Domenica mattina, barba fatta, caffè preso, ascella deodorata, mi avventuro in un giro a piedi nel centro di Modena con le cuffiette dell’IPod inserite nelle orecchie. Modalità shuffle (pezzi a caso scelti dall’ aggeggio). La novità epocale consiste nel dettaglio che nell’HD portatile ho solo ‘vinyl rips’ ovvero brani scaricati delinquentemente dal web tratti da vinile digitalizzato, insomma un cazzone di Pittsburgh si mette lì e trasforma un lp magari giappo di stampa superba in un file lossess. Lo so che è mania da rincoglioniti (sia la mia che quella del tizio di Pittsburgh) ma i tempi sono questi.
VINYL RIP MANIA di Picca
16 NovThe dark night, il Nonantola state of mind e il chiedersi da dove viene tutto questo blues
15 NovSera che scivola sul tardi, mi trovo quasi per caso a Nonantola. Nebbia e luci gialle dei lampioni. Atmosfera che ho saggiato migliaia di volte, ma stasera al primo sentore delle bollicine di nebbia che mi frizzano nel naso mi ritrovo impantanato in ricordi che mi tirano giù. Io e Biccio, diciamo ben più di 30 anni fa, in giro per il paese. Sabato sera passato in un circolo culturale (gli anni settanta, cazzo…) a filosofeggiare sul niente, sbirciando dalla finestra che di sbieco dà sul centro e immaginare che al di là della nebbia dove poggia l’Abbazia ci sia un porto e noi a nemmeno 17 anni già pieni di nostalgia. L’ultima fetta degli anni settanta, i nostri sogni di rock and roll, lo sceneggiato JAZZ BAND di Pupi Avati con la sigla di Henghel Gualdi, le prime ragazze e quell’impellente bisogno di blues. I nomi della nostra band erano (in inglese) La Banda Del Salice Piangente o i Forestieri. C’era sempre quest’aria da epopea malinconica…
Lo risento mio, stasera, questo paese e ora che lo ho lasciato ripiombo in una malinconia cupa e fredda. E’ un riflesso involontario ma questa notte scura mi tira giù verso l’abisso. E mi chiedo da dove viene tutto questo blues, dove si nasconde, dove sta…sono pelle e ossa, sono magro come un uscio, dove lo tengo tutto questo blues? Perché sono malinconico? Perché starei ore a fissare la neve che cade? Perché le vigne d’autunno si attorcigliano al mio animo? Perché cavolo trovo così struggente la luna che trapela dalla foschia riflessa nei fossi?
Mi stringo nel giubbotto, sono ormai le 10 e mezza di sera. Do una occhiata alla torre dell’orologio, alla curva della provinciale che da piccolo mi sembrava enorme, ai posti dove da piccolissimo ho vissuto l’alluvione del novembre 1966. Ricordo l’alluvione…roba da matti…
Notte scura, notte nera e mi viene in mente il MUDDY WATERS di BLACK NIGHT…
In macchina il riscaldamento cerca di rabbonirmi l’animo, ma sono in modalità deep down in the blues e le tenebre hanno vita facile nella mia worried mind. Incrocio macchine i cui fari non riescono ad illuminare il mio umore cupo.
(fari nella notte – foto di NNT Slim)
Passo Modena, mi getto negli svincoli industriali di Campogalliano. Poco dopo mi inoltro in quella che da tre anni a questa parte chiamo la campagna nera. Sono in preda al blues, ho l’istinto di scappare, in un minuto pianifico la mia nuova vita ma mi accorgo subito che non posso mortificare così la mia intelligenza, so che non scapperò, so che non riuscirò a fare quello che voglio, ma le catene le sento tutte e mi danno un gran tormento. A Molino di Gazzata passo in mezzo ai due pioppeti e lo sento il diavolo, e mi sembra di vederlo… gigantesco, scuro in volto, con gli occhi rossi. Li sento lì dietro i cani dell’inferno sulle mie tracce…
In macchina c’è ROBERTO CIOTTI con SUPER GASOLINE BLUES del 1978.
Percorro strade che sanno di nebbia e di metallo, mi sembra persino che la blues mobile alzi il muso e vada a dissolversi in cometa.
Arrivo, mi sembra che la riva del posto in riva a l mondo stia franando, ma sarà solo un’impressione. Mi gira la testa, mi sento instabile e pallido…avrei bisogno di un Southern Comfort, ma domani dovrò di nuovo fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile e così opto per un infuso caldo.
Sono a casa solo, vado davanti allo stereo, oramai è mezzanotte…metto su BECAUSE dei BEATLES, TEN YEARS GONE dei LED ZEPPELIN e TIME di JOHN MILES… così, tanto per mettermi a piangere.
Sotto alle coperte. Canticchio … Because the sky is blue, it makes me cry because the sky is blue…
ANNO NUOVO, MORTE NUOVA di Giancarlo Trombetti (ovvero la fine del CD e gli scenari possibili)
14 NovNon è vero che Feisbuk non serve a niente. Ogni tanto c’è l’amico che ti segnala un articolo o una notizia che a te era sfuggita e che proprio ti fa piacere leggere. Marco mi segnala un articolo che compare, ripreso, sul Rockol.it diretto dal mio amico Zanetti : “Major pronte ad abbandonare il Cd nel 2012”. Leggo avido le prime righe: secondo un magazine di rete, Side Line, le rimanenti quattro (…o tre? mah?) Grandi Etichette, starebbero per accordarsi sull’interruzione della produzione del compact disc entro il 2012. Nessuna delle etichette coinvolte smentisce, cosa che farebbe pensare a una solida base di realtà nell’affermazione. “Il piano “segreto” dell’industria discografica prevedrebbe la sostituzione pressoché totale e in tempi brevi dei cd con la musica in streaming e in download distribuita attraverso piattaforme come Spotify e iTunes.” continua il pezzo…
stupisco: meraviglioso….vado avanti: “La produzione di supporti “fisici” resterebbe conseguentemente confinata alle costose edizioni limitate e di lusso destinate al pubblico dei fan e dei collezionisti e che in effetti proliferano già sul mercato o ai packaging speciali di dischi nuovi come il recentissimo “Lulu” di Lou Reed e Metallica”.
Geniale, creativo, spettacolare! Resto di sasso. Non avevo mai assistito a un suicidio in diretta e vederne uno per la prima volta con il sangue che ti schizza addosso fa sempre un certo effetto. Mi godo il momento, un po’ come i fan dello splatter vedono e rivedono al rallentatore la testa del protagonista che esplode nel corso del cineforum organizzato a casa dell’amico di turno. E concludo: ma certo, quando uno è una capra priva di qualsiasi riflesso che non sia quello condizionato, quando si è di fronte all’assoluta mancanza di conoscenza del mercato, quando si è giunti al posto che si occupa solo per una concatenazione di eventi, spararsi nelle palle perché stamani al capanno non passano tordi mi pare la soluzione più logica. Ed il fucile va pur sempre scaricato, no?
Un momento. Un paio di respiri profondi e riflettete con calma. Perché il massacro prossimo venturo cui state assistendo non è cosa che non vi tocchi; forse lo credete con un po’ di ingenuità, ma così non è. Tentiamo di riassumere brevemente: il passaggio dal vinile a 45 giri a quello a 33 molto più remunerativo e importante non avvenne per una precisa previsione del mercato. Fu un passaggio dettato dalla scoperta del mercato stesso che ciò che stava sottoterra era diventato di uso comune e che il mainstream, la cresta dell’onda, era diventata l’onda stessa. Con il 33 giri, per vent’anni esatti, la discografia riuscì ad incassare l’incassabile, spesso per caso, molto più spesso per fortuna cieca che viene comunemente definita come “culo mostruoso”. Le storie sul rifiuto dei più grandi artisti da parte di direttori artistici rincoglioniti sono note a tutti.
Così venne la fine degli ottanta, quando la guerra del “supporto magico” intrapresa tra l’olandese Philips e la giapponese Sonyallo scopo di moltiplicare percentuali attive diminuendo contemporaneamente costi e giacenze condusse all’invenzione del compact disc. Il tempo di strappare dalla bocca degli acquirenti/dipendenti il vinile fornendogli il solo cd come tramite e lasciar digerire loro un raddoppio dei costi a fronte di un dimezzamento, o quasi, delle spese e qualcuno scoprì la rete. Econ essa la necessità, oltre che il piacere, di condividere, scambiare e passare file da un capo all’altro del mondo civilizzato in un batter d’occhio. La valanga prese dimensioni incontenibili con la diffusione di quell’infernale aggeggio per imberbi creato dal genio di Jobs: l’ iPod. Da quel momento la musica, la sua fruizione, la diffusione e, conseguentemente, la vendita non furono più le stesse. E il sistema, inteso come mercato se ne andò bellamente a meretrici; lo abbiamo detto più volte e diamolo pure come fatto acquisito. Il fatto che al fiuto e all’orecchio, alla creatività e all’istinto si fosse sostituita una macchina da guerra in grado di gestire i mercati ma non di crearne di nuovi fece il resto.
In sostanza, da quel calcio negli organi riproduttori, il music business non si riprese più. Sì, qualcuno si mise a far causa alla casalinga di Seattle piuttosto che al ragazzino di Boston, chiedendo qualche centinaio di milioni di dollari di danni, giusto per far ridere il lettore del quotidiano di turno, ma nella pratica i discografici si misero serenamente a sedere sull’altro lato della strada a osservare la propria azienda che bruciava. Lasciando che negli ultimi vent’anni crescessero nuove generazioni totalmente prive dell’istinto e della volontà di acquisto; per i ragazzi di oggi la musica è una “cosa” che si trova sul web e che si ascolta dopo averla scaricata gratuitamente. Una strana evoluzione del concetto dei settanta “la musica è nostra e non paghiamo!”. Questo fino ad oggi. Perché oggi, nella tragicomica vicenda arriva il colpo di teatro, l’essenza del genio, l’intervento del deus ex machina che tutto risolve. Il mercato è a pezzi? Il cd è durato poco o nulla, certo meno del previsto? La possibilità di riprodurselo all’infinito con una lira a casa propria ha ucciso la diffusione del supporto ufficiale? Il web ha fagocitato qualità ed ha inibito le facoltà intellettive di chi sarebbe pagato per trovare soluzioni? Bene! E loro con una rete che distribuisce e accoglie come un’immensa ameba in perenne espansione qualsiasi espressione musicale che fanno? Decidono di tagliare fino in fondo la voce costi! Se non produrremo più cd non spenderemo più inutilmente un penny per stamparli, distribuirli e vederli invenduti. La soluzione? Ma esattamente quella che ha ucciso la musica stessa: il download a pagamento. Incredibile, stupefacente. In particolare nel primo corollario di quella legge che decreta la morte della musica commerciabile: però il cd esisterà sempre nelle edizioni speciali, costosissime e vendute a un pubblico ben individuato. E nel mondo, i restanti coraggiosissimi rivenditori ancora in attività, che si barcamenano tra edizioni da duecento euro e ristampe a 9,90, terminate le scorte, ripuliranno le vetrine, licenzieranno i dipendenti e attenderanno tranquillamente che le quattro (o tre?) majors forniscano loro qualche edizione speciale a qualche centinaio di euro o dollari per il loro pubblico speciale.
Praticamente delle gioiellerie. A meno che Amazon non si prenda la responsabilità di gestire tutto il mercato.
E mentre i ragazzini continueranno a scambiarsi file compressi buoni solo per le loro scatoline di fiammiferi, progressivamente la musica che ci circonda – nei centri commerciali, nei negozi, negli altoparlanti sparsi ovunque intorno alle nostre vite – diventerà dapprima sempre più banale per trasformarsi in sempre più rara e massificata; inutile. Il blues suonato con le gocce di sudore che cadono sulle sei corde, il jazz che trascina e avvolge, il rock che ti fa saltare e aumentare il battito, il country che profuma di erba e fieno perderanno il loro stimolo vitale per sopravvivere solo nell’esibizione dal vivo, nel luogo dove tutto diverrà conosciuto e noto senza promozione, senza mercato, su passaparola, esattamente come il mainstream del 1969 rappresentò quella cresta dell’onda che spostò il baricentro dal 45 giri al 33 sulla base dell’ignoto che diventava noto, comune a tutti. Ed andrà a finire, così, che forse tra vent’anni rinascerà una nuova classe di discografici che capirà come si gestisce un’Arte e la si vende senza banalizzarla, senza ucciderla.
Non so se vivrò abbastanza da vedere questa ulteriore fase del ricorso storico, ma una cosa per certa: ho abbastanza viveri nella mia discoteca per andare tranquillamente a letto strafregandomene del file scaricato da internet su un HD che potrò collegare al mio pc così come al mio televisore digitale e mentre navigherò utilizzandolo come browser in attesa del programma preferito, mi ascolterò….nulla. Non me ne frega proprio nulla. Finché potrò andare in camera mia, accendere il mio vecchio impianto, scegliere se ascoltare le AR o le JBL e metter su un vecchio disco del 1971, registrato in una sala da concerto che non esiste più, presentato da un promoter che è morto e la cui foto di copertina venne scattata contro il muro di un piccolo ristorante tenuto da una anziana nera chiamata Mama Louise che a quei ragazzi faceva credito finché non fossero stati in grado di pagarle i pranzi con il loro lavoro
….mi sono barricato, cancellate tutto quel che volete, datemi solo il tempo di metter da parte un paio di puntine di riserva per il mio braccetto e posso campare a lungo. Cazzi vostri.
Giancarlo Trombetti 2011 (c)
MONDO MUSICA HOP (un salto al negozio di dischi di Veggia di Casalgrande) di Picca
13 NovOggi puntatina a Veggia di Casalgrande (RE) al negozio Mondo Musica di Mario Torelli (suo fratello è il Torelli dei Toro-Toro Taxi, band che forse conoscete). Da Reggio prendete la statale di Scandiano andate verso Sassuolo e a Veggia il negozio è in centro sulla sinistra; da Modena Tange fino a Sassuolo, poi a sinistra su per Scandiano, al bivio a sinistra, vi trovate sempre a sinistra le cascate del Panaro, poco dopo rotatoria, si va a destra e il negozio lo trovate a dxt.
