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IL BLUES DI RADIO CAPITAL

16 Feb

Diretto a Stonecity come tutte le mattine, salto tra l’ascolto di un cd (stamattina è OUT OF THE BLUE della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA) e il programma LATERAL di Luca Bottura su Radio Capital. Ogni tanto, durante la pubblicità, cerco di intercettare Picca su Modena Radio City.

Stamattina nella sua rassegna stampa obliqua, Bottura passa BACK IN BLACK degli AC/CD.  E’ uno spasso ascoltare questo speaker, sempre arguto, ironico, intelligente, spesso irresistibile….emiliano.

(Luca Bottura)

Arrivo a Stonecity, sono le 08,54 e Bottura fa partire BOOM BOOM di JOHN LEE HOOKER. Sono ormai più di 10 anni che sono un ascoltatore e fan di Radio Capital (eccezion fatta per quel disgraziato periodo in cui tutto fu dato in mano a Linus), ma mi sorprendo ancora del fatto che un (seppur splendido) network commerciale nazionale alle 8,54 di un giovedì mattina passi il blues di John Lee Hooker. Sono molto felice che la radio in questione faccia parte del gruppo editoriale l’Espresso, che il mio conterraneo (Bastiglia, qualche km a ovest di Ninentyland ) Vittorio Zucconi ne sia il direttore, che l’ineguagliabile Mixo sia uno del gruppo e che gli altri speaker/giornalisti siano di un livello per me molto soddisfacente.

Hasta RADIO CAPITAL siempre!

 

IL GIUDIZIO DI ALBERTO RADIUS SU “ROCK AND ROLL” DEI LED ZEPPELIN

15 Feb

Qualche tempo fa sono stato spettatore di una discussione avvenuta su una pagina facebook dedicata all’Hard & Heavy che vedeva come protagonista – suo malgrado – Giancarlo Trombetti. Alcune metal heads parlavano del giornalismo musicale in Italia, tra i nomi fatti venivano citati i due pesi massimi che collaborano anche a questo blog. I rilievi che nascevano intorno a questi due nomi erano tutti positivi. Poi, ad un certo punto, uno di questi metallari inveisce contro Trombetti, accusandolo di un crimine orrendo: più di vent’anni fa – in una trasmissione tv a carattere musicale – non aveva pagato il giusto tributo a Randy Rhoads, sostenendo che la morte prematura ne aveva senza dubbio amplificato il mito e che, come chitarrista di quel genere,  preferiva Brad Gills.

Giancarlo, venuto a conoscenza della cosa, si è infilato nella discussione cercando di spiegare le motivazione del suo pensiero ma se ne è dovuto staccare presto quando il tutto ha preso una connotazione grottesca, con tanto di sfottò. Giancarlo a tal proposito ha pubblicato qualcosa su una rivista online, avrei potuto ospitare la cosa anche sul blog ma ho preferito soprassedere…da queste cose non se ne esce…quando le discussioni su forum, blog e spazi simili escono dai binari del buon senso c’è veramente poco da fare e ho voluto evitare che il blog diventasse suo malgrado teatro di questa faccenda.

Ho riflettuto parecchio però sulla cosa, innanzitutto perché non mi sembra che Giancarlo abbia detto niente di speciale…voglio dire…Randy Rhoads è stato un ottimo chitarrista che ha partecipato a due ottimi album di Hard’n’Heavy la cui morte prematura ha giocato un ruolo fondamentale nel farlo ascendere nell’Empireo dei beati dell’heavy rock. Non arrivo a dire che preferisco Brad Gills, ma se anche mi piacesse più Carlos Cavazo di Rhoads…che problema ci sarebbe? Io preferisco Mick Ralphs a Jimi Hendrix, è un problema? Jimi Hendrix è stata una figura molto più importante, ha fatto la storia del rock, Ralphs tutt’al più è stato uno da seconde linee, ma tocca la mia sensibilità più lui che Hendrix, che comunque amo. Ma poi non è nemmeno questo il punto…proviamo con un altro paragone: io preferisco Jimmy Page a Jimi Hendrix, anche prendendo in esame i soli primi quattro album dei due. Come composizione, come chitarrismo, come gamma espressiva, come importanza per la musica rock. Se poi qualcuno ha un altra idea e pensa che Hendrix sia sopra di tutto e tutti, nessun problema, mi tengo le mie convinzioni. Mica offendo – così a caso – che so Giancarlino Trombetti perché preferisce Hendrix o Zappa a Page, lui si terrà le sue idee io le mie…e ad ogni modo stiamo parlando di grandi musicisti.

(Randy Rhoads)

Mi son poi chiesto come deve essere messo questo metallaro che se la è presa così tanto e che per vent’anni si è portato dentro al cosa. Me lo chiedo anche adesso, ma poi mi faccio un esame di coscienza e mi confesso che anche io ho in mente un giudizio discutibile di Alberto Radius su Jimmy Page che lessi più di trenta anni fa. Certo, io non ho mai offeso Radius, ma se allora fosse stato disponibile internet, me ne sarei stato zitto?

(Alberto Radius)

La cosa avvenne su un CIAO 2001. C’era una rubrica che prevedeva che ogni settimana un ospite fosse invitato in redazione ad ascoltare alcuni pezzi alla cieca per poi indovinare di che artista o gruppo si trattasse. Fecero ascoltare ROCK AND ROLL dei Led Zeppelin dal live THE SONG REMAINS THE SAME ad Alberto Radius, appunto. Lui seppe dire solo questo:

“Uhm sembra punk..uh, ma qui il chitarrista si è perso…come? è Jimmy Page?…ragazzi come crollano gli idoli..”

(Jimmy Page – 1977)

Ecco io mi porto dietro questa zavorra mentale da 30 e passa anni (mi pare fossimo nei fine settanta). A parte che mi chiedo come facesse uno che chiamava Jimmy Page idolo a non riconoscere ROCK AND ROLL, vi pare che JP nel 1973 sul live TSRTS  fosse ad un livello da “come crollano gli idoli..”? Io poi mi sono sempre chiesto come mai Radius avesse tutta questa considerazione, qui in Italia lo hanno sempre fatto passare per un virtuoso. Ha fatto un paio di singoli carini, anche un paio di album, ma non mi pare sia il chitarrista che vogliono farci credere.

Si vede dunque che certe frasi, soprattutto se all’interno di discorsi relativi a cose a noi molto care, si appiccicano al cervello e non vengono più via. Potrei ad esempio citare più o meno a  memoria la recensione di SLIDE IT IN che Beppe Riva fece su Rockerilla nella primavera del 1984. Avevo appena comprato l’album in questione fresco di stampa, disco che mi piaceva un sacco, mentre tutto intorno avevo gente dedita alla new wave, al post punk, al rock americano tipo Springsteen, alla disco o al nuvo elettro pop. Questo segnò un altro step di eterna gratitudine verso Beppe che con quella recensione mi fece sentire meno solo. E pensare che oggi è un carissimo amico. Chi lo avrebbe detto.

Ad ogni modo, non v’è dubbio: certe sciocchezzuole rimangono attaccate all’animo.

NON C’ E’ LIMITE AL RIDICOLO (inziative editoriali musicali italiane blues) di Giancarlo Trombetti

13 Feb

Stupratori di gruppo, assassini e mangiatori di cani indifesi, politici ladri e incompetenti, stragisti e razzisti, spacciatori, tuttologi. Sono queste le categorie che proprio non riuscirei mai a salvare dall’ira di Dio, neppure potendo farlo. Potrei anche aggiungere chi mi rubò la prima moto nel 1972 o i gestori di discoteche ma sarebbe un qualcosa in più. Nulla potrei mai fare, nel mio piccolo, per evitare la diffusione delle prime categorie di disutili e criminali, e ancor meno, purtroppo, per l’ultima, quella dei tuttologi, se non indirizzare contro di loro le mie invettive. Oggi mi limiterò a condannare l’irrilevanza apparente dell’ultima categoria elencata.

Ritengo che non possa esistere al mondo persona dotata di tale cultura, tale conoscenza, tale ingegno e facoltà critica da potersi permettere di dire, validamente, la sua non solo in qualsiasi campo ma anche e spesso anche solo limitatamente ad un unico campo ben individuato. Non credo ai critici d’arte che vadano dall’arte romana a Picasso, non credo ai critici cinematografici che possano conoscere, apprezzare e giudicare allo stesso modo Charlie Chaplin e i fratelli Cohen, non credo che possa neppure esistere un critico musicale che non dico possa esprimersi, ma possa addirittura aver ascoltato anche solo una volta tutti i generi musicali esistenti. E di conseguenza possa disquisirne criticamente. Voglio andare oltre: io credo fermamente che non esista neppure un critico musicale, ad esempio, in grado di dare giudizi competenti anche limitatamente a un solo filone musicale, pur ampio, quale, ad esempio, l’heavy metal. Figurarsi se costui dovesse mai parlarci dell’intera storia del rock. O del pop.

