AEROSMITH, Firenze Rocks Festival, Ippodromo del Visarno 23-6-2017

29 Giu

Come potevo non amare gli AEROSMITH? Nati dal brodo primordiale a base di YARDBIRDS, ROLLING STONES, LED ZEPPELIN e musica nera dell’epoca, incorniciati in quell’immagine stradaiola fighissima, fautori di quel cazzo di musica rock sublime, mi arrivarono diretti nello stomaco quando non avevo nemmeno 18 anni. L’album fu LIVE! BOOTLEG, ricordo che mentre lo ascoltavo mi perdevo tra le mille foto contenute nella copertina interna. Joe Perry che suona una Fender per mancini con a penzoloni sulla schiena una chitarra BC RICH è tuttora una figura iconica per me. L’album a dire il vero era un po’ troppo spezzettato, una live compilation con pezzi che andavano dal 1973 al 1978, ma quel “difetto” sapeva anche trasformarsi in pregio, regalando infatti all’album quell’aria da bootleg, da disco dal vivo sporco, intenso, schietto. Quando poi scoprii AIN’T GOT YOU / MOTHER POPCORN, con quel groove imputanito e le giravolte del cantato, capitolai e con l’enfasi dell’adolescente in preda a bollori, in modo solenne dichiarai: AEROSMITH miglior gruppo della storia.

EAST RUTHERFORD – AUGUST 06: Aerosmith guitarist Joe Perry performs onstage at The Meadowlands on August 06, 1978 in East Rutherford, New Jersey. (Photo by Ron Pownall/Corbis via Getty Images)

Gli Aero sono dunque un gruppo americano che amo moltissimo e che considero tra le cinque meraviglie del rock statunitense (per la cronaca insieme ai WHITE TRASH di EDGAR WINTER, ai JOHNNY WINTER AND, LITTLE FEAT e ALLMAN BROTHERS BAND). Il gruppo è composto da una normalissima sezione ritmica, una bravo chitarrista riservato e pacato, un gran bel delinquente alla chitarra principale e una superstar di livello cosmico. Già, per quanto mi identificassi in Joe Perry (di lì a qualche anno i tre dischi del Joe Perry Project entrarono a far parte in modo deciso del mio mondo fantastico) fu Steven Tyler ad irretirmi più di tutti. Cantante superlativo, showmen inarrivabile, figo di prima classe, autore sopraffino! L’assonanza dei nostri nomi trasportati in terra americana (Steven Tyler appunto e Steven Tyrrell) poi mi legò a lui ancora di più.

GET YOUR WINGS (1974) , TOYS IN THE ATTIC (1975) e ROCKS (1976) mi tramortirono. Tre album così belli e così rock da far girare la testa. KINGS AND QUEEN (1977) segnò un po’ il passo ma NIGHT IN THE RUTS (1979) a mio parere li riportò in alto. Poi Perry e Whitford se ne andarono, arrivarono Jimmy Crespo e Rick Dufay (amai anche questa coppia di guitarslinger) e ROCK IN A HARD PLACE prese forma.  Sono un amante degli album obliqui dunque mi piacque parecchio anche questo. Reunion, un paio di nuovi live e DONE WITH MIRROR, altro album obliquo che adorai. Nel 1987 uscì PERMANENT VACATION, gli Aero diventarono più commerciali (rimanendo comunque un gruppo rock) e andarono incontro ad un successo universale. Il resto, come si dice, è storia.

Vidi il gruppo nel 1989 al Palatrussardi di Milano e nel 1990 al Monster Of Rock organizzato all’interno della festa dell’Unità di Bologna (avevo anche il pass backstage in quanto scriba della rivista Metal Shock, trovarsi dunque nella zona hospitality insieme a Beppe Riva e Gianni Della Cioppa non fu male, soprattutto quando Tyler mi scrutò attentamente mentre scattavo una foto a Brad Whitford che pazientemente si era messo in posa con una copia della mia fanzine Oh Jimmy).

Arrivo a Firenze quindi con un po’ di timore, so molto bene che il rock e l’età avanzata sono un connubio quasi mai vincente, non vorrei rovinarmi il castello che ho nella mia testa, ma Saura non li aveva mai visti, non potevo esimermi.

Questi eventi tenuti in prati immensi non fanno (più) per me, non ho grandi ricordi del concerto dei ROLLING al Circo Massimo del 2014 e degli AC/DC a Imola del 2015. Troppa gente, troppo distante il palco dalla nostra posizione, troppo fastidio. Sono discorsi da uomo di una incerta età, lo so, ma il riflesso è quello, e poi il fatto è che non sono più concerti, ma eventi appunto, la musica non si sente bene, lo spettacolo non si gusta nella maniera appropriata, il gigantismo non fa bene al rock.

