Per il secondo anno consecutivo gli EQUINOX sono stati invitati a suonare alla PIZZA FEST di Nonantola, nella cornice niente male del Parco Della Pace. Bello ritrovare vecchi amici della tua infanzia, conoscenti e naturalmente le fedeli Equi-head. Giovanni e mia sorella filmano il concerto, ogni tanto li guardo e sorrido: perso nel mio mondo dei sogni li vivo come fossero JOE MASSOT e PETER CLIFTON.
Come sempre impeccabile l’organizzazione di DAVIDE LUPPI, coadiuvato da REX ANSALONI e dai loro ragazzi che poi sono figli di miei amici, e vedere che sono ormai dei pezzi d’uomini mi destabilizza un poco. Altrettanto impeccabile il service, quando l’impianto lo fornisce ZIBO e Michele, Eugenio ed Enrico sono i tecnici del suono che ti seguono, beh ti senti al sicuro.
The Equinox – Nonantola, 16/7/2016 – Foto F.Pratissoli
Quest’anno presente anche una rappresentanza degli Illuminati del Blues: March, Riff e Picca. E’ una sorpresa vedere anche SANDRINO CASINI, il leggendario KATA, finalmente tra noi dopo qualche vicissitudine.
Aprono il concerto i PETER PIPER, gruppo di indie-rock / rock alternativo dove suona il mio amico Marco John Lupo.
Poi entriamo in scena noi. Quest’anno non apriamo con KASHMIR ma con CUSTARAD PIE, a cui seguono BLACK DOG e HEARTBREAKER.
The Equinox – Nonantola, 16/7/2016 – Foto Elisa Tirelli
The Equinox – Nonantola, 16/7/2016 – Foto Elisa Tirelli
E’ poi il momento della new entry, WHAT IS AND WHAT SHOULD NEVER BE, prima volta che la si suona dal vivo…
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Saura quindi si mette alle tastiere (e alla pedaliera basso) per MISTY MOUNTAIN HOP e SIBLY
The Equinox – Nonantola, 16/7/2016 Foto Elisa Tirelli
TSRTS, GALLOWS POLE, di nuovo Saura alle tastiere per I’M GONNA CRAWL, poi NOBODY’S FAULT BUT MINE, RAMBLE ON e BRING IT ON HOME. Abbiamo aggiunto qualche pezzo dal classic album LED ZEP II perché benché ci si sforzi di essere un tributo “obliquo” e di presentare pezzi meno scontati (tra l’altro mai suonati dal vivo dai LZ), la gente alla fine vuole WHOLE LOTTA LOVE. Un’altra deep cut, FOOL IN THE RAIN, e poi è il momento della doppio manico…STAIRWAY TO HEAVEN.
The Equinox – Nonantola, 16/7/2016 – Foto Elisa Tirelli
Chiudiamo con il solito rush finale: WHOLE LOTTA LOVE, COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL, durante la quale alcuni ragazzi vengono a ballare sotto al palco….ah, beata gioventù.
The Equinox – Nonantola, 16/7/2016 – Foto Elisa Tirelli
The Equinox – Nonantola, 16/7/2016
Lele, Pol e Saura sembrano soddistatti, il pubblico anche, per una volta accantono la paturnie post concerto e mi godo le buone vibrazioni. Serata niente male, nel paese che mi ha dato i natali; bella atmosfera, belle sensazioni. Abbiamo festeggiato bene il decimo anniversario di questa band. Torniamo a casa, sotto le stelle di un calda e dolce estate italiana. Scarichiamo gli strumenti, un thé, una doccia e a letto. Nonantola, good night.
Ricordo ciò che scrisse il mio amico Giancarlo Trombetti a commento di un post scritto il 5 marzo 2016 dove esaminavo le mie reazioni dopo un mese esatta dalla scomparsa del vecchio Brian.
