BLACK CROWES – TORNADO OF SOULS (SINGING) ALL’ALCATRAZ (Milano luglio 2013) – di Lorenzo Stefani

27 Set

Lorenzo Stefani ci racconta le sue impressioni del concerto di quest’estate a Milano dei suoi (e nostri) prediletti BLACK CROWES.

Di solito vado a vedere uno-due concerti all’anno, quindi cerco di scegliere qualcosa che mi dia motivazione: il programma dei concerti dell’estate 2013 mi lasciava un po’ perplesso, nulla che mi spingesse  davvero a sobbarcarmi il costo e la fatica di subappaltare la gestione delle figlie e trascinare Laura (mia moglie) a vedere qualcuno che lei a malapena sconosce… sino a che mi sono reso conto che il cartellone dei “10 Giorni Suonati” di Vigevano includeva i Black Crowes.

Seguo questo gruppo di Atlanta da tanti anni, via via ho comprato la maggior parte dei loro album e la qualità del loro suono, la continuità e la coerenza della loro produzione mi hanno sempre appassionato ed – a tratti – entusiasmato.

Che io  ricordi è stato uno dei primi gruppi che, oltre a rispolverare sonorità del tutto seventies, hanno anche ritirato fuori tutti gli strumenti, l’abbigliamento e le movenze dell’epoca d’oro del rock. Però non in modo furbesco o artificioso, davano proprio l’impressione di crederci a fondo, di essere completamente calati nel loro ruolo di messaggeri del rock vintage, fuori dal tempo e dalle mode del momento, che è poi quello vero e che piace a me.

Black Crowes SF 1991  - photo by Clayton Call

Black Crowes SF 1991 – photo by Clayton Call

A quell’epoca, non si capisce bene perché, vennero imbarcati nel caravanserraglio del Monsters of Rock e passarono pure da Modena insieme a Metallica e AC/DC; non li andai a vedere principalmente perché il biglietto costava troppo  per le mie tasche, qualche amico che aveva partecipato al montaggio dell’immane palco ed aveva seguito il soundcheck raccontò che il tastierista puzzava di alcool lontano un miglio, ma comunque avevano ben poco a che spartire con le star del metal in cartellone (“In molti, e non ultimi tanti sapientoni della stampa specializzata, cascano nel tranello di considerarli i nuovi esponenti di una corrente metallara, confondendoli con roba come Scorpions o, peggio, Europe. Loro, fricchettoni fino al midollo, non battono ciglio e quando nel 1991 vengono invitati al festival Monsters of rock accanto a Metallica e Pantera sembrano prendere tutti per i fondelli con una strepitosa versione di Rainy day women 12&35 di Bob Dylan intrisa di boogie. Le radici della band sono altrove, sembrano dire” – Gabriele Gatto http://www.rootshighway.it/folklore/crowes_mono.htm; RAINY DAY WOMEN 12&35: http://www.youtube.com/watch?v=Je2tnlOlW_Q).

La location originaria per il mio concerto dell’estate 2013 era il Castello di Vigevano, tutti mi avevano detto che è un gran posto, ma scomodo da raggiungere e funestato da zanzare. Poi però tutta la manifestazione è stata ripensata ed i vari concerti ridistribuiti in diversi locali, pare per ridurre I costi di organizzazione dovuti alla necessità di montare, smontare o adattare freneticamente il palco del Castello, o qualche esigenza di questo genere.

Sta di fatto che ero un po’ preoccupato all’idea di infilarmi dentro l’Alcatraz all’inizio di luglio, temevo una sauna disgustosa e mi sembrava un peccato non poter vivere l’evento all’aperto e in una cornice suggestiva come da programma iniziale. Ma me ne sono fatto una ragione, ho preso un letto gonfiabile per la baby sitter – per consentirle di rimanere a casa con la prole – ho detto e ridetto a Laura di essere puntuale per poter partire alle 18 al più tardi perché non volevo perdere neppure una nota, e mi sono fiondato a Milano. Questa faccenda della tensione sulla fase iniziale del concerto merita un mimima spiegazione: un po’ come quando si va al cinema e si perde l’inizio del film, mi dà un fastidio tremendo perdere la parte iniziale dello show, fosse solo una canzone. Un evento  rock è qualcosa di coeso, con una sua logica ed un suo mood che cogli bene se sei lì prima che la magia cominci a fluire dal palco. Agli ultimi due concerti prima di quello del Corvi Neri mi era capitato esattamente così (ossia di perdere la prima canzone), quindi ero un po’ agitato perché temevo la regola del non c’é due senza tre.

