BLUEGRASS IN MICHIGAN di Paolo Barone

30 Giu

 Il nostro Polbi oggi ci porta in un posto dove l’erba  è blu e le ragazze (non sono tutte così) carine…

Non molto tempo fa un mio amico mi ha invitato ad andare a vedere un concerto di Bluegrass in un locale qui in Michigan.

Il posto si trova in una zona a me molto familiare, quella che qui chiamano “downriver”, una serie di piccoli centri abitati che segue il Detroit river prima e le sponde del lago Erie poi, fino a diluirsi nel confine con l’Ohio. Qualche milione di persone, al novanta per cento working class, messicani e afroamericani nella parte piu’ prossima a Detroit, sempre più bianchi man mano che ci si sposta verso sud, con un alta concentrazione di “white trash”, americani bianchi poveri e generalmente poco istruiti.

Lago Erie

Il paesaggio da quelle parti e’ unico. I centri abitati trasmettono, almeno guardandoli con uno sguardo europeo, un forte senso di smarrimento e desolazione, con le loro infinite casette monofamiliari anonime e piatte, intervallate da zone commerciali che sembrano appena costruite, precarie. Stanno li da più di cinquant’anni, incapaci di assumere una propria identita’, sospese per sempre nel loro anonimo nulla.

Andando verso il lago invece le cose cambiano drasticamente. La natura diventa protagonista: alberi giganteschi, aquile, marmotte, cervi, aironi, uccelli di ogni tipo, pesci, procioni, scoiattoli, e la costa canadese vicinissima a completare la vista. Ma poi, se guardi meglio, alla tua sinistra vedi le ciminiere altissime della centrale a carbone, e la collina della discarica avvolta dai gabbiani. A destra invece, sulla strada che porta a Cleveland, le torri di cemento fumanti della centrale nucleare. Un posto pazzesco, bello e terribile al tempo stesso, capace di mettere sempre in discussione le tue certezze appena conquistate. Ecco, in questa zona, c’e’ il posto che ospita una delle migliori scene Bluegrass degli States. Perche’ qui non sono arrivati a cercare lavoro solo i neri del sud con il loro blues, ma anche un sacco di bianchi dalle montagne e dalle campagne, portandosi a loro volta il proprio bel bagaglio di speranze, sogni, ignoranza, nostalgia e canzoni. Pur non essendo per nulla un appassionato di Bluegrass ho deciso di andare a vedere, anche un po’ coinvolto dall’enorme passione del mio amico per ogni tradizione musicale americana.

Il posto si chiama Eagle Club. Mi spiegano che locali come questo prendono il nome di un animale qualsiasi (eagle, moose, elk…) e si organizzano come una specie di centro associativo per i propri iscritti. In realta’, una scusa per ritrovarsi fra facce conosciute e bere alcolici a un prezzo inferiore rispetto a un normale bar.

hve-main

Prendo la Highway 75, esco a Flat Rock e dopo aver attraversato il piccolo centro cittadino imbocco la lunghissima Telegraph Road che si perde nel buio della notte del Michigan. Qualche stazione di servizio, poche case isolate che ti mettono i brividi a vederle, tanti alberi, e poi, proprio davanti a un autodromo semi abbandonato, l’insegna illuminata dell’ Eagle Club. Il parcheggio e’ discretamente pieno, arriva qualche nota da dentro, per il resto tutto e’ avvolto da un silenzio assoluto.

Il locale e’ di una essenzialita’ disarmante. Una grande sala piena di tavoli enormi e sedie, un bar nell’angolo, una specie di cucina, una macchina di popcorn, luci al neon e un piccolissimo palco in fondo al salone.

