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Cosa ascoltavamo nei difficili anni 80: la classifica

10 Set

Il nostro Alex si è preso la briga di riassumere in una classifica i nostri commenti a proposito di ciò che ascoltavamo nel buio degli anni ottanta, non avete scritto in molti quindi non è che i voti siano tantissimi, ma sono comunque sufficienti per stilare una classifica.

Qui il link al thread originale: https://timtirelli.com/2012/05/31/i-12-album-che-ascoltavamo-negli-anni-80/

Qui sotto il lavoro di Alex.

Se non mi sono perso qualche puntata (non dovrebbe, anche perché da tanto tempo nessuno ha mandato il suo elenco), ecco il risultato finale, spesso sorprendente. Enjoy:

6 Black Sabbath – Heaven and hell

5 Ac/dc – Back in black

5 Whitesnake – 1987

4 Van Halen – 1984

4 Robert Plant – Now and zen

3 Van Halen – Diver down

3 David Lee Roth – Eat ‘em and smile

3 Def Leppard – Hysteria

3 Guns N’ Roses – Appetite for destruction

3 Rolling Stones – Tattoo you

3 Deep Purple – Perfect Strangers

3 Robert Plant – Pictures at eleven

3 Bruce Springsteen – Born in the Usa

3 U2 – Under a blood red sky

3 Franco Battiato – La voce del padrone

3 Police – Synchronicity

3 Sting – The dream of the blue turtles

2 Whitesnake – Slide it in

2 Black Sabbath – Seventh Star

2 Black Sabbath – The eternal idol

2 Iron Maiden – Live after death

2 Marillion – Misplaced childhood

2 The Firm – The Firm

2 Jimmy Page – Outrider

2 Queen – The works

2 Queen – A kind of magic

2 Pink Floyd – A momentary lapse of reason

2 Motley Crue – Girls girls girls

2 Metallica – Master of puppets

2 Living Colour – Vivid

2 Cult – Love

2 Clash – Combat rock

2 U2 – The unforgettable fire

2 Stevie Ray Vaughan – Couldn’t stand the weather

2 Vasco Rossi – Va bene, va bene così

2 Zucchero – Blue’s

Un grande lavoro di Team, per un grande Tim!

DELUXE EDITION BLUES

3 Set

Gianni Della Cioppa, giornalista musicale italiano, amico da quasi 5 lustri, dai tempi di METAL SHOCK, ancora attivissimo nella pur disperata scena dell’editoria rock italiana. Su Facebook Gianni puntualmente prende le distanze dal mondo delle special edition. Ha toccato l’argomento anche in questi giorni, così mi son chiesto se non valeva la pena di farci un post, copiaincollando alcune delle sue cose tratte dai recenti interventi su Faceb0ok. Gianni è d’accordo, così procedo dato che credo sia un buono spunto di conversazione. Mi scuso se la cosa è un po’ spezzettata, ma è tratta da confronti fatti su Facebook.  Se vi va fatevi sentire e dite il vostro pensiero riguardo questa faccenda che – almeno per la mia vita – è centrale (…sono in attesa da AMAZON.IT del primi due album degli ELP in deluxe edition -2cd e 1 DVD audio- e i miei pensieri sono tutti concentrati su due cofanetti che dovrebbero uscire tra poco, quello dei BOC e quello dei FREE che sembra conterrà 18, ripeto diciotto, CD)

POST DI GDC su Facebook:IL DELITTO SUICIDIO…( pubblicata da Gianni Dago DC il giorno Giovedì 30 agosto 2012 alle ore 10.43 )Vorrei chiarire un concetto che da tempo accenno su facebook e che noto suscita discussioni e scatena prese di posizione animate: le ristampe in di classici del rock, dove persino un album degli anni 2000 è diventato oramai un classico, o pur di vendere viene spacciato per tale. L’argomento è sfruttato e forse banale, ma merita una mia ulteriore precisazione e poi, lo giuro, non ci tornerò più sopra. Non mi dilungherò molto…

Credo che il compito delle ristampe non sia quello di pubblicare l’ennesima versione di un disco classico e noto ai più, ma offrire una nuova mappatura delle varie scene rock che hanno animato questa musica nel corso dei decenni, di (di)mostrare che ci sono stati gruppi minori solo nelle vendite e nella fama, ma non certo nella qualità.

Gruppi poco noti o addirittura sconosciuti che hanno lasciato testimonianze discografiche che meritano di essere recuperate e portate in superficie. Ecco, in questa ottica, ha senso il mondo delle ristampe, ma se l’obiettivo è farmi ascoltare una nota diversa di dischi storici o comunque noti al vasto pubblico, è un gioco a cui non voglio partecipare.

Tutte queste edizioni deluxe, con packing lussuosi, cofanetti che riciclano finti inediti, versioni rimasterizzate all’infinito o addirittura dischi risuonati (imbarazzante questa cosa…), forse hanno dato ossigeno alle casse della grande discografia, ma di fatto hanno (quasi) ucciso il rock come fonte di energia e rinnovamento.

Un delitto (im)perfetto e terribile: il rock ha ucciso sé stesso. E allora non di delitto si tratta, ma di suicidio.

Con “Suicide Solution” il buon vecchio Ozzy aveva già previsto tutto…

(Gianni Della Cioppa 2012)

PS:Poi se volete far girare, non è certo per il mio ego, ma per capire se sono l’unico o quasi che è arrivato al limite della sopportazione con l’argomento eristampe classici e dintorni…

L’opinione di GDC è chiara no? E’ chiara anche quella dei suoi seguaci, quelli che commentano i suoi post su facebook, quei sapientoni insomma che usano toni irrispettosi e offensivi nei confronti di chi, come me, acquista edizioni speciali e box set. Mi chiedo però una cosa, se le vendite dei dischi di catalogo hanno superato le vendite dei nuovi dischi, la colpa è delle edizioni speciali dei vecchi titoli o perché la nuova musica è solo una pallida sfumatura di quella che fu nei due decenni d’oro dei sessanta e settanta? E se ne è solo una pallida copia, di chi è la colpa? Se non esistessero le deluxe edition, io, ad esempio, comprerei le nuove uscite dei nuovi gruppi?

Certo io sono uno particolare, passo per “passatista”, per uno che guarda e che rimpiange il passato…sarà anche vero, ma cerco tuttavia di rimanere attento alle cose del presente. Il fatto è che non escono più cose che mi piacciono, non sento più musica che mi arrivi all’anima, che mi faccia dire “oh, devo comprare questo disco”. Come detto capisco il discorso di Gianni, ma devo comprare dischi anche se non mi piacciono? Il rock come lo intendo io ormai è diventato classic rock, e le band o gli artisti dediti a questo filone scimmiottano semplicemente il passato, mi sembra che non cerchino di ripartire da esso, ma solo di copiarne il look e il sound senza trovarne l’anima da cui si potrebbe (forse) ripartire. L’heavy metal ha avuto una deriva che non fa per me, è diventato quasi fastidioso, inascoltabile. Il rock blues si è trasformato in un teatrino insignificante, il rock cosiddetto modernista mi annoia a morte…ma  in definitiva il mio vero problema è che non trovo più nessuno che scriva delle belle canzoni, dei bei pezzi.

C’è ancora qualcosa che mi solletica, ultimamente THE FLOWER KINGS  e gli HOWLIN’ RAIN, ma i nomi sono sempre meno così mi rifugio nel passato con l’illusione che con ogni deluxe edition che mi arriva io possa riscoprire da capo un album meraviglioso. Le deluxe edition poi mi servono anche dal punto di vista tattile per ricreare, in parte, la magia dell’LP.

Certo, molte special edition di speciale non hanno granché e l’ultima moda del rimixaggio ci porta verso strade pericolosissime. Rimixare i vecchi capolavori, aggiungendo o togliendo cose all’originale è roba da pazzi, come se -dice Picca- usassimo photoshop per riaggiustare i vecchi capolavori tipo l’Ultima Cena o la Gioconda. L’ultimo in ordine di tempo è DESTROYER RESURRECTED dei KISS.

La situazione ci sta scappando di mano. Dicevo  comuque che molte edizioni speciali contengono del materiale in più che vale davvero poco: un conto è aggiungere un dischetto con un concerto finora inedito come ad esempio in THE STRANGER di BILLY JOEL  un conto qualche alternate take, qualche radio edit, qualche crunch guitar mix, qualche pezzo live da DVD già presenti sul mercato (vedi l’ultima vergognosa sfornata di deluxe edition dei QUEEN). C’è poi la questione inediti, che interessano davvero solo i fan in senso stretto di un gruppo, ma che se vogliamo hanno un senso. Rileggendo queste ultime righe capisco che sono conscio del problema, ma non credo rinuncerò: troppo stimolanti le edizioni digipack, o i box set con l’opera omnia di un gruppo in versione ripulita e con un lavoro grafico e di cartotecnica spesso davvero bello; certo è la musica che conta, ma il visual, la confezione, gli odori e i colori la rendono ancora più leggendaria, e se il rock deve implodere…che imploda, non posso sentirmi responsabile solo perché acquisto delle deluxe edition di vecchi dischi.

RILETTURE: LED ZEPPELIN “Houses Of The Holy” (Atlantic 1973) – TTTTT

24 Ago

Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock). Si parte con HOTH”. Lock your seat belt.

Il primo incontro con HOTH é stato poco dopo aver scoperto i LZ, ero davanti a casa di Massimo, dal balcone della sua stanza della musica usciva della musica rock che non riconoscevo così dissi “Massimo, dai metti su i Led Zeppelin!” e lui “Ma questi sono i LZ!”. Ascoltai con attenzione e riuscì a percepire del rock colorato, solare, positivo. Era Houses Of The Holy … mi par di ricordare  TSRTS e DY’ER MAK’ER.

Il secondo faccia a faccia fu durante la caccia agli album dei LZ, avevo già i primi 4 così, in un negozio un po’ fuori mano di Modena, davanti all’ottavo campale sulla via Emilia, decisi di comprarlo. Allora non avevo il senso critico che ad esempio Giancarlo e Picca usarono nell’approccio all’album in questione, era un disco dei LZ quindi doveva essere magnifico. Non trovai strambe certe cose, non trovai fosse un po’ diverso rispetto ai primi 4 o meglio sì lo era, ma non mi meravigliai per niente. Non avendoli vissuti in diretta e avendoli comprati e quindi ascoltati nel giro di pochissimi mesi, non ebbi modo di elaborare certe cose, i dischi dei LZ mi arrivarono addosso quasi contemporaneamente ed ero troppo preso a dondolare liberamente al ritmo di quel bel rock per pormi domande filosofiche (“Chi sono i LZ? Vengono dall’hard blues? Ma dove stanno andando?). Io capivo solo una cosa: il rock dei LZ era bellissimo, vario, sgargiante…e mi faceva stare benissimo.

Più o meno sette lustri dopo HOTH è il mio album preferito (al momento), quello che ascolto di più. HOTH rappresenta i LZ nel momento più positivo della loro storia: il mood è ottimo, il rapporto tra i musicisti è ancora buonissimo, il gruppo è all’apice delle capacità espressive e tecniche, il successo – già grandissimo –  di lì a breve si trasformerà in una isteria collettiva (soprattutto negli USA) catapultandoli in una dimensione tutta loro.

Registrato nella tenuta di STARGROVES di proprietà di Mick Jagger con il Rolling Stones Mobile Studio, agli Olympic Studiso di Londra e agli Electic Lady Studios di New York con l’aiuto dei tecnici del suono Keith Harwood, Andy Johns e soprattutto Eddie Kramer, HOUSES OF THE HOLY si discosta un po’ dagli archetipi hard rock blues che hanno fatto da fondamenta al primi 4 album.

(Page and Plant a Stargroves nel 1972)

HOTH arrivò al n.1 delle classifiche inglesi e americane, ad oggi ha venduto 300.000 copie in UK e 11 milioni negli Usa.

In Italia HOFT arrivò al 4° posto della classifica, risultando il 27° album più venduto del 1973.

La foto su cui è basata la cover è di Aubrey Powell, l’art direction è della famosa Hipgnosis. Due bambini che scalano il Giant’s Causeway, sulla costa settentrionale dell’Irlanda del Nord. Ne abbiamo già parlato. La ragazzina apparirà anche sulla copertina di Presence.

(Giant’s Causeway, sulla costa settentrionale dell’Irlanda del Nord)

THE SONG REMAINS THE SAME – TTTTT: esempio superbo di Rock bianco. Elaborate negli album precedenti tutte le influenze nere, i LZ riescono a scavalcare lo steccato e a costruire un blue eyed rock. Nato come pezzo strumentale (chiamato a seconda dell’umore OVERTURE o THE CAMPAIGN) TSRTS doveva fungere da introduzione a THE RAIN SONG, ma RP lo trovò troppo interessante per evitare di cantarci sopra. Il testo parla del comune denominatore che fa da sfondo all’umanità e arriva a toccare vette suggestive. Le tante chitarre sovraincise da Page si intrecciano a meraviglia, il tempo e le ritmiche di Bonham e Jones risultano – come spesso accade – irresistibili, e il RP che canta (seppur aiutato da strani effetti) è quello dell’immaginario collettivo.

Chicche:  quelle due note tirate da Page al minuto 02:12 / gli hammer on con la sinistra 04:30 / la parte finale del testo che dice: “le luci della città sono così brillanti mentre noi le attraversiamo scivolando, scivolando, scivolando…”.

Nella versione live, sulla 12 corde, diventerà uno punti più alti raggiunti dal Page chitarrista.

THE RAIN SONG  – TTTTT+: esiste quadretto musicale più grazioso? Credo di no. Dolcissimo momento (elettro) acustico in accordatura aperta e dal testo poetico, il tutto sospeso sulle atmosfere morbide e melodiose del mellotron. Nell’intermezzo elettrico gran prova di gruppo, il riff è così squisitamente Page, il finale del pezzo poi è così bello da commuovere.

Chicche:  quelle note di basso al minuto 03:26 /al 03:37 c’è una imprecisione: il primo colpo di spazzola di Bonham è in ritardo /  il testo al 04:02 “…speak to me only with your eyes…” / il testo al 06:18 “…su di noi tutti una pioggia leggera dovrà cadere…”

OVER THE HILLS AND FAR AWAY  – TTTTT: manifesto elettro-acustico giocato su una concenzione del tempo tutta di Page. Pezzo cantato ai limiti delle possibilità umane da RP nella sezione dura.

Chicche:  come Plant canta “road” al minuto 01:37 / 03:00 il link strumentale tra l’assolo e il ritorno alla strofa.

THE CRUNGE  – TTT: nata come improvvisazione di un tempo di John Bonham su cui Jonesy ha innestato una linea di basso particolare. I LZ in un momento ludico mentre rifanno il verso a James Brown. Ci voleva un certo coraggio a pubblicare un brano del genere da parte di una band vissuta inizialmente come dedita all’hard rock. A tratti la cosa è un po’ forzata, Plant non prende sempre con facilità il giusto attacco e deve improvvisare (ma in modo un po’ legato) per partire al punto giusto (vedi minuto 02:19). Al 02:45 la parola “girl” non gli è venuta benissimo ma probabilmente non ha ritenuto opportuno rifare la traccia…troppo difficile.

DANCING DAYS  – TTTT: rockaccio un po’ dissonante con il MIcantino abbassato a RE. Stranezze hard rock e voglia di non ripetersi. Curiose quelle due note solitarie al minuto 01:52. Al 02:02 manca un colpo di cassa della batteria, colpo che Bonham da subito dopo…errore, indecisione, vezzo?

D’YER MAK’ER  – TTT½: di nuovo i LZ in vena di scherzi, umore leggero e scanzonato, echi degli anni cinquanta…canzonetta quasi reggae con un Bonham indimenticabile. Da non sottovalutare il lavoro di Page sul giro di DO. Vero, l’ironia di Plant è un po’ tediosa ma è anche con questa che i LZ si discostano un poco dall’immagine del gruppo serioso tutto Hard Rock…ve li immaginate i BLACK SABBATH o i DEEP PURPLE registrare nell’estate del 1972 un reggae così sciocchino e gustoso?

NO QUARTER  – TTTTT+: passeggiate fatte fianco a fianco con la morte, cani del destino che ululano, il diavolo, impronte sulla neve, battere sentieri che nessuno prende, tutto questo è NO QUARTER pezzo pieno di mistero che  galleggia sul mare nero ed infinito del piano effettato di Jones. Registato (probabilmente in RE- e poi portato a DO#- usando il comando del pitch) all’Electric Lady Studio di New York,  come disse una volta Mixi sembra di star sopra alla batteria di Bonham mentre lo si ascolta. Assolo di chitarra particolare ed esoterico, straordinario…non complicatissimo ma..che note che sapeva tirar fuori Page. Cazzo, i Led Zeppelin!

THE OCEAN  – TTTTT: puro piombo Zeppelin. Riffone di Page per un brano dedicato all’oceano di fan che Plant vede tutte le sere in scena nelle “case sacre”. Allegra sezione boogie nel finale. Nella versione live filmata a NY nel luglio del 1973 diventa lo spezzone rock più eccitante che mi sia mai capitato di vedere in ambito rock. Oh so good.

Sono così contento di amare i LZ, e parte di questa contentezza è dovuta ad HOUSES OF THE HOLY… Singing in the sunshine, laughing in the rain, hitting on the moonshine, rocking in the grain…

( © Tim Tirelli agosto 2012)

(i LZ durante il tour di HOTH: Los Angeles Forum 3 giugno 1973)

HOTH secondo PAOLO BARONE:

Houses of the Holy e’ un mondo a colori. Non solo luci ed ombre ma tutte le sfumature cromatiche e i corrispondenti stati d’animo. Questa e’ la prima cosa che mi viene in mente pensando al quinto album dei LZ, ancora una volta, un disco fantastico. Una copertina fra le piu’ belle di sempre, elegante e barocca al tempo stesso, inquietante ed ingenua. Come la musica in essa contenuta, come la band in questa fase del percorso. Rischiano i LZ con questo disco, si spingono in territori inesplorati ed inusuali. Suoni ed atmosfere molto diverse si susseguono e si inseguono in quei solchi di vinile, canzoni gioiose, inni oceanici e le nebbie di No Quarter, uno dei loro vertici creativi. E ancora il sogno Rain Song, le chitarre di The Song Remains the Same, i cambi di tempo di Over the Hills… Tutto il disco e’ pervaso da una gioia di vivere che non ci sara’ piu’ nei capolavori a venire. Forse e’ proprio questa la sensazione che mi resta ascoltando Houses of the Holy, il filo rosso che lega queste registrazioni. (PB)

HOTH secondo STEFANO PICCAGLIANI:

Ho 15 anni, tutti i capelli in testa, zero panza, occhiaie livide causa noti motivi e mi sono comprato questo Houses Of The Holy dei Led Zeppelin, 9’900 lire Charter Line, da Mati in via Farini. Sentiamo com’è.
Facciata A: TSRTS è un bell’andare. Il Principe delle Tenebre inizia a costruire cattedrali di chitarre, pare disinteressato a flashare assoli. Poca roba ma puntuale. Percy ha un effetto Minnie Mouse sulla voce ma non infastidisce. Bonzo e Jonesy macinano boogie.
Poi arriva Rain Song, e il disco potrebbe finire qua.
Voglio dire, chi cazzo è che piazza una roba come TRS come seconda traccia di un album?
Languidissima, sofisticata, elegantissima eppure mai smorfiosa, echi di R&B imprendibile e antichissime suggestioni folk, miracolosamente luminosa eppure attraversata da una malinconia autunnale.
Un momento meraviglioso di musica prodigiosa.
Dopo di che non può che arrivare qualche riempitivo: è eticamente giusto, fa parte del balance.
OTHAFA è gradevole, ma ha un qualcosa di posticcio, di buttato lì.
The Crunge aggiunge spontaneità all’album, poco altro.
Facciata B: Dancing Days è la Misty Mountain Hop di HOTH, sghemba, azzardata, divertente.
D’yer Maker non suona come un pezzo Led Zep. Cazzo è? Plant planteggia sornione mentre gli altri reggono il moccolo, si produce in ciò che potremmo definire ‘ironia alla Plant’, cioè divertimento pari allo zero. Fatto sta che alla fine di DM il disco inizia a stancarmi.
Poi…oplà, senti qua che roba…
Oscurità, brividi e cigolii, atmosfera da film della Hamer con Vincent Price e Richard Cushing, roba anglosassone, Wilkie Collins, lo Stevenson più gothic…
No Quarter.
Plant cambia registro, esce una voce filtrata da spettro gaelico, pare Heathcliff in Cime Tempestose, il piano elettrico liquido fa paura e quando entra il grand piano è ancora peggio.
Poi Jimmy tira fuori uno dei solo più spettacolosamente fighi della sua intera carriera, una sequenza complicata eppure semplicissima, un solo davvero chic non una roba da mimare ‘air guitar’ davanti ad uno specchio qualsiasi.
The Ocean chiude l’album. Bel riff. Grande Bonzo, e Percy che ci tiene a farci sapere che d’ora in poi canterà per una ragazza di tre anni che gli ha rubato il cuor. Sono diventato grande baby, addio Riot House.
Bel disco. 4 Stelle. (The Rain Song 10 stelle). 9’900 spese bene. Preferisco i primi quattro, comunque (anche se scommetto che The Rain Song l’ascolterò almeno almeno fino al 2012!).(SP)

(i LZ durante il tour di HOTH: Lione 26 marzo 1973)

HOTH secondo BEPPE RIVA:

Dopo quattro LP dove i Led Zepp hanno dato sfogo a tutto il loro furore espressivo e alla freschezza creativa che ne ha fatto forse la più poliedrica fra le rock bands, giungendo al culmine del successo e della forma con “IV”, Page e compagni diventano adulti, elaborando i dischi della loro piena maturità, ossia “Houses Of The Holy” e poi “Physical Graffiti”. In termini di impatto e di onda sonica, questi album non hanno la primigenia energia dei precedenti, ma a mio avviso si tratta delle loro opere più mature, che mettono in massimo risalto la statura dei quattro musicisti. In “HOTH”, Page forgia alcuni riffs fra i più cesellati della sua storia (“The Ocean”, “Dancing Days”, “The Crunge”) ed il disco è altamente sofisticato, viene fuori alla grande la qualità di JP Jones come arrangiatore e tastierista, specie nei due classici più elaborati, “The Rain Song” (mellotron) e “No Quarter” (piano, organo). Certamentre “Houses” risulterà particolarmente seminale, ad esempio “The Crunge” dà il via al fenomeno futuribile del crossover hard rock-funky, e la classe esecutiva dei musicisti è generalmente fonte di apprendistato per ogni ipotesi di hard rock evoluto. Il mood impresso dalla chitarra di Page in “The Rain Song” introduce uno splendido brano d’atmosfera, e la mia favorita resta “No Quarter”, con quel clima esoterico, a tratti diabolico, ma fatto di suoni raffinati e misteriosi, non di efferata truculenza: la stregoneria dei LZ all’apice. Se vogliamo individuare qualche riserva, manca la quantità e qualità acustica-folk a cui ci avevano abituati in “III” e “IV”: il solo preludio di “Over The Hills”, pur incantevole, non basta a soddisfare le mie pretese in tal senso, e si può aggiungere che le parti vocali, sempre di primo livello, non sono però coinvolgenti come tante in passato. Infine, “D’yer Maker” aveva certamente un refrain da classifica (non sfruttato come singolo) però l’opzione reggatta de blanc non mi sembra entusiasmante per la magnitudo dei LZ. Queste osservazioni per non finire nella pura celebrazione, ma resta inteso che HOTH è un grande album da riassaporare a più riprese e in ogni stagione per coglierne la varietà di spunti eccellenti. (BR)

HOTH secondo GIANCARLO TROMBETTI:

Ricordo perfettamente l’acquisto di Houses Of The Holy. Avevo vissuto l’uscita dei precedenti quattro album come assistere al parto di un figlio ed ero riuscito a mettere da parte i soldini, credo si trattasse di 3300 lire, in tempo. Ricordo anche ne fui deluso al punto di metter via quel disco per mesi e di rifiutarmi di riprendere in mano i predecessori. Mi ero sentito tradito. Troppa produzione, poco rock e meno blues…e quella copertina: quasi un rifiuto di utilizzare il proprio nome! Nessun simbolo, nessun messaggio subliminale. Ricordo anche che nella prima edizione venne aggiunta una fascetta con il nome dell’album e del gruppo: difficile collegare quelle testine bionde al martello degli dei. E’ proprio vero che “a vent’anni si è stupidi davvero”! Per apprezzare quel disco mi ci volle la voglia e la forza di chi, avendolo pagato, non ebbe il coraggio di metterlo da parte del tutto o, peggio ancora, scambiarlo con qualcosa di più ruspante. Non ero ancora in grado di capire che Led Zep non erano il solito gruppo hard blues; ogni capitolo avrebbe comportato dedizione e amore nell’apprendere, nell’avvicinarsi. Oggi non credo che avrei più quella voglia di scandagliare e assaporare che ho avuto nella tarda primavera dei miei diciassette anni. Credo oggi che Houses sia la raggiunta maturità del gruppo, frutto di un solido lavoro di studio e di un lungo lavoro di sovra incisioni, di prove, di tentativi. Un disco che è tutto bello, dall’inizio alla fine e che non ti fa dire, come accade oggi…”si, però…”. Forse il vero album della svolta, il primo tangibile cambiamento per gli Zeppelin. Molto più di quanto avesse potuto sembrarlo “III” e “IV”. Un disco che, seguendo una mia teoria che andrò prima o poi a esporre per intero, è bello proprio per i suoi affascinanti 40 minuti. Non avrebbe potuto esserlo più a lungo. Ma questa è tutta un’altra storia. (GT)

LA PRIMA VOLTA: i Led Zeppelin

21 Giu

Solstizio d’estate oggi, c’è un caldo porco qui in Emilia, i condizionatori e i ventilatori battono il tempo coi loro discreti ronzii, poca voglia di fare, pensieri appoggiati sui soliti sogni infranti, appesantiti dai blues che ogni giorno ci ballonzolano intorno. Quando il futuro si fa fosco, una occhiata al retrovisore a volte serve, come dice Julia, e allora lascio che la mente voli ad un giugno, straordinario, di circa sette lustri fa…

Giugno, seconda metà degli anni settanta. Le estati allora sembravano lunghissime, giugno era il preludio a stagioni che promettevano tanto agli imberbi ragazzetti come me. Si lavorava qualche settimana in campagna per raccogliere un po’ di soldi, si girava col Tentation Romeo 4 marce, si iniziava a frequentare qualche ragazzina, si respirava l’aria di una nuova rivoluzione socio-culturale, si scopriva la chitarra, le radio libere, il burattino senza fili di Edoardo Bennato, il fiore lunare di Carlos Santana, la musica di John Miles quella che sarà il tuo primo ed ultimo amore, il blues del treno dell’Honky-Tonk di Keith Emerson e così via.

Un sera gironzolando in motorino con alcuni coetanei finisco nel quartiere Zuccola, nei city limits occidentali di Nonatown. Da poco il Comune aveva creato un parchetto, gli alberelli erano giovani e la fresca erbetta invitante.

(Il parchetto 35 anni  dopo – foto di TT)

Alcuni ragazzi che abitavano più o meno in zona e che conoscevo non benissimo stavano tirando calci ad un pallone, avevano uno o due anni più di noi, ma mi sembravano già grandi. Massimo, il mio amico, invece era in confidenza con loro. Scatta la partitella di calcio. L’inizio dell’estate, l’aria aperta, la partita di pallone, l’avvenire davanti…giorni spensierati e felici. Facevo il mio dovere lì in mediana, bloccavo gli attaccanti avversari e facevo ripartire il regista che a sua volta faceva ripartire Massimo, ottimo centrattacco. Ero lì che fingevo di essere JOHAN CRUIJFF (ma spesso dovevo ridimensionare i miei sogni e mi attaccavo alla figura di un altro mio idolo: GABRIELE ORIALI)…

(nella foto il miglior calciatore di tutti i tempi, Joahn Crujiff)

(nella foto il miglior mediano di tutti i tempi, il piper Gabriele Oriali)

quando Giovanni, uno dei grandi che giocava con noi, segnò di potenza una gran rete. Strinse i pugni ed urlò ”  ‘AN BANA”. Bizzarro modo di esultare pensai. Alla terza rete (era quel tipo di partite che finivano 8 a 5) e al terzo ”  ‘AN BANA” mi rivolsi a Massimo in cerca di spiegazioni. Massimo sorrise e mi dice “Vieni”. La partita era finita, ci rinfrescammo un momento e  lo seguii a casa sua. Massimo lavorava già, al contrario di noi che eravamo ancora studenti e senza tanti soldi, e poteva permettersi quel meraviglioso impianto hi-fi che ora stavo contemplando. Aveva addirittura una stanza tutta per lui dedicata all’ascolto della musica, con luci stroboscopiche comprese. Io, lui e mi pare Lencio. Lencio era un giovane batterista che conoscevo fin da bambino; abitavamo nello stesso quartiere e qualche anno prima ogni tanto andavo a casa sua: infilava MAMMA MIA degli Abba nel mangiadischi, si sedeva alla batteria e andava dietro al pezzo.

Massimo ci portò qualcosa da bere, accese le luci (che viravano sul rosso), prese un long playing con la copertina nera, estrasse un disco nella cui etichetta era riprodotto una specie di angelo, posò con cura il vinile sul piatto, versò un po’ di alcol che “splamò” sul disco con un apposito cuscinetto e “…urla acclamanti del pubblico…JOHN BONHAM MOBY DICK DICK DICK DICK DICK …”

Io non so cosa accadde, ma da quel preciso momento la mia vita cambiò. Intro di batteria seguito da un riff di basso e chitarra, poi qualche break di lead guitar e un lungo assolo di batteria. Non spiccicai parola. Massimo, composto, sorrideva al ritmo della musica, Lencio mimava il tempo della batteria e i fraseggi della solista…io ero lì in mezzo, cosciente senza  capire granché…sapevo solo che quel suono, quell’approccio, quella musica mi stava ghermendo. Alle fine del pezzo, qualcuno al microfono urlò “John Bonahm, John Henry Bonham”…’AN BANA, appunto.

(nelle due foto ‘AN BANA al MSG di NY nel luglio del 1973)

Non ho ricordi precisi di quel che accadde dopo, mi sembra che Massimo poi mi fece ascoltare WHOLE LOTTA LOVE e STAIRWAY sempre da quel disco live. Pensandoci oggi in modo razionale, mi sembra di ricostruire la scena con onestà: non ero invasato, non ero gasato (quello stato d’animo sarebbe sopraggiunto dopo) ero tranquillo, stavo elaborando tutti i dati che mi arrivavano ed ero sorpreso e sospeso in uno strano mood di autocontrollo e di celestiale godimento.

Massimo poi mi spiegò che quelli erano i LED ZEPPELIN, che il batterista a cui faceva riferimento Giovanni si chiamava John Bonham e che ‘AN BANA era un simpatico modo di replicare l’urlo di Robert Plant, il cantante, intento a fine pezzo a tributare il giusto onore al suo amico batterista.

I Led Zeppelin eh? Cavolo, e io che qualche mese prima in classe mentre guardavo alcuni compagni scambiarsi dei dischi tra cui appunto uno dei LZ (mi pare il secondo) dissi a me stesso “I Pink Floyd potranno anche piacermi un giorno ma i Led Zeppelin mai”. Tsè, che lungimiranza.

Nei giorni che seguirono Massimo mi fece una cassetta, una di quelle al cromo costosissime che pagai 3000 lire, purtroppo non l’ho più, ma ricordo che c’erano BRING IT ON HOME, NOBODY’S FAULT BUT MINE, NO QUARTER (dove Massimo mi diceva che c’era l’assolo più bello del chitarrista).

Avevo 90.000 lire da parte, risparmi dalla paghetta o regali dei nonni, nel breve volgere di una stagione li impiegai tutti per acquistare i sette dischi da studio e il doppio dal vivo finora usciti. Poi pian piano tutto quello che riuscivo a trovare su di loro…articoli sui giornali, poster, spille,…le magliette erano un sogno, ne avevo vista solo una al PEECKER SOUND di Formigine (storico grande negozio di dischi delle mie parti), ma non era in vendita e non avevo idea di dove comprane una.

Insieme ai dischi dei LZ arrivarono HEROES di BOWIE allora appena uscito, BRAIN SALAD SURGERY degli ELP, AND e AND LIVE di JOHNNY WINTER e via via tutti gli altri dischi che poi contribuirono alla mia formazione. In quelli dei LZ però c’era qualcosa in più, una vibrazione che mi arrivava fino in fondo all’animo, un groove che si sposava perfettamente con lo status da esserino umano inspiegabilmente arrivato su questi pianeta che chiamiamo Terra. Immagino che fosse la chitarra di PAGE, e la sua capacità di toccare le corde più profonde del mio cuore, quelle note così diverse da tutte le altre eppur così rock da diventare l’essenza stessa della musica in questione.

Naturalmente giocarono a loro favore il misticismo, il visual, il fatto che fossero fighissimi, ma era soprattutto il loro rock a catturarti, quella magnifica musica che generava paradossi e ossimori se si cercava di fermarla sulla carta: sfacciata e riservata, dura e morbida, elegante e selvaggia, intellettuale e sempliciotta, elettrica ed acustica, eterea e coi piedi per terra…musica sensuale, dissoluta, magnifica, imponente, bellissima…insomma quella che si insinua tra le domande ataviche  dipinte da PAUL GAUGUIN nel 1897: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

I primi tempi girai sui primi quattro dischi, poi pian piano imparai ad addentrami anche negli altri. Il più difficile fu PHYSICAL GRAFFITI, ma trovata la chiave di volta, la soluzione dell’enigma, mi spogliai, mi misi in riva al mondo e lasciai che quel vortice musicale, che quella bora di blues, che quel maestrale di musica rock mi penetrasse in ogni cellula.

CUSTARD PIE, THE ROVER, IN MY TIME OF DYING, HOUSES OF THE HOLY, BRON Y-AUR, DOWN BY THE SEASIDE, TEN YEARS GONE, NIGHT FLIGHT…ancora tremo quando penso al momento in cui riuscii ad assimilare tutto questo. E cazzo, TEN YEARS GONE, non è la più bella canzone rock mai scritta? Non è il miglior testo mai composto? (Sì, lo so sto esagerando, ma il ragazzino di 35 anni fa è tornato…)

Then as it was, then again it will be
An’ though the course may change sometimes
Rivers always reach the sea
Blind stars of fortune, each have several rays
On the wings of maybe, down in birds of prey
Kind of makes me feel sometimes, didn’t have to grow
But as the eagle leaves the nest, it’s got so far to go

Changes fill my time, baby, that’s alright with me
In the midst I think of you, and how it used to be

Did you ever really need somebody, And really need ‘em bad
Did you ever really want somebody, The best love you ever had
Do you ever remember me, baby, did it feel so good
‘Cause it was just the first time, And you knew you would

Through the eyes an’ I sparkle, Senses growing keen
Taste your love along the way, See your feathers preen
Kind of makes makes me feel sometimes, Didn’t have to grow
We are eagles of one nest, The nest is in our soul

Vixen in my dreams, with great surprise to me
Never thought I’d see your face the way it used to be
Oh darlin’, oh darlin’

I’m never gonna leave you. I never gonna leave
Holdin’ on, ten years gone
Ten years gone, holdin’ on, ten years gone

Dei flash si sovrappongono tra loro: l’acquisto di HOUSES OF THE HOLY in un negozio di fronte alla caserma dell’ Ottavo Campale a Mutina con i colori della etichetta della ATLANTIC diversi dal solito … il novembre del 1978 quando vidi per la prima volta il film THE SONG REMAINS THE SAME in un oscuro cinema di FRANKCASTLE… le atmosfere rarefatte e bucoliche di LED ZEPPELIN III che per tanti anni è stato il mio preferito, il senso del blues di SINCE I’VE BEEN LOVING YOU miglior blues bianco di tutti i tempi…l’uscita di ITTOD vissuto in diretta…lo squarcio che la musica dei LZ aprì nella mia mente, squarcio grazie a cui entrarono migliaia di altri frammenti dello stratagemma che gli esseri umani hanno adottato per provare a dare un senso a tutto (l’arte insomma) … il non riuscire (letteralmente) a staccarsi dalla audiocassetta arancione di LZIV mentre gira l’intro di STAIRWAY TO HEAVEN …la figura di PAGE poi, chitarrista di livello cosmico (e parlo di Page non di Leopold o sostituti precedenti), compositore paragonabile per impatto sulla musica ai più grandi nomi apparsi in questo universo…

Certo, sono stato fan in senso stretto, talvolta troppo, sono stato pesante e pedante, monotematico, ho infastidito amici come loro hanno infastidito me nel burlarsi della mia condizione da fan (ma io almeno ho avuto il coraggio di svelare la mia vera natura, mentre alcuni in pubblico indossavano una certa indifferenza o al massimo benevolenza snob e in privato si facevano le pippe guardando le foto di Jimmy Page al Forum di Los Angeles nel 1973). Non è stata una cosa sempre sopportabile, ma ne è valsa la pena, amare senza condizioni una musica rock così bella è stato magnifico, avere il coraggio di darsi totalmente, di spendersi non è da tutti.

Grazie a questo amore ho conosciuto gente di tutte le parti del mondo, ampliando i miei confini e arricchendo la mia anima e grazie a LZ mi son fatto degli amici che ancora oggi costituiscono le fondamenta della mia esistenza.

Amare i LED ZEPPELIN …che esperienza ragazzi!

Tim Tirelli © 2012

PS: Giovanni…anzi, Gio’…ti sarò per sempre grato!

Un tizio estrapola 500 recensioni storiche di Rolling Stone per dimostrare che è sempre stato un giornale di merda.

14 Giu

Picca mi invia questa cosetta che pubblica molto volentieri. Ho sempre pensato che Rolling Stone fosse un giornale di merda, anche in tempi non sospetti quando non era così automatico pensarlo e di moda dirlo. Io, fin dagli anni settanta, sono sempre stato dalla parte di CREEM, la rivista di Detroit. Le recensioni riportate non fanno che confermare la cosa. Grazie a Picca per la dritta.

Un tizio estrapola 500 recensioni storiche di Rolling Stone per dimostrare che è sempre stato un giornale di merda.

Operazione controversa ma divertente soprattutto per Zeppellinofagi

Picca

I 12 album che ascoltavamo negli anni 80 – Reminder

13 Giu

Alexdoc ha fatto iol riassunto circa le  preferenze dei fedelissimo del blog e ne è venuta fuori una di quelle classifichine che per gente come noi sono sempre divertenti. Tuttavia i 16 commenti – pur essendo un numero dignitoso – sono pochi per tirare le somme, così invito i più volenterosi della TTBlog Community a mandare qualche altro commento con le proprie preferenze.

I commenti vanno bene sia in risposta a questo reminder sia al thread originale del 31 maggio:

https://timtirelli.com/2012/05/31/i-12-album-che-ascoltavamo-negli-anni-80/

Thank you.

I 12 album che ascoltavamo negli anni 80

31 Mag

In riferimento ai vostri commenti al post L’HIGHWAY BLUES e IL CHELSEA del 20 maggio scorso, inizio un nuovo thread dedicato ai 12 dischi che ascoltavamo negli anni ottanta…dischi appunto usciti in quei dieci anni.

Mi sembra una cosa divertente e interessante vedere un po’ come ci arrabattavamo in quel decennio piuttosto lofi. So che in tanti ascoltavamo anche canzoni singole, ma questo dopo tutto è un blog di un certo tipo e prendiamo in considerazione cose più impegnative come gli album nella loro interezza. Sono sicuro che indicherete con sincerità le vostre scelte, senza includere quelle che farebbero figo (usanza deplorevole di troppa gentaglia).

I vostri 12 album preferiti di quel decennio dunque, 12 come i semitoni della musica occidentale, come le stelle della bandiera europea, come i cavalieri della tavola rotonda, come le tavole del diritto romano…12 come le battute della nostra musica.

(tipica mise degli anni ottanta – nella foto Rik Emmett dei Triumph)

Attendo le vostre liste, magari alla fine tiriamo le somme e vediamo un po’ come sarà la TOP 12 degli anni 80 del Blog. Vi invito a non segnalare troppi titoli dell’anno 1980, a non considerare album tipo CODA dei LZ (uscito nel 1982) come album degli anni ottanta. Naturalmente 12 non sono sufficienti, ce ne sarebbero diversi altri, ma di solito i primi che vengono in mente sono quelli che ascoltavamo davvero…

Comincio io con la mia:

  • QUEEN – The Works
  • WHITESNAKE – Slide It In
  • THE FIRM – The Firm
  • ROBERT PLANT – Pictures At Eleven
  • BLACK SABBATH – Heaven And Hell
  • VAN HALEN – Diver Down
  • CHEAP TRICK – All Shook Up
  • BILLY SQUIER – Don’t Say No
  • AEROSMITH – Permanent Vacation
  • DEF LEPPARD – Hysteria
  • VASCO ROSSI – Vado Al Massimo
  • DAVID LEE ROTH – Eat’em And Smile

AEROSMITH new song “Legendary Son”

30 Mag

Mi è difficile ascoltarla senza pensare a THE WANTON SONG dei LZ. Voi cosa ne pensate? Io al momento non  ne ho idea…

 

BAD BLOG BLUES

20 Mag

Leggendo i commenti che alcuni di voi scrivono in risposta a certi miei scritti, mi chiedo ormai da qualche mese se valga davvero la pena portare avanti iL blog come sto facendo io, se valga la pena non avere tanti filtri, mettere in chiaro oltre alle proprie opinioni anche certi pensieri un po’ sghembi che ogni tanto passano per la testa. So di non essere un tipo facile, né particolarmente simpatico, come ho già scritto sono un po’ cagacazzo e snob, non passo sopra alle cose e faccenduole di questo genere. Questione di carattere immagino. Questo atteggiamento vale un po’ su tutto, ma se per quanto riguarda certe cose come la politica so di aver ragione e di stare dalla parte giusta, per la musica le mie sono riflessioni, provocazioni, sentimenti, intuizioni che mi sgorgano dallo stomaco con cui interrogo prima di tutto me stesso. Credevo che avere un blog personale  significasse avere un blog sganciato da logiche di equilibrio, paraculismo, oggettività, professionalità. Mi accorgo invece che ciò non è possibile, che le tue idee pur personalissime e discutibilissime, toccano nel profondo gli altri, scandalizzando e rendendo meno credibile il tutto.

Negli ultimi giorni, tra messaggi vari e altri mezzi di comunicazione in parecchi mi hanno mostrato – amichevolmente – le loro perplessità sui miei giudizi frettolosi, esagerati, senza freni. Prendo ad esempio qualcosa arrivato tramite commento al blog (tralascio le altre forme di contatto forse più private e meno adatte ad essere portare ad esempio pubblicamente):

PICCA:…Tornando a Tim, mi verrebbe da consigliargli di non cadere nella trappola del doversi esprimere in pareri su artisti, musiche e momenti che non gli interessano minimamente (trappola nella quale cado assieme a lui troppo spesso).

Nel mio caso è la frègola dell’ opinione a tutti costi (un male dei nostri tempi) che altro non è che una nevrosi data da bassa autostima e paura di non essere all’altezza (devo esprimermi su tutto altrimenti capiranno che non valgo una cazzo).
Ma Tim è very opinionated e penso che giocherà fino alla morte e a viso aperto con le sue analisi e i suoi giudizi su Soundgarden (Sabbath riscaldati, vero Tim?) Black Keys (vuoi mettere con Howlin’ Wolf, vero Tim?) o Jack White (erano meglio gli Stone The Crows, giusto Tim?) prima di rituffarsi completamente e inguaribilmente in un frammento di reperto di un polveroso bootleg audience registrato male dei New Yardbirds e ritrovarsi, felice, nel suo brodo.

(Howlin’ Wolf)

ALEX: Da “Genesista” a me piace , ma posso benissimo capire che uno trovi noioso e pretenzioso “The Lamb”. Invece faccio fatica a capire il preferire al “perfect pair” Perry & Whitford (uno dei più grandi e ignorati “ritmici” della storia) l’anonima coppia di mestieranti Dufay & Crespo (quest’ultimo cognome mi fa pensare con molto più entusiasmo all’omonimo centravanti argentino): da fan dei Fleetwood Mac sarebbe come dire preferire Burnette & Vito a Lindsey Buckingham, ma non discuto i gusti personali. Riconosco però che “Rock in a hard place” é un buon album, non inferiore alla loro media di quel periodo. E ti “perdono” perché sei uno dei pochi che come me pensa che “The song remains the same” sia quello che troppi sordi non vogliono sentire, ovvero un live della madonna.

(Jimmy Crespo)

(Rick Dufay)

BEPPE Argomento musica: Tim, so che ti fa piacere esser in sintonia con GC (Giancarlino!?!) Trombetti. In effetti, pur con differenti personalità, amate dar mazzate psicologiche a destra e sinistra, ed esser dissacratori. Passi che a te gli High Tide dicano poco, passi che Atomic Rooster ti dicano ancor di meno, e che per te Montrose fosse poco più di una pippa, ma…Crespo-Dufay meglio di Perry-Whitford? Sai che per un fan di rock americano è come se si venisse da te (o dai molti ultras Zeppeliniani di questo blog) sostenendo che Page faceva miglior figura con Coverdale alla voce che con Plant? Comunque, parafrasando le femministe che alludevano a qualcosa di (spesso) molto interessante, il “blog é tuo e lo gestisci tu”. Io mi ritiro in buon ordine, mi hai demolito l’ennesimo mito. Ma sei sicuro che condividevi qualcosa di ciò che scrivevo? Bye.

Opinioni senza dubbio condivisibili, PICCA, ALEX, BEPPE sono personcine mica da ridere, ed è proprio per questo che mi chiedo se davvero valga la pena continuare. Purtroppo io son fatto così, per certi aspetto a volte ho un atteggiamento simile a  Lester Young e Nick Kent ( facendo le debite proporzioni naturalmente) pur essendo per preferenze musicali molto diverso dai due scriba in questione. La differenza è che io non le scrivo in articoli musicali e su libri, ma le condivido semplicemente con una ristretta comunità di uomini e donne blues su di un personalissimo e umilissimo blog. Per la faccenda CRESPO/DUFAY, nel post mi chiedevo come mai mi piacessero più di, non scrivevo che che erano meglio dei due intoccabili a voi tanto cari. ATOMIC ROOSTER e HIGH TIDE li prendo per quel che sono, gruppi di seconda fascia. Ho i loro dischi, mi piacciono  ma li posiziono dove li ha posizionati la storia del rock. Mai detto che MONTROSE sia una pippa. E come potrei? Io poi che sono un chitarrista mediocre avvicinabile tutt’al più a MICK RALPHS… Dico però che il talento musicale non basta, che devi avere sufficiente testa, forza, coraggio e pazienza per portare avanti la tua visione. Una partecipazione illustre ad un disco di enorme successo (THEY ONLY COME OUT AT NIGHT) e un ottimo disco di esordio – seppur template per un certo rock americano –  (MONTROSE) non bastano per farlo diventare una figura di primissimo piano. Le sue altre cose, i suoi altri progetti sono ottime per i fan in senso stretto, come per me lo sono i FIRM ad esempio. A forza di chiedermelo, Beppe, mi stai convincendo che forse non abbiamo poi tante cose da condividere, ma il punto per me non è questo, il punto per me è stare insieme a gente illuminata, gente con cui ho comunque territori comuni da condividere, gente da cui posso imparare ad amare cose che altrimenti non mi arriverebbero (come è successo recentemente con i “tuoi” ANGEL e con il KRAUT ROCK “di” Polbi).

(Montrose)

Sono poi il primo ad ammettere che ogni tanto spingo sull’acceleratore, che tra il serio e il faceto mi piace dire che a LZ1 e TARKUS preferisco ITTOD e LOVE BEACH, capitoli importanti solo per la mia vita, ma è solo per stimolarmi il dibattito interno, per scacciare la noia, per vedere le cose da angolazioni diverse,che non sono necessariamente quelle giuste.

La domanda che mi faccio già da un un po’ quindi è se vale la pena portare avanti il blog, e portarlo avanti in questo modo, andando ogni tanto sopra le righe, esprimermi (ignorando il consiglio di Picca) su artisti che non mi interessano minimamente (GRAND FUNK? Son d’accordo con Page, sono solo volume.  REM? D’accordo con me stesso, fanno cagare.)?

Parlare ed esprimermi su band che ascolto ed amo, dicendo pane al pane e vino al vino di ciò che mi consiglia il mio cuoricino (BLACK SABBATH? D’accordo con John Paul Jones. L’assunto che vuole CHARLIE WATTS essere un gran batterista? Non diciamo cazzate. I PINK FLOYD di Barrett?Yawn…)?

Sia chiaro, non cerco mica comprensione, non è vittimismo, non ce l’ho con Picca, Alex, Beppe o chicchessia …è solo che anche in questo momento uso il blog nell’unico modo che so … a metà tra la necessità di battere sentieri dove in pochi si avventurano e una seduta di piscoterapia con cui provare a fare ordine tra pensieri di pancia, di testa, di blues.

C.S.I. ROCK: IS JIMMY PAGE DEAD?

15 Mag

Picca mi invia questo articolo, così, all’improvviso….rimango sorpreso… è una delle sue intuizioni geniali? Lo ha sognato? Un semplice artifizio ? Fatto sta che non mi aspettavo che sapesse, che potesse smascherare una faccenda che solo in pochissimi in questo mondo sanno, così mi pongo il dilemma: glissare o, per il voto che ho fatto all’onestà intellettuale, integrare il suo post con una appendice che potrà finalmente spiegare uno dei grandi misteri irrisolti dell’universo? 

C.S.I. ROCK: IS JIMMY PAGE DEAD? di Picca

Guardavo l’altra sera l’ennesima menata televisiva legata al mito ‘Paul is Dead?’ che sarà simpatico e stuzzicante finchè volete ma ormai ha stracciato le gonadi alla grande.

Nel programma Misteri una Paola Barale irriconoscibile e con una sospetta voce ‘di naso e di fronte’ tipica delle liasons troppo lunghe con i prodotti tipici di Colombia e Bolivia ha intervistato un manipolo di ‘esperti’ per cercare di snodare l’antico inghippo sulla possibile morte di beatlepaul e la sua sostituzione con sosia, pare, canadese.

Misurazioni di orecchie, analisi di dentature, comparazioni di spettri e frequenze vocali eccetera…

Alla fine della fola appare quasi scontato che Macca 1 è crepato nel ’66 e che un Macca 2 gli è entrato nei beatleboots, ha imparato a imitarne l’accento adenoidale di Liverpool e si è allegramente messo a scrivere su due piedi Hey Jude, Penny Lane, Let It Be, Blackbird, Helter Skelter, Maybe I’m Amazed, Live And Let Die, My Love, Band On The Run e via discorrendo.

Così si spiega Maxwell’s Silver Hammer, se non altro.

La follia di tutto ciò ha però contribuito ad accendere un led (!) nel mio cervello fulminato e a imbastire un’ ipotesi che da qualche giorno mi ossessiona: Paul is Alive.

But Jimmy Page is dead.

(Jimmy Page 1  – 1969)

Vabbè la stanchezza, vabbè l’eroina, vabbè la cocaina, vabbè Charlotte Martin, vabbè Uncle Aleister, vabbè Kenny Anger, vabbè Richard Cole, vabbè Lori Maddox, vabbè la Riot House: ma la metamorfosi al contrario da farfalla virtuosa a bruco inceppato del chitarrismo, e non solo, di Jimmy non trova altra spiegazione.

Poniamo l’ipotesi (e qui la gnosi storiografica del nostro Timmy dovrà aiutarci) che mr. James Patrick Page, alla fine del tour del 1973, sia morto.

(Jimmy Page 1 – 1973)

Come non lo so, gli è cascata la doppio manico in testa, ha fatto un rito crowleyano per generare il Monnchild con Peter Grant come Scarlet Woman, l’ ha accoppato Ronnie Wood perchè gli molestava la moglie…non m’importa.

(Jimmy Page 1 – San Francisco Kezar Stadium 2 giugno 1973 – Foto di Riff Gilioli)

La Led Zep inc. decide di fare ‘la vecchia’ e di sostituirlo per non buttare alle ortiche tutto il lavoro svolto e le potenzialità future. Prendono un po’ di scarti degli albums precedenti per il disco successivo (cosa effettivamente accaduta per Graffiti: evidence n.1) e assoldano un chitarrista sconosciuto (mica puoi prenderne uno famoso sennò ti cappellano subito) e lo trasformano in Jimmy Page 2. Peter Grant smolla qualche mazzetta a chirurghi plastici per dargli un’ aggiustatina, Richard Cole parla con le groupies, Ahmet abbozza e il gioco è fatto.

C’è un problema: Jimmy 2, confronto a Jimmy 1, è un chitarrista scarsissimo.

Cioè… è uno che in un pub andrebbe da dio, tra l’altro conosce molti riff degli Zeps, ma messo di fronte a Dazed and Confused live del ’73 si caca sotto nel costume da dragone.

Planty e Jonesy si occupano di aggiustare un po’ di appunti e dar loro una forma zeppellinara, mentre Jimmy 2 sta in casa da mane a sera a fare scale e allenare diteggiature.

Mettono in giro la voce che sia drogato, ma in realtà va a lezione di chitarra.

Solo che non ha la manina, soprattutto la destra, come si evince osservando i filmati dal ’75 in poi: il polso del chitarrista ha subito un’ involuzione drammatica, è fermo, saldato all’avambraccio, senza fluidità (evidence n.2 – Tim: chiedere perizia a ortopedico appassionato di rock).

Anche le movenze sul palco si fanno meno fluide: certo, Jimmy 2 ha studiato bene le pose di Jimmy 1, ma ora hanno un che di sforzato, di meccanico, addirittura fuori-tempo, al contrario della showmanship mostrata da Jimmy 1 in TSRTS e altri filmati pre-decesso.

E a livello compositivo Jimmy 2 ci prova eccome a reggere il confronto, ma The Rain Song è un ricordo lontano, al massimo puoi arrivare ad Achille’s Last Stand con le 4’000 sovraincisioni di chitarra necessarie per portare la canzone a casa (evidence n. 3) e il buon Jonesy che ti dà una mano ad arrangiare.

Altrimenti…Hot Dog. Lucifer’s Rising. Chopin’s prelude.

Questo spiega anche i fallimenti delle collaborazioni successive, con Coverdale e Rodgers che si aspettavano di lavorare con Jimmy 1 e si sono ritrovati Jimmy 2.

Il problema è che adesso Jimmy 2 è Jimmy Page da molto più tempo di quanto non lo sia stato Jimmy 1, e indietro non si torna.

Se Timmy boy potesse piazzare due ritratti di Jimmy, diciamo un ’72 e un ’79, si evidenzierebbe che si tratta di due individui differenti.

Altrimenti basta guardare la manina destra.

Il dibattito, e l’indagine, sono aperti.

©Stefano Piccagliani 2012

Appendice: LE PROVE di Tim Tirelli

Il 29 luglio 1973 (o meglio il 30 visto che il concerto si protrae oltre mezzanotte) termina il tour americano del 1973 e terminano i Led Zeppelin come li conosciamo. Cinque anni in cui hanno pubblicato cinque album bellissimi e portato in tante città uno spettacolo rock come non si era mai visto. Nessuno come loro ha saputo fondere impatto sonoro/importanza storica/songwriting eccezionale/look/senso del rock/ senso del blues/capacità musicali e strumentali /intrattenimento/capacità di far soldi e di saperli gestire. I cinque anni in questione saranno il fulcro di tutto l’avvenire del gruppo, grazie a quanto fatto in questo periodo di tempo, i LZ saranno adorati per decenni a venire.

Il manager Peter Grant e il guru discografico AHMET ERTEGUN capiscono che – dal punto di vista della raccolta frutti…peraltro già abbondantissima – il bello deve ancora arrivare, pongono quindi la loro massima attenzione e cura al progetto LED ZEPPELIN.

Tutto perfetto quindi, beh non proprio…durante le riprese personali per le scene fantasy del film musicale a cui si sta lavorando Jimmy Page, la mente e leader del gruppo muore. Morte in apparenza normale e sciocca: Page cade da un cima montagnosa mentre gira per la terza volta l’ arrampicata. Il freddo, la stanchezza, il fisico non certo allenato…Page molla la presa, fa un volo di qualche decina di metri, batte la testa, muore. In Scozia, vicino alla Boleskine House, sulle rive di Loch Ness, mentre interpreta lo scalatore e l’eremita . Tutto sommato una morte adattissima.

(ultima immagine di Jimmy Page, pochi minuti prima di iniziare per la terza volta la scalata – tardo 1973)

Nel ristrettissimo cerchio Zeppelin la notizia è terrificante. Grant avvisa subito Ertegun che vola immediatamente in Inghilterra e che impone di non divulgare la notizia. Due giorni dopo si tiene un primo meeting segreto in un albergo delle midlands tra Grant, Ertegun, Richard Cole, Plant, Bonham, Jones, il regista delle riprese. I tre assistenti di questi vengono rinchiusi in una sala adiacente. Viene deciso di tenere nascosta la notizia e si ipotizza di continuare come i Beatles fecero con il sostituto di PMC. Jones decide di uscire dal gruppo, Bonham è confuso, Plant si ribella, non ne vuole sapere, vuole chiudere anche lui. Ertegun mette in campo tutte le sue doti e la sua esperienza e per farla breve, nel giro di tre settimane convince sia Jones che Plant. Tutti firmano un documento segretissimo dove si impegnano a non divulgare mai la verità. Sgarrare significa finire – ben che vada – in un istituto per le malattie mentali (il primo ad entrarci è uno dei tre tecnici assistenti alle riprese testimone della morte di JP).

Seguono meeting dove si traccia la strategia su come rimpiazzare Page. L’ottima intuizione di Picca non è completa: non esiste un Jimmy Page 2…ne esistono diversi.

Il 1974 il gruppo tiene un profilo bassissimo: niente concerti naturalmente, si distoglie la attenzione dando vita alla SWAN SONG, si lascia trapelare che Plant deve operarsi alle corde vocali (cosa peraltro vera) e ci si organizza per preparare un nuovo album. Già il nuovo album. Ma come fare? Si rispolverano pezzi registrati e non usati per i tre album precedenti (BRON YR AUR viene dalle session di LZIII / NIGHT FLIGHT-BOOGIE WITH STU-DOWN BY THE SEASIDE da quelle di LZIV / THE ROVER-BLACK COUNTRY WOMAN-HOUSES OF THE HOLY dalle session del 1972 per l’album HOUSES OF THE HOLY). In un primo momento si pensa di far uscire un album doppio, con un disco con questi 7 pezzi da studio e un disco con una selezione di pezzi live presa dalle registrazioni multitraccia fatte nel giugno del 1972 in California (che poi usciranno nel 2003 come HOW THE WEST WAS WON). Gli inediti – pur essendo validi – non vengono considerati sufficienti, c’è bisogno di materiale nuovo, di pezzi che possano diventare nuovi grandi manifesti del sound LZ. Viene chiesto a Jones di scrivere alcuni brani nello stile di Page e di registrare con la band con lui stesso alla chitarra (Jones è un polistrumentista che sa suonare piuttosto bene la chitarra …l’intro di CELEBRATION DAY su LZ III l’ha suonata lui). Si cerca nelle home recording di Page, si trovano spunti interessanti (KASHMIR / TEN YEARG GONE) e da quelle idee abbozzate e dal nuovo materiale composto da Jones nascono gli altri grandi brani che appariranno su PHYSICAL GRAFFITI.

Occorre però un vero chitarrista per registrare certe parti. Spacciando il lavoro come un album solista di Jones, vengono ingaggiati un paio di chitarristi inglesi: CHRIS SPEDDING e BERNIE MARSDEN ma il risultato non è ancora sufficiente, per plagiare il chitarrismo e il genio di Page serve ben altro, così AHMET ERTEGUN e PETER GRANT decidono di rischiare e di mettere al corrente JEFF BECK. Non si conoscono le reazioni di El Becko, fatto sta che due settimane dopo Beck è in studio con la band, registrando con le chitarre, gli ampli e lo stile di Page i rimanenti pezzi di Physical Graffiti.

Beck a questo punto è totalmente coinvolto ed entra dal punto di vista legale e dei profitti nei LED ZEPPELIN, però non può salire sul palco nel vesti di JP. Inizia la ricerca di un sostituto che assomigli come una goccia d’acqua (o quasi) a Page e che sappia suonare la chitarra.  Come accennato da qui in poi in realtà i sostituti saranno diversi nel corso degli anni, mai chiarito dove finissero poi a fine lavoro.

FINE 1974/INIZIO 1975 – JIMMY 2: viene scovato vicino Londra un chitarrista discreto che assomiglia incredibilmente a Page, anzi è persino più bello e affascinante: sarà l’unico – dal punto di vista del visual – ad essere all’altezza dell’originale. Il gruppo parte per il tour americano annunciando che Page si è fatto male all’anulare della mano sinistra ma che comunque il tour viene confermato. Le non eccezionali perfomance del chitarrista vengono quindi giustificate dalla cosa. Plant si ammala nel primo giorno del tour: si porterà dietro fino a marzo la bronchite, le sue performance saranno miserabili, ma ciò contribuisce a mascherare  l’assenza del vero JP spostando l’attenzione su di lui. A fine tour i contrasti con Jimmy2 porteranno all’allontanamento di quest’ultimo. Jimmy2 diventerà un tossico, non ci sarà bisogno di farlo internare. Morirà (a quanto si sa) alla fine del 1978. Il tour comunque è un successo incredibile, il nuovo album arriva in cima alle classifiche riportando anche i precedenti cinque nei TOP 200 di Billboard.

(Jimmy 2 – 1975)

1976: altro anno praticamente sabbatico dal punto di vista di tour e di apparizioni pubbliche. In gennaio viene registrato a Monaco di Baviera (lontano da occhi indiscreti dunque) PRESENCE. Molte parti di chitarra vengono in origine registrate da Jones alla tastiere, per poi essere rifatte da Jeff Beck e, almeno secondo indiscrezioni, da Roger Fisher (HEART) e Paul Chapman (LONE STAR) che avrebbero contribuito alla scrittura dei brani insieme a  Jones. Un errore in fase di missaggio svela quanto appena scritto: in ACHILLES LAST STAND è ancora udibile per qualche secondo la tastiera di Jones. In aprile esce PRESENCE. In ottobre il doppio live e film THE SONG REMAINS THE SAME, basato sulle ultime apparizioni live del vero Jimmy Page (NY Madison Square Garden 27-28-29 luglio 1973). Invece di mandare in tour il gruppo, il management manda in tour questo film, soprattutto nei paesi meno battuti, alimentando il mito con un film spettacolare relativo al gruppo originale.

1977 – JIMMY 3: entra in scena un nuovo chitarrista, ma la scelta è meno felice del precedente. Il tour deve partire in febbraio, ma Jimmy 3 non è ancora ad un livello decente (non lo sarà comunque mai). Si sposta tutto ad aprile. Viene fatta circolare la voce che Jimmy Page è debilitato, che le droghe stanno minando le sue capacità. Il pubblico se la beve e, seppur pieno di violenza, il tour consacra il gruppo ai vertici del rock mondiale. Dalla scaletta viene tolta DAZED AND CONFUSED, troppo particolare per essere affrontata da un chitarrista normale. I bootleg evidenziano le magagne chitarristiche…quanta differenza tra Jimmy3 e il vero Page. I lunghi capelli neri sempre davanti al viso e il completo bianco con papaveri e dragoni rendono Jimmy3 una copia estetica accettabile. Durante la terza parte del tour, muore all’improvviso, il figlio di Plant. Tutto si ferma di nuovo. Jimmy3 ad un certo punto sparisce. Non si sa altro.

(Jimmy 3 – 1977)

1978 : in maggio Plant accetta di ritrovarsi qualche giorno allo CLEARWATER CASTLE nella foresta di Dean in Inghilterra con Ertegun, Grant, Richard Cole, Bonham, Plant e Beck. Quest’ultimo non riesce più a gestire la cosa.  Garantendo il massimo riserbo, esce dalla società. Plant, Jones e Bonham fanno qualche prova. In novembre il gruppo si ritrova ai Polar Studio di Stoccolma (anche questa volta lontano dai riflettori londinesi o americani) per registrare un nuovo album. Jones suonerà molte parti di chitarra. Roger Fisher degli Heart completerà il resto. L’album è – per cause di forza maggiore – keyboards oriented.

1979/1983 – JIMMY 4: in gennaio 1979 viene reclutato quello che viene schedato come Jimmy4, uno svizzero di madrelingua inglese, del giro di  Claude Nobs. Fisicamente simile, non una goccia d’acqua… ma ormai passa l’assunto per cui le strane metamorfosi facciali (e fisiche) di Page sono dovute al massiccio uso di eroina. Jimmy 4 non è malaccio, ma è davvero troppo magro e mediocre come chitarrista. Però si integra bene con la band, accetta gli ordini di Plant, insomma fa il Jimmy Page senza pensare di essere diventato Jimmy Page (cosa accaduta ai precedenti due). Due date a Copenhagen e due date a Knebworth e il 1979 dal punto di vista delle esibizioni (seppur misere) passa. In agosto l’album IN THROUGH THE OUT DOOR irrompe nelle classifiche e benché non sia certo un capolavoro vende tonnellate di copie. Ertegun e Grant dovrebbero essere contenti, ma la cosa inizia ad essere un peso insopportabile.