Non più di tre giorni fa mi trovavo a recuperare informazioni sulla grafica e sulle meravigliose illustrazioni, la cartellonista, la fumettistica, che hanno caratterizzato la California di fine anni sessanta. Sono un appassionato dell’arte psichedelica di Stanley Mouse e Alton Kelly, delle grafiche di Rick Griffin, di Robert Crumb, di Bruce Steinberg, della nascita di quella corrente meravigliosa che confondeva la musica con la grafica riuscendo ad attecchire, in seguito, persino in spazi di elevata commerciabilità come, ad esempio gli skateboard o le tavole da surf restando credibile. E dato che quell’arte è sempre andata a braccetto con le copertine degli album che provenivano da San Francisco, ne sono sempre stato affascinato. Ricordo che godevo degli ambigramma nascosti nelle copertine o nei manifesti e che perdevo tempo a godermi della soddisfazione di scoprirli. Non ricordo esattamente per quale motivo, ma sono stato colpito dalla notizia di una mostra di fotografia rock organizzata da Guido Harari. Guido è nostro Robert Ellis, il nostro Ross Halfin, il nostro Mark Weiss, l’Annie Leibovitz italiano…il prototipo del fotografo rock, come diversi amici personali che ho avuto con me negli anni. Guido è un signor professionista che ha scelto di metter su, ad Alba la città dove vive, una galleria di fotografie rock e l’ha inaugurata con My Back Pages, un omaggio alla poesia di Dylan e ad alcuni maestri italiani che ha incontrato nel corso della sua carriera. Bello, coraggioso e interessante. Ma non è di questo che volevo parlarvi. Poco sotto, un’altra notizia: Dario Salvatori sta scrivendo, ha scritto, scriverà undici volumi di musica, un secolo di note dal 1900 ad oggi. Immediatamente ho pensato: “Guarda che belinate scappano ai correttori di bozze; si tratterà di musica dal 1990 ad oggi…che sarebbe già un bel casino!”. Poi mi è caduto di nuovo l’occhio sul numero: undici volumi…No, Dio mio, no! Ti prego, ti supplico, fa’ che si tratti di un errore, fa’ che sia un refuso, fa’ che…..no, no…proprio undici volumi. Undici. Volumi. Undici. Incredibile. Pazzesco. Delirante. Montanelli scrisse la “Storia d’Italia”, ventidue volumi, ma si era fatto aiutare da Gervaso e Cervi…leggo. Le mani mi tremano. Poi, incredulo, corro sul web e cerco conforto in una smentita. No, tutto vero. Dario Salvatori, il sessantenne che si veste da cinquant’anni come un surfista dodicenne, il vecchietto che tutto crede di sapere sul pop italiano, l’uomo che ci dispensa da troppe decadi notizie sui festival sanremesi e sulla subcultura dell’evanescente pop italiano, l’uomo che senza Arbore sarebbe stato relegato a vita tra le pagine di Ciao 2001 a scrivere di Gianni Pettenati e Gianni Morandi partorisce undici volumi per la Arcana.

L’istinto è di chiamare il direttore editoriale per chiedere cosa possiamo aver fatto per meritarci tutto questo. Però decido di leggere l’intero articolo. Così scopro che Salvatori vedrà distribuiti i suoi undici volumi da oggi al 2014, senza un ordine cronologico, mescolando passato remoto e contemporaneo; il miglior modo per non vendere una copia e non capirci una mazza, rifletto congratulandomi con la direzione editoriale che deve aver scelto e pensato questo metodo credendo così di catturare un maggior numero di affezionati, quelli che “ormai l’ho cominciata e devo arrivare in fondo”.  Scopro poi che verrà data preponderanza alla musica italiana rispetto “alla scontata egemonia della scuola anglo-americana”…già, come se i nove decimi dei pezzi in classifica in Italia dalla metà dei sessanta alla metà dei settanta siano stati originali e non frutto di una versione nostrale tradotta e riadattata. Scopro che Dario indica in Fregoli l’antesignano di Bowie e Renato Zero…rileggo…no, no, è scritto proprio così: Bowie deve aver tratto ispirazione da Fregoli di cui neppure oggi deve conoscere l’esistenza.  E scopro infine, torturato dal desiderio, che sarà il volume sugli anni settanta quello che rivelerà le posizioni “eretiche ed anticonformistiche di Salvatori, al limite del revisionismo”. E leggo due esempi : il primo in merito al rock progressivo. “Una vera e propria bufala inventata a tavolino dai giornalisti di Melody Maker – dice costui – in un’epoca in cui i dischi si vendevano, ma assolutamente antiradiofonica e inascoltabile. Persino i Pink Floyd suonavano di fronte a un pubblico in catalessi e strafatto e i vari festival non erano altro che scuse per stracannarsi. Un fenomeno che ha attecchito soprattutto in Italia a causa del vuoto pneumatico della nostra scena musicale.”.

E Salvatori individua nei cantautori – si fanno i nomi di De Gregori, Vecchioni, Guccini – i responsabili di questo massacro con “mandatario occulto Bob Dylan; ha istigato qualsiasi giovane incapace di suonare a prendere la chitarra e strimpellare la sua canzone di protesta. Dylan, però, sapeva cantare, i nostri no!”.

Sono stupefatto. No, non per le affermazioni di Salvatori ma per il coraggio della Arcana di pubblicare un progetto del genere. Giuro: sono confuso. Per qualche minuto non riesco neppure ad incazzarmi. Poi, decantato lo stupore, inizio a fare due conti. E penso a un’intera generazione di musicisti cancellata da un’affermazione non tanto avventata quanto del tutto priva di basi; penso agli effetti degli stupefacenti sulla mente umana, penso all’arteriosclerosi galoppante, penso al delirio di onnipotenza, alla sconfinata presunzione di un ragionamento simile. Penso a gruppi come Pink Floyd, King Crimson, Yes, Genesis, Jethro Tull, Emerson, Lake & Palmer, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator…e mille altri. Penso all’intera scuola di Canterbury, come ebbero a chiamarla, ai Soft Machine, i Gong, i Caravan…penso ai tedeschi che dal rock progressivo crearono una loro scuola, quella di Faust, Tangerine Dream, Can, Kraftwerk….penso all’America e a Styx, Kansas, Rush, Boston, Journey, penso a Todd Rundgren.  Penso a Tubular Bells e a Mike Oldfield e ai miliardi di miliardi di sterline fatti da Richard Branson……con una sòla? …Penso che anche noi italiani ci avevamo provato e ricordo che non eravamo così scadenti…..penso a Premiata Forneria Marconi che restano tra i migliori strumentisti italiani, penso a Le Orme, al Banco del Mutuo Soccorso, Balletto di Bronzo, New Trolls, gli Area.

Penso a personaggi del calibro di Keith Emerson, Robert Fripp, Peter Hammill, David Allen, Roger Waters, Ian Anderson e mi rendo conto che possano essere solo il frutto di fantasie, inventati dalle magiche penne dei giornalisti inglesi, geniali creatori di mode, spettacolari promotori del nulla su un foglio mal impaginato come Melody Maker.  Penso ai quasi quarant’anni di permanenza in classifica di album come “Dark side of the moon”, uno dei dischi più venduti di tutti i tempi, ai suoi 55 milioni di album stimati prima del recente re-impacchettamento. Penso a quanto bravi debbano essere ed essere stati i giornalisti inglesi che hanno saputo prendere per il culo un Globo, influenzandone gusti e propensione all’acquisto. Penso a un mondo intero che legge Melody Maker o che, prima di acquistare un album si informa delle sue preferenze. Penso che persino in Italia, dove sono esistiti e hanno lavorato geni incompresi della carta stampata come Dario Salvatori, vere dighe umane all’abominio anglosassone e statunitense, dighe travalicate dal nostro pessimo gusto musicale, quel rock progressivo sia riuscito ad attecchire, malamente, condizionando il gusto di milioni di deficienti privi di potere di discernimento.

Penso a centinaia, migliaia di ore di musica che credevo essere meravigliosa che conservo, imbecille che non sono altro, nei miei scaffali. Penso che io sono certo che lui, il Dario dalle giacchette colorate ed i capelli tinti, avesse tentato di salvarci da questa bufala, da questo falso storico e che noi abbiamo schiacciato sul muro il giudizio del Grillo Saggio.

Poi penso che tutto quello che Salvatori vorrebbe che noi gli comprassimo non è delirante, non è presuntuoso, non è folle: è semplicemente il parto di un cretino. Penso a lui e al mucchio selvaggio di dementi che, proprio come lui, creano sul web enciclopedie sul Tutto e l’Assoluto che qualche povero Cristo prende per buone e penso, infine, che io, quegli undici volumi, me li comprerò. Sai mai che il mio intestino pigro decidesse un giorno di risvegliarsi? E quel giorno voglio trattarlo bene, il mio sederino.

(“Ma attenzione, eh? Perché tra l’avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e il muovercisi dentro perfettamente a proprio agio esiste la stessa differenza che c’è tra l’avere il senso del comico e essere ridicoli.”. Gaber – Luporini “Il Presente” 1981.)

Giancarlo “I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere”  Trombetti

Il blues de IL MANIFESTO di Polbi

10 Feb

Polbi mi ha anticipato scrivendo ed inviandomi queste due righe. Pubblico quindi molto volentieri questo pensiero…anche se sono anni e anni che IL MANIFESTO fatica  e che continua a chiedere campagne di sostegno ai propri lettori. Certo, un giornale dovrebbe reggersi sulle proprie gambe da solo, se non ce la fa giusto che chiuda. Questo in una società più o meno civile…da noi dove il mercato non è proprio liberissimo, dove c’è chi controlla e possiede buona parte dei media e della informazione, mi sembra il minimo per gente come noi cercare di far sopravvivere il giornale in questione il più a lungo possibile.

 

 

Chi legge questo blog, a patto di non essere afflitto da gravi forme di dissociazione psichica e/o disturbi vari, quale multiple personalità e simili, non puo’ essere di estrema destra. E qualora lo fosse, se ha letto il blog finora, continuerà a farlo comunque.

Questa piccola introduzione per dire una cosa : Il Manifesto, quotidiano piu’ volte citato da queste parti, rischia seriamente di chiudere.

E questa sarebbe una grossa perdita per la scena culturale Italiana.