Eagles' Club Fklat Rock Detroit

Una cinquantina di persone sedute ai tavoli in ordine sparso che bevono e mangiano hot dogs, mentre sul palco una band suona musica country. Saluto il mio amico, prendo anche io la mia brava birra rigorosamente in lattina e mi seggo a uno dei tavoloni. Praticamente subito arriva un signore sulla sessantina ad offrirmi dei biglietti per una piccola lotteria, a fine serata verra’ estratto il vincitore di un cesto con qualche bottiglia di liquore. Mi adeguo e compro il mio biglietto, ma poi continuo a guardarlo mentre passa di tavolo in tavolo. Ha una di quelle facce che sembra di conoscere da sempre, come se ci avessero accompagnato ovunque per tutta la vita. Baffi, occhiali, camicia a quadretti, procede serio e metodico, con ordine e precisione. La band sul palco attacca Tungled up in Blue di Dylan, unico brano non tradizionale di bluegrass-country in tutta la serata, e catturano la mia attenzione. Strumenti acustici, basso, banjo, chitarra, mandolino e voce, suonano veramente bene. Hanno tutti una certa eta’ tranne uno, che suona chitarra e mandolino e avra’ non piu’ di sedici o diciassette anni. Jesse Manns e’ un ragazzo corpulento, figlio di Mitch,un famoso musicista locale che suonera’ poi durante la serata in un altra band, e da queste parti e’ una celebrita’. Lo conoscono tutti e pare che abbia iniziato a frequentare la scena musicale del posto fin da bambino dimostrando subito un talento prodigioso, da parte mia non stento a crederlo visto cosa tira fuori da chitarra e mandolino come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo. A poco a poco la situazione comincia a piacermi, e pur sentendomi un pesce totalmente fuori dall’acqua, inizio a godermi la musica e l’atmosfera dell’Eagle Club. Se non fosse per qualche schermo di telefonino, potrei essere finito in una bolla temporale, sospeso fra fine anni cinquanta e primi sessanta non oltre. Viene da pensare che per questa fetta di america tutto quello che e’ successo in questi ultimi 50 anni non abbia significato poi molto. Sembra siano rimasti ancorati a un idea di vita semplice, che possa tenerli al riparo dalla devastante complessita’ del nostro tempo, come se tutto il loro mondo alla fine si risolvesse in quelle birre in lattina, in quello stare li a sentire quelle canzoni con il biglietto della lotteria in mano.

Le band si alternano sul palco, e ora c’e’ una signora con i capelli tirati su, in perfetto stile post bellico, che canta con un tono molto melodioso e sicuro. Banjo e violino la fanno da padroni, e per la prima volta mi soffermo sui testi delle canzoni. Nonostante sia qui da molti anni ormai, devo concentrarmi per prendere il senso delle parole in un contesto come questo. Ascolto, e rimango sorpreso. La signora non sta cantando parole di amore e vita lieve come pensavo, tutt’altro: E’ una storia di sangue, un omicidio, galera e rimorso. Non me lo aspettavo, ora presto piu’ attenzione e mi rendo conto che i testi sono spesso storie di sofferenza ed emarginazione. Il lato oscuro di quest’ america profonda viene a galla, l’america della solitudine, dei sogni spezzati e delle armi sotto il cuscino. Una vena di psicosi e paura che attraversa questo paese, appena sotto lo strato protettivo di “ in god we trust ”,bandiere e buona educazione. Nel frattempo la musica resta sempre molto intensa, qualcuno si mette anche a ballare, e mi accorgo che sono i brani con i testi piu’ duri e inquietanti a riscuotere gli applausi, a fare cantare la gente sulle sedie. Mentre suonano qualche pezzo di Johnny Cash, mi viene da pensare a come queste musiche abbiano partecipato alla nascita del Rock and Roll, a come il blues dei neri e dei bianchi si sia incontrato strada facendo. Mi torna in mente Hank Williams, la sua musica e la sua storia maledetta, mi vola un pensiero al “nostro” Graham Parsons, e mi sento sempre piu’ coinvolto dal suono di questi banjo, di queste chitarre.

Per ultima sul palco sale la band di Roy Cobb. Mi dicono che sia una vera e propria leggenda vivente nel mondo del Bluegrass. Ha piu’ o meno novant’anni, suona e canta per un oretta con decisione e passione, e’ di casa all”Eagle Club e tutti lo applaudono con calore. Fa un certo effetto sentirlo cantare, e pensare a quante cose ha potuto vedere e sentire in questa sua lunga vita per la musica. I musicisti che invecchiano sul palco assumono un valore tutto speciale, la iniziamo a sentire sul serio anche noi nel nostro mondo Rock questa particolare sensazione. Canta “come vorrei che fosse ancora il millenovecentoquaranta, nel mio Tennessee…”

Ce ne andiamo, mentre la serata prosegue oltre l’una del mattino.

