Archivio | Special Guests RSS feed for this section

La mia prima volta al Fillmore West (con Demolition Doll Rods e Cramps) – di Paolo Barone

7 Set

Io non potro’ mai dimenticare la mia prima volta al Fillmore.

Eravamo in tour nella west coast Demolition Doll Rods e Cramps, una decina di date quasi tutte nelle varie House of Blues, e la notte di Halloween al Fillmore West, San Francisco. Praticamente l’intero tour era andato sold out in prevendita, e noi volavamo al settimo cielo, pur attraversando un periodo di grandi e difficili cambiamenti. Eravamo arrivati in California con il nostro vecchio furgone Ford, partendo dal Michigan e fermandoci strada facendo a suonare in qualche club, cosi da frazionare un po’ il lungo viaggio. Ricordo la sorpresa che provai nel passare dai soliti club rock and roll alla House of Blues di San Diego, prima tappa del tour, che si sarebbe svolto in gran parte nel circuito californiano delle House of Blues. Camerini grandi e confortevoli, backstage con i video che trasmettevano quello che stava succedendo sul palco e in sala, buffet freddi e caldi, vegetariani e non, tutto il possibile da bere, fonici, assistenti, security, cameriere…Cose dell’altro mondo. Un gran lusso, ma al tempo stesso una strana sensazione di finto, di qualcosa che con il blues e il r’n’r’ non ha nulla a che fare.

(House of blues di San Diego)

Era anche la prima volta che avevo l’opportunita’ di vedere i Cramps dal vivo. Non sono mai stato un fan al cento per cento della loro musica, ma l’impatto live era veramente qualcosa di unico. Lux Interior un frontman pazzesco, una forza della natura, un licantropo r’n’r’ in calore, Poison Ivy austera, fredda, distaccata e sexy, Sean ex bassista dei White Zombie a tenere il ritmo e il palco con la sua lunga chioma rossa. Che band ragazzi, che personalità, ogni sera suonavano come se fosse l’ultimo giorno del mondo, incredibili. E Demolition Doll Rods…beh, chi li ha visti dal vivo sa di cosa sto parlando, per gli altri, basta farsi un giro su youtube…

(Cramps)

Per la prima volta vedevo anche un vero tour manager all’opera. Un tizio californiano pelato con le magliette dei Velvet Underground che sembrava uscito da un libro di storia del rock, con tutti gli stereotipi del caso. Per lui esisteva solo la sua band e tutto il mondo ruotava in funzione del benessere di essa. Il resto non contava. Ogni cosa, ogni minimo particolare doveva funzionare al meglio, cosi che i musicisti potessero occuparsi solo di suonare. Al resto ci pensava lui, con le buone o con le cattive, no problem man, come un Peter Grant fuori tempo massimo. Dopo un periodo di reciproca antipatia, passammo ad una serena indifferenza per poi finire il tour da buoni amici. Imparai ad apprezzare giorno per giorno la sua figura umana e professionale e spesso, negli anni a seguire, ho rimpianto di non avere un tipo come lui in giro per i vari tour. Cosi come il roadie principale dei Cramps, una persona speciale che vive praticamente la vita on the road, non sono neanche sicuro che abbia una vera e propria casa da qualche parte. Ma per certo so che ha una band sua, Lords of Altmont, dategli un occhiata se vi capita, ne vale la pena.

Ricordo ogni momento di quel tour, data per data. La House of Blues di Los Angeles si trova sul Sunset Boulevard, proprio di fronte alla Hyiatt House di zeppeliniana memoria. Arrivammo li’ subito prima di Halloween e al secondo piano del locale, proprio di fianco ai camerini, si stava svolgendo una festa privata in maschera molto, ma molto, esclusiva. Riuscii ad entrare grazie ai pass della band, e vedere un party del genere, per meta’ sul terrazzo del locale con vista sulle colline di LA…come dire…non e’ una cosa che capita tutti i giorni. Cosi come la sensazione di camminare per il Boulevard di sabato alle due di notte dopo un concerto sold out.

(La House Of Blues di Los Angeles)

E poi, finalmente, lo show al Fillmore west.

Arrivammo nel tardo pomeriggio, il personale del locale ci aiuto’ a scaricare le nostre cose da una porta laterale ed entrammo. I Cramps stavano ultimando il soundcheck, e noi come bambini ci guardavamo intorno ad occhi spalancati. Il posto non era grandissimo, diciamo come un teatro, con dei lampadari enormi e bellissimi appesi al soffitto. Presi dall’emozione ci mettemmo tutti a ballare come fessi al suono delle prove dei Cramps, i quali ricambiarono divertitissimi. Lo show era andato velocemente sold out in prevendita e, essendo la notte di Halloween, ci si aspettava qualcosa di speciale da parte delle bands e del pubblico in sala. Il personale del Fillmore, super professionale, ci accompagno’ nel camerino, proprio di fianco al vecchio palco. Ci dissero che dopo il soundcheck dei Cramps toccava alle Dollrods, e che avrebbero avuto un tecnico di palco e uno di sala. Poi avrebbero servito la cena nel ristorante privato, al piano di sopra. Ci diedero dei pass specifici per tutto, fatti con una grafica molto carina, ci chiesero se avevamo qualche preferenza per il cibo e le bevande, e che cos’altro potevamo avere di bisogno.

Dopodichè arrivò una ragazza con un carrello pieno zeppo di liquori. Ci disse di prendere una o piu’ bottiglie di qualsiasi cosa ci piacesse e di richiamarla se ne volevamo ancora. Ma nessuno di noi beve liquori, e cosi’, un po’ sorpresi da tanta gentilezza, rifiutammo con un sorriso. Lei proprio non si capacitava, ricordo che mi disse, guarda no problem, e’ tutto ok, prendi un paio di bottiglie per dopo, dai, almeno te le porti via per il resto del tour…No, io come un pollo continuai a rifiutare gentilmente, e oggi mi pento di non avere una bottiglia di Southern Comfort o J. Daniels del Fillmore.

(sala ristorante del Fillmore West – foto di Polbi)

Ma sul momento di bere liquore proprio non mi passava per la testa. Ero li’, tutto preso a guardarmi intorno, a pensare che la storia del rock era passata in quei camerini dove stavamo noi. Guardavo e sognavo, godendomi quello che era e quello che era stato. Una sensazione molto forte, che aumento’ andando a cena al piano di sopra. La sala ristorante era totalmente tappezzata di poster originali del club, dagli anni ’60 ad oggi. Dal pavimento al soffitto, un vortice di nomi, disegni, colori. Locandine famosissime, mischiate ad altre mai viste, una festa per gli occhi di ogni appassionato di queste cose, ce ne erano talmente tante che non riesco a ricordarne nessuna in particolare, se non forse una degli Yardbirds e una dei Doors.

E poi, finalmente, le band attaccarono a suonare. Quasi tutti nel pubblico erano in costume da Halloween, e lo stesso i musicisti. Ondate di energia r’n’r’ attraversavano la sala, passando incessantemente fra platea e palco. Tutti sentivano molto l’emozione dell’occasione, e fu senza dubbio il miglior concerto del tour. Scoprii nel corso della serata che c’erano parecchie persone venute apposta dall’europa, oltre che da tutti gli Stati Uniti d’America, in particolare da Francia ed Inghilterra. Io, nel mio piccolo, ogni sera del tour cercavo di aiutare in ogni modo possibile, ma al Fillmore non potevo fare altro che godermi la situazione girando fra sala e backstage.

(Demolition Doll Rods live al Fillmore West San Francisco 31/10/2006 – foto di Polbi)

Il personale del locale si occupava di tutto, ma proprio di tutto, anche di vendere cd, dischi e magliette, cosi come di caricare e scaricare la strumentazione. Come decennale tradizione, venne fatta una locandina molto bella e a fine serata le copie rimaste vennero distribuite gratuitamente fra il pubblico che usciva sudato e felice. Ricordo che spostandomi verso l’uscita vidi una foto con dedica degli Who, scattata in bianco e nero sul palco del Fillmore, con Daltrey e Townshend che saltavano insieme e i lampadari della sala in evidenza. La foto, in grande formato, era messa vicino alla porta di quello che una volta era l’ufficio di Bill Graham, il creatore di questo e altri sogni. Poi, dopo una manciata di bis tiratissimi, il concerto era finito. Il pubblico usciva e io ero andato a spostare il furgone per iniziare a breve le operazioni di carico strumenti e attrezzature varie. Una folla sudata, stravolta, mascherata e felice si radunava intorno alle entrate del Fillmore. Io me ne stavo li’, appoggiato al vecchio Ford bianco, a godermi la situazione, quando vedo avvicinarsi una ragazza e un ragazzo. Lei molto carina, lui truccato da zombie e visibilmente ubriaco. I due litigano in americano, ignari della mia presenza. Ad un tratto lei, a due passi da me, sbotta in perfetto italo-siciliano “ Minchia! Non lo sopporto piu’ a questo! Mi ha scassato la miiinchiaaa!!!” Immaginatevi la mia sorpresa. E anche la sua di sorpresa, quando di istinto mi e’ venuto di risponderle “Che ci vuoi fare, capita…”

Restammo tutti e due in silenzio, in una situazione un po’ surreale.

Rientrando nel Fillmore ormai vuoto, fui colpito da un tipo seduto su uno sgabello di quelli alti, vicino ad un tavolino rotondo in fondo alla sala. Si stava fumando una canna in santa pace con un espressione felice e cordiale. Avra’ avuto una sessantina di anni o poco piu’, vestito e pettinato come un perfetto dandy inglese del secolo scorso.

Mi comunico’ una sensazione di grande serenita’ e allegria, come se un po’ dell’atmosfera del Fillmore degli anni sessanta gli fosse rimasta intorno, avvolgendo lui e il locale in una magica bolla spazio temporale. Un piccolo ricordo che a distanza di anni ancora mi strappa un sorriso.

© Paolo Barone 2012

SESSO, DROGA E ROCK AND ROLL di Paolo Barone

4 Lug

Io e Polbi ci confrontiamo da sempre – e quindi anche fuori blog- su temi che vertono sul rock and roll. Ci mandiamo sms, ci scriviamo email, ne discutiamo al telefono. Questa volta il Michigan boy mi ha mandato questa sua riflessione su SD&RNR…magari non è rifinita, né confezionata, ma quando scrive di queste cose il mio amico che vive nell’Urbe, nel cuore pulsante della culla della civiltà, mi emoziona sempre. Per questo, per sua gentile concessione, pubblico questi suoi pensieri in libertà con cui il nostro subacqueo preferito scandaglia fondali poco battuti…

La cosa che mi girava in testa era di parlare a mente aperta del legame fra sex drugs e rnr. Senza falsi moralismi, mi e’ sembrato evidente che la miglior musica rock si sia prodotta con il fondamentale supporto delle sostanze psicoattive e del sesso. Anzi, direi che sono stati pilastri fondanti della nostra musica, un po’ troppo spesso sottovalutati e genericamente condannati. E’ innegabile che la rockstar strafatta di eroina non sia un bell’esempio educativo, ma al tempo stesso gli album piu’ belli e importanti della storia senza droghe semplicemente non esisterebbero. Stesso dicasi per la voglia di sesso che da sempre pervade il rnr piu’ entusiasmante….

