E’ venerdì sera, quasi mezzanotte, la pollastrella è in soffitta impegnata con i suoi puzzle da 6.000 pezzi mentre io polleggio sul divano cercando di lasciar decantare una settimana impegnativa di lavoro, tre bicchieri sul tavolino: one bourbon, one scotch, one beer. Sono sospeso tra due giornate, quella oltremodo gioiosa del 22 maggio (decimo anniversario del triplete dell’Inter) e quella impegnativa del 23 maggio (ventottesimo anniversario della scomparsa di mia madre). La TV sintonizzata su youtube, un po’ di Led Zeppelin, un po’ di Little Feat, un po’ di ASMR.
Sonnecchio, mi sveglio, risonnecchio, mi risveglio. Palmiro dorme profondamente di fianco a me, Minnie fa lo stesso poco più in là. Decido di alzarmi, mi scuoto, scorro velocemente sul cellulino le ultime notizie, me ne appare una da The Blues Fundation, parla di una terza foto di Robert Johnson, il mio padre putativo spirituale! Faccio un balzo, come? Che sta succedendo?
Decenni di attesa, di false terze e quarte foto e all’improvviso questa, sulla copertina del libro che sta per essere pubblicato da una delle sorellastre di Robert che ricorda: “negli anni trenta a Memphis, in Beale Street, c’era un posto dove potevi farti una foto senza l’ausilio del fotografo, mettevi un nichelino, tiravi la tenda ed era fatta. Un giorno, avevo dieci o undici anni, camminavo da quelle parti con mia sorella Carrie e mio fratello Robert. Ricordo che lui aveva con sé la chitarra e che la suonava mentre camminavamo; così mi feci una foto, anche Robert entrò nella cabina, evidentemente lui se ne fece due. Questa foto mostra mio fratello Robert nel modo in cui io lo ricordo, aperto, gentile e generoso. Non sembra proprio l’uomo della leggenda, quello descritto come alcolizzato e attaccabrighe. Questo è mio fratello Robert”.
Comprensibile che la sorella ricordi e voglia ricordare il fratello in quel modo, ma Robert Leroy Johnson era anche altro, molto altro, come abbiamo avuto modo di vedere qui sul blog; oltre ad essere un nero istruito, un ottimo chitarrista dalla grande tecnica e grande talento e uno che non fece mai un patto col diavolo (tutto nacque da un paio di battute fuorvianti da parte di qualche suo collega), RLJ era anche un uomo chiuso nei suoi blues tenebrosi, uno sciupafemmine, un alcolizzato, un bestemmiatore. Lasciamo tuttavia stare tutti questi aspetti e godiamoci questa incredibile nuova foto che in effetti ci mostra un Robert solare e amichevole.
Lo so, per tanti non vorrà dire granché, ma per me è un avvenimento straordinario.
Parafrasando una frasetta presente sul terzo album di un gruppo a me molto caro, per i resoconti blues (musicali e non) presenti su questo blog devo dar credito alla piccola e derelitta casetta posta in riva al mondo, nel bel mezzo dell’Emilia, che chiamo Domus Saurea. E’ la casetta in cui vivo da 11 anni e benché nel mio cuore avrà sempre un posto speciale, è una casetta costruita – diversi decenni fa e con enormi sacrifici – in modo assai spartano, senza nessuna concessione alla comodità, tenendo presenti più le visioni proletarie di chi la fece edificare piuttosto che una qualsivoglia logica architettonica. Stanze piccole, spazi ristretti, minute piastrelle rettangolari dai colori improbabili e tutta una serie di caratteristiche dai tratti essenziali. E’ una casetta molto blues, forse è per questo che – per quanto mi piacerebbe avere le possibilità di renderla più user friendly – dopotutto mi ci trovo bene.
Quando poi gli spigoli della casetta in questione danno un po’ da fare ecco che – nel mio spirito – me la ridisegno e ridipingo secondo la mia visione delle cose. Prendiamo ad esempio ieri, a casa solo decido di farmi un bagno nella vasca e subito decompongo le asprezze del bagnetto della Domus e viro verso i sentieri che portano ai castelli che mi costruisco nella maruga. Il bagno si trasforma in una bathroom esoterica, grazie anche al Moët & Chandon che mi sono versato.
La realtà è diversa, nella vasca non c’è altri che un uomo magro con il blues, ma se noi esseri umani abbiamo sviluppato la capacità di vedere oltre e di inventarci – nei nostri pensieri – orizzonti alternativi ci sarà un perché.
Lascio così libero l’istinto e in men che non si dica mi riscopro meditabondo, assorto come sempre nei miei blues perenni.
La fine de La Repubblica
La Repubblica, quotidiano prestigioso e libero (checché ne dicano populisti e sovranisti) passa, insieme al gruppo Gedi, nelle mani di Elkann e Agnelli. Per quanto mi riguarda finisce l’epoca de La Repubblica. Cambiato immediatamente il direttore (Carlo Verdelli – scaricato con rudezza) con un moderato tendente a destra che snaturerà il cuore del giornale visto anche il tipo di editore (uno di quelli con atteggiamento molto “da padrone”). La Repubblica era da decenni il mio quotidiano di riferimento e lasciarlo mi costa tanto, ma non posso fare altrimenti. Oggi diventa uno dei troppi media in mano al gruppo Exor, gruppo che non voglio per nulla aiutare con i miei spiccioli. Abbandono anche l’Espresso, Huff Post e Radio Capital.
Nella vita tutto cambia, sono un uomo di una (in)certa età e lo so bene, ma è chiaro che un cambiamento del genere mi mette addosso una bella malinconia. Trovo riparo nel rafforzare il mio rapporto con Il Manifesto e nell’approcciarmi a Open (il quotidiano online di Mentana) e – udite udite – a Il Fatto Quotidiano. Sarà che ormai da tempo sono un seguace di Andrea Scanzi, ma lo trovo una delle poche pagine da leggere oggi in Italia. De Benedetti – arrabbiato con i suoi figli per la vendita appunto di La Repubblica agli Elkann – pensa di partire con una nuova avventura editoriale, un quotidiano che faccia concorrenza a la Repubblica e che si chiamerà Domani, quotidiano che – alla sua morte – passerà alla Fondazione omonima, al grido di “basta eredi!”. Partenza in autunno, su carta e sul web, vedremo un po’.
Rileggo una gran bella intervista a Galimberti che, con la sua consueta spumeggiante lucidità, analizza i tempi che stiamo vivendo con estrema accuratezza.
Il blues riguardo il futuro continua a tormentare. Già non bastava trovarsi all’improvviso uomini di una incerta età, già non era sufficiente essere stati costretti a cambiare lavoro ad una età veneranda, ecco che ci si mette anche il Covid19 a rendere il futuro economico nerissimo (per quasi) tutti. Il primo pensiero va alle vittime, e a chi ha perso genitori, congiunti, amici senza aver avuto nemmeno l’opportunità di star loro accanto sino alla fine e di salutarli prima dell’ultimo viaggio, è facile immaginare lo sgomento, ma è chiaro che non è possibile trascurare gli effetti che tutto questo avrà sull’economia. Certo, occorre cercare di evitare di deprimersi per faccende di cui non si ha il controllo, ma è chiaro che siamo e saremo tantissimi a fare le spese di questa pandemia.
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Electric Phase
La fase 2 mi fa paura, non ho una gran fiducia negli italiani; è chiaro che riaprire fabbriche, esercizi, musei e eventi è di vitale importanza, ma sapremo essere responsabili? Sapremo inoltre uscire dalla fase 1 indenni? Riusciremo a trovare forza e motivazioni per ributtarci negli ingranaggi del capitalismo?
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I’Ve Been Nominated To Pick My 10 favourite Albums …
Su facebook anni fa scoppiò la moda di pubblicare le copertine dei 10 album preferiti di ognuno di noi, credo che al tempo fosse una cosa carina a cui tutti partecipammo, ma oggi è diventata una cosa insopportabile. Recentemente sono stato nominato più volte, ma mi sono rifiutato di aderire. Poi, un conto è pubblicare il visual dei 10 album e bona lè (come diciamo a Modena), ma c’è chi non si ferma a 10, e non riuscendo a distinguere quanta differenza faccia uno zero in più o in meno, si mette ad inquinare la propria bacheca, e quindi facebook, con centinaia di copertine di album, tra l’altro al 99% insignificanti. I peggiori credo siano i metallari, che sono quelli che più di tutti non riescono a capire la differenza tra capitoli importanti della la musica rock e capitoli importanti della propria vita. Ogni titolo è un capolavoro, ogni disco è fondamentale, la prosa che rigurgitano è fagocitata da iperbole. Non sono mica solo loro, intendiamoci, anche quelli legati al punk e alla new wave non scherzano. Se ne stessero sui loro blog a farsi le seghe (come faccio io) e a differenziare ogni brezza in una nuova corrente, invece che sfogare le loro manie di protagonismo sui social, perché anche lì un po’ di bon ton sarebbe necessario, almeno dopo averli frequentati e digeriti per tanti anni e capito come le cose dovrebbero andare e come ci si dovrebbe rapportare con queste piazze digitali.
Parlando di Zappa con Liso
Non potendo frequentare gli amici, rimango in contatto con loro tramite whatsapp, duo, messenger o email. Cerchiamo di evitare per quanto possibile l’argomento Covid19. Biccio mi scrive per dirmi che Willin’ dei LF è un pezzo “struggente e meraviglioso“, Pike mi informa – con l’ironia consueta che usiamo quando leggiamo di certe nuove uscite – che sta per essere pubblicata “una imperdibile antologia sestupla di Snowy White” (session man inglese che collaborò con qualche grosso nome), con Riff poi parlo di bootleg dei LZ, e con Liso parlo di Frank Zappa. Liso è uno che giunto a questi anni fatica più del dovuto a restare confinato dentro al recinto del Rock, tra i miei amici e quello che forse sperimenta di più. Saputo che mi stavo ascoltando Zappa In New York, mi scrive che sono giorni che non ascolta altro che Frank. Mi confessa che si è scaricato almeno 10 versioni di Black Napkins e che quando la sente “è sulla luna”. Entrambi conveniamo che Zappa non ha in dono il tocco e il senso fluente dei grandi chitarristi, ma quello che suona è spesso divino. Lui, la sua Gibson SG, quell’atteggiamento cazzuto e arguto e il computo totale del suo talento. Mica roba per mammolette.
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Addio a Florian Schneider e Little Richard
Negli ultimi giorni se ne sono andati due grandi della musica, Florian Schneider dei Kraftwerk e il Re del Rock And Roll Little Richard. Li ricordiamo con gratitudine.
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Sul Piatto della Domus
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Still Alive And Lowell
Nonostante cerchi distrarmi con altra musica, sono tuttora dentro la bolla Little Feat. Non passa giorno che non metta su un loro disco, un loro cd.
Ci sono cose così straordinarie che mi è difficile staccarmi da loro e da Lowell George in particolare. Quando parte Roll Um Easy ad esempio, come è possibile evitare di sentire il proprio animo versasi liquido dal balcone?
Il mio amico Athos mi scrive che “c’è quella frase degli angeli di Houston che mi ammazza tutte le volte”, Athos è un grande amante del genere (oltre che asso della chitarra slide) e degli Stati Uniti, io che invece ho rapporto conflittuale con gli States e forse sono un tipo più inquieto di lui mi perdo proprio dell’incipit …Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run, the eloquent profanity, it rolls right off my tongue … sono solo un vagabondo, un naufrago in fuga, bestemmie eloquenti mi scivolano dalla lingua …
Il testo sgorga dall’america che mi affascina, quella poetica, innamorata e mascolinamente sensibile, ce ne sono poche di canzoni così belle e complete e sessualmente spiritose … suona quella concertina, sii tentatrice e piccola sono senza difese … cantando in armonia, all’unisono, dolce armonia, devo issare la bandiera e batterò il tuo tamburo …
Concertina
Roll Um Easy (Lowell George)
Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run the eloquent profanity, it rolls right off my tongue And I have dined in palaces, drunk wine with kings and queens But darlin’, oh darlin’, you’re the best thing I ever seen Won’t you roll me easy, oh slow and easy Take my independence, with no apprehension, no tension You’re a walkin’, talkin’ paradise, sweet paradise I’ve been across this country, from Denver to the ocean And I never met girls that could sing so sweet like the angels that live in Houston Singing roll me easy, so slow and easy Play that concertina be a temptress And baby I’m defenseless Singing harmony, in unison, sweet harmony Gotta hoist the flag and I’ll beat your drum
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Lowell
Searching for Juanita
e così, immerso in questo continuo fiume musicale dei Little Feat, mi metto alla ricerca della mia Juanita, chissà se esiste …
“I said Juanita, my sweet Jaunita, what are you up to? My Juanita I said Jaunita, my sweet taquita*, what are you up to? My Juanita”
*Pussy in Spanish slang meaning “little taco”
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Fat Man In The Bathtub (Lowell George)
Spotcheck Billy got down on his hands and knees He said “Hey momma, hey let me check your oil all right?” She said “No, no honey, not tonight Comeback Monday, comeback Tuesday, then I might.” I said Juanita, my sweet Jaunita, what are you up to? My Juanita I said Jaunita, my sweet taquita, what are you up to? My Juanita Don’t want nobody who won’t dive for dimes Don’t want no speedballs ‘cause I might die tryin Throw me a line, throw me a line ‘Cause there’s a fat man in the bathtub with the blues I hear you moan, I hear you moan, I hear you moan Billy got so sad, dejected, put on his hat and start to run Runnin’ down the street yellin’ at the top of his lungs All I want in this life of mine is some good clean fun All I want in this life and time is some hit and run I said Juanita, my sweet Jaunita, what are you up to? My Jaunita I said Jaunita, my sweet taquito, what are you up to? My Juanita Put my money in your meter baby so it won’t run down But you caught me in the squeeze play on the cheesy side of town Throw me a dime, throw me a line ‘Cause there’s a fat man in the bathtub with the blues I hear you moan, I hear you moan, I hear you moan
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Avvertenze: i termini inglesi usati vanno letti in senso ironico. Non siamo puristi, ma per questo blog l’italiano e le altre lingue romanze continuano ad essere le più belle del mondo. Grazie. Merci. Gracias. Obrigado. Mulțumesc.
Vivi con la pollastrella da 11 anni, la conosci da quasi 17, puoi dunque dire di sapere con chi hai a che fare, eppure ancora rimani colpito da certe sfumature della sua personalità. Tu, che sei tre uomini diversi come i lettori di questo blog sanno (Tim è il filtro tra il più riflessivo Stefano e l’impulsivo preda della furia iconoclasta Ittod), inizi a pensare che anche Polly sia tre donne diverse, sebbene i confini tra un paio di loro siano più sfumati, diciamo tra Saura e Ittodda (ma sì, chiamiamo quest’ultima così, visto anche che In Through The Out Door, l’album dei LZ, è forse l’album – insieme a Physical Graffiti – che preferisce in assoluto).
Come sappiamo è una donna un po’ particolare: poche storie, pochi vezzi da femmina, poco spazio per il nonsense. Di primo impatto non ha atteggiamenti da femmina alfa, pare riservata, raramente sopra le righe, ponderata, ma la sua risolutezza, la sua concretezza emiliana e la sua determinazione mi fanno sospettare che sotto sotto sia una capobranco mica da ridere.
A volte non è semplice avere una compagna così, una che aveva – sino a non troppo tempo fa – un 250 Suzuki e una Yamaha 600 e che il sabato andava a correre in pista a Misano mentre la tua passione per le moto (da cross) si è fermata ai sedici anni sostituita da quella (totalizzante) per il Rock
Saura in pista a Misano 2
una che quando si organizzano le ferie occorre scegliere una località vicina ad un kartodromo in modo che possa sfogare il suo impulso (e talento) per la velocità e mentre lei corre in pista surclassando tutti i maschietti tu te ne stai sulle gradinate insieme alle fighe dei maschietti appena nominati cercando di non dar peso alla situazione.
Polly at Kartodromo Happy Valley – Romagna agosto 2018 – foto TT
Una che ha ereditato dal nonno Inigo una manualità speciale, essendo così in grado di far praticamente tutto: la marangona, la saldatrice, l’imbianchina, la trapanatrice, la carpentiera, etc etc, mentre tu annaspi – filosofeggiando – nel chiederti il perché della vita cercando di mappare i sentieri delle profondità cosmiche …
Saura marangona – foto TT
Saura all’opera: modalità saldatrice- foto TT
una che ama i LZ alla follia e quando li ascolta mette a tutto volume Custard Pie, The Rover, Trampled Underfoot, Achilles Last Stand, Tea For One e Caroulselambra mica All My love, Thank You e The Rain Song. (Tra l’altro una che va matta per i pezzi più tenebrosi di Death Wish II, colonna sonora del filmetto omonimo composta dal Dark Lord)
Saura the hermit at the Coop – foto TT
Una che (ri)scopre gli Yes un po’ in ritardo e ne diventa fan accanita diventando in breve tempo uno dei punti di riferimento tra fan in Italia e nel mondo, riuscendo ad entrare più volte in contatto con la band stessa …
RW & Saura – Asti 8 july 2015 (Foto Tim T)
Saura e Jon Anderson – after show party – Hammersmith Odeon 19/3/2017 – Photo TT
Una che individuata la moglie di un tuo amico come la compagna ideale per i viaggi, se ne parte almeno una volta l’anno per Londinium, una che quando siete in giro per il mondo si mette in modalità Lady Map (come la chiama il tuo amico Billy Fletcher) e ti guida attraverso che so, L’Avana, Palma di Maiorca, Glasgow e Londra (appunto) come farebbe un madre con un bimbo di 5 anni nel paesello in cui vive.
