Mahavishnu Orchestra according to Tim Tirelli

27 Mar

ll Jazz-Rock mi arriva immediatamente dopo aver scoperto il Rock, nella seconda metà degli anni settanta. Gli amici un po’ più grandi e più esperti guardavano già oltre: d’accordo i Led Zeppelin, i Genesis, gli Emerson Lake & Palmer e il resto, ma c’erano altri musicisti brillantissimi e tecnicamente dotati da seguire, musicisti dediti ad una musica strumentale più articolata; sì perché che il Rock fosse già bello di per sé lo avevamo capito, ma se i membri dei gruppi che amavamo sapevano anche suonare molto bene, si godeva ancor di più grazie alle loro magie virtuosistiche (sempre che non sfociassero nel tecnicismo fine a se steso). E’ così che i più maturi di noi cominciarono a viaggiare in quegli spazi e comprare gli album dei grandi gruppi di jazz-rock o dei loro membri. Return To Forever, Weather Report, Al Di Meola, Brand X e via dicendo. Io ero troppo preso dall’incantesimo del Rock in senso stretto per godere appieno di quei nuovi orizzonti, ma lo stare a contatto con quel sound e quelle sperimentazioni musicali mi avrebbe comunque segnato. Il mio primo acquisto di quel genere fu Love Devotion Surrender (1973) di Carlos Santana e John McLaughlin registrato insieme alle loro rispettive band: Santana e Mahavishnu Orchestra. I primi ascolti furono difficili, le svisate avevano l’approccio rock ma la musica possedeva l’ampio respiro della sperimentazione musicale del jazz. Ero già un fan di Carlos (il primo chitarrista che ho amato) ma non ero ancora arrivato all’album Caravanserai (1972) e al suo periodo jazz-rock, faticai dunque ad immergermi in quel magma ribollente di musica straordinaria, magma che ad ogni modo finì per diventare disco d’oro in America (14esima posizione della classifica), incredibile se ci pensa oggi. L’altro disco del genere che comprai fu quello che allora era l’ultimo della Mahavishnu Orchestra, Inner Worlds del 1976. Sebbene quei due album solo saltuariamente apparirono sul mio giradischi, gli amici continuarono ad ascoltare quella musica fino a che essa finì nel mio DNA.

Il gruppo che forse incarnò meglio quell’epoca straordinaria fu la Mahavishnu Orchestra appunto. Tutto ebbe più o meno inizio con le registrazioni dell’album Bitches Brew (1970) di Miles Davis, disco rivelazione di jazz con pulsioni rock (sempre che sia il caso di usare questo termine in quel contesto), i musicisti coinvolti in quel progetto nel breve volgere di un paio d’anni iniziarono a formare gruppi che diventarono leggendari in quel campo. Uno di questi come detto fu la Mahavishnu Orchestra, gruppo che ora posso considerare una magnifica ossessione per me , gruppo che considero uno dei picchi più alti di quella attività umana che chiamiamo musica.

La Mahavishnu che più (mi) interessa la si può sostanzialmente dividere in due fasi: quella del 1971-1973 e quella del 1974-76. Due formazioni diverse e due approcci differenti per una manciata di album straordinari. Nell’estate del 1971 John McLaughlin’ (significato del nome: Giovanni dello Scandinavo … McLaughlin è la trascrizione irlandese di son of Lochlann, il nome Lochlann – appartenuto a un re vichingo – significa letteralmente terra dei laghi/fiordi) forma il gruppo, una settimana di prove e via al primo concerto: gruppo spalla di John Lee Hooker (riuscite a immaginarlo?). Dopo un paio di settimane di warm up live il gruppo entra in studio per la prima volta per quelli che saranno 5 anni di musica per cuori forti, per intelletti curiosi e disposti a tutto, per comprendere che in questo caso l’evoluzione umana ha funzionato, avendo trasformato 5 mammiferi discendenti dalle scimmie in creature capaci di definire il suono universale.