All’inizio era una faccenda piuttosto pericolosa, fatta di anfetamine, ormoni,giubotti di pelle e motori. La cosa succedeva negli Stati Uniti, noi in Europa uscivamo dalla seconda guerra mondiale e avevamo tutt’altre cose per la testa; loro invece erano al massimo del boom economico, piena occupazione e consumi in crescita stellare, all’epoca l’America era veramente l’America. Una nuova generazione ribelle e motorizzata attraversava la nazione al ritmo del rock and roll. Il sesso ne fu parte integrante da subito, nei gesti, nelle allusioni dei testi, nei balli, nei suoni, in tutto. Ci raccontano che nelle notti americane fatte di sedili ribaltati e rossetti sbaffati, la colonna sonora era il r’n’r’ che usciva come un fiume lascivo elettrico da mille autoradio, tutte sintonizzate sulla stessa onda d’urto. Questi ragazzi avevano fretta, andavano veloce, molto ma molto piu’ veloce della generazione dei loro genitori. Erano ragazze e ragazzi poco inclini a seguire la tradizione perbenista e puritana, anzi con il trio sesso, droga e rock and roll, facevano di tutto per mandarla a quel paese ‘sta benedetta tradizione. Ci provarono a fermarlo questo fiume in piena i censori di tutto le risme, provarono addirittura a mettere al bando un brano strumentale, Rumble, perche’ troppo pericoloso. Cercarono di rimettere le ragazze al loro posto, al sicuro in casa, e i ragazzi al lavorare, ma come sappiamo la cosa non ebbe un gran successo. La miccia era accesa e non era così che si sarebbe spenta.

Russ Mayer – Trailer Faster pussycat kill kill kill!!!

Poi, un po’ alla volta, l’Europa rispose al richiamo. E con molto entusiasmo bisogna dire.

Beatlestones vennero innalzati in cielo da un ciclone di mutandine, minigonne, alcolici e pillole. La cosa era andata proprio fuori controllo, anche se, in un certo senso, era diventata meno aggressiva…almeno così pareva. Poi un giorno arrivo’ su questo fiume in piena di ritmi frenetici, il fumo denso della marjiuana e il caleidoscopio lisergico dell’acido. E tutto definitivamente esplose. Liberazione sessuale, naturismo, crisi del rapporto coppia/famiglia, messa in discussione dei modelli socioeconomici…Suoni nuovi, musiche nuove, rock, pop, prog, hard, blues, folk, r’n’r’, psichedelia, soul, e ancora comuni, viaggi interiori ed intergalattici, corpi colorati, pop art… dio solo sa quante mille contaminazioni musicali, culturali, sessuali accompagnarono questa enorme espansione di coscienza di massa. Probabilmente l’ apice culturale e  creativo del secolo scorso e della musica che chiamiamo rock. Ispirata ed ispiratrice di tutto questo sconvolgimento, colonna sonora in presa diretta di una terra promessa quasi a portata di mano.

LZ TSRTS – Stones – A Day in the Life – Velvet Venus in Furs C’e’ l’imbarazzo della scelta…!

Ma le cose andarono un po’ alla volta in una direzione diversa e forse inattesa. Mentre il popolo del rock stava ancora beatamente “ Smoking my stuff and drinking all my wine…” perso in democratiche esplorazioni galatticosessuali di massa, le rockstar iniziavano lentamente ma inesorabilmente a chiudersi in esclusivi backstage party, fatti di modelle, champagne e cocaina. Molta cocaina. La quale, assunta in dosi da cavallo da persone poco piu’ che ventenni, adorate da tutti e con i conti in banca in vertiginosa ascesa…beh, diciamo che qualche problemino di ego ipertrofico lo pone. Per molti questo periodo apparentemente ancora creativo, diciamo grosso modo meta’ anni ’70, segna l’inizio della fine. Anzi, dicono sia proprio la fine e basta. La musica perde via via di mordente ed originalita’, il sesso diventa piu’ hard e meno libero, le droghe piu’ tristi e pesanti. Si affaccia anche l’eroina, oppiaceo infido e totalizzante, per un po’ consumata in coppia con l’eccitante cocaina, della quale diventa una sorta di lenitivo. Madame heroine pero’ ha degli effetti collaterali piuttosto seri. Spegne ogni desiderio, creativo, esistenziale e sessuale, diventando moglie amica e amante. E, a differenza di tutte le altre droghe sperimentate fin li’, l’eroina uccide. Qualcuno, anche famoso, c’era gia’ restato secco a fine anni ’60, ma dai ’70 in poi e’ un ecatombe.

Per un attimo, nel ’77, il r’n’r’ originale, quello diretto e senza fronzoli degli inizi, sembra tornare vestito da punk per riscattare la musica e restituirle il ruolo che le spetta. Dalle rolls royce alle periferie delle metropoli, dalle modelle stile vogue ai pornoshop.  Ma le cose si sono nel frattempo complicate non poco, nella societa’ occidentale e nel rock, e il percorso non sara’ cosi lineare. La carica erotica del punk e’ tutta femminile, sia nelle sue rappresentazioni tradizionali che nei momenti piu’ di rottura. E’ un momento breve, avra’ poi mille risvolti, ma di fatto il punk originale con i suoi rossetti e le calze a rete smagliate, con le chitarre distorte e la carica dissacrante, dura poco piu’ di un anno.  Gli anni ’80, con il loro carico di restaurazione sociale, AIDS, eroina diffusa, crack e MTV sono dietro l’angolo.

Blondie – Patti Smith – Ramones specialmente il modo opposto di porre la sessualita’ femminile di Debbie H. e P.S.

Nel giro di un decennio si passa bruscamente dal massimo al minimo. L’aids, la mortifera eroina, e la videomusica assestano al rock un colpo quasi letale. Quasi, perche’ non tutto e’ perso e qualcuno continua a crederci.  Come sempre, il fuoco cova sotto la cenere, e un po’ alla volta, piano piano, le cose tornano ad essere con gli anni ’90, se non proprio elettrizzanti, almeno elettriche. Ma quella triade, quella miscela altamente esplosiva fatta di sex, drugs & rock and roll, non e’ piu’ tornata “veramente”, salvo che in pochi, estemporanei ed imprevedibili ambiti underground.

Ma ci pensi, Tim, cosa ne sarebbe stato di Beatles, Stones, LZ, Velvet, Dylan, Free, Elvis, Stooges, Bowie ecc…senza fica, alcool e sballi vari??? E che ci sarebbe rimasto??? Il prog???? Forse giusto quello, specialmente quello italiano che di sex & drugs mi sa che ne ha visto poco e niente.

Paolo Barone © 2012

TOM PETTY& The Heartbreakers – Live in Lucca, Piazza Napoleone 29/06/2012 – di Stefano Piccagliani

3 Lug

Il 29 giugno Picca era a Lucca per vedere Tom Petty. Gli ho chiesto di farmi un resoconto del concerto…lo trovate qui sotto…aggiungo a mo’ di intro i gustosi sms che Stefanino mi ha inviato prima del concerto:

PICCA: ” Sono a Lucca a vedere Trombetti and the Hearbreakers. Non sopporto gli uomini di mezza età con magliette di gruppi che non sono quello previsto sul palco”

TIM: (Uhm, penso a me a Lucca un paio di anni fa a vedere JEFF BECK, indossavo una maglietta di JOHNNY WINTER) ” Allora non sopporti neanche me :-)”

PICCA: “ Era per segnalare la mia sclero. Intendo commercialisti con la maglia dei SKYNYRD. Età media 54. Panza ingobbita. Gente tirata su da Paolo Carù.”

TIM: ” Posso portare il tutto sul blog?”

PICCA: “Certo. In libreria a Lucca lo Stephen Davis LZ Live 75 in lingua originale. Sto leggendo il volume di Max Stefani. Bel volume. Scritto in modo…particolare…ma è il suo bello.”

PICCA: “ Mi aggiro a caccia di Vip. Tipo Aldo Pedron. Ci sono quasi solo americani.”

PICCA: “Apre tale Jonathan Wilson. Du maròn. Gente in prima fila che filma con l’ipad. Gli americani sono già tutti stonati o ubriachi.”

————————————————————————————————————-

Primo concerto in Italia per Tom Petty, arrivato nel Belpaese per promuovere il suo trentacinquennale passato artistico visto che non era mai venuto prima…

Beh, ci fu quel delizioso mini set di 40 minuti nel lontano ’87 proprio qui a Modena prima che salisse sul palco un devastato e devastante Bob Dylan per il quale gli Heartbreakers funsero da backing band, ma non è la stessa cosa.
Lucca è organizzatissima per accogliere lo show, atmosfera rilassata, pubblico per la maggior parte di mezz’ età e panciuto infilato in magliette di Skynyrd, Black Crowes, Wilco e Springsteen, molti turisti americani, birrette a costo contenuto, ottimi negozietti di dischi del centro che sparano in vetrina vinile di Damn The Torpedoes o ristampe/box sets/rarità da baffo leccato. Invidia.
Temevo poca gente e invece la piazza è piena.
Musica diffusa dal P.A. prima dello show: mixtape con anticaglie Chess (Muddy/Wolf/Berry/SonnyBoy/Little Walter), Fab TBirds, Blasters, Lobos. A un certo punto mini-boato quando scatta For You Blue dell’ amicone George Harrison.
Alle 21’00 sale sul palco Jonathan Wilson, secondo i fin troppo entusistici Mojo e Uncut la ‘nuova speranza del sound di Laurel Canyon’, ovverosia un giovane emulo di CSN&Y, Jackson Browne, Warren Zevon…
 (Johnathan Wilson)
Look perfetto compresa la band,chitarre meravigliose (Jonathan, 1 disco all’attivo molto apprezzato ma venduto così così, ha una vera passione per le chitarre vintage. Gibsons acustiche degli anni ’30, Fender pre-CBS, Diavolettos pre-scoperta dell’elettricità, Firebirds pre-Neanderthal…ma chi cazzo le paga?! si domanda il sottoscritto).
Musica molto bassa-California, qualche psichedelicatezza, suoni naturali, voce noiosa e priva di guizzi, chitarrismo diligente.
Musica per farsi un cannone sulla veranda della casa di Venice con il golden retriever che dorme sotto la rocking chair.
Visto che io sto a Modena e non ho un cane e non mi faccio spinelli, non mi interessa.
Se questo è il nuovo sound di Laurel Canyon allora mi tengo il vecchio tutta la vita.
Alle 21’45 fine della boring new sensation, i roadies di Tom (età media 60) iniziano ad approntare il palco.
Alle 22 e qualcosina la band sale sul palco: poco sfoggio, zero sceneggiate, qualche saluto a fans speciali in prima fila che reggono o evidentemente sono andati a tediare i ragazzi in albergo per foto e autografi (già su E-Bay?).
One Two Three Four e si inizia: suono perfetto, sorrisi, rilassatezza.
Evitando di spappolare le balle dico solo che si vede lontano un miglio che Tom e la band si sono abbastanza rotti dei loro hits storici, che eseguono con precisione e diligenza, mentre si divertono come pazzi a suonare i brani bluesati dell’ultimo Mojo (che riascolterò con rinnovato interesse perché dal vivo funzionano molto bene) e soprattutto una fantastica cover di Oh Well di Peter Green, con Mike Campbell che con la Les Paul Standard assoleggia che è un piacere.