Il tempo del mondo scorre veloce, ma non all’Eagle Club di Flat Rock, Michigan.

21 Risposte to “BLUEGRASS IN MICHIGAN di Paolo Barone”

  1. Sara Crewe 30/06/2014 a 11:18 #

    Bellissimo articolo, come sempre, un grosso grazie… Questa è un’America che io conosco soprattutto dalla musica e dalla letteratura, avendola solo attraversata, molto velocemente, un sacco di anni fa… Il tuo testo mi ha fatto pensare all’inquietante video di “Delia’s Gone” di Johnny Cash. Sì, credo ci sia dolore e disagio sotto questa America… una specie di sofferenza innata, quasi, di “dolore delle radici”. Grazie ancora!

    Mi piace

  2. lucatod 30/06/2014 a 11:48 #

    Anche se di questo genere non ne capisco nulla , è sempre un piacere leggere queste belle storie che ci racconta Polbi . Diciamo che , almeno in parte , confermano una certa opinione (o pregiudizio) che ho nei confronti di una parte considerevole degli USA (e di conseguenza i suoi abitanti) , quella più centrale , lontana dalle metropoli della east o west coast . Tra di loro ci sarà stato qualcuno , che in gioventù , ha fatto i falò con i primi LP dei Beatles ?

    Mi piace

  3. mikebravo 30/06/2014 a 12:39 #

    Mi sono ritrovato a concerti di musica lirica o di balletto classico che non avrei
    mai voluto vedere o ascoltare.
    Almeno nella lirica ci sono molti intervalli, ma ad ogni intervallo scendere al bar
    é molto costoso al teatro dell’opera di roma.
    Non sono mai stato ad un concerto di bluegrass e penso che l’esperienza di
    Paolo sia tra il mitico, lo storico e il sacrificale.
    Un tranquillo weekend di paura, un film inquietante, con i bambini che suonavano
    bluegrass, mi aveva gia’ dato un’idea.
    Plant ha fatto bluegrass ?
    E Hot dog era solo country ?

    Mi piace

  4. Fausto "Tom" Tomelleri 30/06/2014 a 13:06 #

    Storie di vita sempre diverse e sempre uguali sotto tutti i cieli del mondo…molto bello questo racconto…Tom

    Mi piace

  5. bodhran 01/07/2014 a 14:28 #

    davvero un bel racconto, è buffo come negli USA siano attaccati alle loro tradizioni mentre nel vecchio continente abbandoniamo tutto. Non c’è mica tanta differenza con il liscio (a parte i testi…), ma qui non si trova più chi lo suona, una bella tastiera con le basi e via. E iIl post mi ha fatto venire in mente il film “White Lightin'” (2009), basato sulla storia di tal Jesco White, star di una specie di tip tap che fanno nella zona degli Appalachi. Messa così non ispira, lo so, ma è un bello spaccato di America “profonda”. Ve lo consiglio.

    Mi piace

  6. mikebravo 01/07/2014 a 14:48 #

    Raising sand é stata la chiave che ha aperto agli americani / e piu’ attaccati alle
    loro tradizioni musicali di country e bluegrass, un nuovo mondo.
    L’astuto Plant ha agganciato la bella Alison Krauss e ha scardinato il confine
    tra rock e non rock americano.
    Raising sand ha infettato il credo dei puristi che prima, da soli in macchina o a casa,
    assenti le mogli e i figli, hanno iniziato a spararsi Led Zeppelin II .
    in seguito hano confidato agli amici piu’ fidati che c’é di meglio che massacrarsi le dita
    sul banjo.
    Si narra che nei locali piu’ esclusivisti di bluegrass si assoldino ora cover-band dei
    led zeppelin che sappiano sparare ad alto volume WHOLE LOTTA LOVE.

    Mi piace

  7. mikebravo 02/07/2014 a 08:09 #

    Il racconto di Paolo mi ha fatto meditare ed anche se l’ho messa sullo scherzo,
    effettivamente le contaminazioni che Planty ha avuto col nuovo continente,
    vedi il blues con Rainer Ptacek, vedi il sodalizio con Alison Krauss, mostrano
    che il nostro, dopo il 1980 si è costruito un’avventura musicale davvero
    notevole, a largo raggio.
    Al confronto i vari Gillan, Coverdale, Rodgers, rimasti arroccati e legati al
    loro passato,non hanno combinato nulla.
    E che il successo piu’ grande sia arrivato con una violinista di bluegrass
    mi diverte e mi convince ancor di piu’ della grandezza di Robert.