E’ un punto di vista alternativo e democratico insostituibile, uno spazio di approfondimento e dibattito culturale quotidiano unico. Specialmente per chi, come noi, non si allinea alle logiche asettiche ( e mi azzardo a dire nemmeno tanto efficaci ) del mercato. Senza dover essere comunisti o socialdemocratici, o nemmeno pacifisti o antagonisti, ma anche solo e semplicemente curiosi e progressisti, sul Manifesto troverete pagine e pagine di materiale stimolante. Scoprirete scrittori, fumetti, dischi, artisti di ogni genere. Potrete sapere cio’ che succede di bello ed interessante, magari dove meno ce lo aspettiamo, a Scampia o nelle metropoli del mondo occidentale. Troverete pane per i vostri sempre affamati denti, reportage, analisi, grandi firme e perfetti fantastici sconosciuti. Potrete leggere Alias il sabato, una delle migliori riviste di musica, cinema e arte in circolazione, e le Monde Diplomatique tradotto in Italiano. Troverete una redazione che dal direttore al centralinista lavora per 1300 euros al mese, ma mette piu’ passione di chi guadagna dieci volte di piu’. Comprandolo ogni giorno in edicola, darete un aiuto importante a tenere aperto uno spazio di liberta’, una pacifica nave pirata, in un mare di pensiero unico e conformista.

Una botta quotidiana di colore in tutto questo grigio.

 

Paolo Barone 2012

DETROIT CITY BLUES: SELECTED STORIES di Paolo Barone…insomma…il nostro Polbi.

12 Gen

Polbi è un po’ il nostro Raymond Carver, le sue storie, il mondo in cui le racconta…quei blues americani interpretati con accenti provenienti da Roma e da Scilla, quella sua visione della vita così libertaria, attenta, curiosa e soprattutto rock and roll. Polbi, ah, uno dei nostri fiori all’occhiello.

Camminando lungo le strade della vita facciamo tanti incontri. L’INCONTRO

Le persone ci raccontano le loro storie, aprono i cassetti dei ricordi. Alle volte fa un po’ male, spesso se ne sente il bisogno. Condividiamo gioie, piccole allegrie, tristezze. Condividiamo emozioni. Ci incontriamo, ci conosciamo e ci riconosciamo negli altri. Queste sono alcune storie di incontri, così come mi sono state narrate dai diretti interessati, parole di vita vissuta.

 L’INCONTRO DEL SOLDATO

Mi avevano spedito in Germania. Stavo facendo il servizio militare, allora era obbligatorio per tutti non come oggi, e mi mandarono in Europa con una nave. Impiegammo dieci giorni, di cui la metà nel mare in tempesta. I miei compagni soffrivano molto, io invece me la sono cavata bene, forse perche’ ho speso tanto tempo in barca, a pesca. Come prima destinazione fui assegnato ad una base americana vicino a Francoforte. Dopo pochi giorni mi dissero che nel tempo libero se volevo potevo frequentare un club, non ricordo bene il nome, sono passati tanti anni, insomma era il posto dove ci riunivamo la sera noi ufficiali. C’era un ristorante, un piano bar, la birra alla spina, niente di speciale ma tutto sommato piacevole. Feci anche amicizia con alcuni tedeschi che ci lavoravano. Gente molto simpatica, mi smontarono subito quando dissi che la nostra presenza in Europa serviva a proteggerli dal pericolo sovietico. Mi dissero che eravamo lì solo per difendere gli interessi economici Americani. Avevano ragione, non feci fatica ad ammetterlo. Cosi’ passarono le mie prime settimane da ufficiale di leva dell’esercito americano in Germania, piacevolmente, senza particolari incombenze. Un pomeriggio mi dissero di andare al club dopo cena che ci sarebbe stato un piccolo concerto, uno spettacolino. Ovviamente, non avendo nulla di meglio da fare, andai. Appena entrato, tempo di sedermi al tavolino con la mia birra, inizia il concerto. Si spengono le luci e sul palco sale Elvis. Si’, proprio lui, Elvis Presley. Era anche lui militare come me, come noi, anche lui di stanza in Germania. Ancora pochi giorni e sarebbe rientrato negli States, almeno così ci disse. Il concerto fu molto divertente, pur non essendo io un grande fan della sua musica. A me piaceva piu’ il country, Johnny Cash piu’ di tutti. Pero’ e’ stato bello vedere Elvis suonare di fronte a me, non eravamo piu’ di cento persone nel club quella sera. E’ stato bello incontrarlo in quel contesto umano, lontano dagli States. Un incontro che ricordo con piacere e che ti racconto oggi, che ho settantacinque anni, con un po’ di emozione e nostalgia.

 L’INCONTRO DELLA RAGAZZA

In quel periodo lavoravo nel miglior topless bar di Detroit. Un posto molto in, ci facevi soldi a palate ballando per qualche ora, le altre ragazze erano molto simpatiche, i Dj’s pure. La clientela era selezionata, non abbiamo mai avuto il minimo problema. E poi c’erano questi colossi, questi addetti alla sicurezza che solo a vederli passava la voglia a chiunque di fare cazzate. Per lo piu’ venivano businnessmen, uomini d’affari, manager, imprenditori. Persone molto ricche e sole, ti davano un sacco di dollari solo per vederti ballare e stare un po’ in compagnia, in un ambiente allegro e spensierato. Alle volte piu’ che andare a lavorare mi sembrava di andare ad un party con le mie amiche. Ovviamente anche le rockstar in tour e non passavano da lì. In pochi mesi avevo visto arrivare Gene Simmons e i Black Crows al completo, con i quali abbiamo anche fatto amicizia e siamo andate insieme a loro al concerto. Il cantante se la tirava un po’, ma il resto della band erano veramente ragazzi semplici e simpatici, ci siamo divertite un mondo con loro! Poi un giorno arrivo al bar e una ragazza mi dice che al piano di sopra c’era Slash, il chitarrista dei Guns & Roses. In quel periodo i Guns erano veramente all’apice, cosi siamo andate un po’ tutte a vedere che tipo fosse. Ma che vuoi farci, non solo non mi sembrava simpatico, ma non c’era verso che cacciasse un dollaro. Pero’ le ragazze erano tutte lì intorno, completamente prese dal suo fascino di rockstar ombrosa. Dopo un po’ arriva da me il proprietario del topless bar e mi chiede chi fosse quel tipo che si atteggiava a superfico e non spendeva un soldo. Glielo dissi, il boss non aveva proprio idea di bands e cose del genere. Non solo, quel capellone proprio non gli quadrava. E allora ando’ al tavolo del chitarrista e piazzandosi a pochi centimetri dai suoi ricci gli urlo’, senti un po’ Splash o come cazzo ti chiami, questo e’ un bar onesto, io non ho idea di chi sei e da dove vieni, ma se vuoi restare qui bisogna che incominci a tirare fuori un po’ di dollari capito?! Scoppiammo tutte a ridere, ma a ridere con le lacrime, vedendo la faccia di Slash che questa proprio non se la aspettava! Il suo fascino da bello e dannato fu definitivamente spazzato via dalle nostre risate, e capita la situazione, lui e i suoi due amici uscirono dal bar con la coda in mezzo alle gambe. A distanza di anni ancora ci penso e mi viene da ridere, …Splash o come cazzo ti chiami!!!

 L’INCONTRO DELL’OPERAIO

Quel giorno avevo appena finito il turno in carrozzeria, verniciatura macchine. Anche se suono in tre differenti bands, anche se andiamo in tour e produciamo dischi, i soldi non bastano per vivere, quindi appena posso vengo a lavorare da questo mio amico che ha una carrozzeria in una zona poco raccomandabile di Detroit, ma che ci vuoi fare, bisogna lavorare. Ti dicevo, finita la giornata un amico mi passa a prendere e andiamo a vedere degli amplificatori in uno dei negozi migliori che abbiamo da queste parti. Un posto grandissimo, ci trovi di tutto, dalle Fender e Gibson originali, roba da decine di migliaia di dollari, a modelli intermedi usati e non, fino alle produzioni piu’ recenti ed economiche. Stanze e stanze piene di amplificatori e chitarre. Noi arriviamo e tutti ci salutano, capirai siamo sempre lì che traffichiamo per un motivo o l’altro, sai come siamo noi musicisti…Fatto sta che arriva un commesso e mi dice, guarda che di la’ c’e’ Bob Seger che prova qualche chitarra…E io, come tu ormai ben sai, sono un rompipalle nato, un punk detroitiano che ha sempre voglia di farsi una risata…Insomma, non so da dove mi e’ venuta, ma entro nella stanza e vedo Bob Seger. Lui mi guarda e io subito gli dico, hey tu sei Bob Seger vero?! Hey! Mi piace tantissimo la cover che hai fatto di quel pezzo dei Metallica! Grande! E lui serio serio mi fissa per un secondo sibilando fuck you man, fuck you. E noi giu’ a ridere…Great guy Bob, great guy!

