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Album dei ricordi: BAD COMPANY “Straight Shooter” (Swan Song 1975) – TTTTT+

4 Nov

Qualche sera fa, in casa, entro nello studiolo e mi accorgo che PALMIRO è dietro allo scaffale degli LP, fa il matto, io sto al gioco, lui inizia a strampellare con i miei dischi, temendo ne rovini qualcuno lo faccio uscire, lui mi ubbidisce ma non prima di aver dato una zampata a caso…dandola fa uscire dallo scaffale un disco della BAD COMPANY, STRAIGHT SHOOTER…uhm…guarda caso indosso la mia t-shirt preferita (della BAD COMPANY appunto)…ed è la stessa sera in cui mi arriva l’email dove mi si dice che MICK RALPHS ha iniziato a seguirmi su twitter…io sono razionale, non sono superstizioso nè scaramantico, ma adoro questo tipo di coincidenze, questi segni del blues. E allora tiro fuori l’album in questione, lo inserisco nello stereo, mi adagio sul cuscino e lascio partire i ricordi…

TT assorto nelle note di copertina di STRAIGHT SHOOTER - foto della groupie

TT assorto nelle note di copertina di STRAIGHT SHOOTER – foto della groupie

Ultimi sospiri degli anni settanta, sono un adolescente, ho già scoperto i LED ZEPPELIN, i FREE, gli ELP, JOHNNY WINTER, SANTANA e alcuni altri gruppi rock che mi fanno girare la testa. Non c’è internet, non c’è youtube, non c’è un cazzo, solo CIAO 2001 e poco altro. Ma sono un fan on the prowl, determinato e cocciuto, adesso che l’ho scoperto, il ROCK è tutto quello di cui m’importa; scovo notizie, ritagli di giornali, foto, qualche libro… FREE, LED ZEPPELIN, SWAN SONG, dunque BAD COMPANY. E’ settembre, uno di quei settembre emiliani, tiepidi, dolci, a misura d’uomo di blues. Il futuro sembra pieno di luce, le possibilità infinite, la vita gravida di sorprese. Sabato, mi fiondo al PEECKER SOUND di FORMIGINE, di fianco alla leggendaria discoteca PICCHIO ROSSO. Il PEECKER è probabilmente il negozio di dischi per eccellenza del modenese, grande, pieno di scaffali, self service, nessun commesso che ti disturbi con la frase “posso aiutarti?”. Lì dentro ci si passa pomeriggi interi. Lettera B: BAD COMPANY. La copertina con i dadi è quella che mi attira subito, …printed in USA…cazzo, l’etichetta è quella della SWAN SONG, special thanks to PETER GRANT, sleeve by HIPGNOSIS…STRAIT SCIUTER sei mio.

Bad Company Straight Shooter

Arrivo a NONANTOLA, salgo in casa, sono tutti fuori, metto il disco sul piatto…primo pezzo GOOD LOVING GONE BAD. Bam, una sorta di imprinting immediato, una scossa di testosterone, un marchio indelebile che mi si stampa sull’animo. Il pezzo è di un certo MICK RALPHS, ah è il chitarrista.

Hard rock di fattura pregevolissima, suoni efficacissimi,  batteria meravigliosa, voce che senti vibrare nello stomaco, e MICK RALPHS giustappunto alla chitarra. Un zabaione di iperbole per la mia giovane anima, per me che sono esile come un giunco ma che mi senti forte come una quercia. STRAIGHT SHOOTER significa  “persona schietta e sincera” ma c’è il gioco di parole dato dall’immagine dei dadi in copertina:  to shoot craps significa difatti  tirare i dadi, gettare i dadi. Ad ogni modo, mi accorgo che MICK RALPHS non è JIMMY PAGE, ma il suo chitarrismo  è appunto così schietto e sincero da essere, per me, irresistibile.  Riff granitico in LA e in RE, poi stacco lento dove RODGERS canta

I got my pride 
Don’t need no woman to hurt me inside
I need love 
Like any other
So go on and leave me
Leave me for another

Il ritmo poi riprende e sullo stacco PAUL che canta Cuz’ Baby I’m a bad Man, oh santo demonio quanta forza mi ha dato quella sciocca frasetta…

Good! Lovin’ gone bad
Good! Lovin’ gone bad
Good lovin gone bad
I’m a sad man
Get outta my way 
Cuz’ Baby I’m a bad Man
Now Now!

Io sono conosciuto per essere soprattutto un fan dei LED ZEPPELIN, e dei FREE e degli ELP se vogliamo, ma in definitiva forse il gruppo che più amo è la BAD COMPANY, e grazie a questo primo pezzo, STRAIGHT SHOOTER è probabilmente l’album che preferisco in assoluto. Intendiamoci, capisco benissimo che la BAD CO non è certo uno dei gruppi più importanti per la storia del rock, so che detta in modo un po’ maldestro il gruppo non è altro che la versione da stadio dei FREE, ma quell’hard rock genuino, semplice, diretto mi arriva al cuore con una facilità disarmante. Non è un caso che la mia band si chiami CATTIVA COMPAGNIA, se le canzoni che scrivo sono in qualche modo messe giù con un metodo simile, se mi sento e sono un chitarrista  alla MICK RALPHS più che alla JIMMY PAGE, se i il partner musicale che ho sempre cercato (invano) è una sorta di PAUL RODGERS emiliano… Oggettivamente credo che STR SHT sia un buon album hard rock, ma essendo diventato un capitolo così importante della mia vita, per me che sono lo smilzo di Nonantola, è the best hard rock album ever.

Back

FEEL LIKE MAKIN’ LOVE fu il secondo singolo tratto dal disco, arrivò nella top ten americana. Oggi non riesco più ad ascoltarlo, ma allora lo trovavo davvero carino. Ballatona acustica col ritornello pieno di chittarre distorte, testo al limite della sostenibilità…troppo mieloso. WEEP NO MORE è una delle pochissime canzoni scritte da SIMON KIRKE ad apparie sui dischi della BAD COMPANY originale. Intro d’archi e un incedere bluesy a seguire. Tutto molto godinile. SHOOTING STAR è uno degli altri hit del disco, stessa formula di FEEL LIKE MAKIN’ LOVE. Riflessione gradevole seppur un po’ retorica sulla tragica fine di giovani rockstar.

Riguardando le foto della copertina interne rammento quanto mi immedesimai in esse, quanto machismo involontario mi profusero, quanto mi fecero sentire un vero uomo…

Bad Comany Straight Shooter inside

Mi immaginavo di essere parte di loro, o di una band come la loro, in tour nel midwest americano nella metà degli anni settanta…

Bad Comapny Straight Shooter inside back

Immagini che si sposano a meraviglia con DEAL WITH THE PREACHER e WILD FIRE WOMAN, due ottimi esempi di hard rock inglese che racconta storie di vissuto nell’on the road americano. I cantati superbi di RODGERS, il chitarrismo lineare e ispirato di RALPHS, il basso preciso e mai sopra le righe di BOZ BURREL, la batteria elegantemente rock di SIMON KIRKE, che band ragazzi! La slide guitar di WILD FIRE WOMAN sa di sud degli Stati Uniti, di viaggi intrapresi per incontrare una bellezza di donna al di là del confine col Messico. Trovavo e trovo ancora irresistibile il finale quando PAUL RODGERS canta

I start to shiver and shake
I just can’t wait, I start to shiver and shake
I just can’t wait, I start to shiver and shake
I, Lordy, I just can’t wait
Driving down the highway, yeah
Wow
Oh baby, take a good loving to keep me driving all night
I’m a-driving all night, oh yeah

Quando poi al minuto 4:18 MICK RALPHS ci da di slide partivo e parto anche io per le highway americane in cerca di chissà chi …

Straight on down the highway
Straight on down the highway
Wow, straight on down the highway, yeah

Bad Co Straight Shooter ad

ANNA, di Simon Kirke, proviene dall’album KOSSOFF KIRKE TESTU AND RABBIT del 1972, registrato all’indomani del primo scioglimento dei FREE. Delicata, lenta, cantata con pathos da RODGERS, ANNA si accasa senza problemi  in STRAIGHT SHOOTER. Preso dalla mia mania per la BAD COMPANY, iniziai a contagiare gli amici, in particolare TOMMY TOGNI, cantante con cui mi misi  a suonare poco dopo. A quel tempo TOM stava con una che si chiamava Anna, e ogni volta che lui veniva a casa mia dovevo fargli ascoltate il pezzo a più riprese. L’album si chiude con CALL ON ME, tempo medio che in alcune sue parti si rifà all’epica rodgersiana di cui spesso parlo, con quella coda finale che ti porta nei campi di foschia e bruma che hai dentro di te, dove socchiudendo gli occhi vai incontro al tuo destino, al sole che sorge, ad un nuovo giorno che nasce.

Don’t worry about the rain, baby
I’ll keep you dry
I’ll keep you warm inside
And satisfied

Don’t worry about the rain
I’ll keep you dry, I’ll keep you dry
Call on me, baby, call on me, baby

Bad Company - Straight Shooter - Booklet (2-2)

Registrato nel settembre del 1974 e pubblicato nell’aprile del 1975, STRAIGHT SHOOTER arrivò al numero 3 della classica americana, vendendo 3 milioni di copie. Album dunque fondamentale per il sottoscritto…dopo tutto ho preso forma grazie ad esso, sono diventato l’uomo che sono nel bene o nel male anche grazie a questo Rock, totale, puro, schietto e frizzante come il lambrusco. Oh, nulla cosmico onnipotente , che cazzo di album che mi hai fatto trovare lungo la via…e ora tutti nell’abbazia di Thelema a osannare il chitarrista, perchè IN MICK RALPHS WE TRUST.

Bad Co vintage straight shooter t shirt

 

BLACK CROWES – TORNADO OF SOULS (SINGING) ALL’ALCATRAZ (Milano luglio 2013) – di Lorenzo Stefani

27 Set

Lorenzo Stefani ci racconta le sue impressioni del concerto di quest’estate a Milano dei suoi (e nostri) prediletti BLACK CROWES.

Di solito vado a vedere uno-due concerti all’anno, quindi cerco di scegliere qualcosa che mi dia motivazione: il programma dei concerti dell’estate 2013 mi lasciava un po’ perplesso, nulla che mi spingesse  davvero a sobbarcarmi il costo e la fatica di subappaltare la gestione delle figlie e trascinare Laura (mia moglie) a vedere qualcuno che lei a malapena sconosce… sino a che mi sono reso conto che il cartellone dei “10 Giorni Suonati” di Vigevano includeva i Black Crowes.

Seguo questo gruppo di Atlanta da tanti anni, via via ho comprato la maggior parte dei loro album e la qualità del loro suono, la continuità e la coerenza della loro produzione mi hanno sempre appassionato ed – a tratti – entusiasmato.

Che io  ricordi è stato uno dei primi gruppi che, oltre a rispolverare sonorità del tutto seventies, hanno anche ritirato fuori tutti gli strumenti, l’abbigliamento e le movenze dell’epoca d’oro del rock. Però non in modo furbesco o artificioso, davano proprio l’impressione di crederci a fondo, di essere completamente calati nel loro ruolo di messaggeri del rock vintage, fuori dal tempo e dalle mode del momento, che è poi quello vero e che piace a me.

Black Crowes SF 1991  - photo by Clayton Call

Black Crowes SF 1991 – photo by Clayton Call

A quell’epoca, non si capisce bene perché, vennero imbarcati nel caravanserraglio del Monsters of Rock e passarono pure da Modena insieme a Metallica e AC/DC; non li andai a vedere principalmente perché il biglietto costava troppo  per le mie tasche, qualche amico che aveva partecipato al montaggio dell’immane palco ed aveva seguito il soundcheck raccontò che il tastierista puzzava di alcool lontano un miglio, ma comunque avevano ben poco a che spartire con le star del metal in cartellone (“In molti, e non ultimi tanti sapientoni della stampa specializzata, cascano nel tranello di considerarli i nuovi esponenti di una corrente metallara, confondendoli con roba come Scorpions o, peggio, Europe. Loro, fricchettoni fino al midollo, non battono ciglio e quando nel 1991 vengono invitati al festival Monsters of rock accanto a Metallica e Pantera sembrano prendere tutti per i fondelli con una strepitosa versione di Rainy day women 12&35 di Bob Dylan intrisa di boogie. Le radici della band sono altrove, sembrano dire” – Gabriele Gatto http://www.rootshighway.it/folklore/crowes_mono.htm; RAINY DAY WOMEN 12&35: http://www.youtube.com/watch?v=Je2tnlOlW_Q).

La location originaria per il mio concerto dell’estate 2013 era il Castello di Vigevano, tutti mi avevano detto che è un gran posto, ma scomodo da raggiungere e funestato da zanzare. Poi però tutta la manifestazione è stata ripensata ed i vari concerti ridistribuiti in diversi locali, pare per ridurre I costi di organizzazione dovuti alla necessità di montare, smontare o adattare freneticamente il palco del Castello, o qualche esigenza di questo genere.

Sta di fatto che ero un po’ preoccupato all’idea di infilarmi dentro l’Alcatraz all’inizio di luglio, temevo una sauna disgustosa e mi sembrava un peccato non poter vivere l’evento all’aperto e in una cornice suggestiva come da programma iniziale. Ma me ne sono fatto una ragione, ho preso un letto gonfiabile per la baby sitter – per consentirle di rimanere a casa con la prole – ho detto e ridetto a Laura di essere puntuale per poter partire alle 18 al più tardi perché non volevo perdere neppure una nota, e mi sono fiondato a Milano. Questa faccenda della tensione sulla fase iniziale del concerto merita un mimima spiegazione: un po’ come quando si va al cinema e si perde l’inizio del film, mi dà un fastidio tremendo perdere la parte iniziale dello show, fosse solo una canzone. Un evento  rock è qualcosa di coeso, con una sua logica ed un suo mood che cogli bene se sei lì prima che la magia cominci a fluire dal palco. Agli ultimi due concerti prima di quello del Corvi Neri mi era capitato esattamente così (ossia di perdere la prima canzone), quindi ero un po’ agitato perché temevo la regola del non c’é due senza tre.

Arriviamo invece all’Alcatraz alle 20:15, c’é l’aria condizionata, si sta benissimo: tempo di prendere una birretta a stomaco vuoto (mai riuscito a cenare prima di un concerto), di dare un’occhiata al palco, molto semplice, e le luci si abbassano, il pubblico è numeroso, molto attento e carico, salgono gli applausi e parte la batteria: un battito secco e inconfondibile, è JEALOUS AGAIN, il primo grande successo.

Ed eccoli, tutti i Corvacci schierati: Chris Robinson, leader carismatico indiscusso, a piedi nudi, figura sciamanica fuori del tempo, assomiglia un po’ al Gesù di Nazareth di Zeffirelli. La sua voce mi sembrava un po’ da cornacchia, le prime volte che la ascoltavo, mi dava fastidio ma insieme mi piaceva (un po’ le sensazioni che Page dice tuttora di provare quando canta Plant, fatte tutte le debite differenze). Ora mi piace e basta, nel tempo si è evoluta mantenendo grande estensione e potenza intatte ma guadagnando calore ed espressività.  Il modo di muoversi di Chris, che sembra trasportato da una danza magica, in trance, ha portato qualcuno a parlare, con immagine che trovo azzeccata, di “movenze da spettatore di un festival degli anni ’60” (Paolo Panzeri/Gianni Sibilla, in http://www.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano).

Chris Robinson

Chris Robinson

Il fratello, Rich Robinson è un po’ appesantito, coi capelli raccolti ricorda vagamente Russel Crowe. Concentrato, impeccabile, ma di una serietà eccessiva, mai un mezzo sorriso durante l’intero arco del concerto: al limite della scontrosità, mi ha ricordato un po’ Blackmore (ma è sempre stato così fin dagli anni ’80: tutto concentrato sul suo strumento, non concede nulla allo spettacolo). Nel corso del concerto sfoggia, tra l’altro, oltre ad una Fender Telecaster, una bella chitarra con finitura madreperlacea, non sono un intenditore ma da quanto ho visto su http://www.vintageguitar.com/3449/rich-robinson potrebbe trattarsi di una James Trussart Steelphonic.  Comunque non deve essere un tipino facile da suonarci insieme e ancor meno da dividerci i guadagni: probabilmente è per il suo carattere ombroso che i due fratelli sono arrivati allo scioglimento del gruppo, qualche anno fa, anche se ora sono ripartiti con bello slancio.

Rich Robinson

Rich Robinson

Sezione ritmica: alla batteria c’é (e più o meno c’é sempre stato, a parte un intervallo dal 2001 al 2005) Mr. Steve Gorman:  suona con una Ludwig minimalista, Bonzowise (il filo sottile che collega Crowes e Zeppelin esiste anche negli strumenti, basta cercarlo). Gesticola poco, si limita all’essenziale e rifugge dal gesto “atletico”. Per intenderci, molto diverso dall’enfasi di certi drummer come – che so – Tommy Aldridge. Al basso si presenta Sven Pipien, con un phisique du role da perfetto rocker anni ‘70, un fossile vivente ed in ottime condizioni di conservazione (per quanto ne posso capire, mi sembra faccia il suo lavoro brillantemente).

Steve Gorman

Steve Gorman

La novità è il secondo chitarrista, Jackie Green: è giovane, con gli occhi a mandorla ed uno strano panama bianco, anche lui serio e compreso nel suo ruolo. Rispetto a Rich Robinson suona più aggressivo, più rock ma con meno “anima”: la differenza si sente piuttosto bene nel corso “duello” chitarristico durante la chilometrica WISER TIME, in cui i due si sfidano a suon di assoli. Mentre Green snocciola note su note come una mitragliatrice, Robinson sembra più preoccupato di cavar fuori suoni dal sentore psichedelico, ed assolutamente non preoccupato di mantenere il passo di Green in termini di velocità pura. Strumentazione: una Gibson SG blu, varie Gibson Les Paul ed altro, compreso un mandolino.

Sven Pipien & Jackie Green

Sven Pipien & Jackie Green

Buon ultimo, Adam Macdougall alle tastiere: molto presente con i suoi suoni – come deve essere nella musica dei Black Crowes spesso accompagnata da Hammond vintage o pianoforte – ma di bassa statura e sepolto dietro una barricata di tastiere, semi invisibile durante tutto il concerto.

Purtroppo niente coriste; d’accordo che i musicisti sono già sei sul palco, ma le coriste hanno sempre aggiunto qualcosa di lussurioso e circense al southern rock dei nostri e un po’ mi mancano. Mi andrebbero benissimo le due donnone sovrappeso che li hanno accompagnati in questa strepitosa Soul Singing eseguita nel 2001 al David Letterman Show (http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=tv5NRHOGrrU#at=120), ma niente da fare.

Progressivamente mi avvicino al palco, e mi trovo di fianco la sagoma imponente e tutto sommato  familiare di Antonio “Rigo” Righetti, ex bassista di Ligabue, che incontro spesso in Piazza Matteotti a Modena al sabato mattina mentre accompagnamo la rispettiva prole alla giostra o a zampettare in bicicletta. Sto per dirgli qualcosa ma, come misteriosamente era apparso in mezzo alla folla, altrettato velocemente sparisce, Me lo sarò sognato. Misteri southern rock.

Il suono delle tastiere da sotto il palco è un po’ fastidioso a causa dell’acustica del locale non eccellente, ma il wall of sound è comunque imponente e travolge il pubblico: la scaletta è ben calibrata, un torrente di eletticità con brevi intervalli acustici, tra cui SHE TALKS TO ANGELS (vedi più avanti la set list interattiva).

In breve: 16 canzoni praticamente senza interruzione, senza respiro, con pochissime parole (quasi nulla) tra una e l’altra: grande professionalità, ma ti aspetteresti di più, come dire…capisci che il gruppo avrebbe nelle corde (vocali e delle chitarre) le 3 ore e passa di concerto di uno Springsteen o degli Zep del’epoca d’oro… la gente se li starebbe ad ascoltare più che volentieri. Pare sia accaduto in altre occasioni, ma non in Italia. Qui lo show era stato enfaticamente presentato come “due ore di rock” e due ore di rock sono state, esattamente dalle 20:30 alle 22:30, ma non un minuto di più.

All’uscita mi sento molto appagato e al banchetto del merchandising acciuffo una maglietta da 15 euro, in bianco e nero, che porto poi intensamente e con orgoglio tutta l’estate, con il risultato che ora si sarà accorciata di 10 centimetri e tra poco andrò in giro come Cristina Aguilera, ossia con la panza (pelosa, nel mio caso) al vento.

Cenetta finale rilassante in ristorantino di quinta (come si dice a Bologna) vicino all’Alcatraz, con inquietanti foto di Formigoni e Tettamanzi ritratti insieme ai titolari, disseminate dappertutto sulle pareti con evidente orgoglio. Formigoni è uno che non si tratta male quanto a ristoranti ma deve essere capitato lì per caso, non è un posto da lui: il mio palato non può comunque valutare con obiettività, data la fame da lupo e lo spirito incline a considerare tutto buono e bello (beh, non quelle foto) grazie alle good vibrations dispensate a piene mani dai corvacci.

BC promo 1990

Al netto di tutto quanto: una delle migliori band in attività, uno dei più esaltanti spettacoli live in circolazione, no doubt. Perché mi piacciono tanto? Probabilmente perché rappresentano il sogno di tutti noi: essere in tutto e per tutto una rockstar anni ’70 vivendo nell’epoca presente, e miracolosamente essere ancora sulla quarantina. E poi è uno di quei gruppi che, se li vedi dal vivo, ti scatta una voglia matta di essere sul palco con loro, tanto sono fluide e naturali le note che escono dai loro strumenti. Ecco, è proprio una band che dà l’impressione di poter suonare (bene) sott’acqua, a testa in giù e magari incatenata, come il mago Houdini.  Deve essere più o meno quello che ha pensato il buon Page quando, scuotendosi di dosso la polvere del suo esilio (dorato), nel 1999 ha voluto calcare di nuovo il palcoscenico ed ha scelto proprio loro, non a caso.

Jimmy Page & Black Crowes

Jimmy Page & Black Crowes

Ho un ricordo personale a questo proposito: per l’appunto nel 2000, in un gigantesco salone dell’aeroporto di Milano Malpensa, mentre aspetto un volo per Chicago, immerso in una folla immensa, all’improvviso avvisto una chioma bionda che riconoscerei tra un milione. Ben più alto della media, con un camicione rosso bordeaux di foggia vagamente indiana, spinge un carrello strapieno di valigie come un qualunque turista un po’ fricchettone, ma è Sua Maestà Mr. Plant in persona, di ritorno dal Pistoia Blues.