Arriviamo invece all’Alcatraz alle 20:15, c’é l’aria condizionata, si sta benissimo: tempo di prendere una birretta a stomaco vuoto (mai riuscito a cenare prima di un concerto), di dare un’occhiata al palco, molto semplice, e le luci si abbassano, il pubblico è numeroso, molto attento e carico, salgono gli applausi e parte la batteria: un battito secco e inconfondibile, è JEALOUS AGAIN, il primo grande successo.

Ed eccoli, tutti i Corvacci schierati: Chris Robinson, leader carismatico indiscusso, a piedi nudi, figura sciamanica fuori del tempo, assomiglia un po’ al Gesù di Nazareth di Zeffirelli. La sua voce mi sembrava un po’ da cornacchia, le prime volte che la ascoltavo, mi dava fastidio ma insieme mi piaceva (un po’ le sensazioni che Page dice tuttora di provare quando canta Plant, fatte tutte le debite differenze). Ora mi piace e basta, nel tempo si è evoluta mantenendo grande estensione e potenza intatte ma guadagnando calore ed espressività.  Il modo di muoversi di Chris, che sembra trasportato da una danza magica, in trance, ha portato qualcuno a parlare, con immagine che trovo azzeccata, di “movenze da spettatore di un festival degli anni ’60” (Paolo Panzeri/Gianni Sibilla, in http://www.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano).

Chris Robinson

Chris Robinson

Il fratello, Rich Robinson è un po’ appesantito, coi capelli raccolti ricorda vagamente Russel Crowe. Concentrato, impeccabile, ma di una serietà eccessiva, mai un mezzo sorriso durante l’intero arco del concerto: al limite della scontrosità, mi ha ricordato un po’ Blackmore (ma è sempre stato così fin dagli anni ’80: tutto concentrato sul suo strumento, non concede nulla allo spettacolo). Nel corso del concerto sfoggia, tra l’altro, oltre ad una Fender Telecaster, una bella chitarra con finitura madreperlacea, non sono un intenditore ma da quanto ho visto su http://www.vintageguitar.com/3449/rich-robinson potrebbe trattarsi di una James Trussart Steelphonic.  Comunque non deve essere un tipino facile da suonarci insieme e ancor meno da dividerci i guadagni: probabilmente è per il suo carattere ombroso che i due fratelli sono arrivati allo scioglimento del gruppo, qualche anno fa, anche se ora sono ripartiti con bello slancio.

Rich Robinson

Rich Robinson

Sezione ritmica: alla batteria c’é (e più o meno c’é sempre stato, a parte un intervallo dal 2001 al 2005) Mr. Steve Gorman:  suona con una Ludwig minimalista, Bonzowise (il filo sottile che collega Crowes e Zeppelin esiste anche negli strumenti, basta cercarlo). Gesticola poco, si limita all’essenziale e rifugge dal gesto “atletico”. Per intenderci, molto diverso dall’enfasi di certi drummer come – che so – Tommy Aldridge. Al basso si presenta Sven Pipien, con un phisique du role da perfetto rocker anni ‘70, un fossile vivente ed in ottime condizioni di conservazione (per quanto ne posso capire, mi sembra faccia il suo lavoro brillantemente).

Steve Gorman

Steve Gorman

La novità è il secondo chitarrista, Jackie Green: è giovane, con gli occhi a mandorla ed uno strano panama bianco, anche lui serio e compreso nel suo ruolo. Rispetto a Rich Robinson suona più aggressivo, più rock ma con meno “anima”: la differenza si sente piuttosto bene nel corso “duello” chitarristico durante la chilometrica WISER TIME, in cui i due si sfidano a suon di assoli. Mentre Green snocciola note su note come una mitragliatrice, Robinson sembra più preoccupato di cavar fuori suoni dal sentore psichedelico, ed assolutamente non preoccupato di mantenere il passo di Green in termini di velocità pura. Strumentazione: una Gibson SG blu, varie Gibson Les Paul ed altro, compreso un mandolino.