 L’INCONTRO DEL MANAGER DI SALA

Tempo fa, durante una serata di R’N’R’ particolarmente torrida e divertente ho incontrato il mio amico JP. Dovreste vederlo JP, e’ una specie in via d’estinzione, merce rara. Uno di quei tipi che attraversano la vita con un ottimismo e un allegria contagiosi. Mai, dico mai, l’ho visto lamentarsi, essere di cattivo umore. Posso solo imparare da un tipo come lui. Di lavoro fa il manager di sala al Casino’ di Detroit. Il che vuol dire che e’ responsabile del normale svolgimento di un settore enorme del Casino’, centinaia di slot machines, poker elettronici, giochi di carte, e altri azzardi tipici di questi posti. Io pur essendo un appassionato lettore di Tommaso Landolfi, non ho mai subito il fascino del gioco, anzi, proprio mi lascia indifferente e un po’ borghesemente preoccupato. Sono andato a trovarlo al lavoro una volta e mi e’ sembrata una situazione surreale, luci, suoni, colori, gente di tutti i tipi. Giocate da cinquanta cents e da cento dollari tirate lì con la stessa indifferenza, meccanicamente. Non fa per me. Torniamo a noi, dicevo che quella sera JP era come sempre di leggero buon umore, e mentre scambiavamo quattro chiacchiere da fine serata, si alza in piedi di scatto e mi dice “Non hai idea che mi e’ capitato giorni fa al Casino’! Ero li che facevo le solite cose quando ricevo una chiamata da una assistente di sala. Un tipo ha appena vinto seimila dollari alla slot machine, e non ha affatto l’aria di una persona qualsiasi. Quando ci sono vincite un po’ consistenti, io come manager di sala, devo andare personalmente a seguire l’incasso della giocata e a verificare i documenti della persona. Normalissima routine, mi capita piu’ volte al giorno, ma la mia assistente che dice questo tipo ha un aria strana…la cosa mi incuriosisce…arrivo la’ e mi trovo davanti Lemmy! Fuckin’ Lemmy man! Soo cool man, so cool…Lui, ma proprio lui, come lo vedi nelle foto sui dischi, tutto vestito di nero, il cappello da cow boy, gli stivaloni, la cinta e tutto il resto, in compagnia di una bionda mozzafiato. Gli chiedo i documenti, chiedo i documenti a Lemmy, non ci posso credere. Sbrigo le piccole pratiche del caso e lui signorilmente e con poche parole incassa e va via. L’incontro piu’ cool, piu’ fico, che mi sia capitato in anni di lavoro al Casino’.” If you like to gamble, i tell you i’am your man, you win some, lose some, all the same to me…The only card I need the Ace of Spades!

 L’INCONTRO DELLA CHITARRISTA

Era un momento perfetto in un periodo magico. La mia band apriva il concerto a New York City, poi Bo Diddley e subito dopo The Clash. Locale strapieno, super sold out. Noi eravamo emozionatissimi, un po’ per i Clash e molto per Bo Diddley, era da sempre il mio idolo e dividere il palco con lui voleva dire toccare le stelle, per me questo era un sogno che diventava realta’. Nel backstage c’era molta gente, tutti carichissimi, c’era elettricita’ nell’aria, sul palco, ovunque. In questo turbine di gente ed emozioni, incontriamo per la prima volta Bo Diddley. Lui e la sua band erano in un camerino che cucinavano qualcosa da mangiare. Da non credere, c’era il finimondo e lui era li’, impassibile, che cucinava un non so che tipo di soul food. Gentile, simpatico, un po’ sorpreso da tutto quel casino. E tu capisci che quando dico casino, sto parlando dei giorni della rivoluzione punk a New York, un terremoto, un vero e proprio terremoto. Per noi venne il momento di andare sul palco, e il nostro show fu molto potente, eravamo all’apice e suonavamo nella nostra citta’, alla nostra gente. Il concerto di Bo, devo dire che invece fu un poco meno di quanto mi aspettassi. Molto bello ovviamente, ma in quel contesto, quella sera, forse non al meglio. E poi arrivarono i Clash. E fu come un esplosione. Non dimentichero’ mai il loro show, non dimentichero’ mai Joe Strummer. Nella mia memoria ho immagini di lui che canta e suona, mentre intorno esplodono bombe di luce, come i flash delle vecchie macchine fotografiche. Ovviamente non c’era niente di simile sul palco, ma l’energia che lui e il resto della band sprigionavano era tale che per me erano piccole esplosioni di luce e fumo. Una cosa incredibile, assolutamente unica. Il giorno dopo passammo un po’ di tempo insieme, avevamo la stessa passione per il rock and roll anni cinquanta, ascoltavamo la stessa musica, cercavamo gli stessi vecchi 45 giri. Ho un ricordo dolcissimo di lui. E anche di Bo Diddley, che incontrammo ancora altre volte. Ho dei ricordi molto forti, anzi troppo, e adesso vorrei continuare a fare i piatti, a sistemare la cucina e andare a dormire, prima che quest’onda di emozioni mi travolga.

GUSTAVO (il cartone animato ungherese) e i suoi alienation blues

11 Gen

Ero qui, perso tra una telefonata di un cliente e l’altro, sospeso tra le mie preoccupazioni lavorative quotidiane quando nel mio cervellino inizia a risuonare la sigla di GUSTAVO, quel cartone animato ungherese nato nel 1964 che la RAI prese a trasmettere direi verso la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta. Ora, non voglio fare un post approfondito su questo personaggio, ma un semplice accenno a questo cartoon che ha segnato quelli della mia generazione. Segnato perché è un cartone animato atipico (almeno rispetto a quelli occidentali del periodo), un cartone dove la alienazione dell’uomo moderno viene fuori tutta, un cartone con rumori fastidiosi a far da colonna sonora, un cartone che per musichetta principale aveva uno swing sghembo e obliquo. Da bimbetto rimanevo sempre colpito dalle storielle di Gustavo… grigie, povere, da est europa diremmo oggi, da fallimento del socialismo reale, insomma storielle blues. Niente, tutto qui, post senza importanza questo, solo un rigurgito involontario dal passato…

“Nessuno sarebbe uscito vivo dal suo studio dopo un discorso a cazzo del genere”. Considerazioni sulla TV italiana di Giancarlo Trombetti

27 Dic

DENTRO LA TV IMPERA L’IMPROVVISAZIONE.

Sgombriamo subito il campo dai dubbi: è colpa mia, soltanto mia. Il pomeriggio di sabato non dovrei mai mettermi a fare zapping o se proprio mi dovessi distrarre non dovrei mai capitare su Canale 5. Lo so, adesso vi metterete tutti a dire che la televisione uccide, che non va guardata, che c’è chi fa birdwatching da anni, che altri stanno felicemente seguendo un corso di palombaro d’altura, che molti altri vanno ogni sabato a controllare lo stato dell’avanzamento della processionaria sui pini….bischerate! Tutti guardano con regolarità la tv anche senza pronunciarne il nome con la medesima devozione di Homer Simpson e la voce temporaneamente addolcita quando pensa alla sua…”ti-vì”

Ecco, smettiamola di far finta: quell’infame elettrodomestico ci è utile. Con una buona logica selettiva e con la pazienza di voler sentire più campane ci informa, talvolta anche in tempo reale; ci regala la possibilità di vedere qualche buon film – sì, lo so, talvolta passano pure quelli di Pieraccioni ma non si può sempre avere tutto… –  ci distrae, quando vuole, dai patemi quotidiani e dalle sofferenze di una vita che più invecchi e più ti sembra cortissima. Aiuta gli anziani a trascorrere le loro giornate altrimenti semivuote, fa babysitting gratuito ai bimbi quando non abbiamo altra soluzione. E, in fondo, ci fa anche così incazzare che mantiene al giusto livello l’adrenalina necessaria ad affrontare le mille disgrazie che noi medesimi ci procuriamo da cent’anni per non aver ancora capito da quale parte votare per ottenere un risultato dignitoso.

Vista così la televisione è utilissima. E mi soffermerei ancora un poco sull’ultimo vantaggio, l’incazzatura a fine terapeutico, perché lo ritengo un elemento imprescindibile della fruizione catodica. Non so se a voi è ancora mai capitato, ma a me – che spesso mi trovo solo davanti a uno schermo per mille motivi per voi del tutto irrilevanti – la televisione fa spesso riflettere ad alta voce, come se davvero avessi la possibilità di interloquire con lei, come se davvero lei fosse in grado di rispondermi e controbattere quel che le sto dicendo. E almeno otto volte su dieci mi fa alzare la voce, come farei con un bambino che proprio non ti ascolta o con il tuo cane che ha deciso di farsi i cavoli suoi sul tuo divano. E nonostante l’evidente limitatezza di uno scambio di opinioni a senso unico, quasi sempre lo trovo ugualmente positivo; perché mantiene alto il mio grado di attenzione. E poco conta se io guardi alla tv con sguardo…diciamo più interessato di molti di voi, oppure se semplicemente mi appaia come una sfida il cercarne i trucchi talvolta così evidenti che, pur come ricordava Sherlock Holmes, sono sempre quelli più difficili da scoprire pur essendo quelli più esposti.

Così, nonostante il passaggio pieno al digitale terrestre sia più lento di un guidatore con il cappello al semaforo di turno – quelli che guidano con il cappello sono pericolosissimi per Codice della Strada, non per convenzione!! – talvolta navigo tra le offerte che la moltiplicazione dei canali ci sta iniziando a proporre. E spesso mi trovo a vedere e rivedere il Late Show di David Letterman su Rai5, una cosa che consiglio vivamente a tutti. Non solo perché mantiene allenato l’orecchio all’inglese americano; non solo perché spesso possiamo confrontarci con alcune stelle hollywoodiane e sentirle parlare, finalmente!, con la loro voce; non solo perché alcuni ospiti musicali sono davvero interessanti e non solo perché il conduttore è geniale, bravo, cattivo e spiritosissimo esattamente il contrario dei nostri tentativi di copia, ma anche perché persino ai non addetti sarà una volta per tutte chiaro da dove, i nostri artigiani del video dalle mille presunzioni, vadano a rubacchiare idee e soluzioni.