Percorriamo la distanza tra Regium Lepidi e Florentia in meno di due ore. Il problema è parcheggiare in città. Dopo diversi giri a vuoto troviamo un garage a pagamento. Entrare ad un grosso concerto rock significa lasciare che gli addetti ti perquisiscano, ti passino uno scanner sul corpo e ti tolgano i tappini dalle bottigliette d’acqua e guardino un po’ di traverso i panini che ti sei portato da casa. Sì perché non ho più voglia di farmi spennare pagando bottigliette d’acqua 5/10 volte il loro valore o panini che ti costano come un pranzo in trattoria. Adesso poi che c’è la faccenda dei token, la spesa minima che devi fare per acquistare qualcosa è 15 euro, ma vaffanculo, va.

Entriamo sul prato dell’ippodromo e la situazione mi pare subito dignitosa; certo 50.000 persone non sono un numero impossibile, la cifra rimane ad ogni modo alta, ma il tutto sembra vivibile. Proviamo ad avvicinarci al palco nella sezione centrale, conquistiamo una posizione discreta ma capiamo ben presto che se rimaniamo lì rischiamo di guardare il concerto solo sui maxischermi. Ci spostiamo a sinistra e la cosa sembra migliorare, la visuale non è niente male, se non altro riusciremo a vedere il gruppo.

Alle 19 salgono onstage i PLACEBO. Capisco che abbiano un senso, che la loro proposta abbia una certa profondità, ma non fanno per me. Brani molto simili, arrangiamenti tutti uguali, nessun passaggio strumentale di rilevo e melodie raramente briose. Alle 20,15 terminano. 45 minuti di attesa. Sono le 21, a minuti rivedrò gli Aero. Provo una certa emozione. Non ho voluto dare un’occhiata a scalette e videoclip tratti dagli altri concerti. Non so cosa aspettarmi

Aerosmith – Firenze Rocks Festival 23-6-2017 – photo Tim Tirelli

Eccoli. Tyler e Perry sulla pedana che s’inoltra nella pubblico e gli altri tre sul palco vero e proprio. LET THE MUSIC DO THE TALKING comparve sul primo disco del Joe Perry Project nel 1980, fu poi ripresa dal gruppo per DONE WITH MIRROR del 1985; mi sorprendo sempre quando la propongono in concerto, ma ne sono ovviamente felicissimo, è un pezzo per veri fan che amo molto.

Segue YOUNG LUST, pezzo di cui farei anche a meno. Arriva poi il primo grande successo: RAG DOLL. Faccio una prima considerazione e mi dico che seppur lo spettacolo è emozionante e Tyler è un fighissimo rock and roll animal, la sua voce non è senza dubbio quella di un tempo (ma è una cosa naturale intendiamoci), il gruppo appare appesantito è non certo in formissima e che Joe Perry perde colpi. Riascoltando i brani su youtube la cosa sembra meno evidente, tuttavia ricordo chiaramente che al concerto fu una cosa che notai immediatamente.

LIVIN’ ON THE EDGE, LOVE IN A ELEVATOR confermano la mia impressione. Sia chiaro, non voglio diventare puntiglioso, mi sto divertendo, ma mi rifiuto di stare al gioco e fare finta che sia tutto come un tempo. Col gruppo c’è Buck Johnson, tastierista, corista, manipolatore delle basi, sì perché in alcuni punti ci sono anche quelle. Mi interrogo su come il pubblico sia pronto a farsi illudere, tutti a far finta che il tempo non sia passato, tutti pronti ad usare (il giorno dopo) iperbole per descrivere il concerto. Non è tanto il concerto che si viene a vedere, sembra che il punto importante sia quello di esserci, di partecipare ad un rito che dia significato al proprio ego, alla propria esistenza. Dietro di me alcune ventenni decise a spassarsela. Una di loro dopo ogni canzone urla come stesse impazzendo, anche quando ha parlato tutto il tempo o era al telefono. E’ quella che spesso urla a Steven “nudo, nudo, nudo”. A parte che una così Tyler non se la filerebbe proprio, sarebbe bello vedere la sua faccia davanti al suo idolo, 69nne, nudo. Ad un certo punto chiama al telefono una sua amica e le urla: “Ecco il tuo Steven“, tiene il telefono alto per circa un minuto per poi capire subito dopo che la sua amica non stava sentendo nulla. Ce la vedo tra 25 anni, ricordare è ingigantire l’episodio per dare enfasi alle avventure fatte da giovane.

Quello che mi colpisce è l’imprecisione di Perry. A parte il periodo 1977/78 quando a volte appariva sul palco quasi incapace di suonare per colpa di certe sostanze (se ricordo bene Houston 1977, ad esempio), è sempre stato un chitarrista rock pronto sullo strumento, passione e buona tecnica. Stasera mi sembra un tantinello fuori, pasticcia, gioca a fare il Joe Perry. Guardarlo è divertente ma se lo si ascolta attentamente si rimane un po’ delusi.