Sven Pipien & Jackie Green

Sven Pipien & Jackie Green

Buon ultimo, Adam Macdougall alle tastiere: molto presente con i suoi suoni – come deve essere nella musica dei Black Crowes spesso accompagnata da Hammond vintage o pianoforte – ma di bassa statura e sepolto dietro una barricata di tastiere, semi invisibile durante tutto il concerto.

Purtroppo niente coriste; d’accordo che i musicisti sono già sei sul palco, ma le coriste hanno sempre aggiunto qualcosa di lussurioso e circense al southern rock dei nostri e un po’ mi mancano. Mi andrebbero benissimo le due donnone sovrappeso che li hanno accompagnati in questa strepitosa Soul Singing eseguita nel 2001 al David Letterman Show (http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=tv5NRHOGrrU#at=120), ma niente da fare.

Progressivamente mi avvicino al palco, e mi trovo di fianco la sagoma imponente e tutto sommato  familiare di Antonio “Rigo” Righetti, ex bassista di Ligabue, che incontro spesso in Piazza Matteotti a Modena al sabato mattina mentre accompagnamo la rispettiva prole alla giostra o a zampettare in bicicletta. Sto per dirgli qualcosa ma, come misteriosamente era apparso in mezzo alla folla, altrettato velocemente sparisce, Me lo sarò sognato. Misteri southern rock.

Il suono delle tastiere da sotto il palco è un po’ fastidioso a causa dell’acustica del locale non eccellente, ma il wall of sound è comunque imponente e travolge il pubblico: la scaletta è ben calibrata, un torrente di eletticità con brevi intervalli acustici, tra cui SHE TALKS TO ANGELS (vedi più avanti la set list interattiva).

In breve: 16 canzoni praticamente senza interruzione, senza respiro, con pochissime parole (quasi nulla) tra una e l’altra: grande professionalità, ma ti aspetteresti di più, come dire…capisci che il gruppo avrebbe nelle corde (vocali e delle chitarre) le 3 ore e passa di concerto di uno Springsteen o degli Zep del’epoca d’oro… la gente se li starebbe ad ascoltare più che volentieri. Pare sia accaduto in altre occasioni, ma non in Italia. Qui lo show era stato enfaticamente presentato come “due ore di rock” e due ore di rock sono state, esattamente dalle 20:30 alle 22:30, ma non un minuto di più.

All’uscita mi sento molto appagato e al banchetto del merchandising acciuffo una maglietta da 15 euro, in bianco e nero, che porto poi intensamente e con orgoglio tutta l’estate, con il risultato che ora si sarà accorciata di 10 centimetri e tra poco andrò in giro come Cristina Aguilera, ossia con la panza (pelosa, nel mio caso) al vento.

Cenetta finale rilassante in ristorantino di quinta (come si dice a Bologna) vicino all’Alcatraz, con inquietanti foto di Formigoni e Tettamanzi ritratti insieme ai titolari, disseminate dappertutto sulle pareti con evidente orgoglio. Formigoni è uno che non si tratta male quanto a ristoranti ma deve essere capitato lì per caso, non è un posto da lui: il mio palato non può comunque valutare con obiettività, data la fame da lupo e lo spirito incline a considerare tutto buono e bello (beh, non quelle foto) grazie alle good vibrations dispensate a piene mani dai corvacci.

