Cioè, uno passa la domenica a fare il badante al proprio vecchio, finalmente arriva sera e lo mette a letto, in affanno ritorna a casa 2 minuti prima della partita, si mette sul divano, s’infila la maglietta nerazzurra, nel frattempo arriva Dennis col quale non assisteva ad una partita insieme da mesi e in campo, con i tanti amati colori sociali, si presenta un gruppo di giovani vecchi sopraffatti dall’accidia. Risultato finale: 4 a 1 per i padroni di casa. Ecco, i sogni di tornare in Champions League, di un finale di stagione dignitoso e vigoroso, se ne vanno nel giro di novanta minuti, evaporati come le energie e la lucidità della squadra.
A testa bassa mi infilo nel letto, mi metto in posizione fetale e invece della solita tisana butto giù un doppio southern comfort, nella speranza che i fumi dell’alcol leniscano il dolore.
Per questo canto una canzone triste triste triste Triste triste triste, triste triste triste, triste come me E non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lui Ancora un po’ di lui…
E non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lui Ancora un po’ di lui
DETECTIVE – “Recognition” Live from the Atlantic Studios New York 21/12/1977
Swan Song recording artists DETECTIVE: Michael De Barres vocals / Michael Monarch guitar / Tony Kaye keyboards / Bobby Pickett Bass / John Hyde drums
Questa sì che è una antologia fatta bene: pezzi classici in versione originale e live, B side mai pubblicate in CD prima d’ora (LA CARROZZA DI HANS), inediti (IS MY MY FACE ON STRAIGHT), versioni live inedite (DOVE QUANDO/OUT ON THE ROUNDABOUT/CELEBRATION Nottingham 1976). Inoltre un booklet finalmente esauriente, con foto, didascalie, info, testo. Bel compendio davvero, basato sul profilo internazionale di questa nostra grande indimenticabile band.
Dalle bonus tracks dell’album ETTA IS BETTA THAN EVVAH! DEL 1976 (Ace Records 2013 remaster)
You never close your eyes anymore when I kiss your lips And there’s no tenderness like before in your your fingertips You’re trying hard not to show it, (baby) But baby, baby I know it…yeah now
–
You’ve lost that lovin’ feelin’, Whoa, that lovin’ feelin’, You’ve lost that lovin’ feelin’, now it’s gone…gone…gone…wooooooh…oh yeah
–
Now there’s no welcome look in your eyes when I reach for you And let me tell you boy and you’re starting to starting to criticize baby every little thing I do yeah It makes me just feel like crying, (baby) ‘Cause baby, something beautiful is dyin’
– You’ve lost that lovin’ feelin’, Oh yeah, that lovin’ feelin’, You’ve lost that lovin’ feelin’, And now it’s gone…gone…oh gone woooooah yeah
– Baby, baby,baby, baby I’d get down on my on my knees for you yeah And if you and if you would only come on love me love me love me like you used you used to do and you know where Whoaa and we had a love… we had a love a love…a love you don’t find don’t find everyday no no no no no So please don’t don’t don’t don’t dont’ baby don’t ler it slip away don’t ah ‘cos you know what now
–
You’ve lost that lovin’ feelin’, Oh yeah, that lovin’ feelin’, babe You’ve lost that lovin’ feelin’, now it’s gone…gone…gone woooooah yeah it’s gone mmmh
Ieri sera, in una partita di Europa League, Diego Milito si è fatto male, molto male. Doppia lesione al legamento crociato anteriore e al collaterale esterno. Stagione finita. Carriera in discussione. Al mondo ci sono disgrazie peggiori, lui è un calciatore milionario che ha già vinto più o meno tutto, primattore del leggendario “triplete” del 2010 dell INTER, exploit mai capitato prima in Italia. Però dispiace tanto; quel suo sguardo un po’ malinconico, quell’eleganza innata, quel comportamento sempre irreprensibile, te lo fanno vedere sotto una luce particolare, e il rammarico si fa ancora più grande. Dispiace poi per l’INTER, perché perdere l’attaccante principale nonché campione di altissimo livello è un grosso guaio. La squadra sembrava in ripresa dopo un periodo di magra. Le belle vittorie col CHIEVO domenica e col CFR CLUJ ieri sera iniziavano giusto a soffiare via i blues che tanti tifosi come me soffrivano da tempo. Che peccato. Ora dovremo serrare le fila, sacrificarci di più, cercare di lenire il dolore e continuare a seguire il sole affinché continui a battere sul nostro viso e a far sì che le stelle continuino a riempire i nostri sogni. Forza Diego, forza ragazzi, fino alla vittoria, sempre.
Libro in inglese per fan in senso strettissimo; si tratta infatti della recensione di 150 dei 494 concerti che gli ELP hanno suonato dal 23 agosto 1970 al 13 marzo 1978. Queste pubblicazioni ultraspecializzate mi sono sempre piaciute, certo non sono cose per tutti, ma chi c’è dentro fino al collo non può che godere nel leggere queste pagine. Freeman probabilmente a volte eccede nel descrivere certi episodi, d’altra parte è un gran fan degli ELP, ma bisogna sottolineare a sua discolpa che, per quel po’ che posso sapere grazie ai parecchi bootleg in mio possesso, gli ELP hanno praticamente sempre suonato bene negli anni settanta. L’unico difetto del libro è che non vengono riportate le scalette di ogni concerto (viene indicata solo la scaletta tipo tour per tour) e non si specifica la qualità della registrazione e nemmeno la fonte (audience, soundboard, FM, preFM, etc etc). Per il resto è un libro utilissimo per ogni fan degli ELP che si rispetti.
Riascoltato oggi devo dire che ON STAGE mi piace un pochino meno di come lo ricordavo: il modo di allungare i pezzi mi pare meno efficace che in passato, i suoni delle tastiere sono davvero brutti e tutti quei “tappeti” annoiano parecchio. Credo sia un problema mio, ma le tastiere usate in quel modo ormai non le sopporto proprio più. Dall’altra parte abbiamo BLACKMORE, POWELL e DIO in condizione divina, e quindi un heavy rock potente, possente, suonato da dio.
Il secondo cd non è tratto dal concerto di OSAKA del 09/12/1976 (da quel che si sa solo due canzoni di quello show sono sopravvissute) ma da uno dei due concerti del 16/12/1976 tenuti a Tokyo (il secondo, quello serale). Io non capisco come si possano fare di questi errori, non c’è nessuno che prima di mandare in stampa una cosa del genere controlla il tutto? Mah. Ad ogni modo trattasi di un signor bonus disc, con materiale di valore sebbene SIXTEENTH CENTURY SLEEVES, il BLUES, STARSTRUCK e 40 secondi di CATCH THE RAINBOW siano le stesse del CD1.
Lunedì mattina ore 06,30. Sento che la groupie si alza e il mio primo pensiero è quello di chiederle “Fiocca?”. Lei ride e annuisce. Lo si sapeva da un paio di giorni che le condizioni metereologiche di oggi sarebbero state perfette per una copiosa nevicata sul nord Italia, ma meglio assicurarsene. Scendo, cade una neve sottile, la campagna è appena imbiancata.
prima neve alla Domus Saurea – foto di TT
La neve è poca dunque ma non mi preoccupo, la sento arrivare.
Lunedì ore 10: dalla grande finestra del mio ufficio a Stonecity osservo la neve cadere. Lo fa in modo costante, determinato, preciso…sarà una bella nevicata. Bello lavorare con in sottofondo un vecchio bootleg dei FIRM mentre lì fuori scende la neve…
Verso la mezza scendo a fare due passi…
Stonecity – Puccini boulevard – foto di TT
Mi sento bene, canto TOGHETER dei FIRM tra me e me e mi godo il momento…
Stonecity con la neve – foto di TT
Verso le 16 io e le mie colleghe decidiamo di partire verso casa, in poche ore son caduti 25/30cm, potrebbe diventare difficile lasciare Stonecity.
Leaving Stonecity (Saint Litte Antony place) – foto di TT
Scendo lentamente verso la bassa senza particolari problemi, le strade non solo malaccio. Alle 17 arrivo nel posto in riva al mondo. Faccio la rotta; mentre son lì con la pala e i moonboot l’atmosfera cambia: la neve perde il fascino che di solito ha a dicembre/inizio gennaio, cala una aria pesante e metallica, dal dolce candore di TOGETHER dei FIRM si passa al fragore silente del mistero dell’universo. Mi sporgo sulla campagna, neve e foschia…
Neve e foschia a Borgo Massenzio – foto di TT
La sera si fa avanti…vado alla macchina, infilo un dischetto nel car stereo, lo faccio partire mentre contemplo i campi imbiancati…entro in un’altra dimensione
Close the door, put out the light. You know they won’t be home tonight. The snow falls hard and don’t you know? The winds of Thor are blowing cold cold cold… They’re wearing steel that’s bright and true They carry news that must get through.
They choose the path where no-one goes.
They hold no quarter.
Walking side by side with death, The devil mocks their every step The snow drives back the foot that’s slow, The dogs of doom are howling more They carry news that must get through, To build a dream for me and you
They choose the path where no-one goes.
They hold no quarter. They ask no quarter. The pain, the pain without quarter. They ask no quarter. The dogs of doom are howling more!
Mi faccio rapire dal momento, dalle suggestioni, sono certo di sentire i cani del destino abbaiare e di vedere il diavolo che scimmiotta i miei passi nella neve…quando poi al minuto 05:08 parte l’assolo di PAGE mi perdo completamente in quell’orizzonte bianco e misterioso…cristo, quanto cazzo erano fighi i LED ZEPPELIN.
Ritorno in me quando la groupie entra in derapata in cortile, la speed queen non si smentisce mai.
La sera la passo senza SKY, segnale assente. Con la groupie allora ci guardiamo YESSONGS, altra musica con cui sconfinare in altre galassie…
Scambio poi messaggi (sms/facebook/email) con chi ama la neve come me (tipo Graziella BBQueen e Lalàlli), mi bevo una tisana-di quelle-diJaypee calda, mi ascolto qualcosa d’altro, leggo, aspetto la mezzanotte. Mi infilo nel letto contento. La neve è una delle mie dimensioni ideali.
Martedì, in moonboot, riparto per il lavoro. Prima di lasciare la stradina lunga e tortuosa del posto in riva a mondo, mi fermo a contemplare le vigne che sonnecchiano sotto la neve…
le vigne che sonnecchiano lungo la stradina lunga e tortuosa del posto in riva al mondo – foto di TT
Le strade sono pulite, ai loro bordi un buon argine di neve, mi sparo un bootleg dei BOSTON del 1976…
Sotto la neve Stonecity sembra una superfiga, a maggior ragione al ritmo degli AEROSMITH a Boston nel 1978…
Stonecity superfiga sotto la neve – foto di TT
Prima di salire in ufficio mi fermo cinque minuti in macchina, voglio concludere alla grande questa prima parte di mattina…infilo il cd, chiudo gli occhi…mi sembra di vederli i miei eroi lì sotto alla neve…
Quelli come noi, che spesso si trovano a viaggiare nel cosmo, per diletto o per necessita’ esistenziale che sia, sanno che lassu’ fra stelle galassie e buchi neri, la musica rock e’ di casa. Infinita la lista di chi ha frequentato, per un po’ o per sempre, lo spazio profondo. Gia’ negli anni ’50 non erano in pochi i rockers persi fra le stelle seguendo la scia della Jimmi Haskell Orchestra e qualcuno diceva che gente come Elvis e Roy Orbison venisse proprio da li’.
