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IL NOBEL A DYLAN di Francesco Giuseppe Prete

17 Ott

Un paio di considerazioni del nostro France’ sul recente Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

Nobel a Dylan sì, Nobel a Dylan no: e va bene, se proprio se ne deve parlare – aggiungendo altre parole alle altre, troppe, che già si sono sprecate – facciamolo. Nobel per la Letteratura, dunque, e allora partiamo proprio da qui, da questo termine, “Letteratura”. Cito testualmente dal dizionario Garzanti della lingua italiana: “Le opere scritte in prosa o in versi che hanno valore artistico; l’insieme di tali opere scritte in una lingua o proprie di un paese, di un’epoca, di un genere”. Ora, chi con le parole lavora, e mi riferisco a coloro – non molti comunque, alla fine rischia di essere il classico “tanto rumore per nulla”, ma tant’è – che hanno messo in discussione il riconoscimento dato dall’Accademia di Svezia a Bob, dovrebbe sapere che “le parole sono importanti”, mi si perdoni la citazione. Quindi l’affermazione “cosa c’entra Dylan con la Letteratura” e altre amenità del genere è innanzitutto semanticamente sbagliata, e l’errore è tanto più grave se commesso da gente che di Letteratura vive.

Insomma, non v’è dubbio che le opere di Dylan, oltre a un indiscutibile valore artistico, abbiano avuto sulla cultura popolare – tutta – del secolo scorso un impatto, un’influenza, una pervasività che rende Dylan forse il personaggio più importante del 1900, anche per il fatto che le sue opere hanno travalicato l’appartenenza a un paese, a un’epoca e a un genere. Ora, il fatto che tali opere letterarie (anzi, Opere Letterarie) siano state veicolate attraverso la forma canzone nulla toglie al loro valore, anzi! C’è più cultura in “Desolation Row” che in intere bibliografie, e questo anche limitandosi a leggerne il testo su carta stampata (a tal proposito, per me a tutt’oggi il miglior lavoro di traduzioni Dylaniane è “Lyrics 1962-2001” di Alessandro Carrera). Certo, poi uno ascolta la canzone e la magia si moltiplica all’infinito.

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Del resto, e vado oltre, Dylan è stato quello che ha cambiato per sempre le coordinate della musica Rock, anzi, della musica popolare tout-court, a partire da quel doppio colpo di batteria a cui seguiva “quel” riff di Hammond, prima che arrivasse lui con la sua voce ad ammonirci che “Once Upon a Time You Dressed so Fine…” L’anno era il 1965 e Dylan decideva di imbracciare la chitarra elettrica e farsi accompagnare da un gruppo Rock, senza rinunciare all’importanza dei testi che è fondamentale nel Folk. E già, prima di allora era il Rock’n’Roll, energia allo stato puro, ma fino a quel momento nei testi c’era ben poco di “letterario”, appunto, la voce era uno strumento come gli altri che, spesso declamando versi al limite del banale, serviva a trasmettere quell’energia, non è vero Mr. Presley? Mentre i testi “importanti”, “seri”, impegnati? erano prerogativa del Folk. Da ora non più, perché, come ebbe a dire un certo Bruce Springsteen, “Elvis ci ha liberato il corpo, Dylan ci ha liberato la mente”: per questo motivo oggi, abbondantemente passati i 50, ancora mi appassiono al Rock, e con me tanti altri, a cominciare dal curatore di questo Blog. Non è più solo una musica da ballare ma è molto di più, e questo passaggio lo dobbiamo a Mr. Zimmermann, altro che storie. Da quel leggendario 1965 nulla è stato più lo stesso, con quell’anno hanno dovuto fare i conti tutti, Beatles e Stones compresi.

Solo una considerazione, del tutto personale sulla grandezza artistica di quest’uomo. “Planet Waves”, disco del 1974, secondo molti non uno dei suoi migliori, anzi, mentre secondo me è un lavoro meraviglioso e imprescindibile, anche perché è il commiato dalla sua “Band”. Sul disco un brano, “Forever Young”, peraltro il più bello del disco e in assoluto uno dei migliori scritti da Bob, è presente due volte, in due differenti versioni. Cosa questa che, ma guarda un po’, in futuro faranno molti, ma che fino ad allora non mi risulta avesse mai fatto nessuno, e del resto, perché due volte lo stesso pezzo nello stesso album? Eh, e allora? Signori, è di Dylan che stiamo parlando. “Forever Young” è dedicata al figlio Jakob, nato da poco, ed è – la faccio breve – l’augurio di una vita che sia sempre giusta e sincera, coraggiosa e operosa, quasi una raccomandazione affinché il marmocchio possa, in tal modo, restare “per sempre giovane”. La versione che chiude la prima facciata (ragiono in termini vinilici) è una ballata struggente, lenta e solenne, quasi malinconica: è il padre che recita la sua raccomandazione al figlio, con tutto l’amore e la speranza ma anche la paura del futuro che può avere un genitore. Però si sa come sono i figli, fanno finta di starti a sentire e poi fanno sempre di testa loro… E così la versione che apre la seconda facciata del disco è una cantilena veloce e sghemba, quasi tirata via, divertita e divertente, uno sberleffo, altro che malinconia! Ed è come il figlio legge la raccomandazione paterna, facendogli il verso, accelerando i versi quasi si volesse sbrigare, ‘che non ho tempo da perdere con te papà! Ecco, se non è (anche) grande Letteratura questa!

Ma al di là di tutto, sono sicuro che il primo a provare fastidio per tutto questo chiasso sia proprio lui, Bob, fedele al suo personaggio ma soprattutto alla sua persona (‘che di personaggi Dylan ne è stati tanti). Se leggesse questa cosa, forse mi romperebbe in testa una delle sue Stratocaster, perché – ne sono sicuro – secondo lui “sono solo canzonette”.

 

Francesco Giuseppe Prete © 2016

 

 

CARL PALMER, Ferndale (MI), Magic Bag – June 12, 2016 – di Paolo Barone

14 Giu
Polbi l’altra sera a Detroit è andato a vedere il concerto di CARL PALMER; mi ha scritto un breve resoconto personale sulla chat di facebook. Gli ho chiesto il permesso di pubblicarlo qui sul blog. Non è una recensione dunque, ma una semplice riflessione tra amici, quel tipo di cose tipiche di questo blog, che ricordiamolo è un blog per l’uomo di blues. Thank you Polbi boy.
NB: non ho trovato su Youtube filmati inerenti al concerto di Ferndale, ne ho inseriti alcuni di qualche giorno prima.
The Magic Bag -Ferndale - Michigan

The Magic Bag – Ferndale, Michigan

Allora…mi sono stradivertito al concerto del tuo Carl. Cento metri da casa mia, 40 dollars, direi a occhio 300 persone con una (purtroppo) bassissimissima percentuale di “giovani” e un tripudio di panze e capelli bianchi (miei compresi). Lui in gran forma, batteria al centro del palco direttamente sul bordo, due ragazzi: uno al basso e cazzi vari e l’altro alla chitarra, ottima scelta quella di non avere tastiere e voce, che E&L non sono sostituibili. Immagini varie sullo schermo dietro al palco, spesso anche interessanti.

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Lui potentissimo, fisico da atleta, presenta ogni brano con qualche storiella, simpatico e non banale. Mi dispiace non abbia inserito nulla dal periodo con Arthur Brown o dal primo Atomic Rooster, ma va bene così ci mancherebbe. Una bella Mater Tenebrarum a sorpresa. Quasi due ore di show, pubblico partecipe in classico stile detroitiano.