BC promo 1990

Al netto di tutto quanto: una delle migliori band in attività, uno dei più esaltanti spettacoli live in circolazione, no doubt. Perché mi piacciono tanto? Probabilmente perché rappresentano il sogno di tutti noi: essere in tutto e per tutto una rockstar anni ’70 vivendo nell’epoca presente, e miracolosamente essere ancora sulla quarantina. E poi è uno di quei gruppi che, se li vedi dal vivo, ti scatta una voglia matta di essere sul palco con loro, tanto sono fluide e naturali le note che escono dai loro strumenti. Ecco, è proprio una band che dà l’impressione di poter suonare (bene) sott’acqua, a testa in giù e magari incatenata, come il mago Houdini.  Deve essere più o meno quello che ha pensato il buon Page quando, scuotendosi di dosso la polvere del suo esilio (dorato), nel 1999 ha voluto calcare di nuovo il palcoscenico ed ha scelto proprio loro, non a caso.

Jimmy Page & Black Crowes

Jimmy Page & Black Crowes

Ho un ricordo personale a questo proposito: per l’appunto nel 2000, in un gigantesco salone dell’aeroporto di Milano Malpensa, mentre aspetto un volo per Chicago, immerso in una folla immensa, all’improvviso avvisto una chioma bionda che riconoscerei tra un milione. Ben più alto della media, con un camicione rosso bordeaux di foggia vagamente indiana, spinge un carrello strapieno di valigie come un qualunque turista un po’ fricchettone, ma è Sua Maestà Mr. Plant in persona, di ritorno dal Pistoia Blues.

Non ci penso due volte, lo saluto, gli dico che l’ho visto due anni prima nel tour Plant-Page (e che mi sono piaciute le canzoni più vecchie, in particolare, BABE, I’M GONNA LEAVE YOU), ed infine – prima di strappargli un autografo in formato A4 che tuttora custodisco in una teca ad umidità controllata – me ne esco con la domanda più ovvia e più idiota che poteva venirmi in mente: “Where’s Jimmy?”. La risposta è secca, chiaramente scocciata e al tempo stesso precisa: “He’s in the States with the Crowes”.

Ripensandoci ora, dopo aver visto l’ultima, efficacissima formazione dei Black Crowes dal vivo ed aver provato quell’irrestitibile voglia di essere sul palco insieme ad un gruppo che suona con la stessa naturalezza con cui i comuni morali respirano, penso che il buon Percy volesse dire, in pratica: “È in America. A spassarsela coi Corvacci. Beato lui”.

Ma un’esclamazione in modenese renderebbe ancora meglio il tono e l’epressione facciale che accompagnarono la storica frase. Più che “Beato lui”, i suoi occhi dicevano: “Ch’a-g végna n’azideint!”, ossia  che gli venga un accidente (a Page che si divertiva alla facciaccia sua) o, forse più probabilmente, “Cat végna n’azideint”, rivolto al molesto fan italiano intento a fargli domande inopportune.

SETLIST INTERATTIVA

(quando non c’erano filmati di Milano disponibili, ho racimolato materiale alternativo privilegiando ovviamente quello tratto dall’ultimo tour

Jealous Again

Su Youtube sembra che nessuno si sia filata questa canzone, la sera di Milano. Rimedio con quella suonata a Memphis http://www.youtube.com/watch?v=xm6n7PbOFLI in maggio e soprattutto con quella di Londra, ripresa professionalmente tre giorni prima dell’esibizione all’Alcatraz (http://www.youtube.com/watch?v=-ABFGfRIrFg).

A Pistoia Blues, il 4 luglio, il brano di apertura è stato STING ME, il suo grande riff mi è mancato un po’ (http://www.youtube.com/watch?v=iSXiCbnZqOs – altra grande rendition del 1992: http://www.youtube.com/watch?v=bawY3kgOdbI).

Thick N’ Thin

Purtroppo nessuno pare aver filmato questa song a Milano: rimedio con questo breve estratto dall’esibizione del 21 giugno 2013 a Bruxelles http://www.youtube.com/watch?v=JI4XUhbODi8

Hotel Illness

Grande armonica, cantato vigoroso (qui siamo a Chicago, 17 aprile 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IAOC3IR5ypE)

Black Moon Creeping

http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Bad Luck Blue Eyes Goodbye

Amsterdam, 19 giugno 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Medicated Goo (Traffic cover)

Jones Beach, Wantagh NY, 10 agosto 2013: http://www.youtube.com/watch?v=xCIGOvQy1hw