Non ci penso due volte, lo saluto, gli dico che l’ho visto due anni prima nel tour Plant-Page (e che mi sono piaciute le canzoni più vecchie, in particolare, BABE, I’M GONNA LEAVE YOU), ed infine – prima di strappargli un autografo in formato A4 che tuttora custodisco in una teca ad umidità controllata – me ne esco con la domanda più ovvia e più idiota che poteva venirmi in mente: “Where’s Jimmy?”. La risposta è secca, chiaramente scocciata e al tempo stesso precisa: “He’s in the States with the Crowes”.

Ripensandoci ora, dopo aver visto l’ultima, efficacissima formazione dei Black Crowes dal vivo ed aver provato quell’irrestitibile voglia di essere sul palco insieme ad un gruppo che suona con la stessa naturalezza con cui i comuni morali respirano, penso che il buon Percy volesse dire, in pratica: “È in America. A spassarsela coi Corvacci. Beato lui”.

Ma un’esclamazione in modenese renderebbe ancora meglio il tono e l’epressione facciale che accompagnarono la storica frase. Più che “Beato lui”, i suoi occhi dicevano: “Ch’a-g végna n’azideint!”, ossia  che gli venga un accidente (a Page che si divertiva alla facciaccia sua) o, forse più probabilmente, “Cat végna n’azideint”, rivolto al molesto fan italiano intento a fargli domande inopportune.

SETLIST INTERATTIVA

(quando non c’erano filmati di Milano disponibili, ho racimolato materiale alternativo privilegiando ovviamente quello tratto dall’ultimo tour

Jealous Again

Su Youtube sembra che nessuno si sia filata questa canzone, la sera di Milano. Rimedio con quella suonata a Memphis http://www.youtube.com/watch?v=xm6n7PbOFLI in maggio e soprattutto con quella di Londra, ripresa professionalmente tre giorni prima dell’esibizione all’Alcatraz (http://www.youtube.com/watch?v=-ABFGfRIrFg).

A Pistoia Blues, il 4 luglio, il brano di apertura è stato STING ME, il suo grande riff mi è mancato un po’ (http://www.youtube.com/watch?v=iSXiCbnZqOs – altra grande rendition del 1992: http://www.youtube.com/watch?v=bawY3kgOdbI).

Thick N’ Thin

Purtroppo nessuno pare aver filmato questa song a Milano: rimedio con questo breve estratto dall’esibizione del 21 giugno 2013 a Bruxelles http://www.youtube.com/watch?v=JI4XUhbODi8

Hotel Illness

Grande armonica, cantato vigoroso (qui siamo a Chicago, 17 aprile 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IAOC3IR5ypE)

Black Moon Creeping

http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Bad Luck Blue Eyes Goodbye

Amsterdam, 19 giugno 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Medicated Goo (Traffic cover)

Jones Beach, Wantagh NY, 10 agosto 2013: http://www.youtube.com/watch?v=xCIGOvQy1hw

Soul Singing

Qui a Bottle Rock, Napa, CA, 9 maggio 2013: http://www.youtube.com/watch?v=MboJH-JqxG4

Wiser Time

16 minuti e passa a suon di duelli di chitarre e altre amenità: http://www.youtube.com/watch?v=bLJD8mAfLj8

She Talks to Angels

http://www.youtube.com/watch?v=wCIs52LGhWY   http://www.youtube.com/watch?v=24mbAqowHO4

Pistoia, 4 luglio (qualità migliore, molto godibile): http://www.youtube.com/watch?v=B_zFY_6Gx4o

Whoa Mule

Intermezzo acustico, da WARPAINT (2008): il batterista afferra un bongo e “fa cantare le sue mani”, come direbbe Franz di Cioccio. Anche qui per rendere l’idea di cosa ho visto e sentito mi vedo costretto a pescare da una recente esibizione del medesimo tour: Amsterdam, 20 giugno http://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=bJ11bYvUUh0

Thorn in My Pride

http://www.youtube.com/watch?v=PUI5aYzQLeA (voce strepitosa)

Remedy

Una delle mie canzoni preferite, potente e grintosa, le casse sembrano esplodere tanto sono piene zeppe di suono chitarroso: http://www.youtube.com/watch?v=jTBvF6VabzU

Eccola in versione ancora più sciamancica, in black & white, suonata il 30 luglio negli States:  http://www.youtube.com/watch?v=06tH3LGcEoA#t=21 )

Hard to Handle (Otis Redding cover)

Pistoia, 4 luglio (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=f6304fQ9hqg

Parigi, 27 giugno (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=n0OsRufYLEc

Hush (Billy Joe Royal cover)

Pistoia, 4 luglio: http://www.youtube.com/watch?v=4BNnGhpnCsM

ENCORE:

No Expectations (The Rolling Stones cover)

http://www.youtube.com/watch?v=VIQcqnH4CgY

Per i miei gusti meglio Jumpin’ Jack Flash, suonata con grande impeto ed allegria pochi giorni prima, il 27 giugno, a Parigi:  http://www.youtube.com/watch?v=97mjxuLsd3Q (immagini e sound di alta qualità, con un tifo d’inferno da parte dei fans: chi ha detto che gli italiani sarebbero il pubblico più “caldo”?)

Movin’ On Down the Line

Una delle canzoni meno riuscite di WARPAINT (soprattutto nel ritornello), a mio personale avviso, e che pertanto avrei evitato di suonare in chiusura di concerto, se fossi stato nella testa della band (qui nella versione suonata a Westbury, NY, il 9 aprile 2009:  http://www.youtube.com/watch?v=OjIJ35qYC5Y; il video è nitidissimo, ottimo suono) . Peccato, perché WARPAINT è un grande disco ed ha segnato una delle tante rinascite del gruppo, se avessero suonato OH JOSEPHINE (http://www.youtube.com/watch?v=onjGCk_3jH0&NR=1&feature=endscreen) sarei stato molto più contento, ancora meglio se avessero fatto GOODBYE DAUGHTERS OF THE REVOLUTION (http://www.youtube.com/watch?v=cGRKkxoh_Q0).

A Pistoia, il 4 luglio, hanno suonato anche GOOD MORNING CAPTAIN che mi è sempre piaciuta, allegra e positiva (http://www.youtube.com/watch?v=VOOoZ5oRix0), e la travolgente TWICE AS HARD, con i suoi splendidi riffoni southern (http://www.youtube.com/watch?v=G7JgieGhlV4).

P.S.(1)

In rete si trovano commenti anche più entusiastici del mio; di seguito alcuni passaggi che mi fa piacere  condividere.

–        “Può un capannone industriale trasformato in discoteca, con travi e tubi di acciaio sul soffitto, sembrare un torrido locale californiano degli anni ’70? Può sembrarlo ed essere credibile seppur a migliaia di miglia dallo Stato dell’oro? La risposta è sì, se c’è la band giusta sul palco. E non c’è band più giusta dei Black Crowes” – (http://mobile.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano – Paolo Panzeri/Gianni Sibilla).

–        “Qualcuno ha detto che il 1973 è stato l’ultimo grande anno del rock, poi basta. Gli anni in cui la musica rock sarebbe morta – the day that music died – sono moltissimi, grazie a Dio però risorge sempre. I Black Crowes come immagine (allampanati hippie dai lunghi capelli che sembrano usciti dalla foto di copertina del live “At Fillmore East” della Allman Brothers Band) e come proposta musicale sono probabilmente ibernati in quel 1973 reso celebre anche da uno dei più bei film sulla musica rock, “Almost famous/Quasi famosi”. Sono una anomalia spazio-musicale. D’altro canto il cantante Chris Robinson è stato anche sposato con l’attrice Kathe Hudson, la protagonista di quel film là. … Chris … è sempre di più una reincarnazione di uno sciamano che mette insieme James Brown e Mick Jagger per le movenze ma anche per quella capacità unica di evocare i sapori del profondo sud degli States, tra R&B, country soul e gospel … una versione spezzacuori di No Expectations, degli Stones del loro periodo migliore … Forse è un caso, ma stasera è il 3 luglio, giorno in cui si ricorda la morte di Brian Jones. Il modo come Chris Robinson la canta con partecipazione straboccante, i dolenti assolo di slide del fratello, tutto concorre a far pensare che a lui sia dedicata … I Corvi sono ancora il miglior spettacolo rock in circolazione. D’altro canto, loro stessi una volta si erano definiti The Most Rock ‘n’ Roll Rock ‘n’ Roll Band in the World. Avevano ragione. Lunga vita ai Corvi Neri” (http://www.ilsussidiario.net/mobile/Musica-e-concerti/2013/7/5/BLACK-CROWES-Il-concerto-di-Milano-The-Most-Rock-n-Roll-Rock-n-Roll-Band-in-the-World-/409063 – Paolo Vites).

–        “Ci sono band di cui ti innamori, ci sono suoni di cui non puoi fare a meno, ci sono atmosfere speciali che parlano alla tua anima. Un concerto dei Black Crowes racchiude un po’ tutto quello che desideri: il buon rock’ n’ roll, il blues, il soul, il romanticismo ed il divertimento … Il gruppo di Atlanta diverte e si diverte, dimostrando ancora una volta di essere una delle migliori live band in circolazione: il prelibato sound mutuato delle radici della musica americana, avvolge la serata in un sensibile clima di sincerità musicale, che parte dal delta del Missisipi ed arriva al rock contemporaneo … Ci sono concerti da ricordare, ci sono sensazioni che rievocherai per sempre, ci sono serate in cui la musica è magia. Ieri sera i Crows erano tutto questo” (http://www.onstageweb.com/recensione-concerto/black-crowes-milano-3-luglio-2013-recensioneThe Black Crowes a Milano, tutto quello che desideri in un solo concerto” – Claudio Morsenchio).

–        “Quelli del sud suonano meglio. Almeno nel rock. Se occorreva una riprova bisognava essere all’Alcatraz di Milano la sera del 3 luglio … quello che si è sentito all’Alcatraz non è cosa che capita di sentire e vedere tutti i giorni, non è la normale amministrazione del rock, anche di quello più famoso che riempie gli stadi o l’ultimo fenomeno del momento e magari bisognerà aspettare altri due o tre anni per assistere ad un concerto così tosto, impetuoso e bello, dove si vive una speciale euforia interiore che non capita sempre, perché una droga la si può comprare ma questa euforia che nasce dentro naturale non è facile provarla, non sempre è a disposizione di sensi e cuore. E’ capitato la sera del 3 luglio, il passato ed il presente che si fondono in una specie di santificazione laica del rock n’roll, dove canzoni che parlano di fratellanza, di pace, di salvazione, di umanità, cantate da un Chris Robinson che con le sue movenze dinoccolate e la sua voce spiritata delira come  un predicatore del soul e del sud, trovano accompagnamento in una band dal sound sporco, febbricitante, urgente ma anche estatico e a tratti visionario . C’è tutto quello che serve per andare in paradiso nella musica dei Black Crowes: le unghiate del British Blues, i riff degli Stones, la potenza dei Led Zeppelin, la sensualità del soul, il ritmo della musica di Memphis, il botta e risposta di due chitarristi favolosi, le jam degli Allman, l’acustica agreste del country-blues, le slide metalliche del Delta, i voli pindarici dei Dead, i sognanti paesaggi pastorali dei  Traffic all’esordio, l’ugola arsa di alcol e negritudine  del primo Rod Stewart, la gagliarda immediatezza dei Faces. Insomma, una enciclopedia del rock derivato dal blues … al posto di Luther Dickinson adesso è Jackie Green, rocker e songwriter californiano con qualche buon disco solista alle spalle, a far compagnia a Rich Robinson con le chitarre. La differenza è sostanziale, con Dickinson erano due chitarristi blues in azione, Dickinson dava una forte impronta roots al sound della band, con Jackie Green l’impasto è più equilibrato, il sound risente di un maggior tasso rocknrollistico, è tagliente, urgente, scavezzacollo, come se avessero messo un Keith Richards in formazione così da controbilanciare il tocco bluesy ed allmaniano della Gibson di Rich Robinson. Anche Green suona la Gibson ma la sua chitarra è sferzante, bruciante e cattiva e la si sente in tutta la sua efficacia quando regala un assolo da brividi, lungo e liberatorio in una incandescente versione di Wiser Time, la migliore mai sentita dal sottoscritto, l’inizio bucolico e “sospeso” con il piano di  Adam McDougall a fare da intro e poi via verso i saliscendi di una ballata ora morbida ora incalzante, che prende la via della jam, si incasina, si apre a tutta una serie di orizzonti, idilliaci prima e sulfurei poi e quando ritorna nelle amene colline della Georgia  mi fa venire in mente il “clima” di Brothers and Sisters degli Allman. E’ stato uno degli highlights di un concerto potente come pochi ma di una potenza lucida, perentoria, illuminante, dove le cantilene esasperanti della messianica voce di Chris Robinson, ripetute come una ipnosi gospel, ad un certo punto si inerpicavano in tesi, ossessivi e nervosi scatti di ritmo,  che come un elicoide si attorcigliavano attorno al refrain di base creando una specie di trance che immancabilmente portava il pubblico eight miles high. Micidiali, estasi e furia, un sound che viene giù dal palco con una compattezza unica, una potenza di fuoco che vede  Chris nel ruolo di sciamano, attorniato da due chitarristi che se la giocano e se la sparano come facevano Keef e Taylor nel tour di Exile dei Rolling Stones ed un sezione ritmica che sposa funky e R&B come si è insegnato nelle università della Stax e dei Muscle Shoals, oltre ad un tastierista che riempie tutti gli spazi lasciati liberi dagli altri con un suono magmatico e fluente” (http://zambosplace.blogspot.fr/2013/07/the-black-crowes-alcatraz-milano-3.html?m=1 – Mauro Zambellini).

Sempre Mauro Zambellini aveva scritto sagge ed ancora attuali parole, recensendo CROWEOLOGY, nel 2010: “Ancora una volta il rock mischiato alle radici della musica americana, al blues, al country, al bluegrass, al folk con un approccio di basso profilo molto diverso da quello che aveva accompagnato i Black Crowes agli esordi, quando addirittura venivano messi in cartellone nelle adunate e nei festival metal.

Il tempo è stato dalla loro parte, i Black Crowes si sono rivelati una potente rock n’roll band e poi, dopo un periodo di silenzio, hanno avuto il coraggio di cambiare e con l’innesto del chitarrista Luther Dickinson al posto di Marc Ford hanno maturato un sound dalle forti implicazioni roots, un sound con tante sfumature, legato alle radici della musica americana senza per questo venir meno a quella verve rock che si sente nel modo in cui compongono le canzoni e le interpretano.

Per certi versi assomigliano ai migliori Stones di fine anni 60/inizio anni 70, a loro dire i punti di riferimenti di questa evoluzione sono stati Beggar’s Banquet ed il terzo album dei Led Zeppelin, quello delle connessioni con il folk, ma il batterista Steve Gorman cita anche Every Picture Tells a Story di Rod Stewart e personalmente ci trovo molto di The Band e di Delaney and Bonnie and Friends oltre agli Allman Brothers più pastorali, quelli per intenderci degli episodi acustici di Eat A Peach … la grandezza di questa band, secondo chi scrive il miglior gruppo rock in senso classico uscito dagli anni novanta, ritornato alla ribalta negli ultimi anni dopo un periodo di stallo e oggi in grado di far rivivere il grande rock degli anni settanta tra liberatorie esplosioni di cruda elettricità, sprazzi di psichedelia e intense ballate calde come un camino d’inverno”.

Chiudo con Massimiliano Spada (Jam – settembre 2013): “Il tempo ha reso saggi i corvi, e non ha minimamente scalfito la loro voglia di rock. É questione di passione. E la passione la riconosci subito, la fiuti già nelle prime note di Jealous Again e ora della fine di Thick N Thin ti ha già impregnato le narici. Sai di essere nel posto giusto, e soprattutto con la band giusta. I Black Crowes vanno diritti al punto; la loro miscela di rock, soul e blues ti investe senza troppi preamboli. É sporca, graffianti e reale, come la stra che li ha portati a Milano. … Chris non è mai stato così in forma, é la perfetta incarnazione del Soul Singing. La sua voce è il perno attorno a cui ruota la musica dei Corvi, e sul palco dell’Alcatraz lo ha dimostrato per l’ennesima volta. Due ora di grande musica … sono una macchina ritmica perfettamente rodata, alla quale ora si è aggiunto il chitarrista e songwriter Jackie Green, cui spetta il compito di riempire il vuoto lasciato da Luther Dickinson. Tralasciando inutili paragoni, Greene sta facendo un ottimo lavoro: il suo guitar playing è essenziale, diretto, decisamente efficace, e  versatile al punto giusto. Jackie sa ingaggiare intensi duelli chitarristici con Rich, ma anche arricchire con il mandolino i momenti acustici (She Talks To Angels, Whoa Mule). Non c’é trucco e non c’é inganno, ciò che sentite corrisponde a ciò che vedete sul palco: sei musicisti dotati di cuore e talento, passione e attributi.

P.S.(2)

Il titolo di questo resoconto deriva da un intreccio di tre diverse canzoni: la splendida TORNARDO dei Black Crowes (THE LOST CROWES, 2006 – http://www.youtube.com/watch?v=tIqscjO3tYg), SOUL SINGING degli stessi Corvi (LIONS, 2001) e TORNADO OF SOULS dei Megadeth (RUST IN PEACE, 1990).

La prima volta: LED ZEPPELIN “The Song Remains The Same”…il film

29 Apr

TSRTS Poster

Picca (come leggerete più sotto) ipotizza fosse il 1977, io credo invece fosse il 1978 (giugno) perché la compagnia di ragazzi amanti della musica rock che ero solito lambire, diceva che mentre andavano a Modena a vedere il film per la prima volta non c’era nessuno per strada, perché stava giocando l’Italia ai mondiali (Argentina ’78). Comunque sia, la prima volta me la persi. Il mio debutto avvenne in un cinemino un po’ sfigato di Castelfranco Emilia nel novembre del 1978. Era un sabato sera, c’era nebbia, ed io Massimo e Lencio ci facemmo accompagnare dal padre di Massimo, nessuno di noi aveva la patente. Mi par di ricordare che Massimo lo avesse già visto, ma era comunque eccitatissimo.

Cinemino di seconda fascia, buio, umidità, odore di muffa, poltroncine scomode, impianto audio scarsino. Chiacchiere in libertà con Massimo e Lencio, poi le flebili luci che si spengono, il fascio di polvere d’oro che va dal proiettore allo schermo… lo spioncino di una cancello che si apre, gangster che si apprestano a colpire….riconosco PETER GRANT e forse RICHARD COLE…mitra che sparano, teste che cadono in modo buffissimo, poi JOHN BONHAM sul trattore, PLANT vicino ad un ruscello con la famiglia, JONES che racconta favole alle figlie, PAGE con gli occhi rossi a bordo del laghetto della sua villa di PLUMPTON mentre suona la ghironda. Poi ecco New York, il gruppo in macchina, il Madison Square Garden; l’eccitato brusio della folle e flash… ecco i LED ZEPPELIN dal vivo. Cazzo. Ripresi da dietro, poi dal davanti. Pubblico in delirio sin da subito, specchi dietro al palco. JIMMY PAGE fighissimo col vestitino con stelle, lustrini, spalline, ROBERT PLANT che incarna a petto scoperto il prototipo del cantante hard rock un po’ hippie, BONHAM e JONES lì dietro.

 

Wow, che inizio. Che botta di vita, di rock sgargiante e  colorato. Rimasi immerso per due ore in quel mondo che finalmente toccavo quasi con mano. Il rock mi entrava in circolo, la vibrazione misteriosa dei LED ZEPPELIN mi attraversava da capo a piedi…rapito, godevo di quella musica che ritenevo (e ritengo) sublime.

Poco dopo stacco su un break chitarristico di PAGE (non sapevo ancora che in origine era il link che collegava MISTY MOUNTAIN HOP al pezzo che preferisco in assoluto), note che fluttuano nello spazio del MADISON SQUARE GARDEN e che sembrano incepparsi mentre si sciolgono sull’entrata di BONHAM e di JONES alla pedaliera basso. SINCE I’VE BEEN LOVING YOU nell’arrangiamento del 1973 mi colpì subito. Da quel momento diventò il mio pezzo musicale favorito. Le note della chitarra, la tensione creata dal gruppo, il sentimento che ci mette PLANT…che spettacolo. Ho ancora i brividi.

 

L’incredibile lavoro sulla 12 corde del pezzo che dava il titolo al film e la sequenza medioevale di PLANT sulle dolci note di RAIN SONG.

Avrei ripetuto quell’esperienza altre 12 volte in cinemini di periferia che inserivano il film nel cartellone del giovedì sera dedicato ai film musicali. Peregrinando tra le province di Ferrara, Modena e Reggio, ci facevamo accompagnare dai genitori di qualcuno, anche con neve e ghiaccio sulle strade, e ogni volta si ripeteva il rito. Cinema strapieni, atteggiamenti da concerto rock, applausi, il perdersi liberamente su quell’aria sonora, la sensazione di far parte di una setta di fortunati.

NO QUARTER, con quelle ombre che lasciavano intravedere mondi misteriosi che l’assolo di JP poi ti faceva vivere veramente…DAZED and CONFUSED con ancora un PAGE sensazionale (per 26 minuti e più), con quell’archetto di violino che sfregava direttamente sulle nostre giovani anime…STAIRWAY TO HEAVEN con ricami aggiuntivi, con quelle frasette live di ROBERT PLANT, con quel magnifico assolo…BOOGIE MAMA, l’intermezzo blues e boogie di WHOLE LOTTA LOVE che mi sembrava una delle cose più irresistibili che avessi mai ascoltato.

Infine i ragazzi che salgono la scaletta che li porta all’aereo, lo “Starship”, con la sua bella scritta LED ZEPPELIN e la versione da studio di STH che funge da sottofondo ai titoli di coda.

Poi arrivarono le VHS, i videoregistratori, i divudi e i bluray, e la nuova discutibile versione con edit diversi dagli originali e con qualche pezzo in più. TSRTS lì a portata di mano, che tiri fuori solo quando i ragazzi vengono a trovarti e insieme a RIFF insceniamo la scenetta per far vedere per l’ennesima volta il film a JAYPEE.

Ma quando ti capita di rivederlo per caso, ti metti lì davanti allo schermo incapace di fare altro.

Per me TSRTS è il più bel live della storia della musica rock. No contest.