    Mi piace

  8. Paolo Barone 02/07/2014 a 16:45 #

    Pur pensando che Plant (e gli altri tre) fuori dal dirigibile non abbia combinato nulla di determinante per la storia del rock, sono totalmente d’accordo con te Mike.
    La distanza fra lui e i cantanti da te citati e’ enorme.
    Iniziamo dal Bluegrass e finiamo con i LZ, siamo troppo forti…

    Mi piace

    • mikebravo 03/07/2014 a 08:09 #

      Nulla di determinante per la storia del rock é verita’.
      Ma la fede nei led zeppelin non é per questo calata, anzi sono i
      lavori dei 3, sparsi dal 1981 ad oggi,anche se minori, che ci hanno
      dato di che cibarsi in tempi di vacche magre.
      Della serie, il Bologna lo vado a vedere in serie b o in serie minori.
      Sempre che non sparisca del tutto.
      Nella musica fortunatamente non perdi l’affiliazione e il titolo.

      Mi piace

  9. mikebravo 17/07/2014 a 08:11 #

    Paolo, vado a Roma per 8/9 gg.
    Ho trovato su internet un servizio ALLA RICERCA DEL VINILE PERFETTO che
    é scritto da un certo SALUZZI che secondo me ha fatto un ottimo lavoro.
    In pratica aggiorna sulla situazione dei negozi di dischi allo stato attuale
    nella capitale.
    Me lo sono stampato ed ho visto sulla mappa di roma dove sono dislocati.
    Alcuni ( pochi ) li conoscevo. La maggior parte ( mai visitati ) me li andro’ a
    cercare.
    Il redattore li ha divisi per quartiere.
    Disfunzioni musicali, Revolver sono defunti da tempo e lo sapevo bene.
    Imparo che Millerecords é ancora aperto.
    Ci sino stato 2 o 3 volte in via merulana ma era sempre chiuso.

    Mi piace

  10. lucatod 17/07/2014 a 11:35 #

    Quando mi trovo a Roma , cerco sempre negozietti di vinili usati , ma fino ad ‘ora le mie ricerche hanno prodotto scarsi risultati . Bisogna dire che il tempo a disposizione è quasi sempre limitato e di conseguenza …. Domenica ho beccato solo la Rizzoli che aveva in offerta numerosi cd , mentre le ristampe in vinile (che non mi fanno particolarmente gola) erano troppo care (10 euro in più dei prezzi amazon o ibs) .

    La città giusta per un collezionista di vinili è sicuramente Londra . Io ci vado ogni anno , e anche se ultimamente hanno chiuso parecchi negozi , bastano i “mercatini” a Camden Town e in particolare Brick Lane (immensi la domenica) dove trovi davvero gli affaroni (da 3 sterline in su!) , ci vuole un giorno intero per girarseli come si deve e ne vale davvero la pena . Oltretutto te li fanno anche controllare di persona , basta avere un po di dimestichezza , così da evitare brutte sorprese .

    Mi piace

  11. mikebravo 17/07/2014 a 14:12 #

    A Roma un tempo c’erano negozi come Disfunzioni Musicali.
    A Firenze c’era Contempo.
    A Bologna Nannucci.
    Contempo aveva anche un’etichetta discografica omonima.
    Nannucci pubblicava dischi con l’etichetta BASE RECORDS.
    Dischi dei Joy Division, New Order, Godz, Fugs, etc
    Negozi che non avevano nulla da invidiare a quelli di Londra.
    Poi é venuto il cd e gli italiani hanno pubblicato bootlegs di ogni genere
    sul nuovo supporto.
    Chi ha posseduto CABALA, un lussuoso box di rarita’ zeppeliniane?
    Ricordo di aver trovato un negozietto di musica in un ipermercato che
    svendeva un centinaio di copie di un bootleg triplo dei L Z a poche lire.
    Bei tempi.
    In quel periodo trovavi tutto sui bootlegs italiani.
    Pubblicavano persino i check-sound di coverdale-page in giappone.
    Tutti i bootlegs che possiedo su cd risalgono a quel periodo.
    E per i collezionisti piu’ incallicati ricordo un vinile edito in italia
    dalla JOKER dal titolo led zeppelin che conteneva un concerto dal
    vivo del gruppo alla faccia del copyright e degli anni settanta in cui fu
    messo in circolazione.
    io lo comprai allo STANDA.
    Tornando agli anni novanta, una rivista italiana dal nome simile a SOUND
    se ne usci’ con un 45 gg allegato che conteneva 3 o 4 canzoni live dei
    L Z, sempre alla faccia del copyright.
    La conservo ancora sigillata.
    Ora i mercatini di franchising suppliscono alla rarita’ di negozi di musica.
    E puoi trovarvi di tutto.