Aerosmith – Firenze Rocks Festival 23-6-2017 – photo Tim Tirelli

JANIE’S GOT A GUN e NINES LIVE non mi sono mai piaciute troppo. Arriva il momento del Perry canterino con STOP MESSIN’ AROUND e OH WELL dei PETER GREEN’S FLEETWOOD MAC. Alla voce se la cava meglio di quello che mi aspettassi. Apprezzo che il gruppo rischi e proponga due pezzi così in un festival di questo tipo, ma STOP MESSIN’ AROUND risulta un blues dozzinale con assoli davvero mediocri. La sezione ritmica col suo fare scolastico non aiuta di certo, e anche Buck Johnson si rivela musicista per nulla particolare. Per fortuna che c’è l’armonica di Steven Tyler. Buone anche prove di Brad Whitford, come sempre una sicurezza.

Per SWEET EMOTION arriva sul fronte del palco Tom Hamilton, rifatto e tiratissimo. Penso a come gli sia andata bene, finire in un gruppo dove c’è Steven Tyler e passare alla storia per un unico giro niente male scovato tra le corde del basso. Steven fatica a mantenere l’intonazione. Non ne sono sicuro ma le tonalità di diversi pezzi sembrano essere state abbassate.

I DON’T WANT TO MISS A THING fu un bel singolo, lo ascolto ancora volentieri ma, ecco, i miei Aerosmith non sono così sdolcinati. Mi perdo a seguire Steven, nonostante i problemini, l’età che avanza, rimane una forza della natura (come Mick jagger), e seppur non canti più come un tempo mi piace sempre tanto. Durante la cover di COME TOGETHER Joe Perry rompe una corda, può permettersi di smettere di suonare, dietro c’è il fido Whitford che tiene in piedi  – strumentalmente – la band.

Ogni tanto intravedo Ross Halfin sul palco intento a fotografare i nostri.

CHIP AWAY THE STONE fu il singolo (non troppo fortunato) che cercò di trainare l’album LIVE! BOOTLEG nel 1978. Scritto da Richie Supa, trattasi di un bel tempo medio rollinstoniano. Mi ringalluzzisco, eccoli i miei Aerosmith, ritmica sexy, corpo strumentale, groove anni settanta

Il videoclip tratto da Firenze è di scarsa qualità, quindi includo anche quello ufficiale del bel tempo che fu.

CRYIN’ e DUDE chiudono la prima parte. Perry ancora impreciso. Tyler salta, balla, coinvolge. Gli Aerosmith sono lui.

Il gruppo sparisce per qualche minuto poi ritorna per il bis. Steven accenna in maniera un po’ tremolante a IF I FELL dei Beatles, è incerto anche l’intro di DREAM ON al piano. Sul palco si può sbagliare, ci mancherebbe, ma farlo in un concerto davanti a 50000 persone è problematico, il tutto si amplifica. Curiosamente anche Perry sbaglia, l’inizio dell’assolo non è certo degno del suo nome. Il momento però è insigne, DREAM ON va comunque seguita con pathos.

Prima di WALK THIS WAY c’è un misunderstunding tra Tyler, Kramer e la band. Mr Tallarico ha in mente MOTHER POPCORN mentre gli altri sembrano già diretti verso WALK THIS WAY. Tyler insiste, per fortuna. La versione di MOTHER POPCORN sul disco dal vivo del 1978 è uno dei miei momenti live preferiti. Risentirla dal vivo nel 2017 mi fa tantissimo piacere, non me la aspettavo di certo. Abbiamo detto che Tyler non ha più la nella voce l’esuberanza dei tempi d’oro, ma non si risparmia, si butta, rischia e porta a casa il risultato. Di nuovo i miei Aerosmith.

WALK THIS WAY chiude in modo classico lo show.

Aerosmith – Firenze Rocks Festival 23-6-2017 – photo Tim Tirelli

Aerosmith – Firenze Rocks Festival 23-6-2017 – photo Tim Tirelli

Bello spettacolo dunque e discreta performance musicale. Dobbiamo essere realisti, gli Aero oggi sono questi. Forse non sono più adattissimi a festival del genere, credo che viste le loro odierne capacità le arene indoor sarebbero più indicate, con un po’ di intimità in più il tutto risulterebbe più onesto. Detto questo sono contento di essere andato, chissà se li rivedrò mai più, ma tutto sommato posso ritenermi soddisfatto: ho visto una delle leggende americane tre volte nella vita, e questo prima dell’arrivo delle seasons ot wither.