 

TSRTS Cover

TSRTS LP back

TSRTS – La prima volta di Paolo Barone:

La notizia che il film dei Led Zeppelin sarebbe stato proiettato per un solo giorno in un cinema di Roma creo’ un gran fermento. Se ne parlava ormai da giorni, complice anche il Messaggero, quotidiano della capitale, che aveva dato l’annuncio nelle sue pagine dedicate a spettacoli e cultura. Tutti, ma dico tutti, stavano facendo piani per andare: Hippies, metallari, rockers di varia natura. Persino qualche punk e i duri dell’Autonomia stavano organizzando macchine, motorini e carovane. Io e i miei amici decidemmo di andare in autobus. Si trattava di un percorso lungo, avremmo praticamente attraversato la citta’, quasi da un capo all’altro, ma la cosa certo non ci scoraggiava, anzi, per loro questo ed altro. Il fatto e’ che i Led Zeppelin si erano ormai sciolti, non esisteva altro  modo quindi per poterli vedere dal vivo e, come tutti sanno, pur avendo un gran seguito nel nostro paese, avevano suonato una sola travagliatissima volta a Milano, nel ’71 notte dei tempi per noi. E cosi, dopo lunga e trepidante attesa arrivo’ finalmente il gran giorno. Il lungo viaggio in autobus, con un paio di cambi di linea ando’ via veloce e giunti alla fermata prossima al cinema ci rendemmo subito conto che qualcosa di straordinario stava accadendo. Da tutte le strade, una folla festosa di persone arrivava verso il cinema. Come a un vero e proprio concerto rock. C’era chi si cercava, chi spingeva, chi raccontava di aver gia’ visto parte del film, chi addirittura diceva di averli visti dal vivo a Zurigo o in qualche altro posto. E tutti cercavano in un modo o nell’altro di entrare nel cinema, dove con decisione saggia e molto romana, ormai i gestori non andavano piu’ tanto per il sottile, si prendevano i soldi del biglietto, e lasciavano che dentro e fuori del cinema la gente si auto organizzasse come meglio credeva.  Io e i miei, complice l’entusiasmo e un po’ di incoscienza, riuscimmo a sgattaiolare veloci in una selva di gambe, braccia, capelli e corpi, urlando i nostri nomi per non perderci nei vortici umani. E poi, superata un ultima tenda, il buio, e i Led Zeppelin sullo schermo! Cazzo, erano proprio loro…

L’audio del cinema era fantastico, una potenza niente male sparata da grosse casse tipo quelle dei concerti posizionate ai lati dello schermo, non c’e’ che dire, avevano fatto le cose alla grande per l’occasione. Eravamo assolutamente affascinati, confusi, non sapevamo dove guardare o dove andarci a piazzare. lo schermo proiettava un caleidoscopio di immagini e suoni, mentre nel cinema succedeva di tutto. Gente ovunque, in piedi, seduta, sdraiata, accampata, chi ballava, chi cantava, chi chiamava i musicisti sullo schermo come se potessero sentirli davvero…Chi beveva, chi fumava, chi rollava canne colossali…insomma era come se fossimo tutti ad un concerto e non nella sala di un cinema! Il film veniva proiettato quattro volte quel giorno, dal primo pomeriggio a notte inoltrata, il che contribuiva a creare una situazione ulteriormente dinamica: C’erano sempre gruppi di persone che entravano, uscivano, rientravano, si spostavano, insomma, per una volta il concetto di visione cinematografica fu completamente stravolto per diventare altro, non era un film, non era un concerto, non era una festa, ma era tutte queste cose allo stesso tempo, mentre il cinema era diventato una zona temporaneamente autonoma dal resto della citta’ e dalle sue regole.  Forse per una volta i Led Zeppelin erano riusciti a catalizzare un esperienza multimediale e interattiva, come Andy Warhol aveva sempre cercato di fare. Io da parte mia, ero al settimo cielo, perso in questa esperienza totalizzante…

Ce ne tornammo a casa con gli ultimi bus, attraversando la citta’ ignara e silenziosa. Era l’inverno 1981-82 e  The Song Remains The Same sarebbe riaffiorato negli anni a venire in mille ricordi e suggestioni. Mi sarei ritrovato innumerevoli volte immerso nell’atmosfera del film, magari mentre meno me lo sarei aspettato: attraversando campagne assolate, guardando rovine, fermandomi sulla riva dell’acqua. Passando in macchina i ponti di NYC nel sole del primo mattino dopo una notte passata insonne a guidare, o solo con me stesso frugando a casaccio nei cassetti della memoria. (Paolo Barone ©2012)

TSRTS Page

TSRTS – La prima volta di Stefano Piccagliani:

Modena, Cinema Olimpia. The Song Remains the Same. Un pomeriggio come tanti (cos’era Tim? Il ’77?) che diventò un pomeriggio unico. Incomprensibili sequenze di gangster nella campagna inglese. Colpi di mitra. Un lupo mannaro. Mi piacevano le cose incomprensibili da ragazzino. Ti costringevano a pensare. Quando cazzo inizia il concerto?

I ragazzi della band scendono da un aereo. Ridacchiano. Appuntarsi sul taccuino: anche io un giorno scenderò dal mio aereo ridacchiando.Limousine. Bron Y Aur, bucolica e antichissima, a sottolineare lo skyline di Manhattan. Mistero.

Luci spente, brusio di folla tesa, flash. Una voce rude vomita un ‘awright…let’s go!’. Rock ‘n Roll. Ecco: l’impatto dell’immagine di Plant, Jones, Bonham e Page ripresi da dietro all’attacco di RnR con il pubblico che si squaglia di eccitazione sullo sfondo rimarrà con me per sempre, si incastonerà nella mia incredula corteccia celebrale, nel mio petto palpitante, nella mia miserabile zona genitale. Il Big Bang insomma.

Le ragazze sono prevedibilmente dalla parte del Golden God e dei suoi riccioli da eroe epico e del suo per nulla miserabile pacco dono, ma noi maschietti ci innamoriamo subito (anche carnalmente, si può dire una buona volta?) del fascino di Jimmy Page e della sua virilità tutta carismatica, magrissimo, glabro ed efebico, con quelle mani prodigiose e bellissime su cui si concentrano i nostri occhi pieni di musica.

Le canzoni si susseguono alle meravigliose  sequenze fantastiche: Plant romantico uscito da Tolkien, Jimmy tenebroso e terribile, Jonesy gotico da film Hammer e Bonzo coi suoi home movies che ci ricorda che in fondo it’s life and life only, come diceva Dylan.

Di lì a poco arriverà il cinismo nichilista punk  coi suoi teppistelli a scaracchiare sulle vanitose e pretenziose manie di grandezza dei dinosauri del rock. Missione fallita, a 35 anni di distanza. A proposito di cinismo, Peter Grant ci dà un assaggio, per nulla richiesto e quindi sincero, di cosa sia in realtà un backstage di concerto rock. Scazzi coi promoters, bootleggers da inseguire, t-shirts farlocche, rapine da cassette di sicurezza, poliziotti in balìa di orde di fans. Altro che sequenze fantastiche: TSRTS è un Report sulla vita on the road.

Rain Song è complicata e bellissima. No Quarter fa deliziosamente paura. Since I’ve Been Loving You è l’incrocio deve si incontra il blues tra Clarksdale, Chicago, Memphis e la Boleskine house. Stairway è già un mostro. La doppio manico che si sdoppia. Moby Dick permette un salto al bar per un’ altra razione di pop corn. Whole lotta Love che rivela che i Led Zep forse sono sempre stati un gruppo funky. L’archetto del violino in Dazed and Confused è un sortilegio che riesce ancora oggi: il boato dell’Arena 02 nel 2007 lo testimonia

Entrai al cinema bambino e uscii rocchettaro. Per sempre.

E’ di queste cose che si nutrono i sogni. Dopo 35 anni, mi devo ancora svegliare. (Stefano Piccagoliani ©2012)

TSRTS Jimmy Page archetto

TSRTS – La prima volta di Giancarlo Trombetti: 

” Ricordo che quando ero ragazzotto le cose, tutto, da noi, arrivava con un colpevole ritardo. I dischi, se non te li beccavi di importazione e non erano distribuiti da quel magico nome che fu Ricordi – che massacrava le copertine per risparmiare ma almeno ti distribuiva oltre la metà del cibo degli Dei – i dischi, dicevo,  li potevi avere quando l’artista pubblicava il successivo o era già morto, i libri se non te li cercavi in qualche rara illuminata libreria li saltavi a piè pari ed i film…mah…quelli di cartellone andavano alla stagione successiva, mentre quelli, pochi, di non primario cartellone o peggio ancora musicali, non li vedevi mai. Internet, ovviamente, non esisteva, i giornali, quelli veri, erano rarissimi e costosi (ho da poco ritrovato alcuni Melody Maker del 1972 e costavano 500 lire quando un 33 ne costava 2700/3000 !), radio e tv erano fonti inattendibili al 90%. Uccellini amari, amarissimi. Così, quando nel 1976 un probabilmente avvinazzato gestore di sale cinematografiche locali propose ben tre film “musicali” in rapida sequenza, mi parve di essere stato catapultato nella San Francisco dei bei tempi dell’uragano di Haight-Ashbury. Verso il dicembre di quell’anno, credo proprio di non sbagliare, vidi per la prima volta “Woodstock, The Movie”, unendo finalmente le immagini al sonoro che mi accompagnava da quando la mia prima, vera fidanzata me ne aveva regalato il triplo album, vidi “Live at Pompei” dei Pink Floyd restandone abbagliato per semplicità e fascino e vidi per la prima volta i miei Led Zeppelin al Madison Square Garden. Devo ammettere che sentir pronunciare quelle mitologiche tre parole finali da Plant (“New York…goodnight…”) mi aveva sempre sconvolto nei miei sogni giovanili : per quanto banali ed inevitabili quelle parole, a mio parere poter dare la buonanotte alla Città “che non dorme mai” era un sogno che non si sarebbe mai realizzato per il 99,9% dei bipedi umani e dunque, meravigliosamente affascinante ma…non ero lì per quello in quella settimana dispendiosissima per le mie finanze: ero lì per vedere Plant muoversi, per vedere Bonham contorcersi sulla batteria, per capire se Paul Jones si commuovesse su quelle linee di basso e per veder prendere vita alle foto di Page con quella chitarra a doppio manico in mano.

Anche senza sonoro, credo, avrei comunque goduto come un riccio. Ma il sonoro c’era. Scadente e mono, distorto e privo di dinamica – ricordo che quelle casse messe ai lati del palco in Woodstock erano riuscite a far meglio delle scatole ai piedi di Hendrix in quanto a distorsione, un paio di giorni prima – ma non solo non c’era di meglio, ai tempi, ma comuque sarebbe servito a poco: nella mia testa avrei potuto suonarmi da solo tutta la colonna sonora senza ascoltarla. Ricordo che mi feci due palle alle immagini di Page e delle sue pippe esoteriche, alla passione per i veicoli di Bonham e alle scalate di vario genere e compresi più tardi come potesse essere realistica la leggenda di Ahmet Ertegun addormentato alla premiere del film; non sapevo ancora tutta la storia dei filmati mancanti e dei momenti di vuoto di immagini riempiti per forza di cose. Ricordo che non mi esaltai – come mi accade talvolta ancor oggi, devo ammetterlo – a vedere “Since I’ve been loving you”, trovandola ancor oggi un esempio scolastico di blues  ( i Led Zep hanno fatto con la decodificazione del blues un milione di volte meglio in altri casi) e ricordo che mi annoiai profondamente all’eccesso di esibizionismo di Page durante “Dazed and confused” che resta, però, uno dei miei pezzi favoriti. Il resto fu pura esaltazione. Non mi sarei mai più domandato, come non me lo domando ancor oggi a dispetto delle splendide teorie di Tim sulla sostituzione di Pagey, se quella fosse la migliore delle esecuzioni possibili: per sarebbe restata “l’esecuzione” ancora per un po’, l’immagine della più grande band di rock blues, l’icona di chi era riuscito a farsi definire come il prototipo di heavy metal band, il Martello degli Dei, avendo propinato blues, folk e suoni acustici a piene mani a giornalisti e seguaci “esperti”  che altro non vogliono che sentir definire qualcuno in qualche modo. Poco importa quale. Spettacolare, anche per questo.”  (Giancarlo Trombetti ©2012)

TSRTS band

50 anni di ROLLING STONES

25 Set

I Rolling, insieme ai Bad Company e se vogliamo agli Elp, sono stati gli unici che per alcuni giorni hanno fatto traballare il primato dei Led Zeppelin nel mio cuore. Per 48/72 ore ho davvero meditato se dedicarmi completamente o meno al rock and roll, quello vero e autentico, al rock puro insomma… quello che non ha bisogno di nessun altro aggettivo, termine o ghirigoro che lo preceda (hard, progressive, punk, dark, funk, jazz etc etc). Quando sentivo Mick e Keith duettare nel loro periodo migliore mi sembrava di essere rapito – nei sensi –  da un mondo e da un modo rock che mi pareva ineguagliabile. Finivo poi per tornare a casa da miei amati LZ, ma la bellezza del rock è che puoi amare tanto così tanti gruppi che alla fine non ti sembra vero. Quando Polbi mi ha chiesto se poteva scrivere qualcosa per il 50ennale dei Rolling non ho potuto fare a meno di entusiasmarmi: la penna di Mr Barone al servizio della Greatest Rock And Roll Band…che meraviglia! Lo scritto lo trovate qui sotto, mi sembra sia magnifico, Polbi ci sa fare. Come sempre io e lui la vediamo in modo leggermente diverso. E mica solo con lui, nel corso degli anni ho capito di essere un fan atipico della band: a me ad esempio Brian Jones non dice granché, non penso che i RS siano tali perché ci sono certi musicisti in formazione…dati Jagger e Richards si poteva aggiungere più o meno qualunque musicista inglese di quel periodo che sarebbe cambiato poco. Il concetto “gruppo” è fondamentale, sono questi ensemble di musicisti che hanno fatto la storia del Rock, ma il perno su cui i gruppi si arrotolano funge da caratteristica primaria. Sì certo, Charlie Watts, Wyman … persino Ron Wood ma per me i Rolling sono essenzialmente Mick & Keith, quelli dal 1968 al 1982, quelli di Tumbling Dice, Moonlight Mile, Winter, No Expectation, Silver Train, Coming Down Again, I Got The Blues, Faraway Eyes, Memory Motel, Waiting On A Friend…Il tour 1972/73 credo sia stato uno degli eventi live più alti della intera storia del rock e Brussels 1973 è uno dei migliori dischi live di musica rock di tutti i tempi. I Rolling Stones sono forse il capitolo più importante della storia del rock e della musica popolare contemporanea…non credo ci sia da aggiungere altro. (Tim Tirelli)

Il mio amico Roberto Calabro’, giornalista musicale del gruppo Repubblica –  L’Espresso e di infinite testate di settore, sta per partire un mese per Londra.  Ci siamo presi un caffe’ in un bel bar di Reggio Calabria e mi ha raccontato un po’ dei suoi programmi di lavoro londinesi. Lui e’ un grandissimo esperto di garage rock and roll, conosce milioni di band ed e’ una vera e propria autorita’ internazionale per il rock underground australiano. Non solo, ha anche scritto “ Eighties Colours “ un bellissimo librone illustrato sulla neopsichedelia italiana anni ’80. Insomma, non certo un appassionato di rock mainstream il mio amico…Ma, mi dice che in questo viaggio spera di coronare un suo sogno, intervistare Keith Richards, chitarra e anima della sua band preferita, gli Stones. E di loro continuiamo a parlare in un caldo pomeriggio calabrese.

Quante volte mi e’ successo, incontri persone molto distanti dal classic rock, gente che vive di musica ma non ama passare il tempo ad ascoltare nessuno dei grandi nomi, e poi ti dicono di essere fan terminali dei Rolling Stones.

Poi al tempo stesso mi viene in mente mia zia sessantenne, che di musica rock proprio non si interessa come la stragrande maggioranza degli italiani, ma sentendo Simpathy for the Devil alla radio mi dice, questi mi piacciono, devo anche avere un loro disco da qualche parte! Queste cose, penso, succedono solo con loro.

Solo gli Stones riescono a comunicare emozioni ad un pubblico cosi’ vasto. Sia a chi ascolta musica per sbaglio che al musico dipendente piu’ hard core. Da cinquant’anni. 50 tondi, tondi non so se mi spiego. Solo gli Stones. Solo loro sono riusciti nei decenni a costruirsi una credibilita’ e un rispetto assoluti che si basano sui loro successi quanto sui loro fallimenti. Perche’ in un viaggio lungo mezzo secolo ne hanno passate di tutti i colori, dalle stelle alle stalle, piu’ volte su’ e giu’, e noi con loro. Noi con le nostre vite cosi diverse e al tempo stesso cosi simili, noi che ci sentiamo un giorno Street Fighting Man e il giorno dopo sappiamo che non possiamo sempre avere quello che vogliamo. Noi che tutti insieme, da cinquanta anni a questa parte, andiamo in giro per il mondo come Charlie Watts e sognamo di vedere nello specchio Brian Jones. Noi che quando gli anni passano pensiamo a Keith e Mick, ancora Glimmer Twins in piena terza eta’, bellissimi, con le loro rughe le mani nodose e gli occhi da ragazzi.

Solo gli Stones ci hanno fatto passare ore a discutere su quale fosse il periodo migliore, quello con Brian, l’epoca di Mick Taylor o il regno di Ron Wood. Musicista eclettico il primo, con il suo look inarrivabile e la sua personalita’ umana ed artistica, e’ diventato un icona tragica degli anni ’60 e di tutta la cultura rock, lasciando un segno indelebile sulla band e su tutto che dura ancora oggi. Poi fu la volta di Taylor, con il fascino del ragazzino alla corte di satana, e la sua chitarra dai mille colori a rendere gli album di quel periodo forse i piu’ belli di sempre. Infine il giullare Ronnie, per certi versi spalla ideale di Keith, sul palco e nella vita piu’ che nei dischi, ha portato una ventata di allegria in una band che sembrava in ogni momento dover finire male. E invece, anche grazie a lui, eccoci qui che festeggiamo mezzo secolo di rock and roll.

E ancora, quante volte ci siamo ritrovati a fantasticare su chi avrebbe dovuto prendere il posto lasciato da Mick Taylor, e di come sarebbe potuto evolvere il suono della band. Magari con Beck o Johnny Winter al posto di Woody.

Con loro abbiamo scoperto il fascino e la bellezza di Anita Pallenberg, Marianne Faithfull, Bianca Perez, Jerry Hall, e ci fermiamo qui che basta e avanza a far girare la testa di chiunque, uomo o donna non importa…

(Anita Pallenberg)

Li abbiamo seguiti a Villa Nellcote in costa azzurra, magari nelle pagine ormai ingiallite del libro di Tony Sanchez, o nelle belle fotografie in bianco e nero di Dominique Tarle’. Ci siamo persi mille volte con loro,nei sotterranei della villa immaginando le registrazioni di Exile, nella piu’ completa decadenza r’n’r’ che si possa concepire, per poi venirne fuori con un fiume di canzoni immortali, fiori del male elettrici. O anche in un bar di Positano in tarda primavera con Mick, Marianne, Anita e Keith che scrivevano Wild Horses, oppure persi in una dolce vita psichedelica nei giardini di Villa Medici a Roma, dove qualcuno che conosco giura di averli incontrati.

Solo nei dischi degli Stones e alla loro corte abbiamo visto riuniti Bobby Keys, Nicky Hopkins, Ian “Stu” Stewart, Lisa Fischer, Jimmy Miller, Andy Jones, Billy Preston, Chuck Leavell, Darryl Jones, Nick Kent, Truman Capote, Ahmet Ertegun, Andrew Oldham, Mario Schifano, Andy Warhol, Bill Graham, Hells Angels, Martin Scorsese, Garam Parsons, Jimmy Page, Claudia Cardinale, Paul Getty, Kenneth Anger, i Marsigliesi… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, tutti al tempo stesso mischiati a migliaia di fans, groupies, loschi figuri, spacciatori, giornalisti, fotografi. Il Jet Set e la feccia dell’umanita’ riunito dagli Stones, come in un grande Rock and Roll Circus, specchio del secolo scorso.

Ci siamo intristiti mille volte pensando alla parabola discendente di Brian, alla fine del suo sogno, annegato in una notte di mistero nella piscina maledetta di Winnie the Pooh.   Non ci abbiamo mai voluto credere che fosse stata solo colpa sua, ci siamo letti le inchieste abbiamo seguito gli sviluppi, abbiamo fatto anche noi mille congetture ed indagini, arrivando ognuno alla sua personale conclusione. Per anni siamo stati arrabbiati con gli altri della band per averlo allontanato in quel modo, per aver tenuto quello strano, bellissimo, show ad Hyde Park. Ma poi la vita ci ha posto di fronte a situazioni complesse, ci ha svelato lati di noi che non sapevamo di avere, e finalmente abbiamo capito che alle volte le strade degli umani si dividono. E non sempre e’ facile gestire il come e il quando, non sempre se ne esce bene.

Con loro siamo stati ad Altamont, in una notte di follia e violenza. Ci siamo impressionati e schifati, queste cose nel rock, nel nostro mondo, non dovevano succedere. Invece si, la realta’ oscura delle cose entrava anche nei nostri raduni, nelle nostre zone temporaneamente autonome, nei nostri spazi liberati. Ci siamo arresi e abbiamo lasciato a Keith l’ultima parola, quando ha detto che in fin dei conti ad Altamont una persona era morta ed un bimbo era nato, conto pari.

Con gli Stones abbiamo imparato il rispetto della cultura afroamericana, abbiamo riscoperto i veri bluesman, la Chess records, Chuck Berry, Ike & Tina. Ci siamo innamorati delle loro cover, per poi scoprire gli originali, e amarle ancora di piu’. Mick, Keith e Brian ci hanno portato per mano alla scoperta di questo immenso patrimonio culturale, abbattendo muri di razzismo mentre altri andavano allegramente in tour nel sudafrica dell’ aparthaid, vendendo la propria dignita’ per una manciata di dollari.

(Mick Jagger e Muddy Waters 1981)

E poi la musica, le canzoni. Ecco, con loro fare un elenco di canzoni memorabili non serve a niente per quante ne hanno fatte. Una cosa impressionante, solo con il materiale prodotto, tanto per dire, ai tempi di Aftermath, un altra band, anche di primissimo piano, avrebbe campato di rendita nei secoli dei secoli. Per loro e’ stato un passaggio. Beggars, Let it Bleed, Sticky Fingers…e via fino a Tattoo You tutto era ancora a venire. Solo gli Stones possono vantare venti anni di carriera discografica a questi livelli. Seguiti fino ai giorni nostri da una serie interminabile di concerti in stadi, arene, teatri, club, roba da restare a bocca aperta.

Sempre con grande onesta’, i problemi di convivenza nel gruppo, le liti, i dissapori, persino le malattie e i lutti personali sono sempre stati affrontati a viso aperto. Nessuno ha giocato alla grande famiglia felice quando non era il caso, e spesso il businness ha giocato un ruolo di collante quando le cose stavano andando veramente a rotoli. Non ne hanno mai fatto mistero, non si sono mai eletti ad anime belle, anzi.

Pero’ siamo sempre usciti dai loro concerti felici come bambini, noi quanto loro, su questo non ci piove.