Soul Singing

Qui a Bottle Rock, Napa, CA, 9 maggio 2013: http://www.youtube.com/watch?v=MboJH-JqxG4

Wiser Time

16 minuti e passa a suon di duelli di chitarre e altre amenità: http://www.youtube.com/watch?v=bLJD8mAfLj8

She Talks to Angels

http://www.youtube.com/watch?v=wCIs52LGhWY   http://www.youtube.com/watch?v=24mbAqowHO4

Pistoia, 4 luglio (qualità migliore, molto godibile): http://www.youtube.com/watch?v=B_zFY_6Gx4o

Whoa Mule

Intermezzo acustico, da WARPAINT (2008): il batterista afferra un bongo e “fa cantare le sue mani”, come direbbe Franz di Cioccio. Anche qui per rendere l’idea di cosa ho visto e sentito mi vedo costretto a pescare da una recente esibizione del medesimo tour: Amsterdam, 20 giugno http://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=bJ11bYvUUh0

Thorn in My Pride

http://www.youtube.com/watch?v=PUI5aYzQLeA (voce strepitosa)

Remedy

Una delle mie canzoni preferite, potente e grintosa, le casse sembrano esplodere tanto sono piene zeppe di suono chitarroso: http://www.youtube.com/watch?v=jTBvF6VabzU

Eccola in versione ancora più sciamancica, in black & white, suonata il 30 luglio negli States:  http://www.youtube.com/watch?v=06tH3LGcEoA#t=21 )

Hard to Handle (Otis Redding cover)

Pistoia, 4 luglio (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=f6304fQ9hqg

Parigi, 27 giugno (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=n0OsRufYLEc

Hush (Billy Joe Royal cover)

Pistoia, 4 luglio: http://www.youtube.com/watch?v=4BNnGhpnCsM

ENCORE:

No Expectations (The Rolling Stones cover)

http://www.youtube.com/watch?v=VIQcqnH4CgY

Per i miei gusti meglio Jumpin’ Jack Flash, suonata con grande impeto ed allegria pochi giorni prima, il 27 giugno, a Parigi:  http://www.youtube.com/watch?v=97mjxuLsd3Q (immagini e sound di alta qualità, con un tifo d’inferno da parte dei fans: chi ha detto che gli italiani sarebbero il pubblico più “caldo”?)

Movin’ On Down the Line

Una delle canzoni meno riuscite di WARPAINT (soprattutto nel ritornello), a mio personale avviso, e che pertanto avrei evitato di suonare in chiusura di concerto, se fossi stato nella testa della band (qui nella versione suonata a Westbury, NY, il 9 aprile 2009:  http://www.youtube.com/watch?v=OjIJ35qYC5Y; il video è nitidissimo, ottimo suono) . Peccato, perché WARPAINT è un grande disco ed ha segnato una delle tante rinascite del gruppo, se avessero suonato OH JOSEPHINE (http://www.youtube.com/watch?v=onjGCk_3jH0&NR=1&feature=endscreen) sarei stato molto più contento, ancora meglio se avessero fatto GOODBYE DAUGHTERS OF THE REVOLUTION (http://www.youtube.com/watch?v=cGRKkxoh_Q0).

A Pistoia, il 4 luglio, hanno suonato anche GOOD MORNING CAPTAIN che mi è sempre piaciuta, allegra e positiva (http://www.youtube.com/watch?v=VOOoZ5oRix0), e la travolgente TWICE AS HARD, con i suoi splendidi riffoni southern (http://www.youtube.com/watch?v=G7JgieGhlV4).

P.S.(1)

In rete si trovano commenti anche più entusiastici del mio; di seguito alcuni passaggi che mi fa piacere  condividere.

–        “Può un capannone industriale trasformato in discoteca, con travi e tubi di acciaio sul soffitto, sembrare un torrido locale californiano degli anni ’70? Può sembrarlo ed essere credibile seppur a migliaia di miglia dallo Stato dell’oro? La risposta è sì, se c’è la band giusta sul palco. E non c’è band più giusta dei Black Crowes” – (http://mobile.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano – Paolo Panzeri/Gianni Sibilla).