John McLaughlin Mahavishnu Orchestra

 

THE INNER MOUNTING FLAME – 1971 – TTTT

1. Meeting Of The Spirits (6:52)
2. Dawn (5:10)
3. Noonward Race (6:28)
4. A Lotus On Irish Streams (5:39)
5. Vital Transformation (6:16)
6. The Dance Of Maya (7:17)
7. You Know, You Know (5:07)
8. Awakening (3:32)

  • John McLaughlin – guitar
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, organ
  • Jerry Goodman – violin

Registrato in agosto, l’album viene pubblicato nel novembre del 1971 dalla Columbia, raggiunge in USA  l’11esimo posto nella classifica dei Jazz Album e l’89esimo posto nella classifica generale, risultato quest’ultimo sorprendente per un gruppo del genere. Meeting Of The Spirits mette sul banco sin da subito il carattere del gruppo: magnifica musica strumentale sostenuta dalle capacità tecniche dei singoli musicisti; ad intensi momenti elettrici si contrappongono spazi più lenti e riflessivi. Il piano di Hammer (musicista cecoslovacco nato a Praga nel 1948) e il violino di Goodman si interfacciano con la maestosa chitarra del leader e la superba sezione ritmica. Dawn è uno di quei brani che sospinge verso le profondità cosmiche che tanto tiro in ballo. Il piano di Jan, il basso di Laird, il tempo tenuto in maniera ineccepibile da Cobham e la chitarra stratosferica di McLaughlin … una meraviglia. Il tempo poi si fa più sostenuto con l’ingresso del violino di Goodman. L’alba di un progetto musicale di lignaggio sopraffino.

Noonward Race parte con la chitarra a mille accompagnata dalla batteria. Nella corsa si rincorrono poi gli altri strumenti col violino su tutti. A Lotus On Irish Streams cambia radicalmente l’atmosfera, acquarello acustico adattissimo a descrivere il fior di loto che scorre su ruscelli irlandesi. Vital Transformation ti fa capire che razza di musicisti ci fossero nella Mahavishnu. Jeff Beck su tutti deve moltissimo a questo gruppo e a McLaughlin che qui si lancia in una delle tempeste elettriche che lasciano letteralmente senza fiato. La chitarra solista affronta qualsiasi impervio sentiero le si para davanti, io vi trovo un nesso con le lunghe improvvisazioni di Page con i LZ di Dazed And Confused. L’approccio rock di McLaughlin è sensazionale. The Dance Of Maya gioca su tempi difficili da tenere, brano piuttosto ostico che ad un certo punto la butta sul blues. Cobham secondo me esagera con l’uso del China Cymbal, ma sarà forse perché personalmente lo trovo un accessorio ritmico fastidioso. You Know, You Know l’ho vista fare due anni fa da Jeff Beck e le emozioni mi hanno riempito il cuore. Chissà cosa deve essere stato sentirla e vederla suonare dalla MO ai tempi di cui parliamo. Il mirabile pianino di Hammer, chitarra e violino in sottofondo e la sezione ritmica che fa esattamente quello che deve fare in un pezzo del genere. Il tocco di Cobham è divino.

Di nuovo in balia di tornado elettrici con Awakening. Alla faccia del risveglio! Di nuovo un approccio rock cazzutissimo da parte di McLaughlin. La Mahavishnu nella sua versione più schizoide.

Gran album di debutto.

 

BIRDS OF FIRE – 1973 – TTT½

1. Birds of Fire (5:41)
2. Miles Beyond (Miles Davis) (4:39)
3. Celestial Terrestrial Commuters (2:53)
4. Sapphire Bullets of Pure Love (0:22)
5. Thousand Island Park (3:19)
6. Hope (1:55)
7. One Word (9:54)
8. Sanctuary (5:01)
9. Open Country Joy (3:52)
10. Resolution (2:08)

  • John McLaughlin – guitars
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, Moog synthesizer, Fender Rhodes
  • Jerry Goodman – violin

Birds of fire è confezionato in studio nell’estate del 1972 e pubblicato nel gennaio del 1973. Raggiunge incredibilmente la 15esima posizione In USA e la 20esima in UK delle classifiche generali. Sarà l’ultimo album da studio della prima formazione, (il terzo album sarà infatti pubblicato solo nel 1999). Solo in quegli anni poteva accadere una cosa del genere. Trovo quest’album forse meno riuscito del precedente e in generale di tutti quelli usciti nel periodo d’oro; anche qui McLaughlin unico compositore. Il pezzo Birds of Fire è costruito su riff e passaggi che violino e chitarra suonano all’unisono. Miles Beyond parte con un gran bel lavoro al di Jan Hammer al piano (che a tratti ricorda Hendrix), su cui poi si intersecano cupi passaggi più duri. Molto bello l’intermezzo tra piano e basso.