Sono stati una scomoda spina del fianco per l’ordine costituito i Rolling Stones. Hanno liberato energie positive, sovversive, ma anche violente: Ai loro concerti ci furono i primi scontri fra polizia e pubblico del rock. Sono stati sperimentatori, consumatori e tossici di ogni droga possibile ed immaginabile. Hanno mischiato identita’ sessuale e rotto le regole, sono stati pedinati, arrestati, processati, condannati, schedati. Rifiutati alle frontiere, perquisiti, multati. Di fatto la terra promessa del rock, con loro, e’ diventata una repubblica pirata itinerante autonoma dal resto del mondo. Non penso abbiano mai realmente pensato di potere o volere cambiare il mondo, ma lo hanno fatto, eccome se lo hanno fatto, il loro e’ un contributo inestimabile alla controcultura del novecento e ai cambiamenti da essa determinati. Hanno ispirato mode, comportamenti e stili, mentre creavano un suono, che forse piu’ di ogni altro sarebbe diventato la colonna portante del rock a venire.

Buon compleanno Mick, Keith, Brian, Bill, Charlie, Mick, Ron…Buon compleanno a voi, a noi, e alle nostre emozioni… Quanto ci siamo divertiti!!!

Paolo Barone ©2012

(Rolling Stones dal vivo nel 1972)

Ritagli dal passato: Io, Giancarlo Trombetti e FLASH N.1

24 Feb

Quello spazio temporale un po’ astratto tra il 1988 e il 1989, io che mi licenzio e mi chiudo in casa a scrivere canzoni con Tommy. I miei che tutto sommato n0n fanno tante storie (cioè le fanno ma senza farlo pesare troppo). Mi cugino Alberto, batterista, che ogni tanto viene a trovarmi per farmi ascoltare cassette live o primitivi demotape dalla sua band (LIGABUE e ORAZERO),  io che gli faccio ascoltare i progressi miei e di Tommy messi su un 4piste. Le canzoni che sgorgano senza fatica, quella voglia di vivere di musica, io e Tommy pronti a cogliere ogni scintilla, ogni ispirazione. Mia madre, paziente, che ci porta nello studiolo il thé, qualche fetta di torta e ci sorride. Oltre a questo, la fanzine e il libro OH JIMMY pubblicato l’anno prima per la Gammalibri/Kaos Edizioni,  i primi articoli per METALSHOCK. Un venerdì Giancarlo mi telefona e mi fa:

Tim, faremo uscire una nuova rivista, una sorta di special di Metal Shock. Il primo numero lo dedichiamo ai chitarristi. Abbiamo poco tempo, non mi fido ad affidare certe cosa ad altri quindi ti chiedo un sforzo, ce la fai a scrivere delle schede biografiche a mo’ di articolo su MALMSTEEN, ANGUS YOUNG, STEVE VAI, SATRIANI, DONALD ROESER, KIRK HAMMETT, GEORGE LYNCH, GLENN TIPTON, JOE PERRY, DAVE MURRAY, JEFF HANNEMAN,  DAN SPITZ? Mi servono per lunedì.”

Me lo chiede Trombetti, uno dei nomi  che consideravo sacri (insieme a Riva e a Federico Ballanti), cosa potrò mai rispondergli col mio traballante eloquio se non “Va bene Giancarlo. Penso di farcela.”

Una volta poi uscito il numero in questione, mi accorsi che mi erano capitati quasi tutti i nomi meno facili. L’altro disgraziato ad avere un incarico come il mio, GIANCARLO DE CHIRICO, perlomeno aveva dovuto correre su campi più morbidi (HENDRIX, PAGE, BECK, WINTER, IOMMI, SCHENKER, KOSSOFF, WEST, DERRINGER, WALSH,BLACKMORE, GALLAGHER, ALVIN LEE, VAN HALEN). Tirai fuori gli LP dei chitarristi in questione, me ne feci prestare un po’ da qualche amico e mi immersi in un delirio heavy rock lungo 48 ore. Io, la mia Olivetti, marlboro (e sì, allora fumavo), caffè corretti. Ve lo immaginate Tim Tirelli a scrivere del chitarrista degli SLAYER e degli ANTHRAX? Mi chiedo ancora come ho fatto. 12 articoli battuti a macchina, alcuni su musicisti di cui non mi fregava nulla, spediti tramite corriere (a mie spese) il lunedì successivo come richiesto. 12 articoli per cui naturalmente  non vidi una lira. Qui Trombetti non c’entra, qui entra in gioco quel bel personaggio di Massimo Bassoli, l’editore, ma forse è meglio non andare oltre.

Eppure, in una sera come questa, una sera in cui salgo in soffitta e mi capitano in mano questo ed altri numeri di FLASH e i numeri di Metal Shock, e vedo il mio nome comparire accanto ad articoli che oggi mi sembrano ingenui e naif, mi dico che tutto sommato è stata una bella esperienza, che mi sentivo fiero di scrivere sullo stesso giornale in cui scrivevano Trombetti, Riva e che dopotutto mi sentivo bene nello scrivere di rock. Qui sotto il mio pezzo su Buck Dharma alias Donal Roser dei BLUE OYSTER CULT.

PS: Giancarlino, I love you. :-)

DETROIT CITY BLUES: SELECTED STORIES di Paolo Barone…insomma…il nostro Polbi.

12 Gen

Polbi è un po’ il nostro Raymond Carver, le sue storie, il mondo in cui le racconta…quei blues americani interpretati con accenti provenienti da Roma e da Scilla, quella sua visione della vita così libertaria, attenta, curiosa e soprattutto rock and roll. Polbi, ah, uno dei nostri fiori all’occhiello.

Camminando lungo le strade della vita facciamo tanti incontri. L’INCONTRO

Le persone ci raccontano le loro storie, aprono i cassetti dei ricordi. Alle volte fa un po’ male, spesso se ne sente il bisogno. Condividiamo gioie, piccole allegrie, tristezze. Condividiamo emozioni. Ci incontriamo, ci conosciamo e ci riconosciamo negli altri. Queste sono alcune storie di incontri, così come mi sono state narrate dai diretti interessati, parole di vita vissuta.

 L’INCONTRO DEL SOLDATO

Mi avevano spedito in Germania. Stavo facendo il servizio militare, allora era obbligatorio per tutti non come oggi, e mi mandarono in Europa con una nave. Impiegammo dieci giorni, di cui la metà nel mare in tempesta. I miei compagni soffrivano molto, io invece me la sono cavata bene, forse perche’ ho speso tanto tempo in barca, a pesca. Come prima destinazione fui assegnato ad una base americana vicino a Francoforte. Dopo pochi giorni mi dissero che nel tempo libero se volevo potevo frequentare un club, non ricordo bene il nome, sono passati tanti anni, insomma era il posto dove ci riunivamo la sera noi ufficiali. C’era un ristorante, un piano bar, la birra alla spina, niente di speciale ma tutto sommato piacevole. Feci anche amicizia con alcuni tedeschi che ci lavoravano. Gente molto simpatica, mi smontarono subito quando dissi che la nostra presenza in Europa serviva a proteggerli dal pericolo sovietico. Mi dissero che eravamo lì solo per difendere gli interessi economici Americani. Avevano ragione, non feci fatica ad ammetterlo. Cosi’ passarono le mie prime settimane da ufficiale di leva dell’esercito americano in Germania, piacevolmente, senza particolari incombenze. Un pomeriggio mi dissero di andare al club dopo cena che ci sarebbe stato un piccolo concerto, uno spettacolino. Ovviamente, non avendo nulla di meglio da fare, andai. Appena entrato, tempo di sedermi al tavolino con la mia birra, inizia il concerto. Si spengono le luci e sul palco sale Elvis. Si’, proprio lui, Elvis Presley. Era anche lui militare come me, come noi, anche lui di stanza in Germania. Ancora pochi giorni e sarebbe rientrato negli States, almeno così ci disse. Il concerto fu molto divertente, pur non essendo io un grande fan della sua musica. A me piaceva piu’ il country, Johnny Cash piu’ di tutti. Pero’ e’ stato bello vedere Elvis suonare di fronte a me, non eravamo piu’ di cento persone nel club quella sera. E’ stato bello incontrarlo in quel contesto umano, lontano dagli States. Un incontro che ricordo con piacere e che ti racconto oggi, che ho settantacinque anni, con un po’ di emozione e nostalgia.

 L’INCONTRO DELLA RAGAZZA

In quel periodo lavoravo nel miglior topless bar di Detroit. Un posto molto in, ci facevi soldi a palate ballando per qualche ora, le altre ragazze erano molto simpatiche, i Dj’s pure. La clientela era selezionata, non abbiamo mai avuto il minimo problema. E poi c’erano questi colossi, questi addetti alla sicurezza che solo a vederli passava la voglia a chiunque di fare cazzate. Per lo piu’ venivano businnessmen, uomini d’affari, manager, imprenditori. Persone molto ricche e sole, ti davano un sacco di dollari solo per vederti ballare e stare un po’ in compagnia, in un ambiente allegro e spensierato. Alle volte piu’ che andare a lavorare mi sembrava di andare ad un party con le mie amiche. Ovviamente anche le rockstar in tour e non passavano da lì. In pochi mesi avevo visto arrivare Gene Simmons e i Black Crows al completo, con i quali abbiamo anche fatto amicizia e siamo andate insieme a loro al concerto. Il cantante se la tirava un po’, ma il resto della band erano veramente ragazzi semplici e simpatici, ci siamo divertite un mondo con loro! Poi un giorno arrivo al bar e una ragazza mi dice che al piano di sopra c’era Slash, il chitarrista dei Guns & Roses. In quel periodo i Guns erano veramente all’apice, cosi siamo andate un po’ tutte a vedere che tipo fosse. Ma che vuoi farci, non solo non mi sembrava simpatico, ma non c’era verso che cacciasse un dollaro. Pero’ le ragazze erano tutte lì intorno, completamente prese dal suo fascino di rockstar ombrosa. Dopo un po’ arriva da me il proprietario del topless bar e mi chiede chi fosse quel tipo che si atteggiava a superfico e non spendeva un soldo. Glielo dissi, il boss non aveva proprio idea di bands e cose del genere. Non solo, quel capellone proprio non gli quadrava. E allora ando’ al tavolo del chitarrista e piazzandosi a pochi centimetri dai suoi ricci gli urlo’, senti un po’ Splash o come cazzo ti chiami, questo e’ un bar onesto, io non ho idea di chi sei e da dove vieni, ma se vuoi restare qui bisogna che incominci a tirare fuori un po’ di dollari capito?! Scoppiammo tutte a ridere, ma a ridere con le lacrime, vedendo la faccia di Slash che questa proprio non se la aspettava! Il suo fascino da bello e dannato fu definitivamente spazzato via dalle nostre risate, e capita la situazione, lui e i suoi due amici uscirono dal bar con la coda in mezzo alle gambe. A distanza di anni ancora ci penso e mi viene da ridere, …Splash o come cazzo ti chiami!!!

 L’INCONTRO DELL’OPERAIO

Quel giorno avevo appena finito il turno in carrozzeria, verniciatura macchine. Anche se suono in tre differenti bands, anche se andiamo in tour e produciamo dischi, i soldi non bastano per vivere, quindi appena posso vengo a lavorare da questo mio amico che ha una carrozzeria in una zona poco raccomandabile di Detroit, ma che ci vuoi fare, bisogna lavorare. Ti dicevo, finita la giornata un amico mi passa a prendere e andiamo a vedere degli amplificatori in uno dei negozi migliori che abbiamo da queste parti. Un posto grandissimo, ci trovi di tutto, dalle Fender e Gibson originali, roba da decine di migliaia di dollari, a modelli intermedi usati e non, fino alle produzioni piu’ recenti ed economiche. Stanze e stanze piene di amplificatori e chitarre. Noi arriviamo e tutti ci salutano, capirai siamo sempre lì che traffichiamo per un motivo o l’altro, sai come siamo noi musicisti…Fatto sta che arriva un commesso e mi dice, guarda che di la’ c’e’ Bob Seger che prova qualche chitarra…E io, come tu ormai ben sai, sono un rompipalle nato, un punk detroitiano che ha sempre voglia di farsi una risata…Insomma, non so da dove mi e’ venuta, ma entro nella stanza e vedo Bob Seger. Lui mi guarda e io subito gli dico, hey tu sei Bob Seger vero?! Hey! Mi piace tantissimo la cover che hai fatto di quel pezzo dei Metallica! Grande! E lui serio serio mi fissa per un secondo sibilando fuck you man, fuck you. E noi giu’ a ridere…Great guy Bob, great guy!

 L’INCONTRO DEL MANAGER DI SALA

Tempo fa, durante una serata di R’N’R’ particolarmente torrida e divertente ho incontrato il mio amico JP. Dovreste vederlo JP, e’ una specie in via d’estinzione, merce rara. Uno di quei tipi che attraversano la vita con un ottimismo e un allegria contagiosi. Mai, dico mai, l’ho visto lamentarsi, essere di cattivo umore. Posso solo imparare da un tipo come lui. Di lavoro fa il manager di sala al Casino’ di Detroit. Il che vuol dire che e’ responsabile del normale svolgimento di un settore enorme del Casino’, centinaia di slot machines, poker elettronici, giochi di carte, e altri azzardi tipici di questi posti. Io pur essendo un appassionato lettore di Tommaso Landolfi, non ho mai subito il fascino del gioco, anzi, proprio mi lascia indifferente e un po’ borghesemente preoccupato. Sono andato a trovarlo al lavoro una volta e mi e’ sembrata una situazione surreale, luci, suoni, colori, gente di tutti i tipi. Giocate da cinquanta cents e da cento dollari tirate lì con la stessa indifferenza, meccanicamente. Non fa per me. Torniamo a noi, dicevo che quella sera JP era come sempre di leggero buon umore, e mentre scambiavamo quattro chiacchiere da fine serata, si alza in piedi di scatto e mi dice “Non hai idea che mi e’ capitato giorni fa al Casino’! Ero li che facevo le solite cose quando ricevo una chiamata da una assistente di sala. Un tipo ha appena vinto seimila dollari alla slot machine, e non ha affatto l’aria di una persona qualsiasi. Quando ci sono vincite un po’ consistenti, io come manager di sala, devo andare personalmente a seguire l’incasso della giocata e a verificare i documenti della persona. Normalissima routine, mi capita piu’ volte al giorno, ma la mia assistente che dice questo tipo ha un aria strana…la cosa mi incuriosisce…arrivo la’ e mi trovo davanti Lemmy! Fuckin’ Lemmy man! Soo cool man, so cool…Lui, ma proprio lui, come lo vedi nelle foto sui dischi, tutto vestito di nero, il cappello da cow boy, gli stivaloni, la cinta e tutto il resto, in compagnia di una bionda mozzafiato. Gli chiedo i documenti, chiedo i documenti a Lemmy, non ci posso credere. Sbrigo le piccole pratiche del caso e lui signorilmente e con poche parole incassa e va via. L’incontro piu’ cool, piu’ fico, che mi sia capitato in anni di lavoro al Casino’.” If you like to gamble, i tell you i’am your man, you win some, lose some, all the same to me…The only card I need the Ace of Spades!

 L’INCONTRO DELLA CHITARRISTA

Era un momento perfetto in un periodo magico. La mia band apriva il concerto a New York City, poi Bo Diddley e subito dopo The Clash. Locale strapieno, super sold out. Noi eravamo emozionatissimi, un po’ per i Clash e molto per Bo Diddley, era da sempre il mio idolo e dividere il palco con lui voleva dire toccare le stelle, per me questo era un sogno che diventava realta’. Nel backstage c’era molta gente, tutti carichissimi, c’era elettricita’ nell’aria, sul palco, ovunque. In questo turbine di gente ed emozioni, incontriamo per la prima volta Bo Diddley. Lui e la sua band erano in un camerino che cucinavano qualcosa da mangiare. Da non credere, c’era il finimondo e lui era li’, impassibile, che cucinava un non so che tipo di soul food. Gentile, simpatico, un po’ sorpreso da tutto quel casino. E tu capisci che quando dico casino, sto parlando dei giorni della rivoluzione punk a New York, un terremoto, un vero e proprio terremoto. Per noi venne il momento di andare sul palco, e il nostro show fu molto potente, eravamo all’apice e suonavamo nella nostra citta’, alla nostra gente. Il concerto di Bo, devo dire che invece fu un poco meno di quanto mi aspettassi. Molto bello ovviamente, ma in quel contesto, quella sera, forse non al meglio. E poi arrivarono i Clash. E fu come un esplosione. Non dimentichero’ mai il loro show, non dimentichero’ mai Joe Strummer. Nella mia memoria ho immagini di lui che canta e suona, mentre intorno esplodono bombe di luce, come i flash delle vecchie macchine fotografiche. Ovviamente non c’era niente di simile sul palco, ma l’energia che lui e il resto della band sprigionavano era tale che per me erano piccole esplosioni di luce e fumo. Una cosa incredibile, assolutamente unica. Il giorno dopo passammo un po’ di tempo insieme, avevamo la stessa passione per il rock and roll anni cinquanta, ascoltavamo la stessa musica, cercavamo gli stessi vecchi 45 giri. Ho un ricordo dolcissimo di lui. E anche di Bo Diddley, che incontrammo ancora altre volte. Ho dei ricordi molto forti, anzi troppo, e adesso vorrei continuare a fare i piatti, a sistemare la cucina e andare a dormire, prima che quest’onda di emozioni mi travolga.

Flashes from the Archives of Oblivion: ROBERT JOHNSON “IL RE DEL DELTA BLUES”

11 Giu

(Robert Johnson)

Il ‘Re del delta blues’ non è una frase né particolarmente originale, perché è già stata usata centinaia di volte, né troppo felice perché il sostantivo ‘Re’ sa, almeno in superficie, di privilegi e nobiltà, quando qui si racconteranno storie di miseria, discriminazione e vita dura.

Ma in che altro modo si può descrivere Robert Johnson, l’uomo che ha la posizione preminente nel blues?

Uno che con 29 canzoni, un paio di foto ed una storia misteriosa che sprofonda nei pantani del Mississippi, è diventato il nome di riferimento del blues, folgorando le giovani anime di migliaia di musicisti tra cui decine di future rockstar quali Clapton, Ry Cooder, Keith Richards e i Led Zeppelin. Questa,senza ombra di dubbio, è la storia del blues.

(Tim Tirelli 2004 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.4)

(Hazlehurst, Mississippi)

L’enigmatica e tuttora piuttosto nebulosa storia di Robert Johnson è l’essenza del blues, la musica che più di ogni altra racchiude in sé il senso della ricerca, destinata ad essere infruttuosa, del proprio nido di stelle da parte dell’uomo. L’uomo di blues sa che non lo troverà mai, eppure continua a cercarlo, per tuttala vita. Questaricerca sa di frustrazione, povertà e malinconia, ma al contempo può assumere saltuariamente i colori di una tiepida felicità che in un batter d’occhio può ridiventare una infernale disposizione d’animo. Puoi essere stato un uomo nero che se ne andava per i fatti suoi sulla costa occidentale dell’Africa trecento anni fa, rapito e venduto come schiavo in un continente sconosciuto, oppure un negro obbligato a raccogliere cotone cento anni fa nel sud degli Stati Uniti, o puoi essere persino un bianco del primo decennio degli anni duemila alle prese con una vita e con domande a cui non sai e non puoi dare risposte, puoi essere quello che vuoi, ma una cosa la devi sapere: non c’è pace per l’uomo di blues.

Charles Dodds jr, un ometto di colore piuttosto intraprendente, e Julia Ann Major, una donna di colore dallo sguardo fiero, si sposarono a Hazlehurst (Mississippi) nel febbraio del 1889. Nel corso degli anni Charles riuscì a diventare un piccolo possidente terriero, un carpentiere e un fabbricante di mobili in vimini, guadagnandosi rispetto ed una certa agiatezza. Con Julia ebbe sei figlie (due delle quali morirono in tenera età) e un figlio, con Serena (la sua mantenuta) ebbe altri due figli maschi. Nel 1907 fu costretto a fuggire (sembra travestito da donna) a Memphis a causa di un forte litigi con i potenti proprietari terrieri della sua zona (i fratelli Marchetti). Lì assunse il cognome Spencer e cercò di rifarsi una vita insieme a Serena, ai suoi due figli e ad alcuni figli avuti con Julia, la quale rimase a Hazlehurst con le figlie Bessie e Carrie. Julia, donna dal carattere indipendente, durante la lontananza da suo marito ebbe una relazione con un lavoratore di una piantagione, tal Noah Johnson. Da questa avventura l’otto maggio del 1911 nacque Robert Johnson.

Poco dopo la nascita di Robert i F.lli Marchetti strapparono la casa e la terra a Julia, costringendola a peregrinare di piantagione in piantagione lavorando duro, mentrela figlia Carridi otto anni si occupava del piccolo Robert. Questa vita durò un paio d’anni fino a quando Julia non decise di ricongiungersi col marito a Memphis. A quel punto (il 1914)la famiglia Spencer, ex Dodds, consisteva nel capofamiglia Charles, sua moglie Julia, la sua convivente Serena, i figli di entrambe ed in più Robert, il figlio illegittimo che Charles almeno all’inizio faticò ad accettare.

Non pare vi furono particolari tensioni all’interno della famiglia allargata, tuttavia Julia decise di andarsene per la sua strada, stabilendosi a Robinsonville, nel Mississippi, a circa sessanta km a sud di Memphis.

Robert rimase a Memphis conla famiglia Spencer. Unamattina di buon ora si appartò nei campi dietro casa in completa solitudine e cercò di decifrare con i suoi occhi da bambino, il mondo che lo circondava: il padre (ancora non sapeva che in realtà era il patrigno), la sua convivente, i fratelli, la madre scappata a sud, le comunità nere relegate ai margini delle città e dei villaggi. Tutto ciò gli apparve naturale vista la sua giovane età e il fatto che non conosceva che quello, ma ad un tratto in mezzo alla bruma scorse una allodola che emise un canto lamentoso.

L’allodola è un uccello originario di Europa, Asia e Africa settentrionale che successivamente fu introdotto in America; in quel momento l’allodola stava lanciando il suo nostalgico lamento all’indirizzo delle proprie terre d’origine. La similitudine con la condizioni dei neri americani può risultare forzata, ma resta il fatto che Robert ebbe un sussulto e capì, seppur bambino, che nella vita doveva esserci dell’altro. Nei mesi seguenti imparò i primi rudimenti di chitarra dal fratellastro Charles Leroy e mise in evidenza un caratterino per niente facile. Il patrigno finì per averne abbastanza, Robert non ubbidiva e faceva spesso di testa sua, così lo rispedì dalla madre a Robinsonville. Julia nel frattempo si era risposata (nel 1916) con Willie “Dusty” Willies, infaticabile lavoratore. Nei primissimi anni venti Robert prese ad interessarsi alla musica, ed iniziò a suonare l’armonica; insieme al suo amico RL Windum impararono alcune canzoni accompagnadosi l’un l’altro allo strumento.Ancora adolescente Robert fu informato del suo vero padre e sebbene fino al 1925 circa mantenne il cognome Spencer, assunse poi definitivamente quello con cui è universalmente conosciuto. Per noi ora è semplice identificarlo come Robert Johnson, ma la sciarada del nome portò parecchia confusione tra i suoi conoscenti: era infatti conosciuto come Robert Leroy Spencer, R.Spencer, Robert Dodds e naturalmente Robert Johnson, anche se nessuno lo chiamava così. Robert frequentò per breve tempola Indian Creek Schooldi Commerce, un paesino del Mississippi dove sua madre ed il nuovo patrigno lavoravano nella piantagione Abbay&Leatherman. La scuola però non faceva per lui e, con la scusa di avere una vista non buona (sembra fosse afflitto da una lieve cataratta che poi sparì), abbandonò il suo percorso di istruzione. Continuava ad essere attratto dalla musica così passò dall’armonica alla chitarra assorbendo gli umori musicali che pervadevano la zona dove viveva. In quel tempo l’area intorno a Robinsonville era visitata regolarmente dai più grandi musicisti blues: Charlie Patton, Willie Brown e Son House etc etc. Robert non perdeva occasione di seguire e di osservare questi ‘maestri’ mentre suonavano, a tal punto che divenne la mascotte, per tutti ‘il piccolo Robert’. Ricordò molti anni più tardi Son House: ‘Tutti noi suonavamo ai balli del sabato sera e questo ragazzino non se ne perdeva uno. Ricordo che suonava discretamente l’armonica ma la sua passione erala chitarra. Sene stava tutte le sere di fronte a me e a Willie Brown con gli occhi incollati alle nostre dita. Negli intervalli prendeva una delle nostre chitarre ma i risultati erano assai scarsi e tutta la gente gli diceva di smettere’.

(Cabins e Cabinets a Tallahatchie Mississippi – tipiche “abitazioni” del tempo di Robert Johnson).

Il ragazzino di cui parla Son House in realtà aveva circa vent’anni ed era già vedovo. Robert infatti si era sposato nel febbraio del 1929 conla sedicenne Virginia Travise i due si erano stabiliti a Prenton, appena fuori Robinsonville, nella casa della sorella Bessie e di suo marito. Virgina rimase incinta subito dopo ma morì di parto insieme al bambino nell’aprile del1930. Aquel punto Robert, che per mantenersi lavorava saltuariamente nelle piantagioni, capì che se voleva combinare qualcosa con la musica doveva fare sul serio; decise così di ritornare a sud nella natia Hazlehurst con l’intenzione di trovare suo padre. Erano gli anni della grande depressione economica ma Hazlehurst e buona parte del Mississippi centrale godevano di una certa prosperità grazie alle autostrade che venivano costruite in quei territori, garantendo lavoro a tutti. Non sappiamo se RJ abbia incontrato il padre, in compenso conobbe Ike Zinnerman, noto bluesman del posto che presto divenne il suo maestro. Robert conobbe anche Calletta Craft, una donna di dieci anni più vecchia di lui, con due matrimoni alle spalle e già tre figli piccoli; si sposarono nel maggio del 1931 mantenendo il loro matrimonio segreto. Per Calletta Robert era tutto, prese a riverirlo e a servirlo come fosse un re. Era lei che lavorava, lei che gli portava la colazione a letto, lei che credeva in lui anche quando stava lontano da casa o passava tutta la notte da Ike Zinnerman a imparare tutto il possibile sulla musica. Ogni qualvolta Robert aveva un momento libero si appartava nei boschi circostanti dove nessuno poteva sentirlo, a provare e riprovare le canzoni e i trucchetti che Ike gli aveva insegnato. Ogni tanto posava la chitarra, guardava le fronde degli alberi capendo ad ogni formarsi di pensiero che stava diventando un uomo che voleva qualcosa di più dalla vita. La sera del 6 giugno si sentiva più irrequieto del solito, prese la chitarra e si incamminò lungola strada.

Chieseun passaggio e dopo circa sei miglia chiese di scendere, ancora qualche passo ed arrivò ad un incrocio. L’oscurità della notte era già quasi scesa eppure a ovest gli ultimi bagliori di un tramonto tardivo infiammavano l’orizzonte ricurvo. Si mise a sedere, si accese una sigaretta e si abbandonò a quel silenzio fermo, schiarito dalla potente luce lunare. Imbracciò la chitarra quasi senza intenzione e un blues intenso iniziò a debordare dalla sua anima; dapprima fu una cosa quasi percussiva che poi si arricchì di un felice gioco di dita della mano destra e di slide. Quando lo scheletro della canzone fu terminato provò a cantarci sopra qualche cosa: ‘ Sono stato all’incrocio, sono caduto in ginocchio e ho chiesto al Signore di avere pietà e di salvare il povero Bob. Stando all’incrocio baby, il sole che sale e che scende, credo che il povero Bob stia affondando’. Sapeva che avrebbe dovuto risistemare quei versi, ma capì che aveva per le mani qualcosa di grosso. Come decise di intitolarla “Cross Road Blues” provò all’improvviso un forte bisogno di diventare un grande chitarrista e sentiva che avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere qualcuno. D’un tratto un forte vento si alzò, Robert si guardò intorno: i rami piegati degli alberi coprivano a tratti il tondo teschio lunare. Un paio di bagliori rossastri apparvero non troppo lontano da lui, proprio in mezzo al bosco come un paio di grandi occhi indagatori.

L’oscurità della notte cancellava i contrasti spazio-temporali, Robert non si vedeva più ma sentiva la propria presenza e aveva l’impressione di essere solo un pensiero, un filo di consapevolezza. Sentì l’anima liquefarsi e poi ricomporsi e finalmente capì che era giunto il momento di andarsene. I giorni seguenti Robert  sentì che si era trasformato in un uomo di Blues, quel tipo di uomo che ha la capacità di vedere e, a differenza di tanti altri, il coraggio di guardare. Iniziarono così le sue prime esibizioni pubbliche, alla domenica mattina agli angoli delle strade in paese e poi al sabato sera nei Jook Joints locali. Si spostò occasionalmente verso est a Georgetown o verso nord a Jackson, ma di regola se ne stava nei dintorni di Hazlehurst dove come musicista iniziava a farsi conoscere. A volte si presentava come R.L.Johnson dichiarando ai curiosi che R.L. stava per Robert Lonnie; questa era un piccola bugia, infatti il suo nome completo era Robert Leroy, ma Robert Lonnie Johnson era un musicista già molto noto che Robert stesso stimava e quindi giocava a confondere le acque. Il lungo soggiorno nel sud del Mississippi fu di grande importanza per Robert:nella contea di Copiah i tratti della sua personalità presero forma, il suo talento musicale sbocciò e la consapevolezza di essere pronto per altri orizzonti diventò un feroce desiderio di viaggiare. RJ prese così sua moglie e i ragazzi e partì diretto a nord, stabilendosi a Clarksdale. Lì le cose per un po’ andarono bene ma Callie, nonostante fosse una donna in carne e all’apparenza forte, non aveva una salute di ferro e crollò in modo definitivo quando Robert la lasciò, tornando disperata dai suoi genitori a Hazlehurst. Callie morì qualche anno più tardi e sebbene Robert tornò più volte dalle quelle parti, né lei né la sua famiglia lo rividero più. Robert aveva iniziato a viaggiare, dapprima cercando di imparare a viaggiare e poi viaggiando per imparare. Capì l’importanza dell’affidarsi alla strada e del fascino dell’imprevisto che di solito si abbatte sul viaggiatore. Già, la fecondità dell’ignoto era il faro che guidava il suo peregrinare, la scintilla che permetteva alla sua musica di esprimersi libera. Robert decise di fare una puntata giù a Robinsonville, un po’ per rivedere la sua famiglia e un po’ per mostrare a Son House e a Willie Brown i suoi progressi.

‘Un sabato sera stavo suonando in un paese chiamato Banks’ ricordò anni dopo Son House ‘insieme a Willie Brown e ad un tratto nel locale entrò qualcuno. Io e Willie riconoscemmo il piccolo Robert, aveva una chitarra con sé e per questo ci fece ridere; ci chiese di lasciargli qualche minuto e noi lo accontentammo. Si mise così a suonare e noi non credevamo alle nostre orecchie: era diventato molto bravo nel giro di poco tempo’.

Fu probabilmente da questo episodio che a Robert Johnson fu appiccicata la leggenda secondo la quale avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di diventare un gran chitarrista.

Per quanto suggestiva, va precisato che questa teoria è parte integrante della iconografia blues e dunque messa in relazione a tanti altri musicisti blues: chiunque mostrasse improvvisi miglioramenti allo strumento era coinvolto in queste voci. Si diceva infatti che se si vuole imparare a suonare uno strumento e a scrivere canzoni occorre recarsi ad un incrocio verso la mezzanotte, iniziare a suonare, attendere che un grande uomo nero appaia, prenda la chitarra, la accordi, suoni una canzone e che infine tela restituisca. Daquel momento si è in grado di suonare tutto quello che si vuole, unica controindicazione: da quel momento la anima del musicista appartiene al diavolo.

Robinsonville comunque non faceva più per Robert, egli cercava infatti un posto dove avere maggior visibilità e questo posto aveva il nome di Helena, città sul confine tra il Mississippi del nord e Arkansas. A Helena c’erano molti locali dove suonare, che all’epoca erano teatro di bollenti esibizioni dei bluesmen più in voga: Sonny Boy Williamson 2°, Elmore James, Memphis Slim, Howlin’ Wolf e decine di altri. Robert scelse quel posto come base per gli anni rimanenti della sua vita, il che gli permise di suonare e confrontarsi con i musicisti di cui sopra e di aggiungere lustro alla sua già brillante nomea. A Helena conobbe Estella Coleman, una donna che sin da subito lo amò molto e che lui ricambiò diventando guida spirituale per il figlio che Estella aveva avuto da una precedente relazione. Il giovane Robert Lockwood Jr aveva già mostrato una certa attitudine per la musica e avendo Johnson come maestro non poté che definire nel modo migliore il suo talento. RJ era molto geloso del suo modo di suonare e cercava di non mostrarlo a nessuno, solo Lockwood Jr ebbe la possibilità di penetrare i suoi segreti. La fama di RJ intanto continuava a propagarsi, non appena si spargeva la voce che avrebbe suonato in un dato locale, la gente si precipitava a vederlo. Viaggiare ormai era per lui la cosa principale, di notte, di giorno, non importava quando, egli era sempre pronto a mettersi in moto. A contatto con tante genti e posti differenti, la sua anima musicale si dilatò in modo impressionante; dovendo accontentare un po’ tutti arricchì il proprio repertorio, dai blues più sofferti o pieni di doppi sensi alle canzonette che si sentivano per radio in quel periodo. Diversi testimoni affermano che Robert era in grado di suonare una canzone a lui sconosciuta dopo averla sentita una volta sola, impressionando molti grandi musicisti del suo tempo. E’ quindi necessario iniziare a pensare che fosse un genio o comunque una persona con una intelligenza musicale fuori dal comune. Il suo fascino e la sua personalità poi fecero il resto: in ogni città in cui arrivava riusciva sempre a trovare una donna pronta ad accoglierlo. Il suo aspetto minuto e curato, le sue belle mani, i suoi lineamenti e il suo saper sussurrare dolci parole lo rendeva irresistibile tra le donne, che in genere erano più grandi di lui,  perché così potevano provvedere al suo sostentamento. Robert comunque poteva anche trasformarsi in un tipo assai duro a cui stare alla larga quando si dava al bere, al fumo e al gioco, ma a differenza di tanti altri colleghi non divenne mai schiavo di queste cose ( ma aveva una discreta propensione per il bere e le donne).

(battello a vapore a Greenwood Mississippi)

Professionista già molto conosciuto con un seguito di pubblico consistente, a metà degli anni trenta Robert capì che era giunto il momento di incidere dischi, si mise così in contatto con H.C.Speir,un bianco che aveva un negozio di articoli musicali a Jackson, dove si era costruito un piccolo studio di registrazione. Speir aveva fama d’essere un buon talent scout presso le case discografiche, le quali si affidavano al suo fiuto per capire in che artisti la gente di colore poteva essere interessata. Quando Johson lo contattò Speir era tuttavia disilluso: aveva appena siglato un contratto con la ARC secondo cui sarebbe stato pagato a seconda del numero di tracce registrate. Dei 178 ‘lati’ registrati la ARC scelse di pubblicarne solo 40. Speir piuttosto di ‘bruciare’ il nome di Johnson lo indicò a Ernie Oerte, un rappresentante e talent scout della ARC stessa. Dopo una veloce audizione Oerte decise di portare RJ a San Antonio per registrare. Arrivarono nella cittadina del Texas a fine novembre e lunedì 23 Robert entrò per la prima volta in studio. La stanzetta era semplice: una sedia, un microfono, le primitive apparecchiature per registrare dischi e Don Law, responsabile artistico delle sessions, pronto a partire. Robert prese una sorsata di whisky, si mise in un angolo e, rivolto al muro, iniziò a suonare quello che sarebbe diventata una parte fondamentale della musica americana. ‘Kindhearted Woman Blues’ fu la prima canzone in assoluto ad essere incisa da Robert e l’unica a contenere un assolo vero e proprio.

(Robert Johnson)

‘Ho una donna dal cuore gentile…ma queste donne diaboliche mi tormentano…è una donna dal cuore gentile che studia continuamente il maligno…potresti avere in mente di uccidermi’. Blues strascicato e reso stralunato dalla voce a tratti ironica, indifferente ed in falsetto.

(78 giri di Sweet Home Chicago)

Proseguì con ‘I Believe I’ll Dust My Broom’, ‘Sweet Home Chicago’, Rambling On My Mind’, ‘When You Got A Good Friend’, ‘Come On In My Kitchen’, ‘Terraplane Blues’ e ‘Phonograph Blues’. Ad un primo ascolto le canzoni possono sembrare simili tra loro, ma è bene soffermarsi sul fatto che siamo negli anni trenta , nelle comunità nere nel sud degli Stati Uniti e che ciò che realmente colpiva la gente erano i testi. Storie di tutti i giorni che i neri vivevano sulla loro pelle e che Robert scriveva con molta originalità. Di tutti i pezzi Robert ne registrò due versioni ma per alcuni titoli le ‘alternate takes’ non furono mai trovate. ‘Terraplane Blues’ gioca sui doppi sensi che posso scaturire paragonando una donna ad una automobile (la ‘Terraplane’ era infatti una berlina piuttosto comune tra il 1933 e il 1938).

(78 giri di Terraplane Blues)

‘Adesso ti alzo il cofano piccola e ti controllo l’olio…sto entrando nei tuoi contatti e quando avrò finito col tuo avviamento il cappuccio della tua candela mi darà fuoco’.

Con questa canzone Robert era già conosciuto e fu quindi logico farla uscire come primo singolo a suo nome, singolo che risultò poi essere il più venduto della sua carriera mentre era ancora in vita: circa 5000 copie. Nei due giorni successivi Robert fu arrestato per vagabondaggio e Don Law dovette pagare la cauzione per farlo uscire. Su richiesta del nostro bluesman, Law fu costretto inoltre a dargli dei soldi affinché Robert potesse pagarsi compagnie femminili.

(78 giri di Cross Road Blues)

Giovedì 26 novembre, tornato in studio, Robert registrò due versioni di ’32-20’, un pezzo dal ritmo sostenuto che si discosta non poco dall’andamento delle sessioni del lunedì precedente. Venerdì 27 novembre di nuovo in studio, Johnson sembra spiritato: ‘They’re Red Hot’ (dove si parla di ‘tamalas’ bollenti) la voce non pare nemmeno la sua e gli accordi e le progressioni che usa si discostano da quelli tipici del blues canonico. Col suo ritmo indiavolato ‘They’re red Hot’ doveva essere uno dei suoi pezzi forti quando voleva far scatenarela gente. Seguironole registrazioni di ‘ Dead Shrimp Blues’, ‘Cross Road Blues’, Walking Blues’, Last Fair Deal Gone Down’, ‘Preaching Blues’ e ‘If I Had Possession Over Judgement Day’. Finite le registrazioni Robert tornò verso casa con pressappoco cento dollari in tasca e sì, si sentiva un re. Non tutte le canzoni furono pubblicate, alcune vennero ritenute troppo licenziose, ma resta il fatto che oramai Robert Johnson era una star.

Portò con sé qualche copia dei dischi che regalò a parenti ed amici. Dopo un breve soggiorno a Helena ripartì insieme a Johnny Shines e a Calvin Frazier (quest’ultimo aveva ucciso un paio di uomini in Arkansas e doveva davvero andarsene) verso nuovi posti e quindi con nuove possibilità di viaggiare. I juke box avevano preso piede e la fama di RJ nei circuiti neri era al culmine. Sembra che si fece addirittura vivo suo padre Noah, sorpreso di avere un figlio così famoso; Robert poi alimentava la leggenda presentandosi sempre ben vestito e in ordine e scomparendo all’improvviso tanto da lasciare interdetti i suoi compagni di viaggio. Il suo senso del blues, la sua irrequietezza non lo lasciavano in pace e anche in piena notte, grondante di sonno, si sentiva costretto a mollare tutto e tutti e partire. I suoi itinerari non toccavano più soltanto le cittadine del Mississippi, del Tennesse e dell’Arkansas ma seguivano il vento del blues. St Louis, Memphis, il Canada, Detroit e New York videro il passaggio del re del blues. Il suo modo di suonare fu in parte influenzato da queste grandi città, ma in definitiva la vita urbana non sorprese questo venticinquenne ormai pieno di esperienza. In queste città si esibì con una band (batterista e pianista) e sembra che abbia provato l’emozione di suonare con una chitarra elettrica.

Nel giugno del 1937 venne di nuovo chiamato in studio per altre registrazioni, questa volta a Dallas. Lo studio era un vecchio magazzino e nelle parole di Don Law ‘dovevamo registrare al sabato e alla domenica, quando i rumori esterni dovuti al traffico diminuivano, e con le finestre chiuse. Il caldo era soffocante, lavoravamo a torso nudo con ventilatori sistemati in mezzo a blocchi di ghiaccio’. Come era accaduto nelle sessioni precedenti, tutti i pezzi vennero registrati due volte nel caso qualche master si rovinasse, ma anche in questo caso non tutte le ‘alternate takes’ sopravvissero. Rispetto alle registrazioni effettuate a San Antonio quelle di Dallas sono un tantino superiori per qualità  di registrazione e anche Johnson sembra, se possibile, più a suo agio, più professionale e con il completo controllo dello strumento. Sabato 19 giugno registrò ‘Stones In My Passway’, ‘I’m A Steady Rollin’ Man’ e ‘From Four Till Late’.

(78 giri di Hell Hound On My Trail)

Domenica 20 giugno fu la volta di ‘Hellhound On My Trail’, ‘Little Queen Of Spades’, ‘Malted Milk’, ‘Drunk Hearted Man’, ‘Me And The Devil Blues’, ‘Stop Breaking Down’, ‘Traveling Riverside Blues’, ‘Honeymoon Blues’, ‘Love In Vain’ e ‘Milcow’s Calf Blues’.

(78 giri di Love In Vain Blues)

Alcune di queste canzoni si basavano su motivi blues già esistenti, ovvero una sorta di traditional nati dai canti atavici degli schiavi neri, ma Johnson sapeva trasformarli in modo piuttosto originale tanto da farli suoi. I temi affrontati sono di quelli che ti torcono le budella e ti fanno capire come Robert Johnson era una cosa a parte: un uomo di colore illetterato, seduto in riva al mondo a contemplare e a discutere con se stesso i grandi quesiti esistenziali. Gli arguti intrecci tematici tra sacro e profano, tra felicità e sofferenza con il senso del tradimento e di assenza di via d’uscita nascosto in ogni piega delle parole. In ‘Me And The Devil Blues’ ricalca in modo esplicito quello che abbozzò in ‘Cross Road Blues’, ovverossia il disagio dell’inevitabile condizione dovuta al patto faustiano, coi riferimenti ai debiti che vanno pagati all’arte: ‘di prima mattina quando hai bussato alla mia porta ho detto salve satana, credo sia ora di andare…io e il diavolo camminiamo fianco a fianco e ora picchierò la mia donna fino a che non sarò soddisfatto’.

In ‘Hellhound On My Trail’ canta: ‘devo continuare ad andare, i blues cadono come grandine, i giorni mi tormentano, ho i cani dell’inferno sulle mie tracce’.

‘Traveling Riverside Blues’ non fu mai pubblicata per il testo dissoluto: ‘…adesso puoi spremermi il limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba…’, c’è di che imbarazzarsi ancora oggi.

Lasciato lo studio di registrazione, Robert girò, insieme a Johnny Shines, il Texas e l’Arkansas. Difficile ricostruire l’ultimo anno di vita di RJ, ma d’altronde tutta la sua vita sfugge ad una ricostruzione decente. Il suo essere sfuggente e malinconico ma al contempo presente e determinato non lascia punti di riferimento precisi, tuttavia possiamo dire che Robert passò un po’ di tempo a Memphis, a Helena (dove tornò dalla madre di Robert Lockwood jr) e continuò a viaggiare tra il Mississippi e l’Arkansas. Johnny Shine, Robert Lockwood jr, Howlin’ Wolf e Son House lo accompagnarono per un po’ ma poi, per una cosa o per l’altra smisero di seguirlo come presagissero qualcosa. In agosto del 1938 Robert lasciò Helena per fare una capatina giù a Robinsonville per vedere i suoi parenti. Insieme a Honeyboy Edwards stazionò nei pressi di Greenwood, visto che a Three Forks (poco fuori il paese) un tizio proprietario di una Roadhouse aveva organizzato un ballo per un venerdì e sabato sera.

Il tizio andò in città per cercare musicisti e così vennero coinvolti tra gli altri RJ, H.Edwards e Sonny Boy Williamson 2°. Robert fece amicizia, per così dire, con la moglie del padrone del locale e pare che in quei giorni iniziarono a vedersi di nascosto. Essere un musicista a quel tempo significava anche dover affrontare difficoltà legate a gelosie e invidie. Gli altri musicisti ti odiavano se suonavi meglio di loro, le donne ti odiavano se ti davi da fare con qualcun’altra e gli uomini ti odiavano se ti vedevano parlare con le loro donne. Per uno come RJ, a cui non importava se la donna con cui parlava fosse sposata o no, la situazione era sempre sul punto di esplodere. La serata del 13 agosto del 1938 fu davvero un gran successo nel locale di Three Forks, molti musicisti si alternavano a suonare e per una volta la rivalità fu messa da parte e tutti si stavano divertendo. Robert continuò a prestare attenzione alla moglie del proprietario e questo causò forti tensioni. Sonny Boy Willamson se ne accorse e tentò di tenere la situazione sotto controllo. Durante una pausa qualcuno portò una bottiglia di whisky aperta a Robert, Sonny Boy pregò Robert di non bere ma Johnson non volle sentir ragioni. RJ tornò a suonare ma dopo poco dovette smettere perché non si sentì bene. Il marito geloso mise della stricnina nella bottiglia di whisky che Robert si scolò. Robert fu portato a casa di un amico e, essendo giovane e in buona salute, riuscì a passare la notte seppur tra dolori atroci.

Sembrava resistere ma sopraggiunse la polmonite (ricordiamo la cura per questa malattia fu trovata solo nel 1946). Robert Johnson aprì gli occhi e comprese ciò che gli stava capitando. Cercò di farsi forza ma si trovava impantanato tra le paludi della sua anima. Vide prendere forma lo spirito ribelle che gli permise di sfuggire alle odiose catene della tradizione, vide il senso di tormento e di disperazione tanto presente nei suoi testi, vide la sua visione del mondo e delle cose sospesa tra peccati e redenzioni. Robert forse vide anche un grande uomo nero venuto a reclamare ciò che avevano pattuito anni prima nei pressi di un incrocio. Con molta fatica volse lo sguardo alla finestra: uno scarabocchio di strada era l’unico ed ultimo orizzonte. Spostò lo sguardo su di un prato e vide un mare di tenebre violette. Guardò il soffitto, pensò alla canzone che stava scrivendo, cercò di intonarla. La immaginò finita e registrata con tanto di batteria, pianoforte e chitarra elettrica e sorrise al pensiero di come sarebbe stata accolta: era forse troppo strana, slegata come era dai blues fino ad allora conosciuti. Ricostruì a mente il giro armonico, gli accordi strani e l’assolo che aveva in mente di fare, mentre il piano teneva la ritmica. ‘potrei chiamarla Blues n.30’ pensò tra sé e sé, oppure ‘Greenwood Lady’ aggiunse sorridendo amaramente. ‘No meglio chiamarla Searching For’ e ironizzando con se stesso sogghignò ‘già, Searchin’ For Robert Johnson, The King Of Delta Blues’.

(Greenwood Mississippi)

Robert si spense martedì 16 agosto 1938. Sua madre fu presente al funerale e il corpo fu seppellito vicino alla vecchia Zion Church di Morgan City, Mississippi, ad un tiro di schioppo dalla ‘sua’ Mississppi Highway 7.

(La  Zion Church di Morgan City, Mississippi)

Non sapeva che in Inghilterra il Melody Maker aveva recensito l’anno prima uno dei suoi singoli giudicandolo molto positivamente. Non sapeva che  John Hammond a  fine 1938 lo avrebbe cercato per portarlo alla Carnegie Hall di New York per il Spiritual Swing Concert che stava organizzando. Non sapeva che se fosse vissuto almeno un altro po’ avrebbe avuto un successo enorme. Non sapeva infine, che anche così, con quei 29 pezzi sarebbe diventato il più grande, il Re incontrastato del Blues.

Postilla:

Studiosi di blues rintracciarono decenni dopo l’uomo che avvelenò Robert. Riuscirono ad entrare in casa sua e a parlargli e questi, prima di ricevere domande precise, prese a giustificarsi e a crearsi alibi, il che lascia intendere molto. Questi studiosi non poterono rivelarne il nome per non avere noie legali, dato che non fu mai avviata una inchiesta. Chissà se quello sciagurato ebbe mai crisi di coscienza, ma pensandoci direi che è altamente probabile dato il successo postumo di Robert Johnson.

Immaginiamo che lo sciagurato in questione passò anni tormentato dall’idea non solo di avere ucciso un uomo, ma di avere ucciso il Re del Blues.

Caroline Thompson, la sorella di Johnson, morì nel 1983 e fino ad allora fu lei ad avere la eredità (essendo l’unica ad essere rimasta in vita sino a quegli anni) di Robert Johnson.

Caroline a sua volta nominò suoi eredi i nipoti Robert M. Harris e Annye C. Anderson (certo, Robert morì senza avere possedimenti, ma avendo lasciato registrazioni così importanti, essere sue eredi legali significava avere entrate non indifferenti,).La “Estateof Robert Johnson” prese corpo nel 1989 e nel 1991 arrivarono agli eredi le prime royalty.

Ai due nipoti di Carrie si contrappose Claud L.Johnson, sostenendo d’essere figlio di Robert Johnson.

La Suprema Corte DelMississippi in data 15 ottobre 1998 si pronunciò a favore di Claud.

Sembra infatti che la madre di Claud, Virgie Mae Cain, intrattenne una relazione intima con Johnson nel 1931, da cui il 16 dicembre dello stesso anno nacque Claud.

Non essendo stato possibile effettuare test del dna (il corpo di Johnson riposa in un posto non ben precisato, sebbene molti sostengano che con ogni probabilità fu seppellito vicino alla chiesa di Zion) il giudice si è basato sui racconti di vari testimoni.

Sembra così che molti ricordino la relazione tra Robert e Virgie Mae e che Robert sapesse della gravidanza, tanto che, una volta nato il bambino, fece in un paio di occasioni una salto per vedere suo figlio. Una testimone, all’epoca dei fatti amica di Virgie Mae, durante la deposizione ha addirittura raccontato che un giorno durante la primavera del 1931, lei e il suo ragazzo andarono insieme a Virgie e Robert a fare una passeggiata nei boschi e che le due ragazze iniziarono poi a fare l’amore con i propri fidanzati. Con dignità e senza eccessivi imbarazzi raccontò alla corte che vide Virgie e Robert accoppiarsi.

L’atto del tribunale è consultabile in internet.

DISCOGRAFIA:

A parte i singoli pubblicati all’epoca, la Columbia pubblicò alcuni decenni dopo i due album leggendari ‘King Of Delta Blues Volume I e II’ contenenti tutti i suoi 29 pezzi di cui tre in doppia versione. Oltre a questi, numerose compilation sono state realizzate nel corso degli anni, alcune della quali contengono le otto alternate takes rimanenti. Il cofanetto di cui parliamo qui sotto è comunque quello che serve. La leggenda dice che esiste anche una ulteriore canzone, registrata durante una delle due sessioni del 1936 e 1937, che Johnson suonò più che altro per divertire i tecnici dello studio, visto che si tratterebbe di un pezzo dai contenuti molto sconci.

Robert Johnson

The Complete Recordings

(Columbia CBS 1990).

Come detto in  questo cofanetto di due cd, accompagnato da un gran bel booklet interno, ci sono tutte le 41 registrazioni sopravvissute. Da queste, oltre che per la tecnica – per l’epoca davvero apprezzabile- e per il significato dei testi, si può dedurre facilmente che la grandezza di Robert Johnson si deve anche al richiamo emotivo. ‘Come On In My Kitchen’ e ‘Love In Vain’ possono commuovere fino alle lacrime, ‘From Four Till Late’ può incantare per la sua spiccata melodia. ‘Stones In My Passway’, ‘Hellhound On My Trail’ e ‘Me And The Devil’ possono far sprofondare chiunque in una cupezza soffocante. Ogni canzone comunque è una vetrina per chi voglia osservare l’animo umano e per i musicisti che sentono il bisogno di capire da dove è nato tutto e che non si sentono appagati nel suonare il blues come fosse un esercizietto. Il blues per suonarlo  ( e non importa se bene o male) occorre averlo dentro.

Materiale in relazione con Robert Johnson:

Peter Guralnich

Robert Johnson: In Cerca Del re Del Blues

(Arcana 1991)

Libro che tratta i frutti di una ricerca storica ben fatta; peccato che le traduzioni in italiano dei testi lascino a desiderare.

The Search For Robert Johnson

(Sony 1992)

VHS da capogiro. Documentario girato intorno a John Hammond jr il quale come suggerisce il titolo, è alla ricerca di RJ. Immagini del Mississippi, dei posti dove Robert è stato (Robinsonville e Greenwood inclusi), interviste a ex donne di Robert ( una di queste, ormai anziana, si commuove con una dignità senza pari mentre ascolta ‘Love In Vain’, che Robert probabilmente scrisse per lei), interviste a Honeyboy Edwards e Johnny Shines e a quello che sembra essere il figlio del nostro Re del blues, tal Claud L. Johnson .72 minuti di puro fascino blues, malgrado l’assenza di sottotitoli renda spesso indecifrabile l’inglese sbiascicato dei vecchi bluesmen.

Mississippi Adventure

Film del 1986 che imbastisce una storia secondo la quale un ragazzino bianco di Long Island trova Willie Brown ricoverato in un ospizio e gli promette di farlo fuggire se questi gli insegna il trentesimo pezzo mai edito di RJ. Segue viaggio nel Mississippi. Il film è piuttosto leggerino, ma quando il flashback iniziale ricrea Robert Johnson nello studio di registrazione, beh…è roba da palpitazioni. La colonna sonora è deliziosa ed è opera del grandissimo Ry Cooder. Nel finale (nella scena del duello di chitarra) cameo di Steve Vai.

Varie

La musica di Robert Johnson è stata reinterpretata da migliaia di artisti ed è quindi impossibile stilarne un elenco degno di nota, basti citare (lo so, scelta assai banale) i due esempi forse più eclatanti, ovvero la versione live di ‘Crossroads’ dei Cream e ‘Love In Vain’ dei Rolling Stones.

Poi naturalmente Ry Cooder, Muddy Waters, Elmore James, Johnny Winter, Led Zeppelin (oltre a ‘Traveling Riverside Blues’ dalle loro BBC sessions, e a ‘The Lemon Song’ dal secondo album dove il testo cita la famosa frase di RJ, Trampled Underfoot da Physical Graffiti non è altro che una rilettura del testo di Terraplane Blues), White Stripes (‘Stop Breakin’ Down’ dal 1° album) e tanti, tanti, tanti altri.

Flashes from the Archives of Oblivion: JIMI HENDRIX ‘PER CHI SUONA LA CHITARRA’

16 Apr

Icona rock per eccellenza, il chitarrista dei chitarristi, il figlio del voodoo, il modello musicale attraverso il quale attribuiamo alle vicende della musica rock i significati che permettono di viverle. James Marshall Hendrix, l’uomo nero di Seattle che spinse il blues verso una ricognizione spaziale che ci avrebbe cambiati per sempre.

(Tim Tirelli 2004 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.4)

Seduto al suo posto sull’aereo che lo stava portando in Inghilterra, Jimi gongolava in preda alle sensazioni che lo stavano inondando. L’autunno del 1966 stava per iniziare ma egli aveva la primavera nel cuore: sentiva che stava andando incontro ad una fase cruciale della sua vita e che la ‘swinging London’ lo avrebbe forse aiutato a sbocciare definitivamente. Sbirciando fuori dal finestrino intravedeva l’atlantico, le nuvole e il cielo, e da questa vista riceveva vibrazioni e moti ondosi interni. Ripensò al passato e ai patimenti e alle frustrazioni affrontate. Dal 24 novembre del 1942 giorno della sua nascita, al difficile rapporto dei suoi genitori, Al e Lucilla Hendrix, entrambi ballerini, che finirono per separarsi nel 1945 quando Al tornò dalla guerra. Dalla miseria che lui, suo padre e suo fratello Leon dovettero patire, alla morte della madre avvenuta nel 1958. I primi approcci alla chitarra, la consapevolezza che la sei corde sarebbe diventata il suo mondo, i mesi passati da volontario nell’esercito e i lanci da paracadutista, quindi il ritorno alla vita civile. I primi riconoscimenti come chitarrista e la dura gavetta nella backing band di Little Richard durante il 1963. Sorrise tronfio come un gallo canterino ricordando che, capitato quasi per caso negli studi Chess di Chicago, incontrò Muddy Waters, il leggendario bluesman. Il placido rollio dell’aereo sospeso in aria portava Jimi ad indugiare nei ricordi. Il trasferimento ad Harlem (New York) e la sua storia con la fascinosa Fayne Pidgeon, ragazza  amica di tutti i musicisti del posto, il tour e il lavoro in sala d’incisione con gli Isley Brothers nel 1964. Poi in tour con Curtis Knight dove in canzoni come ‘Driving South’ e ‘Killing Floor’ poteva finalmente dare sfoggio delle sue qualità chitarristiche.

E ancora i bei momenti passati on the road con Joe Dee & Starlighters (orchestra di bianchi) e con la orchestra di King Curtis. Rammentò con precisione l’esatto momento in cui decise di mettere in piedi un gruppo tutto suo, i Jimmy James & Blue Flames,  pensiero che si concretizzò grazie alle sue assidue frequentazioni del Cafè Wha?, ritrovo di musicisti.

Jimi poi ritornò ai recenti avvenimenti: John Hammond jr che lo va a vedere e gli propone di suonare insieme, i Rolling Stones e gli Animals che si congratulano con lui dopo la esibizione fatto con Hammond al Café Au Go Go di New York ed infine Chas Chandler che gli propone di fargli da manager e di portarlo in Inghilterra. Chas Chandler era il bassista degli Animals e già da un po’ aveva deciso di smettere d’essere un musicista perché nauseato dagli atteggiamenti dei discografici. Pensava di poter diventare un buon manager, o qualcosa del genere, voleva trovare giovani talenti e far sì che questi si potessero esprimere liberamente. Trovare Hendrix fu la sua fortuna, ma questa fortuna arrivò grazie alla sua lungimiranza. Sbarcati in Inghilterra, Chandler entrò in azione: presentò Jimi ai musicisti giusti, organizzò audizioni per trovare un bassista ed un batterista, cercò locali dove far suonare Jimi e fece girare voce che in città era arrivato un musicista straordinario.La Jimi Hendrix Experienceprese forma con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria, iniziò a suonare nei circuiti londinesi e uscì col primo singolo ‘Hey Joe/Stone Free’.

(The Jimi Hendrix Experience)

Le prime esibizioni della JHE misero, almeno spiritualmente, a ferro e fuocola città. Nelleparole di Jeff Beck è possibile capire la forza dell’impatto che ebbe la figura di Jimi

“‘Dopo che arrivò Hendrix non volevo fare altro che prendere le mie cose e andare a casa. La notte in cui si presentò suonando mandò in depressione parecchia gente. Era come vedere l’attaccante della squadra avversaria segnare sei goal alla squadra di casa. Per un po’ smisi di suonare, ero devastato, mi ritirai nel mio piccolo appartamento nel Surrey a leccarmi le ferite. Fui comunque fortunato perché abitavo fuori città, non riesco ad immaginarmi cosa deve aver passato Eric (Clapton) visto che abitava in città e quindi viveva quotidianamente l’avvento di Hendrix. Ma ripensandoci è giusto così, avevamo bisogno di una lezione’.

In realtà non è che Jeff Beck, Eric Clapton (e stiamo parlando del Clapton dei Bluesbreakers di John Mayall e dei Cream) e Jimmy Page (allora con gli Yardbirds) fossero al di sotto di Hendrix, chitarristicamente parlando, ma resta il fatto che Jimi Hendrix pareva avere qualcosa in più. L’aspetto visivo dava allo spettatore una situazione nuova: vedere questo afro americano, dinoccolato, vestito con abiti sgargianti, vivere in maniera così intensa la musica era una esperienza particolare. Jimi possedeva la qualità innata di esibire candidamente tutti gli alfabeti comportamentali e musicali (correlati al blues) ed era questa la differenza tra lui e gli altri. Le sue canzoni ed i suoi assoli erano densi di significati primitivi e primordiali: all’interno delle sue esibizioni si aprivano tempi e spazi diversi dal tempo e dallo spazio misurabili. Il nome di Jimi Hendrix iniziava a giganteggiare nei primi mesi del 1967, i concerti a volte venivano criticati da stampa ed organizzatori perché ritenuti troppo erotici e caotici, ma il pubblico ormai era in adorazione e con esso i musicisti inglesi, da Brian Jones a Eric Clapton, da Pete Townshend a Paul McCartney. Il primo singolo era al quarto posto in classifica ed il secondo, ‘Purple Haze’ (stordimento, oscurità porpora) stava per imitarlo.

La Jimi Hendrix Experience passò poi altro tempo in studio di registrazione con Eddie Kramer, giovane tecnico del suono che già aveva lavorato con la band sui primi due singoli. In maggio fu così pubblicato il primo album ‘Are You Experienced?’ che in breve raggiunse la Top 5. Il disco è un caleidoscopio musicale e chi l’ascolta non può che seguire l’adunarsi e lo scomporsi di frammenti eterogenei di magnifici colori e fraseggi. ‘Foxy Lady’ (che in americano sta per ‘Donna Sensuale’) trasferisce la sua carica sessuale nel duro riff d’apertuta, ‘Manic Depression’ (‘Depressione Maniacale’) estende i confini di quei territori del nulla che stanno tra il piacere e il dolore. ‘Red House’ (‘Casa Rossa’ ovvero ‘Bordello’), un blues di costruzione tradizionale, è messa in scena con le dodici classiche battute fatte apposta per suonarci sopra un gran assolo di chitarra. ‘Third Stone From The Sun’ è un esempio di grande musica, con la chitarra che crea e apre spazi siderali, delineati da una bella melodia strumentale. L’album risente a tratti degli umori beat e psichedelici della Londra del periodo e non nasconde quelle che oggi forse risultano ingenuità, ma riesce comunque a catturare l’alba del nuovo giorno in modo preciso.

Giunse poi il momento del festival di Monterey, in California; è il 1967,la ‘Summer OfLove’ è la voglia che ha il movimento underground americano di uscire allo scoperto e di ipotizzare una nuova società fondata su libertà (quella vera), e amore e ideali di pace e fratellanza. Brian Jones, uno dei musicisti assunti a direttori del festival, fece da tutore a Jimi e lo annunciò ai ventimila presenti: ‘…per la prima volta negli states, Jimi Hendrix,la Jimi Hendrix Experience’. L’ingresso in scena di Jimi segna una decisa svolta nella musica americana, mai si era vista una forza così travolgente da quella parte dell’atlantico. L’apparizione della JHE a Monterey rimarrà nella storia come uno dei migliori concerti rock in senso assoluto. ‘Killing Floor’, ‘Hey Joe’, ‘Rock Me Baby’, ‘Like a Rolling Stones’, ‘Wild Thing’…una manciata di cover che Jimi fa completamente sue. Col suo modo d’essere e con la sua chitarra Jimi Hendrix fotografa i sogni del popolo dell’estate dell’amore, ne restituisce immagini esplicite con concretezza visionaria; la musica parte in tutte le direzioni, si sdoppia, si rifrange, si capovolta e si immola nell’ultimo gesto di Jimi: dar fuoco alla chitarra. Con Monterey l’America scopre Hendrix, le radio di Los Angeles trasmettono ‘Purple Haze’ in continuazione e i promoter lo voglio far suonare da tutte le parti. Non ci fu modo per la JHE di godere l’enorme successo del debutto americano, qualche giorno di riposo e poi via verso la Svezia per un paio di date e poi di nuovo in Inghilterra per una serie impressionante di impegni. Concerti in tutto il paese, una puntata a Parigi, registrazioni per la BBC, in studio per preparare il secondo album e di nuovo in Scandinavia. La pressione però inizia a farsi sentire, amplificata dall’uso sempre più frequente di droghe. A Gotenborg dopo un concerto, Jimi sfasciò la camera dell’albergo e per questo fu arrestato e costretto a passare una notte in prigione.

‘Axis: Bold As Love’, secondo long playing della JHE, fu pubblicato in Gran Bretagna nel dicembre del 1967 e non fece altro che far aumentare la statura musicale di Hendrix. La qualità sonora della registrazione (davvero ottima per il periodo), i suoni di chitarra che Jimi e Eddie Kramer riuscirono a riprodurre e la bellezza delle canzoni e dei passaggi di chitarra, resero l’abum indispensabile per il pubblico. ‘Axis: Bold As Love è un album dai contenuti mistici capace di trasportare l’ascoltatore e di far sì che questi venga rapito dal flusso della narrazione.

‘Spanish Castle Magic’, ‘If Six Was Nine’, ‘Wait Until Tomorrow’, ‘Little Wing’, sono rivelazioni, colori dati da Hendrix a quelle strisce di niente che chiamiamo prospettiva. Parlando di ‘Axis: Bold As Love’ Eddie Kramer ebbe a dire:’Chas Chandler fu senza dubbio il produttore. Senza di lui dubito che Jimi sarebbe riuscito a fare ciò che a fatto. Chas non ha ricevuto il giusto riconoscimento per ciò che ha fatto con Jimi Hendrix. Lo aiutò davvero a crescere e a sviluppare quello per cui Hendrix oggi è rinomato. Chandler fu l’uomo con la pazienza e la forza giusta per aiutarlo nel songwriting, dandogli da leggere libri di fantascienza affinché questi stimolassero la sua immaginazione. Chas capì che doveva incanalare le idee e la forza espressiva di Jimi in canzoni che non superassero di troppo i tre/quattro minuti. Questa filosofia diede frutti meravigliosi, perché pur lasciando Jimi libero di sperimentare, evitava che si perdesse in fronzoli non necessari.’

Due gran album alle spalle, un successo ormai consolidato e un anno pieno di bei momenti…non poteva durare a lungo. La relazione tra Jimi e Noel Redding iniziò a deteriorarsi e Jimi Hendrix  iniziò a farsi prendere la mano da troppe cose. Con queste premesse cominciarono le lavorazioni del terzo album: dagli Olypic Studios di Londra Jimi volle trasferirsi a New York agli studi Record Plant, allora appena inaugurati. Chas Chandler decise di allontanarsi dal progetto e di dimettersi da manager di Jimi, frustrato come era dalle inconcludenti sessioni a cui Jimi stava dedicando un tempo sconsiderato. Nelle considerazioni di Eddie Kramer le spiegazioni dell’esilio volontario di Chandler: ‘Jimi si sentiva tornato a casa e voleva godersi questa cosa forte del fatto che aveva nel palmares due album di successo. Voleva fare jam session, festeggiare, essere creativo, in pratica voleva lo sballo. Tutto quel casino e quelle droghe divennero un problema, le session furono tese perché Jimi non riusciva a dire no ai suoi amici…invitava chiunque in studio’.

Hendrix poi iniziava a sentirsi stretto nella morsa della Experience…sentiva che le luci del suo trio non riuscivano a rischiarare più al di là del loro alone sbavato e così in alcune canzoni cercò di aggiungere congas, organo, sax e flauto, facendosi da aiutare da musicisti che trovò allo Scene Club di Steve Paul (tra cui Stevie Winwood e Jack Casady). ‘Electric Ladyland’ uscì come doppio LP nel 1968 ed è probabilmente il miglior disco di Hendrix e questo a dispetto delle lungaggini, degli stordimenti dovute alle droghe e dei problemi (non ultimo quello del management). L’aspetto legato alle improvvisazioni vive in ‘Voodoo Chile’ e ‘Rainy Day Dream Away’ e si contrappone alle strutture tipiche del formato canzone di momenti quali ‘Crosstown Traffic’. ‘Burning Of Midnight Lamp’ gioca sull’alternarsi di chiaroscuri: la magnifica introduzione di chitarra dà corpo ad una luminosità diffusa, quasi senza ombra, mentre il resto del pezzo (che non è certo un capolavoro, è bene essere sinceri anche parlando di un musicista di altissimo livello come Hendrix) fa piombare tutto in una oscurità più densa di quella della notte. ‘Have You Ever Been To Electric Ladyland’ con la sua soave stranezza rende sfuggente il procedere dei pensieri e il risultato è affascinante.

La lunga suite di ‘1983 A Merman I Should Turn To Be/Moon Turn The Tides…Gently Gently Away’ riapre le porte dell’infinito mentre ‘Voodo Chile(Slight Return)’ e la versione di ‘All Along The Watchtower’ di Bob Dylan sono gli archetipo dei classici del rock.

‘Electric Ladyland’ fu il canto del cigno della Jimi Hendrix Experience, nei primi mesi del 1969 infatti il gruppo si sciolse. Il rock nel 1969 stava cambiando, l’era della psichedelica e dei figli dei fiori stava appassendo, sulla scena apparirono i Led Zeppelin che, con la loro intensità sonora, preannunciarono l’arrivo degli anni settanta…decennio straordinario ma ben diverso dal precedente.

Jimi si trovò confuso dinnanzi al cambiamento e tutto fu accentuato ancora una volta dai gravosi problemi inerenti alle droghe, al management e alla costruzione degli Electric Lady Studios di New York, che stavano costandogli una fortuna. Jimi mise insieme una band che chiamò Electric Sky Church (conosciuta anche come Gypsy Suns And Rainbows) con Billy Cox (che aveva conosciuto nel suo periodo antecedente all’arrivo in Inghilterra) al basso e il fido Mitch Mitchell alla batteria. Ai due affiancò un chitarrista ritmico e due percussionisti, ma la cosa non funzionò mai a dovere.

Con questa formazione affrontò il festival di Woodstock nell’agosto di quell’anno e pur rimanendo un concerto indimenticabile di Hendrix, ‘è sintomatico il fatto che il pezzo con cui  identifichiamo Jimi a Woodstock è ‘The Star Spangled Banner’, la drammatica versione dell’inno americano dove Jimi suona da solo. Ad aggiungere ulteriori difficoltà arrivò la notizia riguardante beghe legali legate a presunti diritti che Jimi doveva ai titolari del contratto che aveva firmato ai tempi della sua ‘assunzione’ con Curtis Knight. Billy Cox ‘ La faccenda della Band Of  Gypsys girò intorno al problemi contrattuali che Jimi ebbe, così io e Buddy Miles cercammo di aiutarlo. Jimi ci disse che stavano per fargli una causa da cinque milioni di dollari e che aveva deciso di  preparare un album live e di darlo a chi stava cercando di incastrarlo, per risolvere il problema. La prima scelta cadde su Mitch Mitchell, ma in quei giorni era in Inghilterra, così Jimi chiese a Buddy Miles di suonare la batteria’. Furono organizzati quattro concerti a cavallo dell’ultimo dell’anno del 1969 al Fillmore East i quali furono naturalmente registrati e da cui fu tratto l’album ‘Band Of Gypsys’. I fans di Hendrix rimasero delusi, trattandosi di materiale non altezza di quello contenuto nei tre album precedenti, solo ‘Machine Gun’ pareva essere degna di Jimi Hendrix. In realtà l’album non è male, ma trattandosi di un collage di varie improvvisazioni non ha la consistenza dei momenti migliori.

Billy Cox al basso non è certo un asso e Buddy Miles fece rimpiangere ai fan la agilità di Mitchell.

A proposito di questo capitolo, Eddie Kramer ricorda: ‘Non credo che Jimi fu soddisfatto al 100% dell’album, credo che fosse irritato dalle eccessive ‘attività’ verbali di Miles e dalla non perfetta qualità sonora. I fan pensarono che fosse un album live raffazzonato alla bene meglio e in verità fu proprio così. Ci fu un lavoro gigantesco di editing dato che si trattava di lunghe improvvisazioni che proprio non si adattavano ad essere messe su vinile.’

La Band Of Gypsysprovò a sopravvivere un altro po’, ma quando il 28 gennaio del 1970 al Madison Square Garden di New York Jimi smise di suonare dopo il secondo pezzo e se ne andò via, tutto finì. I critici e i vecchi fan erano convinti che Jimi stesse perdendo mordente e si allontanarono da lui. In compenso gli si avvicinò una generazione meno ‘underground’, meno ‘alternativa’, che ebbe modo di conoscere il movimento dei ‘capelloni’, delle droghe e delle improvvisazioni rock grazie al film documentario sul festival di Woodstock. Erano ragazzi dell’America meno urbana e per loro Jimi Hendrix era il selvaggio che interpretava il rock e che suonava la chitarra con fare teatrale, proprio quando la priorità di Hendrix nel 1970 dieventò quella di concentrarsi maggiormente sulla musica e meno sul fatto visivo. Il 1970 fu l’anno in cui lo smarrimento di Hendrix raggiunse il momento più profondo, pensava infatti che il pubblico non lo capisse a dovere, cercava di stare a galla nel mare dei problemi che lo stavano tirando verso il basso. A questi si era aggiunto quello ‘politico’: il movimento delle ‘Pantere Nere’ lo accusava di essersi venduto ai bianchi. Jimi tentava comunque di andare avanti, di mettere insieme una band e di registrare un nuovo disco. Con il suo Electric Lady Studio ancora in costruzione, cominciò a lavorare al Record Plant. Carlos Santana, che aveva conosciuto Jimi a Woodstock, fu invitato alle registrazioni e così ricorda la sua esperienza: ‘Stavano continuando a registrare ‘Room Full Of Mirrors, avevano iniziato la notte prima ed erano ormai al 25esimo tentativo. Jimi dava le spalle al vetro attraverso il quale noi lo vedevamo, iniziò il pezzo e tutto sembrava procedere bene ma poi prese a divagare e nulla di ciò che stava suonando sembrava avere  più a che fare con il pezzo. Due roadie lo andarono a prendere: aveva bava alla bocca e occhi iniettati di sangue. Avevo sentito di gente che aveva eiaculato mentre suonava un assolo ma non avevo mai visto o sentito uno posseduto da spasmi.’

Nel maggio del 1970 le registrazioni si spostarono nello studio A degli Electric Lady, che furono definitivamente inaugurati il 20 agosto. Una settimana più tardi Jimi volò a Londra in vista di un tour europeo, le sue condizioni erano però tremende dato che il pesante uso di droghe lo aveva indebolito nel fisico e nella mente. Le esibizioni ne risentirono e capitò che in qualche occasione fu fischiato dal pubblico. Tornato a Londra Jimi si sentì confuso, perso ed esausto. Viveva con la sua ragazza Monika in un appartamento e a volte avrebbe davvero voluto dormire per giorni. Droghe, antidepressivi, eccitanti, sonniferi…Jimi non riuscì a sottrarsi dal giogo chimico e finì per pagare il prezzo più alto. Lasciamo alle tante biografie uscite le varie interpretazioni della morte di Jimi, lasciamo ad esse ricami più o meno fantasiosi e per una volta affrontiamo la cosa senza retorica.

Jimi morì alle 11,25 del 18 settembre 1970 all’ospedale di St.Mary’s Abbot a Londra. Il certificato di morte cita quale causa del decesso: inalazione di vomito, intossicazione di barbiturici, insufficiente evidenza delle circostanze. Resta il fatto che Jimi si sentiva solo, così solo senza neppure se stesso…deve essere stato ben triste andarsene così.

Nel marzo del 1971 fu pubblicato l’album postumo ‘Cry Of Love’ e, negli anni immediatamente successivi, ‘Rainbow Bridge’, ‘War Heroes’ e ‘Loose Ends’. Tutti contengono materiale di studio a cui Jimi stava lavorando prima di morire. Il pubblico non gradì, non sapendo che si trattava di materiale provvisorio di un artista che stava cercando nuove direzioni, per tutti infatti Jimi Hendrix significava ‘Purple Haze’ o ‘Voodoo Chile’.

E’ buffo come oggi questo materiale (raccolto nel Cd del 1997 ‘First Rays Of The New Rising Sun’, da considerarsi il quarto album da studio di Jimi) venga ascoltato, analizzato e studiato con massima attenzione e con spirito reverente…Jimi ne sarebbe stato fiero.

DISCOGRAFIA

Parole diTim Tirelli

(Album ufficiali usciti durante la vita di Jimi Hendrix – ad essi va aggiunto ‘Smash Hits’, raccolta contenente materiale tratto dai primi due dischi uscita per il mercato americano).

ARE YOU EXPERIENCED? (1967)


La versione su cd della Polydor del 1993 comprende anche i tre singoli (‘Hey Joe’, ‘Purple Haze’, The Wind Cries Mary’ e relative B side). E’ il primo disco della Jimi Hendrix Experience e con ogni probabilità nessun debutto fu mai così penetrante. Rock diretto ma sempre dilatato da fervori spirituali degni di massima nota. ‘Foxy Lady’, ‘Manic Depression’, ‘Can You  See Me’, ‘Fire’, Third Stone From The Sun’…un trionfo.

AXIS: BOLD AS LOVE (1967)


Fu pubblicato a soli sette mesi di distanza dal precedente ed è un disco che permette alla lunga ombra di Jimi di estendersi sul mondo del rock. Più elegante e rifinito di ‘Are You Experienced?’, Axis disegna con precisione i confini entro i quali una chitarra può muoversi. ‘Castels Made Of Sands’, ‘Little Wing’, ‘Wait Until Tomorrow’, ‘Spanish Castle Magic’ sono diamanti tagliati ad arte.

ELECTRIC LADYLAND (1968)


Lo spazio, l’universo in espansione, il brillare delle stelle, l’impossibilità di avere risposte alle domande che gli uomini si pongono, i colori dei sogni che si fanno giorni di pioggia, la soave inquietudine delle maree…tutto questo è Electric Ladyland. ‘Voodoo Chile’, ‘All Along The Watchtower’, ‘Still Raining Still Dreaming’, ‘1983’…la meraviglia delle emozioni.

BAND OF GYSPYS (1970)


Costruito unicamente per assolvere noie legali e contrattuali, il live in questione non contiene i classici capolavori di Jimi, ma bensì canzoni nate da lunghe improvvisazioni poi ricucite in studio.

Buddy Miles e Billy Cox creano un supporto ritmico ben diverso da quello di Mitchelle e Redding, ma il risultato non è malvagio. Oltre a ‘Machine Gun’, manifesto politico e sonoro che ritrae le tensioni relative alla guerra del Vietnam, anche il resto funziona. Il modo di suonare di Hendrix riesce a colmare il vuoto di melodia e il senso non memorabile delle canzoni presentate.

Quella chitarra sapeva davvero ammaliare.

LA STRUMENTAZIONE

Parole diTim Tirelli

Gli amplificatori Marshall, l’effetto Wah Wah Cry Baby ela Fender Stratocasterbianca…questi sono i primi riferimenti visivi quando pensiamo alla strumentazione di Jimi Hendrix.

In verità le chitarre furono diverse, ma non è semplice parlarne in modo dettagliato perché molte furono rubate dopo la sua morte. Ci si deve così rifare a quelle che appaiono nei filmati e nelle fotografie d’epoca.

La preferita come anticipato fula Fender Statocasterbianca, ma ne vanno ricordate parecchie altre:

Fender Stratocaster Sunburst (periodo londinese 1967)

Fender Stratocaster Grigia (New York 23/08/69)

Fender Stratocaster Nera (settembre 1970)

Fender Stratocaster Rossa (1967)

Fender Jazz Master

Gibson SG Custom

Gibson Flying V

Gibson Les Paul Custom (New Yorl 1968.)

Flashes from the Archives of Oblivion: JOHN CAMPBELL “BLUES BELIEVER”

2 Apr

Artista americano dallo spirito zingaresco, come si conviene ai musicisti blues puri d’animo, John Campbell incarna la figura asciutta del chitarrista-cantante blues un po’ defilato che osserva, ascolta, elabora e racconta vecchie e nuove storie di vita…storie di blues

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.2)

Di solito quando si pensa a chitarristi di blues bianco ci s’immagina blues fumanti ed elettrici, dove le Gibson e le Fender fanno fischiare gli amplificatori; con John Campbell non è proprio così, o almeno non in senso stretto, poiché il nostro si è sempre appoggiato a chitarre particolari: una splendida Gibson Southern Jumbo acustica del 1952 (elettrificata con pick up) ed un paio di National (del 1934 e del 1940).

Questo non significa che il blues di John Campbell manchi di quel mordente e di quella fisicità così necessari per godere appieno della nostra musica, ma è una forza diversa, più sottile eppure greve, più leggera eppure pesante…sembra un paradosso ma alla fine queste teorie un po’ azzardate prendono corpo nella musica di John Campbell.

Nato a Shreveport (Louisiana) il 20 gennaio 1952 e cresciuto a Center (texas), per la giovane anima di John campbell fu del tutto naturale assorbire l’umido spirito blues del sud degli Stati Uniti e trovarsi in armonia con la disarmonia degli altri, di se stesso e del mondo: in altre parole si scoprì uomo di blues.

(Shreveport, Louisiana)

Ebbe la sua prima chitarra nel 1960 tuttavia fu nel 1967 che decise di fare sul serio con la musica e con il blues. In seguito ad un serio incidente avvenuto quando aveva 15 anni (si dilettava nelle corse dei dragster) che gli costò un occhio, il collasso di un polmone e diverse costole rotte, John fu costretto ad una lunga convalescenza.

“Ero così malridotto dopo l’incidente e le plastiche facciali relative che sembravo una mummia. Non ho potuto camminare per un bel po’, così iniziai ad ascoltare la musica…John Lee Hooker, Howlin’ Wolf , Muddy Waters, e a suonare seguendo i loro dischi. Non potevo esprimermi verbalmente a causa delle ferite, così il blues diventò uno sfogo. In quei momenti compresi che nella vita non avrei fatto altro”. Parole di John Campbell che l’anno seguente lasciò la scuola, la famiglia, salì su di un bus con la chitarra e con dieci dollari in tasca e andò incontro alla vita.

Da bravo musicista blues capì ben presto che il meglio che poteva aspettarsi era di evitare il peggio.

E il meglio significava suonare il più possibile, dove possibile: 14/15 ore al giorno con la chitarra in mano a vergare vecchi e nuovi blues nei campus universitari, nelle stazioni di servizio, agli angoli delle strade.

Fu in quegli istanti che per John Campbell il tempo cambiò forma e le notti diventarono un’unica notte dilatata, fu allora che comprese definitivamente che pur non esistendo il destino era destinato a spendere la sua vita sotto i colpi del blues.

In questo evitò il peggio, sebbene gli toccò lavorare saltuariamente in una fabbrica chimica e vendere il sangue per potersi comprare una chitarra, le corde per suonarla e qualche panino.

Un giorno ricevette una lettera da un amico che viveva a New York: “Dovresti fare un salto quassù, c’è una scena blues di tutto rispetto e potresti inserirti anche tu”.

Questo il consiglio dell’amico che Campbell prontamente seguì.

Gli scenari di New York infettarono la musica di JC come ricordò in seguito lo stesso musicista:

“Ero abituato a suonare la chitarra acustica ma dove vivevo (a Willamsburg, Brooklyn) i treni della metropolitana passavano in superficie a pochi metri dalla mia finestra, così fui costretto a procurarmi un pick up ed un amplificatore per potermi sentire mentre mi esercitavo a casa. Era come se la città volesse ingoiare una semplice chitarra solitaria.”

In una notte come tante, John stava suonando in un club come tanti quando Ronnie Earl (chitarrista con già una certa carriera alle spalle) entrò nel locale. I due si erano già conosciuti anni addietro in Louisiana e finirono per passare tutta la notte nel retro del locale a parlare e a suonare i loro blues preferiti. Ronnie Earl decise così di portare Campbell in studio e di produrgli un album.

Il 18 e il 19 aprile del 1988 si ritrovarono negli Splice Of Life Studios di Brighton (Massachussets) con un pugno di musicisti a registrare quello che diventerà A Man And His Blues, disco uscito nel 1988 per l’etichetta tedesca Crosscut Records.

Sin dalla prima canzone, Going To Dallas (di Lightning Hopkins) è possibile carpire l’alto lignaggio del blues proposto da JC. Voce profonda, animo scosso da rivelazioni continue e il completo controllo dello strumento. Sugli stessi binari si muovono Bluebird e Deep River Rag, prove esemplari di come una chitarra possa da sola riempire tutti gli spazi necessari.

Gli episodi migliori di A Man And His Blues sono infatti quelli dove Campbell si esibisce da solo o insieme alla chitarra di Ronnie Earl.

La piccola etichetta tedesca poté far ben poco per promuovere il disco così JC piano piano scivolò verso situazioni difficili. Dovette vendere la sua amata National (appartenuta a Lightning Hopkins, storico bluesman americano) e lavorare in un guitar shop per poter vivere.

In quei tempi John Campbell cercò di lasciarsi trasportare dalla  continuità di una vita apparentemente normale; mentre serve i clienti gli passano per mano tante chitarre ma può dire che le suona? Che le sente sue? Non è certo questo che lui chiama “avere a che fare con la musica”.

Dentro di sé sente che sta attraversando un ponte sul vuoto, che sta andando incontro al peggio, quando il fato gli riserva una sorpresa facendogli ritornare per le mani la sua vecchia chitarra National.

Questo genere di “segnali” sono patrimonio della tradizione blues a cui occorre sempre prestare la massima attenzione. Riscattata la chitarra, John torna alla vita che gli compete, se possibile con impeto maggiore. Si unisce ai musicisti che abitualmente suonano blues in un ristorante vietnamita e le cose iniziano ad aggiustarsi. Sempre più gente accorre a vedere questo ensemble che ha nelle sue fila un chitarrista davvero speciale. La voce si sparge in fretta e in poco tempo si ritrovano ad esibirsi al Lone Star Cafè, locale piuttosto “in” di New York.

John Campbell suona, chiude gli occhi e sogna: il fischio ed il getto di vapore che si levano dalla macchina del caffè simulano quelli di una locomotiva, il fumo ed i vetri appannati richiamano le nebbie del Mississippi. L’animo di John Campbell fiuta lo spirito del blues, lo segue, lo cattura e ne rafforza i significati…

L’uomo della Elektra presente nel locale rimane rapito dalla forza musicale di JC, ne capisce il potenziale e prende la decisione di metterlo sotto contratto.

One Believer, il primo disco di Campbell per una major, esce nel 1991 e l’immagine del volto del chitarrista ritratto in copertina lascia già intuire il calibro dei blues in esso contenuti.

“L’album è un faccia a faccia con quello che stavo provando in quel momento, è un album lento ed ombroso, dentro ci sono tutti i miei fantasmi, gli scheletri che avevo nell’armadio danzavano nel mio appartamento; l’album fu un esorcismo.” E’ in questo modo che JC parlò di One Believer, album che descrive con lucidità i contorni del personaggio in questione.

Registrato e missato in California tra marzo e maggio del 1991, One Believer è una raccolta preziosa di blues sofferti ed esoterici; sì, perché solo chi è consapevole della propria coscienza blues può trovare appaganti le oscure metafore che escono dai cantati di JC e tradurli secondo la propria sensibilità. Ci sono un paio di episodi veloci nel disco, ma è il resto a colpire davvero: una catena di blues lenti e profondi dove la band accompagna con discrezione la chitarra e la voce di JC.

Nel brano d’apertura JC canta:

“Ho il diavolo nel mio ripostiglio e il lupo alla porta” ed è il preludio ad un’esplosione di tematiche che turbano ed affascinano.

In Angel Of Sorrow Campbell infierisce ulteriormente:

“Signore che sei lassù, so che è tardi nella vita per dire la mia prima preghiera, non sono qui a chiedere pietà per la mia anima tormentata, perché dopotutto inferno o paradiso per me è lo stesso, ma dammi solo un ultimo respiro per potere dire addio alla mia piccola.”

Mischiare sacro e profano, tirare in ballo demoni, cani dell’inferno e voodoo non è certo una novità nel blues, ma il modo in cui lo fa JC rende a questi temi una nuova freschezza. Sarà anche solo una sensazione, ma sembra che John Campbell contribuisca realmente a rimodellare in maniera seria la più nobile tradizione blues. Lontano dall’approccio ormai patinato e buono per tutti di chitarristi bianchi come Eric Clapton, lontano dal blues cabaret di musicisti neri come BB King, John Campbell sembra essere partorito dal pulviscolo blues originato dal big bang primordiale, quello che generò i padri putativi della “musica del diavolo”: Robert Johnson, Son House e compagnia bella.

(Foto di nozze: John e sua moglie Dolly)

Il suo lavoro alla chitarra poi si avvicina al sublime, scansando le facilonerie dei trucchetti rock blues fini a se stessi, privilegiando invece gli aspetti più tenebrosi ed emotivi, ricamando trame e fraseggi con tecnica cristallina.

“Alberi nudi d’inverno, ormai è buio, un uomo cammina lentamente da solo nel parco, la sua mente è piena di visioni che solo lui vede e Signore, egli assomiglia molto a me.”.

Stralcio tratto dal testo di One Believer, canzone che chiude e che forse meglio rappresenta il disco.

I versi delle strofe affondano in una stesura in minore, cupa e malinconica, mentre il ritornello tenta una esplosione in maggiore che rischiara, almeno in parte, le tenebre iniziali. Per One Believer non si può parlare di vero e proprio successo commerciale, ma l’album andò in ogni caso bene e il nome di JC iniziò finalmente a circolare.

Il resto del 1991 JC lo passò in tour accompagnato da una band tutta sua, e aprì per più di sei mesi ogni data del tour di Buddy Guy, arrivando anche in Europa.

La stessa cosa successe per la prima metà del 1992: tour americano ed europeo si susseguirono, aprendo concerti per Johnny Winter e Albert Collins, partecipando a festival importanti (tra cui il Montreux Jazz Festival) e suonando molte date come artista principale.

Fu quindi tempo di registrare il secondo album per la Elektra. Howlin’ Mercy prese corpo grazie a recording sessions avvenute nell’agosto del 1992 agli studi  Power Station e missate  agli Ardebt Studios di Memphis nel settembre dello stesso anno.