–        “Qualcuno ha detto che il 1973 è stato l’ultimo grande anno del rock, poi basta. Gli anni in cui la musica rock sarebbe morta – the day that music died – sono moltissimi, grazie a Dio però risorge sempre. I Black Crowes come immagine (allampanati hippie dai lunghi capelli che sembrano usciti dalla foto di copertina del live “At Fillmore East” della Allman Brothers Band) e come proposta musicale sono probabilmente ibernati in quel 1973 reso celebre anche da uno dei più bei film sulla musica rock, “Almost famous/Quasi famosi”. Sono una anomalia spazio-musicale. D’altro canto il cantante Chris Robinson è stato anche sposato con l’attrice Kathe Hudson, la protagonista di quel film là. … Chris … è sempre di più una reincarnazione di uno sciamano che mette insieme James Brown e Mick Jagger per le movenze ma anche per quella capacità unica di evocare i sapori del profondo sud degli States, tra R&B, country soul e gospel … una versione spezzacuori di No Expectations, degli Stones del loro periodo migliore … Forse è un caso, ma stasera è il 3 luglio, giorno in cui si ricorda la morte di Brian Jones. Il modo come Chris Robinson la canta con partecipazione straboccante, i dolenti assolo di slide del fratello, tutto concorre a far pensare che a lui sia dedicata … I Corvi sono ancora il miglior spettacolo rock in circolazione. D’altro canto, loro stessi una volta si erano definiti The Most Rock ‘n’ Roll Rock ‘n’ Roll Band in the World. Avevano ragione. Lunga vita ai Corvi Neri” (http://www.ilsussidiario.net/mobile/Musica-e-concerti/2013/7/5/BLACK-CROWES-Il-concerto-di-Milano-The-Most-Rock-n-Roll-Rock-n-Roll-Band-in-the-World-/409063 – Paolo Vites).

–        “Ci sono band di cui ti innamori, ci sono suoni di cui non puoi fare a meno, ci sono atmosfere speciali che parlano alla tua anima. Un concerto dei Black Crowes racchiude un po’ tutto quello che desideri: il buon rock’ n’ roll, il blues, il soul, il romanticismo ed il divertimento … Il gruppo di Atlanta diverte e si diverte, dimostrando ancora una volta di essere una delle migliori live band in circolazione: il prelibato sound mutuato delle radici della musica americana, avvolge la serata in un sensibile clima di sincerità musicale, che parte dal delta del Missisipi ed arriva al rock contemporaneo … Ci sono concerti da ricordare, ci sono sensazioni che rievocherai per sempre, ci sono serate in cui la musica è magia. Ieri sera i Crows erano tutto questo” (http://www.onstageweb.com/recensione-concerto/black-crowes-milano-3-luglio-2013-recensioneThe Black Crowes a Milano, tutto quello che desideri in un solo concerto” – Claudio Morsenchio).