Inoltre non vedono l’ora di slabbrare all’inverosimile alcune loro canzoni lanciandosi in infinite menate chitarristiche che fanno la gioia sia dei fans più nostalgic/fricchettons sia di quelli che vogliono andare a farsi una birra.
Molto divertente e insieme toccante vedere M.Campbell e il tastierista Benmont Tench guardarsi e lanciarsi piccole provocazioni per tutto lo spettacolo, sottolineando assoli e svisate con faccette di soddisfazione o presaperilsedere manco fossero a un concertino alla High School.
20 canzoni per due ore di spettacolo.
Chitarre usate da TP per le 20 canzoni:
Fender Strato 1
Fender Strato 2
Fender Tele
Gibson Firebird
Gibson SG 1
Gibson SG 2
Rickembacker 6 corde
Rickembacker 12 corde
Gibson 335
Guild acustica
Chitarre usate da Mike Campbell
Gretsch White Falcon
Gretsch Country Gentleman (mi pare)
Coral sitar
Fender Strato
Fender Tele
Gibson Les Paul Standard (oh yeah, ndtim)
Rickembacker 6 corde
Gibson Firebird (oh yeah yeah, ndtim)
Setlist:
Listen to Her Heart
You Wreck Me
I Won’t Back Down
Here Comes My Girl
Handle with Care
Good Enough
Oh Well (Fleetwood Mac cover)
Something Big
Don’t Come Around Here No More
Free Fallin’
It’s Good To Be King
Carol
Learning to Fly
Yer So Bad
I Should Have Known It
Refugee
Runnin’ Down a Dream
Encore:
Mary Jane’s Last Dance
Two Men Talking
American Girl
Un biasimo a promoters vari e, magari, a Tom Petty stesso: debuttare in tour da headliner in Italia a 61 anni dopo 35 a fare dischi di notevole successo internazionale è una colpa che andrebbe lavata col sangue.
La band è apparsa sinceramente stupita dai vari ritornelli cantati in coro da migliaia di presenti, quasi non immaginassero di avere un minimo di popolarità in Italia.

Un po’ più di fiducia, eccheccazzo….

Stefano Piccagliani © 2012
.
PS: la white falcon di M. Campbell in realtà dovrebbe essere una Duesenberg di cui non so un cappero….

C.S.I. ROCK: IS JIMMY PAGE DEAD?

15 Mag

Picca mi invia questo articolo, così, all’improvviso….rimango sorpreso… è una delle sue intuizioni geniali? Lo ha sognato? Un semplice artifizio ? Fatto sta che non mi aspettavo che sapesse, che potesse smascherare una faccenda che solo in pochissimi in questo mondo sanno, così mi pongo il dilemma: glissare o, per il voto che ho fatto all’onestà intellettuale, integrare il suo post con una appendice che potrà finalmente spiegare uno dei grandi misteri irrisolti dell’universo? 

C.S.I. ROCK: IS JIMMY PAGE DEAD? di Picca

Guardavo l’altra sera l’ennesima menata televisiva legata al mito ‘Paul is Dead?’ che sarà simpatico e stuzzicante finchè volete ma ormai ha stracciato le gonadi alla grande.

Nel programma Misteri una Paola Barale irriconoscibile e con una sospetta voce ‘di naso e di fronte’ tipica delle liasons troppo lunghe con i prodotti tipici di Colombia e Bolivia ha intervistato un manipolo di ‘esperti’ per cercare di snodare l’antico inghippo sulla possibile morte di beatlepaul e la sua sostituzione con sosia, pare, canadese.

Misurazioni di orecchie, analisi di dentature, comparazioni di spettri e frequenze vocali eccetera…

Alla fine della fola appare quasi scontato che Macca 1 è crepato nel ’66 e che un Macca 2 gli è entrato nei beatleboots, ha imparato a imitarne l’accento adenoidale di Liverpool e si è allegramente messo a scrivere su due piedi Hey Jude, Penny Lane, Let It Be, Blackbird, Helter Skelter, Maybe I’m Amazed, Live And Let Die, My Love, Band On The Run e via discorrendo.

Così si spiega Maxwell’s Silver Hammer, se non altro.

La follia di tutto ciò ha però contribuito ad accendere un led (!) nel mio cervello fulminato e a imbastire un’ ipotesi che da qualche giorno mi ossessiona: Paul is Alive.

But Jimmy Page is dead.

(Jimmy Page 1  – 1969)

Vabbè la stanchezza, vabbè l’eroina, vabbè la cocaina, vabbè Charlotte Martin, vabbè Uncle Aleister, vabbè Kenny Anger, vabbè Richard Cole, vabbè Lori Maddox, vabbè la Riot House: ma la metamorfosi al contrario da farfalla virtuosa a bruco inceppato del chitarrismo, e non solo, di Jimmy non trova altra spiegazione.

Poniamo l’ipotesi (e qui la gnosi storiografica del nostro Timmy dovrà aiutarci) che mr. James Patrick Page, alla fine del tour del 1973, sia morto.

(Jimmy Page 1 – 1973)

Come non lo so, gli è cascata la doppio manico in testa, ha fatto un rito crowleyano per generare il Monnchild con Peter Grant come Scarlet Woman, l’ ha accoppato Ronnie Wood perchè gli molestava la moglie…non m’importa.

(Jimmy Page 1 – San Francisco Kezar Stadium 2 giugno 1973 – Foto di Riff Gilioli)

La Led Zep inc. decide di fare ‘la vecchia’ e di sostituirlo per non buttare alle ortiche tutto il lavoro svolto e le potenzialità future. Prendono un po’ di scarti degli albums precedenti per il disco successivo (cosa effettivamente accaduta per Graffiti: evidence n.1) e assoldano un chitarrista sconosciuto (mica puoi prenderne uno famoso sennò ti cappellano subito) e lo trasformano in Jimmy Page 2. Peter Grant smolla qualche mazzetta a chirurghi plastici per dargli un’ aggiustatina, Richard Cole parla con le groupies, Ahmet abbozza e il gioco è fatto.

C’è un problema: Jimmy 2, confronto a Jimmy 1, è un chitarrista scarsissimo.

Cioè… è uno che in un pub andrebbe da dio, tra l’altro conosce molti riff degli Zeps, ma messo di fronte a Dazed and Confused live del ’73 si caca sotto nel costume da dragone.

Planty e Jonesy si occupano di aggiustare un po’ di appunti e dar loro una forma zeppellinara, mentre Jimmy 2 sta in casa da mane a sera a fare scale e allenare diteggiature.

Mettono in giro la voce che sia drogato, ma in realtà va a lezione di chitarra.

Solo che non ha la manina, soprattutto la destra, come si evince osservando i filmati dal ’75 in poi: il polso del chitarrista ha subito un’ involuzione drammatica, è fermo, saldato all’avambraccio, senza fluidità (evidence n.2 – Tim: chiedere perizia a ortopedico appassionato di rock).

Anche le movenze sul palco si fanno meno fluide: certo, Jimmy 2 ha studiato bene le pose di Jimmy 1, ma ora hanno un che di sforzato, di meccanico, addirittura fuori-tempo, al contrario della showmanship mostrata da Jimmy 1 in TSRTS e altri filmati pre-decesso.

E a livello compositivo Jimmy 2 ci prova eccome a reggere il confronto, ma The Rain Song è un ricordo lontano, al massimo puoi arrivare ad Achille’s Last Stand con le 4’000 sovraincisioni di chitarra necessarie per portare la canzone a casa (evidence n. 3) e il buon Jonesy che ti dà una mano ad arrangiare.

Altrimenti…Hot Dog. Lucifer’s Rising. Chopin’s prelude.

Questo spiega anche i fallimenti delle collaborazioni successive, con Coverdale e Rodgers che si aspettavano di lavorare con Jimmy 1 e si sono ritrovati Jimmy 2.

Il problema è che adesso Jimmy 2 è Jimmy Page da molto più tempo di quanto non lo sia stato Jimmy 1, e indietro non si torna.

Se Timmy boy potesse piazzare due ritratti di Jimmy, diciamo un ’72 e un ’79, si evidenzierebbe che si tratta di due individui differenti.

Altrimenti basta guardare la manina destra.

Il dibattito, e l’indagine, sono aperti.

©Stefano Piccagliani 2012

Appendice: LE PROVE di Tim Tirelli

Il 29 luglio 1973 (o meglio il 30 visto che il concerto si protrae oltre mezzanotte) termina il tour americano del 1973 e terminano i Led Zeppelin come li conosciamo. Cinque anni in cui hanno pubblicato cinque album bellissimi e portato in tante città uno spettacolo rock come non si era mai visto. Nessuno come loro ha saputo fondere impatto sonoro/importanza storica/songwriting eccezionale/look/senso del rock/ senso del blues/capacità musicali e strumentali /intrattenimento/capacità di far soldi e di saperli gestire. I cinque anni in questione saranno il fulcro di tutto l’avvenire del gruppo, grazie a quanto fatto in questo periodo di tempo, i LZ saranno adorati per decenni a venire.

Il manager Peter Grant e il guru discografico AHMET ERTEGUN capiscono che – dal punto di vista della raccolta frutti…peraltro già abbondantissima – il bello deve ancora arrivare, pongono quindi la loro massima attenzione e cura al progetto LED ZEPPELIN.

Tutto perfetto quindi, beh non proprio…durante le riprese personali per le scene fantasy del film musicale a cui si sta lavorando Jimmy Page, la mente e leader del gruppo muore. Morte in apparenza normale e sciocca: Page cade da un cima montagnosa mentre gira per la terza volta l’ arrampicata. Il freddo, la stanchezza, il fisico non certo allenato…Page molla la presa, fa un volo di qualche decina di metri, batte la testa, muore. In Scozia, vicino alla Boleskine House, sulle rive di Loch Ness, mentre interpreta lo scalatore e l’eremita . Tutto sommato una morte adattissima.