Luttazzi, Fazio, la Dandini, chiunque si sia mai confrontato con un talk show deve aver passato settimane a studiare tempi, metodi, immagine e taglio dialettico, scenografie, luci e ritmi studiando attentamente il Late Show. Persino la tazza, il mug, da cui Letterman beve il caffè è stata oggetto di copia. Vieni avanti, creativo…

Con la differenza che di Letterman ce n’è uno solo e che quello che lui si permette di dire dei politici e della politica, da noi neppure il più sadico degli intrattenitori avrebbe mai il coraggio di sussurrarlo in un vicolo buio. Dateci un occhio, quando potete. Ma restando fedeli al punto focale dell’incazzatura televisiva a fine terapeutico, non possiamo dimenticare quanto ci aiuti il notare quanto deficienti ci facciano i pubblicitari quando studiano i loro messaggi. No, vi risparmio la pubblicità che qualche anima pia ha fatto sparire dopo una manciata di passaggi: quella del dentifricio migliore dell’altro e dei due sputi confrontati nel lavandino uno dei quali grondante sangue proveniente dalle gengive del malcapitato che aveva, ovviamente, scelto quello sbagliato. Guardando quella pubblicità mi ero domandato subito se avrebbero da lì a poco provato lo stesso effetto con la carta igienica, mostrandoci dal vivo gli effetti deleteri di una spazzata di sedere con una carta troppo ruvida.

Oppure, e spero di non tediarvi, la pubblicità di quell’amaro, Montenegro…quello dove gli amici archeologi portavano via di corsa per l’avvicinarsi di una tempesta un fragile vaso testé recuperato e lo facevano tramite un idrovolante (notoriamente soffice come un cuscino di velluto e adattissimo a questo genere di operazioni) ma sopra ogni cosa volando su di un mare liscio come l’olio ma definito in tempesta….pubblicità battuta alla grande con il nuovissimo spot del medesimo amaro, dove stavolta lo scopo è il recupero di una banda di semideficienti presunti musicisti che si trovano in balia delle correnti su di una specie di piccolo pontile galleggiante, strumenti in mano, visibilmente priva di motore e timone ma misteriosamente…”rotta” come spiega lo speaker e recuperata in tempo per il concertino della sera da un motoscafo che li va a trainare in porto. Invece di sparargli lì, in mezzo al mare e lasciarceli perché di più non avrebbero meritato, data la situazione.

E noi, in un mare di amari, profumi…no, scusate…”essenze”, toponi spaziali che ne fanno uso, giovini dalla mascella quadrata forniti di addominali con tre tartarughe, auto nuove e tutte a “da solo 30mila euro in su”, elettrodomestici di ogni genere e detersivi che sbiancherebbero persino un senegalese, cibi pronti da scaldare ma meglio di quelli di un gourmet e offerte di contratti telefonici che nessuno potrà mai conoscere ma nel frattempo ci si fa due risate in compagnia del comico di turno…noi finiamo con l’apprezzare più la pubblicità della vita reale. Quella pubblicità che è spezzata, talvolta, da un film o da un talk show. E poco importa che tutti lo pronuncino “tolc sciò”, con la elle in bella evidenza: l’importante è che si incazzino, l’uno con l’altro e che ci distraggano da quel che ci sta imbastendo il manovratore, a Roma.  Che poi tutti lo sappiamo che sta trafficando dietro il nostro sedere e ce ne accorgiamo anche ma facciamo finta di non pensarci. Come quando siamo dal dentista: sempre pensare ad altro!

Ma parlavamo del sabato pomeriggio. Non divaghiamo. Al sabato c’è Maria. Lo so, l’ho già detto che la farei in umido per poi darla in pasto ai cani, ma stavolta lei c’entra poco. E’ con il ragazzino canterino di turno e conla Grazia DiMicheleche ce l’ho….la Grazia….ricordo che quando stavo a Roma era la donna di un mio amico; faceva radio lei e non ancora si era fidanzata con il Presidente di una importante etichetta discografica…sì, esattamente quella per cui poi iniziò a pubblicare dischi. Buffo, eh? Una donna senza voce né arte né parte che canta. Ma noi siamo il Paese dove il “sì” suona, dicono; figurarsi le frasi intere. E così Grazia divenne cantante. Proprio comela Carla Bruni: cantante. Poi, Grazia, grazie alle sue doti umane – Graziella e grazie al…non hanno peso nella nostra storia – venne scoperta critica esperta. In grado di cassare o indirizzare  i giovani virgulti messi sotto contratto dalla Fascino prima di partecipare ad “Amici”.

In realtà una squallida accozzaglia di scadenti interpreti in grado solo di scimmiottare qualche loro idolo o di scannarsi tra una diretta e l’altra; una cosca di presuntuosi mistificatori che confondono l’eseguire, il cantare, dall’essere un artista, dal saper comporre. Come se eseguire e comporre facessero parte della medesima Arte.  Ogni tanto c’è qualcuno che canta meglio di altri e dopo sette, otto mesi di televisione diventa un fenomeno di marketing che la casa discografica di turno si accaparra spacciandolo poi per cantante o peggio ancora cantautore: tempo e denari risparmiati. Che tanto è lo stesso: la gavetta qua non la fa più nessuno e tutti sono convinti chela “Legge Pfeiffer” valga in tutto il Globo. Per chi si fosse distratto, la Legge citata è quella per la qualela bella Pfeiffer, prima di fare l’attrice era cassiera in un supermercato e per altra legge, quella della proprietà transitiva, anche le nostre cassiere potrebbero essere cantanti. O ballerine.

Così, sabato scorso, c’era un ragazzotto, un tontolotto presuntuoso e tronfio, che, davanti a una soffice critica sulla sua poco intonata prestazione occasionale, se ne usciva con la seguente frase: “…beh, c’è chi arriva e chi non arriva, io sono convinto di arrivare…ma d’altra parte se in questo mondo ce l’ha fatta John Lennon, ce la posso fare pure io!”.

Ecco, in un mondo normale lo studio avrebbe dovuto gelarsi; qualcuno dei professionisti presenti (perché dicono loro di essere discografici, cantanti, radiofonici, giornalisti specializzati, maestri d’orchestra e insegnanti di musica) avrebbe dovuto prendere il bimbo, metterlo in ginocchio sui ceci e spiegargli chi fosse stato John Lennon.  Provo a rubarvi un minuto, nel caso il pargolo della De Filippi scivolasse su queste righe. John Lennon è stato la metà rivoluzionaria dei Beatles insiema a Paul McCartney; qualcuno dice un terzo, qualcuno un quarto, donando agli altri pari dignità. I Beatles sono il gruppo che ha venduto più dischi della storia del pop ed ancora oggi danno da mangiare a milioni di dipendenti della EMI.  Sono il gruppo musicale che ha avuto più album numero uno nella Top Ten inglese, vantando 27 singoli numeri uno in carriera. I Beatles sono il gruppo che ha venduto più album di chiunque altro in America e nel 2008, la classifica di tutti i tempi del noto Billboard li ha messi in vetta a una classifica di cento artisti, a quaranta anni dallo scioglimento. Hanno vinto sette Grammy e dimenticando tutte le note hanno creato le più belle armonie vocali, i più bei dipinti di note, le più indimenticabili canzoni di sempre. Il mondo non sarebbe lo stesso senza i Beatles, così come, forse, i Beatles non sarebbero stati gli stessi senza qualcuno loro intorno, ma la loro immensità rimane immutata. Tutti noi che li abbiamo vissuti non saremmo gli stessi senza di loro.  Da solo, Lennon, ha venduto quattordici milioni di copie negli States, e portato 25 singoli nella Top cento; il mensile Rolling Stone, per quel che può valere, lo ha indicato come uno dei cinque cantanti migliori di tutti i tempi.

Quel giovane batuffolo di idiozia, quel concentrato di presunzione messo in ti-vì solo per farci alzare la voce contro l’elettrodomestico, quello scalzacane ignorante, quella sesquipedale capra, quel menello dalla faccia di sterco lo ha apostrofato come se parlasse di una Grazia Di Michele qualsiasi. Ecco, l’ectoplasma vocale avrebbe potuto, a ragione, dire…”se ha fatto un disco lei Grazia…” e si sarebbe guadagnato l’Olimpo dei coraggiosi. Avrebbe potuto dire che Lennon era un despota privo di sensibilità umana, un bisessuale tossicodipendente, un padre schifoso ed un marito da linciare ed avrebbe avuto gran parte di ragione. Ma non avrebbe mai e poi mai potuto dire che non egli non fosse stato un genio, un grande compositore di melodie senza tempo.

I professionisti presenti avrebbero dovuto spiegarglielo prima di indicargli l’uscita.La Di Michele, sedicente cantante, avrebbe dovuto e forse potuto farlo ma ha trovato solo l’istinto della ribellione, non certo le motivazioni, le sono mancate le parole e i termini. Forse perché neppure avrebbe saputo come esporli. La conduttrice, infine, qualcosa avrebbe dovuto fare o dire, avrebbe dovuto mostrare un barlume di attività cerebrale, un moto di ribellione, un’espressione di disgusto, invece di ghignare pensando allo share di quell’attimo di scazzo.

David Letterman non lo avrebbe mai permesso, nessuno sarebbe uscito vivo dal suo studio dopo un discorso a cazzo del genere. Ma questa non è l’America. E’ Cinecittà, ragazzi. Battete le mani.

Giancarlo Trombetti (C) 2011

DETROIT ROCK CITY (parte 2) di Polbi

16 Dic

Seconda parte del reportage di Polbi.

Complice anche il bassissimo costo delle case, del tipo che una super casa a tre piani con giardino te la compri a cifre comprese fra i cinquemila (!) e i massimo cinquantamila dollari, a seconda del livello di pericolosita’ sociale dell’area in cui si trova. E spazi, spazi disponibili quanti ne vuoi a prezzi irrisori. C’e’ un intera area ex industriale, si chiama Russel Center, che e’ stata adibita a laboratori artistici. Chi vuole affitta il suo studio, che puo’ essere anche grande, grandissimo, e paga pochi dollari.

(Russel industrial center)

(Russel industrial center)

Un mio amico alle volte mi guida in questa grande babele artistica. Lui nella vita si occupa di pittura e grafica, con particolare riferimento al mondo rock. Ha fatto poster, copertine ed illustrazioni per migliaia di club, artisti, etichette e quant’altro. Mite e dolcissimo, ti racconta di quando Patti Smith lo aveva invitato a New York per la presentazione del nuovo album, e lui era finito a parlare e bere per ore con Keith Richards. Oppure di quella volta che in acido credeva di essere diventato un pavone con le piume di vetro, e se ne andava in giro per la citta’ innevata. il suo laboratorio e’ immenso, e in qualsiasi altra città gli costerebbe una fortuna, non potrebbe permetterselo. Ma qui a Detroit, in questa città strana, si può fare. Ecco, forse e’ questa l’altra faccia della medaglia che rende la Motorcity cosi’ affascinante. Il fatto che qui essendosi quasi dissolta ogni forma di autorità e stato, si può fare quasi tutto. A differenza del resto degli States, bigotti e rigidi, qui, ma un po’ in tutto il Michigan, si respira un aria libertaria, tollerante. Non quella un pò falsa e turistica che associamo alla California, dove forse ancora qualcosa resiste a San Francisco ma non più di tanto, e se hai i soldi per poterci abitare. No, qui la tolleranza viene dalle persone, dal basso, dalle difficoltà. Da quella saggezza che ha chi ne ha viste tante, troppe per pensare che ci sia solo un torto e una ragione. Sarà che ho la testa piena di De Andre’ e Pasolini, sarà che come dici tu Tim, siamo uomini di blues, ma a me la dignità di questa città sconfitta, di questa gente, di queste vite ai margini e strampalate, tocca il cuore.

Oltre che per la gloria automobilistica, la Motorcity e’ famosa per un altro motivo: La Musica. Parliamo di una tradizione musicale ricchissima che credo non abbia eguali al mondo per varieta’ e qualita’. Proviamo a dargli un occhiata un pò più da vicino, partiamo dall’inizio, il blues. Credo sia per tutti facile pensare a cosa suonasse questa massa proletaria afroamericana in fuga dal sud e dalla miseria. Tantissimi artisti crearono qui e a Chicago quel blues elettrico che abbiamo sentito così vicino alle nostre anime tormentate in Europa. Certo, Chicago ebbe più esposizione mediatica, più etichette, Chess Records su tutte. Ma Detroit non era da meno, basti pensare al grande John Lee Hooker. Etichetta principe del blues urbano di Detroit era la Fortune Records.

Una piccola impresa familiare dove gli spiriti inquieti del blues trovarono una casa accogliente. Molti artisti, di grande spessore ma non famosi al grande pubblico, crearono un patrimonio di blues elettrico e acustico che rischia di essere perso e dimenticato. La Fortune non esiste piu’ e il materiale originale non e’ piu’ disponibile. Meno male che gli appassionati sono riusciti a salvare parte di questo grande archivio sonoro e traghettarlo fino ai giorni nostri. Se avete voglia di farvi un idea su chi fossero i tipi che incidevano per la Fortune, date un occhiata alla biografia di Eddie Kirkland, oggi facilmente reperibile in rete, e capirete di che pasta erano fatti questi uomini blues di Detroit. Sempre in ambito di musica nera, se parliamo della motorcity, motor town, stiamo parlando della Motown Records. Gli studi di questa gloriosa label sono a un quarto d’ora da casa mia, ancora visitabili.

(l’edificio della Motown)

(Motown Museum, un tempo la prima sede della prestigiosa etichetta soul)

E’ qui che giganti del Soul e del r’n’b’ iniziarono e fecero le loro cose migliori. L’elenco sarebbe infinito, tanto per fare qualche nome, Aretha Franklin, Steve Wonder, Marvin Gaye, Supremes, Jackson Five…loro e altri , sotto la regia di Barry Gordy, patrono della Motown, cambiarono il corso della musica pop in maniera profonda, radicale. Un cambiamento musicale ma anche e soprattutto sociale. Era un etichetta che produceva una musica nera e suonata da neri, ma per essere ascoltata da tutti, senza barriere, ovunque in qualsiasi parte del mondo. Sotto auspici molto meno gioiosi nascevano in città Stooges e MC5, i più famosi esponenti di quell’ Hard Detroitiano, portatore di una rivoluzione sonica che vedrà nel punk i suoi frutti. Sul versante garage Rationals e gli Amboy Dukes di Ted Nugent. Sempre da Detroit, Sun Ra partiva per portare il Jazz in giro nelle galassie, mentre qualche strada più in là George Clinton accendeva i motori funk dell’ astronave sexy Funkadelick, per non spegnerli più fino ad oggi. Mitch Ryder, Suzi Quatro e Bob Seger seguirono la vocazione piu’ classicamente r’n’r’, mentre Alice Cooper iniziava, incompreso, un percorso differente, per ritornare alla nativa Detroit da eroe poprock qualche anno dopo.

(Bob Seger)

(Alice Cooper)

A fine anni settanta in questa città  nasceva e moriva senza avere alcun riconoscimento all’epoca, una delle band, a mio personale parere, piu’ straordinarie di sempre: Sonic Rendezvous Band. Riscoperta di recente in tutto il mondo dagli appassionati di hard r’n’r’, grazie a una serie di ottimi bootlegs.

(Sonic Rendevous band)

I tristi anni ’80 vedranno Madonna Ciccone, ragazza locale, portare la sua dance music in giro per il mondo via MTV. E proprio sul finire degli anni ottanta dai garage e dai club underground di Detroit partiva la pulsazione Techno. A meta’ anni novanta poi, finita la scintilla grunge di Seattle, di nuovo dalla motorcity si riaccendevano gli amplificatori blues punk di bands come Demolition Doll Rods, Dirtbombs e Detroit Cobras, dando vita ad una nuova ennesima stagione di grande r’n’r’, che avrebbe portato a sorpresa una delle tante band locali, tali White Stripes, addirittura nelle curve degli stadi Italiani. Mentre in ambito rap esplodeva il fenomeno detroitiano al cento per cento Eminem, e nel mondo del pop Kid Rock.

(Demolition Doll Rods)

(Margaret dei Demolition Doll Rods)

E si potrebbe andare avanti ancora per molto ad elencare artisti e band locali, anzi, sono sicuro che qualcuno potrebbe notare qualche mia grossolana dimenticanza, tanto ricco e vario è il patrimonio musicale di questa strana città. Così disperata, triste e vitale al tempo stesso, che nel cercare una via d’uscita, nell’esprimere se stessa, ha dato e continua a dare un grosso contributo alla colonna sonora del pianeta.

Paolo Barone (dicembre 2011) (C) – (Ricerca fotografica di TT)

DETROIT ROCK CITY (parte 1) di Polbi

14 Dic

 Polbi, il nostro Michigan Boy, che passa la vita tra Roma, Scilla e Detroit, nelle vesti di novello Raymond Carver ci racconta l’America, quella bella e quella brutta, quella vera, quella malinconica e triste e quella piena di vita e di rock and roll, quella insomma a cui noi uomini di blues siamo legatissimi. 

Eccomi qui, ancora una volta a passare buona parte dell’autunno in Michigan, nell’area metropolitana di Detroit, città unica al mondo, affascinante e dalle mille strane storie.

Costituita dai francesi su terreni in origine abitati dagli indiani, Detroit si trova affacciata sull’acqua in una penisola circondata dai grandi laghi. Il suo nome viene proprio da questa posizione sulla riva del fiume, in un punto stretto con il Canada vicinissimo dall’altra parte, che sembra quasi impossibile che si tratti di un altra nazione. E mi viene da pensare a quanto strano sia che passo buona parte della mia vita fra due stretti, quello di Messina e questo di Detroit.

Un freddo indescrivibile d’inverno, caldo umido l’estate, mezze stagioni imprevedibili, una pianura  sconfinata, laghi bellissimi, macchine e strade. E casette monofamiliari con giardino e garage, a milioni, tutte diverse e uguali al tempo stesso. A volte architetture di gran pregio, spesso semplici ma sempre dignitose. E poi i grattacieli downtown fatti per gli uffici. Edifici costruiti più di un secolo fa, con gusto, con una certa solenne eleganza. Oggi in gran parte vuoti, abbandonati e spettrali. Perche’ a Detroit sono successe tante cose negli ultimi decenni…

Come tutti sanno, in questa città il signor Ford iniziò la sua rivoluzione industriale. Macchine, automobili, non più concepite per pochi ricchi che potevano permettersele, ma autovetture piccole ed economiche, da vendere a tutti. Anche all’operaio che le produceva, per poi ricomprarsele con i soldi del proprio salario. A questo punto fu l’avvio di una rivoluzione non più solo industriale, ma culturale profondissima, nella quale siamo tutti in qualche modo nati e cresciuti. Arrivarono a Detroit da ogni parte del mondo a cercare lavoro nell’ industria dell’auto. E Detroit diede lavoro a tutti. Altri e altri ancora arrivarono, italiani, polacchi, russi, irlandesi, tedeschi, messicani, e afroamericani, tanti, dal sud povero e razzista degli states. Milioni di esseri umani, ognuno con la propria cultura, le proprie speranze e delusioni. Cibi, dialetti, religioni e musiche. Tante musiche.