–        “Quelli del sud suonano meglio. Almeno nel rock. Se occorreva una riprova bisognava essere all’Alcatraz di Milano la sera del 3 luglio … quello che si è sentito all’Alcatraz non è cosa che capita di sentire e vedere tutti i giorni, non è la normale amministrazione del rock, anche di quello più famoso che riempie gli stadi o l’ultimo fenomeno del momento e magari bisognerà aspettare altri due o tre anni per assistere ad un concerto così tosto, impetuoso e bello, dove si vive una speciale euforia interiore che non capita sempre, perché una droga la si può comprare ma questa euforia che nasce dentro naturale non è facile provarla, non sempre è a disposizione di sensi e cuore. E’ capitato la sera del 3 luglio, il passato ed il presente che si fondono in una specie di santificazione laica del rock n’roll, dove canzoni che parlano di fratellanza, di pace, di salvazione, di umanità, cantate da un Chris Robinson che con le sue movenze dinoccolate e la sua voce spiritata delira come  un predicatore del soul e del sud, trovano accompagnamento in una band dal sound sporco, febbricitante, urgente ma anche estatico e a tratti visionario . C’è tutto quello che serve per andare in paradiso nella musica dei Black Crowes: le unghiate del British Blues, i riff degli Stones, la potenza dei Led Zeppelin, la sensualità del soul, il ritmo della musica di Memphis, il botta e risposta di due chitarristi favolosi, le jam degli Allman, l’acustica agreste del country-blues, le slide metalliche del Delta, i voli pindarici dei Dead, i sognanti paesaggi pastorali dei  Traffic all’esordio, l’ugola arsa di alcol e negritudine  del primo Rod Stewart, la gagliarda immediatezza dei Faces. Insomma, una enciclopedia del rock derivato dal blues … al posto di Luther Dickinson adesso è Jackie Green, rocker e songwriter californiano con qualche buon disco solista alle spalle, a far compagnia a Rich Robinson con le chitarre. La differenza è sostanziale, con Dickinson erano due chitarristi blues in azione, Dickinson dava una forte impronta roots al sound della band, con Jackie Green l’impasto è più equilibrato, il sound risente di un maggior tasso rocknrollistico, è tagliente, urgente, scavezzacollo, come se avessero messo un Keith Richards in formazione così da controbilanciare il tocco bluesy ed allmaniano della Gibson di Rich Robinson. Anche Green suona la Gibson ma la sua chitarra è sferzante, bruciante e cattiva e la si sente in tutta la sua efficacia quando regala un assolo da brividi, lungo e liberatorio in una incandescente versione di Wiser Time, la migliore mai sentita dal sottoscritto, l’inizio bucolico e “sospeso” con il piano di  Adam McDougall a fare da intro e poi via verso i saliscendi di una ballata ora morbida ora incalzante, che prende la via della jam, si incasina, si apre a tutta una serie di orizzonti, idilliaci prima e sulfurei poi e quando ritorna nelle amene colline della Georgia  mi fa venire in mente il “clima” di Brothers and Sisters degli Allman. E’ stato uno degli highlights di un concerto potente come pochi ma di una potenza lucida, perentoria, illuminante, dove le cantilene esasperanti della messianica voce di Chris Robinson, ripetute come una ipnosi gospel, ad un certo punto si inerpicavano in tesi, ossessivi e nervosi scatti di ritmo,  che come un elicoide si attorcigliavano attorno al refrain di base creando una specie di trance che immancabilmente portava il pubblico eight miles high. Micidiali, estasi e furia, un sound che viene giù dal palco con una compattezza unica, una potenza di fuoco che vede  Chris nel ruolo di sciamano, attorniato da due chitarristi che se la giocano e se la sparano come facevano Keef e Taylor nel tour di Exile dei Rolling Stones ed un sezione ritmica che sposa funky e R&B come si è insegnato nelle università della Stax e dei Muscle Shoals, oltre ad un tastierista che riempie tutti gli spazi lasciati liberi dagli altri con un suono magmatico e fluente” (http://zambosplace.blogspot.fr/2013/07/the-black-crowes-alcatraz-milano-3.html?m=1 – Mauro Zambellini).

Sempre Mauro Zambellini aveva scritto sagge ed ancora attuali parole, recensendo CROWEOLOGY, nel 2010: “Ancora una volta il rock mischiato alle radici della musica americana, al blues, al country, al bluegrass, al folk con un approccio di basso profilo molto diverso da quello che aveva accompagnato i Black Crowes agli esordi, quando addirittura venivano messi in cartellone nelle adunate e nei festival metal.

Il tempo è stato dalla loro parte, i Black Crowes si sono rivelati una potente rock n’roll band e poi, dopo un periodo di silenzio, hanno avuto il coraggio di cambiare e con l’innesto del chitarrista Luther Dickinson al posto di Marc Ford hanno maturato un sound dalle forti implicazioni roots, un sound con tante sfumature, legato alle radici della musica americana senza per questo venir meno a quella verve rock che si sente nel modo in cui compongono le canzoni e le interpretano.