(ultima immagine di Jimmy Page, pochi minuti prima di iniziare per la terza volta la scalata – tardo 1973)

Nel ristrettissimo cerchio Zeppelin la notizia è terrificante. Grant avvisa subito Ertegun che vola immediatamente in Inghilterra e che impone di non divulgare la notizia. Due giorni dopo si tiene un primo meeting segreto in un albergo delle midlands tra Grant, Ertegun, Richard Cole, Plant, Bonham, Jones, il regista delle riprese. I tre assistenti di questi vengono rinchiusi in una sala adiacente. Viene deciso di tenere nascosta la notizia e si ipotizza di continuare come i Beatles fecero con il sostituto di PMC. Jones decide di uscire dal gruppo, Bonham è confuso, Plant si ribella, non ne vuole sapere, vuole chiudere anche lui. Ertegun mette in campo tutte le sue doti e la sua esperienza e per farla breve, nel giro di tre settimane convince sia Jones che Plant. Tutti firmano un documento segretissimo dove si impegnano a non divulgare mai la verità. Sgarrare significa finire – ben che vada – in un istituto per le malattie mentali (il primo ad entrarci è uno dei tre tecnici assistenti alle riprese testimone della morte di JP).

Seguono meeting dove si traccia la strategia su come rimpiazzare Page. L’ottima intuizione di Picca non è completa: non esiste un Jimmy Page 2…ne esistono diversi.

Il 1974 il gruppo tiene un profilo bassissimo: niente concerti naturalmente, si distoglie la attenzione dando vita alla SWAN SONG, si lascia trapelare che Plant deve operarsi alle corde vocali (cosa peraltro vera) e ci si organizza per preparare un nuovo album. Già il nuovo album. Ma come fare? Si rispolverano pezzi registrati e non usati per i tre album precedenti (BRON YR AUR viene dalle session di LZIII / NIGHT FLIGHT-BOOGIE WITH STU-DOWN BY THE SEASIDE da quelle di LZIV / THE ROVER-BLACK COUNTRY WOMAN-HOUSES OF THE HOLY dalle session del 1972 per l’album HOUSES OF THE HOLY). In un primo momento si pensa di far uscire un album doppio, con un disco con questi 7 pezzi da studio e un disco con una selezione di pezzi live presa dalle registrazioni multitraccia fatte nel giugno del 1972 in California (che poi usciranno nel 2003 come HOW THE WEST WAS WON). Gli inediti – pur essendo validi – non vengono considerati sufficienti, c’è bisogno di materiale nuovo, di pezzi che possano diventare nuovi grandi manifesti del sound LZ. Viene chiesto a Jones di scrivere alcuni brani nello stile di Page e di registrare con la band con lui stesso alla chitarra (Jones è un polistrumentista che sa suonare piuttosto bene la chitarra …l’intro di CELEBRATION DAY su LZ III l’ha suonata lui). Si cerca nelle home recording di Page, si trovano spunti interessanti (KASHMIR / TEN YEARG GONE) e da quelle idee abbozzate e dal nuovo materiale composto da Jones nascono gli altri grandi brani che appariranno su PHYSICAL GRAFFITI.

Occorre però un vero chitarrista per registrare certe parti. Spacciando il lavoro come un album solista di Jones, vengono ingaggiati un paio di chitarristi inglesi: CHRIS SPEDDING e BERNIE MARSDEN ma il risultato non è ancora sufficiente, per plagiare il chitarrismo e il genio di Page serve ben altro, così AHMET ERTEGUN e PETER GRANT decidono di rischiare e di mettere al corrente JEFF BECK. Non si conoscono le reazioni di El Becko, fatto sta che due settimane dopo Beck è in studio con la band, registrando con le chitarre, gli ampli e lo stile di Page i rimanenti pezzi di Physical Graffiti.

Beck a questo punto è totalmente coinvolto ed entra dal punto di vista legale e dei profitti nei LED ZEPPELIN, però non può salire sul palco nel vesti di JP. Inizia la ricerca di un sostituto che assomigli come una goccia d’acqua (o quasi) a Page e che sappia suonare la chitarra.  Come accennato da qui in poi in realtà i sostituti saranno diversi nel corso degli anni, mai chiarito dove finissero poi a fine lavoro.

FINE 1974/INIZIO 1975 – JIMMY 2: viene scovato vicino Londra un chitarrista discreto che assomiglia incredibilmente a Page, anzi è persino più bello e affascinante: sarà l’unico – dal punto di vista del visual – ad essere all’altezza dell’originale. Il gruppo parte per il tour americano annunciando che Page si è fatto male all’anulare della mano sinistra ma che comunque il tour viene confermato. Le non eccezionali perfomance del chitarrista vengono quindi giustificate dalla cosa. Plant si ammala nel primo giorno del tour: si porterà dietro fino a marzo la bronchite, le sue performance saranno miserabili, ma ciò contribuisce a mascherare  l’assenza del vero JP spostando l’attenzione su di lui. A fine tour i contrasti con Jimmy2 porteranno all’allontanamento di quest’ultimo. Jimmy2 diventerà un tossico, non ci sarà bisogno di farlo internare. Morirà (a quanto si sa) alla fine del 1978. Il tour comunque è un successo incredibile, il nuovo album arriva in cima alle classifiche riportando anche i precedenti cinque nei TOP 200 di Billboard.

(Jimmy 2 – 1975)

1976: altro anno praticamente sabbatico dal punto di vista di tour e di apparizioni pubbliche. In gennaio viene registrato a Monaco di Baviera (lontano da occhi indiscreti dunque) PRESENCE. Molte parti di chitarra vengono in origine registrate da Jones alla tastiere, per poi essere rifatte da Jeff Beck e, almeno secondo indiscrezioni, da Roger Fisher (HEART) e Paul Chapman (LONE STAR) che avrebbero contribuito alla scrittura dei brani insieme a  Jones. Un errore in fase di missaggio svela quanto appena scritto: in ACHILLES LAST STAND è ancora udibile per qualche secondo la tastiera di Jones. In aprile esce PRESENCE. In ottobre il doppio live e film THE SONG REMAINS THE SAME, basato sulle ultime apparizioni live del vero Jimmy Page (NY Madison Square Garden 27-28-29 luglio 1973). Invece di mandare in tour il gruppo, il management manda in tour questo film, soprattutto nei paesi meno battuti, alimentando il mito con un film spettacolare relativo al gruppo originale.

1977 – JIMMY 3: entra in scena un nuovo chitarrista, ma la scelta è meno felice del precedente. Il tour deve partire in febbraio, ma Jimmy 3 non è ancora ad un livello decente (non lo sarà comunque mai). Si sposta tutto ad aprile. Viene fatta circolare la voce che Jimmy Page è debilitato, che le droghe stanno minando le sue capacità. Il pubblico se la beve e, seppur pieno di violenza, il tour consacra il gruppo ai vertici del rock mondiale. Dalla scaletta viene tolta DAZED AND CONFUSED, troppo particolare per essere affrontata da un chitarrista normale. I bootleg evidenziano le magagne chitarristiche…quanta differenza tra Jimmy3 e il vero Page. I lunghi capelli neri sempre davanti al viso e il completo bianco con papaveri e dragoni rendono Jimmy3 una copia estetica accettabile. Durante la terza parte del tour, muore all’improvviso, il figlio di Plant. Tutto si ferma di nuovo. Jimmy3 ad un certo punto sparisce. Non si sa altro.

(Jimmy 3 – 1977)

1978 : in maggio Plant accetta di ritrovarsi qualche giorno allo CLEARWATER CASTLE nella foresta di Dean in Inghilterra con Ertegun, Grant, Richard Cole, Bonham, Plant e Beck. Quest’ultimo non riesce più a gestire la cosa.  Garantendo il massimo riserbo, esce dalla società. Plant, Jones e Bonham fanno qualche prova. In novembre il gruppo si ritrova ai Polar Studio di Stoccolma (anche questa volta lontano dai riflettori londinesi o americani) per registrare un nuovo album. Jones suonerà molte parti di chitarra. Roger Fisher degli Heart completerà il resto. L’album è – per cause di forza maggiore – keyboards oriented.

1979/1983 – JIMMY 4: in gennaio 1979 viene reclutato quello che viene schedato come Jimmy4, uno svizzero di madrelingua inglese, del giro di  Claude Nobs. Fisicamente simile, non una goccia d’acqua… ma ormai passa l’assunto per cui le strane metamorfosi facciali (e fisiche) di Page sono dovute al massiccio uso di eroina. Jimmy 4 non è malaccio, ma è davvero troppo magro e mediocre come chitarrista. Però si integra bene con la band, accetta gli ordini di Plant, insomma fa il Jimmy Page senza pensare di essere diventato Jimmy Page (cosa accaduta ai precedenti due). Due date a Copenhagen e due date a Knebworth e il 1979 dal punto di vista delle esibizioni (seppur misere) passa. In agosto l’album IN THROUGH THE OUT DOOR irrompe nelle classifiche e benché non sia certo un capolavoro vende tonnellate di copie. Ertegun e Grant dovrebbero essere contenti, ma la cosa inizia ad essere un peso insopportabile.

(Jimmy4 a Knebworth 1979… è evidente che si tratta di una altra persona)

Nel 1980 si decide di capitalizzare al massimo – prima di una fine che sembra imminente – e si inizia ad ipotizzare un nuovo tour negli USA. Plant impone qualche data in Europa per vedere se la cosa può almeno avere un senso. Vengono organizzate un po’ di date a maggio, ma Jimmy4 non pare in grado. Vengono spostate tra giugno e luglio. E’ probabilmente il punto più basso toccato dai LZ. Seppur senza le grandi maratone del passato, e con la giustificazione dell’approccio sporco del punk di gran moda in quel periodo, le esibizioni sono – dal punto di vista chitarristico – deprimenti. Jimmy4 si nasconde dietro occhiali da sole e completi eleganti, ma le mani non vanno. Inizia a conficcarsi nella mente del giovane Picca, presente alla data di Zurigo, la intuizione che c’è qualcosa che non va, che quello non può essere Page.

(Jimmy4 durante il tour del 1980)

Plant non è convinto, Bonham non parla, Jones è soggiogato dal sempre maggior potere che acquista all’interno del gruppo, la situazione è confusa, ma si decide di partire per l’ultimo grande tour negli USA. Un paio di settimane prima di partire Bonham muore. Sappiamo tutti come è andata. A quel punto tutto crolla, o meglio crollano i LZ. Sì, perchè il problema Page rimane. Non si può certo far morire anche lui, troppi sospetti si aprirebbero sulla società  Zeppelin. Grant molla, Plant e Jones non ne vogliono più sapere. Ertegun delega la faccenda Page a Phil Carson (capo della Atlantic inglese). Nel 1981 esce a nome  Jimmy Page la colonna sonora di un brutto film di Michal Winner, DEATH WISH2. In relazione a questi anni si hanno meno certezze, ma pare che in studio ci fosse Roger Fisher, appena uscito dagli HEART. Phil Carson convince Beck ad includere Jimmy4 nel tour dell’Arms nel 1983. Viene messo al corrente della cosa Paul Rodgers. I due si presentano insieme, in alcune canzoni lo stesso Rodgers prende in mano una Gibson Les Paul per coprire l’inettitudine del chitarrista che ha a fianco. Il risultato sarà scabroso. Jimmy4 viene cassato. Non si sa che fine abbia fatto.

1984/2000  – JIMMY 5: Phil Carson gestisce orma il tutto da solo, Ertegun non ha più il polso della situazione e il resto dell’entourage Zeppelin ormai è preda dei demoni e dei sensi di colpa dell’operazione. Plant cerca di distrarsi con la carriera solista. Sorprendentemente Carson convince Rodgers a fare qualcosa utilizzando il marchio Jimmy Page. Si inventano i Firm. Reclutano Chris Slade e Tony Franklin (ai quali non verrà detta la verità) e un chitarrista australiano nato in Inghilterra, un certo Leopold. Il tipo è, o meglio era un buon chitarrista, è molto amico di un conoscente di Carson. Il problema è il 1984, il tipo prende tutto alla leggera, è fuori allenamento, suona una Fender Telecaster con il B-Bender e adotta un look che forse è adatto ai bar di Perth, non certo per l’Hammersmith di Londra. Rodgers lo convince ad usare la Gibson Les Paul almeno in qualche pezzo. Io ho visto Jimmy5 dal vivo a Pistoia in quell’anno, posso giurare che – morisseilpapa-  quello non era Jimmy Page.

(nella foto Jimmy5 aka Leopold: è evidente che questa persona non è Jimmy Page)

Gli anni 1985 e 1986 andranno un po’ meglio. Sotto controllo di Rodgers , viene assunta una stylist per rendere accettabile il look di Page. Leopold insiste a volte con discutibili camicie hawaiane, ma per il resto il tutto sembra funzionare abbastanza bene.

(Paul Rodgers con Leopold/Jimmy5 dal vivo con i Firm nel 1986)

 (Jimmy5 con i Firm nel 1986 dopo l’intervento della stylist)

Jimmy5 viene inviato a calarsi meglio nel ruolo, a curare di più il suo aspetto e la sua tecnica. Il risultato sotto certi aspetti è sorprendente.  Nel 1988 esce OUTRIDER, scritto da Jimmy5 e Roger Fisher. Album modesto ma che lascia trasparire in alcune sue parti momenti ispirati (l’assolo di HUMMING BIRD potrebbe davvero essere stato fatto dal vero Jimmy Page). Lo stile per i più è perfetto, per i pochi invece è evidente che chi suona e scrive è un finto Jimmy Page che fa il Jimmy Page. PRISON BLUES è troppo Jimmy Page per essere davvero Jimmy Page. Chiaro no? John Miles, Durban Laverde, Jason Bonham sono convinti di stare a suonare col Jimmy1.

Jimmy5 nel tour relativo sorprende tutti, me compreso: la prima data (naturalmente quella ripresa da MTV e mai trasmessa) è un mezzo disastro, Jimmy preso dall’emozione è scoordinato e pasticcione, ma nei concerti di ottobre e novembre si rivela un grandissimo chitarrista. Sembra il Jimmy1 dei giorni d’oro. L’emozione è un po’ il tallone d’Achille di Jimmy5: in maggio per il 40esimo anniversario della Atlantic cicca clamorosamente l’appuntamento con la storica reunion dei LZ, ovviamente in mondovisione. Milioni di persone si domandano se davvero quello è Jimmy Page. Ahmet Ertegun e Phil Carson avevano persino preparato un comunicato temendo il peggio.

Nel 1990 esce il Box set rimasterizzato, Leopold viene portato in giro per un tour promozionale dove nelle mille interviste recita la particina impartitagli da Ertegun e Carson.

Nel 1991 Jimmy5/Leopold viene messo insieme a Coverdale. A David non viene detta la verità, ma il cantante del Serpente Bianco intuisce che qualcosa non va. Passano due anni prima di vedere pubblicato il disco, il tour mondiale relativo viene annullato e solo una manciata di date in Giappone prendono forma. Si ipotizza che Coverdale abbia capito tutto, ma che sia stato convinto a continuare.

Nel 1995/98 visto la sua più che buona (per un musicista di quel livello) tecnica chitarristica Leopold viene affiancato a Plant, voglioso di tornare a riempire arene da 20.000 posti. Il live UNLEDDED/NO QUARTER dove rileggono classici dei LZ e WALKING INTO CLARKSDALE, deboluccio album di pezzi nuovi. I tour del 94/95/96/98 fanno registrare ovunque il tutto esaurito. Per Plant sembra quasi di stare a suonare col vero Jimmy1, Leopold in più è affabile, affidabile e anche di buon umore. Ha smesso di bere, solo l’abbigliamento rimane una nota dolente. Inizia a perdere i capelli. Nel 1998 la stylist lo costringe ad un drastico taglio della chioma e ad infoltire un po’ il bulbo con tecniche d’avanguardia.

(Jimmy5 coi capelli corti – in mano un bootleg con in copertina una immagine di Jimmy2 del 1975)

Nel 1999/2000 fa due mini tour con i Black Crowes, il chitarrismo è scaduto nuovamente, ma in una band con tre chitarre la cosa è meno evidente (ai più). Leopold ha ripreso a bere, si presenta in concerto con una terribile felpa nera che mostra una pancia che il nostro anglo-australiano sfoggia con poca eleganza. Il tour del 2000 deve toccare anche le nostre sponde, ho il biglietto per il Forum d’Assago, ho voglia di rivedere il vecchio Leopold… ma tutto viene annullato, causa un mai chiarito mal di schiena di Page (cioè Jimmy5).

Da lì in poi tutto si fa confuso, almeno per me che negli anni duemila perdo i miei contatti all’interno dell’entourage. Nel 2003 vengono pubblicati un triplo live del 1972 (che vende un milione di copie in america, disco di platino) e un vendutissimo doppio divudi (che vende nelle prime settimane 400.000 copie, quattro dischi di platino) dei Led Zeppelin.

Verso la fine del decennio compare in pubblico e in concerto (la storica reunion del 2007 per celebrare Ahmet Ertegun morto nel 2006) un signore con una lunga criniera bianca, una specie di George Washington, con lineamenti orientali vagamente simili a quelli che potrebbe avere Jimmy1 fosse ancora vivo. Io rimango a bocca aperta. Non so chi sia quel signore, non suona mica tanto bene la chitarra ma è capace di muovere folle oceaniche…. la reunion genera aspettative altissime e una richiesta di biglietti da record assoluto.

A tutt’oggi il mistero rimane irrisolto. Io sono confuso, sono addirittura arrivato a chiedermi “ma era davvero morto Jimmy1? Non è che invece 39 anni fa decise di sparire per ricomparire solo in questi ultimi tempi? ” Ertegun è morto, Peter Grant è morto, Phil Carson è scomparso non si sa dove….Plant e Jones sono davvero al corrente della verità? Chi è che sa qualcosa? Insomma chi cazzo è quel tipo che chiamiamo Jimmy Page?

© Tim Tirelli 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso:I CAN’T LET GO – The Hollies 1966

30 Apr

I CAN’T LET GO – THE HOLLIES (1966)

Ascoltavo questo vecchio singolo degli Hollies  stupendomi ancora una volta per quanto fosse esplosiva e gioiosamente contagiosa la musica del primo beat inglese, quello della cosiddetta British invasion dei i vecchi 45 giri di  Manfred Mann, Dave Clark Five, Zombies, JohnPaulGeorge&Ringo e appunto, gli Hollies. Dopo 15 secondi di canzone dovevi già aver conquistato l’ascoltatore, già illamato il pesce, e poi ti restavano un paio di minuti lordi per convincerlo a comprare il 45 giri durante un frettoloso assaggio nella cabina di pre-ascolto, così a Manchester come a Modena (Messori Dischi, negozio in Piazza Mazzini, commessi in grembiule azzurro).

Gioia contagiosa, si diceva.

Ascoltavo e pensavo ciò: questa era gente, gli Hollies ma anche gli altri ‘bitt’ dell’epoca, che fino a cinque minuti prima pensava, anzi sapeva, di essere destinata a tornire bulloni in qualche acciaieria o a smartellare carbone in qualche miniera o a scaricare casse in qualche porto di mare, nell’Inghilterra grigiofumo dei primi 60’s, ma poi, cinque minuti più tardi, per un semplice scherzo del destino, si era trovata a cantare, ripeto a cantare, con la chitarra a tracolla e a fare dischi, a guadagnare, girare il mondo, ad adombrare giovani pulzelle consenzienti, anzi entusiaste.

Gioia con cui contagiare il globo.

Gioia pura, altro che pugnette.

La cosa in seguito è diventata consueta, calcolata e calcolabile e la musica pop si è un po’ incupita, se vogliamo è diventata più interessante, materia di studio, formula, schema, oppure diverso schema per apparire fuori dallo schema, ‘arte’ come sostengono i più tromboni, feeling, espressione, impegno, politica, dramma, improvvisazione, tecnica, virtuosismo…tutto quello che vi pare e piace.

Ma se vogliamo la botta di gioia contagiosa, la felicità pura e semplice di essere giovani davvero a fronte alta e a viso aperto, ecco che si fa sempre ritorno ai favolosi sixties, i primi, i più teneri e disarmanti e felicemente ingenui, i sixties ancora in biack&white, pre-colore, pre-droga, pre-contestazione, pre-tutto, a questi pasticcini di tre minuti scarsi colonna sonora di un vitale e contagioso urlo di gioia, quando davanti si aveva solo futuro.

Nel controcanto del contagioso e ben architettato ritornello, Graham Nash col suo tenore becca una nota inumana che tiene stoicamente per parecchie battute e che allora colpì l’entusiasta Paul McCartney, il quale pensava trattarsi di una tromba.

Ecco, per me Graham Nash, con lo spettro delle acciaierie, delle miniere e del porto di Manchester ormai alle spalle, si merita tutta la fama e la gloria e i dollari guadagnati in seguito con CS&Y  solo per quella nota lì, e tutte le volte che l’ascolto in cuor mio lo ringrazio per la gioia emozionante e meravigliosamente stupida che riesce ancora a regalarmi, che Dio lo benedica.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

HOMELAND (TV Series) di Saura Terenziani

26 Apr

“Un prigioniero di guerra americano, liberato e ritornato in patria, si è convertito”.
Intorno a questa frase ruota Homeland, la nuova serie di telefilm andata in onda su Fox, la cui prima stagione è terminata alcuni giorni fa. Homeland è un thriller psicologico, incentrato sull’attuale tema del terrorismo internazionale, sicuramente molto sentito negli States.

Per essere la prima serie sull’argomento uscita dopo l’11 settembre, è azzeccata per un sacco di motivi: non è mai lenta (nonostante non sia mai  eccessivamente frenetica), è avvincente, ti incolla al televisore e quando alla fine dei 45 minuti vedi i titoli di coda, ne vorresti ancora. In ogni puntata ti trovi di fronte a piccoli capovolgimenti che ti minano le conclusioni a cui eri giunto nella puntata precedente. Oltre a questo, non sembra esserci traccia di quella retorica tipicamente americana di cui molti dei film d’oltreoceano  sono permeati.

Una menzione particolare va alla protagonista Claire Danes, che impersona Carrie Mathison, l’agente della Cia che non crede all’innocenza di Brody, il marine rilasciato dopo 8 anni di prigionia. Carrie è brillante, perspicace, lotta contro un grave problema di personalità che la affligge e le rende particolarmente difficile il rapporto con il suo lavoro e le altre persone. Eppure è lei il personaggio centrale della serie, quella per cui, alla fine, mi ritrovo a fare il tifo. Oltretutto, come direbbe l’autore di questo blog, è anche una gran figa.


Last but not least, il doppiaggio, fondamentale per me, che risulta addirittura migliore della linea sonora originale.
La seconda stagione di Homeland comincerà negli States il 30 settembre, e in Italia dovrebbe arrivare poco dopo.
Aspetto con ansia l’uscita della prima serie su dvd, magari in blu-ray, per farmi un bel regalo.

© Saura Terenziani 2012

25 APRILE – THE TIES THAT BIND (Staffette blues) – di Francesco Prete

25 Apr

Per quanto siano amici i lettori o collaboratori del blog, non sono solito pubblicare loro “racconti”. Articoli, commenti e considerazioni che ritengo interessanti vengono regolarmente pubblicati, a mio insindacabile giudizio. Credo che questo, come già detto, renda il blog meno monotono e più frizzante. Faccio volentieri una eccezione  per questa cosa di Francesco, perché mi piace molto e perché ben si sposa con lo spirito del 25 aprile. Buona lettura.

———————————————————————————————————————————————————————————————————————-

The ties that bind. Now you can’t break the ties that bind (Bruce Springsteen)

         “Non aprono, ancora non aprono. Alle sei avrebbero dovuto aprire, sono le sei e mezza ma i cancelli restano chiusi”. Maria non vedeva l’ora di entrare nel Palasport, di correre verso il palco e, se possibile, di appiccicarsi alle transenne per essere lì, lì sotto, e vederlo da vicino Bruce, magari essere issata sul palco per “Dancing in the Dark” (MAGARI!), poter cantare a squarciagola la sua preferita, che solitamente Springsteen tiene come bis: “It’s a town full of losers / And I’m pulling out of here to win”. “Le sette meno un quarto e ancora niente, non è normale, il Boss è unico anche in queste cose, è puntuale, e adesso sta pure piovendo, mannaggia…” Le voci cominciano a girare tra la marea umana che circonda il Palasport, tutta intenta a ripararsi come può dall’acqua che viene giù: concerto annullato, Springsteen sta male, “No, nooooo! E quando ci ricapita Bruce a Bologna, io lo voglio vedere qui, nella mia città!”; problemi di ordine pubblico, la Prefettura non autorizza il concerto, “Ma che ca…, questi non hanno niente di meglio da fare, oddio no!” Poi, finalmente, gli altoparlanti diramano il comunicato ufficiale che rassicura tutti: ritardo, un banale ritardo, Springsteen e tutto il seguito, in arrivo dalla Germania, sono stati rallentati da una nevicata sul Brennero, il concerto si terrà regolarmente, solo inizierà in ritardo. “E vai, che sarà mai un po’ di ritardo, tra poco sarò lì sotto, non sarà certo la neve a fermare il Boss, la neve…”

            La neve, ricordo solo tanta neve e un gran freddo, freddo dentro, eppure le nostre due biciclette andavano, dovevano andare, non c’era tempo per il freddo. La Irene aveva qualche anno più di me e cercava di farmi coraggio, ma io avevo paura; pure lei ne aveva, lo so, ma faceva finta di niente. Il ponte a Serravalle, ora lo vedevamo tra i fiocchi che continuavano a cadere, le due sentinelle erano lì e vedendoci arrivare ci vennero incontro con i mitra spianati; poi, rendendosi conto che si trattava solo di due ragazze, li misero giù – ingenui! – e ci sorrisero. “In giro con questo tempo, bellezze?” Anche loro erano poco più che ragazzi, le uniformi repubblichine o quel che ne restava e sopra altri stracci per proteggersi alla meglio dal freddo. “Torniamo dall’ospedale, abitiamo su all’Abbazia” fu la risposta pronta di Irene. Il che era vero, o quasi, avevamo incontrato Lupo dietro l’ospedale, dove ci aveva consegnato le armi, ed eravamo dirette all’Abbazia, dove dovevamo recapitarle agli altri compagni. “Con questo tempo non c’è modo di aggirare il ponte e lì ci sono due sentinelle repubblichine, due ragazze daranno meno nell’occhio ma dovete essere pronte al peggio, queste due tenetele a portata di mano, sapete come usarle…” ci aveva detto Lupo, e ci aveva dato due pistole già cariche, pronte a sparare. “Che Dio vi protegga, ma se sarete costrette a fare da sole non esitate!”

E già, come no, la faceva facile lui. I combattenti erano loro, gli uomini: le donne erano solo “staffette” – che poi non ho mai capito esattamente cosa volesse dire – ma spesso i compiti più ingrati toccavano a noi.

“All’Abbazia, eh? Ma se lassù non c’è rimasto più nessuno dall’ultimo rastrellamento, vediamo un po’ cosa portate…” “Dai, venite a divertirvi un po’ con noi.” Rastrellamento, sapevo quale effetto avrebbe avuto questa parola su Irene, lei che in quel rastrellamento aveva perso i suoi genitori. Non feci neanche in tempo a vedere i suoi gesti: un solo colpo centrò in piena fronte quello dei due che le si stava avvicinando. L’altro si voltò verso di lei alzando il mitra e fu lì che sparai: tutti i colpi che avevo finché il percussore cominciò a battere a vuoto, ma io continuavo, continuavo e piangevo, e urlavo e piangevo, e piangevo e urlavo…

Le urla di Maria si perdevano tra le altre. La E-Street era sul palco e Bruce in gran forma, l’attacco alle transenne non era riuscito e lei si trovava defilata, sulla sinistra del palco e leggermente indietro, ma andava bene lo stesso. “My love will not let you down…” E ballava Maria, ballava e cantava, e con lei altre migliaia di corpi e di voci. La prima volta che aveva visto Springsteen dal vivo era stato a Roma nel ’93, con i suoi genitori: lei era poco più di una bambina ma era stato subito amore, anzi Amore, così, a prima vista e al primo ascolto. “Non si può star fermi quando canta Bruce, viene voglia di muoversi, di fare qualcosa, fosse anche solo urlare quello che hai dentro e che fore non riuscirai mai a dire a nessuno…” “Badlands, you gotta live it every day, let the broken hearts stand as the price you’ve gotta pay, we’ll keep pushin’ till it’s understood, and these badlands start treating us good…”

 

            “Good, very good” ripeteva l’ufficiale americano al quale I partigiani, in fila uno dietro l’altro, stavano consegnando le armi. A me sembrava normale, la guerra era finita, basta armi basta morti basta sangue basta odio rivogliamo la nostra vita e i nostri sogni e vogliamo tornare a sperare e che ci sia qualcuno ad aspettarci o da aspettare e dei bambini e rispetto per tutti e niente più ingiustizie e in fondo è per questo che avevamo combattuto… Irene no, non ci stava, diceva che avevamo conquistato la nostra libertà per poi svenderla a qualcun altro. “Piantala!” le urlò Lupo, “una donna non dovrebbe occuparsi di queste cose!” Già, noi eravamo soltanto “staffette” ma gli occhi di quei due io me li ricordo ancora, sbarrati, stesi in mezzo alla neve sembravano guardarci stupiti, forse non se lo aspettavano da due ragazze. Quando Irene mi prese la pistola io continuai a   piangere, erano solo due ragazzi, dalla parte sbagliata, certo, ma solo due ragazzi, che forse avevano delle ragazze ad aspettarli, una madre, un padre, solo due ragazzi, due cuori che avevano smesso di battere, due cuori…

“Two hearts are better than one, two hearts girl get the job done…” Maria non stava più nella pelle dall’emozione, I suoi occhi erano umidi di gioia, le gambe la sorreggevano a stento ma continuava a muoversi, a ballare, a cantare, poi… improvvisa, una vibrazione improvvisa nella tasca dei jeans: il telefonino. Maria lo tirò prontamente fuori e quando vide comparire nel display “Mamma” rispose senza esitare, circondata dal frastuono più totale, spostandosi di lato e accostando l’apparecchio all’orecchio destro, tappandosi il sinistro con l’altra mano.

“Mamma?!”

“La nonna, tesoro, ci siamo, sta morendo, chiede insistentemente di te, vieni ti prego.”

Maria si fece largo, fino ad arrivare a uno dei corridoi che portano verso l’esterno: riuscì a dire soltanto “sto arrivando.”

Per tutto questo tempo ho cercato di cancellare quegli occhi ma non ci sono riuscita, solo che ora rivedo tutto con un tale nitore, come se stesse accadendo qui e ora. Pensavo, speravo che tutto quello servisse per costruire un mondo migliore e di pace e mai più guerre e mai più occhi sbarrati a chiedersi perché? e bambini che giocano e uccelli che volano e cieli azzurri e magari anche la neve e il mare e gente che sta insieme e canta felice e i prati verdi e i campi di grano con le lucciole nelle sere d’estate e i fiori e la luna e le stelle…

 “E la macchina adesso? No, accidenti, chiamo un taxi che faccio prima.” Il taxi arrivò in pochi minuti e in altrettanti pochi minuti fu all’ospedale Maggiore. Dall’ictus di due settimane prima sua nonna non si era ancora ripresa: fino a quel momento era sempre stata in gambissima nonostante l’età, lucida, energica, attiva, ma ora… E lei a sua nonna era sempre stata molto legata, per questo nonostante il concerto il cellulare lo aveva tenuto acceso, per essere vicina a nonna Bianca qualora ce ne fosse stato bisogno. Abbracciò suo padre che era fuori dalla stanza, poi entrò e vide sua madre con il viso pieno di lacrime accanto al letto: la nonna era lì, con gli occhi aperti, vedendola entrare abbozzò un sorriso e riuscì a sollevare una mano tendendola verso di lei. Maria la prese e la strinse, inginocchiandosi sul pavimento. Fu in quel momento che gli occhi dei due ragazzi si chiusero per sempre, nonna Bianca non avrebbe più pianto per loro, non avrebbe più pianto – come le capitava spesso – per nessun altro, non su questa terra almeno. Maria stringeva la mano della nonna con la destra, con la sinistra prese quella di sua madre. In quel momento Bruce era arrivato al finale di “Hope and Dreams”:

“This train

Dreams will not be thwarted

This train

Faith will be rewarded

This train

Hear the steel wheels singin’

This train

Bells of freedom ringin’”

Maria sorrise, piangendo sorrise. Si alzò in piedi e abbracciò la madre. “Un altro taxi” pensò, “tanto devo andare a recuperare la macchina, se prendo un altro taxi arrivo in tempo per i bis”.

Nota:  il concerto a cui ci si riferisce nel racconto è quello di Springsteen a Casalecchio di Reno nell’aprile 1999, la sequenza dei brani in scaletta non corrisponde però a quella reale.

© Francesco Prete 2012

 

HARD ROCK? di Paolo Barone

18 Apr

Il nostro Polbi ci regala una sua riflessione, volutamente non troppo pesante, su quesiti esistenziali (:-)) che ogni tanto il  Michigan boy si pone. Tra tanto parlare di HARD ROCK CLASSICO, ogni tanto un refolo di vento underground/alternativo non può che farci bene.

Carissimi, ormai da tempo questo Blog e’ diventato un universita’ dell’Hard Rock. I contributi in materia di Tim, Riva e Trombetti hanno spalancato orizzonti e dato nuovi colori ad una musica ormai anziana ma viva come non mai. E cosi mi sono (ci siamo) ritrovati a riascoltare band dimenticate o a scoprire cose che mai ci saremmo andati a cercare. Personalmente mi sono sorpreso ad apprezzare cose tipo i Whitesnake o il MSG che avevo sempre snobbato e sottovalutato, divertendomi un sacco. Per non parlare dei BOC, dei quali sono diventato un fan, mentre prima conoscevo giusto un paio di cose…Insomma, ad esplorare la musica con mente ed orecchie aperte ci si guadagna sempre!

Ed e’ in questa direzione che volevo dare questa volta il mio piccolo contributo. Premettendo, a scanso di equivoci, che in campo Hard Rock non ho nemmeno un decimo della competenza della nostra citata trinita’, volevo tentare di proporre un percorso poco serio ed alternativo nelle zone meno Pop Rock del genere, quelle che tradizionalmente in questo Blog sono meno frequentate. Proviamo? Me la passate questa fesseria? Ok, andiamo…Tanto per capirci, seguiremo piu’ le sonorita’ alla Whole Lotta Love che alla Stairway… un po’ piu’ rumore e meno melodie…

Prima tappa del nostro percorso nell’Hard Rock rumoroso e underground, non puo’ che essere alla corte dei Blue Cheer. Chi siano ormai lo sanno proprio tutti, figuriamoci i lettori di questo Blog. Californiani amanti del blues, delle droghe (come tutti all’epoca) e della distorsione, hanno tirato fuori un paio di dischi assolutamente fantastici e, secondo me, fondamentali nei futuri sviluppi del genere. Datati ’67 e ’68 Vincebus Eruptum ed Outside Inside sono forse il primo vero approccio Hard nella storia della musica rock. Nessuno, che io sappia, aveva mai raggiunto questo livello di saturazione sonica partendo dal classico rock blues.La loro Summertime Blues, primo pezzo del primo album e’ il calcione d’inizio di decenni Hard & Heavy, il loro stile sara’ (ed e’ tutt’ora) fonte d’ispirazione per molti, moltissimi gruppi a venire.

(Blue Cheer)

Poco dopo le tempeste elettriche esploderanno ovunque fra America ed Europa, e in una citta’ in particolare prenderanno una piega alquanto singolare. Detroit Michigan, sara’ la culla di un tipo molto particolare di Hard Rock, spesso, a mio modesto parere, erroneamente confuso con il Punk. Le radici ancora una volta affondavano nel blues elettrico, ma cio’ che ne veniva fuori era un sound inedito, una specie di HR urbano, non ammaestrabile e selvaggio.

Amboy Dukes, Stooges e MC5 i protagonisti piu’ noti di questa razza endemica di rockers. La critica ufficiale dicevamo, li considerera’ quasi sempre come precursori del Punk, ma a me sembra un luogo comune riduttivo. Nei loro dischi suonano anche ballate, chitarre acustiche, percussioni, fiati, archi, cori, lunghi assoli e wah wah come se piovesse. Certo, i loro testi parlavano di vita vera vissuta, prendevano posizione e dicevano le cose chiare e senza compromessi, in modi molto lontani da una certa tradizione Hard fatta di imbarazzanti riciclaggi blues, elfi, streghe e folletti. Sicuramente Punk come attitudine, ma musicalmente un ala estrema dell’Hard, pur diversi fra di loro Raw Power, High Times e compagnia rimangono un esempio di liberta’ creativa ricca di colori e sfumature che lasciano il segno.

(Amboy Dukes)

E se Detroit alzava il volume a manetta, Londra non scherzava. Rispetto alle bands americane, da queste parti era spesso il lato oscuro a prendere il sopravvento: High Tide, Atomic Rooster e Leaf Hound, tanto per tirare qualche nome importante, portarono l’Hard verso un Dark Sound fatto di suggestioni esoteriche e atmosfere magiche, sviluppando ognuno uno stile originale, unico. Mentre le comuni Hippies di Hawkwind e Pink Faires si avventuravano nel cosmo inesplorato a bordo di astronavi elettriche anfetaminiche, gli UFO, prima dell’era Schenker, provavano anche loro a scandagliare le stelle con chitarre e batteria. Il risultato e’ spesso sorprendente, e forse un recupero dei primi dischi, specialmente del secondo, potrebbe valere veramente la pena se vi vien voglia di allontanarvi un po’ dallo stile classico della band.

Sempre made in England, Sensational Alex Harvey Band da’ il suo piccolo ma interessante contributo al suono Hard Rock con un paio di album degni di essere ricordati, una voce alla Bon Scott e il chitarrista con il trucco pre-Kiss! E sempre restando in zona trucco, facce dipinte e rossetti inglesila coppia Ziggy- Ronson porta le sonorita’ Hard in ambito Glam, cosi’ come l’Electric Warrior Bolan e i semi sconosciuti Hollywood Brats, band devastante truccatissima e proletaria, che aveva come fan numero uno il grande Keith Moon. Autori di un unico disco che mescola alla grande Glam, Hard & Rock and Roll in un certo modo anticipando quel bellissimo disastro americano chiamato New York Dolls, ma con meno fortuna  e piu’ volume.

E visto che ci siamo, che dire delle bambole newyorchesi? Su di loro si e’ detto e scritto tutto e il contrario di tutto, a dimostrazione dell’importanza che la gang ha avuto nei futuri sviluppi del rock. Erano punk, hard o solo r’n’r’? E Johnny Thunder il guitar hero perdente? Io mi pongo queste domande, mentre mia nipote di quattro anni li elegge suo gruppo preferito, insieme alle tarantelle siciliane, senza tante seghe mentali!

Dalle parti di Londra, un attimo prima che il punk arrivi a scombinare le carte in tavola, il trio Motorhead anticipava, e in un certo senso gia’ superava, l’imminente ondata metal. Non li amate molto in questo Blog, i gusti son gusti per carita’, ma e’ innegabile l’enorme influenza che esercitarono in ambito Hard & Heavy.

Ma un altra grande forza spiegava allora le sue ali, veniva dalla lontana Australia e no, non sto parlando degli AC/DC ma dei molto meno noti, ma altrettanto fenomenali, Radio Birdman. Ancora una volta ci troviamo davanti a una band che cammina in equilibrio fra i generi, e di questo riesce a farne un punto di forza. Guidati dal micidiale Deniz Tek, tirano fuori, specie sul primo disco, un Hard di grande impatto e poca (ma essenziale) melodia. Come purtroppo spesso accade, vennero pressoche’ ignorati in vita, per essere poi un culto anni dopo.

(Radio Birdman)

Cosi come accadde ai Sonic Rendezvous Band: incisero un solo 45, praticamente si esibirono live solo in Michigan, ma oggi nutrono estimatori in tutto il mondo, grazie ad un ottima serie di bootleg relativi a show e registrazioni in studio mai pubblicate. Io fra i tanti, non riesco a credere che uno dei piu’ grandi gruppi di Hard r’n’r’ di sempre, per quanto apprezzato sia rimasto una faccenda per pochi iniziati. Ma come e’ possibile che non siano famosissimi, che non piacciano a tutti??? Mah, misteri della musica, destini strani…

Non mi viene in mente molto degli anni ’80 in ambito Hard “non convenzionale” se non l’esplosione, alla fine del triste decennio, dei Jane’s Addiction. Due album, due capolavori, una piccola rivoluzione. E in contemporanea i Living Colour, guidati da Vernon Reid sono forse l’unico gruppo black che mi venga in mente in ambito Hard, unici anche e sporattutto da un punto di vista prettamente musicale, i LC camminavano sempre attraverso i confini dei vari stili, precursori del crossover che attraversera’ tutta la musica degli anni ’90. Raffinati, intelligenti e consapevoli del mondo in cui viviamo, ebbero un breve momento di celebrita’, andando addirittura in tour con gli Stones, ma non duro’, il mercato si e’ velocemente stancato di loro. Ma loro non si sono certo stancati di fare musica, sia come Living Colour che nei tanti progetti paralleli messi in piedi negli anni.

Poi arrivarono gli anni novanta e un appassionato di musica con gusti simili ai miei poteva tirare un sospiro di sollievo. Tante cose interessanti succedevano e in tanti ambiti differenti contemporaneamente. Nel settore Hard arrivarono i venti del deserto con l’onda Stoner guidata dai Kyuss. Tante bands, alcune ancora oggi attive ed interessanti come i Nebula, altre col tempo sepolte dalla sabbia del deserto che le aveva generate. Come tutti sanno, la fiaccola fu raccolta dai Queens of the Stone Age che con Songs for the Deaf realizzarono forse l’ultimo capolavoro di Hard rock originale, ormai piu’ di dieci anni fa.

Da allora un po’ di cose son successe, specialmente in ambito esoterico/dark, che oggi si chiama Doom, Sleep ed Electric Wizard su tutti, la Scandinavia si e’ scoperta patria di un rinascimento neohard, senz’altro sincero ma non direi cosi’ originale e creativo. Dal Canada sono arrivati i Black Mountain, che pur amando certe sonorita’ anni ’70, riescono a renderle proprie e rielaborarle con gusto e inventiva. E con loro arrivo alla fine di questa piccolissima e parziale passeggiata fra alcuni dei suoni e dei gruppi che piu’ amo, e che io penso come facenti parte della famiglia Hard, magari figli (e in un paio di casi anche zii) un po’ devianti, indisciplinati e mattacchioni, ma che ci vuoi fare, alcuni nascono cosi!