    Mi piace

  12. lucatod 17/07/2014 a 14:53 #

    Mike , io parlo di oggi . Nel nostro paese sono rari , soprattutto a prezzi ragionevoli .
    Se parli al passato (meno di vent’anni fa) ovviamente ne trovavi ovunque e anche molto forniti . Hai nominato il mio tanto amato NANNUCCI ..
    Oggi se ne trovano decisamente meno e non parlo solo negozi di vinili usati , ma proprio di CD , vinili , dvd , stereo etc .. in grande parte soppiantati da megastore vari , nei quali non trovi ad esempio il primo dei FIRM o The Honeydrippers vol 1 . PURTROPPO .
    Nel giro di qualche anno , hanno chiuso anche tanti negozietti londinesi nel quale mi rifornivo . Però (essendo anche la metropoli del rock) se ne trovano comunque tanti , a prezzi ancora vantaggiosi rispetto a quello che si trovano nel nostro paese .
    Se guardi su ebay (che utilizzo parecchio) ad esempio , prendi una ristampa di LZII tedesca anni 80 venduta in ITALIA a 25/30 euro , in Inghilterra una ristampa UK dello stesso album (ma del 71) messo anche meglio , la trovi a 10 euro scarsi . C’è più scelta .
    Certo sapere esattamente dove trovarli (ad esempio a Roma) è molto utile per i Raiders Of The Lost Vinyl .

    Mi piace

    • mikebravo 17/07/2014 a 16:09 #

      Oggi puoi avere tutto senza uscire di casa e ordinando su internet.
      Sia il nuovo che l’usato ( a buoni prezzi certo ).
      Per cui i negozi non servirebbero piu’.
      Ma non fa per me.
      Io provo lo stesso piacere di quando ero ragazzo alla caccia di vinile
      ( ed anche di cd e libri di musica).
      Prendi una citta’ come Bologna con una diecina di negozi di musica
      ( Discodoro su tutti, gli altri minori ).
      Altrettanti megastore ( tra ricordi, mediaworld, comet,marco polo expert
      etc. ).
      Aggiungi una ventina di posti ( al chiuso, in genere fabbriche dismesse ) dove trovi vinile, cd , strumenti musicali, libri di musica
      spartiti assieme a tutto quello che si vende usato ed in franchising.
      Posso dire in tutta sincerita’ che non ho abbastanza tempo per visitarli tutti.
      Spaziando da castel san pietro ( dove ha aperto WE ROCK ) che era
      a Modena un tempo, a vignola ( dove c’é DORA DISCHI con il
      proprietario fanatico dell’INTER ),
      la mia america o, se vogliamo, la mia inghilterra é qui a Bologna.
      Certo, sono un provinciale.
      Ma mi muovo bene anche a Roma.
      E grazie alla lista di negozi che ho trovato su internet, lista aggiornata
      al 2014, la prox. settimana saro’ a caccia.
      Chiamatemi THE HUNTER.

      Mi piace

  13. lucatod 17/07/2014 a 16:41 #

    Ma quale provinciale ! Se hai a disposizione i negozi da te elencati .. beato te! La prossima volta che vado a Roma mi sa che mi passi la tua lista .

    Mi piace

    • mikebravo 17/07/2014 a 17:40 #

      Te la passo subito. Cerca su internet :
      Negozi di dischi. Alla ricerca del vinile perfetto.

      Mi piace

  14. Francesco Boccia 17/07/2014 a 21:59 #

    Scusate se mi intrometto per chiedervi un parere da esperti.