Celestial Terrestrial Commuters è tipico jazz rock di quegli anni, Sapphire Bullets of Pure Love è un inutile sketch di 30 secondi mentre Thousand Island Park è un bel quadretto dipinto col piano, il basso e una splendida chitarra acustica. Hope è una maestosa digressione su tempi dispari a cui seguono i nove febbrili minuti di One Word pieni di spunti e idee. Riuscito lo spazio lasciato a Rick Laird e al suo basso. Sanctuary è un velo di crepe nere da indossare , una tetra melodia di volta in volta tratteggiata da violino, tastiere e chitarra.

Sentimenti più solari ritornano con Open Country Joy a cui anche la nostra PFM deve qualcosa.

Resolution è edificato su un crescendo ostinato e continuo e chiude l’album in maniera piuttosto interlocutoria. Album che come detto – a dispetto del grande successo – personalmente trovo quasi incompiuto.

 

THE LOST TRIDENT SESSIONS 1973 (pubblicato nel 1999) – TTTTT

1. Dream (11:06)
2. Trilogy (9:30)
3. Sister Andrea (6:43)
4. I Wonder (3:07)
5. Stepping Stone (3:09)
6. John’s Song (5:54)

Disco che si trova anche all’interno di The Complete Columbia Albums Collection

  • John McLaughlin – guitar, production
  • Jan Hammer – electric piano, synthesizer, production
  • Billy Cobham – drums, production
  • Jerry Goodman – electric violin, viola, violow (custom viola with cello strings), production
  • Rick Laird – bass, production

Negli ultimi giorno del giugno 1973 il gruppo si trova in studio per registrare il terzo album da studio. Le sedute di registrazione sono tenute ai Trident Studios di Londra, da un punto musicale tutto è eccellente ma dal punto di vista personale sono giorni pesanti, i membri del gruppo non si parlano più, ci sono tensioni nei rapporti, Hammer e Goodmansi rendono pubbliche le loro frustrazioni dovute al modo in cui John McLaughlin esprime la leadership. Il gruppo si dissolve.

Trident Studios – foto d’epoca

In una intervista del 1977 McLaughlin dichiarò: “c’è un album da studio che non è mai stato pubblicato e che è molto buono ma al tempo la band correva un po’ troppo ed era incapace di vedere le cose in modo chiaro. Tutti erano nervosi, non so il perché. Quando mi dissero come si sentivano, rispettai la cosa e non chiesi loro di spiegarmi il perché, così facemmo uscire l’album live, che è buono ma non allo stesso livello. Un giorno spero che il disco da studio verrà pubblicato. E’ un gran buon album.”

Nel 1998 un produttore della Columbia – mentre cercava materiale per i remaster dei due album precedenti – si imbatté in alcuni nastri che si rivelarono essere il mix stereo dell’album inedito del 1973. Il disco fu pubblicato nel settembre del 1999.

Questo è il mio disco preferito della Mahavishnu. Ascoltare le versioni in studio dei pezzi che conoscevo solo in formato live fu un gran momento per me.

Dream (John McLaughlin) apre l’album con atmosfere – manco a dirlo – sognanti: chitarra acustica, piano, basso, lievi pennellate ritmiche, violino  … il pezzo poi si allinea alle forme classiche del Jazz-Rock con una prova d’insieme dei musicisti notevolissima.

Trilogy (John McLaughlin) è uno degli episodi che preferisco della Mahavishnu, è diviso in tre parti: The Sunlit Path, La Mere de la Mer, Tomorrow’s Story Not the Same ; il disegno iniziale della chitarra mi spinge ogni volta verso le autostrade cosmiche. Lo trovo di una bellezza definitiva. L’arpeggio iniziale poi viene rivoltato come un calzino. Intorno al minuto 5, il ritmo cambia radicalmente, il gruppo prova una feroce incursione in territori sconosciuti prima di ritornare a valle portato da correnti più quiete.