(Electric Wizard)

Ma forse sono io che non ho capito niente, e queste sono cose che con l’Hard non hanno a che fare? Spesso nomino queste band con amici che ascoltano cose piu’ classiche e mi guardano strano, stessa identica cosa mi succede con quelli pu’ coinvolti nell’ underground…Mi chiedo, ma insomma che roba mi piace a me? Che musica e’, come si chiama?!?

HEROES END: IN MEMORIA DI JOHN, MARK & RONNIE di BEPPE RIVA

28 Mar

Negli ultimi mesi sono dolorosamente mancati tre chitarristi che hanno marchiato in modo indelebile le strade lastricate di granitico rock’n’roll. Evitando un ridondante epitaffio, sono qui a ricordarli, in ordine cronologico di prematura scomparsa, convinto del patrimonio musicale e delle forti emozioni che hanno saputo offrirci.

JOHN DU CANN (1946-2011)

Altrimenti noto come John Cann, il chitarrista e vocalist è passato alla storia come membro dei classici Atomic Rooster; insieme a Vincent Crane e Paul Hammond (entrambi deceduti ancor prima di lui) ha realizzato nel fatale 1970 il secondo LP “Death Walks Behind You”: un colossale monumento dell’heavy-progressivo, scolpito dall’organo Hammond di Crane e dalla chitarra distorta vagamente Blackmoresca di Du Cann, in possesso anche di robusti e ben identificabili registri vocali.

Prima del suo trionfale ingresso nei Rooster, il musicista di Leicester mi era sconosciuto, poi son venuti alla luce i suoi notevoli trascorsi nei sixties: con The Attack, formazione mod-psych da culto, e nei lisergici Five Day Week Straw People (un fascinoso album all’attivo…); ma Du Cann è stato soprattutto il leader degli Andromeda: il loro solitario album del ’69 (RCA), una pietra miliare del cambiamento d’atmosfera fra stagione psichedelica ed il nascente progressive a tinte heavy, è quotatissimo fra i collezionisti anche per il suo valore intrinseco.

Dopo l’LP “In Hearing Of…” John ha abbandonato i Rooster insieme al batterista Hammond, per formare un power-trio con John Gustafson (fantastico bassista e voce dei Quatermass); dapprima si battezzarono Daemon, poi Bullet, infine Hard Stuff, il nome con cui hanno pubblicato due albums per la Purple Records: l’esordio “Bulletproof” (1972) è un altro classicone che contribuisce alla leggenda di John Du Cann.

Prima della sua morte, avvenuta il 21 settembre 2011 per infarto, aveva collaborato a lungo con l’etichetta Angel Air nelle ristampe della sua discografia.

L’ultimo lavoro, un CD antologico intitolato “The Many Sides Of JDC 1967-1980” (4 stellette su Record Collector) è uscito postumo e giova all’inquadramento storico del personaggio. Ancor più significativo il DVD del 2011, “The Lost Broadcasts”, che ritrae la sua carismatica e un po’ luciferina figura, in azione live con gli Atomic Rooster.

MARK REALE (1955-2012)

Una certa tipologia proto-metal U.S.A. dal suono “caldo”, che affonda le sue radici nel R&R urbano di gruppi quali Frost, Ursa Major, MC 5, Granicus, Ted Nugent e gli stessi Blue Oyster Cult, è l’humus da cui traggono origine i newyorkesi Riot, un gruppo che ha esercitato un ruolo trainante per la scena hard’n’heavy americana.

Già attivi nella seconda metà dei ’70 (il debut-album “Rock City” è del 1976) sono letteralmente esplosi nel 1981, in pieno fermento “metallico”, con il terzo, fondamentale “Fire Down Under”. Il chitarrista Mark Reale era il fondatore dei Riot e l’artefice di quelle timbriche dirompenti, tutt’altra cosa della “patinata” cornice sonica di altre formazioni a stelle e strisce. Brani di assoluto impatto come “Swords & Tequila” e “Outlaw” restano negli annali per la loro energia vitale, sprigionata anche dalla voce del sottovalutato Guy Speranza. Personalmente esprimo riconoscenza a questo gruppo perché scrissi su Rockerilla una recensione di “FDU” (giudicato album del mese), molto apprezzata dai lettori. In un mio intervento radiofonico (su Rock FM) di qualche anno fa, addirittura ricevetti un SMS che riportava una frase della medesima.

Mark ed i suoi hanno continuato ad oltranza un’onorevole carriera all’insegna dell’integrità heavy metal, ma purtroppo il chitarrista di Brooklyn ha dovuto arrendersi ad un’emorragia cerebrale provocata dal morbo di Crohn, il 25 gennaio 2012. Ne era affetto fin dalla nascita, ma ciò non gli ha impedito di contraddistinguere a pieno titolo un’epoca del rock a tutto volume.

RONNIE MONTROSE (1947-2012)

Ci sono un paio di luoghi comuni ricorrenti nell’illustrare la carriera artistica del chitarrista Ronnie Montrose: il primo è che l’album d’esordio del suo gruppo (1973) è stato il più grande debutto nella storia hard’n’heavy: considerazione oltremodo impegnativa, ma senz’altro l’omonimo “Montrose”, prodotto da Ted Templeman che anni dopo replicherà con un’altra formidabile rivelazione (Van Halen), è fra i migliori LP di sempre sotto l’egida del rock duro. Più discutibile la credenza secondo la quale Montrose avrebbero sempre vissuto di rendita con quell’eredità; infatti nei tre album successivi dei 70, si raccoglievano gemme come “I’ve Got The Fire”, poi ripresa dalle superstelle del metal Iron Maiden, oppure “Matriarch”, con un finale chitarristico interamente plagiato (ma non lo dice nessuno…) da Ace Frehley nel Kiss-klassico “Detroit Rock City”.

Inoltre Ronnie non era solo lo stratega della minacciosa, dura macchina che scaricava i riffs crepitanti di “Rock The Nation”, “Bad Motor Scooter” e “Space Station n.5”, affiancato da altri luminari, il vocalist Sammy Hagar ed il drummer Denny Carmassi (il Bonham americano!) oltre al bassista Bill Church.

Il solista originario di Denver (Colorado) era cresciuto suonando con musicisti altamente rispettabili come l’ombroso Van Morrison (“Tupelo Honey” del ’71), addirittura con gli sperimentatori elettronici Beaver & Krause (“Gandharva”, 1971) e con l’Edgar Winter Group (sigillo d’approvazione di Tim Tirelli) in “They Only Come Out At Night” del ’72. Si è pur cimentato nella fusion jazz-rock, ad esempio nel solo “Open Fire” (78).

La preziosa etichetta Rock Candy ha ristampato l’implacabile “Montrose” e recentemente “2” dei Gamma, con i quali Ronnie si presentò all’alba degli ’80. Entrambi valgono come essenziale introduzione per avvicinare un musicista d’indiscutibile talento, deceduto il 3 marzo 2012, vittima di un tumore diagnosticato cinque anni fa.

Testo e ricerca video –  BEPPE RIVA 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso: DESPERADOS UNDER THE EAVES – Warren Zevon 1976

27 Mar

Warren Zevon (Asylum, 1976),  primo album ‘vero’ di questo rocker hard boiled che una pubblicistica sbagliata e l’asettico sound da bassa california dell’epoca avevano fatto passare per una versione ‘mannara’ di Jackson Browne, si chiude con questa ballatona epica che, come i titoli di coda di un romanzo di James Ellroy girato da Sam Peckinpah, pone la definitiva pietra tombale sul ‘sogno californiano’ con quasi un anno d’ anticipo sull’edificazione del sinistro e ben noto  Overlook Hotel  California degli Eagles.

L’inizio è quantomeno peculiare per un primo disco, un biglietto da visita che suona come una revolverata promozionale auto inflitta sulle palle:

 

Stavo seduto all’Hollywood Hawaiian Hotel

Stavo fissando la mia tazza di caffè vuota

Pensavo che la zingara non mentiva

Tutti i salati Margaritas di Los Angeles

Me li berrò uno dopo l’altro

 

Warren è il New Kid in Town che arriva a L.A. per giocare da subito al tavolo dei biscazzieri professionisti e per il suo disco l’ Asylum records mette a disposizione tutta la cricca dorata di Laurel Canyon d’allora: Don & Glenn delle Aquile, Jackson of course, Lindsey & Stevie dei Fleetwood Mac, Bonnie Raitt, J.D.Souther e quel genio purissimo di David Lindley.

 

…e se la California scivolasse nell’oceano

come i sensitivi e le statistiche dicono che farà

predico che questo motel rimarrà in piedi

finchè non pagherò il mio conto

 

(J.Browne / Waddy Watchel / WZ)

Il cinismo beffardo di Desperados è perfetto per una canzone che dovrebbe chiudere una carriera invece che inaugurarla, e questa contraddizione spiega la natura scombinata da ‘loser’ di WZ, distante anni luce dal prototipo ‘fuck me: I’m sensitive’ dei troubadours losangeleni della cosiddetta ‘mellow mafia’ dell’epoca, i Jackson Brownes, i James Taylors, gli ubiqui Aquilotti con il loro annacquato country rock autoreferenziale, tutti ossessionati dal proprio fondamentale ombelico.

Los Angeles da Terra Promessa si è trasformata in una Sodoma & Gomorra carburata dalla cocaina che David Crosby offre agli ospiti in tupperware colmi, dalle migliaia di spappolados nonché potenziali Charles Mansons che infestano il Canyon, dalle Corporations predatrici dei discografici che affollano locali come il Troubadour dove si ritrovano la sera tutti gli eroi del giro.

E’ l’american dream della California dei primi seventies, microcosmo WASP dal sapore nazi (tutti bianchi, tutti surfers, tutti intellettualini), una magnifica illusione che attecchì anche qui da noi grazie a quei meravigliosi fricchettoni abbronzati messi accuratamente in posa davanti a steccati di legno e alberi di cactus strimpellando Martins acustiche da 5000 dollari d’allora e con tenerissime e appetitose country girls come Linda Ronstadt al braccio.

Ma il new kid in town Warren da subito vede attraverso la cartapesta:

il sole non sembra incazzato tra gli alberi?

e gli alberi non sembrano ladri crocifissi? 

La scaturigine del brano pare sia stato un ‘vento’ operato da un Warren ancora in bolletta che scappò aggrappato ad una grondaia dall’Hawaiian Hotel di cui si canta per non pagare il conto, per poi ritornare qualche tempo dopo a saldare il debito (se la cavò autografando un paio di suoi dischi, pare).

(Jackson Browne/WZ/John Belushi)

Indimenticabile il coro finale che intona una tanto gloriosa quanto malinconica coda canticchiando sul ronzio emesso dal condizionatore dell’albergo, con  un mucchio selvaggio di protagonisti di quel mondo guidato da uno dei padri fondatori del california dreaming: Carl Wilson dei Beach Boys.

look away down Gower Avenue…..

 Gower Avenue, là dove inizia la Hollywood Walk of Fame.

La stella di Warren appartiene a ben altre costellazioni.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012