    Nel 1991, in gita scolastica, a Ravenna ho acquistato il bootleg in vinile “Led Zeppelin XXII Anniversary” doppio, con vinili bianchi trasparenti, edizione limitata con numerazione (io ho la numero milleseicento e qualcosa). si tratta del live di londra 1969 (direi le registrazioni uscite sul live BBC), la casa discografica è “Aulica” . C’è ancora il prezzo, l’ho pagato 28 mila lire.
    Secondo voi vale qualcosa ? E’ raro ? non che io abbia voglia di venderlo, e solo che mi piace l’idea di avere un pezzo raro….
    grazie per la consulenza….

    Mi piace

  15. lucatod 18/07/2014 a 00:44 #

    Per quanto ne so io , le rec alla BBC erano tra i bootlegs più venduti (io avevo anche una cassetta non ufficiale presa da un giornale che ora non ricordo…..) quindi sulla rarità non saprei …
    Comunque prova a guardare su questi link
    wap.popsike.com/LED-ZEPPELIN-XXII-Anniversary…/170279455064….

    http://www.ledzeppelinauctions.com/…/led-zeppelin-xxii...
    Si tratta quasi sempre di prezzi soggettivi .

    Mentre per altre info su
    http://www.discogs.com/Led-Zeppelin-XXII-Anniversar.. .

    Mi piace

    • Francesco Boccia 19/07/2014 a 08:32 #

      Luca, grazie per i link, è un mondo nel quale non mi ero mai addentrato, consulterò i siti che mi hai indicato anche per altri dischi.
      Il bootleg XXII Anniversary viene valutato, meglio venduto, dai 40 ai 100 euro, niente male. Comunque me lo tengo stretto, i suoi vinili bianchi fanno sempre colpo quando faccio vedere la mia collezione degli Zeppelin. E’ incredibile come ormai esista una intera generazione che non ha mai ascoltato, o addirittura visto, i vinili.
      Ricordo con piacere quando li portavo a scuola, per scambiarli, nelle buste a misura dei negozi “del nord”, regalatemi da un amico:, Nannucci (che poi ho avuto modo di frequentare direttamente) e Alberti (che mi sembra fosse di Firenze, ma sul nome la memoria potrebbe ingannarmi).

      Mi piace

  16. Paolo Barone 24/07/2014 a 17:36 #

    Lo so che arrivo un po’ in ritardo, ma vorrei consigliare agli amanti di dischi che passano per la mia Roma un paio di posti. Il primo e’ un negozio molto bello, si chiama RADIATION RECORDS e si trova in zona Casilina. Molto fornito di materiale underground in tutte le sue manifestazioni, dal metal alla psichedelia al punk ecc…Poi anche il piccolo HELLNATION sulla Prenestina a due passi da Porta Pia. Una storica tana di dischi e controcultura nel cuore della capitale. Per ultimo, suggerisco a tutti noi appassionati una passeggiata al mercato domenicale di Porta Portese, dove qualsiasi sorpresa e’ possibile e ci sono banchi di dischi fornitissimi, gestiti da appassionati molto competenti. E, come piace a noi, frequentati da persone simpatiche e altrettanto competenti con cui volendo si possono passare minuti piacevoli.

    Mi piace

  17. mikebravo 27/07/2014 a 14:25 #

    Grazie Paolo! in effetti avevo gli indirizzi dei 2 negozi.
    Ad Agosto torno a Roma per 14 giorni ed avro’ piu’ tempo…se sono aperti.
    Comunque sono rientrato oggi dalla capitale ed ho comprato 6 box ltd ad un prezzo
    medio di 20 euro cadauno. Tutti sigillati. I titoli . arbeit macht frei, crac ! , maledetti,
    caution radiation area degli AREA e metrodora di DEMETRIO STRATOS, etc .
    La cosa piu’ singolare delle 2 giornate a zonzo per Roma a dischi é stata la scoperta
    della DISCOTECA LAZIALE vicino alla termini, un negozio di musica lussuoso in una
    zona in mano ai cinesi.
    Lungo i marciapiedi derelitti buttati per terra.
    Forte il contrasto tra le molteplici vetrine deluxe dello store e l’abbandono della zona.
    Un po’ come nel film LA GRANDE BELLEZZA……

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: