Archivio | febbraio, 2026

Pink Floyd “Wish You Were Here” 50th anniversary reissue (1975 – Columbia/Legacy 2025) – TTTT½

28 Feb

Scrivo di questa nuova edizione per un motivo speciale: la presenza, su un prodotto ufficiale dei Pink Floyd, di una registrazione live del compianto Mike Millard, personaggio di cui abbiamo parlato più volte qui sul blog. Millard era un grande amante della musica rock, la cui passione lo portava, già negli anni Settanta, a recarsi ai concerti dei suoi artisti preferiti con registratori e microfoni nascosti, allo scopo di catturare su nastro le esibizioni.

Pur essendo “audience recordings” — cioè registrazioni prese dal pubblico — spesso queste tracce raggiungono una qualità sorprendente, nonostante non siano professionali. Grazie a queste preziose testimonianze sonore, che si diffondevano tra appassionati (come il sottoscritto), abbiamo potuto vivere momenti magici del rock senza filtri né abbellimenti, sognare e viaggiare nel tempo, illudendoci di essere presenti in quelle arene a vedere e ascoltare i grandi gruppi rock nel loro apogeo, gli anni Settanta.

Per il resto, questa è la ristampa di uno dei tre album dei Pink Floyd di maggior successo: circa 23 milioni di copie vendute nel mondo, di cui 7 milioni solo negli Stati Uniti. Come spesso accade, si tratta della solita edizione di lusso, pensata per capitalizzare ancora una volta sull’epopea d’oro della musica rock, soprattutto oggi che le vendite di supporti fisici sono drasticamente calate.

I Pink Floyd che amo e ascolto sono quelli del periodo 1970-1977, e non potevo ignorare questa nuova uscita. Dal punto di vista concettuale, possiamo dire che Wish You Were Here è, in senso lato, un album blues: un’opera profondamente malinconica che riflette sull’assenza, sull’alienazione e sulla disillusione verso l’industria musicale. I testi, dedicati in parte a Syd Barrett, affrontano il tema della perdita e della distanza emotiva, trasformando l’album in una meditazione intensa su identità, successo e fragilità umana.

Questa nuova edizione è stata rimissata dall’immancabile Steven Wilson. Dovrei approfondire maggiormente l’analisi tecnica, ma mi sento di dire fin da subito che il nuovo mix funziona molto bene.

Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1-5) riflette sull’assenza di Barrett, sul senso di colpa per averlo costretto a lasciare la band (anche se, evidentemente, non vi erano altre opzioni praticabili) e sulla disperazione di vedere un giovane amico creativo dissolversi in lontananza. La musica d’ambiente iniziale si evolve lentamente in un blues profondissimo, atipico e privo di influenze dirette della musica nera, ma gravido di sofferenza e al contempo arricchito da interventi chitarristici sublimi. Il cantato entra solo dopo otto minuti, ed è subito definitivo:

Remember when you were young, you shone like the sun
Shine on you crazy diamond
Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky
Shine on you crazy diamond

Quando, dopo l’ingresso del cantato, si unisce il sassofono di Dick Parry, il gruppo ci conduce nelle profondità cosmiche, lasciandoci nuovamente incantati davanti all’immensità della musica rock degli anni Settanta.

Scivolare dentro Welcome to the Machine è un passaggio sorprendentemente naturale, sebbene si tratti di un brano duro e senza compromessi. La canzone è una critica feroce ai discografici, incapaci, secondo Waters, di vedere oltre il profitto. È una potente metafora del sistema — musicale ma anche sociale — che accoglie l’individuo promettendogli successo e realizzazione, per poi inglobarlo in un meccanismo freddo e impersonale. Il testo descrive l’ingresso di un giovane pieno di sogni in un mondo che decide per lui cosa desiderare, come comportarsi e persino chi diventare. Il risultato è un senso di alienazione profonda: l’essere umano diventa un ingranaggio, perdendo spontaneità, identità e libertà creativa sotto il peso delle logiche del profitto e del conformismo.

Sintetizzatori, effetti, tempi dispari e un cantato di Gilmour pieno di impeto, frustrazione e angoscia si intrecciano alla chitarra acustica, che rende umano l’intricato intreccio di suoni elettronici. Un altro momento di altissimo spessore nell’album.

Have a Cigar, scritta da Waters ma cantata da Roy Harper — altro personaggio che conosciamo bene e seguiamo su questo blog — tratta temi simili alla canzone precedente e, in qualche modo, anche a Money (The Dark Side of the Moon). È costruita come un dialogo sarcastico in cui parla un dirigente dell’industria discografica, simbolo di un sistema interessato solo al successo commerciale. Con tono amichevole ma opportunista, si congratula con la band, promette fama e guadagni e si presenta come parte della loro “famiglia”, mentre in realtà vede il gruppo soltanto come un marchio da sfruttare.