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Qui se ti amano i concerti hanno due marce in più, c’e’ poco da fare, il pubblico della motorcity e’ da vedere per credere. Alla fine nemmeno il tempo di dare un occhiata al banchetto del merch che Palmer e’ già li, (credimi non più di 3 minuti dalla fine del concerto!) a firmare tutto quello che gli passano. In vendita qualche cd, molto vinile, gadgets vari e una bella foto di ELP in bianco e nero autografata da tutt’e tre per 400$…

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Un Tarkus autografato lo avrei anche preso (30$) ma non sono mai stato così in bolletta in vita mia e il biglietto di ingresso m’e’ bastato e avanzato. Peccato, ma che ci vuoi fare…Insomma, per una volta sono andato a vedere uno show senza chiedermi nulla, senza fare alcuna riflessione sul senso della storia del rock e della controcultura del 900, non avevo alcuna aspettativa se non vedere di distrarmi per un ‘oretta…sono sicuro che se andrò a vedere il “mio” Mark Lanegan giovedì sera non avrò lo stesso effetto benefico…Bad Co. in una grande arena senza manco Ralphs direi che passo…se c’eri tu andavamo insieme e ci divertivamo pure, ma da solo non mi sembra il caso. Godetevi Londra, e se potete andate a vedere la mostra degli Stones!
Paolo Barone©2016

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I Colori del Rock di Massimo Bonelli

5 Mag
Il nostro amico Massimo Bonelli è l’organizzatore della mostra I Colori Del Rock che si terra tra maggio e giugno ad Ameno (NO). Ce l’anticipa con qualche riflessione.

“Ho vissuto decenni di musica. Ora mi è sufficiente chiudere gli occhi per risentire meravigliosi suoni, rivedere fantastiche immagini, provare profonde emozioni.
Una volta riaperti, mi appare un arcobaleno psichedelico. Quelli che vedo sono i colori del rock.”

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Chi ha vissuto intensamente gli anni migliori della musica non ricorda le cose peggiori della vita. Sfoglia un album di famiglia privilegiato, dove la più stretta parentela è con meravigliose immagini che lo trasportano tra quelle note che sono state la fondamentale colonna sonora di ogni momento durante quel tratto di vita. Affettivamente, alcune volte dolorosamente, spesso gioiosamente, i lavori dello studio Hipgnosis, i visionari disegni di Roger Dean, le icone del grande Andy Warhol, le fotografie di Robert Mapplethorpe, per citarne alcuni, hanno suscitato emozioni potenti quanto la splendida musica delle quali erano la cornice.

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Mentre osservi, mentre ascolti, mentre sogni, la  fantasia ti rapisce e ti puoi permettere di essere tutto ciò che desideri essere.

Ora, al cospetto di queste immagini, anche nel silenzio più assoluto, nella mente confluiscono i suoni straordinari a cui si riferiscono. Si rivivono sensazioni particolari di un’epoca forse lontana, ma mai svanita. Sentiamo perfettamente i profumi intensi di quell’era predominata dalla fantasia, dall’esuberanza creativa.

Tutto questo è il motivo per il quale ho fortemente voluto l’esposizione “I Colori del Rock”; perchè, chi ha vissuto con profonda sensibilità queste sensazioni, possa riviverle e, colui che non ne ha avuto l’opportunità, possa conoscerle ed emozionarsi. Lo potrà fare attraverso le opere di pittori, scultori e grafici, che hanno fatto della musica uno dei temi della loro arte.

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Per questo spettacolare concerto di immagini, così potenti e colorate, i protagonisti saranno: Mauro Balletti (autore delle principali copertine dei dischi di Mina)Stefano Bressani (con le sue “sculture vestite” fatte di stoffe e intarsi straordinari),Athos Collura (rappresentante del movimento internazionale psichedelico),Andy Fluon (eclettico pittore e fondatore dei Bluvertigo), Matteo Guarnaccia (artista psichedelico e magicamente visionario),Marco Lodola (presente con le sue sculture luminose, famose in tutto il mondo), Carlo Montana (che nella sua “cascina-studio” fonde arte e musica nei suoi straordinari ritratti), Giancarlo Montuschi (con le sue opere fortemente caratterizzate dall’influenza della Pop Art), Francesco Musante (capace di racchiudere in un quadro l’essenza di una fiaba), Franco Ori (che esprime sulla tela il suo incessante bisogno di musica), Pietro Pierbo (che mescola immagini e parole con risultati espressivi di grande effetto), Tom Porta (dal tratto potente e dissacratorio, influenzato dallo scorrere del tempo), Ludmilla Radchenko (con la sua arte urlata dà vita a straordinari collage di vita quotidiana), Eugenio Rattà (studioso della Pop Art, alla quale la sua pittura si ispira profondamente), Ettore Rossi (con una passione per il Jazz e la musica d’autore, che risuona nelle sue icone).

Questa è la più grande orchestra di colori che io potessi desiderare, una sorta di Woodstock, dove ciascun componente è in grado di far rivivere inebrianti momenti attraverso le mille sfumature che il rock, la musica in generale, ha il potere di rendere anche con le sue straodinarie immagini.

Twiggy by De Bank

Potremo pensare di essere all’incrocio di Haight Ashbury o nel Laurel Canyon, oppure in un jazz club di Manhattan o tra i bluesmen di Bourbon street a New Orleans. Istantanee della magia di Piccadilly o Carnaby street e, forse più facilmente, proviamo ancora ad attraversare Abbey Road, dove tutto non è più come prima, ma il nostro sguardo va oltre senza fretta. Un ritratto di John Lennon suona rivoluzionarie ballate, mentre quello di Jimi Hendrix ha la scossa di un potente tuono elettrico. L’immagine di Dylan ci racconta il nostro passaggio nella storia che cambia e quella dei Pink Floyd ci trasporta oltre la barriera ed oltre lo spazio. Il fascino dei colori, delle luci ci proiettano attraverso sognanti motivi psichedelici in un’altra dimensione. Quando la musica è finita, come sosteneva Jim Morrison, spegnete la luce.

When the music is over, turn out the lights … turn out the lights

locandina x internet e FB

Vi aspetto …

da http://www.spettakolo.it/

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

The Winstons: The Winstons (2016) & Roberto Dell’Era live in Siena – di Bodhran

26 Apr

Il nostro Bodharn ci parla di un gruppo, THE WINSTONS, di cui si vocifera parecchio oggi nei sotterranei musicali italiani. 

Io il panorama musicale italiano rock degli ultimi anni l’ho sempre capito poco, o meglio, ho sempre capito poco quanto esista veramente. Scartati alcuni grossi nomi che, checché se ne dica, io non riesco a considerare rock, cosa resta? L’indie, che se ne sta lì, continuamente in bilico tra i generi, sempre col timore di essere pop(olare), quasi con la paura di sfornare grandi pezzi.

Quest’anno, a smuovere le acque, è uscito l’omonimo album dei Winstons, progetto che unisce Enrico Gabrielli (Calibro 35, Der Maurer, tanti altrio, oltre all’attività di compositore di musica classica) Roberto Dell’Era (Afterhours) e Lino Gitto. È un gran bel disco rock. Con una caratteristica: che, non fosse per una produzione più pulita e per la data sulla copertina, potrebbe essere uscito a cavallo tra ‘60 e ’70, per la gioia di chi ama la psichedelia, il progressive, Canterbury e dintorni.

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Certo non è una “novità”, ma nel rock è dal 1969 che il bello non è nella novità. È un album di genere (per chi conosce Enrico Gabrielli sa che fare i dischi di genere è un po’ una sua specialità, Calibro 35 su tutti con i loro album di colonne sonore poliziottesche) ma non fa il verso a qualcuno in particolare, fa il verso a tutto un genere. Sarà perché non sono un esperto del genere ma The Winstons mi sembra il risultato della sfida, riuscita, di “comporre musica alla maniera di” ma con idee proprie; per lo più strumentale, dentro vi si ritrova di tutto: echi di Soft Machine, ELP, King Crimson, e tanta libertà, nella composizione e nell’esecuzione. I brani cantati invece sono quasi radiofonici, ovviamente tarando tutto a 40 anni fa.

Winstons

Winstons

Per farvi un’idea l’album potete ascoltarlo qui https://thewinstons.bandcamp.com/releases

Ci tenevo ad andarli a vedere dal vivo, chi l’ha fatto mi ha detto essere un’esperienza migliore di quella dell’album, ma questa maledetta abitudine di far iniziare i concerti nei club alle 23 passate me li ha fatti perdere, anche se li avevo sotto il naso.

Nemmeno una settimana e ho saputo di una data di Roberto Dell’Era (aka Dellera) a Siena. E allora sedev’essere che sia. Di sicuro sapevo che non avrei ascoltato brani dei Winstons ma dei due album che Dellera ha all’attivo come solista: Colonna Sonora Originale, del 2011 e Stare bene è pericoloso, del 2015.

Dellera a Siena

Dellera a Siena

Sono dischi sempre dal gusto molto 60s, rispetto ai Winstons c’è meno psichedelia “estrema”, più “beat” e ricerca della melodia e, sempre secondo il mio parere, sono entrambi godibilissimi.

Il Cacio & Pere è un pub piccolo a Siena, non c’è un palco ma una piccola pedana con una saletta in cuivengono tolti i tavolini e si stringono in piedi una cinquantina di persone. Le annunciate 22.00 sforano dibrutto (davvero, qualcuno sa spiegarmi il perché? E’ solo il mio fisico che non regge più o c’è un motivo serio nel costringere chi suona e canta a mangiare prima e ad iniziare a suonare quando si rischia di essere stanchi?). Gibson con 3 pedali, ampli, un microfono e via per un’ora di fila. Sicuramente con la band i concerti sono di maggior impatto ciò nonostante è stato un bel concerto (unico neo, l’impianto: davvero troppo piccolo e inadeguato, anche per un set così minimale).

Dellera foto Beat Nic

Dellera foto Beat Nic

La dimensione così intima poi ha due vantaggi: primo, se un pezzo regge lo senti proprio se suonato “voce e chitarra”, inoltre io continuo a trovare impagabile il gusto che dà vedere suonare qualcuno da vicino, così come quello di suonare avendo il pubblico addosso e poterlo guardare negli occhi.

Qui di seguito una mia selezione per un primo ascolto di Dellera: Il motivo di SIMA, Oceano Pacifico Blue, Le Parole, Testa Floreale, Non Ho Più Niente Da Dire.

Bodhran ©2016

 

Electric Wizard blues di Paolo Barone

20 Apr

Il nostro Polbi ci parla oggi degli Electric Wizard,  fautori di psicadelia pesante e oscura. Al di là di generi e gusti personali, leggere il nostro Michigan Boy è sempre educativo; quando, en passant, ci regala concetti tipo “spesso le recensioni sono mille volte più affascinanti dei dischi in questione” non possiamo che ritenerci fortunati ad averlo come corrispondente dalla motor city americana.

Ormai e’ da un po’ che sono andato in fissa con gli Electric Wizard.

Tutto e’ cominciato, per me, nel 2010. Su “Rumore” avevano pubblicato un bell’elenco dei dischi piu’ interessanti usciti nel decennio 2000/2010, e mentre cercavo qualche spunto per le mie esplorazioni rimasi colpito dalla copertina di “Witchcult Today” e dalla bellissima recensione di Claudio Sorge (al quale devo sempre tanto).

Electric Wizard Witchcult Today

Se non vado errato ancora non ero stato contagiato dal morbo di youtube, per cui prima di prendere un disco nuovo lo andiamo a sentire a cazzo di cane in rete, e decisi di rischiare qualche euro, pur consapevole che spesso le recensioni sono mille volte piu’ affascinanti dei dischi in questione. Ma di loro avevo gia’ letto da qualche parte, e questa era l’occasione per incontrarli. Non fu amore al primo ascolto.

Il disco in se era davvero particolare, con quella copertina, quella grafica e quelle foto tirate fuori da chissa’ quale film erotico horror anni settanta, ma il suono pur attirandomi non riusciva a prendermi veramente. La voce soprattutto, cosi piatta e poco “cantata”, ma anche la produzione tutto sommato troppo lo-fi per un contesto del genere. Eppure, ascolto dopo ascolto, il disco cresceva, e dopo qualche settimana ero ormai entrato nel loro mondo di rituali esoterici e marjiuana, mi ero perso in quei labirinti oscuri insieme a Liz Buckhingham uscita in carne ossa & Gibson SG, dalle pagine di Zora la Vampira. Ero entrato nel loro mondo e dopo tutti questi anni ne sono diventato un frequentatore abituale. Quando sento il richiamo e non mi vede nessuno, esco dalla porta del CBGB, nascondo la mia copia di Creem con Stones e Zeps in copertina, mi alzo un cappuccio nero sul capo, e attraverso le soglie esoteriche della distorsione per accedere in incognito nel regno degli Electric Wizard.

Poche band hanno saputo creare un universo “totale” come il loro, anche se forse piu’ che di band dovremmo parlare di Jus Oborn e Liz, unici membri stabili e menti creative.

Considerati il gruppo piu’ Heavy in giro nel nostro sistema solare, gli Electric Wizard sono senza dubbio il punto di riferimento del Doom Metal odierno, un genere che supportato da etichette come la Rise Above e festival internazionali del calibro del Roadburn, rappresenta (o forse dovremmo dire ha rappresentato, che il tempo passa veloce) una delle realta’ piu interessanti degli ultimi anni di musica rock. Figli riconosciutissimi dei Black Sabbath, Jus e Liz portano quel mondo sonoro ed estetico verso un nuovo livello. La band di Iommi viene omaggiata in mille modi assolutamente espliciti, ma mentre il suono Sabbath e’ parte del Rockblues inglese di fine sessanta, il Doom psichedelico dei nostri e’ un tutta altra bestia. Lovecraft, i fumetti e i film erotici horror italiani anni settanta, i Bikers di Altamont, le streghe hippies di qualche sinistra comune californiana alla Manson, ma anche Andreas Baader e Ulriche Meinhof, hanno un ruolo nel mondo degli Electric Wizard quasi al pari delle Gibson “diavoletto” e dei Bong di cannabis indica. Grafica dei dischi, locandine, poster dei concerti, show, video, l’opera degli stregoni elettrici non si limita alla sola musica, creando un mondo a sé stante.

Electric Wizard

Electric Wizard

La dimensione live e’ il momento in cui tutto trova il suo posto. La band e’ sovrastata e avvolta al tempo stesso da un flusso continuo di immagini fin quasi a sparire ingoiata da suoni e colori. Spezzoni di film, rituali occulti, light show psichedelici, tutto pulsa nel grande schermo sul palco e sui musicisti, con Oborn al centro della cerimonia e Liz sulla sinistra del palco, misteriosa e heavy piu’ che mai.

E’ il live che forse piu’ di tutti vorrei vedere in questo momento, e pensare che me li sono fatti scappare a Roma qualche anno fa, il fesso che sono… Possiamo ringraziare Youtube in questo caso, e la pazienza di quelli che durante tali tempeste soniche sono riusciti a filmare interi concerti. Con i fan il rapporto e’ molto stretto, non ci sono distanze da rockstar e in questo caso parlare di una comunita’ in cui i musicisti sono una parte del tutto ha ancora un senso, anche grazie alla rete.

Non fanno troppi tour gli Electric Wizard, e la loro e’ diventata ormai una produzione di medio grandi proporzioni, basti pensare che l’anno scorso il loro tour americano e’ andato tutto sold out in prevendita dopo qualche settimana, e non parliamo piu’ di piccoli club da trenta persone. Ad agosto saranno nomi di punta insieme ad Alice Cooper del festival Psycho Las Vegas, avvenimento di punta dell’estate Heavy statunitense e insieme a poche altre apparizioni europee, il 2016 live dovrebbe essere tutto qui.

La discografia della band si divide essenzialmente in due fasi. La prima in cui i nostri erano un trio e creavano un sound possente e oscuro, in qualche modo legato a cio’ che succedeva in contemporanea oltreoceano, Sleep in primo luogo, ma senza dubbio piu’ cupo ed esoterico. Di questo “ Dopethrone “ viene unanimamente considerato il vertice creativo, dal quale ancora viene riproposto diverso materiale nei live.

La seconda fase invece coincide con l’ingresso nella band della seconda chitarra, Elizabeth Buckingham dagli Stati Uniti. Gli Electric Wizard diventano l’affascinante opera d’arte oscura totale, di cui abbiamo detto finora. Il disco chiave sara’ “ Witchcult Today “ a partire dalla copertina e foto interne, per proseguire in tutti i solchi del vinile che piu’ nero non si puo’, per proseguire poi con Black Masses e Time to Die, intervallati da un ep dal titolo straordinario “ Legalize Drug and Murder “, uscito in vinile e cassetta (!) con una diversa grafica.

Se avete bisogno di un po’ di sano lato oscuro, pescate uno di questi titoli, e perdetevi pure voi in questi vortici. Stones e Zeppelin vi aspetteranno senza dubbio, e saranno ancora raggi di sole.

 

 

 

Luca Ronchi “Mario Schifano – Una Biografia” (Johan & Levi) di Paolo Barone

2 Apr

Il nostro Polbi ha letto la biografia di Mario Schifano, ecco cosa ne pensa…

Mario Schifano – Una Biografia, di Luca Ronchi e’ un libro che mi ha colpito molto e che mi sento di consigliare tantissimo, non solo a chi ha un interesse verso gli sviluppi e la storia dell’arte e della cultura nel nostro paese, ma anche e molto a chi come me e’ appassionato di Rock e di tutto quello che gira intorno a questa strana e magica parola.

Mario Schinao Una Biografia

Ronchi, che aveva conosciuto Schifano nel ’73, ha curato un documentario che si chiama Mario Schifano Tutto e questa biografia corale, fatta di interviste e memorie dirette delle persone che più di tutti hanno condiviso il percorso esistenziale dell’artista romano. E’ un libro avvincente, che racconta la vita assolutamente fuori dal comune del piu’ famoso e importante pittore Italiano del dopoguerra. E nel farlo ci parla di Roma e della sua trasformazione dall’essere uno dei centri internazionali della cultura negli anni sessanta, alla metropoli confusa dei novanta e oltre. Ci racconta di arte, artisti, principesse, viaggi, miliardi spesi e guadagnati, droghe e arresti. Di cadute esistenziali totali, assolute, e di conseguenti rinascite folgoranti.

Il libro di Ronchi e’ una miniera di storie incredibili, e molte si intrecciano con il Rock e il suo mondo, per un tipo come lui  in quel periodo storico era del tutto naturale questo continuo incontro/scambio con la musica, la moda, la poesia, le nuove tecnologie. Schifano ebbe una lunga relazione con Anita Pallenberg e lei ci dice dei loro viaggi insieme e di una Roma in cui, fra Piazza del Popolo, Villa Medici e Trastevere, si ritrovavano i Rolling Stones, Andy Warhol, Ungaretti, Moravia e Pasolini.

Anita Pallenberg & Mario Schifano

Anita Pallenberg & Mario Schifano

Sono storie sorprendenti, che spesso delineano ritratti inediti di personaggi e situazioni che spesso ci immaginavamo diverse. Come scoprire che Giuseppe Ungaretti si arrabbiava molto quando Mario Schifano lo chiamava Joe, ma che poi quando gli fece sentire il pezzo di Hendrix rimase entusiasta e porto’ in dono un bel Peyote a tutta la compagnia. O quella dell’ incontro con Dylan. Marco Ferreri stava girando in America con Tognazzi e una tale Sally, moglie di Albert Grossman manager di Dylan. Una domenica furono tutti invitati in questa casa di campagna a Woodstock dove lui stava suonando con la Band. Era la famosa “Big Pink” e quelli erano i giorni dei Basement Tapes. Ugo Tognazzi ci teneva moltissimo a preparare il pranzo, si mise subito ai fornelli con tutti gli ingredienti che si era portato apposta, e preparo’ un amatriciana spettacolare per tutti, mentre Dylan faceva su e giu’ fra la macchina da scrivere dove creava i testi delle canzoni, e un piatto di bucatini!

Nel libro arriva anche Marianne Faithful a racconatre della travolgente relazione fra lei e Schifano trascorsa sotto le minacce di Jagger, fra Roma e l’Inghilterra.

Il pittore romano era come un vortice, e nelle sue case transitavano giorno e notte scrittori, artisti, rockstar e disadattati di ogni tipo e natura. Nelle stesse stanze giravano allo stesso tempo Gianni e Marella Agnelli, i ragazzi del movimento studentesco, Keith Richards, spacciatori della Magliana, Jack Kerouack e Guttuso (l’elenco potrebbe andare avanti all’infinito). Come alla Factory di Warhol, ma con piu’ verita’, forse con piu’ passione, meno calcolo e totale adesione esistenziale. Una vita a porte spalancate, che portera’ tutti e due gli artisti a un passo dalla morte, uno sparato da un instabile Valerie Solanas, l’altro ostaggio della malavita romana quasi dissolto in un mare di eroina.

Mario Schifano

Mario Schifano

Ma la vita di Schifano e’ fatta di rinascite, e tutto ripartira’ negli anni ottanta e poi ancora nei novanta prima di morire improvvisamente.

La biografia ci restituisce tanti diversi momenti, e altrettanto diversi punti di vista, senza mai stancare, forse proprio per questo alternarsi di voci narranti, ognuna con i suoi ricordi, ognuna testimone di qualcosa dell’universo Schifano.

Verso la fine del libro, fra le righe, qualcuno lo definisce come il Caravaggio dei nostri giorni, e a pensarci bene le affinita’ sono tante. Stessi luoghi, stesse vite avventurose, stessa forza nelle passioni. Artisti che il potere ha voluto accogliere con le loro opere anche quando queste erano difficili da digerire, come le madonne proletarie del primo, o le bandiere rosse dipinte per casa Agnelli da Schifano. Ma che poi non ha esitato a incarcerare, processare e condannare. Accoglievano le opere, ma non potevano tollerare impunemente vite cosi ribelli. E parte del fascino di Mario Schifano e’ proprio in questo suo impersonare un pirata aristocratico in quanto artista, nel quale a tutti piace in qualche modo riconoscersi. Pensiamo a tutto questo quando guardiamo i suoi lavori, insieme e oltre alla bellezza stessa dei quadri, capaci di parlare a tutti e diventare fenomeni culturali di massa. Pochissimi pittori al mondo ci sono riusciti ad essere cosi popolari, specialmente nell’ambito della pittura contemporanea.

E’ un libro che racconta di uno dei contributi italiani piu importanti e riconosciuti, alla cultura e all’arte del novecento. Schifano contibui’ tantissimo a mille aperture, in tanti modi diversi. Basti pensare allo spettacolo totale di musica e immagini “Grande angolo, Sogni, Stelle”, happening psichedelico andato avanti una nottata intera al Piper, con la partecipazione fra gli altri di Gerard Malanga e del gruppo “Le Stelle di Mario Schifano”, un lampo sperimentale sospeso fra la fine del Beat e la nascita del Prog. Uno dei pochi momenti in cui il nostro paese ha viaggiato al passo con i tempi.

Oppure i suoi interventi sulle immagini televisive, rieleborate e restituite in mille modi diversi. Queste cose succedevano a New York a Londra e praticamente in contemporanea a Roma.

A lui gli Stones hanno dedicato una canzone molto bella, Monkey Man, magari un po’ seccati dal fatto che sia Anita che Marianne avevano perso la testa per il nostro.

Il Rock era ed e’ un universo di cose, un modo di vivere, di vedere il mondo ed esprimere le proprie emozioni. Questo libro racconta la vita di Mario Schifano, la piu’ grande rockstar italiana di tutti i tempi.

 

SINOSSI:

Mario Schifano è l’artista romano ritenuto il rappresentante italiano della Pop Art e le sue opere richiamano i lavori di grandi artisti americani quali Warhol, Jasper Johns e Robert Rauschenberg. Sostenuto da importanti gallerie italiane e internazionali, insieme ai “pittori maledetti” ha rappresentato un momento fondamentale dell’arte contemporanea italiana ed europea. Artista eclettico, appassionato studioso di nuove tecniche pittoriche, è stato tra i primi a usare il computer per creare opere e tra i primi a sperimentare innesti tra pittura e altre forme d’arte come musica, cinema, video, fotografia. Muore a 64 anni a causa di un infarto. In questo volume dal format inusuale Luca Ronchi ricostruisce attraverso le testimonianze dirette di chi fu vicino all’artista, raccolte nel tempo e montate in scambi diretti quasi come in una pièce teatrale, il mondo di Mario Schifano restituendone con forza la ricchezza e la complessità nonché lo scenario artistico e sociale di quel periodo, dando vita a un ritratto articolato e oggettivo che fa rivivere a tutto tondo un uomo e artista fortemente legato al suo tempo.

I NUOVI HIPPY SUONANO NELLA FORESTA di Massimo Bonelli

24 Mar
Di ritorno da uno dei suoi innumerevoli viaggi in Brasile, Massimo Bonelli ci parla delle nuove comunità hippy. C’è anche un riferimento a Jimmy Page, in caso qualcuno ne sentisse la mancanza.

“Chiunque può e dovrebbe suonare,  non è necessario conoscere le note,  è sufficiente avere passione e ritmo. La musica percepirà il tuo entusiasmo e ti seguirà” Tiago De Oliveira Gusmao, musicista.

Gli hippy che troverete a Woodstock o a Goa, in India, sono il ricordo remoto di quel movimento nato negli anni ’60. Invecchiati ed imbolsiti, alcuni cercano di mantenere l’aspetto di quell’epoca lontana, rischiando talvolta di risultare un po’ patetici.

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Per ritrovarvi nelle nuove comunità collegate alla filosofia del “peace and love” dovete prendere l’aereo e sbarcare a Salvador de Bahia, Brasile. Da qui prendere l’Omnibus che in otto ore vi porterà a Palmeiras, nella Chapada Diamantina, antico territorio dei cercatori di pietre preziose e, più tardi, di piantagioni di caffè. Sosterete qualche minuto nella stazione di Lencois, villaggio dove il chitarrista dei Led Zeppelin, Jimmy Page, visse un breve periodo e si sposò con l’argentina Jimena. Ancora un’ora di macchina sulle turbolente strade della Vale do Capao e raggiungerete la Vila do Capao.

Il piccolo villaggio è circondato da una fitta foresta  dalla quale spuntano imponenti ed inquietanti montagne dalla cima piatta, che danno origine a splendide cascate d’acqua alla cui base si formano spumeggianti piscine naturali. Le aquile volteggiano silenziose nel cielo mentre nella mata (bosco) potete incrociare scimmie, lucertoloni, uccelli e farfalle dai colori più svariati e, molto più raramente, serpenti, puma e giaguari.

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In questo luogo, isolato dalla più effimera civiltà moderna, oltre ai nativi, vivono numerose comunità hippy. In comune tra loro vi è una profonda spiritualità, incoraggiata dalla magia del posto, un immenso amore per la natura e per la musica. Sono arrivati qui da tutto il Brasile, ma anche dall’Italia, Argentina, Venezuela, Cile, Giappone, Francia e chissà da dove ancora.

In onore al motto “peace and love”, hanno preso alla lettera soprattutto la seconda parola, fecondando riccamente la generazione del futuro. I bimbi sono tanti quanto gli adulti e, come i genitori, hanno già confidenza con la natura e con la musica. Sì, qui nel Capao tutti suonano, cantano e ballano in un clima da “All You Need Is Love”. Tutti conoscono l’uso di uno strumento, qualcuno anche più di uno.

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Tiago De Oliveira Gusmao, dotato di orecchio assoluto, li suona bene quasi tutti: chitarra, mandolino, armonica, fisarmonica, violino, flauto ed ogni tipo di percussione. Probabilmente avrebbe potuto incidere da solo una versione brasiliana di “Tubular Bells”. La sua compagna, Carolina, italiana trasferitasi grazie ad una borsa di studio in quel Paese e, dopo aver a lungo vagato, stabilitasi in quella magica valle,  completa il cerchio musicale cantando, suonando, ballando e percuotendo ad un ritmo superbo tamburi e tamburelli. Chiunque passi per la loro accogliente casa, rigorosamente realizzata in argilla, raccoglie uno strumento e si unisce alla coinvolgente cerimonia.

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La coppia anima vari progetti musicali insieme e separatamente: “Enarmonia”, musica organica ispirata ai suoni della natura, “Cià das Estreias”, fusione di musiche e danze arabo-mediterranee presentate con lo spettacolo “Perfume Cigano”, “Bando Passarim” proposte di musica afro-brasiliana. Inoltre, Tiago, oltre ad insegnare musica, è impegnato in due formazioni di Forrò, musica popolare del nordeste brasiliano e nel Grupo Instrumental do Capao, formazione che miscela il ritmo brasiliano ad un jazz ipnotico e nella quale milita un altro musicista italiano, il pianista Stefano Cortese che, come fece Fitzcarraldo con la barca, ha fatto trasportare il suo pianoforte nella foresta del Capao.

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Carolina, la cui voce ricorda la dolcezza di Joan Baez e la potenza di Grace Slick, oltre alle formazioni già segnalate, partecipa al gruppo di canti sciamanici “Sweet Eagle Tribe” e al gruppo corale “Dancas da Paz Universal”. Quando la coppia si sposta, con i due meravigliosi e biondissimi bimbi, ha con se più borse della principessa Kate, solo che nelle loro ci sono solo strumenti musicali. Lavorare e guadagnare con la musica non è facile, ma in Brasile è più semplice che altrove. Ad esempio, il governo della Bahia finanzia progetti di educazione  e di diffusione del patrimonio culturale musicale. Non è poco. Nel piccolo villaggio si svolgono importanti Festival di Jazz, Raggae ed altri ancora.

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La domenica, nella piazza della Vila do Capao, si tiene il mercato. Tra le bancarelle di ortaggi e frutta, cibo fondamentale per una popolazione principalmente vegetariana, oltre i nativi, sfilano giovani con il classico abbigliamento hippy. Il clima della festa è contagioso, ragazze e ragazzi arrivano dalle loro piccole case sparse nella mata e si abbracciano con affetto. Tutti si conoscono. Anche in quell’occasione, spontaneamente, nasce la musica, mentre decine di bimbi ballano divertiti.

Le giornate sono sempre uguali nella loro semplicità. La musica è sempre diversa nella sua unicità. Se vuoi cambiare la tua vita, se desideri immergerti nella leggerezza della natura, se vuoi allontanarti dai falsi valori, se desideri essere libero … la strada te l’ho indicata. Mia figlia Carolina l’ha percorsa ed è felice.

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Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
pubblicato il 22/3/2016 su http://www.spettakolo.it/

BLACK SABBATH, Auburn Hills (Detroit) 19-2-2016 di Paolo Barone

23 Feb

Venerdì 19/2/2016: sono in autostrada con la groupie, mi manda un sms  Polbi (in questo periodo a Detroit) “Black Sabbath a mezz’ora da qui stasera, non so che fare”. Rispondo “Dio bono, vai. in Italia il costo e la reperibilità dei biglietti è ormai impossibile e li trovi tutto all’ultimo minuto”.  Io sto andando a Lugagnano di Sona in provincia di Verona in un club a vedere una tribute band degli Yes e ho più di un’ora di strada, lui ha i BS a mezzoretta. Io pago 20 euro per una tribute band, lui 44 euro per uno degli ultimi concerti dei Black Sabbath. Figlio mio, che vuoi di più? Polbi naturalmente andrà, i suoi problemi non erano legati alla volontà. Ecco qui dunque il breve resoconto, uno di quelli come piacciono a noi, disincantato eppur appassionato, forse pieno di disillusione ma non di sconfitta, insomma…qualcosa di adatto a un blog per l’uomo di blues.

gL’altra sera al Palace di Auburn Hills, nell’area metropolitana di Detroit, hanno suonato i Black Sabbath. E’ il loro tour di addio, non a caso chiamato “The End”, e sta girando negli States con ottimi risultati da ogni punto di vista. Io non avevo preso il biglietto, un po’ perche’ in questo periodo la mia vita non e’ compatibile con alcuna programmazione a lunga scadenza, e un po’ per il fastidio di dover pagare cifre esorbitanti per i concerti di massa in questi ultimi anni. E’ diventata una cosa ridicola, tipo che per un biglietto vicino al palco bisogna spendere non meno di 150 dollari e spesso anche ben di piu’. Niente, questa cosa a me non riesce ad andare giu’, la trovo lontanissima dallo spirito del Rock e letale per la riuscita dei concerti stessi. Sono cresciuto con il biglietto a prezzo unico, generalmente solo un po’ piu’ caro di un disco (o cd fa lo stesso), che con un minimo di buona volonta’ tutti si potevano permettere, senza settori, posti numerati e tutte queste cazzate degli ultimi tempi, e non mi risulta che fosse un business in cui si faceva la fame. Se eri un vero fan ti muovevi, sopportavi qualche disagio, e finivi sotto al palco. Altrimenti comunque un posto decente lo si poteva sempre trovare dalle parti del mixer. Ora ci vogliono un mucchio di soldi, e specialmente a un concerto come quello dei Sabbath ritrovarsi con tutte le prime file composte da fan danarosi di una certa eta’ e i ragazzi sbattuti in piccionaia non fa per niente bene al concerto stesso. Non va, anche senza lo scandalo del bagarinaggio telematico che qui non esiste, questa cosa non va.

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Ma la sera del concerto non ho saputo resistere.

Complice una serata di vento fortissimo e luna semplicemente perfetta per il Sabba Nero, sono saltato in macchina all’ultimissimo momento e ho preso al volo un biglietto al botteghino mentre la band saliva sul palco. Mi e’ andata di lusso, 49 dollars posto laterale discretamente vicino, possibilita’ di sbirciare dietro al palco e suono perfetto. Certo, se mi decidevo prima e muovevo il culo mi sarei anche visto una mezz’ora dei Rival Son che aprivano la serata, il coglione che sono, ma va bene lo stesso.

Palace Of Auburn hills

Palace Of Auburn hills

Considero (e non sono certo il solo, anzi) i Sabbath una delle band assolutamente fondamentali del Rock e non li avevo mai visti dal vivo, per cui i primi minuti mi ritrovo totalmente perso con Iommi, Butler e Ozzy davanti a me, il suono potentissimo, quei riff, le luci, i brani che sappiamo a memoria, il Palace praticamente sold out…insomma, un impatto mica male. E’ il compleanno di Iommi, gli cantano la canzoncina e poi via di nuovo nel vortice.

Ma qualcosa non quadra del tutto e non riesco veramente ad “entrare” nel concerto. Mi guardo intorno, metallari vari, gente di tutte le eta’, addirittura una famiglia intera con tanto di bambini incredibilmente addormentati sulle poltroncine, prime file attempate, qualche danza nei settori piu’ lontani dal palco, e tutti a fare il Karaoke con Ozzy “Let me see your hands!”.

Tutto e’ perfetto, assolutamente perfetto e professionale ma la magia del Rock, dell’imprevisto live, manca. E poi il batterista reclutato dalla band di Ozzy. E’ bravo logicamente, fa il suo lavoro alla grande, pure portando un bel contributo visivo, ma questo e’ il tour reunion di addio e non c’e’ Bill Ward. Ma cazzo dico io, porca miseria ladra, possibile mai che non siate riusciti a superare le difficolta’ e trovare un accordo economico?! Mah. I brani si susseguono, ormai siamo proprio tutti al Karaoke Hard & Heavy, le canzoni sono talmente famose e scontate che le cantano pure i duri della security, e’ tutta una grande festa. Arriva pure l’assolo di batteria, l’ultimo non so piu’ quanti anni fa lo avevo visto, Iron Man con le fiamme,

Children of the Grave da paura,

e poi l’unico ovvio bis, Paranoid con tanto di coriandoli e giochi di fuoco. Sugli schermi mentre vedo passare la band dietro al palco, una grande scritta The End.

Me ne vado verso l’ordinatissimo parcheggio, passo fra spazi di ristorazione di ogni tipo come da tradizione locale (altro che il porchettaro del mio Palaeur!) e do uno sguardo al merchandising. Magliette e abbigliamento a partire da 45 dollari a salire e un cd, dico un cd non un vinile doppio, celebrativo a 30 dollari. Non prendo nulla e me ne vado, contento, ma piu’ del fatto in se di aver visto i Sabbath che del concerto vero e proprio. Non so che pensare, vado a vedere Neil Young o John Cale e mi rompo le palle con i brani nuovi sognando di sentire i classici; arrivano i Black Sabbath con tutti i cavalli di battaglia, e mi sale l’effetto Karaoke… Insomma, fra me e la dimensione live degli artisti storici ultimamente ci deve essere qualche problema.

Paolo Barone ©2016

 

Sanremo: Papaveri e Papere di Massimo Bonelli

4 Feb

Mr Bonelli stavolta ci parla del Festival di Sanremo; gustose considerazioni di chi lo ha vissuto dall’interno.

Con il passare degli anni, nel mondo, cambiano tante cose. In Italia ne cambiano alcune. A Sanremo nessuna. Ma perchè, Sanremo non è Italia? No, Sanremo è la Repubblica Autonoma della Canzonetta.

sanremo maiocchiConfesso che, nel passato, come milioni di italiani possessori di un televisore, avevo seguito il Festival nel suo periodo meno discriminatorio sui generi musicali, quando si fondeva la voce di Lucio Dalla con i suoni rock degli Yardbirds, o quella di Bobby Solo con le armonie dei New Christy Minstrels, Tony Dallara con Ben E. King, Ricchi e Poveri con Jose Feliciano, Fausto Leali con Wilson Pickett, Ricky Maiocchi con la musa rock Marianne Faithfull, Mino Reitano con gli Hollies di Graham Nash, Caterina Caselli con il beat di Sonny & Cher e quella di Lara Saint Paul con l’immortale Luois Armstrong. Con il tempo il festival è divenuto più classista, separando gli artisti emergenti dai big e questi ultimi dalle superstar nazionali ed internazionali.La prima volta che ci andai, alla fine degli anni settanta, come discografico, non certo come cantante, fu un trauma, ma non per la qualità della musica. Mi ricordo che avevo parcheggiato la macchina, a fianco di molte altre, in un sotterraneo di fronte all’albergo dove alloggiavo. Il giorno in cui andai a riprenderla, le altre auto non c’erano più e la mia era circondata e sommersa da cassette di fiori. Era il luogo destinato al mercato della merce più preziosa di Sanremo. La lasciai li. La stessa notte, rientrando ovviamente a piedi verso l’albergo, chiacchierando con un paio di colleghi, e quindi distratto, attraversai letteralmente un vetro antivento esterno ad un bar, cadendo sopra ad un milione di microscopici frammenti. Questo fu il mio primo Festival, da dimenticare, come fu dimenticato Mino Vergnaghi, il vincitore.

sanremo 7Successivamente, andai al Festival per anni ed anni, al seguito di decine e decine di artisti: esordienti, famosi, molto famosi e superstar internazionali. Ne ho vinti alcuni, ho sofferto per tutti. Ho trascorso intere notti in bianco a fare da psicologo ai drammi artistici, ho fatto l’autista, ho dato consigli da stilista, altri da parrucchiere, altri da arrangiatore ed altri ancora, per fortuna, da ingegnoso e creativo uomo marketing. Ho visto cantanti felici ed altri disperati: ho accompagnato sul palco Loredana Bertè incinta di fantasia, ho tolto il chewingum dalle labbra di Patty Pravo e dalle scarpe di Alessandro Bono, ho aggiustato la cravatta al collo taurino di Fausto Leali, ho fatto da medico per la Oxa, da calmante per Bobby Solo, da pescivendolo per la paranza di Silvestri, da bodyguard ad Alice, da consulente matrimoniale per Di Cataldo e divorzista per Alexia. Ogni loro angoscia era un mio problema ma, come diceva un celebre filosofo napoletano: “ze sciò mast go-on”.

Ho sempre sostenuto che lavorare a Sanremo con gli artisti internazionali, è più semplice che con quelli nostrani: arrivano e, il giorno dopo, se ne vanno. Nessun dramma.

Quindi, se per i nostri artisti, raccontare qualche episodio diventa una lunga e, talvolta, nevrotica e lacrimosa biografia, per gli ospiti internazionali è più facile, più pratico e, sicuramente, più divertente.

sanremo 9C’ero quando, in eurovisione, a Patsy Kensit degli Eight Wonder, cadde la spallina facendo bella mostra di un seno, anzi, del suo breve successo fui regista. Era una moderna groupie diventata cantante. Durante un trasferimento in macchina, scendendo con lei, dalla mischia mi arrivò un pugno in faccia. L’invidia è una brutta bestia. Il suo trasloco più famoso fu dall’appartamento di Jim Kerr dei Simple Minds a quello di Liam Gallagher degli Oasis.

 

sanremo 6A proposito di pugni, più inquietante fu la volta che il quindicenne Luis Miguel, miliardaria baby star della musica latina e, più tardi, compagno di Mariah Carey per un paio d’anni, venne a Sanremo in gara con il brano “Noi ragazzi di oggi”. Lo raggiunsi in camerino poco prima dell’esibizione e mi si presentò una scena allarmante: il road manager lo teneva fermo bloccandogli le braccia mentre il padre-manager lo colpiva con pugni nello stomaco. Accortosi del mio imbarazzo, il padre mi disse:”Lo sto eccitando, sul palco sarà un leone”. Dato che il brano era scritto da Toto Cutugno, arrivò secondo.

L’arrivo dei Queen fu devastante; ogni giorno annunciavano un persona in più nel loro staff: per noi significava una stanza in meno. Finì che dormimmo in otto discografici nella stessa camera e per uscire dovevamo camminare sui letti e sui corpi altrui. Ciascuno dei Queen arrivò con la propria guardia del corpo ma Freddie Mercury ne volle una in più, locale. La trovammo, si presentò con un braccio ingessato, a Freddie piacque comunque, molto, troppo.sanremo queenCon i Duran Duran, il fanatismo popolare era tale che rischiai di lasciarci la pelle sotto le transenne d’ingresso al Teatro, travolto dalla folla. L’attesa del loro arrivo, mobilitò migliaia di fan che arrivarono alla spicciolata facendo accampamento intorno all’albergo. Vestiti tutti di nero si moltiplicavano come gli uccelli di Hitchcock.Simon Le Bon non volle perdere l’occasione di flirtare con una celebre deejay e così, in piena notte, ruzzolò dalle scale dell’hotel, presentandosi sul palco, il giorno dopo, con la gamba ingessata. Posseggo ancora il certificato medico del biondo wild boy. sanremo duranL’anno successivo, dopo il mio divorzio dalla Emi, i Duran Duran mi videro al seguito dei loro rivali Spandau Ballet e, amichevolmente, mi minacciarono.

Quando portai a Sanremo gli  svedesi Europe, con la loro hit “The final count-down”, durante l’affollatissima conferenza stampa irruppero i carabinieri con una denuncia. Secondo il giudice, gli Europe avrebbero utilizzato il nome già appartenente ad un altro gruppo italiano. Non so come si chiamino ora questi ultimi, ma il gruppo di Joey Tempest continuò a chiamarsi Europe.

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I Toto a Sanremo  costarono più in  grappe e cibo  che in camere d’albergo e voli aerei. Devo dire che anche molti altri, soprattutto tra gli artisti italiani, avevano il vizio di guardare il menù dalla parte del prezzo e non da quella dell’elenco dei piatti, scegliendo, che  piacesse o no, quello più caro.

Liza Minnelli, che ebbi come ospite nell’edizione del Festival che si tenne ad Arma di Taggia, era una vera signora. sanremo lizaSi irritò solamente quando ebbe il sospetto che, durante le prove, quello che volteggiva poco distante da lei, fosse un pipistrello. Avrei voluto dirle che era un drone mascherato, ma non esistevano ancora. La calmai assicurandola che sarei stato al suo fianco per difenderla. Quando eravamo nel suo camerino, si presentò, per salutarla, il più importante, attempato e storico discografico francese. Era accompagnato da una giovanissima fanciulla. Gli chiesi se voleva far entrare anche sua nipote e lui, offeso, mi rispose che era sua moglie (la settima).

Gli Oasis, come da copione, fecero il buono, Noel, ed il cattivo Liam. Il brutto lo lasciarono fare a Luciano Pavarotti, che  venne in camerino per invitarli al suo prossimo incontro Pavarotti & Friends. Mentre Noel prestava attenzione, Liam sproloquiava sulle dimensioni del tenore, con aria beffarda. I fratelli, guarda caso, litigarono anche a Sanremo, come ovunque.

Tra i miei artisti a Sanremo ci fu anche Bruce Springsteen. Non ci sono aneddoti che non siano già storia. Lui volle che la gente capisse il testo della sua canzone “The ghost of Tom Joad”, che quindi fu sottotitolata durante l’emozionante interpretazione. Lo stesso Baudo decise che sul palco doveva esserci solo il Boss e, con rispetto, lo presentò stando in platea.