“Non è sentimentalismo da strapazzo, Tim. E’ la vita che ti scorre sotto il naso, non puoi evitarlo. Non sei mai stato pronto prima e non ti passerà mai, dopo. Imparerai a pensarci un po’ meno, poco per volta, ma non dimenticherai mai, anzi: ti torneranno in mente dozzine di cose che avevi completamente cancellato. E quasi sempre tutte belle. Sentirai tuo babbo vicino, a volte, una sensazione che ti sembrerà frutto di suggestione, di decenni di racconti “magici” religiosi cui non hai mai creduto, ma che scoprirai avere un senso. Diverso, ma un senso preciso. Ti scoprirai a parlare da solo, con tua mamma, tuo padre, sperando davvero di ottenere una risposta che loro ti hanno già dato mille volte. Ma la cosa peggiore, quella cui no ti abituerai mai è scoprire di essere divenuto più tenero, più aggredibile dalla vita. Ti imbatterai sempre più spesso in sciocchezze su cui glissavi con dignità che ti faranno commuovere e se non sarai solo dovrai imparare a gestire il respiro, il suo ritmo, per non farti scorgere dagli altri. Perché ci si vergogna sempre di essere sensibili. “And I’ve never gotten used to it, I’ve just learned to turn it off/ Either I’m too sensitive or else I’m gettin’ soft”, cantava Dylan… ed è esattamente così. Lascia fare, opporsi non servirà a niente. E’ la vita. E’ così per chi ha un cuore”.
Scrissi in quel post che non vedevo l’ora che passasse un po’ di tempo per permettere alla elaborazione del lutto di fare il suo corso e dunque di stare un po’ meglio, di venire a patti con il ciclo della vita. Ora, sono passati sei mesi e la situazione è più o meno la stessa. Oddio, la vita continua a scorrere, certe cose te le lasci alle spalle (o almeno credi), ti sembra di gestire tutto con buon spirito e maturità, ma quella vibrazione di sottofondo che si legge tra le righe di Giancarlo è sempre pronta a scuoterti.
Sei assorto nella tua vita, nelle tue attività e zacchete, basta un nonnulla per tornare a commuoverti come un bambino.
Aggiungo qualcosa alla lista della spesa e mi viene in mente quando compilavo la sua, organizzando le cose da comprare secondo la distribuzioni degli scaffali del supermercato in cui andavo. Spesa fatta di corsa al sabato mattina di buon ora per poi correre a casa sua, svegliarlo, fargli il bagno e portarlo a fare un giro.
In giro per Mutina per lavoro, a volte lambisco il quartiere della struttura dove era ospite ultimamente e in modo inconscio mi dico: “Veh, finché son qui faccio un salto a trovare Brian”, per poi trasalire in un “ah, già, è vero …”
Mi aggiusto il pizzetto col rasoio e mi torna in mente quando lo obbligavo a farsi la barba, dopo averlo lavato. Un po’ si ribellava, ogni azione che devi compiere sotto i colpi dell’alzheimer diventa una peso, ma bastava ricordargli che una volta finito saremmo andati a Locus Nonantulae a prendere un caffè al bar e la volontà tornava ad animarlo.
Poi, a volte, anche se faccio tutt’altro, mi arriva questa improvvisa brezza di ricordi che mi fa vacillare…vividi momenti passati insiemi mi tornano su dall’animo con una chiarezza sorprendente … le nostre scaramucce, le partite dell’Inter guardate insieme dove ormai dovevo spiegargli tutto perché faceva fatica a distinguere tutti quei replay dalle azioni in diretta, i disegni che gli facevo colorare, le nostre chiacchierate un po’ sghembe, le mani con cui si aggrappava alle mie quasi fossi un appiglio sicuro, un riparo dalle paludi dei disturbi cognitivi.
Lacrime calde scendono in questa estate calda, momenti di tristezza universale che mi attanagliano, graffiti spirituali che mi ritrovo sull’animo. E’ davvero difficile rapportarsi con il concetto definitivo della morte.
Quando Brian perse suo padre, mio nonno Ettore morto a 90 anni nel 1986, aveva più o meno l’età che ho io adesso, e da figlio mi sembrò strano vederlo piangere per la dipartita del suo vecchio, ma ora io faccio lo stesso, e anche se spesso mi dico che sono un pezzo (va beh, un pezzetto) d’uomo e che non devo commuovermi come una femminuccia, capisco che è una cosa naturale, soprattutto per gli uomini di blues come noi.