In Sister Andrea (Jan Hammer) la chitarra sperimenta mentre il gruppo jazzrockeggia da par suo. Nella parte finale ampio spazio per Hammer. Approccio sempre molto rock. Avvenente l’inizio di I Wonder (Jerry Goodman), un bell’arpeggio in minore su cui McLaughlin fa cose sublimi. L’aver aperto il songwriting anche agli altri rende il tutto più salutare. Sul finale anche Hammer ci dà dentro alla grande.

Stepping Tones (Rick Laird) è un pezzo da bassisti, tempi dispari per paesaggi musicali disegnati con gusto surreale. John’s Song #2 (John McLaughlin) conclude il disco con soluzioni sperimentali. Brano quasi senza fondamenta, il talento dei musicisti veleggia verso luoghi privi di strade e nomi, in un intreccio di esaltazioni musicali.

Album dunque di grande spessore, per quanto mi riguarda indispensabile per le notti in cui si decide di ascoltare il mormorio delle stelle.

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 – TTTT

1. Trilogy Medley (12:01)
… The Sunlit Path
… La Mere De La Mer
… Tomorrow’s Story Not The Same
2. Sister Andrea (8:22)
3. Dream (21:24)

  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

 

Un disco dal vivo di Jazz Rock che contiene materiale inedito e che arriva al 41esimo posto della Top200 di Billboard. Davvero, solo nel 1973 poteva accadere una cosa del genere. Registrato il 18/08/1973 allo Schaefer Music Festival tenuto al Central Park di New York il disco – come detto – contiene tre dei pezzi registrati in studio due mesi prima e non pubblicato.

Consiglio l’edizione tratta dal mini cofanetto The Complete Columbia Albums Collection, il disco infatti beneficia di un nuovo mix (più chiaro dell’originale) ed inoltre ci sono pezzetti di musica in più rispetto alla versione precedente. I pezzi qui presenti sono resi in maniera più estesa: Trilogy passa dai 9 ai 12 minuti, Sister Andrea dai 6 ai 9 e Dream addirittura da 11 a 21.

Bisognerebbe mettersi di buona voglia, con la predisposizione d’animo giusta e in cuffia per godere del trasporto e dell’esaltazione mistica dei musicisti in quel contesto live. Performance da descrivere solo con iperbole.

Unreleased Tracks from

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 (pubblicato nel 2011) – TTTT

The Complete Columbia Albums Collection

  1. Hope (1:47)
  2. Awakening (14:08)
  3. You Know, You Know (7:12)
  4. One Word (18:30)
  5. Stepping Tones (2:01)
  6. Vital Transformation (6:16)
  7. The Dance of Maya (14:04)
  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

Nel cofanetto The Complete Columbia Albums Collection vi è praticamente tutto quanto relativo alla prima formazione, i primi due album studio, il disco dal vivo e due bonus disc. Uno contiene appunto l’album da studio del 1973 pubblicato per la prima volta nel 1999 e il seguito del live di cui abbiamo appena parlato. Si tratta di materiale aggiuntivo è tratto sempre dalle due sere del 17 e 18 agosto 1973 al Central Park di New York. Le prove dei musicisti sono dunque dell’altissimo livello appena descritto. Hope funge da introduzione mentre Awakening  saltella tra spunti di furia elettrica e spazi lasciati ai musicisti. Quello di Jan Hammer ha in sottofondo lo stesso effetto usato dagli ELP per Karn Evil 9. L’assolo in solitaria di McLaughlin scuce e ricuce l’animo in un gran sobbalzare d’emozioni. You Know, You Know a mio avviso è troppo veloce e isterica, un pezzo del genere non beneficia di una manipolazione del genere. Sono 18 i minuti per One Word; ampi spazi psichedelici per il basso Rick Laird e groove funk per una prova di gruppo nuovamente stellare. One Word contiene anche un grande assolo di batteria di Billy Cobham. Stepping Tones dura appena due minuti prima che venga fagocitata da Vital Transformation. Chitarra, violino e tastiere battibeccano velocissimamente mentre basso e batteria tengono una base infernale. Il siparietto blues contenuto all’interno di The Dance Of Maya, è piuttosto divertente. I confini del genere cambiano continuamente. E’ un blues stralunato e pieno di tecnicismi eppure vitale, bollente e carnale. Mclaughlin alla chitarra è un vero portento. Che spettacolo!

