ARMADI E CASSETTI – di Giancarlo Trombetti

7 Feb

Io odio gli armadi. Se per armadi si intendono quei muri colorati ed impiallacciati che possono contenere una vita. Facilmente. Li odio perché sono brutti, perché occupano uno spazio eccessivo, a mio parere ingiustificato, li odio perché sono comodi, ma a modo loro. Li apri e scorrono, sono pieni di cassetti, cassettini, ganci speciali, appendiabiti di ogni genere: possono davvero contenere di tutto. E più sono utili, meno mi piacciono. Preferisco gli armadi d’un tempo, quelli che non prevedevano più di un paio di cassetti e spesso neppure quelli, perché non c’era un gran ché da porvi all’interno. Erano piccoli, in legno robusto, con una stecca di traverso dove appendere l’abito o due che riuscivi a possedere e che ti sarebbero comunque bastati per ogni occasione. Erano intagliati talvolta rozzamente, con qualche fronzolo fatto a mano all’esterno: erano bellissimi. In casa mia ci sono solo quelli. Già, ma dove la piazzi tutta la tua roba, i diecimila vestiti di Barbara, le cose che sai che non ti stanno e non ti staranno mai più ma che non butti via perché “non si sa mai” oppure perché sei comunque convinto che prima o poi ti verrà il coraggio di fare quella dieta speciale che ti farà buttar giù venti chili mangiando quanto vuoi e quello che vuoi? Non lo so, da qualche parte la metterò.

armadio

Già, perché a pensarci bene la vita è un armadio. E la vita di un musicofilo – avevamo deciso di chiamarci così, no? – è esattamente un armadio, un armadio con troppi cassetti. Ed ho appena specificato che io, i cassetti, proprio non li sopporto. Anche se mi rendo perfettamente conto di quanto siano utili e pratici. E così tento un parallelo azzardato, tra uno di noi che si trova a dover riporre un paio di sacchi di vestiti, ed un altro di noi che ha deciso di spiegare a qualcun altro che-magari-proprio-non-ne-ha-necessità le meraviglie di un disco, di un gruppo musicale. Ecco, è lì, in quel preciso momento, che i cassetti tornano comodi. Perché dato che resto convinto che scrivere di musica sia come “ballare di architettura” – nel pisano direbbero: “Sta come il culo alle quarant’ore!” ed un giorno ve lo tradurrò – i cassettini, le definizioni, i generi musicali, paiono fatti apposta per tagliar corto sulle spiegazioni, ma solo su quelle. Per favorire la digestione direbbe qualcun altro.

cassetti-vari

M’è accaduto un milione di volte, in questa vita, di leggere le acrobatiche descrizioni di certi scrivani che danzavano sul filo del rasoio per tentare di portare il lettore a vedere l’oggetto del disquisire con i loro occhi di esperti. Mezzo milione di volte senza andarci neppure vicino. Noooo…non per colpa loro, tutti bravisssssimi…ma perché ogni orecchio è semplicemente diverso dall’altro, così come ogni umore, ogni vita, ogni speranza. E l’ascolto della medesima cosa non sarà quasi mai identico a quello del vicino; a meno che non si tratti di un vicino che non possiede alcun giudizio personale ed attende che qualcuno glielo serva su di un piatto ben cotto e confezionato. Ma qui si va a finire in un terreno minato, dove nessuno ammetterà mai niente e dove i pentiti ed i delatori non esistono. Ed ecco che, tornando allo scritto che ci stava spiegando come suona un disco o un artista, tornano comodissimi i cassetti, gli armadi multifunzione, i gancetti per cravatte e cintole. Non c’è bisogno di saper scrivere e descrivere, di aiutare a chiudere gli occhi e favorire l’immaginazione: basta un cassetto, o due. Pratico e veloce e chissenefrega.