Così guardo il cielo e ripenso alla frase che MAX 6759 scrisse in un commento: “A me da’ grande sollievo questa frase di Isabelle Allende : “Se saprai ricordarmi sarò sempre con te”.
Così mi verso un Sourhern Comfort, guardo il cielo, sospiro e lo butto giù tutto d’un fiato.
Quando Max Stefani pubblica qualcosa io di solito drizzo le orecchie. Stefani è stato il fondatore e il direttore de IL MUCCHIO SELVAGGIO e OUTSIDER, qualcosina di Rock (e di come gira il mondo intorno ad esso) la sa. Quando poi pubblica un libro sugli anni cruciali del blues e del rock britannici, beh come si fa a voltarsi dall’altra parte? Max inolte è uno che in quel periodo frequentò Londra con una certa frequenza e nell’ottobre del 1968 (ripeto ottobre 1968) vide i Led Zeppelin in una delle poche date inglesi prima della grande avventura nel nuovo mondo. Sa di cosa parla, dunque. Che poi le sue creature mensili, soprattutto il Mucchio, abbiano preso forma sulle sponde americane del Rock, e abbiano in qualche modo avvallato la superiorità morale e contenutisca del Rock americano sempre e comunque è un’altra storia, ma basta leggere le considerazioni odierne di Max a proposito di Springsteen ad esempio per capire che tipetto scomodo sia.
Ho trovato il libro più interessante di quel che pensassi, di solito fatico a leggere libri sul Rock scritti da italiani, ma questo mi ha appassionato. Il perché delle quattro T invece di cinque sta in certe sbavature che uno come Max avrebbe dovuto evitare.
Max ha prodotto e realizzato questo libro in proprio, questo comporta una gestione diciamo così “artigianale”, ma un proofreader sarebbe stato davvero necessario; alcuni pezzi delle dichiarazioni dei vari musicisti sono lasciate in inglese e non si capisce perché, le traduzioni non sono sempre precise e sembrano fatte in maniera frettolosa, ci sono molte ripetizioni, parecchi refusi… insomma da questo punto di vista non è stato revisionato a dovere.
Sia chiaro: i refusi e le distrazioni sono fisiologiche quando si scrive un libro, ma qui ce ne sono davvero troppe.
Finché siamo sul versante critico segnaliamo alcune imprecisioni che infastidiscono un pochetto. Sono tutte riguardanti i LZ… ora, mi rendo conto che questi miei appunti possano apparire come rilievi puntigliosi da fan, ma io credo che uno come Max Stefani, certi errori, certa superficialità – quando parla e scrive di Rock – non possa permettersela. Perché se è chiaro che non può sapere tutte le minuzie su di un gruppo (quella è roba da fanatici in senso stretto) è altrettanto vero che non può commettere errori così grossolani.
Max chiama NEW YARDBIRDS l’ultima formazione del gruppo storico, quello con Page, McCarthy, Relf e Dreja, quando è assodato che in generale quando si parla di NEW YARDBIRDS ci si riferisce alla formazione dei LZ: Page, Plant, Jones e Bonham.
Max scrive che JEFF BECK e PAGE bisticciano per DAZED AND CONFUSED che appare su entrambi i loro primi dischi… trattasi di YOU SHOOK ME.
JOHN BONHAM viveva nella roulotte del padre non “con” il padre (Ecco, questo è un rilievo da fan pignolo).
A pag 133 Stefani dice che durante il primo tour scandinavo del settembre 1968 DAZED AND CONFUSED era nascosta sotto il titolo originale di WHITE SUMMER…francamente non si capisce a cosa si riferisca, DAZED era DAZED e WHITE SUMMER era WHITE SUMMER, entrambe provenienti dal repertorio dell’ultimo periodo degli YARDBIRDS “originali”.
A pag 149 parla dell’uscita di LZ I e dei due singoli pubblicati in Usa: GOOD TIMES BAD TIMES / COMM. BREAKDONW e WHOLE LOTTA LOVE / LIVIN’ LOVIN’ MAID. WLL e LLM fanno ovviamente parte di LZ II uscito nell’ottobre del 1969.