Subway stroll – Saura plays air guitar – Photo T
Una che – avendo anche un grande talento musicale – diventa il punto focale silenzioso dei tuoi gruppi pur suonando strumenti che raramente sono adatti alla leadership (basso, tastiere, mandolino), una che suonando in un tributo ai LZ pensa bene di fare come John Paul Jones e suonare contemporaneamente tastiere e pedaliera basso nei pezzi dove sono richiesti entrambi gli strumenti. Ci sono lettori che conoscono qualcun altro/a in Italia fare la stessa cosa? Una che ordina una piccola ghironda (l’hurdy gurdy insomma) da costruire, la mette insieme e impara a suonarla in un quarto d’ora …
CC Stones Cafè 17-01-2014 la reggiana dagli occhi di ghiaccio, the girl from Gavassae: SAURA TERENZIANI (foto di Simon Neganti)
Saura: keyboards and pedal bass – The Equinox – RE 10-3-2017
Una capace di tener testa – a volte superandoli – all’anticlericalismo e all’estremismo politico di Ittod, una che guarda la serie TV Vis A Vis e se ne esce con un “Zulema n.1 altroché quella figa di legno di Macarena” (e chi segue la serie in questione sa che razza di demonio sia Zulema),una che legge un’immensità di libri (compresi inaffrontabili saggi sulla questione mediorientale, sulla DDR, su Enrico VIII e su Maria Antonietta) rimanendo scevra da ogni riflesso intellettuale da radical chic, una la cui divisa ufficiale è costituita da felpa, jeans a campana e Adidas, una che non si trucca, che non sfoglia riviste di moda e che non guarda programmi da figa ... a volte ti chiedi con che altra coppia potreste uscire, di cosa potrebbe parlare con la moglie di un tuo amico …
Insomma, per finirla, a volte vivere con lei è come farlo a fianco di una donna guerriera, una amazzone …
poi però ogni tanto tra Saura e Ittodda spunta Maria Saura e ogni volta è una sorpresa.
A parte il fatto che la pollastrella – per mia grandissima fortuna – è anche una cuoca molto brava, nella migliore tradizione emiliana e degna figlia di sua madre Lucia (altre personaggio di questo blog), ci sono momenti – nelle pigre domeniche mattina – in cui si mette a fare un torta, e allora la vedo sotto una luce nuova, come quando la vedo a piangere quando guarda un film dai risvolti sentimentali, oppure quando la sorprendo rivedere per l’ennesima volta i film “Tutti Insieme Appassionatamente” o “Mary Poppins”, ma forse il punto in cui capisco che è Maria Saura quella che ho davanti è il momento in cui la vedo indossare la maglietta di Titti … lei, quella che di solito sfoggia magliette di Valentino Rossi, Led Zeppelin, Jimmy Page, Bad Company, Yes, Rick Wakeman e Bafometto, si mette la maglietta di Titti!
Come direbbe Ittod, “una figa, alla fin fine, rimane sempre una figa“.
La maglietta di Tittti della pollastrella – foto TT
Un paio di giorni fa Beppe e Giancarlo hanno messo online il loro blog e con molto piacere ne do notizia. Il claim della loro nuova avventura è “Riflessioni, passioni, ricordi sulla musica di Beppe Riva e Giancarlo Trombetti“, blog dunque a carattere musicale che non potrà che interessare anche buona parte della nostra comunità. Beppe e Giancarlo ne hanno di cose da raccontare essendo stati due dei più importanti giornalisti musicali italiani, e sono sicuro che lo faranno con la maestria che da sempre li contraddistingue. Sono stati special guest di questo mio blog, io li cito spesso quindi sapete tutti di chi stiamo parlando, non è necessario aggiungere altro. Non mi resta che chiudere come ho fatto nelle due righe che ho scritto per il loro blog: bentornati ragazzi, for those about to blog, I salute you!
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