“Per Howlin’ Mercy il mio approccio fu differente. La mia vita improvvisamente divenne piena d’energia: avevo una band con cui vissi on the road per molti mesi insieme a Buddy Guy, così le canzoni di Howlin’ Mercy risultano più muscolose, allo stesso tempo sono frutto delle mie vecchie radici e della nuova direzione in cui stavo andando.”. (John Campbell)

Howlin’ Mercy si differenzia da One Believer prima di tutto per i mezzi a disposizione: la produzione è curata e ricercata, frutto senza dubbio di un budget sostanzioso e di una impostazione quasi mainstream; la band poi è più presente, in generale si sente un approccio più rock e anche la voce di JC è cambiata essendosi fatta più roca, perdendo forse un po’ di quella sobria profondità che aveva caratterizzato l’album precedente. L’aspetto naif senza compromessi di One Believer rimane così il punto più alto della produzione di John Campbell, non a caso una delle canzoni migliori di Howlin’ Mercy è Love’s Name, ipnotico slow blues che richiama alla mente i sapori e le atmosfere di One Believer. Howlin’ Mercy comunque si difende bene: Saddle Up My Pony è un vecchissimo traditional rispolverato da JC alla sua maniera; una lunga introduzione di chitarra slide penetra segreti atavici, poi con una decisa sciabolata entra la band e, liberata la slide dai suoi torpori più tristi, trasforma tutto in una furiosa cavalcata elettrica. Nell’album sono riproposte Down In The Hole di Tom Waits e a sorpresa When The Levee Breaks dei Led Zeppelin.

Howlin’ Mercy impose definitivamente la figura di John Campbell che, pur restando artista di culto, iniziò a godere di una discreta popolarità.

Howlin’ Mercy uscì nel 1993, cui fece seguito un’altra lunga tournèe. Marzo JC lo passò in Europa a suonare in Inghilterra, Danimarca, Francia, Germania, Italia e Irlanda, aprile fu speso negli Stati Uniti tra Texas, Louisiana, California, Georgia e Tennessee.

JC era contento di come si stavano mettendo le cose, ma iniziò a sentirsi affaticato e sperduto.

Per la prima volta estraneo gli apparve il mondo e ogni volta che si separava dalla chitarra al termine di un concerto, sentiva una spinta furiosa verso il basso. Fatica? Vecchi Demoni? Le sue antiche ferite? JC non era in grado di stabilirlo. Una sera, coricandosi, ebbe l’impressione di avere i cani dell’inferno alle calcagna, ne sentiva gli ululati, ne percepiva l’eccitazione. Si rese conto che i suoi blues stavano prendendo forma, li vide saltellare intorno al letto: li scacciò abbozzando un sorriso e si rimise a sognare. Da quel sogno non si svegliò più. Colpito da un infarto, John Campbell morì a New York il 13 giugno 1993…aveva 41 anni.

JOHN CAMPBELL – DISCOGRAFIA

Avendo registrato soltanto tre album durante la sua breve vita, è facile arrivare alla conclusione che non ci sono capitoli scadenti nella discografia di John Campbell. Probabilmente JC se ne è andato portando dentro di sé il suo album definitivo, quello che avrebbe potuto consacrarlo, l’album, come si suole dire, della definitiva maturità.

Queste ad ogni modo, le testimonianze che ha lasciato:

A MAN AND HIS BLUES (Crosscut Records 1988) – JJJ1/2

Registrato  in soli due giorni con la supervisione di Ronnie Earl, l’album è poco più di una autoproduzione: nei duetti di chitarra Campbell/Earl come Sittin’ Here Thinkin’ ci sono piccole sbavature dovute alla fretta e alla registrazione in diretta. Ma d’altra parte il disco risulta fresco e i pezzi dove JC si produce in performance voce/chitarra sono quasi magici: Bluebird e Going To Dallas in primis. Lo strumentale Deep River Rag fa capire che razza di chitarrista magnifico fosse JC. A Man And His Blues è stato ristampato nel 1994 dalla Blue Rock-it Records.

ONE BELIEVER (Elektra 1991) – JJJJ

Il magnetismo di quest’album è inarrivabile: se lo si ascolta in inverno, dalla chitarra e dalla voce di JC si alzano nuvole calde di vapore nell’aria gelida di vetro, se lo si ascolta in estate si alzano folate di vento freddo nell’aria afosa e liquefatta. La disperazione di Angel of Sorrow, gli avvertimenti di World Of Trouble, la folle corsa in macchina di Take Me Down dove “ gli insetti si spiaccicano contro il parabrezza e diventano piccole esplosioni rosse di sangue…l’acceleratore è al massimo, ho un istinto suicida e i cani dell’inferno ululano e presto mi raggiungeranno…”. Il lavoro di chitarra poi è complementare a queste visioni e ne rende più nitide le immagini. John Campbell era davvero un gran chitarrista. Il disco si chiude con One Believer, ultimo gioiello di un album che gli amanti della buona musica dovrebbero avere.

HOWLIN’ MERCY (Elektra 1994) – JJJJ

Registrato dopo mesi passati on the road con una band stabile, Howlin’ Mercy è un disco più levigato e impreziosito da una produzione curata e piccante. Il gruppo acquista importanza e si fa sentire con convinzione. I blues di Campbell si fanno più duri e a volte tendono a scappare verso territori tipici del rock americano d’autore. I temi comunque restano ancorati al blues sincero di JC, quello che ti penetra dal basso e come fosse una lama ti taglia l’animo.

Blues per puristi in Saddle Up My Pony , blues rock americano in Ain’t Afraid Of Midnight, Look What Love Can Do e Firin’ Lane e piombo Zeppelin in When The Levee Breaks qui riproposta in una versione assai convincente.

TYLER, TEXAS SESSION (Sphere Sound Records 2000)

Album postumo contenente alcune registrazioni fatte da JC prima che la Elektra entrasse in scena. John insieme alla sua chitarra alle prese con alcuni dei blues più classici: Can’t Be Satisfies, Rollin’ Stone, Terraplane Blues, Mojo Hand.



Flashes from the Archives of Oblivion: IVAN GRAZIANI – IL CHITARRISTA

30 Mar

Cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato, Ivan Graziani con la sua chitarra ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.1)

Non è semplice scrivere d’un personaggio come Ivan Graziani per una rivista ad alta gradazione rock come Classix. Si corre il rischio di confondere un poco i lettori che non conoscono a fondo l’artista in questione, perché magari ci si ricorda d’averlo visto in qualche discutibile trasmissione TV alle prese con canzoni non proprio indimenticabili. Ivan Graziani invece è stato soprattutto un autore originale e un chitarrista sopraffino, uno che ha innestato nel grande albero del rock, rametti che hanno prodotto frutti saporiti ed autoctoni.

Nato nell’ottobre del 1945 a Teramo, Ivan dimostra sin da piccolo un’attrazione irresistibile per la musica. Intorno agli undici anni inizia a suonare la chitarra e non ancora maggiorenne è già nella orchestra di Nino Dale (figura storica del “giro” musicisti di Teramo) con cui inizierà a fare serate e tournèe in Tunisia.

Nei primi anni sessanta si diploma in arti grafiche ad Urbino ed in quella città fonda l’Anonima Sound, il suo primo gruppo.

Nell’ottobre del 1966 (ad un paio d’anni dalla nascita) l’Anonima Sound viene notata dall’entourage di Gianni Moranti, il quale a sua volta segnala il gruppo ad un impresario. Nel 1967 esce per la CBS il 45 giri “Fuori Piove” / “Parla Tu”, singolo che ottiene un ottimo successo arrivando a vendere 175.000 copie. A questo singolo ne seguono altri tre prima che, nel 1970, Ivan sia costretto a lasciare il gruppo causa servizio militare.

Dopo aver inciso un LP autoprodotto (mai pubblicato) interamente strumentale, dedicato alla nascita di suo figlio Tomaso (titolo del disco “Tato Tomaso’s Guitar”), Ivan si trasferisce a Milano dove inizia la carriera di strumentista entrando nel giro della casa discografica Numero Uno.

Tra il 1973 e il 1974 escono “Desperation” e “ La Città Che Io Vorrei”. Il primo è un disco cantato in inglese con musiche che si rifanno al rock and roll anni 50, mentre il secondo è la prima prova dell’Ivan Graziani che conosciamo, un album ancora acerbo, vicino al mondo cantautorale italiano.

E’ il 1975 l’anno in cui la carriera d’Ivan ha un’accelerazione mica da ridere.

Il musicista inizia una collaborazione con la PFM rischiando di entrare a far parte del gruppo, che in quei giorni è reduce da un tour in Usa di gran valore.

Non se ne fece nulla ma Ivan lascia ugualmente una traccia nella storia del gruppo di Mussida-Di Cioccio e Premoli, firmando il pezzo “From Under” che apparirà in “Chocolate Kings”, album splendido della Premiata.

Sempre in quell’anno Ivan Graziani partecipa alle registrazioni dell’album “La Batteria Il Contrabbasso Ecc” di Lucio Battisti e incoraggiato da Battisti stesso, registra “Balla Per Quattro Stagioni”. Siamo ancora tuttavia lontani dagli alti livelli che Ivan raggiungerà da lì a poco, ma la title-track e “E Sei Così Bella” sono pezzi ben riusciti.

Nel 1976 partecipa alle registrazioni di “Ullalla” disco di Antonello Venditti e al relativo tour, dove ad Ivan viene permesso di avere uno spazio tutto suo in apertura di concerto.

“Sono particolarmente legato all’album I Lupi, è stata una grande rivalsa per me quel disco”.

Sono parole di Graziani stesso che definiscono bene l’importanza de “I Lupi” uscito nel 1977.

L’efficace ballata “Lugano Addio” entra in classifica ed insieme a “Motocross” e “I Lupi” delinea i contorni dello stile di Ivan: testi originali e mai banali, musiche che pescano nel rock più vero e un chitarrismo personale e dinamico.

E’ comunque con “Pigro” del 1978 che Ivan Graziani entra nell’empireo dei beati (o dannati, a seconda delle preferenze): l’album è uno degli esempi più fulgidi di rock elettro-acustico, condito con testi amari e sarcastici di tal livello da far impallidire chiunque.

“Pigro”, “Paolina”, “Sabbia Del Deserto”, senza dimenticare la soave amarezza di “Scappo Di Casa” e l’immortale rock blues di “Monna Lisa”.

I suoni e l’uso della chitarra acustica sono spettacolari, così come le parti di elettrica.

Il disco è un gran successo commerciale ed Ivan diventa uno degli artisti di punta del periodo.

L’anno seguente esce “Agnese Dolce Agnese” che, insieme a “Pigro”, è uno dei due capolavori di Ivan.

Nelle interviste rilasciate in quegli anni, Ivan ogni tanto citava Hendrix e i Led Zeppelin (oltre ai suoi amati Beatles e Creedence), e non a caso alcuni episodi si rifanno in maniera chiara a quel tipo di approccio. “Veleno All’Autogrill” ad esempio si basa su uno squisito giro rock blues che funge da fondo perfetto per il testo, come sempre arguto e originale.

Lo stesso discorso vale per “Dr Jekyll & Mr Hyde”, il cui riff dovrebbe far parte del bagaglio personale di tutti i chitarristi nostrani.

Ogni episodio di “Agnese Dolce Agnese” andrebbe preso in esame con cura: dalla storia che odora di zolfo de “Il Prete Di Anghiari” (che meraviglia il riff di chitarra che sottolinea la parte tirata del pezzo!), alle chitarre acustiche di “Taglia La Testa Al Gallo”, da “Modena Park”, tenera dedica liberal – quasi fosse la San Francisco del 1967 versione nostrana – alla città che fu tra le prime ad apprezzare Ivan, a “Canzone Per Susy”.

“Fuoco Sulla Collina” merita forse qualche parola in più, essendo così ricca di atmosfere particolari. L’arpeggio che crea nebbie dense di mistero, aperture lievemente progressive ed un testo che, seppur meno esplicito che in altre occasioni, ti fa riflettere.

L’album contiene naturalmente anche “Agnese”, con tutta probabilità il pezzo con cui il grande pubblico identifica il grande Ivan.

Nonostante il testo riuscito e l’arrangiamento perfetto occorre dire che “Agnese” non è tutta farina del suo sacco.

Ivan infatti si è platealmente rifatto al pezzo “A Groovy Kind Of Love”, inciso nel 1965 da Mindbenders (e ripreso poi da Phil Collins nel 1991). I Mindbenders a loro volta imbastirono “A Groovy Kind Of Love” sulla “Sonatine Op 36 N 5” di Clementi, musicista di tre secoli fa noto a tutti i pianisti per i suoi libri didattici dedicati allo studio del pianoforte.

Il 1980 è l’anno di “Firenze (Canzone Triste)”, altra ballata struggente che entra prepotentemente in classifica trascinando con sé l’album “Viaggi e Intemperie”. A Pezzi Rock energici e decisi come “Isabella Sul Treno”, “Tutto questo cosa c’entra con il R&R” e Angelina”, si contrappongono episodi più riflessivi, su tutti “Olanda”, un naufragare dolce e malinconico di amori e sogni giovanili.

L’anno successivo vede Ivan far parte di un progetto piuttosto bizzarro della discografia italiana: il “Q Concert”, una sorta di tour e relativo maxi singolo con 4 brani interpretato da tre artisti. Nella squadra di Ivan anche Ron e Kuzminac. Canzone trainante di questo Q disc è “canzone senza Inganni” scritta dallo stesso Ivan.

Il 1981 è comunque anche l’anno di “Seni e Coseni”, album che in parte deborda dallo stile del nostro chitarrista, la prima parte infatti è dominata dal pianoforte, fatto che spiazza chi di Ivan apprezzava la verve chitarristica. Gli ultimi quattro pezzi si rifanno in modo più consono allo stile del musicista di Teramo, ma comunque sia non brillano di certo.

Nonostante questo episodio mediocre, la relativa tournèe è una bomba: Ivan si propone spesso in trio, assumendosi strumentalmente grosse responsabilità e distinguendosi per l’approccio dal mondo cantautorale italiano. A ventidue anni di distanza chi scrive ricorda ancora le emozioni di quel tour, tra i fischi della chitarra elettrica, assoli fatti come Hendrix comanda e i grandi pezzi di Graziani.

Il primo disco live esce nel 1982 e si intitola “Dal Vivo Parla Tu”. Contiene una ottima selezioni di brani ma difetta un poco nella produzione. D’altro canto in Italia non siamo mai riusciti a registrare dischi dal vivo come si deve.

Tra il 1983 e il 1984 escono “Ivan Graziani” e “Nove”.

Il primo si difende bene, potendo contare su “Signora Bionda Dei Ciliegi” e “Il Chitarrista” (la cui svisata resta uno dei momenti rock più riusciti della produzione del nostro), mentre il secondo fatica ad imporsi (anche commercialmente). “Limiti” è comunque gradevole e “Lucetta Fra Le Stelle” è un quadretto romantico da non sottovalutare. Bello infine il lavoro di chitarra in “Io che C’entro”. Il Tour del 1984 è ad ogni modo trionfale, un esempio per tutti: nella grande arena del Festival Dell’Unità di Modena stipata come un uovo, Ivan è costretto ad uscire non meno di quattro volte per i bis. Nella metà degli anni ottanta Ivan si ritrova ad annaspare in progetti anonimi: nel 1985 affronta il Festival di Sanremo con il pezzo “Franca Ti Amo” (davvero mediocre) e nel 1986 pubblica (probabilmente per ragioni contrattuali) “Piknic”, dove solo “Shame” regge il confronto con il passato.

Nel 1989 una impennata d’orgoglio: esce “Ivan Garage” per l’etichetta Carosello, finalmente un disco rock in senso stretto. Pungolato da alcuni fan del centro italia che lo seguono ad ogni concerto e che gli registrano cassette di gruppi Heavy Metal per costringerlo a tornare sulla via del rock, Ivan scrive “I Metallari” e altri pezzi che si rifanno esplicitamente al rock. E’ curioso notare che tra questi fan c’era anche il Deus Ex Machina di Classix, il nostro Fuzz Fuzz.

“Il garage è il luogo che preferisco” dirà Ivan “è il luogo dove si va a far casino, proprio sotto casa. Il posto dove porti una donna e dove vai a suonare con gli amici, dove metti la prima moto della tua vita. Il Garage è una cosa importante, dove vai a liberarti il cervello. Qui bisogna cominciare a far musica da Garage e non da camera”.

Il disco è duro, sporco ed intenso: chitarre sature e appaganti e  testi pervasi di ironia talora poetica talora cattiva. Purtroppo sarà l’ultimo grande disco di Ivan Graziani.

“Cicli e Tricicli” del ’91 è per dirla con le parole dello stesso Ivan “un errore di percorso”, “Malelingue” del 1994 è un po’ meglio, ma forse solo dovuto al fatto che il brano “Maledette Malelingue” che viene presentato a Sanremo, riporterà Ivan vicino alle top ten.

Giusto il tempo di far uscire “Fragili Fiori”,un nuovo live con cinque inediti e Ivan ci saluta: un male incurabile ce lo porta via il primo gennaio del 1997.

Il bello della musica rock è che raggiungi l’intimità spirituale con un artista prima di sapere qualcosa di lui o di lei. Fin dal primo momento capisci tutto. Inizialmente l’attrazione è esercitata dalle superfici delle canzoni che riescono a toccare le corde della tua sensibilità, ma c’è anche l’intuizione della dimensione più completa. E quando hai la conferma che la intuizione era quella sperata…beh…allora la complicità tra musicista ed ascoltatore è totale ed appagante. Capita solo con certi musicisti…Ivan Graziani era uno di questi. (Tim Tirelli 2003)

DISCOGRAFIA:

LA CITTA’  CHE IO VORREI (1973): debutto vero e proprio che però non lascia tracce particolari.

BALLATA PER QUATTO STAGIONI (1976) JJ: la figura di Ivan inizia a ritagliarsi contorni riconoscibili. I testi tuttavia affogano in una retorica invadente mentre la musica si fa interessante. Spruzzate jazz-rock (“Dimmi Ci Credi Tu”), riff rock (“Trench”) e buone prove dei musicisti tra cui Lucio Fabbri e Walter Calloni.

I LUPI (1977) JJJ: il preludio al grande successo. Ancora qualche ingenuità nei testi ma anche prove convincenti (“Motocross” e “I Lupi”). Grandi prove chitarristiche (“Il Topo Nel Formaggio”), qualche arrangiamento che sa di PFM e…”Lugano Addio”.

PIGRO (1978) JJJJJ: il disco che definisce chi è Ivan Graziani. Uno dei dieci migliori dischi di musica italiana di sempre. Assecondato dai fidi Walter Calloni (batteria), Hugh Bullen (basso) e Claudio Maioli (tastiere), Ivan si esibisce in una delle sue rappresentazioni più riuscite. Oltre ai tre classicissimi “Monna Lisa”, “Pigro” e “Paolina”, pezzi incredibili come “Scappo di Casa”. “Pigro” e “Gabriele D’Annunzio” indicano come la chitarra acustica andrebbe suonata.

AGNESE DOLCE AGNESE (1979) JJJJJ: sotto la penna magistrale di Graziani, storie e figure di una provincia che rappresenta il mondo. Chitarre elettriche e canzoni che confermano il momento di grazia di Ivan. Il suo personale timbro vocale ci intrattiene, strabiliandoci, con “Agnese”, “Veleno All’Autogrill”, “Dr Jeckill”, “Fuoco Sulla Collina”…

VIAGGI E INTEMPERIE (1980) JJJJ1/2:se Pigro e Agnese rappresentano il vertice creativo , Viaggi E Intemperie è il consolidarsi di una proposta musicale ricca ed originale.Le chitarracce di “Tutto Questo Cosa C’Entra Con Il R&R?” e “Angelina”, la morbida dolcezza di “Firenze” e “Olanda”.

SENI E COSENI (1981) JJ1/2: mezzo passo falso. Il songwriting è  un po’ opaco. Dopo 4 grandi album in quattro anni, forse Ivan aveva bisogno di respirare e prender tempo, per far rifiorire le sue ricche idee musicali. “Signorina” e “Pasqua” sono tenere e riuscite, ma è davvero tutto qui.

PARLA TU (1982) JJJ: buon live contenente tutti i classici più “Lontano Dalla Paura” tratto dal film Il Grande Ruggito e “Parla Tu”, vecchio successo della Anonima Sound. Sebbene come già detto la produzione non sia il massimo, nei momenti più duri si ha la possibilità di assaporare il rock italiano in una delle sue forme più accattivanti.

IVAN GRAZIANI (1983) JJJJ: con questo disco Ivan si riscatta dalla delusione creata con “Seni e Coseni”. “Signora Bionda Dei Ciliegi”, “Navi”, “140 Kmh”, “Nino Dale” sono tutte molto buone e poi c’è “Il Chitarrista” con le sue chitarre in libertà, con la sua storia di carte e donne.

NOVE (1984) JJJ: il nono disco da studio ci fa capire che la vena creativa si va un po’ offuscando.“Limiti”, “Geraldine”, e “Lucetta Fra Le Stelle” mantengono il disco su livelli accettabili, ma c’è poco rock (anche in senso lato) e le canzoni vanno alla deriva verso un un pop piuttosto insipidino. Riascoltato però risulta più convincente.

PIKNIC (1986): J1/2 disco bruttino bruttino. Soltanto lo stralunato rock blues anni ottanta si “Shame” si distinge.

IVAN GARAGE (1989)JJJ1/2: un ritorno di fiamma per il rock, forse concepito in maniera meno originale rispetto a quello immacolato del periodo ‘77/80, ma pur sempre di ottima fattura. “Prudenza Mai”, “Noi Non Moriremo Mai”, “I Metallari”, “Ora Et Labora” e la bellissima…bellissima…bellissima “E Mo’ Che Vuoi”.

CICLI E TRICICLI (1991) JJ / MALELINGUE (1994) JJ: dischetti simili, senza infamia e senza lode. Qui è là, in una strofa o in un giro di chitarra il cuore di Ivan batte ancora, ma l’andamento generale è fiacco e poco ispirato.

FRAGILI FIORI – LIVAN  JJ: cinque inediti ed una discreta selezione live.

NOTE VARIE: per i tipi delle Edizioni Tracce di Pescara nel 1988 è uscito a nome di Ivan Graziani il libro “Arcipelago Chieti”, una sorta di diario che descrive un anno (il 1971) passato a fare il servizio militare.

Nel film “Italian Boys” del 1981 Ivan ha una particina.

La eredità di Ivan Graziani è portata avanti di questi tempi da sua moglie Anna (che ci permettiamo di salutare e a cui dedichiamo questo misero articoletto) e dai suoi figli Tommaso (batteria) e Filippo (chitarra voce)che col loro trio propongono pezzi originali alternati a brani del loro padre.

Esiste inoltre una tribute band chiamata “IvanGarage” che ripropone con rispetto tutte le miglior cose di Ivan.

Doveroso citare Mel Previte, eccellente chitarrista che da numerosi anni suona nella band di Ligabue. Mel è con ogni probabilità il fan più affezionato del grande Ivan Graziani (Nel 1978 non ancora ragazzino fu invitato da Ivan sul palco a suonare con lui). Vederlo suonare i pezzi di Ivan con la sua band (nelle rare occasioni in cui riesce a mettere in piedi questo tipo di omaggio) è cosa da non perdere.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.1)