Il guaio è quando di cassetti se ne usano quattro o cinque insieme. Ecco, lì, la visione si confonde e tutto diventa complicato, invece di chiarirsi. Perché se in un impeto dialettico, un prodotto ti viene descritto – non scherzo, lo giuro! – come un “bellissimo esempio di Hard Dark Progressivo Occulto”, scusatemi, ma io non ci capisco più un cazzo. Maledetti cassetti. Così vado e frugo dentro ad ognuno per capire….dunque “hard”, per me erano hard gli Zeppelin, i Purple, i Cream…

Deep Purple

Deep Purple

già, ma gli Zeppelin di “LZ II” o del terzo? No, quelli non sono hard, sono più folk e acustici…vabbè…diciamo che grosso modo ci dovremmo essere. “Dark”…e qui scivoliamo ancor più in basso. Dark potrebbero essere i Cure o i Sabbath…no, quelli li definivano heavy metal, qualcuno Doom…che fare? Ricorrere alla ben poco affidabile Wikipedia? Figurati! Alla voce “dark” propone otto cassettini con una dozzina di sottogeneri…Con ”Progressive” mi sento più sicuro: i Genesis, E.L. & P., i Crimson, i Tull, gli Yes…

Genesis

Genesis

già, ma c’è anche il cassettino del Progressive Metal e se vai a leggere trovi che “High Tide hanno tracciato le basi del progressive metal, fondendo elementi di progenitori come Cream, Blue Cheer e Jeff Beck Group”…metal i Cream e Jeff Beck?  A questo punto rinuncio persino a individuare le fonti dell’”Occulto”. Per me occulta resta una messa nera, il sacrificio di un animale a scopo rituale, il posto dove ho messo le chiavi del lucchetto della bicicletta che non trovo più da due anni.

Chiudo gli occhi e mi immagino, ci provo, un gruppo rock figlio della fusione di Deep Purple, Cure, King Crimson e del mio mazzo di chiavi. Sinceramente non so se mi piacerebbe. Ci rinuncio. Non li ascolterò mai, neppure a gratis su Youtube. E maledico la necessità di trovare uno spazio per tutto. Ecco perché inizio ad odiare chi prova a convincermi di qualcosa che solo io potrò capire. Lo so, è un po’ come ammettere una sconfitta: non essere riusciti a sdoganare il nostro modo di scrivere dalla necessità di doverlo per forza di cose inquadrare in qualche modo e di essere diventati schiavi di etichette che poi, a ben guardare, non definiscono proprio niente e non aiutano nessuno. Al massimo scorciano di una ventina di righe ogni recensione.

Trombetti's lost keyring

Trombetti’s lost keyring

E mi ricordo dei bei tempi in cui i cassettini erano due o tre, anche se i gruppi erano già migliaia, e stava al tuo buonsenso riuscire a catalogarli nella tua personale teca mentale che non condividevi con nessuno se non con chi aveva acquistato il medesimo disco. Anche se nell’altra casa stava accanto a tutt’altra merce…Bei tempi! Quando psichedelia era una immensa fascia che andava dai Floyd all’altra parte dell’oceano, in quella Costa Ovest che non avresti mai visto com’era veramente ma di cui eri certo di aver capito tutto. O quasi, o niente, ma che importava? Tanto, l’unica definizione che davvero ti era piaciuta era quella tra musica buona e quella cattiva. E quella buona era esattamente corrispondente a quella che ascoltavi tu.

Rock music poster

Giancarlo Trombetti©2013

Una Risposta to “ARMADI E CASSETTI – di Giancarlo Trombetti”

  1. mauro bortolini 08/02/2013 a 08:05 #

    Molto bello quello che scrivi Trombetti.
    L’altro giorno mi capita di apprendere che un certo randy california
    ( che a suo tempo stava quasi per entrare nella J H experience )
    ha sostituito per qualche data del machine head tour il titolare
    blackmore.
    Si parla di assoli di randy che non erano in linea blackmoriana.
    Se per assurdo randy avesse sostituito blackmore, i D P non
    sarebbero stati piu’ hard rock ma ………

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: