Waiting for the derby: un sabato emiliano

2 Apr

Sveglia alle 06,30, primo pensiero: DERBY!

Ore 7,45 in viale Storchi davanti a quell’accidenti del Sacro Cuore mi guardo in giro per vedere se vedo Liso ma penso al DERBY.

Mattina: in centro a  Modena e rifletto sul Derby / al bar a Nonantola col vecchio Brian, pasta, caffè e lettura della Gazza che parla del Derby/ discussione con Pirèin amico di Brian su chi farà giocare Leonardo a centrocampo / rientro a Reggio e ripenso al Derby.

Ore 13,15 ristorante cine-giappo Nuova HongKong e vedo il personale asiatico  con un unica faccia, quella di Nagatomo.

Ore 14,15 Coop, e davanti allo scaffale delle bevande vedo i succhi di frutta Derby.

Ore 15,15 crollo sul divano arancione, mi viene in mente la nazionale olandese, quindi Wesley Sneijder, quindi l’Inter, quindi il Derby.

Ore 18 imbambii damànt un tooc (imbambito come un tacchino) mi sveglio stanco ed esausto come se avessi già assisto al Derby.

Ore 18,30 son lì che guardo tra i miei demotape, mi capitano in mano quelli registrati con Tommy, la cui madre aveva negli anni ottanta una macchina della Volkswagen modello Derby.

Ore 19 mi ascolto il LIVE AT NASSAU COLISEUM ’78 degli EMERSON LAKE AND PALMER appena uscito, e mentre son lì che mi sento il dischetto mi sovviene che Carl Palmer suona anche negli ASIA il cui bassista cantante è JOHN WETTON nato il 12 giugno 1949 a Derby – Inghilterra.

Ore 19,47: pianto tutto,  per distrarmi esco a prendere una boccata d’aria ma ho sempre in mente quella cosa lì e penso e ripenso allo striscione che i supporter nerazzurri espongo in curva, così stringo i pugni, faccio un gesto d’incoraggiamento ed esclamo a voce alta: LEONARDO DAI VINCI!

I gatti, il fagiano Gustavo e Vezzosi che sta sistemando la sua casa lì dopo la curva, mi prendono per matto.

FEEDBACK – L’angolo della posta

2 Apr

POLBI’S BLUES

“Le dico: M lo sai che oggi sul blog…risposta: we will talk about your mental problems later”

Risponde l’esperto: Me and the Devil was walkin’ side by side Me and the Devil, woooo aas walking side by side And I’m going to beat my woman ‘til I get satisfied (R.Johnson)

Flashes from the Archives of Oblivion: JOHN CAMPBELL “BLUES BELIEVER”

2 Apr

Artista americano dallo spirito zingaresco, come si conviene ai musicisti blues puri d’animo, John Campbell incarna la figura asciutta del chitarrista-cantante blues un po’ defilato che osserva, ascolta, elabora e racconta vecchie e nuove storie di vita…storie di blues

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.2)

Di solito quando si pensa a chitarristi di blues bianco ci s’immagina blues fumanti ed elettrici, dove le Gibson e le Fender fanno fischiare gli amplificatori; con John Campbell non è proprio così, o almeno non in senso stretto, poiché il nostro si è sempre appoggiato a chitarre particolari: una splendida Gibson Southern Jumbo acustica del 1952 (elettrificata con pick up) ed un paio di National (del 1934 e del 1940).

Questo non significa che il blues di John Campbell manchi di quel mordente e di quella fisicità così necessari per godere appieno della nostra musica, ma è una forza diversa, più sottile eppure greve, più leggera eppure pesante…sembra un paradosso ma alla fine queste teorie un po’ azzardate prendono corpo nella musica di John Campbell.

Nato a Shreveport (Louisiana) il 20 gennaio 1952 e cresciuto a Center (texas), per la giovane anima di John campbell fu del tutto naturale assorbire l’umido spirito blues del sud degli Stati Uniti e trovarsi in armonia con la disarmonia degli altri, di se stesso e del mondo: in altre parole si scoprì uomo di blues.

(Shreveport, Louisiana)

Ebbe la sua prima chitarra nel 1960 tuttavia fu nel 1967 che decise di fare sul serio con la musica e con il blues. In seguito ad un serio incidente avvenuto quando aveva 15 anni (si dilettava nelle corse dei dragster) che gli costò un occhio, il collasso di un polmone e diverse costole rotte, John fu costretto ad una lunga convalescenza.

“Ero così malridotto dopo l’incidente e le plastiche facciali relative che sembravo una mummia. Non ho potuto camminare per un bel po’, così iniziai ad ascoltare la musica…John Lee Hooker, Howlin’ Wolf , Muddy Waters, e a suonare seguendo i loro dischi. Non potevo esprimermi verbalmente a causa delle ferite, così il blues diventò uno sfogo. In quei momenti compresi che nella vita non avrei fatto altro”. Parole di John Campbell che l’anno seguente lasciò la scuola, la famiglia, salì su di un bus con la chitarra e con dieci dollari in tasca e andò incontro alla vita.

Da bravo musicista blues capì ben presto che il meglio che poteva aspettarsi era di evitare il peggio.

E il meglio significava suonare il più possibile, dove possibile: 14/15 ore al giorno con la chitarra in mano a vergare vecchi e nuovi blues nei campus universitari, nelle stazioni di servizio, agli angoli delle strade.

Fu in quegli istanti che per John Campbell il tempo cambiò forma e le notti diventarono un’unica notte dilatata, fu allora che comprese definitivamente che pur non esistendo il destino era destinato a spendere la sua vita sotto i colpi del blues.

In questo evitò il peggio, sebbene gli toccò lavorare saltuariamente in una fabbrica chimica e vendere il sangue per potersi comprare una chitarra, le corde per suonarla e qualche panino.

Un giorno ricevette una lettera da un amico che viveva a New York: “Dovresti fare un salto quassù, c’è una scena blues di tutto rispetto e potresti inserirti anche tu”.

Questo il consiglio dell’amico che Campbell prontamente seguì.

Gli scenari di New York infettarono la musica di JC come ricordò in seguito lo stesso musicista:

“Ero abituato a suonare la chitarra acustica ma dove vivevo (a Willamsburg, Brooklyn) i treni della metropolitana passavano in superficie a pochi metri dalla mia finestra, così fui costretto a procurarmi un pick up ed un amplificatore per potermi sentire mentre mi esercitavo a casa. Era come se la città volesse ingoiare una semplice chitarra solitaria.”

In una notte come tante, John stava suonando in un club come tanti quando Ronnie Earl (chitarrista con già una certa carriera alle spalle) entrò nel locale. I due si erano già conosciuti anni addietro in Louisiana e finirono per passare tutta la notte nel retro del locale a parlare e a suonare i loro blues preferiti. Ronnie Earl decise così di portare Campbell in studio e di produrgli un album.

Il 18 e il 19 aprile del 1988 si ritrovarono negli Splice Of Life Studios di Brighton (Massachussets) con un pugno di musicisti a registrare quello che diventerà A Man And His Blues, disco uscito nel 1988 per l’etichetta tedesca Crosscut Records.

Sin dalla prima canzone, Going To Dallas (di Lightning Hopkins) è possibile carpire l’alto lignaggio del blues proposto da JC. Voce profonda, animo scosso da rivelazioni continue e il completo controllo dello strumento. Sugli stessi binari si muovono Bluebird e Deep River Rag, prove esemplari di come una chitarra possa da sola riempire tutti gli spazi necessari.

Gli episodi migliori di A Man And His Blues sono infatti quelli dove Campbell si esibisce da solo o insieme alla chitarra di Ronnie Earl.

La piccola etichetta tedesca poté far ben poco per promuovere il disco così JC piano piano scivolò verso situazioni difficili. Dovette vendere la sua amata National (appartenuta a Lightning Hopkins, storico bluesman americano) e lavorare in un guitar shop per poter vivere.

In quei tempi John Campbell cercò di lasciarsi trasportare dalla  continuità di una vita apparentemente normale; mentre serve i clienti gli passano per mano tante chitarre ma può dire che le suona? Che le sente sue? Non è certo questo che lui chiama “avere a che fare con la musica”.

Dentro di sé sente che sta attraversando un ponte sul vuoto, che sta andando incontro al peggio, quando il fato gli riserva una sorpresa facendogli ritornare per le mani la sua vecchia chitarra National.

Questo genere di “segnali” sono patrimonio della tradizione blues a cui occorre sempre prestare la massima attenzione. Riscattata la chitarra, John torna alla vita che gli compete, se possibile con impeto maggiore. Si unisce ai musicisti che abitualmente suonano blues in un ristorante vietnamita e le cose iniziano ad aggiustarsi. Sempre più gente accorre a vedere questo ensemble che ha nelle sue fila un chitarrista davvero speciale. La voce si sparge in fretta e in poco tempo si ritrovano ad esibirsi al Lone Star Cafè, locale piuttosto “in” di New York.

John Campbell suona, chiude gli occhi e sogna: il fischio ed il getto di vapore che si levano dalla macchina del caffè simulano quelli di una locomotiva, il fumo ed i vetri appannati richiamano le nebbie del Mississippi. L’animo di John Campbell fiuta lo spirito del blues, lo segue, lo cattura e ne rafforza i significati…

L’uomo della Elektra presente nel locale rimane rapito dalla forza musicale di JC, ne capisce il potenziale e prende la decisione di metterlo sotto contratto.

One Believer, il primo disco di Campbell per una major, esce nel 1991 e l’immagine del volto del chitarrista ritratto in copertina lascia già intuire il calibro dei blues in esso contenuti.

“L’album è un faccia a faccia con quello che stavo provando in quel momento, è un album lento ed ombroso, dentro ci sono tutti i miei fantasmi, gli scheletri che avevo nell’armadio danzavano nel mio appartamento; l’album fu un esorcismo.” E’ in questo modo che JC parlò di One Believer, album che descrive con lucidità i contorni del personaggio in questione.

Registrato e missato in California tra marzo e maggio del 1991, One Believer è una raccolta preziosa di blues sofferti ed esoterici; sì, perché solo chi è consapevole della propria coscienza blues può trovare appaganti le oscure metafore che escono dai cantati di JC e tradurli secondo la propria sensibilità. Ci sono un paio di episodi veloci nel disco, ma è il resto a colpire davvero: una catena di blues lenti e profondi dove la band accompagna con discrezione la chitarra e la voce di JC.