APOCALYPSE – 1974 – TTTT

1. Power Of Love (4:13)
2. Vision Is A Naked Sword (14:18)
3. Smile Of The Beyond (8:00)
4. Wings Of Karma (6:06)
5. Hymn To Him (19:19)
  • John McLaughlin – guitars, vocal composer
  • Gayle Moran – keyboards, vocals
  • Jean-Luc Ponty – electric violin, electric baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals
  • Narada Michael Walden – drums, percussion, vocals

with

  • Michael Tilson Thomas – conductor, piano
  • Michael Gibbs – orchestration
  • Marsha Westbrook – viola
  • George Martin – producer
  • Carol Shive – violin, vocals
  • Philip Hirschi – cello, vocals
  • Geoff Emerick – engineer

Nel 1974 la Mahavishnu Orchestra cambia faccia, solo McLaughling rimane, entrano nella scuderia quattro nuovi ottimi musicisti con i quali viene registrato in marzo il nuovo album, poi pubblicato in aprile. Il gruppo è aiutato dalla London Symphony Orchestra, connubio curioso ma che comunque porta il disco alla posizione 43 della classifica USA. Altro risultato memorabile (per un album di Jazz Rock). Il songwriting è di nuovo appannaggio del solo McLaughlin.
La nuova Mahavishnu sembra da subito più riflessiva, in Power Of Love gli archi della London Symphony Orchestra cullano la chitarra acustica, in Vision Is A Naked Sword la LSO si fa tenebrosa e interagisce in maniera a tratti scomoda con il gruppo, certo è che quando la band parte è un gran godimento starla ad ascoltare. A metà pezzo sorge un gioco di chitarra riuscito su cui le sirene del violino lanciano il proprio grido. A sorpresa in Smile Of The Beyond debutta il cantato su un disco della MO, la tastierista Gaule Moran gorgheggia infatti sui paesaggi musicali creati dalla LSO. A metà brano La Mahavishnu sostituisce la LSO; il basso di Armstrong resta sempre in bella evidenza.

Di nuovo la LSO nell’inizio di Wings Of Karma, il gruppo entra dopo due minuti ed il Jazz Rock torna prepotente. La chitarra di John McLaughlin, il violino di Jean-Luc Ponty! La batteria di Narada Michael Walden è a tratti irritante, China cymbal e crash a go go, quando forse sarebbero stato meglio evitare. Hymn To Him dura più di 19 minuti, inizio delizioso, sviluppo sognante, chitarra e atmosfera che talvolta richiamano il Santana dell’epoca (intorno al minuto 4:30). Poi lo spirito di McLaughlin prende il sopravvento e l’improvvisazione diventa molto Mahavishnu. Dopo 8 minuti circa il mood del pezzo cambia di nuovo, groove medio da Jazz Rock, con il piano e il basso in evidenza. Lungo assolo di Ponty

VISIONS OF THE EMERALD BEYOND – 1975 – TTTTT

1. Eternity’s Breath Part 1 (3:10)
2. Eternity’s Breath Part 2 (4:48)
3. Lila’s Dance (5:34)
4. Can’t Stand Your Funk (2:09)
5. Pastoral (3:41)
6. Faith (2:00)
7. Cosmic Strut (3:28)
8. If I Could See (1:18)
9. Be Happy (3:31)
10. Earth Ship (3:42)
11. Pegasus (1:48)
12. Opus 1 (0:15)
13. On The Way Home To Earth (4:34)

  • John McLaughlin – guitars, vocals
  • Jean-Luc Ponty – violin, vocals, electric violin, baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals, contrabass
  • Narada Michael Walden – percussion, drums, vocals, clavinet
  • Gayle Moran – keyboards, vocals

with

  • Carol Shive – 2nd violin, vocals
  • Russell Tubbs – alto and soprano sax
  • Philip Hirschi – cello
  • Bob Knapp – flute, trumpet, flugelhorn, vocals, wind
  • Steve Kindler – 1st violin

VOTEB è registato in dieci giorni agli Electric Lady Studios di New York nel dicembre  del 1974, e pubblicato due mesi più tardi. 68esimo post nella classifica generale degli USA. Bella copertina. Le composizioni sono tutte di McLaughlin tranne una.

Eternity’s Breath Part 1 contiene il riff con cui si identifica questo disco. E’ uno dei più bei riff della musica Rock.

Eternity’s Breath Part 2 io lo intendo come lo sviluppo della canzone. Cantato su ritmica rock e grandissimo assolo di McLaughlin. Il famoso riff ritorna verso la fine.

Con un inizio così fulminante diviso in due brillantissime parti l’album non può che diventare uno dei miei due preferiti. Lila’s Dance è un capolavoro, giro di chitarra su tempi dispari che va a trasformarsi in un blues interplanetario. McLaughlin stratosferico. Che brano, che pezzo, che musica!

Can’t Stand Your Funk è un episodio di quel funk imputanito che tanto mi piace.

Pastoral ha il cinguettio degli uccellini in sottofondo mentre gli strumenti dei musicisti dipingono uno dei quadretti acustici che amo tanto: violino, chitarra acustica, contrabbasso. Musica di livello elevato.

Faith dura solo due minuti ma è un altro gran momento. Arpeggio spaziale di chitarra poi sei corde in libertà per un viaggio interstellare nel Jazz Rock. Cosmic Strut (Walden) potrebbe benissimo essere la colonna sonora di un telefilm americano degli anni settanta (tipo Starsky e Hutch): funk jazzato con un pizzico di Stevie Wonder. In If I Could See Gayle Moran torna a cantare, brano di poco più di un minuto che funge da introduzione a Be Happy, brano assai movimentato. In Earth Ship la quiete sembra tornare, il canto di Gayle e il flauto galleggiano su basi musicali suggestive. Pegasus e Opus 1 sono brevi intermezzi dedicati al suono di sottofondo dell’universo prima della chiusura del disco affidata a On The Way Home To Earth. Quest’ultimo si affida a linguaggi extraterrestri intarsiati su una texture musicale squisitamente Rock (in senso lato naturalmente). Un finale da brivido.

Disco capolavoro dunque … mettiamola così, se c’è un album della Mahavishnu da avere questo è quello giusto. Con questo capitolo si chiude la grande era della Mahavishnu Orchestra, ciò che seguirà saranno episodi più che dignitosi ma lontani dai picchi dei primi 5 anni.

INNER WORLDS – 1976 – TTT½

1. All in the Family (6:01)
2. Miles Out (6:44)
3. In My Life (3:22)
4. Gita (4:28)
5. Morning Calls (1:23)
6. The Way of the Pilgrim (5:15)
7. River of My Heart (3:41)
8. Planetary Citizen (2:14)
9. Lotus Feet (4:24)
10. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (6:33)

Più che un disco della Mahavishnu sembra un album solista di McLaughlin, il cui nome è aggiunto in copertina e come se non bastasse è il solo ad essere ritratto nell’artwork del disco. Senza Ponty e Moran, le registrazioni vengono realizzate con l’aiuto d tastierista Stu Goldberg. L’album arriva al 118 posto della TOP 200 americana, la fase calante del gruppo è ormai cominciata

All In The Family (McLaughlin) si apre con una bella ritmica, su cui si interfacciano tastiere e chitarra sintetizzatore. Bel pezzo che mi ricorda – nell’uso dell’organo – gli ELP.

Miles Out (McLaughlin) è un bell’esercizietto funk(y) stralunato e sperimentale su cui si innesta il potente Jazz Rock di marca McLaughlin. In My Life (McLaughlin/Walden) è un brano cantato (da Narada Michael Walden) che sa di mediterraneo dal testo inzuppato della retorica religiosa in cui il gruppo – McLaughlin in primis – era intrappolato.