Poi un giorno, alla fine degli anni sessanta, il grande sogno americano di integrazione razziale e sociale sotto la stella del capitalismo dal volto umano, all’ improvviso, crollo’ e si trasormo’ velocemente in un incubo. I posti di lavoro iniziarono a mancare, la disoccupazione a crescere senza alcun ammortizzatore sociale, creando povertaàe disperazione in chi inseguendo quel sogno aveva mollato tutto e pagato un prezzo umano altissimo. La rivolta esplose, e come spesso avviene da queste parti, fu una guerra razziale. Ma guerra nel vero senso della parola, con la guardia nazionale a presidiare le strade, i morti a decine, incendi, saccheggi e distruzione. Ad un certo punto fini’, ma le ferite non si guarirono più. Ormai le grandi aziende automobilistiche avevano trasferito buona parte delle produzioni altrove, la disoccupazione nel settore auto fu inarrestabile, chi poteva si trasferì fuori citta’, creando la grande area metropolitana dove viviamo oggi, e la città venne in gran parte abbandonata al suo destino. La prima fabbrica di Ford è ancora li’, con la sua architettura semplice ed elegante al tempo stesso. Vuota da anni ormai, le finestre rotte, il portone sfondato. La guardi e i muri sembra vogliano raccontartela questa storia americana.

E’ una strana sensazione quella che ti prende quando giri per Detroit. Tutto sembra durissimo e irreale al tempo stesso. Come in una zona di guerra, nello stesso isolato case bruciate, abbandonate, negozi chiusi o distrutti, poche persone che camminano come zombie senza meta, pieni di alcool,crack e miseria.

Ma poi, poco piu’ in la’, i bambini escono da scuola, qualcuno si avvia a casa con le buste della spesa, come meglio puo’, come se niente fosse. Passi di notte in queste vie deserte spazzate dal vento, tutte le case buie disabitate, e poi una o due con le luci accese e gli addobbi di natale che risplendono luci rosse intermittenti, che interrompono il buio, che si aggrappano ad una impossibile normalita’. Oppure giu’ all’angolo, downtown, fra le torri nere dei grattacieli vuoti, trovi ancora aperto, a notte tarda, il Coney Island, la tavola calda degli hot dog. Che resiste, sempre aperta e sempre li’, da piu’ di sessant’anni. Ti verrebbe voglia di abbracciarla tutta questa gente, queste anime, questi superstiti del grande naufragio americano. Vorresti abbracciarli e mentire con dolcezza dicendogli  che va bene, e’ tutto ok, e’ solo un momento ma poi passera’, anzi, no, e’ gia’ passato, il peggio e’ alle spalle ormai…Questo vorresti dire mentre gli passi vicino e gli sorridi in silenzio. Detroit per gente come noi, per chi guarda un po’ oltre l’apparenza delle cose, è un sovraccarico, un cortocircuito di emozioni. Ti lascia a bocca aperta senza parole. Ti chiedi come sia potuto succedere tutto questo, e come sia possibile che non si trovi una via d’uscita. Giri e rigiri nella tua mente europea, abituata ad un altro mondo, dove il capitalismo non è arrivato ancora a questo livello di barbarie sociale. Dove ancora puoi andare in un ospedale gratis e se non paghi una rata del mutuo non hai perso la casa. Dove ancora un po’ di diritti sindacali e sociali esistono ad arginare queste frane. Li porterei tutti qui i liberisti di casa nostra, venissero tutti a vedere cosa può succedere quando si lascia il mercato senza vincoli, libero di prendere il posto di comando in assoluta autonomia, senza la politica a porre freni e regole. Venite a vederla la… non so come dire, la profondità della povertà dei poveri in america.

Il Blues, quello vero, qui lo trovi e lo senti ovunque. Ad ogni semaforo con i veterani di vietnam e Iran costretti a chiedre l’elemosina in sedie a rotelle. Negli incroci con i tombini fumanti in mezzo alla strada. Nei bar, nel vecchio mercato all’aperto, alla grande stazione ferroviaria abbandonata. Nella citta’ di John Lee Hooker il blues scende giu’ pesante, senza virtuosismi a renderlo meno amaro.

Pero’ esiste anche un altra Detroit per chi la vuole cercare. Una Detroit underground, fatta di ragazzi e ragazze, di vecchi rockers, di artisti e anime salve. La puoi trovare di notte, ogni notte, nei tanti bar r’n’r’ che ci sono in citta’. Posti non proprio eleganti, a volte al limite del praticabile, ma pieni zeppi di musica, gente, energia. Centinaia di bands, migliaia di amplificatori e chitarre vintage, infuocano serate che sembrano set cinematografici, invece no, ancora una volta, pure questa è realta’. Praticamente bandite le cover bands, ognuno suona la sua musica, produce i suoi dischi, organizza serate, si batte e si sbatte, creando una scena underground con pochi uguali negli states, riconosciuta e rispettata in tutto il mondo da chi si occupa di queste faccende. E così passi la serata con tre band che si alternano sul palco, mentre cerchi di ascoltare e capire la parlata americana del vecchio rocker che ti racconta dei Led Zeppelin alla Grande Ballroom, quando ancora nessuno li conosceva e finito il concerto scendevano dal palco in mezzo al pubblico, come la band che ha appena finito di suonare due minuti fa. Poi, magari dieci minuti dopo, ti ritrovi a ballare sotto il palco con dei ragazzi che potrebbero essere tuoi figli se mai ne avessi avuti. Domani sera qualcuno di loro sarà all’apertura di una mostra fotografica di un mio amico, altri andranno alla sfilata di moda indipendente SM, e altri ancora si perderanno nelle mille iniziative della Detroit artistica. Perchè un posto con una storia come questa non poteva che attirare anime inquiete, artisti, pazzi e sognatori da tutto il mondo.

(Detroit: la leggendaria COBO HALL)

…CONTINUA…

Paolo Barone (dicembre 2011) (C) – (Ricerca fotografica di TT)

Blues da giornalista (musicale): “IN ITALIA PRECARI PER LEGGE” di Giancarlo Trombetti

25 Nov

C’è stato un tempo in cui immaginavo che sarei stato orgoglioso di appartenere a un Ordine, a quello dei Giornalisti. E ricordo bene che non mancavo mai di usare le due maiuscole, citandoli. Ricordo che impiegai sei anni per riuscire a trovare l’ideale accoppiata tra numero di articoli scritti…e quelli pagati, necessari a entrare tra gli eletti. Eravamo nei tardi anni settanta e quel mestiere, anche se si trattava di disquisire di vile intrattenimento musicale, era già un casino. Nulla in confronto a quel sarebbe venuto in seguito, però. Mi ricordo che quando la magica sequenza numerica pagata corrispose a quello che avrei dovuto accumulare in due soli anni di collaborazioni, misi ingenuamente tutto in due borse decisamente pesanti e me ne andai a Firenze. La sede era in pieno centro e girovagare per la città con quei sacchi faceva di me un rivenditore non autorizzato anzitempo; all’epoca non esistevano altro che i polacchi che ti pulivano i vetri, ma a Roma. Quando mi resi conto che alla segreteria dell’Ordine l’ultima cosa che interessava era la copia originale, integra, dei giornali dove erano pubblicate le mie scelleratezze, mi sentii un idiota. Ma quando, pagata l’iscrizione, mi arrivò la mia tesserina numero 52914 immaginai di avere fatto un passo importante nella mia vita.

Ero il medesimo stronzo ma con una Tessera di un Ordine in tasca. Non la usavo per aprire alcuna porta ma pensavo che me ne avrebbe suggerite lei a decine; giravo con la tessera nel portafogli un po’ come il personaggio di Gaber faceva nel suo monologo, quello della pistola. I primi anni fu anche divertente prendere tessere scontate di treni e ottenere pagamenti forfettari per autostrade per quanto non regalate, ma furono sensazioni di un attimo. Credo che oggi la sola tessera per sconto sui treni delle FFSS sia disponibile insieme a quella dell’Alitalia; quella forfettaria per le autostrade è scomparsa da decenni. Ma appartenevo ugualmente a un Ordine! Un Ordine silenzioso e non invasivo, che si faceva vivo con me e mi disturbava solo ogni cinque anni, per chiedere cosa stessi facendo. Sì, perché per restare iscritto non bastava pagare l’iscrizione: bisognava continuare a lavorare, lavorare da giornalista. E dimostrarlo. Già ma come, esattamente? Semplice: bastava fornire prove tangibili, meglio però farsi fare una dichiarazione dal tuo direttore o da uno dei tuoi direttori che attestava la continuità e la qualità del tuo lavoro. Sì, il ragazzo scrive, continua a farlo, oppure, si…collabora a radio, televisione, scatta foto…che non era il mio caso, mai scattato una foto, ma questo perché nel frattempo anche i fotografi erano diventati giornalisti pubblicisti. All’inizio tutto mi parve regolare, persino inviare al Mio Ordine una dichiarazione di un direttore responsabile che diceva, serenamente, che tu eri da considerarsi giornalista anche se avevi un inquadramento da tecnico o impiegato. Ma era il fascino dell’Ordine. Un Ordine che scelse illo tempore di dividersi in due per salvaguardare l’integrità e la cristallinità del “primo livello”, quello del professionista, ma di prevedere pure la figura del “pubblicista” che, da quel che mi era parso di capire, sarebbe servito sostanzialmente da anticamera alla professionalità agognata o all’inquadramento di figure che già appartenevano ad altri Ordini. Un avvocato che pubblicava articoli, ad esempio. Poi la scelta di non iscrivermi ad altri Ordini e di tentare di campare facendo il mestiere; tanto prima o poi quei due anni di praticantato sarebbero arrivati.