Ancora: a pag 165 scrive che sia il JEFF BECK GROUP che i LZ avevano in repertorio ALL SHOOK UP, immagino si sia confuso con YOU SHOOK ME. A pag 178 cita un pezzo di CIAO 2001 per LZII, ma Caffarelli, l’autore, parla di LZIII. Il DVD contenente il filmato dei LZ alla Royal Albert Hall è uscito nel 2003 e non nel 1983.
A questo punto mi chiedo se anche gli altri tre argomenti siano trattati con la stessa approssimazione.
Detto questo, il libro si legge molto volentieri. Certo, avrei preferito che Stefani avesse allargato e approfondito considerazioni e analisi personali sul periodo musicale trattato, ci avesse fatto capire meglio la sua visione delle cose… uno come lui lo si legge o lo si ascolta sempre con piacere, naturalmente lo fa ma, a mio modo di vedere, non abbastanza.
Max ha impostato tutto dal punto di vista cronologico citando le dichiarazioni dell’epoca dei musicisti, dei giornalisti e degli addetti al lavori integrandole con brevi interventi. La cosa funziona, e anche bene. Tra i quattro chitarristi quello forse a cui è dedicato più spazio è PETER GREEN, probabilmente il preferito di Max. La cosa è positiva, su CLAPTON e PAGE è stato scritto tanto, su BECK abbastanza, ma su GREEN troppo poco. Ma il libro in realtà è uno spaccato su quel lustro irripetibile del Rock, non ci sono dunque sono i quattro cavalieri dell’apocalisse tra le pagine scritte.
Max ha voluto inserire anche una mia breve riflessione sulle prime tre ristampe del catalogo dei LZ apparsa su un numero di OUTSIDER. Non so che valore possa avere, ma se va bene a lui… Segnalo anche la prefazione di Giancarlo Trombetti.
18 pagine sono dedicate ad una considerazione intitolata IL ROCK: STARS SYSTEM e SOCIETA’ DEI CONSUMI. Considerazione notevole e stimolante.
Seguono la lista in ordine cronologico dei dischi “che sconvolsero il mondo” tra il 1963 e il 1970, sette pagine dedicate a titoli di libri sul Rock che vale la pena leggere e qualche consiglio su clip di Youtube e DVD relativi ai quattro chitarristi in questione. Inoltre ci sono pagine dedicate ai locali in cui si è fatto il Rock, a studi di registrazioni, a festival, alle groupie, etc etc, senza dimenticare 60 e più pagine (!) di foto a colori.
Per me questo è un libro da avere.
Per chi fosse interessato a procurarsene una copia qui sotto il link con i dettagli:
Il giornalista DONATO ZOPPO, lo ricorderete, è un mio buon amico. Uno dei pochissimi scriba di musica italici che valga la pena leggere e seguire. Non ci siamo ancora visti “di persona personalmente” (Beneventum e Mutina non sono esattamente vicinissime), ma ci incontriamo spesso sulle blue highway musicali dei nostri rispettivi animi. Ci scambiamo impressioni, punti di vista, riflessioni. DON vive di musica, è continuamente aggiornato ed ha un palato così fine che riesce a spaziare tra i generi in maniera superba. Io non riesco, intrappolato come sono negli anni settanta e in certe convinzioni su cosa e come debba essere il Rock, culturalmente, spiritualmente e filosoficamente. Questa idea del Rock che mi affatica la vita ogni santo (o meglio, diabolico) giorno è un flippo mio, perché è una idea che non esiste, è come il natale, ovvero una botta di lieta e malinconicamente allegra suggestione metafisica che in paio di settimane ci irretisce e quindi sparisce una volta crollati i castelli che ci siamo immaginati nella testa.