 

Let the Music Do the Talking

Young Lust

Rag Doll

Livin’ on the Edge

Love in an Elevator

Janie’s Got a Gun

Nine Lives

Stop Messin’ Around

Oh Well

Sweet Emotion

I Don’t Want to Miss a Thing

Come Together

Chip Away the Stone

Cryin’

Dude (Looks Like a Lady)

 

Bis:

If I Fell / Dream On

Mother Popcorn

Walk This Way

 

 

7 Risposte to “AEROSMITH, Firenze Rocks Festival, Ippodromo del Visarno 23-6-2017”

  1. baccio 29/06/2017 a 12:00 #

    Mi spiace Tim non esserci potuti incontrare, ma c’era troppa gente; sarà per la prossima volta.
    In effetti per noi vecchietti la cosa migliore è sistemarsi ai lati (io ero in posizione speculare alla Tua sulla destra guardando palco).
    P.S. oggi ricorre il 37° anniversario dei Led Zep a Zurigo!

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  2. Paolo Barone 01/07/2017 a 00:50 #

    Mi sarebbe piaciuto vederli, ma fra Italia e States non ci sono mai riuscito!
    I loro primi album sono fenomenali, il resto non fa per me tranne qualche brano sempre contagioso, nella dimensione live mi sembra che nonostante tutto ancora reggano bene.
    Ma avessero fatto solo Live Bootleg e basta, senza niente prima e dopo, sarebbero comunque entrati per sempre nel mio immaginario…Un disco strepitoso, uno dei top rock and roll album di tutti i tempi, uno di quelli che non ho mai smesso di sentire e di amare, e per gli stessi motivi che ci racconta Tim.
    Quella copertina interna che aprivamo mentre il disco girava sul piatto…quelle foto legate a quelle canzoni…un capolavoro irripetibile.
    Mi sorprende vedere che oggi qui da noi abbiano un pubblico così vasto, non ricordo ci fossero molte persone interessate a loro ai tempi della mia scoperta di Live Bootleg.
    Per me la band di Perry nel periodo d’oro e’ legata in molti modi ai New York Dolls.
    Eppure se parlo delle Bambole con i miei amici fan degli Aerosmith le schifano quasi sempre senza eccezioni. E se parlo dei Toxic Twins con i miei cari devoti al culto dei NYD schifano con altrettanto fervore.
    Mah! Solo alle volte ultimamente, con dei ragazzi poco più che ventenni ho trovato sintonia con questa e altre mie poligamie rock.
    Bel resoconto Tim, mi sarebbe tanto piaciuto esserci, cazzo Mother Popcorn!

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  3. mikebravo 03/07/2017 a 15:28 #

    Avete fatto bene ad andare.
    Oramai per tanti gruppi suona la campanella.
    Quella di fine lezione.
    Pensare a personaggi come Tyler e Perry in pensione fa un po’ ridere.

    Anche sugli aerosmith arrivai in ritardo.
    Diciamo 1978.
    Manuel Insolera su Ciao 2001 li dipingeva come i nuovi stones.
    Io invece li ho subito messi dalla parte degli zeppelin.
    Perry dorme ancora col santino di Page sotto il cuscino.

    Page cosa tiene sotto il cuscino ?
    Il santino di Plant ?

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    • bodhran 04/07/2017 a 16:08 #

      temo che Page sotto il cuscino abbia, da decenni oramai, il santino di sè stesso, giovane.

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      • Francesco Boccia 04/07/2017 a 16:34 #

        Avevo pensato la stessa cosa ma non ho avuto il coraggio di scriverla, temo che “Lui” ci legga…

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  4. Francesco Boccia 04/07/2017 a 14:09 #

    Tim, ottimo resoconto, come al solito.
    in questi ultimi mesi mi sono riavvicinato alla musica made in USA.
    nei primi 90 i miei preferiti erano (in ordine decrescente) gli Skynyrd, Blue O.C., Allman B.B., Stooges, Vanilla Fudge e Jimi Hendriex, ma devo ammettere che ho una discografia significativa solo dei primi due gruppi. Adesso sto scoprendo dettagliatamente Springsteen (grazie ala biografia che leggo con piacere) e proprio gli Aerosmith. Quindi, non posso non fare tesoro di quanto scritto nell’articolo…

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    • Paolo Barone 04/07/2017 a 20:21 #

      Sono felice di vedere gli Stooges nominati da queste parti e in compagnia di quelle band. Francesco, con loro non devi fare fatica, solo tre album che (per me) valgono una vita di ascolti!
      Sto leggendo in questi giorni Please Kill Me, forse il libro più citato di quelli che parlano della storia del Punk e del Rock and Roll degli anni 70 e ancora una volta il contributo dato dal gruppo Detroitiano e’ storicamente inestimabile.
      Sapere che anche tu li ascolti insieme ad altre band americane dai suoni molto diversi e altrettanto strepitosi mi fa sentire meno solo!

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