Nel brano d’apertura JC canta:

“Ho il diavolo nel mio ripostiglio e il lupo alla porta” ed è il preludio ad un’esplosione di tematiche che turbano ed affascinano.

In Angel Of Sorrow Campbell infierisce ulteriormente:

“Signore che sei lassù, so che è tardi nella vita per dire la mia prima preghiera, non sono qui a chiedere pietà per la mia anima tormentata, perché dopotutto inferno o paradiso per me è lo stesso, ma dammi solo un ultimo respiro per potere dire addio alla mia piccola.”

Mischiare sacro e profano, tirare in ballo demoni, cani dell’inferno e voodoo non è certo una novità nel blues, ma il modo in cui lo fa JC rende a questi temi una nuova freschezza. Sarà anche solo una sensazione, ma sembra che John Campbell contribuisca realmente a rimodellare in maniera seria la più nobile tradizione blues. Lontano dall’approccio ormai patinato e buono per tutti di chitarristi bianchi come Eric Clapton, lontano dal blues cabaret di musicisti neri come BB King, John Campbell sembra essere partorito dal pulviscolo blues originato dal big bang primordiale, quello che generò i padri putativi della “musica del diavolo”: Robert Johnson, Son House e compagnia bella.

(Foto di nozze: John e sua moglie Dolly)

Il suo lavoro alla chitarra poi si avvicina al sublime, scansando le facilonerie dei trucchetti rock blues fini a se stessi, privilegiando invece gli aspetti più tenebrosi ed emotivi, ricamando trame e fraseggi con tecnica cristallina.

“Alberi nudi d’inverno, ormai è buio, un uomo cammina lentamente da solo nel parco, la sua mente è piena di visioni che solo lui vede e Signore, egli assomiglia molto a me.”.

Stralcio tratto dal testo di One Believer, canzone che chiude e che forse meglio rappresenta il disco.

I versi delle strofe affondano in una stesura in minore, cupa e malinconica, mentre il ritornello tenta una esplosione in maggiore che rischiara, almeno in parte, le tenebre iniziali. Per One Believer non si può parlare di vero e proprio successo commerciale, ma l’album andò in ogni caso bene e il nome di JC iniziò finalmente a circolare.

Il resto del 1991 JC lo passò in tour accompagnato da una band tutta sua, e aprì per più di sei mesi ogni data del tour di Buddy Guy, arrivando anche in Europa.

La stessa cosa successe per la prima metà del 1992: tour americano ed europeo si susseguirono, aprendo concerti per Johnny Winter e Albert Collins, partecipando a festival importanti (tra cui il Montreux Jazz Festival) e suonando molte date come artista principale.

Fu quindi tempo di registrare il secondo album per la Elektra. Howlin’ Mercy prese corpo grazie a recording sessions avvenute nell’agosto del 1992 agli studi  Power Station e missate  agli Ardebt Studios di Memphis nel settembre dello stesso anno.

“Per Howlin’ Mercy il mio approccio fu differente. La mia vita improvvisamente divenne piena d’energia: avevo una band con cui vissi on the road per molti mesi insieme a Buddy Guy, così le canzoni di Howlin’ Mercy risultano più muscolose, allo stesso tempo sono frutto delle mie vecchie radici e della nuova direzione in cui stavo andando.”. (John Campbell)

Howlin’ Mercy si differenzia da One Believer prima di tutto per i mezzi a disposizione: la produzione è curata e ricercata, frutto senza dubbio di un budget sostanzioso e di una impostazione quasi mainstream; la band poi è più presente, in generale si sente un approccio più rock e anche la voce di JC è cambiata essendosi fatta più roca, perdendo forse un po’ di quella sobria profondità che aveva caratterizzato l’album precedente. L’aspetto naif senza compromessi di One Believer rimane così il punto più alto della produzione di John Campbell, non a caso una delle canzoni migliori di Howlin’ Mercy è Love’s Name, ipnotico slow blues che richiama alla mente i sapori e le atmosfere di One Believer. Howlin’ Mercy comunque si difende bene: Saddle Up My Pony è un vecchissimo traditional rispolverato da JC alla sua maniera; una lunga introduzione di chitarra slide penetra segreti atavici, poi con una decisa sciabolata entra la band e, liberata la slide dai suoi torpori più tristi, trasforma tutto in una furiosa cavalcata elettrica. Nell’album sono riproposte Down In The Hole di Tom Waits e a sorpresa When The Levee Breaks dei Led Zeppelin.

Howlin’ Mercy impose definitivamente la figura di John Campbell che, pur restando artista di culto, iniziò a godere di una discreta popolarità.

Howlin’ Mercy uscì nel 1993, cui fece seguito un’altra lunga tournèe. Marzo JC lo passò in Europa a suonare in Inghilterra, Danimarca, Francia, Germania, Italia e Irlanda, aprile fu speso negli Stati Uniti tra Texas, Louisiana, California, Georgia e Tennessee.

JC era contento di come si stavano mettendo le cose, ma iniziò a sentirsi affaticato e sperduto.

Per la prima volta estraneo gli apparve il mondo e ogni volta che si separava dalla chitarra al termine di un concerto, sentiva una spinta furiosa verso il basso. Fatica? Vecchi Demoni? Le sue antiche ferite? JC non era in grado di stabilirlo. Una sera, coricandosi, ebbe l’impressione di avere i cani dell’inferno alle calcagna, ne sentiva gli ululati, ne percepiva l’eccitazione. Si rese conto che i suoi blues stavano prendendo forma, li vide saltellare intorno al letto: li scacciò abbozzando un sorriso e si rimise a sognare. Da quel sogno non si svegliò più. Colpito da un infarto, John Campbell morì a New York il 13 giugno 1993…aveva 41 anni.

JOHN CAMPBELL – DISCOGRAFIA

Avendo registrato soltanto tre album durante la sua breve vita, è facile arrivare alla conclusione che non ci sono capitoli scadenti nella discografia di John Campbell. Probabilmente JC se ne è andato portando dentro di sé il suo album definitivo, quello che avrebbe potuto consacrarlo, l’album, come si suole dire, della definitiva maturità.

Queste ad ogni modo, le testimonianze che ha lasciato:

A MAN AND HIS BLUES (Crosscut Records 1988) – JJJ1/2

Registrato  in soli due giorni con la supervisione di Ronnie Earl, l’album è poco più di una autoproduzione: nei duetti di chitarra Campbell/Earl come Sittin’ Here Thinkin’ ci sono piccole sbavature dovute alla fretta e alla registrazione in diretta. Ma d’altra parte il disco risulta fresco e i pezzi dove JC si produce in performance voce/chitarra sono quasi magici: Bluebird e Going To Dallas in primis. Lo strumentale Deep River Rag fa capire che razza di chitarrista magnifico fosse JC. A Man And His Blues è stato ristampato nel 1994 dalla Blue Rock-it Records.

ONE BELIEVER (Elektra 1991) – JJJJ

Il magnetismo di quest’album è inarrivabile: se lo si ascolta in inverno, dalla chitarra e dalla voce di JC si alzano nuvole calde di vapore nell’aria gelida di vetro, se lo si ascolta in estate si alzano folate di vento freddo nell’aria afosa e liquefatta. La disperazione di Angel of Sorrow, gli avvertimenti di World Of Trouble, la folle corsa in macchina di Take Me Down dove “ gli insetti si spiaccicano contro il parabrezza e diventano piccole esplosioni rosse di sangue…l’acceleratore è al massimo, ho un istinto suicida e i cani dell’inferno ululano e presto mi raggiungeranno…”. Il lavoro di chitarra poi è complementare a queste visioni e ne rende più nitide le immagini. John Campbell era davvero un gran chitarrista. Il disco si chiude con One Believer, ultimo gioiello di un album che gli amanti della buona musica dovrebbero avere.

HOWLIN’ MERCY (Elektra 1994) – JJJJ

Registrato dopo mesi passati on the road con una band stabile, Howlin’ Mercy è un disco più levigato e impreziosito da una produzione curata e piccante. Il gruppo acquista importanza e si fa sentire con convinzione. I blues di Campbell si fanno più duri e a volte tendono a scappare verso territori tipici del rock americano d’autore. I temi comunque restano ancorati al blues sincero di JC, quello che ti penetra dal basso e come fosse una lama ti taglia l’animo.

Blues per puristi in Saddle Up My Pony , blues rock americano in Ain’t Afraid Of Midnight, Look What Love Can Do e Firin’ Lane e piombo Zeppelin in When The Levee Breaks qui riproposta in una versione assai convincente.

TYLER, TEXAS SESSION (Sphere Sound Records 2000)

Album postumo contenente alcune registrazioni fatte da JC prima che la Elektra entrasse in scena. John insieme alla sua chitarra alle prese con alcuni dei blues più classici: Can’t Be Satisfies, Rollin’ Stone, Terraplane Blues, Mojo Hand.



Conversazione con BEPPE RIVA – 1a parte

1 Apr

(Nella foto BEPPE RIVA e  KEITH EMERSON durante un’intervista)

Quando con certi miei amici ancora oggi si parla di BEPPE RIVA, i sospiri si fanno più profondi, gli occhi si inumidiscono… qualcuno riesce a citare a memoria ancora pezzi di sue recensioni, e tutti riscopriamo quanto furono essenziali per la nostra crescita i suoi articoli, il suo giornalismo rock,  la sua presenza. Flashback: siamo nella seconda metà degli anni ottanta, ecco che un bel giorno mi chiama a casa per ringraziarmi delle fanzine che gli ho inviato in redazione a Metal Shock.  Beppe Riva, cioè…Beppe Riva che chiama Tim Tirelli, un pischello aspirante giornalista rock. Che felicità che mi diede quel giorno. Da quel momento il nostro rapporto non si è più interrotto, sono stato più o meno sempre in contatto con lui, la sua disponibilità, il suo modo di fare, il suo interismo, la sua inarrivabile cultura musicale, la sua prosa…Beppe Riva…che spettacolo.

 

Pier Giuseppe Riva nasce nell’ormai distante 1956 sul ramo del Lago di Como di manzoniana memoria, ma presto si trasferisce con la famiglia nelle Terre Orobiche, dove tuttora risiede. Nel 1964 assiste alla diretta televisiva della finale di Coppa Campioni al Prater di Vienna, dove la Grande Inter  di Herrera travolge la squadra più titolata del mondo – il Real Madrid – e l’imberbe ragazzino capisce che sarà l’amore calcistico della sua vita…All’incirca nello stesso periodo, vede uno dei rari filmati dei Beatles trasmessi dal monocanale tv: il quartetto di Liverpool canta “She Loves You” con adeguato contorno di yè-yè (come scrivevano in Italia) ed è molto più eccitante delle proposte nazional-popolari di Canzonissima. Allora cerca di ascoltare tutto il pop che viene d’Oltremanica, specie i suoi ambasciatori nella penisola, The Rokes,  ed il più abbordabile (con i mezzi a disposizione…) beat italiano.

Ma è iniziando il Liceo che Beppe viene completamente fulminato dalla “musica underground” e nel fatale 1970 fa del suo meglio per ascoltare tutto l’hard rock e il progressive che esplodono anche dalle nostre parti, con dischi come Tarkus o Aqualung che vanno al primo posto nella classifica dei 33! Ancora minorenne, il Riva riesce a pubblicare una recensione dei Blue Oyster Cult sull’oracolo settimanale Ciao 2001, grazie a un concorso fra i lettori. Da allora la passione per il rock non lo molla più, ma non gli impedisce di completare gli studi universitari, dove affina quel linguaggio (si augura…) decorosamente in bello stile che gli verrà riconosciuto in seguito. Nel ’79 inizia, nemmeno per sua iniziativa, a scrivere su Rockerilla, una rivista che nel nostro paese importa in tempo reale le più aggiornate tendenze del panorama internazionale. Si fa notare soprattutto come antesignano del giornalismo hard’n’heavy, ritagliando all’interno della rivista uno spazio significativo per questo genere, palestra d’esercizio per altre penne di tutto rispetto nel settore (a partire da Giancarlo Trombetti ). Appare anche in Tv in Mr.Fantasy, proprio come avvocato difensore del controverso heavy metal… Credendo molto nelle “bandiere”, ossia nell’importanza di far parte di un’unica “squadra” per formulare un discorso completo e coerente, si lega a lungo a Rockerilla, dove realizza anche alcune edizioni speciali intitolate Hard’n’Heavy, le prime in Italia dedicate a questo genere musicale. Poi decide di trasferirsi su Metal Shock, che nel 1987 sembra realizzare le aspirazioni di chi credeva in un certo tipo di musica (non solo metal, ma anche classic rock!); cavalcando quest’onda e grazie al più famoso giornalista rock italiano, Riccardo Bertoncelli, Beppe viene inserito nel team dell’Enciclopedia Rock Anni ’80 dell’Arcana, e a coronamento del periodo di maggiori soddisfazioni nell’ambito rock, diventa l’unico responsabile (all’inizio dei ’90) della prima Enciclopedia Hard’n’Heavy, sempre edita da Arcana. Per farla breve, continua quest’attività, sempre “fuori orario” rispetto al lavoro fisso iniziato dopo la Laurea, fino al 2005, quando ormai stanco e un po’ disilluso, decide che era giunta l’ora di ritirarsi nel nirvana del puro ascolto, non più condizionato dalla catena di montaggio delle recensioni…Una ritrovata libertà, dopo anni passati a scrivere nel più breve tempo possibile!

1 – IL 05 MAGGIO DEL 2002, stavo seguendo la partita che avrebbe assegnato lo scudetto alla TV, non c’era ancora Sky e mi toccava vedere Quelli Che Il Calcio. Al 90esimo, mi sono sdraiato sul divano, mi son coperto con un plaid e per un ora ho avuto le palpitazioni. Il giorno dopo però sono andato al lavoro in giacca e cravatta, la cravatta era quella dell’Inter… suscitando l’ammirazione del mio amico/collega (e ora socio) bianconero Kerlo. Tu dove eri, come hai reagito subito dopo la partita e il giorno dopo?

Non c’era  ancora Sky ma ho visto in diretta la partita su Tele+ con un club interista, a fianco di un mio amico di fede nerazzurra, compagno di tante trasferte. Ricordo benissimo com’è maturata gradualmente la sconfitta nonostante i due vantaggi, con il crollo psicologico nel secondo tempo; invece all’inizio del primo, la concorrente che avrebbe vinto lo scudetto aveva già risolto la pratica, in quanto l’Udinese (non certo la stupefacente squadra attuale) era andata in campo per una passeggiata, visto che si era matematicamente salvata in Puglia la domenica precedente, grazie ad una discutibile decisione arbitrale. Naturalmente i nostri detrattori “non ricordano”  questi sostanziali particolari; infine, conservo tuttora uno stralcio della Gazzetta con i dati aggiornati alla penultima di quel campionato. Avevo sottolineato il saldo rigori a favore e contro delle prime 5 in classifica, indovina qual’era il peggiore? Al fischio di chiusura il mio amico piangeva, io ero semplicemente nerissimo e senz’altro frastornato. Non ricordo assolutamente nulla del giorno dopo.

2 – Che si vinca o che si perda, forza Inter e ….?

Forza Inter, ma le sconfitte non fanno mai piacere…Mi sento da sempre legato a questa squadra e la mia passione è stata temprata anche dagli anni bui senza vittorie, non solo per demerito nostro. Il Presidente è una grande persona, vedi anche l’iniziativa degli Inter Campus in paesi dove i giovanissimi hanno bisogno di centri d’aggregazione, e immeritatamente è stato bersagliato con accanimento quando non vinceva. Anche oggi, nonostante quello che ha conquistato nel 2010 basterebbe a render leggendaria la sua Inter, i media manipolati dal potere continuano a scagliare i loro strali. Come ha detto il grande Eto’o, in Italia si dà più risalto alle bravate di Balotelli che ai trionfi dei nerazzurri. Dopo che è venuta alla luce la macchinazione dolosa che gli ostacolava la strada verso il successo, Moratti ha dimostrato di esser un vincente facendo anche operazioni economiche illuminate, come la ricostruzione della squadra grazie al cessione del “simpatico” svedese…

3 – Beppe, Dio esiste?

Una domanda troppo impegnativa, non ho l’autorevolezza per rispondere né certezze da trasmettere. In me convivono aspetti spirituali e razionali che inevitabilmente, talvolta entrano in conflitto fra loro. Certamente non sono materialista e neppure ateo. Certi valori del Cristianesimo credo che siano giusti in assoluto, indipendentemente dalla fede religiosa, e pienamente accettabili per chi ha una visione democratica della vita. La logica del profitto e del potere economico nelle mani di pochi, che hanno creato un divario sempre crescente fra un’oligarchia straordinariamente ricca e masse di nullatenenti, è senz’altro opposta a qualsiasi fede in una giustizia divina, e potrebbero portare ad un vero e proprio Apocalisse terrestre.

Capisco quel che vuoi dire Beppe, io credo che i valori del Cristianesimo a cui ti riferisci siano valori universali dell’umanità, sganciati da qualsiasi religione, ma sai come la penso … ho una one track mind per queste cose.

4 – Film: i tuoi 3 preferiti

Da anni non sono un gran cultore di cinema, una volta ero appassionato, ma non aspettarti da me slanci verso pellicole  intellettuali o da cineforum. Mi piacevano molto Bladerunner, Excalibur, Nosferatu, film intelligenti  e ottimamente realizzati, ma anche d’evasione…Quando scrivevo di dark sound assistevo parallelamente agli horror di un certo livello, tipo il Dracula di Coppola, lo stesso Inferno di Argento. Come vengono realizzati oggi, film di questo genere non mi interessano più, troppo farciti di effetti speciali computerizzati, molto spesso innaturali.

5 – Fumetti: i tuoi 3 preferiti

Sono un tradizionalista: Tex per me è un mito ineguagliabile del fumetto; grande il personaggio, un vero giustiziere tuttora significativo (vista la palese diffusione d’ingiustizia sociale), anche nel suo rapporto speciale con gli indiani. A suo modo è un precursore delle denunce sui massacri dei nativi d’America, sottolineati da un film storico come “Soldato Blu”; inoltre mi entusiasmavano l’ambientazione western così efficace nelle mitiche illustrazioni di Galep, ma anche le rare divagazioni “occulte” con avversari indimenticabili quali Mefisto e le risorte mummie azteche! Poi mi piace un altro vecchio eroe, Zagor, a sua volta propugnatore di un rapporto democratico fra bianchi e pellerossa, con la sua accentuata componente fantasy ed ironica. Infine un personaggio più alla moda, Dylan Dog, indagatore dell’incubo e quindi ideale rappresentante di un genere, l’horror, che da giovane mi ha sempre affascinato.

6 – Musica: 5 artisti o gruppi che ti piacciono.

Mi metti in grandissima difficoltà; non ho valori assoluti immutabili ed in certi periodi della mia vita ho apprezzato artisti e gruppi differenti. Quando scrivevo, ci sono stati anni in cui prediligevo a turno Iron Maiden, Manowar, il come-back degli Aerosmith, Guns n’Roses e Kyuss. Ma fra quelli citati, l’unica carriera discografica che oggi giudico davvero da primato, nonostante il fisiologico ed evidente calo dagli anni 90 in poi, è quella degli Aerosmith. Le bands eterne non esistono, e proprio per questo – salvo occasionali riunioni – le migliori hanno vissuto i loro anni d’oro in un arco temporale limitato (un decennio o poco più). Le formazioni che ho maggiormente amato per il mio gusto personale sono tre: Emerson Lake & Palmer, Black Sabbath e Led Zeppelin. I Beatles sono stati probabilmente il gruppo più seminale in assoluto, è innegabile. Ma poi ci sono miriadi di formazioni “cult”, che non hanno mai riempito gli stadi né sono andate in classifica, che occupano un posto speciale nella mia ingente collezione di dischi.

7 – Musica: 5 album senza i quali non potresti vivere?

Ho un’innata predilezione per album d’esordio a mio avviso epocali, per la freschezza espressiva e la novità della proposta. E’ indubbio che, ad esempio, la suddetta trilogia (ELP, BS e LZ) di miei idoli  abbia realizzato in seguito dischi più maturi rispetto agli omonimi, ma io mi tengo stretto il devastante impatto emozionale ed oltraggioso delle loro opere prime. Poi non riuscirei mai a scegliere solo due dischi per completare il mini-elenco che mi chiedi, fra le celebrità di certo devo citare In The Court dei  King Crimson, In Rock dei Deep Purple ed Electric Ladyland di Hendrix, ma ho le mie fissazioni cult come Sacrifice dei Black Widow, Sea Shanties degli High Tide e Death Walks… degli Atomic Rooster, “SF Sorrow” dei Pretty Things, persino i primi Angel e Starz,  che per me hanno rappresentato tanto quanto i dischi più famosi. In sintesi, non ti sarà difficile concludere che il periodo in cui sono cresciuto adorandone la musica, ossia a cavallo fra i 60 ed i 70,  resta il più leggendario. Amo anche i primi anni sessanta più pop e psych, gli anni 70 più avanzati che sconfinano nel metal anni ’80. In seguito ho perso gradualmente interesse nelle nuove tendenze discografiche, a mio avviso troppo manipolate dalle etichette, dai media, e comunque senza quella scintilla creativa in grado di accendere il mio entusiasmo, se non occasionalmente.

8 – Per Beppe Riva chi sono i Led Zeppelin?

Il Martello degli Dei, come recitava il titolo di un celebre libro che rende l’idea della loro epica grandezza. La perfetta utilizzazione dei tre strumenti essenziali del rock e di una voce. La formazione che ha nobilitato un genere spesso vilipeso dalla critica, l’hard rock, con una versatilità tale da farli andare ben oltre i confini restrittivi di “genere”, rendendoli universali. Inoltre hanno riscosso un successo tale che persino gli iniziali detrattori hanno dovuto inchinarsi alla loro potenza di gruppo più rimpianto (insieme ai Beatles) della storia del rock. Per me sono fra i primi gruppi rock che ho conosciuto ed amato, restano intoccabili; tutti i loro primi quattro LP più Physical Graffiti sono fondamentali, e li riascolto ciclicamente con immutata emozione.

9 – Beppe, qual è il senso della vita?

Il programma di Bonolis di cui ho sentito parlare? Non lo guardo, anche se lui è intelligente e interista. Scherzo! Secondo me significa  lasciare un segnale e un ricordo positivo del proprio passaggio in questa confusa terra, anche se non credo proprio di poter aspirare a tanto. Certamente non ho mai avuto ambizioni di carriera, anche perché non ho il carattere adeguato, la piaggeria nei confronti di chi conta non è il mio forte, tutt’altro. Non a caso ho iniziato a scrivere di un genere musicale che era denigrato da tutti o quasi! Penso piuttosto che fare del mio meglio in modo corretto e generoso per la famiglia sia qualcosa di estremamente lusinghiero, visto quel che di brutto ci tocca leggere puntualmente sui giornali. E’ importante in ogni caso saper dimostrare attenzione e sensibilità verso le persone che ti stanno a fianco o semplicemente che ti sono amiche.

10 – Un tuo pensiero su Alvaro Recoba.

Non sono mai stato troppo tenero nei confronti del Chino…Il mio vicino di posto a S.Siro mi diceva: non ho mai visto un piede sinistro del genere. Io replicavo: ma neanche un fisico ed un carattere cosi fragili! Faceva goal da metà campo ad Empoli ma non ha mai inciso in partite decisive. Nel primo derby di Champions ha avuto l’occasione, solo davanti al portiere, di portarci in vantaggio, invece ha sbagliato ed abbiamo perso un appuntamento con la storia. Che per fortuna non abbiamo fallito anni dopo. Guadagnava esageratamente all’Inter, ma in seguito ha deluso a Torino, sponda granata, e in Grecia. Dovrei rimpiangerlo?

So da tempo come la pensi a proposito, ed ecco perché ti ho fatto questa domanda, mi interessava un punto di vista diverso dal mio. Quel che dici è sostanzialmente esatto, ma io ho una predilezione per il Chino, un fatto di pelle e condivisione ancestrale. Poi, mi piacciono le storie blues, lui eterna promessa sul punto di esplodere, lui straricco e viziato, sbaglia tempi e spreca occasioni, lascia la squadra e la squadra subito dopo vince tutto quel che c’è da vincere, finisce mestamente la sua carriera in campionati e squadre di seconda e terza fascia. Con quel suo sguardo un po’ spaurito, con quella maturità mai arrivata, io lo considero quasi un uomo di blues, così … I still love Chino.

11 – Un libro che hai divorato.

Lo scrissi ai tempi di Metal Shock, suscitando la curiosità di alcuni: il mio libro preferito in assoluto è L’Opera Completa di H.P. Lovecraft … Incredibile la tensione narrativa di racconti come “Le montagne della follia” o “Il richiamo di Chtulhu” . Mai più ritrovata tanta inventiva nel regno dell’ignoto! Ho letto con religiosa attenzione molte enciclopedie specialistiche del rock 60-70 ricche di gruppi underground, tipo “Tapestry Of Delight”, “Galactic Ramble”, “Fuzz Acid And Flowers”. Sono rimasto colpito da come Edward Macan ha vivisezionato con precisione maniacale e chirurgica gli ELP in “Endless Enigma”, analizzando brano per brano ogni composizione e spiegandoci che fraseggio musicale avviene, ad esempio, al minuto e 50 di “Barbarian”! Per citare qualcosa di più “leggero”, la recente biografia del leader dei Rokes, Shel Shapiro, “Io sono immortale” è uno spaccato interessante e divertente della scena musicale italiana, con particolare riferimento ai “mitici” anni ’60.

12 – Avresti mai pensato che politicamente l’Italia sarebbe arrivata a questo punto?

Nella profetica “Dio è morto” del 1967, la premiata collaborazione artistica Nomadi & Guccini già sentenziava: “una politica che è solo far carriera”. Non ho mai avuto fiducia nella politica, non ho mai pensato che in Consiglio dei Ministri si curasse “solo” l’ interesse della Nazione, ma oggi siamo a livello di farsa, ed alcuni esponenti del passato di indubbio carisma si rivolterebbero nella tomba pensando ai loro epigoni. Bastano le cronache giornalistiche, anche le più tiepide, per rendersene conto. In particolare c’è un sedicente “leader massimo” che batte tutti…E  pochi giorni fa l’ANSA ha pubblicato i redditi dei principali politici: scandaloso! Passiamo alla prossima domanda?

13 – Quando guardi l’infinito, di solito a cosa pensi?

…Alle stelle ed ai pianeti, per carpirne i segreti! Seriamente: fino a un paio d’anni fa, avevo la fortuna di affittare una mansarda d’estate in montagna, dove di notte si poteva  ammirare il cielo senza ostacoli visivi, e la luce remota delle stelle che punteggiava l’oscurità. Uno spettacolo davvero affascinante, che mi induceva alla meditazione. Difficile pensare che la Terra sia l’unico pianeta popolato dell’Universo, in questa sterminata immensità. E ammirando l’”infinito”, si può davvero credere che ci sia una Creazione, un disegno preciso alla base di tutto ciò. Quale? Forse non lo scopriremo mai. –

14 – Il tuo pezzo rock preferito?

Se penso alla perfetta costruzione di un brano alla portata di (quasi) tutti, o se preferisci dal fascino assoluto, rischio di esser banale dicendo “Stairway To Heaven”. Però non è possibile stabilire valori indiscutibili a questa stregua. Fra i miei brani preferiti ce ne sono di insospettabili per chi non mi conosce bene: ad esempio “John Barleycorn Must Die” dei Traffic, meravigliosa  reinvenzione di un antico brano folk. Oppure mi piace pensare a “Mr. Big” dei Free solo per il crescendo chitarristico assolutamente ipnotico. Più comunemente per i miei gusti, il pezzo “Black Sabbath” è un’autentica pietra miliare del rock orientato verso l’occulto, e pensando alle suite dei ‘70 che occupavano un’intera facciata di LP, “Tarkus” era di una varietà incredibile per oltre 20 minuti di durata, animata da una costante tensione espressiva.

15 – Il tuo pezzo easy listening preferito (scusa ma non riesco a scrivere Pop, sono cresciuto musicalmente negli anni 70 e la musica Pop era altra cosa rispetto a ciò che si intende oggi).

Anche in questo caso, occorre innanzitutto intendersi sul significato di easy listening… Tenderei ad escludere tutto l’originale pop degli anni ’60, perché si trattava di musica rivoluzionaria rispetto alla tradizione. In quell’epoca, c’era dell’eccellente “musica leggera” anche in Italia, dal “Ragazzo della Via Gluck” di Celentano a molti hits di Lucio Battisti. In tema di easy listening internazionale, non posso che pensare a “My Way” di Sinatra, alla strepitosa interpretazione di Barry Ryan in “Eloise”, oppure alla dolcezza seducente di “La poupèe qui fait non” di Michel Polnareff. Ma le ultime due erano pop o easy listening? E qui torniamo alla questione iniziale.  A mio avviso non bisogna vergognarsi di apprezzare la “musica leggera”: non è una parola sporca, se si tratta di belle canzoni. Ce ne sono anche oggi, forse non altrettanto memorabili ed in grado di resistere nel tempo. Certo il rock è un’altra cosa…

Certo, il rock è un’altra cosa, ma anche io non mi vergogno affatto di ascoltare easy listening, di qualità s’intende, ad esempio amo molto gli ABBA e penso che SOS sia una delle canzoni più belle in assoluto.

16 – Che giornali musicali leggi?

Classic Rock e suoi derivati (Prog e AOR) e Record Collector. Poi mi aggiorno su Internet. Null’altro, per quanto mi riguarda basta e avanza.

17 – Che quotidiani leggi?

La Gazzetta dello Sport con il caffè al bar e il Corriere della Sera, entrambi saltuariamente. Di solito seguo le notizie d’attualità su Internet, a partire dal sito ANSA per un’informazione generalizzata.

18 – Come sai abbiamo pubblicato un’intervista anche al tuo collega GIANCARLO TROMBETTI, hai un messaggio per lui?

Ho letto l’intervista con ammirazione. Penso che con il passare degli anni GC abbia persino migliorato la sua capacità di raccontare e raccontarsi in modo stimolante, combinando ironia e maturità. Per me resta un vero amico, anche se non gli credo troppo quando sostiene di esser un tifoso “tiepido” e di non considerarsi un “buon giornalista”.  Lo è senz’altro e sa di esserlo; anche l’intervista che ha rilasciato dimostra la sua abilità nell’esporsi e non strettamente  in qualità di cosiddetto “critico musicale”. Inoltre è un polemista nato.  Ah, se non fosse moggiano

Concordo pienamente, lo è e sa di esserlo, cazzo è  proprio bravissimo, coraggioso nell’esporsi e con vena polemica deliziosa. E pazienza se adesso mi scriverà un’email di insulti. Anche io penso che non sia un tifoso tiepido, peccato che pensi che certe cose successe fossero solo chiacchiere da bar. Ma al di là di questo, per me resta un esempio e, la cosa mi onora, un amico.

(Continua)

 

Beppe Riva in diretta su Radio Lombardia (Lunedi’ 11 Aprile)

Lunedi 11 Aprile Beppe Riva sarà in diretta sulle frequenze di Radio Lombardia ospite di Marco Garavelli e Mox Cristadoro nel programma “Linea Rock” in onda dalle 20 alle 22. Ascoltabile in streaming su http://www.facebook.com/l/edca2JeLXCLx7W_3WGR07biFwPA/www.radiolombardia.it e non è previsto il podcast o il riascolto. Vi consiglio di non perderla, si tratta della prima ) partecipazione di Beppe ad un programma radio dal 2008 ad oggi… spread the word!


FEEDBACK – L’angolo della posta

31 Mar

No, i FEEDBACK (storica e leggendaria band modenese guidata dal nostro STEFANINO PICCAGLIANI e da PAOLINO LISONI) non c’entrano, Feedback inteso in senso di “ritorno di segnale”, insomma le email, gli sms, le missive, le pergamene che mi arrivano da amici e Tirelliani vari che seguono il blog.  Magari a qualcuno non va di essere citato, ma certe frasette, certi commenti non posso non riportarli, sono quelle schegge di vite rock di cui parlavo in un post precedente.

(I Feedback)

THE DOC OF DOOM ARE HOWLIN MORE

DOC: So fuckin’ bluesy and, oh well, dazed and confused today, man… Ain’t no love in the heart of the city.

Risponde l’esperto: Hold on tight, man. Life’s bitch.

 

MESSAGE FROM MIXI

…innanzitutto grazie per avermi fatto scoprire Maggie Bell: sto divorando da 4/5 giorni Suicide Sal. Non ti nascondo che ho provato anche ad ascoltare gli Yes ma… cavolo… sai che non mi fanno impazzire? Forse, musicalmente, sono troppo complicati per le mie orecchie.

Ho (purtroppo) scaricato l’ultimo dei Whitesnake ma… penso sia l’ultimo disco di Coverdale che scaricherò nella mia vita. Suoni di merda, canzoni già sentite… i suoi urletti da gallina…una delusione. Ma forse la vera delusione sono io che l’ho scaricato pensando di ascoltare un nuovo Slide it in… ah ah ah Rivorrei la voce del Coverdale che in Starkers in Tokyo cantava here I go again….ed alla fine di Soldier of fortune diceva con la sua magica voce: “thank you for your hospitality”………

Mi sono scaricato anche Gasoline Alley di Rod Stewart e devo riconoscere che “quel ragazzo” aveva una voce davvero unica, in più il disco non è male.

L’altro giorno parlavo in macchina con un cliente, appassionato di progressive, il quale mi ha rotto le palle per due ore con i Museo Rosenbach… (penso sia una band italiana degli anni 70) e mi ha detto che dovrei assolutamente ascoltare il loro Zarathustra…definito un capolavoro. Pensa che gli ho definito un capolavoro stay hungry dei twisted sister per togliermelo dalle le palle….. ah ah ah   Tu li hai mai sentiti sti Museo Rosenbach?  Magari sono davvero geniali… chissà.

Stavo pensando di provare a cercare i biglietti (se li trovo ancora) per il concerto di Paul Rodgers a Londra. Sai che ci vada qualcuno di quelli che conosciamo? Magari mi aggrego a qualcuno….

Mi dispiace molto per Fidel, so quanto era importante per te e soprattutto cosa rappresentasse. A presto.”

 

Risponde l’esperto:

– gli YES sono complicati, e serve avere delle innate doti attitudinali al progressive per apprezzarli.

– Ho in mente già da un po’ di recensire l’ultimo degli Whitesnake. Al momento sono in possesso di una copia di bassa qualità di FOREVERMORE, aspettavo di avere per le mani la versione lossless.

– Rod Stewart: voce sublime.  Peccato abbia avuto al suo fianco Ron Wood per diversi anni.

– Jay Jay French: idolo.

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Per i dubbi e le domande che vi assillano la mente non vi preoccupate, l’esperto è a vostra disposizione e sempre senza esitazione vi risponderà. Vi sentite depressi? Avete il blues?  La vostra donna ascolta southern rock? Vi sentite i soli ad ascoltare gli EDGAR WINTER’S WHITE TRASH, I DETECTIVE e i dischi solisti di JOHN PAUL JONES? Avete in casa qualche 45 giri raro degli ALEX B 81? Fate il presepio anche se siete atei? Vorreste far pipì sui portoni delle chiese come il personaggio di Sepulveda? Ogni volta che segna Eto’o vedete un bagliore mistico? Avete suonato a MODENA ROCK 1981? Avete fatto da spalla a Vasco? Cercate l’alba dentro l’imbrunire? Citate Kafka quando sentite che vi versereste liquidi dal balcone? Pensate che il film IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE 2 / DEATH WISH II abbia una bella colonna sonora? Sapete citare i testi dei FIRM? Avete visto qualcuno fare scivolarello su ringhiere di scale rinascimentali? Vi siete inginocchiati all’incrocio una sera d’estate a mezzanotte e fate ancora l’operaio del rock?

Niente paura, il dottor inquisitor TIMOTHEUS 21esimo (discendente dall’omonimo flautista della corte di Alessandro Magno), l’esperto, è qui per servirvi. Scrivete.

(L’Esperto)

RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “Saggio Rock di una scuola di chitarra”

31 Mar

(Fin da piccolo mi è sempre venuto naturale scrivere – bene o male non sta a me dirlo – … lettere, biglietti, filastrocche, canzoni, articoli musicali, racconti … nel corso degli anni ho raccolto quindi parecchio materiale, quasi mai pubblicato. Qualcuno di voi mi chiede di pubblicare qui sul blog anche i miei racconti. Beh, ci provo, non so che effetto farà… noia, curiosità, indifferenza, boh … nel caso sappiatemi dire)

(PS: chiamo questa rubrica RACCONTI PER QUALCHE TEMPO, quando ero giovane ed ingenuo era il titolo che avrei voluto dare ad una mia ipotetica raccolta di racconti)

(Il Saggio)

Quella sera non avevo una gran voglia d’uscire, mi sentivo slanato e con l’umore pericolosamente in ribasso.

Poche ore prima al lavoro, un mio collega aveva ricevuto una promozione per un certo posto a cui io probabilmente non ambivo: il lavoro non mi piaceva e non avevo grosse ambizioni di carriera in quel campo, ma quelle cose in certe situazioni possono dare fastidio.

Avevo provato a passarci sopra guardando la tivù prima e ascoltando la radio poi, ma i programmi erano davvero di merda. Che cavolo potevo fare? Rivedere il film “Southern Comfort”? Metter su il live dei Clash e sentirmi uno di loro? Sfogare quel non so che d’indefinito con “Straight Shooter” della Bad Company?

Un libro…forse…no, cosa potevo mai scegliere dopo aver letto “Il Corpo E Il Sangue Di Eymerich”?

Driiin driiin…

“Pronto”, dissi in tono aggressivo appena alzata la cornetta.

“Ciao, sono io”. Era il mio amico Livin’ Lovin’ JayPee, per tutti Livin’, Lovin’ oppure Geipi.

“Senti Bren, mi ha telefonato Ronnie, stasera suona all’Hoodo Cabinet di Bologna e mi ha chiesto se vado a vederlo. Non riesco a trovare uno straccio di figa che venga con me, vieni tu?”.

“Mm…mm…va beh…andiamo con la tua macchina però, la mia è ancora dal meccanico. A che ora passi?”

“Dai, alle nove son lì, ciao”.

“Va bén, at salòt”.

Ma sì, uscire con Livin’ mi aveva sempre fatto bene, e allora via.

Facemmo la Via Emilia ascoltando una di quelle compilation che Lovin’ era solito farsi in casa. Roba da depravati musicali: Kid Rock, Kenny Rogers, Cesar Rosas, Tom Jones, Talking Heads, Creedence, Puff Daddy, Randy Newman, Chemical Brothers, Duane Allman, Blu Vertigo (Blu Vertigo?!), Bob Seger, Poison (Poison?!) …cazzo! Arrivati sulla tangenziale guardammo lo sciame delle puttane ronzare ai bordi della strada. Molte erano nere, e alcune sembravano il ritratto dipinto da Mick Jagger in “Brown Sugar”: stupende. Il testosterone tendeva ad alzarsi.

Il locale era nei pressi della stazione, non faticammo quindi troppo a trovarlo. L’insegna era orrenda e non faceva presagire nulla di buono. All’entrata ci consegnarono la drink card, di quelle che se le perdi devi poi dare duemila euro all’uscita. Maledette drink card. Ero già superincazzato e JayPee si divertiva a vedermi così.Oh, appena dentro però il locale mi sorprese: al piano superiore un delizioso ristorante messicano, mentre nel seminterrato un ampio saloon in puro stile western accolse con gradevole savoir faire le nostre ombre.Erano le dieci di sera e gli avventori non erano ancora tanti. Io e Livin’ ci sedemmo ad un tavolo in una posizione più o meno strategica: dal nostro punto d’osservazione potevamo controllare facilmente il palco e tutto il salone. La consumazione minima era di dieci euro, così ordinammo due Corona.

Eravamo lì a sorseggiare le birre, quando venimmo a sapere che il concerto in programma per quella sera era una sorta di “saggio Rock” della scuola musicale del chitarrista con cui suonava il nostro amico Ronnie. Porca miseria, ma si può? Che palle. Solo il fatto di aver preso due birre c’inchiodò al tavolino, altrimenti at salòt Hoodoo Cabinet.

Verso le dieci e mezza entrò nel saloon Ronnie col suo solito fare da gattone. Se la tirava mentre si dirigeva verso il palco, quando gli arrivò un calcio nel sedere.

“Oh, rottinculo, siamo qui.”

“Eh, mo’ vé. Allora sei poi venuto Livin’? Ed hai portato anche Bren. Ma vieni!”

Ron ci spiegò che avrebbero suonato delle cover classiche e che man mano sarebbero saliti sul palco gli allievi di Pax, che poi era il suo amico Pacifico Benedetti (che razza di nome).
A quanto raccontava Ronnie, Pax era stato in America dieci anni, e adesso che era tornato aveva aperto questa scuola basata sul metodo di Frank Gambale (mah).

Pax nel frattempo era arrivato e giocava a fare la star parlando un po’ con tutti. Ronnie ce lo presentò: il suo ghigno sorridente (l’unica espressione del suo viso) pareva dire: “Sono Pax, sono stato tanti anni in America e suono da dio.” Me lo immaginavo già: uno di quei chitarristi metal/fusion che usano amplificatori a transistor e che basano tutto sulla tecnica e cose simili, e che in definitiva fanno veramente cagare.

A concerto iniziato mi complimentai con me stesso: ci avevo azzeccato in pieno.
Tecnicamente non si poteva discutere, ma che noia quel tipo di chitarristi. Il gruppo iniziò con “Hush”, “Sunshine Of Your Love” e “Purple Haze”. Mi guardai intorno e notai che il locale si era riempito di una discreta fauna rock: metallari moderni, compagnie di ragazze in cerca di emozioni, qualche rocchettaro, bravi giovinetti con le Timberland, jeans Stone’s Island, camicia e maglioncino, e qualche romantico rock and roller vestito Austin Style. Inutile dire che io e Jay eravamo i più fighi.

Guardando meglio m’accorsi che non troppo distante da noi, c’era una coppia che mi colpì. Lui sembrava un incrocio tra il Carmine Appice dei tempi dei Vanilla Fudge e il giovane Cat Stevens, lei…cazzo…mi tirava da morire. Alta, magra, capelli lunghi, lisci, tinti di biondo, infilata dentro a pantaloni di pelle che le fasciavano divinamente il culo, lupetto verde pisello che evidenziava due belle tette. I lineamenti del viso erano spartani, sembrava un po’ Joe Perry, in meglio naturalmente. Se ne stava appoggiata ad una botte di legno che fungeva da tavolo, indifferente a tutto e a tutti, mentre “Carmine” (ormai l’avevo ribattezzato così), il suo ragazzo, sembrava eccitato dal concerto. Ronnie stava soffiando dentro all’armonica, tentando di arginare lo straripante chitarrismo assassino di Pax, il quale stava a sua volta martoriando un giro di blues assai miserello.

Zoomai su “Giuseppina” (ormai l’avevo battezzata così): era voltata verso di noi, e per un momento i nostri occhi s’incrociarono…aveva quel tipo di sguardo cui avresti potuto rispondere unicamente con…beh lasciamo stare. Livin’ aveva attaccato discorso con le quattro ragazze che sedevano al tavolo dietro a noi: due erano passabili, una era carina, l’altra proprio un cesso. Me le presentò. L’unico nome che mi rimase in mente fu quello della più carina: Caterina.

“Mi sa che le piaci Bren, ha detto che le sembri simpatico.
Che ne dici di Rosanna, quella castana coi capelli lunghi? Credo che ci stia.”

“Ehi, Livin’, guarda quella.” Gli dissi piantandogli un gomito nello stomaco.

Si mise di spalle rispetto alle ragazze appena conosciute e sottovoce disse:

“Che superfiga!”‘

Dopo “Whole Lotta Love”, iniziarono a salire sul palco gli allievi di Pax. Il primo fu un ragazzo sui venticinque anni, capelli corti, look da uno che lavora in un Ced e Jackson bianca a tracolla. Si mise a provare le scale che aveva imparato, su “Hey Joe”: un delirio. Su e giù per il manico, applicando in maniera scolastica le fresche nozioni, mentre Ronnie con tanta volontà cercava di tenere il filo nel raccontare di Giuseppe, un tizio che stava andando ad ammazzare la sua donna perché questa si era data da fare con un altro uomo. Su un noiosissimo giro di rock and roll si cimentò un metallaro altissimo con una Ibanez Jem 777 modello Steve Vai. Il risultato fu pessimo: era come vedere i Metallica alle prese con Tamp’Em Up Solid di Ry Cooder. Questo spilungone dimenava i suoi lunghi capelli ricci e neri con l’aria stampata in faccia di “E’ così che si suona il rock and roll.” Il suono della chitarra era compresso e distorto al massimo, di quelle distorsioni però domate e pulite. Veloci fraseggi messi insieme senza calore. Tutti iniziarono ad applaudire e anche io mi unii al battimani generale, e più battevo più gli urlavo in mezzo alla bolgia: ” Ma bravo, ma vaffanculo te e tutti i Malmsteen del cazzo come te.” Iniziavo a divertirmi.

(Il Rock)

Fu poi la volta di un diciottenne con gli occhiali che tentò di lanciare la sua Epiphone contro il riff di “Honky Tonk Women”, senza riuscire a scalfirlo minimamente; aveva un approccio simil jazz, con quegli accordini che cercano d’infilarsi dappertutto, ma il riff di Keith Richards, benché suonato da quel pesce lesso di Pax, se li mangiò uno dietro l’altro. Pax scese dal palco e vi ci fece salire con forza un altro dei suoi allievi, che si vedeva benissimo che diceva no ma voleva dire sì. Ridendo, questo tizio, si lasciò trascinare sul palco e nel farlo salutò la sua ragazza come se stesse partendo per la guerra (quale non ha importanza, Afghanistan, Iraq, Nordafrica, tanto sono tutte uguali). Quando vidi la sua faccia da culo sciogliersi in un nirvana di beatitudine, mentre teneva il bicordo LA/MI in quinta posizione senza fare null’altro durante tutta GET BACK, beh, cazzo, decisi di darci a mucchio e di dedicarmi all’osservazione di “Giuseppina”.

Nel frattempo le quattro ragazze erano venute al nostro tavolo. Cercavo di rispondere alle loro domande con garbo e più in generale di entrare nei discorsi che intavolavano, ma la mia mente volava continuamente sulle gambe di Giuseppina. Caterina ad ogni modo sembrava davvero interessata a me, si faceva vicina vicina, mi fissava mentre beveva il suo Bellini, e in diverse occasioni mi sfiorò le mani. La guardai meglio: assomigliava all’attrice protagonista di “Sliding doors”…e brava Caterina, ma adesso che vuoi da me?

Diedi un’occhiata al palco e vidi che “Carmine” era stato chiamato come ospite a cantare “Jumpin’ Jack Flash”. Poveretto, non era un cantante troppo dotato, sembrava una brutta copia di Gary Barden, il cantante del Michael Schenker Group dei primi anni ottanta. “Giuseppina” continuava ad avere lo sguardo assente: non concedeva nemmeno un minimo di soddisfazione al suo ragazzo. Che tipo di donna! Starci insieme doveva essere davvero dura, povero “Carmine”.

Accortasi già da un po’ che la fissavo spesso, prese a controllarmi con quell’aria da “Ma che vuole questo sfigato?”, eppure ad un certo punto venne a chiedermi qualcosa.
“Visto che ti diverti tanto a guardarmi, mi offri una sigaretta?”

Mi alzai in piedi e mi spostai dal tavolo.
“Ma certo! Posso offrirti anche qualcosa d’altro?”

Guardò “Carmine”, fortunatamente ancora sul palco.

“Perché continui a fissarmi?” mi chiese con quell’aria algida alla Patty Pravo.
Decisi in una frazione di secondo di andare dritto al punto.

“Perché ti trovo bellissima!” risposi sorridendo.

“Ah. Grazie. Ora è meglio che torni al mio posto. Ciao.”

Speravo in qualcosa di più, ma almeno le avevo parlato.
Tornato al tavolo mi sentii chiedere da Caterina:

“Che voleva quella?”

“Oh, niente, una sigaretta” dissi mentre guardavo un Livin’ divertito.

(La Scuola di Chitarra)

Decidemmo di uscire dal locale, ne avevamo avuto abbastanza. Mentre mi avviavo all’uscita feci in modo di salutare “Giuseppina”. “Carmine” era al bar e lei mi fece un sorriso piccolo piccolo. Le mandai un bacio con la mano, cui lei rispose semplicemente con lo sguardo.

“Ma chi è?” insistette Caterina.

Tagliai corto: “E’ una vecchia amica”.  Io, Livin’, Rosanna e Caterina andammo in direzione della nostra macchina, mentre le altre due loro amiche si persero chissà dove.

Jay e la sua s’incamminarono verso un piccolo parco che era nelle vicinanze, io e Caterina invece ci fermammo a chiacchierare appoggiati alla macchina di Livin’ Lovin’ Jaypee.

Avevo negli occhi, nel cuore e nel pisello l’immagine di “Giuseppina”, ma quando Caterina ad un certo punto mi disse: “Beh, te ne sarai accorto…mi piaci molto”, mi lasciai baciare senza opporre resistenza.

Con gli occhi chiusi, immaginai d’essere con “Giuseppina” e per questo misi Caterina di spalle contro la macchina, e appoggiai con precisione la patta dei miei pantaloni sulla sua. Il bacio si fece appassionato, accompagnato da strusciamenti mica da ridere.

Ripresi fiato e istintivamente mi voltai alla mia sinistra: vidi “Giuseppina” a circa dieci metri da noi. Era sola ed ebbi l’impressione che fosse venuta a cercare me.

Con la solita indifferenza stampata in faccia, mi guardò, girò su se stessa e tornò verso il locale. Cazzo!!!

(racconto di Tim Tirelli – Copyright 1999/2006/2011)

(Giuseppina)

LA DROGA E’ FINALMENTE ARRIVATA

30 Mar

Il corriere (della droga) suona a metà mattina, Lakèrla scende, firma la ricevuta e risale.  Io sto facendo un lavoro di concetto (sto cercando di aggiustare la macchinetta del caffè…quei cazzo di bicchieri non voglio più scendere), Lakèrla entra nella stanza delle stampanti e del caffè ed esclama “Tirelli, è arrivata la tua dose trimestrale“. Io mi volto, la vedo con due pacchetti amazon.uk in mano, non capisco più niente …  al posto de Lakèrla vedo la madonna, vedo una luce intensa, sento il signore (delle tenebre) che mi chiama…Colui-che la-figlia-gli-scrive-“Brèv”-tramite-sms mi sorregge, mi porge un bicchiere d’acqua. Mi avvento sul cutter, apro i pacchetti e ho visioni celestiali, bacio le deluxe edition, abbraccio i cofanetti, mi tuffo sui cd … venite a me figli miei, non vi abbandonerò mai.

Scusate la prosa un po’ sconclusionata … sto dando i numeri, ma sono numeri bellissimi … viva i cd, viva il rock and roll, viva l’Inter, viva la rivoluzione, viva il sol dell’avvenire, viva Jimmy Poige…

Flashes from the Archives of Oblivion: IVAN GRAZIANI – IL CHITARRISTA

30 Mar

Cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato, Ivan Graziani con la sua chitarra ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.1)

Non è semplice scrivere d’un personaggio come Ivan Graziani per una rivista ad alta gradazione rock come Classix. Si corre il rischio di confondere un poco i lettori che non conoscono a fondo l’artista in questione, perché magari ci si ricorda d’averlo visto in qualche discutibile trasmissione TV alle prese con canzoni non proprio indimenticabili. Ivan Graziani invece è stato soprattutto un autore originale e un chitarrista sopraffino, uno che ha innestato nel grande albero del rock, rametti che hanno prodotto frutti saporiti ed autoctoni.

Nato nell’ottobre del 1945 a Teramo, Ivan dimostra sin da piccolo un’attrazione irresistibile per la musica. Intorno agli undici anni inizia a suonare la chitarra e non ancora maggiorenne è già nella orchestra di Nino Dale (figura storica del “giro” musicisti di Teramo) con cui inizierà a fare serate e tournèe in Tunisia.

Nei primi anni sessanta si diploma in arti grafiche ad Urbino ed in quella città fonda l’Anonima Sound, il suo primo gruppo.

Nell’ottobre del 1966 (ad un paio d’anni dalla nascita) l’Anonima Sound viene notata dall’entourage di Gianni Moranti, il quale a sua volta segnala il gruppo ad un impresario. Nel 1967 esce per la CBS il 45 giri “Fuori Piove” / “Parla Tu”, singolo che ottiene un ottimo successo arrivando a vendere 175.000 copie. A questo singolo ne seguono altri tre prima che, nel 1970, Ivan sia costretto a lasciare il gruppo causa servizio militare.

Dopo aver inciso un LP autoprodotto (mai pubblicato) interamente strumentale, dedicato alla nascita di suo figlio Tomaso (titolo del disco “Tato Tomaso’s Guitar”), Ivan si trasferisce a Milano dove inizia la carriera di strumentista entrando nel giro della casa discografica Numero Uno.

Tra il 1973 e il 1974 escono “Desperation” e “ La Città Che Io Vorrei”. Il primo è un disco cantato in inglese con musiche che si rifanno al rock and roll anni 50, mentre il secondo è la prima prova dell’Ivan Graziani che conosciamo, un album ancora acerbo, vicino al mondo cantautorale italiano.

E’ il 1975 l’anno in cui la carriera d’Ivan ha un’accelerazione mica da ridere.

Il musicista inizia una collaborazione con la PFM rischiando di entrare a far parte del gruppo, che in quei giorni è reduce da un tour in Usa di gran valore.

Non se ne fece nulla ma Ivan lascia ugualmente una traccia nella storia del gruppo di Mussida-Di Cioccio e Premoli, firmando il pezzo “From Under” che apparirà in “Chocolate Kings”, album splendido della Premiata.

Sempre in quell’anno Ivan Graziani partecipa alle registrazioni dell’album “La Batteria Il Contrabbasso Ecc” di Lucio Battisti e incoraggiato da Battisti stesso, registra “Balla Per Quattro Stagioni”. Siamo ancora tuttavia lontani dagli alti livelli che Ivan raggiungerà da lì a poco, ma la title-track e “E Sei Così Bella” sono pezzi ben riusciti.

Nel 1976 partecipa alle registrazioni di “Ullalla” disco di Antonello Venditti e al relativo tour, dove ad Ivan viene permesso di avere uno spazio tutto suo in apertura di concerto.

“Sono particolarmente legato all’album I Lupi, è stata una grande rivalsa per me quel disco”.

Sono parole di Graziani stesso che definiscono bene l’importanza de “I Lupi” uscito nel 1977.

L’efficace ballata “Lugano Addio” entra in classifica ed insieme a “Motocross” e “I Lupi” delinea i contorni dello stile di Ivan: testi originali e mai banali, musiche che pescano nel rock più vero e un chitarrismo personale e dinamico.

E’ comunque con “Pigro” del 1978 che Ivan Graziani entra nell’empireo dei beati (o dannati, a seconda delle preferenze): l’album è uno degli esempi più fulgidi di rock elettro-acustico, condito con testi amari e sarcastici di tal livello da far impallidire chiunque.

“Pigro”, “Paolina”, “Sabbia Del Deserto”, senza dimenticare la soave amarezza di “Scappo Di Casa” e l’immortale rock blues di “Monna Lisa”.

I suoni e l’uso della chitarra acustica sono spettacolari, così come le parti di elettrica.

Il disco è un gran successo commerciale ed Ivan diventa uno degli artisti di punta del periodo.

L’anno seguente esce “Agnese Dolce Agnese” che, insieme a “Pigro”, è uno dei due capolavori di Ivan.

Nelle interviste rilasciate in quegli anni, Ivan ogni tanto citava Hendrix e i Led Zeppelin (oltre ai suoi amati Beatles e Creedence), e non a caso alcuni episodi si rifanno in maniera chiara a quel tipo di approccio. “Veleno All’Autogrill” ad esempio si basa su uno squisito giro rock blues che funge da fondo perfetto per il testo, come sempre arguto e originale.

Lo stesso discorso vale per “Dr Jekyll & Mr Hyde”, il cui riff dovrebbe far parte del bagaglio personale di tutti i chitarristi nostrani.

Ogni episodio di “Agnese Dolce Agnese” andrebbe preso in esame con cura: dalla storia che odora di zolfo de “Il Prete Di Anghiari” (che meraviglia il riff di chitarra che sottolinea la parte tirata del pezzo!), alle chitarre acustiche di “Taglia La Testa Al Gallo”, da “Modena Park”, tenera dedica liberal – quasi fosse la San Francisco del 1967 versione nostrana – alla città che fu tra le prime ad apprezzare Ivan, a “Canzone Per Susy”.

“Fuoco Sulla Collina” merita forse qualche parola in più, essendo così ricca di atmosfere particolari. L’arpeggio che crea nebbie dense di mistero, aperture lievemente progressive ed un testo che, seppur meno esplicito che in altre occasioni, ti fa riflettere.

L’album contiene naturalmente anche “Agnese”, con tutta probabilità il pezzo con cui il grande pubblico identifica il grande Ivan.

Nonostante il testo riuscito e l’arrangiamento perfetto occorre dire che “Agnese” non è tutta farina del suo sacco.

Ivan infatti si è platealmente rifatto al pezzo “A Groovy Kind Of Love”, inciso nel 1965 da Mindbenders (e ripreso poi da Phil Collins nel 1991). I Mindbenders a loro volta imbastirono “A Groovy Kind Of Love” sulla “Sonatine Op 36 N 5” di Clementi, musicista di tre secoli fa noto a tutti i pianisti per i suoi libri didattici dedicati allo studio del pianoforte.

Il 1980 è l’anno di “Firenze (Canzone Triste)”, altra ballata struggente che entra prepotentemente in classifica trascinando con sé l’album “Viaggi e Intemperie”. A Pezzi Rock energici e decisi come “Isabella Sul Treno”, “Tutto questo cosa c’entra con il R&R” e Angelina”, si contrappongono episodi più riflessivi, su tutti “Olanda”, un naufragare dolce e malinconico di amori e sogni giovanili.

L’anno successivo vede Ivan far parte di un progetto piuttosto bizzarro della discografia italiana: il “Q Concert”, una sorta di tour e relativo maxi singolo con 4 brani interpretato da tre artisti. Nella squadra di Ivan anche Ron e Kuzminac. Canzone trainante di questo Q disc è “canzone senza Inganni” scritta dallo stesso Ivan.

Il 1981 è comunque anche l’anno di “Seni e Coseni”, album che in parte deborda dallo stile del nostro chitarrista, la prima parte infatti è dominata dal pianoforte, fatto che spiazza chi di Ivan apprezzava la verve chitarristica. Gli ultimi quattro pezzi si rifanno in modo più consono allo stile del musicista di Teramo, ma comunque sia non brillano di certo.

Nonostante questo episodio mediocre, la relativa tournèe è una bomba: Ivan si propone spesso in trio, assumendosi strumentalmente grosse responsabilità e distinguendosi per l’approccio dal mondo cantautorale italiano. A ventidue anni di distanza chi scrive ricorda ancora le emozioni di quel tour, tra i fischi della chitarra elettrica, assoli fatti come Hendrix comanda e i grandi pezzi di Graziani.

Il primo disco live esce nel 1982 e si intitola “Dal Vivo Parla Tu”. Contiene una ottima selezioni di brani ma difetta un poco nella produzione. D’altro canto in Italia non siamo mai riusciti a registrare dischi dal vivo come si deve.

Tra il 1983 e il 1984 escono “Ivan Graziani” e “Nove”.

Il primo si difende bene, potendo contare su “Signora Bionda Dei Ciliegi” e “Il Chitarrista” (la cui svisata resta uno dei momenti rock più riusciti della produzione del nostro), mentre il secondo fatica ad imporsi (anche commercialmente). “Limiti” è comunque gradevole e “Lucetta Fra Le Stelle” è un quadretto romantico da non sottovalutare. Bello infine il lavoro di chitarra in “Io che C’entro”. Il Tour del 1984 è ad ogni modo trionfale, un esempio per tutti: nella grande arena del Festival Dell’Unità di Modena stipata come un uovo, Ivan è costretto ad uscire non meno di quattro volte per i bis. Nella metà degli anni ottanta Ivan si ritrova ad annaspare in progetti anonimi: nel 1985 affronta il Festival di Sanremo con il pezzo “Franca Ti Amo” (davvero mediocre) e nel 1986 pubblica (probabilmente per ragioni contrattuali) “Piknic”, dove solo “Shame” regge il confronto con il passato.

Nel 1989 una impennata d’orgoglio: esce “Ivan Garage” per l’etichetta Carosello, finalmente un disco rock in senso stretto. Pungolato da alcuni fan del centro italia che lo seguono ad ogni concerto e che gli registrano cassette di gruppi Heavy Metal per costringerlo a tornare sulla via del rock, Ivan scrive “I Metallari” e altri pezzi che si rifanno esplicitamente al rock. E’ curioso notare che tra questi fan c’era anche il Deus Ex Machina di Classix, il nostro Fuzz Fuzz.

“Il garage è il luogo che preferisco” dirà Ivan “è il luogo dove si va a far casino, proprio sotto casa. Il posto dove porti una donna e dove vai a suonare con gli amici, dove metti la prima moto della tua vita. Il Garage è una cosa importante, dove vai a liberarti il cervello. Qui bisogna cominciare a far musica da Garage e non da camera”.

Il disco è duro, sporco ed intenso: chitarre sature e appaganti e  testi pervasi di ironia talora poetica talora cattiva. Purtroppo sarà l’ultimo grande disco di Ivan Graziani.

“Cicli e Tricicli” del ’91 è per dirla con le parole dello stesso Ivan “un errore di percorso”, “Malelingue” del 1994 è un po’ meglio, ma forse solo dovuto al fatto che il brano “Maledette Malelingue” che viene presentato a Sanremo, riporterà Ivan vicino alle top ten.

Giusto il tempo di far uscire “Fragili Fiori”,un nuovo live con cinque inediti e Ivan ci saluta: un male incurabile ce lo porta via il primo gennaio del 1997.

Il bello della musica rock è che raggiungi l’intimità spirituale con un artista prima di sapere qualcosa di lui o di lei. Fin dal primo momento capisci tutto. Inizialmente l’attrazione è esercitata dalle superfici delle canzoni che riescono a toccare le corde della tua sensibilità, ma c’è anche l’intuizione della dimensione più completa. E quando hai la conferma che la intuizione era quella sperata…beh…allora la complicità tra musicista ed ascoltatore è totale ed appagante. Capita solo con certi musicisti…Ivan Graziani era uno di questi. (Tim Tirelli 2003)

DISCOGRAFIA:

LA CITTA’  CHE IO VORREI (1973): debutto vero e proprio che però non lascia tracce particolari.

BALLATA PER QUATTO STAGIONI (1976) JJ: la figura di Ivan inizia a ritagliarsi contorni riconoscibili. I testi tuttavia affogano in una retorica invadente mentre la musica si fa interessante. Spruzzate jazz-rock (“Dimmi Ci Credi Tu”), riff rock (“Trench”) e buone prove dei musicisti tra cui Lucio Fabbri e Walter Calloni.

I LUPI (1977) JJJ: il preludio al grande successo. Ancora qualche ingenuità nei testi ma anche prove convincenti (“Motocross” e “I Lupi”). Grandi prove chitarristiche (“Il Topo Nel Formaggio”), qualche arrangiamento che sa di PFM e…”Lugano Addio”.

PIGRO (1978) JJJJJ: il disco che definisce chi è Ivan Graziani. Uno dei dieci migliori dischi di musica italiana di sempre. Assecondato dai fidi Walter Calloni (batteria), Hugh Bullen (basso) e Claudio Maioli (tastiere), Ivan si esibisce in una delle sue rappresentazioni più riuscite. Oltre ai tre classicissimi “Monna Lisa”, “Pigro” e “Paolina”, pezzi incredibili come “Scappo di Casa”. “Pigro” e “Gabriele D’Annunzio” indicano come la chitarra acustica andrebbe suonata.

AGNESE DOLCE AGNESE (1979) JJJJJ: sotto la penna magistrale di Graziani, storie e figure di una provincia che rappresenta il mondo. Chitarre elettriche e canzoni che confermano il momento di grazia di Ivan. Il suo personale timbro vocale ci intrattiene, strabiliandoci, con “Agnese”, “Veleno All’Autogrill”, “Dr Jeckill”, “Fuoco Sulla Collina”…

VIAGGI E INTEMPERIE (1980) JJJJ1/2:se Pigro e Agnese rappresentano il vertice creativo , Viaggi E Intemperie è il consolidarsi di una proposta musicale ricca ed originale.Le chitarracce di “Tutto Questo Cosa C’Entra Con Il R&R?” e “Angelina”, la morbida dolcezza di “Firenze” e “Olanda”.

SENI E COSENI (1981) JJ1/2: mezzo passo falso. Il songwriting è  un po’ opaco. Dopo 4 grandi album in quattro anni, forse Ivan aveva bisogno di respirare e prender tempo, per far rifiorire le sue ricche idee musicali. “Signorina” e “Pasqua” sono tenere e riuscite, ma è davvero tutto qui.

PARLA TU (1982) JJJ: buon live contenente tutti i classici più “Lontano Dalla Paura” tratto dal film Il Grande Ruggito e “Parla Tu”, vecchio successo della Anonima Sound. Sebbene come già detto la produzione non sia il massimo, nei momenti più duri si ha la possibilità di assaporare il rock italiano in una delle sue forme più accattivanti.

IVAN GRAZIANI (1983) JJJJ: con questo disco Ivan si riscatta dalla delusione creata con “Seni e Coseni”. “Signora Bionda Dei Ciliegi”, “Navi”, “140 Kmh”, “Nino Dale” sono tutte molto buone e poi c’è “Il Chitarrista” con le sue chitarre in libertà, con la sua storia di carte e donne.

NOVE (1984) JJJ: il nono disco da studio ci fa capire che la vena creativa si va un po’ offuscando.“Limiti”, “Geraldine”, e “Lucetta Fra Le Stelle” mantengono il disco su livelli accettabili, ma c’è poco rock (anche in senso lato) e le canzoni vanno alla deriva verso un un pop piuttosto insipidino. Riascoltato però risulta più convincente.

PIKNIC (1986): J1/2 disco bruttino bruttino. Soltanto lo stralunato rock blues anni ottanta si “Shame” si distinge.

IVAN GARAGE (1989)JJJ1/2: un ritorno di fiamma per il rock, forse concepito in maniera meno originale rispetto a quello immacolato del periodo ‘77/80, ma pur sempre di ottima fattura. “Prudenza Mai”, “Noi Non Moriremo Mai”, “I Metallari”, “Ora Et Labora” e la bellissima…bellissima…bellissima “E Mo’ Che Vuoi”.

CICLI E TRICICLI (1991) JJ / MALELINGUE (1994) JJ: dischetti simili, senza infamia e senza lode. Qui è là, in una strofa o in un giro di chitarra il cuore di Ivan batte ancora, ma l’andamento generale è fiacco e poco ispirato.

FRAGILI FIORI – LIVAN  JJ: cinque inediti ed una discreta selezione live.

NOTE VARIE: per i tipi delle Edizioni Tracce di Pescara nel 1988 è uscito a nome di Ivan Graziani il libro “Arcipelago Chieti”, una sorta di diario che descrive un anno (il 1971) passato a fare il servizio militare.

Nel film “Italian Boys” del 1981 Ivan ha una particina.

La eredità di Ivan Graziani è portata avanti di questi tempi da sua moglie Anna (che ci permettiamo di salutare e a cui dedichiamo questo misero articoletto) e dai suoi figli Tommaso (batteria) e Filippo (chitarra voce)che col loro trio propongono pezzi originali alternati a brani del loro padre.

Esiste inoltre una tribute band chiamata “IvanGarage” che ripropone con rispetto tutte le miglior cose di Ivan.

Doveroso citare Mel Previte, eccellente chitarrista che da numerosi anni suona nella band di Ligabue. Mel è con ogni probabilità il fan più affezionato del grande Ivan Graziani (Nel 1978 non ancora ragazzino fu invitato da Ivan sul palco a suonare con lui). Vederlo suonare i pezzi di Ivan con la sua band (nelle rare occasioni in cui riesce a mettere in piedi questo tipo di omaggio) è cosa da non perdere.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.1)

May Jay May Jay

29 Mar

(Jaypee & Tim – immagine di repertorio)

When I find myself in times of trouble, mother Mary comes to me … beh visto che Mother Mary purtroppo non c’è più adesso è Jaypee che viene da me quando sono un po’ in trouble. Pizza da Rock oggi nella pausa. Io una “Giuditta” lui una delle sue solite pizze da uno che ascolta (anche) Kid Rock.  Quattro chiacchiere su certe fighe, su un nostro ex chitarrista slide (Athos can you hear me?), sul gatto Fidèl,  su Smokey Joe (Picca),  sul  guitar hero della nostra provincia (Lorenz), sulla fine che facciamo tutti noi musicisti rock che siamo riusciti a non fare i musicisti rock. La tipa ci chiede se prendiamo  qualcos’altro …fragole al limone per me e mascarpone per Jay….

Pomeriggio piuttosto pieno al lavoro, poi dentista, cena e ora sono qui ad ascoltare MAGGIE BELL, Doc non si ricorda se ha mai ascoltato quel pezzo dove c’è Page alla chitarra (gli scrivo – con affetto –  che può anche aver visto Page 20 volte ma che per certe cose rimane una spina).

Bootleg dei ROLLING “Sucking Don On Saturday Live”, il primo dei VIRGINIA WOLF, il White Album dei Beatles … e intanto si avvicina il derby…

(Io e Jaypee, insieme al Gattone e a Lele lì dietro)

Flashes from the Archives of Oblivion: FREE “Live At The BBC 1968/69/70/71” (Universal 2006) – JJJJJ

29 Mar

Anche per quanto riguarda i FREE, storico gruppo di hard rock blues inglese (1968-1973), la BBC ha fatto uscire (nel 2006) il classico doppio CD contenente le session che il gruppo di Paul Rodgers registrò tra il 1968 e il 1971.

Il disco 1 contiene le registrazioni in studio, il disco 2 le registrazioni dal vivo.

Mentre la qualità sonora del primo cd è buonissima, per il secondo cd le cose sono diverse non essendo stato possibile trovare i master originali. La qualità è quella di un bootleg soundboard. Detto questo, il ruvido fascino di queste registrazioni riesce a catturare comunque l’ascoltatore, il rock dei Free è davvero la quintessenza di un certo modo di intendere questa musica.

Io in generale non amo particolarmente le BBC sessions, ma amo da morire questo gruppo e quindi giudico molto interessante anche questo cd.

(note di Nonantolaslim maggio 2008 – per C*L*MB*)