In Gita (McLaughlin) di nuovo chitarra sintetizzatore e spruzzi di quel pop jazz a cui non sono legato. Morning Calls (McLaughlin/Walden) è una melodia che sa di Irlanda e di Scozia creata con la chitarra sintetizzatore, The Way of the Pilgrim (Walden) è un pezzo arioso e niente male, Jazz Rock accessibile.

River of My Heart (Kanchan Cynthia Anderson, Narada Michael Walden) è una canzoncina pop jazz per piano, basso e voce cantata da Walden, Planetary Citizen (Ralphe Armstrong) episodio ritmato cantato da Armstrong, molto black e non particolarmente interessante. Qui McLaughlin sembra aver perso la strada. Lotus Feet (Mclaughlin) trip a base di moog, chitarra synth e percussioni. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (McLaughlin) delirio di sintetizzatori, sequencer e diavolerie elettroniche che al tempo dovevano essere sembrate molto cool.

Album dunque non riuscitissimo, un po’ confuso e frammentato. Ben più che sufficiente ma nulla più.

MAHAVISHNU – 1984 /ADVENTURE IN RADIOLAND 1987 / THE BEST OF MAHAVISHNU ORCHESTRA 1980 / THE COMPLETE COLUMBIA

ALBUMS COLLECTION 2011

Negli anni ottanta Mclaughlin rispolvera il nome Mahavishnu Orchestra e fa uscire due album fortemente influenzati dai suoni sintetici di quel decenni, in più il chitarrista si mette ad usare il Synclavier synthesiser system, una sorta di music workstation basata sul sintetizzatore digitale e relativo campionatore. Nell’album del 1984 c’è di nuovo Cobham alla batteria ma poco altro che possa ricordare la vecchia Mahavishnu. I due dischi offrono qualche spunto dignitoso al passo coi tempi (gli anni ottanta), ma per chi scrive sono due capitoli secondari, se non addirittura superflui. Da segnalare l’uscita nel 1980 di un Best Of, francamente poco indicativo (la Mahavishnu non è un gruppo da best of). Altro discorso invece per The Complete Columbia Album Collection, bel mini cofanetto di cui abbiamo parlato più volte nel corso dell’articolo.

Mahavishnu Orchestra 1987 album

 

Per quei due o tre che hanno avuto il coraggio di arrivare sino alla fine, concludo ribadendo l’importanza di avere in casa almeno un paio degli album del gruppo, da ascoltare nei momenti in cui l’inquietudine musicale sì fa più forte e non si sa più a che santi (i nostri intendo, quelli che hanno nomi come Sonny Boy, Robert Leroy, Lowell Thomas o James Patrick) votarsi, quando si ha voglia di abbandonare i sentieri di solito battuti e svoltare su strade che gli altri non prendono mai.
©Tim Tirelli 2020

3 Risposte to “Mahavishnu Orchestra according to Tim Tirelli”

  1. mikebravo a 10:54 #

    Non nascondo che nei seventies mi tenevo alla larga dal jazz-rock.
    Ma la figura di John Mc Laughlin sovrasta forse la stessa triade
    beck clapton page per lo studio della chitarra.
    Ho letto tempo fa che ha impartito lezioni a Page e J P J !!!!!!!!!!!!!!!
    Dovro’ riascoltarlo.

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  2. lucatod a 14:04 #

    Letto con piacere fino alla fine , pur non avendo mai ascoltato nulla di John Mc Laughlin/Mahavishnu Orchestra (che conosco solo di fama). Devo dire che proprio quando stavo abbracciando un approccio più vicino alle sonorità post-punk new wave , ecco che vengo nuovamente rapito da sonorità a me più care. Tornando a Santana , l’unico album che ascolto è proprio Caravanserai.

    "Mi piace"

  3. bodhran a 21:38 #

    Anche se non sono un amante del genere (preferisco il McLaughlin acustico o quello “indiano”) ascoltarsi i brani con la guida all’ascolto di master Tirelli è un piacere! grazie

    Piace a 1 persona

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