Poi nei ’60 i viaggi astrali si fecero via via piu’ frequenti da e per il nostro pianeta. Fino alle esperienze di Jimi Hendrix, che confesso’ di essere un extraterrestre o dei Pink Floyd, prima avventurieri dei domini astronomici e poi traghettatori del turismo di massa interstellare, manco fossero una compagnia di crociere. Mr. Bowie al suo esordio si perse fra strane stelle con il maggiore Tom, per poi tornare fra noi con un fantastico gruppo di ragni marziani, mentre i Rolling Stones non si sentirono molto a loro agio a duemila anni luce da casa e chiesero a Brian Jones di riportarli a Londra il prima possibile.
Anche da noi qualcuno come Finardi aspettava un passaggio da un alieno, dopo aver visto che le porte del cosmo stavano effettivamente su in Germania. Qualcun altro invece partiva come un cammelliere seguendo la carovana del navigatore astrale Tim Buckley, ma poi sentiva la nostalgia di Napoli e tornava sulla terra scoprendo che siamo tutti figli delle stelle.
Certo, i tedeschi in questo senso erano proprio imbattibili. Sia che si trattasse dei Corrieri Cosmici, o dei mappatori dell’iperspazio come Tangerine Dream o Klause Schulze, i teutonici son quelli che si son spinti piu’ in la’ di tutti, fino alle regioni piu’ estreme ed inesplorate delle galassie. Anche dalla California sono partiti viaggi stellari niente male, soprattutto da San Francisco, che per un po’ e’ stata una sorta di Cape Canaveral lisergica: le avventure dei Quicksilver Messanger Service e la scoperta della Dark Star dei Grateful Dead rimarranno sempre nei nostri cuori di giovani esploratori galattici. Qualcuno ha visitato lo spazio per poco tempo preso dall’entusiasmo della gioventu’, come i primi UFO, riportati con i piedi per terra dal pragmatico Shenker, altri ci sono rimasti piu’ a lungo, l’elenco potrebbe essere infinito. Ma se in tanti hanno contribuito alla nostra colonna sonora cosmica, un solo gruppo ha attraversato e continua dopo tanti anni ad attraversare le stelle a bordo di una nave pirata: gli Hawkwind di capitan Dave Brock.
Hawkwind 1972
Una vera e propria ciurma di pirati piu’ che una band, questo gruppo unico nella storia del rock si forma nei primi anni ’70 nel giro degli squatters e dei fricchettoni piu’ sballati del regno unito. Si son sempre considerati parte della scena libertaria ed antagonista inglese, e non hanno mai smesso di esserlo, suonando quando ne avevano voglia, con o senza guadagno, sia agli inizi che dopo esser diventati famosi. I cambi di formazione sono stati un modo di essere per gli Hawkwind, arrivando a cambiare piu’ volte line up, persino durante lo stesso tour! Dave Brock, da vero capitano pirata ha sempre mantenuto salda la rotta, tirando a bordo dell’astronave corsara personaggi di ogni risma. I quali a loro volta hanno spesso dato un contributo determinante alla creazione del suono e del mondo Hawkwind.
Dave Brock
Nick Turner, con i suoi sax e flauti stralunati e i mille travestimenti, forse piu’ di tutti ha contribuito alla causa, scrivendo anche brani memorabili ed immortali. Cosi’ come Del Dettmar e Dick Mik hanno creato un tappeto sonoro dalla forza d’urto devastante fatto di sintetizzatori e diavolerie elettroniche fuori controllo. Non sono mai stati dei grandi strumentisti gli Hawkwind, e questo secondo me li ha aiutati dal rifugiarsi nei porti del virtuosismo, quando le acque si facevano tempestose. No, loro rimanevano al loro posto cavalcando un onda ritmica possente e primitiva, generata dai tamburi di Simon King, Terry Ollis o anche, per una volta, Ginger Baker. Unici in tutto, hanno avuto per anni uno scrittore di fantascienza, Michael Moorcock, e un musicista poeta Bob Calvert, che hanno creato insieme a Brock e Turner, un piccolo universo letterario che di volta in volta si andava a dispiegare nelle ricchissime copertine dei loro dischi, e nei concerti.
Parliamo di qualcosa di veramente articolato e speciale, tanto da meritarsi il prestigioso premio internazionale Victor Hugo per la fantascienza…E chi lo avrebbe mai detto, di questa comune di pazzi! Parlavamo dei concerti, beh, questo e’ stato e resta un altro punto di forza della band. I loro light show sono sempre stati molto suggestivi ed originali, anche quando le spese si facevano sostenute e gli incassi scarseggiavano, gli Hawkwind hanno sempre allestito dei concerti di grande impatto visivo. E poi come non ricordare Stacia, una giunonica ballerina che si esibiva nuda o con strepitosi costumi spaziali durante i loro live, diventando un po’ simbolo della band, fino ad essere rappresentata sulla copertina di Space Ritual, doppio live, sicuramente il loro disco piu’ famoso. Un giorno li vide suonare dal vivo da qualche parte in Europa, ne rimase affascinata, si tolse tutti i vestiti e si mise a ballare, e cosi rimase con la band per un bel po’ degli anni a venire.
Stacia – Hawkwind
Possiamo immaginare le reazioni del pubblico di casa nostra, quando nel ’72 si presentarono al festival pop di Villa Pamphili a Roma. Da noi andavano forte i Genesis di Gabriel e Tony Banks ( a dire il vero anche i meno accomodanti Van Der Graaf…), e questa ciurma di sballati gli esplose in piena faccia con le tette di Stacia e l’attacco sonico della band…Che avrei dato per esserci! Tanto per completare il quadro, in quel periodo faceva parte del collettivo anche Lemmy che prendera’ poi il nome dei suoi Motorhead proprio da una canzone scritta per la band.
Nella loro lunghissima carriera gli Hawkwind hanno suonato nei posti piu’ impensabili. Raduni di ravers e travellers, importanti festival rock, teatri, arene, a Stonehenge, all’isola di Wight (gratis, fuori dall’area del famosissimo festival), case occupate, piazze, centri sociali e comuni di mezzo mondo. Qualche anno fa, tentarono addirittura di affittare una nave per andare a suonare al circolo polare artico durante l’aurora boreale! Un attitudine questa di suonare un po’ ovunque, sostenuta dal capitano Brock, che prima di formare la band, si guadagnava da vivere facendo il musicista di strada. Nel corso degli anni questa combriccola di matti ha raccolto intorno a se un esercito di fan, un po’ come i Grateful Dead, che si identificano molto con la band, animano siti internet, creano piccolissime label.
A seguito del recente buraccione (durato un paio di giorni) del blog a proposito degli indimenticabili autori di EPITAPH (i Camaleonti appunto), mi son preso la Rhino Collection, un digipack economico con cui trastullarmi (qualcosa del grande Tonino Cripezzi bisogna pur averlo).
Arriva il pacchetto, prendo il cd, mi soffermo sulla foto della cover e mi chiedo: ma come si fa a mettere quella foto in copertina? La foto sarà del 1984 circa, c’è quello in giacca e cravatta, quei due dietro il divano vestiti da giovani (secondo la orribile moda del periodo) e Tonino seduto sul divano con dei pantaloni blu da pelle d’oca (e calzino amaranto). Guardate poi la stoffa del divano, le tende, la palma che si scorge dietro…ma dico io, come si fa a usare una foto così brutta per una copertina?
Guardo nei credits: la foto viene dagli archivi della CGD. Cioè, la CGD ha nei suoi archivi delle foto così? Poi ci si domanda perché in Italia siamo messi come siamo messi. Guardo meglio: l’artwork è opera di uno studio grafico, dal cui sito si intuisce che è specializzato in realizzazioni musicali. Uno studio grafico, addirittura; pensavo che il progetto fosse stato creato da Gigino, il figlio dodicenne del portiere della CGD.
Mettere una foto dei CAMALEONTI scattata nel loro periodo d’oro no? Versione fine sessanta o inizio settanta, anche perché i pezzi di questa compilation vanno dal 1968 al ’76.
‘azzo c’entra una foto degli anni ottanta, peraltro bruttissima? I visual, come le parole, sono importanti, cazzo.
Commenti recenti