Gli faccio pubblicità volentieri perchè Mario mi sta simpatico e ha una caratteristica: i dischi sono tutti in ottime condizioni (ha anche cd ma soprattutto vinile); le copertine magari no, ma il vinile è ottimo. Inoltre fa prezzi quasi fissi, tipo 20 euro per un lp a meno che non sia japan o robe strane, quindi non tira fuori un Who Magic Bus americano del ’67 e comincia a sborracchiare chiedendo mutui. Magari vi fa 30, ma senza rompere le palle. In negozio c’è un discreto merdaio, dischi ovunque, quindi ci sarà da sdraiarsi per scartabellare lps a livello del mare. Terminata l’esperienza avrete le mani nere di polvere, ma Marione vi offre un rubinetto per sciacquare in uno sgabuzzo anch’esso stipato di dischi. Non cercavo nulla di particolare ma alla fine ho speso dei soldi:
L’angolo della posta: Central Park, New York City – Parco Della Pace, Nonantola Centro
12 Nov
Scrive POLBI: “NYC, sabato mattina inondata dal sole. Colazione al bar, giornale italiano, Mojo pagato tre euro e poi da solo a Central Park. Due signore parlano di scarpe, in italiano con accento emiliano. Io guardo il cielo in cerca dei fantastici quattro. Amo questa città.”
Risponde L’esperto “NNT, sabato mattina inondata dal sole. Colazione al bar (con Brian), la Gazzetta di Modena, guardo se è uscito Mojo a 11 euro, e poi con Brian un giro al Parco Della Pace. Due signore parlano di scarpe, in moldavo con accento Tiraspoliano. Io guardo il cielo in cerca di fagiani. Io mi adatto a questa città”
PS dell’esperto: “Sigh.”
Considerazione su Clarence Clemons
11 NovFrancesco lo conosco ormai da diversi anni, tramite Polbi; romano trapiantato in Emilia, fratello di sangue black and blue, fratello di sangue rock e di affinità elettive. Francesco ama il rock americano di Springsteen quanto io amo l’hard rock blues inglese. Francesco è uno con cui ci si può sedere ad un tavolo e parlare di illumismo, oltre che di calcio e di figa. Pubblico dunque con piacere questa sua riflessione su Clarence Clemons, il nero sassofonista di Bruce che se ne è andato questa estate.
Questa estate, a Scilla, parlando di musica fra un’immersione e l’altra con Paolo, è venuto fuori qualcosa sulla recente scomparsa di fratello Clarence Clemons e sulla sua importanza nell’economia del suono della E-Street Band. Inutile dire quanto questa perdita mi abbia colpito, io springsteeniano almeno nella stessa misura in cui sono interista, cioè non dalla nascita ma da vite precedenti. La domenica di giugno in cui ho appreso la notizia ho pianto come un bambino, e c’è voluto un po’ per spiegare a Clara che andava “tutto bene, papà non ha niente, però…” Frase fatta, lo so, “sono sempre i migliori che se ne vanno” però poi leggendo certe notizie sulle vicende politiche di casa nostra scopri che… è proprio così! E allora Paolo mi ha invitato a scriverti qualcosa per il blog.
Lo faccio ora, con la mente (e il cuore) più lucidi e sollecitato dalla visione del bellissimo documentario sul “Making of Darkness on the Edge of Town” contenuto nello splendido cofanetto uscito lo scorso anno. In un passaggio dell’intervista in cui ricorda la lavorazione di quell’album Bruce dice che faticava ad inserire nei vari pezzi il suono del sax di Clarence: ecco, quella è stata la conferma alla mia “teoria della speranza” che si sprigionava ogniqualvolta Clarence dava fiato – e “pompa” – al suo strumento.
Bisogna fare un piccolo passo indietro, a quel “Born to Run” che sancì definitivamente la grandezza di Springsteen, della sua musica e delle sue “sceneggiature” di tre-quattro minuti. Già il titolo è un manifesto, born to run, rende subito l’idea di dinamismo, di qualcosa che si muove e non vuole – non può – fermarsi, qualsiasi cosa stia succedendo intorno. I testi di Bruce parlano di vita vissuta, spesso ai margini, lavorando tutto il giorno inseguendo quel “sogno americano” che, per la maggior parte degli americani, resta appunto un sogno e basta. Però in BTR (vado con gli acronimi) la speranza è sempre viva, anche quando sembra che vada tutto storto: e nel suono questa speranza è scandita proprio dal sax di Clarence. Quando la canzone si “apre” ed entra il sax, eccola lì la speranza: magari effimera, illusoria, ma speranza diamine! E infatti in quel disco Clarence è uno dei protagonisti indiscussi – a partire dalla splendida copertina – insieme al piano di Roy Bittan. Senza il suo sax quelle corse in macchina non porterebbero da nessuna parte e magari Wendy avrebbe detto no, e Mary non avrebbe mai potuto abbandonarla quella città di perdenti, le strade secondarie sarebbero rimaste per sempre vicoli bui e maleodoranti e non luoghi ove comunque poter vivere la propria giovinezza, non ci sarebbe stato nessun Eddie a darci un passaggio e magari insieme a Magic Rat sull’asfalto ci sarebbe rimasto pure qualcun altro. Ecco, l’assolo di “Jungleland”, quello che Gianluca Morozzi ha definito “strappa ginocchia”, a chiudere un disco malinconico ma forte, sconfitto ma mai domo, stanco ma sempre in corsa, disilluso ma fiero!
Tutt’altra cosa “Darkness on the Edge of Town”, anche qui già a partire dal titolo. Stavolta ai margini della città c’è solo buio, un buio minaccioso e avvolgente che ci impedisce di guardare oltre, di vedere una speranza, un sogno, un amore. Già, proprio questo è il punto: non c’è una canzone d’amore in “Darkness”, e Bruce stesso lo conferma nell’intervista cui accennavo prima: neanche “Candy’s room” la si può considerare tale. Avrebbe dovuto esserci nientemeno che “Because the Night” ma fu esclusa all’ultimo momento e poi sappiamo come andò a finire. Incidenti in autostrada, fabbriche che ti portano via la vita, strade di fuoco e terre promesse che poi tanto promesse non sono, padri che incolpano i figli del proprio fallimento, ma amore niente. E senza amore, beh, quale speranza potrebbe esserci? E allora No speranza No Clarence, il suo sax relegato in secondo piano, quasi avesse paura di disturbare l’elaborazione del dolore che viene fuori dai solchi del disco. E sarà sempre così, tutti i dischi più “cupi” e drammatici di Springsteen faranno a meno della speranza e della forza sprigionata da questo grande uomo (grande in tutti i sensi): “Nebraska”, “The Ghost of Tom Joad”, “Devils and Dust”. Così è la vita, per tutti: si passa dalla speranza all’ansia di non farcela e poi di nuovo alla speranza, e così via. E Bruce, da 40 anni, non fa altro che raccontarela vita.
Nessun addio fratello Clarence, tanto lo sappiamo che tu sarai sempre qui con noi, e ogniqualvolta avremo bisogno di sperare ci basterà far partire un tuo assolo…”
Francesco Prete (C) 2011
…IN FONDO DI FRANKIE MILLER NON CE NE IMPORTA UN CAZZO.
9 NovMi ero ripromesso che avrei riprovato ancora una volta con Frankie Miller e così eccomi lì con i 4 cd che Picca mi ha fatto recentemente.
Ho sempre pensato a Frankie Miller come ad un cantante che mi dovrebbe piacere, visto che è un cantante del nord della Britannia e per i cantanti del nord della Britannia (cresciuti con la musica nera negli anni sessanta) ho un certo debole… John Miles, Paul Rodgers, Robert Plant.
Lo ascolto, ma niente da fare. Frankie Miller non fa per me. Credo che ciò sia dovuto anche al fatto che a me il Rhythm and Blues non piace. Certo, ci sono eccezioni, EDGAR WINTER’S WHITE TRASH, ETTA JAMES, TINA TURNER …ma in generale è una musichetta che non mi prende, a me piace il blues, o il boogie. Magari Miller non mi piace perché non ha i pezzi e il sound – per quanto gradevole e importante – a me non è sufficiente.
Rifletto comunque sulla cosa e cerco conforto nel confronto con Picca. Gli scrivo quello che ho messo giù qui sopra e lui mi risponde:
And I know I should be good
A bad boy so long that it must be in my blood oh!
Oh! yeah
Oh! Oh
MISTY ALLMAN HOP: un salto alla Big House, the Allman Brothers Band Museum
8 NovIl nostro Polbi oggi compie gli anni, e noi gli pubblichiamo questo bell’articolo. Auguri Polbi, dai tuoi brothers and sisters del blog.
Dal nostro corrispondente negli States, Polbi:
Vecchio mio, questa te la devo proprio raccontare.
Sono appena tornato da un viaggio in macchina con Margaret da Detroit ad Orlando in Florida per motivi legati all’attivita’ subacquea. Una fiera, delle immersioni in grotta, tutte cose molto interessanti e andate benissimo. Ma non e’ di questo che volevo parlarti.
Allora… quando si viaggia in macchina in america, le stazioni di servizio sono fuori dall’autostrada, mentre lungo il percorso trovi diverse aree di sosta molto bene organizzate. Durante l’ andata, due giorni praticamente non stop tanto per capirci, ci siamo fermati nell’area di sosta di Macon, Georgia.
(Macon all’inizio del secolo scorso)
Come spesso accade, c’era uno spazio informativo realtivo alla citta’, con personale e materiale turistico vario. Margaret, sperando in una sosta nel viaggio di ritorno, ha iniziato a chiedere un po’ di cose. Io in Georgia non c’ero mai stato, ed e’ un posto famoso per la bellezza delle architetture, la storia, i paesaggi e mille altre cose, che probabilmente sai meglio di me. E cosi’ parlando con un simpatico addetto al pubblico, scopriamo che Macon e’ anche un posto con una grande tradizione musicale. Otis Redding e Little richard sono nati qui e c’e’ anche uno storico teatro che ha ospitato le primissime esibizioni di Bessie Smith, James Brown e numerosissimi altri geni della musica nera americana. Ci sono tante testimonianze della guerra civile, chiese molto belle e case-museo interessanti. Fra cui una: La Big House, casa comune degli Allman Brothers. Aperta al pubblico e in parte adibita a museo della band. Un brivido mi corre lungo la schiena. Certo, come ho fatto a non pensarci, Macon Georgia e’ la citta’ dove stavano gli Allman! Che roba ragazzi, non mi sarebbe mai venuto in mente se non ci fossimo fermati a parlare con il tipo…Pero’ veramente non abbiamo tempo, dobbiamo essere in Florida in serata, e’ tempo di muoversi. Prendo al volo un paio di depliant e spero di farcela al ritorno.
E cosi’, dopo qualche giorno di Florida e immersioni in sorgente, eccomi di nuovo sulla Interstate 75 a macinare miglia con la testa piena di pensieri, e ricordi vicini e lontani tutti mischiati insieme, come capita quando guidi in macchina per molte ore di seguito. Il paesaggio e il clima cambiano lentamente col trascorrere delle ore, dall’ambiente sub tropicale della foresta in Florida, all’autunno dolce e colorato della georgia del sud, e poi finalmente Macon. Oggi con l’aiuto dei navigatori gps e’ diventato tutto piu’ facile, e in un attimo siamo nel centro storico. Prima grande meraviglia, un centro storico in una citta’ americana. Arriviamo al Visitors Center, e scopriamo che siamo arrivati troppo tardi, sono le quattro e mezza di pomeriggio e per misteriose ragioni tutto chiude alle cinque!
Da uomo del sud quale sono, accetto il bizzarro orario al pubblico senza fare troppe discussioni, ma, al tempo stesso, proprio perche’ sono un uomo del sud, so che non bisogna mai fermarsi alle apparenze in questi casi e a queste latitudini, America o Italia che sia. Chiedo quindi a Margaret di fare una telefonata all Big House, non si sa mai, magari sono ancora aperti e ci lasciano dare un occhiata…Magari se gli dice che veniamo dall’Italia e da Detroit…Aspetto quindi con un nodo allo stomaco mentre lei digita il numero e parla con qualcuno li’… ed ecco che un sorriso le si apre sul viso. Non solo ci aspettano senza nessun problema, ma oggi nel giardino hanno organizzato un concerto, quindi andranno avanti tutta la notte a suonare, bere, mangiare e quant’altro. Ce la possiamo prendere comoda, no problem. Salto di gioia, benedico il dio del tuono e del r’n’r’ e mi vado a fare una passeggiata in tutta tranquillita’ nelle strade di Macon inondate di sole. La citta’ si sviluppa su una collina e questo le da’ un fascino in piu’. E’ piccola e a piedi si va ovunque. Architetture fantastiche, case in stile ‘800 grandi e bellissime. Qualche persona in giro, un po’ di poverta’ di troppo direi a vedere certi tipi e situazioni, ma niente di particolarmente allarmante. Noi veniamo da detroit e questo e’ niente. E poi, questi sono gli States bellezza, non si scappa alla regola.
Finalmente saliamo in macchina, e dopo un brevissimo traggitto in salita, questione di minuti, arriviamo alla Big House. Siamo ancora praticamente in centro e la casa da lontano e’ alquanto imponente. Nel giardino sul retro stanno facendo un soundcheck, e’ un ambiente spazioso con dei grandi alberi dai colori autunnali. Un grande cancello in ferro lavorato con un fungo gigante e la scritta “ The road goes on forever” e’ la prima cosa che noto. Un uomo dai capelli lunghissimi ci sorride sul marciapiedi. Arrivati alla porta di casa suoniamo il campanello, anche esso a forma di fungo, e un ragazzo ci apre la porta dandoci un caloroso benvenuto. Ci stavano aspettando, sanno che veniamo da Detroit e Roma, sono felici della nostra presenza, l’ingresso costa otto dollari e se vogliamo possiamo fermarci per il concerto tutto il tempo che vogliamo. Poi ci da’ qualche informazione di base sulla struttura della casa-museo, una guida molto semplice e dettagliata, un altro paio di depliant e ci saluta che hanno da fare per la serata. “ Andate in giro, fate come volete, e se avete bisogno mi trovate in giardino”.
Mi guardo in torno e la prima sensazione che ho e’ quella di non essere affatto in un ambiente da rockstar, ma in una grande vecchia casa americana come ce ne sono tante, tuttora abitate spesso da ragazzi che continuano ad adibirle a casa-studio-sala prove. Certo questa e’ proprio molto grande, ma se pensiamo che ci ha vissuto a fasi alterne tutta la famiglia allargata degli Allman Brothers…stiamo parlando di decine di persone fra musicisti, roadies, compagne, bambini e animali!
Alcune stanze sono adibite a museo, con una collezione di memorabilia e materiale vario connesso alla band veramente incredibile. Non sai dove guardare, posters dell’epoca, riviste, migliaia di foto, backstage pass, dischi d’oro, vestiti colorati, di tutto di piu’. E poi strumenti. Chitarre, la Les Paul di Duane davanti ai miei occhi, amplificatori, batterie, bassi, strumenti acustici. La custodia da basso con le lettere della band che appare in copertina del live al Fillmore, messa nella stanza dove provavano quasi tutti i giorni. Brividi. Altre stanze invece sono rimaste intatte come ai tempi della band. La camera da letto di Duane. Quella di Berry Oakley, che aveva originariamente affittato la casa con la moglie e la precisa intenzione di trasferirci tutta la band. Non un filo di lusso, niente del superfluo dei nostri giorni, ma la calda eleganza di una casa padronale di duecento anni. Ancora brividi. Nel frattempo gente arriva per il concerto. Qualcuno gira per la casa, ma ho la sensazione che ci siano gia’ stati. In cucina al pianterreno c’e’ segnalato il punto dove Betts ha scritto Ramblin’ Man, e una suo personale ricordo scritto sulla sensazione di creare musica nella Big House fra il ’70 e il ’73.
C’e’ un piccolo giftshop. Ci sono tante cose belle, ma non compro niente. Non scatto foto, se non un paio che nemmeno so bene perche’. Non riesco a fermarmi su nessun particolare. Voglio solo starmene un po’ li’, guardarmi intorno con gli occhi e con i sensi. Vengo pervaso da una bella sensazione, difficile da descrivere, come una struggente nostalgia, una dolce tristezza. Gente va e viene, il concerto sta per iniziare, ci sono molte famiglie con i bambini, moltissimi ragazzi fra i venti e i trenta. Una macchina della polizia si ferma a guardare dall’altro lato della strada. C’e’ ancora una luce bellissima nonostante il sole sia tramontato da poco, tipica del sud. Continuo a guardarmi intorno rapito da questa atmosfera magica e inattesa. Adesso pero’ si e’ fatto tardi, dobbiamo andare, la strada per Detroit e’ lunghissima e siamo molto stanchi. Mi volto ancora un attimo prima di attraversare. E li vedo ancora li’, Duane e Berry e tutti gli altri, sugli scalini davanti alla porta di casa.


(At Fillmore notes – foto di Polbi)
Saliamo in macchina in uno stato emotivo molto forte, felici di questa piccola scoperta. Io di questa casa-museo non sapevo nulla e Margaret non e’ assolutamente una fan dei fratelli Allman. Pero’ anche lei mi parla di aver ricevuto particolari vibrazioni positive nella casa.Guido seguendo il navigatore con lo stereo spento mentre nelle strade di Macon si fa sera. Dopo non piu’ di un miglio, in una via in discesa, Margaret mi dice di fermare. Ha visto la palazzina della Capricorn Records! Lei ha un antenna speciale per le vecchie label, questo ormai lo so bene. Affianco la macchina, e sulla mia sinistra vedo quelli che una volta erano stati gli uffici e gli studi della mitica Capricorn. Purtroppo e’ tutto ormai abbandonato e un po’ in rovina. Ci facciamo un paio di foto e andiamo via.
(Polbi e la Capricorn Records – foto di Margaret)
Il giorno dopo mi ritrovo al volante dopo molte ore di viaggio. Abbiamo attraversato Georgia, Tennesee, Kentucky, Ohio; il tutto immerso nei colori caldi dell’autunno. Siamo in Michigan a un ora da casa, ho spento la radio che trasmette le solite cinquanta canzoni classic rock, Margaret dorme, sono le nove di sera. E ripenso a questa esperienza appena vissuta. Mi viene anche in mente una cosa: Pochi mesi fa, il giorno della morte di mia madre, ho messo su un disco degli Allman. E non e’ una cosa che faccio spesso. Ma ne ho sentito il bisogno, e ora sono certo del perche’. Perche’ in momenti di necessita’ mi e’ capitato di rifugiarmi dagli Allman Brothers. Il motivo e’ che questa band, piu’ di ogni altra, a me personalmente ha sempre trasmesso una forte sensazione di famiglia in senso libero e positivo, di comunita’, di unione. Una sensazione molto al di la’ della musica, un sentimento profondo che questa visita alla Big House ha reso molto evidente.
Tornati a casa, mi e‘ venuta ovviamente una gran voglia di sentire la loro musica. L’unica cosa che ho qui al momento e‘ un disco doppio originale della Capricorn, Duane Allman an anthology, comprato per dieci dollari in un negozio di dischi usati a San Francisco qualche anno fa. Dentro ha un bell’inserto con testi e foto. leggo in ultima pagina “…On october 29, 1971, Duane left the band’s Big House where he’d been visiting friends. He was on his cycle, and…” no, non e‘ finita cosi‘ questa storia. La Big house e‘ li‘ a testimoniarlo. The road goes on forever.
Paolo Barone (c) 2011
NEWS: Van Halen – Simon Kirke and Bad Company – Robert Plant & Patty Griffin – Robert Plant & Alfie Boe
7 NovVAN HALEN
Il 30 novembre i VAN HALEN dovrebbero apparire alle nomination per i GRAMMY e nell’occasione fare un annuncio. Immaginiamo relativo all’uscita dell’album (Febbraio 2012) e al susseguente tour. Il condizionale è d’obbligo, con quel matto di Edward Van Halen non si puo’ mai sapere. Speriamo.
SIMON KIRKE (Bad Company)
(Simon Kirke battersita di Free e della Bad Company- photo of Lucy Piller)
Uno stralcio da una intervista rilasciata da Simon un paio di settimane fa:
From the beginning, Bad Company produced their own albums, which seems a bit bold for a new band, even though all of you had made a name for yourselves individually. During the classic period with Paul Rodgers, was there ever any pressure to adhere to the traditional system and bring in a producer?
No. Honestly, there wasn’t. We were with Peter Grant and Led Zeppelin on their label, Swan Song. Of course, Zeppelin marched to their own drum – they had engineers, very good ones – Ron Nevison and Chris Kimsey, they were good guys and they worked with us. I know Ron Nevison would have liked to have been thought of as a producer, but quite honestly, they couldn’t have added that much to the tracks.
We were so hellbent on being a success. The songs were written by us, mainly Mick Ralphs and Paul Rodgers. We had it all down when we went into the studio. And to really have someone come in and meddle just wasn’t going to happen. There’s two ways of looking at it – either the guy is a meddler, or he contributes and it’s a lonely job, being a producer.
I never felt that Bad Company needed a producer, until we lost the original lineup. I thought Terry Thomas, who produced ‘Holy Water’ and a couple of others, I thought he did a great job. But all of the sudden, it became less personal and a little bit more business like. A good producer is a catalyst.
He will suggest, try this, try that – that’s the operative role of a producer – try. I’ve helped a few people along the way and I’ve always tried to maintain that, you know, just try that – if it doesn’t work, it doesn’t work, but let’s see how it goes. A good producer is worth his weight in gold, but a bad one will just screw things up.
You have some interesting perspective on John Bonham as a drummer, having shared the stage with him. Drummer to drummer, what’s your take on Bonham?
He’s a wonderful drummer. I mean, he had great feel, apart from his attack and he was a wonderful friend. You’ve only got to listen to his drum solo on ‘Coda,’ there’s some really almost jazzy stuff. I think hands down, he’s certainly one of the all-time great hard rock drummers. And he could do stuff with his right foot that some guys can’t do with two feet. He kept great time, his fills were amazing.
I happened to watch ‘Song Remains the Same,’ the live double DVD and I forgot what a great band they were together. They played so well together and they all shared the stage. They weren’t on these huge stages like the Stones or the Floyd, they played in a little tight group. Bonham and Page were so rockin’ together. He was a wonderful player and I miss him to this day.
(Simon Kirke – photo Carl Dunn)
One of your early songwriting credits was a big one, with the song ‘Bad Company.’ What do you remember about recording that song and recording that album, which ended up to be a landmark debut album for you guys?
Yeah, it did, didn’t it? We’d just joined Swan Song Records and we’d been playing these dozen songs as our little showcase for months and months and we were ready to go into the studio, but nothing was available. But then we got a call from Peter Grant, who said that John Paul Jones had the flu.
They and Zeppelin had booked this country house in Suffolk called Headley Grange and since John was ill, it was ready to go, but nobody was playing. Did we want to take that week, and we said yeah. We all went down to Headley Grange and the mobile unit, the studio, was out on the lawn, a sixteen track [recorder].
I think we did all of the backing tracks in about five days. We started off with ‘Can’t Get Enough’ and we finished with ‘Bad Company,’ with Paul doing the vocals live on the lawn outside, full moon and all. It was just a great time. We had a ball making it. We’d rehearsed the songs so many times that it just poured out of us and became a great album.
ROBERT PLANT & PATTY GRIFFIN:
(La Band Of Joy: RP e Patty al centro)
Giunge voce che Robert Plant avrebbe sposato Patty Griffin, musicista del suo gruppo Band Of Joy. Robert vive as Austin (texas) attualnente. Sembra che i due siano innamoratissimi. Nulla di ufficiale, per ora.
ROBERT PLANT & ALFIE BOE
Ecco, quando succedono queste cose capisci che il mondo non ha futuro: Robert Plant che canta su SONG TO THE SIREN di Tim Buckley nella merdosissima versione di Alfie Boe, un Andrea Bocelli qualunque inglese. Plant canticchia qualcosa subito dopo il 50esimo secondo. RP aveva registrato la sua personale (e niente male) versione sull’album DREAMLAND. La Decca (etichetta di Boe) dice che i due collaboreranno nel prossimo futuro (si parla anche di possibili date insieme).
Dio del rock, front man hard rock per eccellenza, quarta parte della più grande rock band di tutti i tempi, ugola d’oro del rock che dava ogni centimetro del suo amore alle ragazzine, autore insieme a Jimmy Poige di capolavori assoluti (e questa non è la solita frase fatta)…beh, questo qui, dopo aver passato gli ultimi anni alle prese con del bluegrass cagacazzo adesso si mette gorgheggiare arie operistiche. Non c’è proprio più speranza. Che qualcuno inventi una macchina del tempo in fretta e mi riporti nel 1973, il 3 giugno, davanti al LA Forum…cazzo!
Los Angeles Forum 3 giugno 1973







































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