Qualche giorno addietro DON mi fa “Hey, Big Tim, lo sai ci sono dei ragazzi di Modena che fanno del prog rock coi fiocchi?” Approfondiamo il discorso. Di solito a me piace solo il classic prog fatto negli anni settanta, quelle quattro grandi band (tre inglesi e una italiana) e poco più, i tentativi fatti dai nuovi gruppi non mi appassionano, nella mia ristretta visione delle cose non mi vedo trasportato da quei musicisti odierni tecnicamente dotati che amano districarsi tra complessi passaggi e sfoggiare le loro pulsioni. Non sono lavori che mi prendono, in quei momenti salta fuori l’uomo di blues e il rock and roller che è in me anche se poi, a pensarci bene non mi piace nessun disco blues uscito dopo il 1969 e nessun disco rock uscito dopo il 1979 (fermi lì! Lo sapete come sono fatto, è una boutade).
Ma DON è DON, come me soffre della sindrome di Stendhal quando ascolta CARAVANSERAI, seguo dunque sempre con attenzione quello che mi dice e così eccomi qua immerso in questo progetto barocco.
BAROCK PROJECT allora, gente della mia zona, persi in provincia tra BONOMIA e MUTINA, musicisti con alle spalle studi seri e dedizione totale.
Il gruppo gira intorno al tastierista LUCA ZABBINI, cresciuto con i miei adorati ELP. Bello però constatare come l’amore per il grande, grandissimo KEITH EMERSON, non soffochi la sua personalità né il suo stile. Anche quando i riferimenti sono palesi la personalità di Luca rimane ben presente.
BACK TO YOU contiene tutti i riferimenti del classic prog unito a sonorità moderne che però non scalfiscono la bontà della musica. Si resta impressionati da questo biglietto di visita. In sette minuti i ragazzi fanno capire a che razza di gruppo siamo davanti.
L’album è dal vivo, una scommessa mica da ridere data la laboriosità della musica proposta. Personalmente in questo genero prediligo i pezzi ad ampio respiro, quando i momenti si fanno più duri e virano verso il prog-metal mi ritraggo come una chiocciola dentro la casetta.
INSIDE MY DREAMER’S EYES ha qualche accento AOR trasportato da tempi dispari. Un bell riff e aperture prog e moog alla GENESIS. Al minuto 3:30 irrompono di ELP, quindi gli AREA e tante altre influenze. Ottime prove strumentali da tutti i componenti della band. Il brano dura più di 11 minuti; bello il finale condotto dal piano di ZABBINI e la voce di PANCALDI.
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UN ALTRO MONDO è cantata in italiano, evviva! Ancora piano e voce in evidenza. Essendo io un fan in senso stretto di KEITH EMERSON, sento che tra le dita di ZABBINI si rincorrono echi di FUGUE (TRILOGY) e del PIANO CONCERTO di WORKS VOLUME 1.
Di nuovo tempi dispari in DUELLUM a cui segue LOS ENDOS, cover del pezzo strumentale dei GENESIS, reso con padronanza e maestria.
Bella anche OVERTURE, ci sento dentro tanto EMERSON. GOLD parte con una parte solo vocale a più armonie, fosse davvero tutta dal vivo sarebbe una prova davvero da sottolineare. Il resto del pezzo si sviluppa sul ritmo della chitarra acustica che verso metà brano viene accantonata in favore dell’elettrica per un continuo su e giù tra gli impervi sentieri del prog rock.
Anche i pezzi che chiudono l’album iniziano con la chitarra acustica e finiscono per celebrare i chiaroscuri dell’elettricità in chiave prog. L’ultima traccia dal vivo ricorda tanto i GENESIS magari con una spruzzata di ASIA. Bel lavoro di moog di Zabbini. C’è anche un brano registrato in studio. Ancora la chitarra acustica protagonista all’inizio, accompagnata con dolcezza dal pianoforte. Un paio di minuti è l’atmosfera cambia e il prog più impetuoso torna ad essere protagonista.
Concludendo BAROCK PROJECT si impone come una delle più belle realtà del nuovo prog italiane. Che bravi!
Insieme a Saura, Carla e Salvo mi immetto sulla A1 in direzione Milano. Dopo tanti anni sto per rivedere RP in concerto. Strano, pensavo di aver chiuso col Golden God alcuni lustri fa, e invece eccomi qui diretto alla Arena Estiva di Assago. Non che m’importi molto del concerto in sé, il gruppo con cui suona non mi piace, la musica che fa nemmeno, ma ho amato molto il biondo di Birmingham così, visto il tempo che inesorabilmente passa veloce, voglio rivederlo, prima che sia troppo tardi. L’autostrada è trafficata, Saura guida sicura, sembra Valentino Rossi in mezzo a motociclisti della domenica.