Per certi versi assomigliano ai migliori Stones di fine anni 60/inizio anni 70, a loro dire i punti di riferimenti di questa evoluzione sono stati Beggar’s Banquet ed il terzo album dei Led Zeppelin, quello delle connessioni con il folk, ma il batterista Steve Gorman cita anche Every Picture Tells a Story di Rod Stewart e personalmente ci trovo molto di The Band e di Delaney and Bonnie and Friends oltre agli Allman Brothers più pastorali, quelli per intenderci degli episodi acustici di Eat A Peach … la grandezza di questa band, secondo chi scrive il miglior gruppo rock in senso classico uscito dagli anni novanta, ritornato alla ribalta negli ultimi anni dopo un periodo di stallo e oggi in grado di far rivivere il grande rock degli anni settanta tra liberatorie esplosioni di cruda elettricità, sprazzi di psichedelia e intense ballate calde come un camino d’inverno”.

Chiudo con Massimiliano Spada (Jam – settembre 2013): “Il tempo ha reso saggi i corvi, e non ha minimamente scalfito la loro voglia di rock. É questione di passione. E la passione la riconosci subito, la fiuti già nelle prime note di Jealous Again e ora della fine di Thick N Thin ti ha già impregnato le narici. Sai di essere nel posto giusto, e soprattutto con la band giusta. I Black Crowes vanno diritti al punto; la loro miscela di rock, soul e blues ti investe senza troppi preamboli. É sporca, graffianti e reale, come la stra che li ha portati a Milano. … Chris non è mai stato così in forma, é la perfetta incarnazione del Soul Singing. La sua voce è il perno attorno a cui ruota la musica dei Corvi, e sul palco dell’Alcatraz lo ha dimostrato per l’ennesima volta. Due ora di grande musica … sono una macchina ritmica perfettamente rodata, alla quale ora si è aggiunto il chitarrista e songwriter Jackie Green, cui spetta il compito di riempire il vuoto lasciato da Luther Dickinson. Tralasciando inutili paragoni, Greene sta facendo un ottimo lavoro: il suo guitar playing è essenziale, diretto, decisamente efficace, e  versatile al punto giusto. Jackie sa ingaggiare intensi duelli chitarristici con Rich, ma anche arricchire con il mandolino i momenti acustici (She Talks To Angels, Whoa Mule). Non c’é trucco e non c’é inganno, ciò che sentite corrisponde a ciò che vedete sul palco: sei musicisti dotati di cuore e talento, passione e attributi.

P.S.(2)

Il titolo di questo resoconto deriva da un intreccio di tre diverse canzoni: la splendida TORNARDO dei Black Crowes (THE LOST CROWES, 2006 – http://www.youtube.com/watch?v=tIqscjO3tYg), SOUL SINGING degli stessi Corvi (LIONS, 2001) e TORNADO OF SOULS dei Megadeth (RUST IN PEACE, 1990).

3 Risposte to “BLACK CROWES – TORNADO OF SOULS (SINGING) ALL’ALCATRAZ (Milano luglio 2013) – di Lorenzo Stefani”

  1. Metalthrashingste 27/09/2013 a 20:04 #

    “…confondendoli con roba come Scorpions o, peggio, Europe”… un bell’articolo rovinato da una citazione inopportuna e da incompetenti… peccato!

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  2. mikebravo 28/09/2013 a 10:14 #

    Un mega- resoconto sui corvacci!!!!!!!!!!
    Il gruppo che pensavo di vedere in italia con jimmy page ed invece….
    Devo dire che il doppio cd live con jimmy l’ascolto sempre volentieri.
    Bellissimo avere incontrato Plant nel 2000.
    Io ero a Pistoia al suo concerto e Robert quella sera fece il riassunto
    dei suoi brani preferiti dei sixties.
    Per come si stanno delineando le cose nell’attesa infinita di qualcosa
    che forse non verra’,da quel 2000 mille volte meglio plant che page.
    Plant è ancora un musicista in carne ed ossa, Page è il monumento
    di sé stesso, ma i monumenti non imbracciano la chitarra.

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  3. Paolo Barone 29/09/2013 a 03:56 #

    Bravo Lorenzo, a me che non ho mai troppo amato i Corvi Neri, hai fatto venir voglia di riascoltarli!

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