Ero giovane e avrei creduto anche a Babbo Natale pubblicista, me lo avessero fatto vedere appoggiato al bancone di Piazza della Signoria. Poi gli anni in redazione, a far giornali, a imparare il mestiere e fare giornali con le proprie manine, la radio nazionale, il passaggio a una redazione televisiva, il salto al palinsesto, quello più lungo alla direzione di rete, le consulenze, i format, le riunioni notturne con autori e creativi e registi e sedicenti artisti a lavorare sul prodotto come e più di loro e quel contratto che non arrivava mai.

Ma eri in crescita, non ci facevi caso, pensavi a quello che – prima o poi e sempre più poi che prima – veniva versato sul conto corrente. E le aziende! Mica robetta da fosso a fosso: periodici e quotidiani, radio e tv che si vedevano e si sentivano e leggevano in Sicilia come ad Aosta…e gli incontri con colleghi, amici, altri disgraziati che, chi più chi meno, lavoravano esattamente come te. E i tuoi editori: ricchi, potenti, famosi, che ti mettevano in imbarazzo con uno sguardo, che ti facevano sentire un pezzo di cacchina solo chinando leggermente la testa da un lato e pronunciando il tuo cognome con fare cantilenante…e poco importava che qualcuno di quei potenti sarebbe finito in galera o che ne era già stato ospite…o che non ci sarebbe finito mai, forse, tu non potevi certo prevederlo! Ma quel contratto…no, quello proprio no. Un contratto, è bene dirlo e sottolinearlo, che rappresentava l’unica via alla professione, quella vera, alla tessera rossa, quella che un noto giornalista dell’ultrasinistra che oggi pontifica sul precariato in televisione mi sbatté letteralmente in faccia quando mi incazzai nel corso di una riunione nazionale dei rappresentanti di categoria. Ma quale categoria? Di quella supposta, idealizzata, o di quella reale?

Fu così che, un giorno, dipendente di un noto editore legato a brand di partito che proprio non dovrebbe prevedere neppure il pronunciamento di parole come “insicurezza professionale”, “mancato rispetto degli inquadramenti contrattuali” scelsi di prendere un’altra tessera, quella di un sindacato che mi avrebbe tutelato. E con due di loro, intraprendenti tipi che divennero pure amici, ed un mio vecchio sodale, mi ritrovai in una riunione di RSU il cui acronimo ai tempi non conoscevo neppure, con colleghi di Rai e Mediaset e TMC che rivedevano il contratto nazionale che prevedeva…horribile dictu! al sesto livello, impiegatizio, una figura che era del tutto e per tutto analoga a quella del redattore di testi, dunque di giornalista o di autore e fu in un piovoso pomeriggio di ottobre di mille anni fa che mi feci molti nemici insistendo che era una vergogna che nessuno, in decenni di televisione se ne fosse mai vergognato. Quell’articolo venne rivisto ed ancor oggi, quando ci penso, ne sono orgoglioso. Ma nessuno mi disse mai che avevo fatto bene. In quell’azienda c’erano cameramen inquadrati con il primo livello operaio e amministratori di primo livello impiegatizio, registi e artisti con contratti a tempo indeterminato, da impiegati, decine di redattori con contratto da stagista eppure ricordo solo che l’editore si risentì, e molto. Ma non ricordo una nota da parte del Mio Ordine. Ma ricordo perfettamente quando, metà dei novanta, mi vennero, dal Mio Ordine, richiesti versamenti contributivi. Ne chiesi motivazione. Mi venne risposto che avrebbero contribuito al mio trattamento pensionistico e al breve cenno al fatto che lavoravo da presunto giornalista da almeno quindici anni e che non avevo ancora visto l’accenno di quel famoso contratto, mi venne risposto, seccamente:”…che era una pratica purtroppo molto diffusa”.

(nella foto: Giancarlo Trombetti)

Ecco, fu quel giorno che iniziai a riflettere e a cercare di capire. Mi domandavo perché in Europa si parlasse di inesistenza di un Ordine dei Giornalisti mentre in Italia era uno dei più temuti; cominciai a chiedermi perché, a tentare di capire quali le motivazioni reali per un rifiuto che non aveva senso: tutti lavoravamo da giornalisti, il nostro Ordine Tutelare lo riconosceva, ma nulla accadeva. Anzi, era proprio lui, l’Ordine, ad accettare che un precariato venisse codificato e ufficializzato, che aveva stabilito che lo status professionale fosse accessibile solo attraverso la firma di un contratto di lavoro: un caso non raro ma unico al mondo! Quale altra appartenenza a un Ordine era mai stata subordinata alla firma di un contratto, quale accesso alla professione era possibile solo in seguito a un esame che non era sostenibile senza quel contratto che nessuno era disponibile a firmarti. Quel medesimo Nessuno che però, senza il tuo lavoro non sarebbe mai potuto esistere. E così mi chiesi come fosse possibile che un Padre potesse accettare che il proprio figlio lavorasse da precario essendo lui il primo a saperlo, riconoscerlo e codificarlo. E a incassarne gli assegni. Mi chiesi se davvero “quel” contratto fosse così penalizzante per un editore al punto di innalzare il crocifisso, indossare la corona d’aglio e afferrare il paletto di frassino al solo sentirlo nominare. Dato che sono  deficiente mi spiegarono che era un contratto così blindato e favorevole al beneficiario che a confronto qualsiasi vincolo di sangue diveniva acqua di malva. E andando negli anni a guardare i nomi di coloro che ne beneficiavano fin dal primo ingresso nei corridoi di un’azienda, capii tutto. Era un contratto riservato, quello dell’Ordine cui appartenevo; riservato ma non a tutti i giornalisti. Solo ad alcuni, i soliti, sempre gli stessi. Con l’eccezione di pochi fortunati. Così me ne feci una ragione, non lo nominai più nemmeno per scherzo e mi preoccupai di difendere i miei diritti residui.

Smisi persino di leggere gli aggiornamenti che con regolarità il mio ordine, ora non più con la maiuscola, mi inviava; non partecipai mai più, feci di tutto per dimenticare e solo l’urlo di qualche ancor lucido professionista di fama che ne invocava l’abolizione mi faceva alzare, distrattamente, un sopracciglio. Fino alla settimana scorsa, quando l’ennesimo notiziario ufficiale mi osserva facendo capolino dalla cassetta delle lettere, con un titolo che non posso evitare di leggere: “Giornalisti precari, un vergognoso silenzio”.  E non posso resistere, leggo. Leggo una difesa a spada tratta del Nostro Presidente che tutto rifiuta ma che non spiega come impedire questo vergognoso traffico di lavoratori non tutelati – non inquadrati – non contrattualizzati. Non dice nemmeno come “il suo” ordine intenda operare “per non chiudersi in un ruolo notarile di custode dell’albo professionale, decidendo di impegnarsi…per garantire il rispetto della deontologia e per promuovere attività di formazione…”. A fianco, il Consigliere Nazionale dell’Ordine aggiunge : “La realtà la conosciamo fin troppo bene. Semmai è il caso di denunciarla, perché l’indignazione non può essere solo di chi vive tutto questo sulla propria pelle…quando si parla di giornali fatti con decine e decine di collaboratori senza contratto, senza diritti, senza futuro… è macelleria sociale”.

La mia mano corre al portatile. Sono in dubbio e leggo il giorno, è un lunedì di ottobre, anno domini 2011. Dunque sanno, dunque sono vivi, dunque sono vigili? Non sono caduto in un buco spazio-temporale. Il resto di quel giornale è riempito dalle testimonianze di chi, pubblicista e precario, lavora da professionista, si sente tale – e lo sarebbe al di fuori dei nostri confini italici – e viene pagato come i raccoglitori di pomodori extracomunitari, quando il San Marzano è prossimo a maturazione: dai quattro ai dieci euro. Al centro, in evidenza in un bel box azzurrino, tra le urla di testimonianza del precariato a contornarne l’impaginazione, un tal Giacomo che dichiara di esser stato menato per il naso dall’ennesimo editore, poi mobbizzato, poi maltrattato, poi difeso obtorto collo dall’ordine perché “…la situazione era palesemente nota al segretario della federazione regionale del sindacato che faceva parte del CDR (comitato di redazione) del giornale e al presidente dell’ordine regionale (…quello che firma lo sdegno di cui sopra! nda) anche lui dipendente del giornale….”infine licenziato dopo l’inevitabile azione legale.

Mi girala testa. Credodi aver letto male, così riprovo. No, avevo ben inteso : l’ordine cui non capisco più perché appartengo, dichiara di sapere che una percentuale di assoluta maggioranza dei propri iscritti lavora privo di tutele, garanzie e paga adeguata. Sa di esserne causa, per colpa di quella scellerata divisione in contrattualizzati e non, non interviene…ma prossimo al 2012 pubblica le testimonianze e le prove viventi del proprio crimine e lo fa con naturalezza, senza capire cosa stia facendo, cosa stia pubblicando, cosa vada sostenendo.

Ecco, ripongo il notiziario sul fondo del sacchetto dei rifiuti, dentro la pattumiera, al suo posto.

Il suo solito posto e apro il mio quotidiano, pieno di firme di giovani professionisti, rampolli di nobili lombi, sotto contratto ancor prima di conoscere l’indirizzo del proprio luogo di lavoro e chiudo gli occhi e penso che l’Europa debba essere una gran cosa perché lì, io sarei un professionista dal 1978.

E invece qua sono il solito stronzo. Va a finire che prima o poi mi ci trasferisco.

Giancarlo Trombetti 2011