Ripenso alle volte che ho visto ROBERT PLANT. Firenze 1990 in occasione della sua prima calata in Italia. Chioggia 1990 al Festivalbar. Io e il mio amico Frank Romagnosi che realizziamo il nostro sogno: incontrare un membro dei LED ZEPPELIN. Varie peripezie per poi ritrovarci mezz’ora al cospetto di ROBERT. Paziente, gentile, comprensivo, un vero signore. Quanto amore per quella rockstar.
Frank Robert e Tim – Chioggia 1990
Nel 1993 torna in Italia per aprire i concerti di LENNY KRAWITZ. FATE OF NATIONS è un buon disco ma decido di non andare: il cantante dei LZ che apre per Krawitz, che incide per una “piccola” casa discografica…è un po’ troppo per il sottoscritto. I tempi stavano cambiando ma io ero ancora fermo agli anni d’oro del dirigibile di piombo. Nel 1995 e nel 1998 torna a MILANO insieme a PAGE e io ci sono. Del primo concerto ricordo soprattutto SIBLY, del secondo I CAN’T QUIT YOU BABY. Nel 2000 incredibilmente ROBERT PLANT viene a suonare a NONANTOLA, il mio paese natale. Non mi sembra possibile. E’ vero che è in giro con un vecchio amico, che i PRIORY OF BRION non sono esattamente un gruppo di prima fascia, eppure che RP tenga un concerto a 500 metri dalla casa in cui sono nato mi pare un sogno. Da lì in poi però perdo interesse e smetto di seguirlo.
I dischi che pubblica sono validi, la strada che sceglie assai dignitosa, ma non è più roba per me. Robert inizia a cantare come una nuffia, diventa un beniamino dei critici ma io non soffro della sindrome di Dave Lewis, dove è tutto oro quello che luccica sul pianeta Zeppelin, così prendo le distanze dal tall cool one. Intendiamoci, molto meglio sapere RP alla ricerca di nuove atmosfere, di nuovi suoni, di nuova linfa piuttosto che vederlo finire come David Coverdale, Ian Gillan, Ian Anderson e compagnia, prigionieri dei luoghi comuni della loro carriera, luoghi comuni sempre più difficili da raggiungere mentre l’età avanza, ma non sento più brividi né emozioni, tranne qualche sporadico episodio. Essendo poi io anche un grande ammiratore di JIMMY PAGE, mi disturba anche un pochetto il suo rapporto ambiguo col Dark Lord. Quei “no” mai definitivi, quelle porte sempre lasciate aperte, le prese di distanza nei confronti dei LED ZEPPELIN (senza i quali, è bene ricordarlo, a nessuno importerebbe della sua carriera solista) mi indispettiscono non poco.
Ma il tempo passa, si diventa più maturi, magari anche più distaccati, così eccomi qui di nuovo alla ricerca dei sogni della mia giovinezza.
Il forum di Assago mi evoca sempre sensazioni positive. Nemmeno il tempo di arrivare ed ecco che MIKE BRAVO mi viene incontro. Poco dopo arriva DOC con la sua maglietta di PAGE versione doppio manico Chicago 1977 e quindi FRANK e la SILVIA. Un colpo di telefono e incontro anche MARCO GARONI di Milano, altro fan storico che conosco dai tempi della fanzine OH JIMMY.
Entriamo. La Summer Arena non è altro che il piazzale antistante il forum a ridosso della tangenziale. Malgrado la location non sia granché, la situazione non è per nulla male. Anzi, è a misura di fan. Spazi ampi, bagni accessibili con facilità, stand di generi di conforto, assistenza. Bel lavoro. Mi faccio fare un scatto col manifesto del concerto.
Tim – RP Milano 20-7-2016
Qualcuno ci riconosce “ehi, ci sono gli EQUINOX“… Saura si carica…
Saura – RP MIlano 20-7-2016
Mentre do un’occhiata in giro incontro per caso il mio amico MASSIMO BONELLI, Record Label Manager extaordinaire. Che sorpresa. Lo abbraccio forte. Ci lega una forte passione per il Rock, quello vero, e un sentimento profondo per una certa idea di società dove giustizia sociale, pace, pari opportunità, senso civico e umanesimo risplendono sotto il sol dell’avvenire.
Massimo Bonelli e Tim – RP MIlano 20-7-2016
Poco dopo mi corre incontro MARCO BORSANI da Como, altro fan dei LZ conosciuto ai tempi della fanzine. Che bello ritrovarsi tutti insieme…è una sorta di convention dei fan del Nord Italia. Ci fossero anche Alberto Lo Giudice e Gianluca Acquaviva (altre teste di piombo leggendarie dell’area milanese) saremmo al completo. Non mi aspettavo ci fosse anche un gruppo spalla e invece ecco la band di MIKE SANCHEZ, il leader dei BIG TOWN PLAYBOYS. Mike è nato a Londra da genitori spagnoli, a 11 anni si trasferisce nel Worchestershire. Diventa musicista ed esperto massimo di Rhythm and Blues. Entra in contatto con il giro dei musicisti del luogo, e dunque anche con Robert. Negli anni ottanta suona con Plant in alcune occasione tra cui il concerto di beneficenza HEARTBEAT del 1986.
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Comprai addirittura il long playing del 1990 NOW APPEARING. Vidi Sanchez insieme ai suoi BTP a metà anni novanta aprire, in un Palalido di Milano vuoto, per PETER GREEN. Bello dunque averlo qui e constatare come riesca ancora ad entusiasmare il pubblico.
Mike Sanchez – RP Milano 20-7-2016 – Photo Tim Tirelli
I nostri posti sono in tribuna. Non c’è il sold out, Doc puoi sedersi vicino a noi, tutto molto comodo. Il pubblico è comunque numeroso. L’arena è piena. Mi dico che magari poi scendo in platea.
Da poco passate le 21 ed ecco che entra ROBERT.
RP Milano 20-7-2016 – photo Tim T
E’ in gran forma, 68 anni portati bene. Apre con POOR HOWARD, dall’ultimo album. Ad arricchire la band anche un musicista africano. Mi piace quello che sento ma già con TURN IT UP il mio entusiasmo si placa. La voce non è male ma è chiaro che non è più quella di un tempo. Ormai Robert canta in tonalità adatte ad un uomo di 68 anni. BLACK DOG è abbassata di un tono, il gruppo la suona dunque in sol. Versione che non mi ha mai convinto. Ma Robert ormai è così, veleggia in un mare di afro-rock condito da oscuri riferimenti country blues trattati con le spezie della world music.
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Segue RAINBOW, uno dei pochi pezzi della sua ultima fatica che ritengo validi.
Il pubblico comunque è tutto dalla sua parte. Lo acclama, lo segue, lo incita anche quando l’afro-rock prodotto sembra avere poco senso. La band non mi piace nemmeno un po’. Batterista e bassista lofi, tastierista che usa un sacco di basi. Sì certo, il gruppo suona dal vivo, ma le basi sono davvero troppe. Va bene avere pruriti asian dub, come li chiama Picca, ma così è troppo. Ma il supporto che gli garantisce la gente è totale. Justin Adams non mi ha mai incantato, musicista parecchio sopravvalutato. L’unico che mi interessa è LIAM TYSON, il chitarrista col barbone. Tipetto, e musicista, interessante.
