengono i brividi. Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band dei Beatles: è tutto lì, passato e futuro. A love supreme di John Coltrane: illuminazione.

Per Donato Zoppo chi sono i Led Zeppelin?

Una lunga, tosta e vigorosa erezione, pulsante ancora oggi. Il culto della Dea Elettricità, che pratico con rigore ogni giorno, è nato grazie a loro. E poi un pezzo più bello di Kashmir deve ancora nascere.

Donato, qual è il senso della vita?

Non so se la vita abbia un senso, ognuno segue – in parte consapevolmente, in parte a naso – la sua direzione e giunge alle sue conclusioni. Prima mentre scrivevo c’era Woman in love della Armatrading in sottofondo, mi si è avvicinata mia moglie con la nostra piccola in braccio (una femmenona di 47 giorni). Ecco il senso della vita.

Un libro che hai divorato.

Io i libri non li leggo ma li divoro, letteralmente. È un rapporto quasi sessuale quello che ho con la carta, infatti con me l’ebook non attecchirà mai, non per un rifiuto ideologico ma per un’attrazione fatale che ho con le pagine. Comunque, l’ultimo libro che ho divorato, e l’ho finito ieri pomeriggio, è il delizioso Questo sangue che impasta la terra, di Guccini e Macchiavelli. Assolutamente consigliato, godibile e piacevole! Ora sto divorando London Calling di Barry Miles…

Gli scrittori che segui con più passione?

Ne ho alcuni che sono proprio i miei preferiti: Piero Chiara, Laura Mancinelli, Gesualdo Bufalino. Di questa terna amo tutto, anche quello che non ho ancora letto. Poi Bradbury, Tolkien, Renè Guenon, il grande maestro della scrittura rock Greil Marcus, De Filippo, Bertoncelli, Piovene, Eco, Agatha Christie (però solo Poirot, Miss Marple mi sta sulle palle).

Qualche pulsione per il calcio?

Sì, una sola: repulsione.

Quando guardi l’infinito, di solito a cosa pensi?

Non l’ho mai visto l’infinito, a volte credo di averlo percepito, ma in quegli istanti il pensiero non era attivo.

Il tuo pezzo rock preferito?

Non credo di averlo “un” pezzo preferito, però credo che Stairway to heaven racchiuda in sé diverse anime: la ballata, la spinta rock, l’articolazione cara al progressive, l’intensità, il pathos, la vibrazione elettrica.

l tuo pezzo easy listening preferito (scusa ma non riesco a scrivere Pop, sono cresciuto musicalmente negli anni 70 e la musica Pop era altra cosa rispetto a ciò che si intende oggi).

L’easy listening è per definizione usa e getta e a me non piace questo modo di “consumare” la musica, però ascolto molta musica leggera. Mi piace la definizione che Paolo Talanca, giovane saggista musicale che vi segnalo, ha dato della musica di Baglioni, parlando di “canzone pop d’autore”. Ecco, La piana dei cavalli bradi di Baglioni è un capolavoro di musica leggera ma “pensante”. Riascoltatela.

Ci snoccioli qualche nome di artisti o gruppi italiani che ami particolarmente (anche al di fuori dall’ambito Prog)?

Finora credo di non averti fatto neanche un nome prog… Alla fine dei conti il prog è un genere che ho amato molto e che oggi convive con altri ascolti, dal folk all’elettronica. I nomi italiani che preferisco in assoluto sono: PFM, Battisti, Le Orme, Kina, Litfiba (fino a El diablo), CSI, Massimo Volume, Battiato, Banco, Ivan Graziani, Osanna, Umberto Palazzo, De André, Notturno Concertante, Afterhours e tantissimi altri. Roba classica insomma!

Che giornali musicali leggi?

Li leggo praticamente tutti: Jam, Mucchio, Rockerilla, XL (che giornale musicale non lo è del tutto), RockHard, Musica Jazz, Jazzit, a volte Buscadero. Leggo anche molto sul web: Onda Rock, Arlequins, L’Isola della musica italiana, Spazio rock e tanti altri.

Che quotidiani leggi?

Quelli istituzionali: Repubblica e Corsera. Poco tempo fa ho scoperto che mi piace molto La Stampa. E Alias, ogni sabato con il manifesto, è molto interessante anche se inguaribilmente snob. Ah poi il domenicale del Sole24 ore, davvero ben fatto.

Qual è la prima cosa a cui “guardi” quando senti un pezzo musicale?

Cerco di capire se funziona, se ha una direzione, se i tre elementi fondamentali (melodia armonia ritmo) sono organizzati bene. Però dipende dal “genere”: un bel pezzo rock funziona solo se tira, se cammina dritto e senza cedimenti. Di una canzone cerco di seguire come si incastrano parole e musica, da un brano progressive invece mi aspetto le tre cellule auree: dramma, teatralità, imprevisto.

Cosa fai adesso? Hai qualche progetto per il futuro?

Il futuro non so se esiste, sto provando a fabbricarlo ora nel laboratorio del presente. Proprio adesso sto scrivendo un libro: trattandosi di roba top secret posso solo dirvi che riguarda un grande – ma grande davvero – gruppo rock che non ho nominato, fino ad ora… Poi ne ho altri 3-4 nel cassetto, uno di questi spero di tirarlo fuori quanto prima, e riguarda un gruppo italiano che amo e che ho nominato prima, forse più di una volta. A breve riparte la mia Rock City Nights, come sempre tre sere alla settimana ma con un approccio un po’ diverso dal solito.

Quale è la cosa che ti manca di più dell’epopea classica della musica rock (seconda metà sessanta/seconda metà settanta)?

Io quell’epoca non l’ho vissuta personalmente, visto che sono nato nel 1975, dunque non ho particolari nostalgie. Però dischi come quelli di Deep Purple, Santana, Genesis, Grateful Dead, Roxy Music, Can, Rush e Gentle Giant certo che mi mancano! All’epoca il “basic bargain” messo a disposizione dall’industria discografica consentiva a tutti di pubblicare degli album, e in generale il contesto era favorevole culturalmente e artisticamente a delle opere complete, ricche e stimolanti. Oggi l’appiattimento del nuovo millennio non risparmia nemmeno il rock…

Quando si tratta di concerti rock vissuti in prima persona, quali sono i ricordi a cui sei più legato?

Per mestiere e per passione ne ho visti moltissimi, te ne cito due. Il primo è quello di una grande star, BB King, che ho visto al Pistoia Blues la scorsa estate e che mi ha un po’ deluso. Il secondo è quello di una misconosciuta band africana, i Terakaft: sono del Mali, il loro desert blues è assolutamente magico. Li ho visto a Correggio l’anno scorso e mi hanno incantato, ci sono andato alla cieca, sapevo solo che il loro chitarrista faceva parte dei Tinariwen e sono partito. È appena uscito il loro nuovo disco, prodotto da Justin Adams, cercatelo!

Con che impianto Donato Zoppo ascolta musica? Puoi entrare nel dettaglio?

Non ho un impianto fisso, uso ciò che capita a seconda di dove mi trovo. Ora che scrivo ho in azione un vecchio piatto in un affare di legno che fa tanto anni ’50, al pc che ho in studio ho fatto mettere due belle casse potenti che mi danno soddisfazione, in cucina e in studio ho due volgarissimi stereo Sony che però pompano bene a colazione e nel pomeriggio, quando mi muovo ho lettore e cuffiette, devo decidermi di riparare un impiantone serio che ho lasciato dai miei, anche questo Sony ma perdonami non ricordo il modello…

Un amante della musica della mia generazione non può che essere affezionato al vinile, tu che sei più giovane riesci a sentire il fascino per i 33 giri? Riesci a provare qualcosa di simile anche per i CD, magari quelli in deluxe edition?

Ho una discreta collezione di 33 giri, hanno un potere simbolico che va oltre l’ascolto del vinile, oltre l’impatto della copertina. Per lo stesso motivo simbolico non ho 45 giri: mi rimandano troppo alle logiche estive da juke-box. Certamente i cd sono meno affascinanti del vinile, però io amo la musica, non tanto il suo supporto, quindi mi va bene anche l’mp3 (però se volete farmi un favore, oh voi che mi fate scaricare o che mi mandate i link, i Wave suonano meglio…).

Ti senti più vicino alla scuola inglese o a quella americana, parlando naturalmente di musica rock?

La mia estrazione è totalmente inglese: dai Beatles ai Porcupine Tree passando per Genesis, Police, Clash e Elbow. Tuttavia il rock americano è altrettanto accattivante, pensa ai Dead, a Hendrix, ai Doors, oppure ai Black Keys, alla Dave Matthews Band, ai mitici Phish. In linea di massima il rock inglese ha sempre avuto maggiore raffinatezza: se voglio classe, creatività e imprevedibilità godo con i Soft Machine, i Family, i Jethro Tull, anche i Black Sabbath e i T. Rex. Se però cerco l’impatto anche un po’ grezzo, i Blue Oyster Cult sono imbattibili. Se cerco roba oscura e puzzolente, l’ultimo di Dr. John è il top. E Stevie Wonder il vero genio del secondo Novecento…

Che rapporto hai con gli mp3, li usi senza troppi problemi o sei anche un cultore del lossless (file senza perdita di qualità)?

Per mestiere, ho assistito alla progressiva sostituzione del cd con gli mp3, e mi riferisco proprio ai meccanismi promozionali: oggi quasi tutte le label ti propongono il link per il download, se ti va male lo streaming… Non mi scandalizzo, però se devo recensire un disco gradirei un ascolto dignitoso: nella popular music il suono è parte integrante degli elementi costitutivi di una canzone e di un disco, inutile girarci intorno. In ogni caso ho un rapporto normalissimo con gli mp3, prossimamente dovrò partire per un viaggio di lavoro e ho già la playlist pronta: Robert Plant, Joan Armatrading, Iron & Wine, Ahmad Jamal, Rocket Juice & the Moon.

Qual è lo strumento musicale che più ti affascina, e nel caso tu ne abbia uno, che marca e che modello?

Ho un modesto basso elettrico Sunburst della Prestige a 4 corde (una sorta di fratello minore e sfortunato del Fender Jazz) che devo quanto prima rispolverare. Il basso è lo strumento che sento più “mio”, quando ascolto un brano è la ritmica che naturalmente mi colpisce per prima, poi molti dei miei musicisti preferiti sono bassisti: Paul McCartney, Bill Laswell, Geezer Butler, Jack Bruce, Tony Levin, Patrick Djivas, Glenn Hughes, Geddy Lee, Greg Lake, John Wetton, Jaco Pastorius, il compianto Mick Karn infine il mitologico e amatissimo James Jamerson. Ho anche scritto un paio di pezzi con dei vamp eccezionali…

Se ti trovassi all’incrocio, una calda sera d’estate verso mezzanotte, lo faresti il patto? Cosa chiederesti in cambio della tua anima?

Forse ti deluderò, ma al crocicchio al massimo farei una partitina a scopetta con Satanasso. Tanto lo so già che vince lui. Messer Lo Diablo la sa lunga ed è bene che con lui facciano affari i coraggiosi, gli audaci e i temerari. Io non sono che un tizio qualunque che si accontenta del poco che ha, e proprio per questo sa di avere tanto…

Hai mai scorto nei personaggi che nel corso degli anni hai intervistato, una luce negli occhi che ti ha fatto dire: beh, grand’uomo (o gran donna)?

Ne ho intervistati molti ma me ne vengono in mente due. Il primo è Franz Di Cioccio, PFM master of ceremonies. Ho avuto a che fare con lui molte volte: l’entusiasmo, l’energia, la disponibilità e la memoria di Franz sono eccezionali. Il secondo è Niccolò Fabi: lo intervistai nel 2006 in uno sperduto borgo molisano, una bella, lunga e profonda chiacchierata “alla pari” (spesso l’artista sale in cattedra naturalmente…), poi lui si scusò, doveva lasciarmi perché aveva poco tempo prima del concerto e voleva fotografare alcuni vicoletti di questo paesino… Un’altra cosa: non l’ho intervistata, l’ho solo vista da vicino, ma Alice è una donna stupenda. Me la ricordo ancora, in un auditorium nei dintorni di Bergamo: pellicciotto, colbacco, spartiti sotto al braccio, una donna d’altri tempi con un fascino incredibile.

Ci sono giornalisti musicali italiani che ammiri e stimi?

Certo, sono molti. In primis Claudio Todesco di Jam: è il miglior giornalista musicale che abbiamo in Italia, competente, preparato, per niente attivo nei siparietti di Facebook e completamente dedito alla rivista. Ce ne fossero così. Poi Mario Giammetti, Carmine Aymone, Ezio Guaitamacchi, Aurelio Pasini, Antonio Oleari, Enrico Ramunni, Vittore Baroni, Gianni Della Cioppa, Michelangelo Iossa, Floriano Ravera, Claudio Lancia, Michele Manzotti, Francesco Paracchini, Antonio Puglia, Eleonora Bagarotti. Devo dire che abbiamo un ottimo panorama di “columnist” musicali in Italia.

Che canzone o che brano ascolta Donato Zoppo nelle sere un cui si ritrova solo in casa?

Mi capita raramente di ritrovarmi da solo in casa, di sera. Ora sono qui in camera, da solo al portatile, e sto terminando l’intervista con Joan Armatrading, partita all’inizio… In solitudine non suono mai roba aggressiva, vado sul meditativo: Dead Can Dance, Miles Davis, Ahmad Jamal, Bill Laswell & Method Of Defiance, McCoy Tyner.

Nel congedarci da te vorremmo un tuo pensiero o una citazione che ti sta a cuore.

Onorevole? Ma mi faccia il piacere!

11 Risposte to “Conversazione con DONATO ZOPPO, scrittore e proghead”

  1. picca 12/10/2012 a 11:27 #

    Ottimo lavoro Tim. Gradevolissimo Donnie Z. Una domanda (visto che il tomo a Tim l’ho regalato io): non credi che i libri dell’Arcana dovrebbero costare un po’ meno?

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    • Donato 12/10/2012 a 12:36 #

      Ciao Picca grazie per il commento, a te il libro è piaciuto? Certo che dovrebbe costare un po’ di meno, come ogni buon libro… .:-)
      DZ

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    • Lorenzo Stefani 12/10/2012 a 17:14 #

      Bellissima intervista sia per le domande che per le risposte; condivido la (re)pulsione per il calcio che a volte mi fa sentire un marziano, bello vedere citato finalmente Jam che credevo di leggere solo io perché su questo blog non è molto popolare, fantastico che qualcuno abbia capito che Franz di Cioccio è una sorgente di vitalità positiva oltre che gran drummer, e … finalmente qualcuno (oltre a Tim e al sottoscritto) che cita i Blue Oyster Cult e Questo sangue che impasta la terra di Guccini e Machiavelli, che anch’io ho letto con gusto!! Welcome Donato

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      • Donato 12/10/2012 a 17:19 #

        Grazie mille Lorenzo! saluti da Santovito Benedetto e dal Santissimo… :-)

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  2. Danilo63 13/10/2012 a 14:19 #

    Bravo Timoteo, ottima intervista e un grazie per averci fatto conoscere il buon Donato (decisamente uno dei nostri) ed il suo libro che mi ha incuriosito. Anche se concordo con Picca per il discorso (in generale) sul prezzo dei libri.

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    • Donato Zoppo 13/10/2012 a 17:40 #

      Ciao Danilo, grazie mille! E’ vero: mi sento davvero uno dei vostri, farò il possibile per essere sempre presente qui!

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  3. alexdoc 13/10/2012 a 15:11 #

    Bellissima intervista, complimenti a Tim e Donato per le ottime domande e risposte. Poi anch’io ogni tanto leggo JAM, e anch’io ho sempre pensato che Alice sia una delle donne più belle e affascinanti che esistano.

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  4. Paolo Barone 13/10/2012 a 20:09 #

    Pero’….mi sa tanto che andro’ presto a cercare questo libro….Benvenuto da queste parti Donato!

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