La canzone mette a nudo l’ipocrisia e il cinismo del business musicale: dietro sorrisi, strette di mano e sigari offerti come segno di celebrazione si nasconde un meccanismo che riduce l’arte a prodotto e gli artisti a strumenti di profitto. Musicalmente, il brano è instabile, cupo e sorprendente; l’assolo di Gilmour è uno dei momenti più riusciti.

Quante migliaia di volte l’introduzione di chitarra di Wish You Were Here è entrata nella nostra vita, con quel fraseggio immacolato e quel candore musicale così perfetto? Non possiamo che inginocchiarci di fronte a una purezza musicale così completa. Scritta da Gilmour e Waters, è forse l’apice della loro collaborazione. Il testo, scritto da Waters, benché comunemente interpretato come un riferimento a Syd Barrett, secondo l’autore è rivolto a sé stesso: il desiderio di essere pienamente presenti nella propria vita e di liberarsi dalle pressioni esterne per viverla davvero sembra essere il tema centrale della canzone, pur lasciando a ciascuno la propria interpretazione (Gilmour, ogni volta che la canta, pensa a Barrett).

Shine On You Crazy Diamond (Pts. 6-9) chiude l’album con la sua parte finale, evocando una sensazione di opacità sensoriale. Mason trascina il brano con un tempo ostinato, mentre la slide di Gilmour traccia veri e propri graffiti sonori disturbanti, fino a quando, dopo circa quattro minuti e mezzo, si ritorna su sentieri più familiari, pieni di melodie malinconiche e straordinariamente belle, con la chitarra che riprende i colori dell’umanesimo. Gli ultimi segmenti passano nelle mani di Wright, tra sperimentazioni sonore e, verso la fine, echi che ricordano la Madre Cuore di Atomo.

Un album, dunque, di grande spessore: impegnato nei contenuti, ricco di significato e musicalmente ammaliante.

Il materiale bonus è dedicato ai fan più accaniti, mentre il live a Los Angeles del 1975 risulta molto interessante anche per i fan occasionali. Ascoltare la registrazione di Millard, restaurata e rimasterizzata da Steven Wilson, è davvero un’esperienza unica… se solo il grande Mike “The Mike” fosse ancora vivo per poterne godere.

E a proposito, che coraggio avevano i gruppi di allora nel proporre brani di album non ancora pubblicati! Già: nell’aprile 1975 Wish You Were Here non era ancora uscito e, ad esempio, You’ve Got to Be Crazy sarebbe poi stata pubblicata in forma diversa e con altri titoli in Animals del 1977.

Il materiale di The Dark Side of the Moon (1973) viene suonato con estrema sicurezza e convinzione, col pieno dominio dei musicisti. Immergersi in questo concerto dal vivo, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare… sembra quasi di essere alla Sports Arena insieme a Millard e agli altri 16.000 fan che la riempirono quel 26 aprile 1975.

Mike Millard, we salute you.

Qui sotto il link a youtube completo (16 pezzi)

◊ ◊ ◊

Wish You Were Here original 5-track album in the following audio streams (Blu-ray)
  1. 2025 Dolby Atmos Mix
  2. 2011 5.1 Surround Mix
  3. 1975 Stereo Mix
  4. 1975 4.0 Quad Mix
Original album (nuovo mix in Dolby Atmos) (CD e LP)
  1. Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1-5)
  2. Welcome to the Machine
  3. Have a Cigar
  4. Wish You Were Here
  5. Shine On You Crazy Diamond (Pts. 6-9)
Bonus audio (stereo)
  1. Wine Glasses
  2. Have a Cigar (Alternate Version)
  3. Wish You Were Here (featuring Stéphane Grappelli)
  4. Shine On You Crazy Diamond (Early Instrumental Version, Rough Mix) *
  5. The Machine Song (Roger’s Demo) *
  6. The Machine Song (Demo #2, Revisited) *
  7. Wish You Were Here (Take 1) *
  8. Wish You Were Here (Pedal Steel Instrumental Mix) *
  9. Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1-9, New Stereo Mix) *
Live Bootleg (stereo) – captured by the renowned bootlegger Mike Millard at Pink Floyd’s Los Angeles Sports Arena concert on 26 April 26 1975, meticulously restored and remastered by Steven Wilson!
  1. Raving and Drooling (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  2. You’ve Got To Be Crazy (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  3. Shine On You Crazy Diamond (1-5) (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  4. Have a Cigar (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  5. Shine on You Crazy Diamond (6-9) (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  6. Speak to Me (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  7. Breathe (In The Air) (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  8. On the Run (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  9. Time (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  10. The Great Gig in the Sky (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  11. Money (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  12. Us and Them (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  13. Any Colour You Like (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  14. Brain Damage (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  15. Eclipse (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
  16. Echoes (Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975) *
Videos (concert Screen Films)
  1. Shine On You Crazy Diamond (Part I)
  2. Shine On You Crazy Diamond
  3. Welcome To The Machine
  4. Storm Thorgerson Short Film, 2000
  • * never before officially released

Versioni

  • 2CD+4LP+7″+blu-ray super deluxe box set
  • 2CD deluxe
  • 3LP deluxe
  • single LP ‘flame’ coloured vinyl
  • Standalone blu-ray audio

15 anni di Blog

18 Feb

Quindici anni di Blog, quindici anni trascorsi insieme a me stesso e alla comunità che nel tempo si è raccolta attorno a questo spazio.

Nel 2011 l’idea mi frullava in testa già da un po’. All’inizio pensavo di realizzare una rivista: avevo persino fatto preparare alcune bozze di copertina e abbozzato il timone editoriale. Poi, però, mi resi conto che un blog musicale, attraverso cui parlare anche di costume e società prendendo spunto dalle mie vicissitudini personali, sarebbe stato forse più adatto. Avrei potuto muovermi liberamente tra la musica e tutti quegli argomenti che, in un modo o nell’altro, danno forma alle nostre vite.

In quei mesi i blog stavano prendendo piede. Ne seguivo soprattutto uno, “Settore”, dedicato al calcio e alla mia squadra del cuore. Inoltre il mio amico Picca continuava a ripetermi: “Perché non apri un blog, così ci passiamo l’estate?”.

E così è stato.

Il 18 febbraio 2011 ho acquistato il dominio su WordPress, scelto il template e inserito il logo.

Da allora non è cambiato praticamente nulla. Ho pensato più volte di apportare qualche modifica, ma alla fine non ho mai trovato il coraggio di farlo.

Il 19 febbraio pubblico le prime righe:

IMPRESSIONI DI DICEMBRE (2010)

Il 19 febbraio compare anche il primo special guest, ovvero il mio amicissimo Steven Van Der Pike, Picca insomma:

JIMMY PAGE ACCORDING TO PICCA

Il 20 febbraio 2011 compare il primo (breve) articolo di quella che poi diventerà la categoria “Tim’s Blues”:

PER SENTIRMI VIVO ALLE CINQUE DI MATTINA CON LA NEBBIA DEI POLMONI

Il 29 marzo pubblico la mia prima foto (insieme all’amico sorridente Jaypee):

Jaypee & Tim – circa anni 10 del 2000

Dopo di che il blog prende il volo: una media di 400 visite al giorno, una comunità che si consolida, gli special guest — Beppe Riva, Giancarlo Trombetti, Stefano Piccagliani, Paolo Barone (il nostro Polbi) e alcuni altri — i lettori e commentatori più affezionati… Mike Bravo, LucaTod, Jackob e tutti gli altri.

C’è chi mi segue per il rock, chi per i gatti, chi per l’FC Inter, chi per il mio modo di essere; chi apprezza l’umanesimo e il sentimentalismo che — a detta loro — metto nei miei scritti, chi l’intensità che cerco di trasmettere in ogni articolo.
C’è anche chi continua a leggermi pur avendo idee politiche diverse dalle mie, o una sensibilità distante dalla mia su certi temi. Eppure siamo ancora qui.

Il blog ha raccontato Le Avventure del Vecchio Brian nella Valle dell’Alzheimer durante l’ultima parte della sua vita. Mi ha sempre colpito la partecipazione dei lettori: la vicinanza, la condivisione, le tante parole affettuose (non tutte meritate) che mi sono state rivolte in quei cinque anni.

Il Vecchio Brian Tirelli – foto Tim

Il blog ha ospitato anche Il Mini Blog del Gatto Palmiro, un altro personaggio cardine di questo spazio.

Essendo un blog che combatte l’antropocentrismo, ho sempre dato voce ai gatti che hanno fatto (e fanno tuttora) parte della famiglia con cui vivo. Palmiro è stato senza dubbio la figura principale della Repubblica Democratica di Palmiria, la colonia felina con cui ho condiviso e continuo a condividere la quotidianità.

Undici anni insieme al gatto blues per eccellenza…

Palmiro – primavera 2013 – foto TT

E poi c’è la Yamaha Girl, l’umana con cui condivido la vita.
La sua pazienza, la capacità di tenermi sulla rotta giusta, la straordinaria abilità con cui riesce a fare bene tutto ciò che fa…

Una presenza silenziosa ma fondamentale, equilibrio e bussola quando serve, compagna di viaggio in questa avventura lunga quindici anni — e non solo nel blog.

Saura – novembre 2015 – Foto Tim Tirelli

I miei Blues Brothers fanno parte di me — e del blog — da tempo immemorabile: una presenza costante, una colonna sonora dell’anima, un pezzo identitario che non ha mai smesso di accompagnarmi.

Blues Brothers (left to right: Pike, Bèssi, Lollo, Tim, Riff, LIZN, Mario) – Domus Saurea Luglio 2022 – Foto Saura TT

Di Polbi parlare è quasi inutile: è una presenza imprescindibile, nella mia vita come in questo blog.

Tim & Polbi – Fidenza Ottobre 2018 – Foto Saura T.

Il Dark Lord, faro e riferimento da cinquant’anni.

La Domus Saurea, il “piccolo e derelitto cottage” che mi ospita da qualche lustro: rifugio, avamposto sul mondo e quartier generale di questo blog.

Domus Saurea novembre 2022 – foto T.T.

In questi quindici anni abbiamo perso un paio di colonne: l’indimenticato Mike Bravo e Alcadoc, senza dimenticare Michael… Alla loro memoria facciamo un brindisi, e ne faccio un altro a tutti voi che non ho citato ma che ricordo con nitidezza e che continuo a ringraziare.

Mentre scrivo questo post, sfoglio il blog e mi capita di imbattermi in alcuni articoli che rileggo e che mi fanno sorridere:

Ad esempio, questo del marzo 2018:

Neve di marzo scende (mentre i Rolling cantano “Coming Down Again”)

e questo del novembre 2020

La pelle del latte caldo che scende nella tazza malgrado il colino

E allora a voi giunga la mia gratitudine perché mi fate sentire a mio agio, quando capita di essere in una terra ignota dove l’aria stessa non ha nessuno degli elementi dell’aria natia grazie a questo Blog, e dunque a voi, trovo le coordinate per tornare a casa.

Sì, è vero, con l’ausilio di questo Blog nelle sere di tenebra fitta riesco a scorgere la lanterna che mi guida lungo la stradina lunga e tortuosa.

15 anni, sono ancora qui, siete ancora qui. Avanti così, allora.

Uomo di blues – Tim settembre 2023

JIMMY PAGE “1988 Outrider Demos” (unofficial recording 2025) – TTT¾

14 Feb

 

Lo scorso dicembre è comparsa a sorpresa una registrazione non ufficiale delle session relative all’album Outrider del nostro amato Dark Lord, Jimmy Page.

I più attenti ricorderanno che negli anni Ottanta furono trafugate dall’abitazione di Page numerose cassette soundboard – semplici e provvisori missaggi stereo presi direttamente dal mixer – molte delle quali relative a date del tour dei Led Zeppelin del 1973, oltre ad altro materiale legato a diversi momenti musicali della sua carriera.

Si tratta di vere e proprie prelibatezze per i fan più appassionati: quel mondo sotterraneo che ancora sopravvive, fatto di ascoltatori che si dedicano con grande curiosità e piacere al materiale non ufficiale. Non per semplice collezionismo, ma per approfondire, per saziare appetiti giganteschi e per rivivere la grande epopea del rock da una prospettiva più ravvicinata e autentica, priva degli abbellimenti spesso presenti nei dischi dal vivo ufficiali.

Questa registrazione appartiene proprio a quel materiale trafugato dalla casa di Page.

Siamo nella seconda metà degli anni Ottanta. Dopo i due anni trascorsi con i The Firm, Page decide che è arrivato il momento di pubblicare un disco solista. Nel 1987 iniziano le sessioni nel suo studio personale, The Sol.

Per la voce sceglie più cantanti: John Miles, colpito dopo averlo ascoltato dal vivo in un’occasione condivisa; Chris Farlowe, vecchio amico e pallino di Jimmy sin dagli anni Sessanta; e persino Robert Plant, presente in un brano che però non compare in questo bootleg.

Alla batteria troviamo Jason Bonham, figlio del compianto John, e Barriemore Barlow, ex Jethro Tull.

Al basso, inizialmente, era previsto Tony Franklin, ma il suono del fretless non risultò adatto al tipo di rock che Page aveva in mente. Furono quindi reclutati due turnisti: Felix Krish (già con Bad Company negli anni ’90 e con i Foreigner) e il venezuelano Durban Laverde, che aveva collaborato, tra gli altri, con Joan Armatrading, Manfred Mann’s Earth Band, The Hollies e con Mick Jagger.

Il disco esce nel giugno del 1988. Ottiene un successo moderato, ma conquista comunque il disco d’oro negli Stati Uniti. Inizialmente Page lo aveva concepito come un doppio album, più articolato e con una maggiore presenza di brani strumentali; successivamente, però, preferì optare per una soluzione più compatta.

The Sol Studios – Cookhar Berkshire

Wasting My Time (Instrumental Version) non brilla particolarmente. Rimane un brano vivace, ma privato del cantato perde gran parte del suo mordente e finisce per risultare un po’ monotono.

Unknown Instrumental #1 è un’improvvisazione costruita su un classico giro rock’n’roll. Nulla di memorabile: Tony Franklin e Jason Bonham non riescono a imprimere sufficiente swing, e l’insieme scorre senza particolari guizzi. Interessante, invece, l’assolo eseguito con lo string bender, anche se resta nell’ambito dell’ordinaria amministrazione. Si ha l’impressione di un momento di riscaldamento, con Jimmy Page che inserisce vari richiami a Chuck Berry, peraltro non sempre precisissimi.

Writes Of Winter è decisamente più interessante. Dopo quasi tre minuti in cui viene provata la struttura del brano che conosciamo, una breve pausa introduce un riff inedito, dall’andamento vagamente hard rock con venature funk e soluzioni chitarristiche marcatamente pageiane. In questo contesto, però, il basso fretless non funziona: il timbro risulta troppo morbido per sostenere efficacemente il riff.

Wasting My Time (Take #1), con la voce di John Miles, è sicuramente più godibile, pur priva delle sovraincisioni chitarristiche che arricchiranno la versione definitiva.

Wanna Make Love appare già ben strutturata, anche se la linea vocale non è ancora quella definitiva. Qui John Miles sembra evocare il Robert Plant dei tempi d’oro: il tentativo è evidente, ma il risultato non convince del tutto. Ancora una volta il basso fretless risulta poco adatto al contesto. Non sorprende, quindi, che nella versione finale di Outrider Franklin compaia soltanto in un brano.

The Sol Studios – Cookhar Berkshire (from JP website)

Seguono tre riprese di Judas Touch (Take #1, #2, #3), brano già noto ai collezionisti perché apparso in passato su un altro bootleg. Ci si è sempre chiesti quale fosse la sua origine, dal momento che suonava “diverso” rispetto al resto del materiale legato a Jimmy Page.

Si tratta infatti di un hard rock melodico e fortemente radiofonico, probabilmente pensato per il mercato statunitense meno esigente. Da tempo circola la voce che potesse trattarsi di un brano solista di John Miles, sul quale si sperava che Jimmy incidesse un assolo in grado di conferirgli maggiore personalità.

Wasting My Time (Take #2), anch’essa con il cantato, non si discosta molto dalla Take #1: struttura e impostazione restano sostanzialmente invariate, con differenze più di dettaglio che di sostanza.

The Sol Studios – Cookhar Berkshire

Blues Anthem è uno dei brani di Outrider che preferisco. In questa versione è proposta solo in veste voce e chitarra: una scelta interessante, ma forse troppo scarna per lasciare davvero il segno. L’intensità c’è, ma manca quella profondità sonora che nella versione definitiva contribuisce a renderla più coinvolgente.

Train Kept A Rollin’ (Take #1) non si discosta molto dall’approccio adottato dai Led Zeppelin nel tour del 1980. Alla voce troviamo Chris Farlowe, la cui interpretazione è decisamente più blues rispetto a quella proposta durante l’Outrider Tour con John Miles. Personalmente la sua resa non mi dispiace affatto: meno epica, forse, ma più ruvida e coerente con la matrice del brano.

Hummingbird (Take #1 e #2), il celebre brano di Leon Russell, rappresenta uno dei vertici assoluti di Outrider, con Jimmy Page su livelli espressivi altissimi. Qui la produzione è quasi inesistente, l’approccio è un vero e proprio “back to basics”, eppure il risultato riesce comunque a funzionare.

Unico vero neo, ancora una volta, il basso fretless, che in alcuni passaggi risulta fin troppo invadente. Farlowe tende a “cantarsi un po’ addosso”, ma la sua prova rimane nel complesso azzeccata.

Dalla registrazione manca però l’assolo di chitarra che nella versione definitiva dell’album è semplicemente una meraviglia: un’assenza che si fa sentire.

Unknown Instrumental #2 è una cover strumentale di Can’t Be Satisfied di Muddy Waters (Mr McKinley Morganfield), uno dei miei brani blues preferiti in assoluto.

Uno dei momenti più leggeri e memorabili del tour 1977 dei Led Zeppelin, per quanto mi riguarda, resta l’esecuzione improvvisata del pezzo da parte di Robert Plant e Jimmy Page a Los Angeles il 27 giugno 1977: un frammento spontaneo, quasi cameristico, che mostrava il lato più autenticamente blues del gruppo.

https://www.youtube.com/watch?v=4-oG4xUoqpo&list=RD4-oG4xUoqpo&start_radio=1

Qui Jimmy si cimenta naturalmente alla slide. Il lavoro del basso, però, non convince: è vero che nel blues può essere interessante inserire qualche “ingrediente segreto” per personalizzare l’arrangiamento, ma l’approccio di Tony Franklin risulta fuori contesto. La ripresa è completa e si percepisce che i musicisti hanno lavorato seriamente sul brano; resta la curiosità di sapere se esista anche una versione con il cantato di Chris Farlowe. Personalmente, avrei voluto ascoltarne una reinterpretazione ufficiale e definitiva firmata Page.

Si prosegue con tre versioni di Prison Blues (Take #1, #2, #3). Per quanto ami visceralmente quando Page si confronta con il blues, ho sempre considerato Prison Blues un episodio superfluo, non degno di figurare sull’album ufficiale. Più che un brano compiuto, sembra un esercizio da sala prove: certo, la chitarra è quella di Jimmy Page, ma al di là delle sue svisate e degli assoli – sempre degni di nota e capaci di far esultare noi fan del Dark Lord – il pezzo resta fin troppo standard.

Queste versioni sono eseguite “live in studio”, con Page che sviluppa gli assoli mentre il brano procede, senza sovraincisioni evidenti. Gli assoli sono ispirati, ma la struttura rimane dozzinale e il testo, francamente, imbarazzante. Farlowe indulge in una certa enfasi retorica, mentre ancora una volta il basso fretless di Franklin appare piatto e poco incisivo.

Le Take #1 e #2 superano i sette minuti, mentre la Take #3 si attesta intorno ai sei minuti e mezzo.

Train Kept A Rollin’ (Take #2) ricalca sostanzialmente la Take #1, senza variazioni significative nell’impostazione generale.

OUTRIDER jimmy page band 1988: left to right Durban Laverde, Jason Bonham, Jimmy Page, John Miles the great

Chris Farlowe anni ottanta

Una registrazione dunque essenziale per i fan di Jimmy Page, ma tutt’altro che indispensabile per gli appassionati generici di rock.

Nel 1988 titolai in modo roboante l’articolo che scrissi per la fanzine Oh Jimmy — che allora dirigevo — “Album Of The Year”. Col senno di poi, è evidente che l’entusiasmo del momento ebbe la meglio sulla lucidità critica. Outrider resta un buon disco di rock vecchio stile, dignitoso e a tratti ispirato, ma nulla di più.

Page avrebbe forse dovuto mostrarsi più determinato, circondarsi di una produzione più al passo con gli anni Ottanta e, soprattutto, scegliere qualcuno capace di stimolarlo creativamente nei brani cantati. Il risultato finale è disomogeneo: un paio di episodi hard rock piuttosto ordinari, nei quali sembra quasi inseguire l’ombra dei Led Zeppelin (i due brani con John Miles), e una manciata di blues non sempre centrati, affidati alla voce di Chris Farlowe.

Non è materiale sufficiente, probabilmente, per sostenere il peso simbolico di quello che avrebbe dovuto essere il grande ritorno dell’ex chitarrista dei Led Zeppelin. Rimane un capitolo interessante, a tratti affascinante, ma lontano da quell’evento epocale che molti di noi — me compreso — avevano immaginato.

(setlist of the youtube clip is in a different order)

(qui l’album ufficiale completo)

 

JIMMY PAGE – 1988 Outrider Demos
The Sol, Cookham, Berkshire, England U.K.
SOUNDBOARD
Lineage: CDR>EAC>WAV>TLH>FLAC>DIME
(setlist of the youtube clip is in a different order)
01. Wasting My Time (Instrumental Version)
02. Unknown Instrumental #1
03. Writes Of Winter
04. Wasting my Time (Take #1)*
05. Wanna Make Love*
06. Judas Touch (Take #1)*
07. Judas Touch (Take #2)*
08. Judas Touch (Take #3)*
09. Wasting My Time (Take #2)*
10. Blues Anthem+
11. Train Kept A Rollin'(Take #1)+
12. Hummingbird (Take #1)+
13. Humimngbird (Take #2)+
14. Unknown Instrumental #2
15. Prison Blues (Take #1)+
16. Prison Blues (Take #2)+
17. Prison Blues (Take #3)+
18. Train Kept A Rollin'(Take #2)+
 
Musicians:
JIMMY PAGE – ALL Guitars/Synthesizer/Backing Vocals/Production
JOHN MILES – Vocals* (Tracks 4-9)
CHRIS FARLOW – Vocals+ (Tracks 10-13 & 15-18)
TONY FRANKLIN – Bass Guitar
JASON BONHAM – Drums

◊ ◊ ◊

track list official album

  1. Wasting My Time (written by Jimmy Page and John Miles, with John Miles on lead vocals);
  2. Wanna Make Love (written by Jimmy Page and John Miles, with John Miles on lead vocals);
  3. Writes of Winter (written by Jimmy Page, instrumental song);
  4. The Only One (written by Jimmy Page and Robert Plant, with Robert Plant on lead vocals);
  5. Liquid Mercury (written by Jimmy Page, instrumental song);
  6. Hummingbird (originally written by Leon Russell, with Chris Farlowe on lead vocals);
  7. Emerald Eyes (written by Jimmy Page, instrumental song);
  8. Prison Blues (written by Jimmy Page and Chris Farlowe, with Chris Farlowe on lead vocals);
  9. Blues Anthem (If I Cannot Have Your Love…) (written by Jimmy Page and Chris Farlowe, with Chris Farlowe on lead vocals).

line up official album:

  • Jimmy Page – guitars, synthesizers, backing vocals, and production;
  • Tony Franklin – bass guitar on one track;
  • Felix Krish – bass guitar on five tracks;
  • Durban Laverde – bass guitar on three tracks;
  • Chris Farlowe – lead vocals on three tracks;
  • John Miles – lead vocals on two tracks;
  • Robert Plant – lead vocals on one track;
  • Barriemore Barlow – drums and percussion on two tracks;
  • Jason Bonham – drums and percussion.

personale tecnico:

  • Peter Ashworth – photography;
  • Dick Beetham – assistant engineering;
  • Steve Horyland – assistant engineering;
  • JL – artowkr and cover co-ordination;
  • George Marino – mastering at Sterling Sound in New York City;
  • Leif Mases – engineering and mixing.

 

The Sol, Cookham, Berkshire, England U.K.

Blues dell’enigma senza fine

1 Feb

Domenica, prima mattina, diretto a San Martin on the River. Sulla Sigismonda (la blues mobile, insomma) ho l’impulso irrefrenabile di ascoltare gli Emerson, Lake & Palmer. Sono alcuni giorni che ne sento la necessità: magari perché ho riletto l’articolo sui Nice di Beppe Riva sul blog che condivide con Giancarlo Trombetti – lo sapete, i miei due riferimenti principali per quanto riguarda il giornalismo musicale italiano, nonché amici di lunghissima data – oppure perché non posso stare troppo a lungo senza tornare nel battistero musicale e immergermi nelle loro acque per compiere di nuovo il rito con cui vengo ammesso alla comunità musicale illuminata: abluzione con acqua e invocazione trinitaria (Emerson, Lake e Palmer… appunto).

Benché il mio primo incontro con il gruppo sia avvenuto – laggiù negli anni Settanta – grazie all’album Brain Salad Surgery (1973), anche stamattina seleziono Trilogy (1972). Oltre alla musica stratosferica in esso contenuta, apprezzo molto anche la produzione e il suono della batteria. In questa mattina di inizio febbraio il cielo è nuvoloso, tutto sembra neutro e bruttino: la campagna che convive con le aree industriali; l’umanità fiaccata dall’impossibilità genetica di andare d’accordo con sé stessa (sé con l’accento, per Dio!); il futuro che sembra destinato a imitare certe terribili stagioni remote del passato; i linguaggi dei popoli che paiono scendere di livello anno dopo anno; i tanti temi negativi che sempre più spesso vengono trattati qui sul blog.

Ma poi arriva la Musica… misteriosa, magnifica, portatrice di vibrazioni cosmiche, di umanesimo, di beltà d’animo. Un tuffo in un mondo ideale, dove fregarsene della cupa realtà odierna, del rumore dell’incessante inquinamento orale e scritto che ogni giorno ci assale…

Why do you stare? Do you think that I care?
You’ve been misled by the thoughts in your head
Your words waste and decay
Nothing you say reaches my ears anyway
You never spoke a word of truth

Why do you think I believe what you said?
Few of your words ever enter my head
I’m tired of hypocrite freaks with tongues in their cheeks
Turning their eyes as they speak
They make me sick and tired

Are you confused to the point in your mind?
Though you’re blind, can’t you see you’re wrong?
Won’t you refuse to be used
Even though you may know I can see you’re wrong?
Please, please, please open their eyes
Please, please, please don’t give me lies

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Una Fuga è necessaria; rifugiarsi là, nello spazio in cui Keith Emerson suona il piano, dove la bellezza torna a essere preponderante e a farsi luce guida…

Mi addentro in questa magniloquente aria sonora e mi ritrovo in equilibrio, in controllo di me stesso, eppure al contempo alla mercé della Musica stessa. Sembra quasi che il panorama grigiastro si colori immediatamente…

Alla mia destra scorre la ferrovia, a sinistra i pioppi sfilano come tanti soldatini. Faccio il punto sulla settimana appena trascorsa e nuvole di pensieri disparati attraversano la mia maruga.

Venerdì sera in sala prove con il gruppo: grande soddisfazione, voglia di suonare da parte di tutti, batterista (extraordinaire) particolarmente in forma, il Rock che fluisce potente e sinuoso. Ebrezza. Il suono che riusciamo a produrre nel Porciletto (la sala prove) è praticamente perfetto: la batteria Ludwig, il basso Fender Jazz, la Gibson Les Paul abbinata al Marshall Bluesbreaker si amalgamano all’istante.

Durante una pausa il batterista esce; io accenno il giro di People Get Ready (pezzo che, nella versione di J. Beck e R. Stewart, amo tantissimo), la bassista preferita si inserisce con le sue limpide linee di basso.

Filare di Pioppi – Prato, febbraio 2026 – foto Tim Tirelli

La blues mobile continua a rollare sulla tangenzialina campagnola, sono ora all’altezza della barchessa solitaria. Mi viene in mente che la Vale, una delle mie colleghe preferite, l’altro giorno ha inserito @timtirelli in un post che ha condiviso su Instagram. L’associazione ci stava, in quanto vi era un riferimento scherzoso a una faccenda che ci vedeva coinvolti.

Invece di mettere una faccina che ride, l’ho redarguita – perché il post aveva come colonna sonora un pezzo orribile – con un: «Sì, vabbè, ma Harry Styles non si può sentire!». Lei mi risponde che aveva condiviso il post con l’audio spento.

Ma dico io: almeno noi che amiamo la musica di qualità non possiamo stare a sporcare in giro con ’sta muzak. Per Vale, cartellino giallo.

Barchessa solitaria – Prato, febbraio 2026 – foto Tim Tirelli

Porto i fiori a Brian e a Mother Mary, passo a salutare il jazzista Enghel Gualdi, amico d’infanzia di mia madre, che tra l’altro vidi in concerto negli anni Settanta nella stessa piazza in cui lui e Mother Mary abitavano; prima di risalire in macchina mi fermo ad osservare il vecchio casolare dietro al cimitero… architetture ormai sbiadite di un’Emilia che sta svanendo.

Casolare – San Martin On The River febbraio 2026 – foto Tim Tirelli

La Musica celestiale continua e io, grazie ad essa, sfuggo alle costrizioni del tempo convenzionale, raggiungo una stella che è tutta mia, un pianeta su cui ricominciare: meta difficile da raggiungere, ma non impossibile.

Basterebbe appena un po’ di coraggio: svoltare, imboccare una blue highway, cambiare, essere l’uomo che avrei voluto essere e che invece non sono; prendere per mano una ragazza con i Far Away Eyes e partire…

Via di qua
Via di qua
Come andrei via di qua
Subito, come vorreiPartirei
Correrei
Verso un altra verità

Ci credessi
Ooh, appena un po’
Basterebbe, so che partirei

Via di qua
Via di qua
Doo doo doo, doo doo doo
Subito
Via di qua

In un altra realtà
Ritrovarmi
Ooh, appena un po’
Per vedere spazio davanti a me

Via di qua
Via di qua
Doo doo doo, doo doo doo
Subito
Via di qua

THE GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL

_Pubblicato su Youtubee il filmato completo in 16 mm del cinegiornale che mostra i Led Zeppelin mentre si esibiscono nel loro secondo concerto al Madison Square Garden nel 1975

 

Timestamps: 0:00 Rock and Roll 3:20 Sick Again 5:51 Over the Hills and Far Away 7:04 Crowd (before encores) 10:35 NBC Newsreel 13:42 Peter Grant interview 14:29 Fans arriving and interviewed before the concert

_in arrivo inoltre possibili nuovi filmati tratti da pellicole 8mm non ufficiali …

GATTI ALLA DOMUS

Tra tutta la gatteria che frequenta la Domus Saurea, tra i tre nostri gatti e i tre randagi ormai stanziali, Honecker è senza dubbio l’attore protagonista. I suoi due anni e poco più lo mantengono uno scavezzacollo che batte le campagne intorno alla Domus con spirito impavido, incurante di pioggia, gelo e galaverna. Tuttavia, tra i suoi istinti primordiali, si inizia a intravedere un minimo di coscienza di pensiero, e il rapporto con i suoi umani si fa via via più articolato.

Il suo sguardo, le sue occhiate, la pazienza con cui ogni sera si lascia lavare con le salviette umidificate, il guardarci dritto negli occhi, il lasciarsi riempire di baci: sono segnali inequivocabili. Senza nulla togliere a Minnie, la gattina che vorrebbe stare sempre con me; a Ragnatela, la principessina ormai anziana che combatte contro il passare degli anni; e ai tre randagi, Aroldo, Poldo Sbaffini e Gelsomino… Honecker sta, in qualche modo, riuscendo a carpirci tutto l’amore che abbiamo.

Il nostro amato e indimenticato Palmiro (che ci ha lasciato due mesi dopo l’arrivo di Honny) rimarrà sempre il gatto di riferimento per noi, ma Honecker sta sorprendentemente raggiungendo livelli di attaccamento e interazione che non avevamo previsto.

PS: e poi, cazzo, è bellissimo.

Honecker – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli

PLAYLIST

Coltrane nel 1961

James & The Boys 1978 – Jazz-Rock italiano

El Becko Group – Live 1971

Rick, Tom & Robin nel 2025

Immaginando Genesis alternativi del biennio 1976/77

FINALINO

L’audacia di continuare a lavorare, di credere malgrado tutto nell’umanità; le gite di una notte da Champions a San Siro; il sacrificio, al contempo sublime e gravoso, di tenere tra le braccia, dopo tutti questi anni, una Gibson Les Paul; la School of Rock che tengo trimestralmente; il Blog; il giro di amici; le pheeghe; la letteratura; le lingue romanze; l’Illuminismo; Jeremiah Johnson; la neve; la pioggerellina che deve cadere su di noi; il sole; la Musica Rock — quella che fa girare la testa, quella che ci rende più belli, più liberi, più vivi, quella che ci regala i mezzi per attraversare la vita e il mondo.

Ever onward, my friends.

Blues Boy Tim – fine settembre 2025 (foto di repertorio)