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Potrei terminare dicendo che, tra gli artisti internazionali che ho avuto a Sanremo, il più antipatico è stato Art Garfunkel (Simon & Garfunkel), i più simpatici gli America (quelli di A Horse with no name), i più professionisti i Queen. Fuori quota Bruce Springsteen.

Gli italiani? Si prendono tutti troppo sul serio, senza tener conto che Sanremo, ovvero la Repubblica Autonoma della Canzonetta, prospera sul commercio di papaveri e papere.

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
(Pubblicato in origine su http://www.spettakolo.it/ il 2/2/16)

Ted Gioia “Delta Blues – The Life and Times of the Mississippi Masters Who Revolutionized American Music” (W. W. Norton & Company, 2009) di Bodhran

1 Feb

Il nostro Bodhran ci parla del libro DELTA BLUES…

Quando Tim mi ha chiesto di scrivere due righe su questo libro ci ho messo qualche giorno a trovare il bandolo della matassa per raccontarlo. È stata una lettura intensa che ha smosso tante riflessioni e mi piacerebbe riuscire a riproporvele tutte, nei limiti delle mie capacità. Parto dal fatto che sono convinto che chi ama il “reale” ha bisogno di ascoltare una musica che lo vada a smuovere nel profondo, magari andando a toccare qualcosa di sconosciuto, di pericoloso, di privato, e non si accontenta solo di un innocuo sottofondo di compagnia. Non sono la bellezza formale, la complessità armonica o la precisione nell’esecuzione gli ingredienti necessari per ottenere questo effetto, credo capiti a tutti di restare completamente indifferenti a tante “belle voci” o a tanti “begli assoli”.

Delta blues parla (chiaramente) di “quel blues”, quello vero, del Mississippi, descritto molto bene da John Lee Hooker: “because it’s the worst state, you have the blues all right if you’re down in Mississippi”, lo stato che negli anni ’20 e ’30 era il più povero degli Stati Uniti.

Ted Gioia DElta Blues

Il libro inizia con W. C. Handy, considerato “il padre del blues”, che raccontando di un suo viaggio nel 1903, nella stazione di Tutwiler, Mississippi, scrisse: “Un nero dinoccolato cominciò a pizzicare una chitarra accanto a me mentre dormivo… Mentre suonava, utilizzava la lama di un coltello sulle corde della chitarra, nella maniera resa popolare dai chitarristi Hawaiani… Il cantante ripeteva lo stesso verso tre volte mentre si accompagnava alla chitarra con una delle musiche più strane che avessi mai sentito” (trad. Wikipedia),

W. C. Handy 1892 circa

W. C. Handy 1892 circa

La fascinazione provata da W. C. Handy nel 1903 continua da più di un secolo, e ad intervalli più o meno regolari il blues riemerge da solo o in altra musica, dandogli vita e senso, e il libro affronta in maniera interessante questa continua ricerca di realtà e verità in un mondo, anche quello musicale, che è diventato via via più artificiale. In parole povere, Robert Johnson è ancora un personaggio “affascinante” eppure è l’antitesi totale dell’artista moderno, nemmeno minimamente paragonabile ad altri eroi rock in quanto a successo, soldi e fama, non solo per un amore nostalgico dei bei tempi andati, ma perché il carattere di verità di quella musica e quelle parole è troppo forte e riesce ancora ad essere credibile.

Durante la lettura dei capitoli, dedicati ai personaggi maggiori di questa storia (Charlie Patton, Son House, Skip James, Robert Johnson, Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf e B.B. King), il libro si sviluppa su più livelli: uno appunto quello cronologico delle biografie dei grandi, un secondo, in parallelo, quello dedicato ai cantanti “minori”, o più semplicemente quelli che hanno avuto meno occasione di farsi ascoltare, legati ai maggiori in quanto loro ignari maestri, precursori o eredi musicali, in un spostamento nel tempo che descrive anche i cambiamenti sociali che hanno portato a certi cambiamenti musicali (un esempio su tutti, l’introduzione della raccolta meccanica del cotone che spinge una massa di ancor più diseredati a cercare fortuna verso nord, Memphis e Chicago).

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Da come scrive si capisce che Ted Gioia di musica ne sa, ne scrive anche in termini tecnici, e la descrizione di alcuni brani in dettaglio aiuta ad entrare in quel mondo di miseria, paure, leggende e capire anche le differenze e gli sviluppi del genere.

Un altro livello, fondamentale per capire questa storia, è la scelta di raccontare le storie degli antropologi, discografici o dei semplici appassionati che sin dagli inizi si sono dannati a registrare questi disgraziati solitari davanti alle loro catapecchie o portandoli in primitivi studi di registrazione, anche per guadagnarci soldi ovviamente con quei vecchi 78 giri prima, 45 e 33 poi, e che hanno consentito che quella musica, appartenente alla tradizione orale, fosse fermata e potesse autoalimentarsi, prima solo dentro gli Stati Uniti e poi fino a scavalcare l’Oceano Atlantico, sbattere contro l’Inghilterra e farci diventare quello che siamo.

E se è ovviamente fondamentale il lavoro fatto ad inizio ‘900 lo è anche quello fatto poi negli anni ’60, senza il quale non sarebbero stati riscoperti ad esempio personaggi come Son House, ritrovato grazie ad una indagine degna dei migliori romanzi polizieschi.

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Ah, un’altra cosa: non c’è mai retorica, eppure la storia è prepotente e affascina. Il capitolo dedicato a Robert Johnson è pieno di mancate informazioni, poche ce ne sono e poche se ne riportano, ma non è stato riempito da fantasiose e colorite leggende per fare effetto, non si indulge con “il diavolo all’incrocio”, storia peraltro di un altro Johnson, tal Tommy, che la raccontava come sua, ma chissà ovviamente ripresa da chi prima di lui. Piuttosto si cerca di spiegare bene come il blues fosse considerato pericoloso, di quanta superstizione girava intorno e dentro questa musica in quei tempi, in quegli ambienti, e come mai si decidesse di cantare una musica così malata. E di come spesso tanti bluesmen, anche tra i migliori, abbiano voluto allontanarsene, perché quella musica era sofferenza e dolore, reali.

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Un piccolo inciso: durante la lettura mi sono chiesto quante rockstar che si sono crogiolate in sogni di”dannazione” tra dollari mignotte e cocaina sarebbero riuscite a reggere le condizioni vissute da questi cantanti per più di una settimana?

Comunque sia, Ted Gioia non concede niente al sensazionalismo o all’invenzione, è un libro che si propone come rigoroso; Robert Johnson, oggi il simbolo e il re di quella storia, ai suoi tempi era praticamente uno sconosciuto e così viene delineato, per quello che era.

Robert Johnson early 1930s

Robert Johnson early 1930s

Tanti gli aneddoti riportati, citando accuratamente le fonti, tanti quelli toccanti, con l’intento di farci capire di come sia accaduto tutto “per davvero”, non gonfiando a posteriori per renderci la storia più accattivante. E diventa talvolta anche comico quando alcuni dei personaggi, raggiunto il successo, inizino loro sì ad inventare, nascondere e mentire, per aggiungere fascino ad una storia che Delta Blues ci rivela essere incredibilmente affascinante per quel che è stata.

Arrivare in fondo a questo libro è stato tutto tranne che una lettura noiosa.

In ultimo, alla fine del libro è organizzata una discografia, composta da canzoni e non album, ricchissima e che apre un universo di ascolti.

Il libro naturalmente è in inglese.

Bodhran© 2016