(Jimmy4 a Knebworth 1979… è evidente che si tratta di una altra persona)

Nel 1980 si decide di capitalizzare al massimo – prima di una fine che sembra imminente – e si inizia ad ipotizzare un nuovo tour negli USA. Plant impone qualche data in Europa per vedere se la cosa può almeno avere un senso. Vengono organizzate un po’ di date a maggio, ma Jimmy4 non pare in grado. Vengono spostate tra giugno e luglio. E’ probabilmente il punto più basso toccato dai LZ. Seppur senza le grandi maratone del passato, e con la giustificazione dell’approccio sporco del punk di gran moda in quel periodo, le esibizioni sono – dal punto di vista chitarristico – deprimenti. Jimmy4 si nasconde dietro occhiali da sole e completi eleganti, ma le mani non vanno. Inizia a conficcarsi nella mente del giovane Picca, presente alla data di Zurigo, la intuizione che c’è qualcosa che non va, che quello non può essere Page.

(Jimmy4 durante il tour del 1980)

Plant non è convinto, Bonham non parla, Jones è soggiogato dal sempre maggior potere che acquista all’interno del gruppo, la situazione è confusa, ma si decide di partire per l’ultimo grande tour negli USA. Un paio di settimane prima di partire Bonham muore. Sappiamo tutti come è andata. A quel punto tutto crolla, o meglio crollano i LZ. Sì, perchè il problema Page rimane. Non si può certo far morire anche lui, troppi sospetti si aprirebbero sulla società  Zeppelin. Grant molla, Plant e Jones non ne vogliono più sapere. Ertegun delega la faccenda Page a Phil Carson (capo della Atlantic inglese). Nel 1981 esce a nome  Jimmy Page la colonna sonora di un brutto film di Michal Winner, DEATH WISH2. In relazione a questi anni si hanno meno certezze, ma pare che in studio ci fosse Roger Fisher, appena uscito dagli HEART. Phil Carson convince Beck ad includere Jimmy4 nel tour dell’Arms nel 1983. Viene messo al corrente della cosa Paul Rodgers. I due si presentano insieme, in alcune canzoni lo stesso Rodgers prende in mano una Gibson Les Paul per coprire l’inettitudine del chitarrista che ha a fianco. Il risultato sarà scabroso. Jimmy4 viene cassato. Non si sa che fine abbia fatto.

1984/2000  – JIMMY 5: Phil Carson gestisce orma il tutto da solo, Ertegun non ha più il polso della situazione e il resto dell’entourage Zeppelin ormai è preda dei demoni e dei sensi di colpa dell’operazione. Plant cerca di distrarsi con la carriera solista. Sorprendentemente Carson convince Rodgers a fare qualcosa utilizzando il marchio Jimmy Page. Si inventano i Firm. Reclutano Chris Slade e Tony Franklin (ai quali non verrà detta la verità) e un chitarrista australiano nato in Inghilterra, un certo Leopold. Il tipo è, o meglio era un buon chitarrista, è molto amico di un conoscente di Carson. Il problema è il 1984, il tipo prende tutto alla leggera, è fuori allenamento, suona una Fender Telecaster con il B-Bender e adotta un look che forse è adatto ai bar di Perth, non certo per l’Hammersmith di Londra. Rodgers lo convince ad usare la Gibson Les Paul almeno in qualche pezzo. Io ho visto Jimmy5 dal vivo a Pistoia in quell’anno, posso giurare che – morisseilpapa-  quello non era Jimmy Page.

(nella foto Jimmy5 aka Leopold: è evidente che questa persona non è Jimmy Page)

Gli anni 1985 e 1986 andranno un po’ meglio. Sotto controllo di Rodgers , viene assunta una stylist per rendere accettabile il look di Page. Leopold insiste a volte con discutibili camicie hawaiane, ma per il resto il tutto sembra funzionare abbastanza bene.

(Paul Rodgers con Leopold/Jimmy5 dal vivo con i Firm nel 1986)

 (Jimmy5 con i Firm nel 1986 dopo l’intervento della stylist)

Jimmy5 viene inviato a calarsi meglio nel ruolo, a curare di più il suo aspetto e la sua tecnica. Il risultato sotto certi aspetti è sorprendente.  Nel 1988 esce OUTRIDER, scritto da Jimmy5 e Roger Fisher. Album modesto ma che lascia trasparire in alcune sue parti momenti ispirati (l’assolo di HUMMING BIRD potrebbe davvero essere stato fatto dal vero Jimmy Page). Lo stile per i più è perfetto, per i pochi invece è evidente che chi suona e scrive è un finto Jimmy Page che fa il Jimmy Page. PRISON BLUES è troppo Jimmy Page per essere davvero Jimmy Page. Chiaro no? John Miles, Durban Laverde, Jason Bonham sono convinti di stare a suonare col Jimmy1.

Jimmy5 nel tour relativo sorprende tutti, me compreso: la prima data (naturalmente quella ripresa da MTV e mai trasmessa) è un mezzo disastro, Jimmy preso dall’emozione è scoordinato e pasticcione, ma nei concerti di ottobre e novembre si rivela un grandissimo chitarrista. Sembra il Jimmy1 dei giorni d’oro. L’emozione è un po’ il tallone d’Achille di Jimmy5: in maggio per il 40esimo anniversario della Atlantic cicca clamorosamente l’appuntamento con la storica reunion dei LZ, ovviamente in mondovisione. Milioni di persone si domandano se davvero quello è Jimmy Page. Ahmet Ertegun e Phil Carson avevano persino preparato un comunicato temendo il peggio.

Nel 1990 esce il Box set rimasterizzato, Leopold viene portato in giro per un tour promozionale dove nelle mille interviste recita la particina impartitagli da Ertegun e Carson.

Nel 1991 Jimmy5/Leopold viene messo insieme a Coverdale. A David non viene detta la verità, ma il cantante del Serpente Bianco intuisce che qualcosa non va. Passano due anni prima di vedere pubblicato il disco, il tour mondiale relativo viene annullato e solo una manciata di date in Giappone prendono forma. Si ipotizza che Coverdale abbia capito tutto, ma che sia stato convinto a continuare.

Nel 1995/98 visto la sua più che buona (per un musicista di quel livello) tecnica chitarristica Leopold viene affiancato a Plant, voglioso di tornare a riempire arene da 20.000 posti. Il live UNLEDDED/NO QUARTER dove rileggono classici dei LZ e WALKING INTO CLARKSDALE, deboluccio album di pezzi nuovi. I tour del 94/95/96/98 fanno registrare ovunque il tutto esaurito. Per Plant sembra quasi di stare a suonare col vero Jimmy1, Leopold in più è affabile, affidabile e anche di buon umore. Ha smesso di bere, solo l’abbigliamento rimane una nota dolente. Inizia a perdere i capelli. Nel 1998 la stylist lo costringe ad un drastico taglio della chioma e ad infoltire un po’ il bulbo con tecniche d’avanguardia.

(Jimmy5 coi capelli corti – in mano un bootleg con in copertina una immagine di Jimmy2 del 1975)

Nel 1999/2000 fa due mini tour con i Black Crowes, il chitarrismo è scaduto nuovamente, ma in una band con tre chitarre la cosa è meno evidente (ai più). Leopold ha ripreso a bere, si presenta in concerto con una terribile felpa nera che mostra una pancia che il nostro anglo-australiano sfoggia con poca eleganza. Il tour del 2000 deve toccare anche le nostre sponde, ho il biglietto per il Forum d’Assago, ho voglia di rivedere il vecchio Leopold… ma tutto viene annullato, causa un mai chiarito mal di schiena di Page (cioè Jimmy5).

Da lì in poi tutto si fa confuso, almeno per me che negli anni duemila perdo i miei contatti all’interno dell’entourage. Nel 2003 vengono pubblicati un triplo live del 1972 (che vende un milione di copie in america, disco di platino) e un vendutissimo doppio divudi (che vende nelle prime settimane 400.000 copie, quattro dischi di platino) dei Led Zeppelin.

Verso la fine del decennio compare in pubblico e in concerto (la storica reunion del 2007 per celebrare Ahmet Ertegun morto nel 2006) un signore con una lunga criniera bianca, una specie di George Washington, con lineamenti orientali vagamente simili a quelli che potrebbe avere Jimmy1 fosse ancora vivo. Io rimango a bocca aperta. Non so chi sia quel signore, non suona mica tanto bene la chitarra ma è capace di muovere folle oceaniche…. la reunion genera aspettative altissime e una richiesta di biglietti da record assoluto.

A tutt’oggi il mistero rimane irrisolto. Io sono confuso, sono addirittura arrivato a chiedermi “ma era davvero morto Jimmy1? Non è che invece 39 anni fa decise di sparire per ricomparire solo in questi ultimi tempi? ” Ertegun è morto, Peter Grant è morto, Phil Carson è scomparso non si sa dove….Plant e Jones sono davvero al corrente della verità? Chi è che sa qualcosa? Insomma chi cazzo è quel tipo che chiamiamo Jimmy Page?

© Tim Tirelli 2012