RP Milano 20-7-2016 – photo Saura Terenziani
Mi torna in mente una considerazione fatta di recente da MAX STEFANI, fondatore e direttore de IL MUCCHIO SELVAGGIO e OUTSIDER , a proposito di SPRINGSTEEN:
“Sembra che in questi giorni Italia neil young e springsteen siano accumunati dallo stesso destino. Quello a cui stiamo assistendo da parecchi giorni su i social network è la glorificazione a semidei di due musicisti che hanno poco eguali nella storia del rock. E’ pur vero che le loro cose migliori le hanno fatti 30-40 anni fa, sia come dischi che come spettacoli dal vivo, ma ciò sembra poco importare ai fans italiani. Mentre nel resto del mondo, specie in America, sono dei grandi musicisti E BASTA, da noi li si vede come una sorta di portatori di verità, di luce, di saggezza, una panacea, un portatore di guarigione universale. L’unica barriera alla mondezza di cui siamo circondati, ai problemi, a un lavoro di merda, alla fatica di arrivare a fine mese, a una dimensione dell’insicurezza sempre più accellerata, sempre più priva di antidoti capaci di farla regredire. Bruce e Neil in Italia non sono più solo dei bravi musicisti perchè li abbiamo caricati a loro insaputa di un ruolo quasi rivoluzionario. Davanti alla percezione di un caos globale che ci spinge verso l’ignoto quale miglior antidoto che attaccarsi agli eroi della propria gioventù, alla loro purezza interiore che non subisce l’onta del tempo che passa? La venerazione italiana spropositata per Springsteen, il non riconoscere i suoi limiti, è una ancora di salvezza del popolo italico, una ulteriore dimostrazione della nostra pochezza come popolo, un non voler ammettere che è andato tutto a finire a puttane. Ci appelliamo alle sue lontane origini italiane per farne ‘uno di noi’, ci consideriamo il suo ‘popolo eletto’ quando nel resto d’Europa dice più o meno le stesse cose perchè così vuole lo show business. Basta leggere i commenti su facebook per rendersi conto come siano tutti fuori di testa.”
(Consiglio di andare sull’account facebook di Stefani e di leggere tutta la riflessione).
Mi sembra che per PLANT succeda una cosa simile. Non è naturalmente avvolto dall’odor di santità del working class hero BRUCE, ma si percepisce chiaramente che riversiamo su di lui e sui concerti che fa significati che forse non ci sono (più). Veneriamo questo hippie 2.0 come fosse il portatore di messaggi universali, ascoltiamo la sua musica con una trepidazione che andrebbe usata solo a cospetto di musica straordinaria, trasformiamo un concerto dignitoso in un evento; lo facciamo per noi stessi per illuderci di aver sfiorato il mito Led Zeppelin. Il giorno dopo su facebook sarà tutto un fiorire di iperbole spirituali e di sciocchezze.
Nulla vieta ovviamente di lasciarsi trasportare dall’enfasi e dall’autocompiacimento, ma finita la festa un po’ di giusta prospettiva non guasterebbe. probabilemente per le giovani generazioni è difficile, si sono affacciate al Rock da poco e questi ultimi scampoli devono sembrare magnifici, dove “devono” è inteso come imperativo. D’altra parte il successo dei concerti dei QUEEN (?), ovvero di Brian May e Roger Taylor con adam lambert sono lì a testimoniare il decadimento dei valori del Rock.
WHAT IS AND WHAT SHOULD NEVER BE convince appieno. La tonalità è quella originale e sarà l’unico momento davvero Rock che il gruppo mette in scena.
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RP Milano 20-7-2016 b- photo Massimo Bonelli
Seguono NO PLACE TO GO di HOWLIN’ WOLF e DAZED AND CONFUSED. Triste vedere come Robert si diverta a depotenziare i grandi riff dei LED ZEPPELIN. D’accordo cercare strade nuove ma qui si perde davvero la bussola. Credo inoltre voglia allontanare il fantasma di PAGE. Ancora, PLANT è un cantante, e come tutti i cantanti è concentrato su se stesso e dunque pensa che la unica cosa che conti sia la melodia; questo può essere in parte vero per il pop, ma nel Rock spesso la melodia è inesistente ed è l’impianto strumentale o il riff a tenere in piedi una canzone. Mah.
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RP Milano 20-7-2016 b- photo Franco Romagnosi
Bella ALL THE KINGS HORSES da MIGHTY REARRANGER a cui segue BABE I’M GONNA LEAVE YOU. Lavoro molto quadrato e privo di dinamica della sezione ritmica. Un vero peccato perché la versione non è niente male sebbene ci sia l’intermezzo dedicato a TORNA A SURRIENTO nella versione melensa di ELVIS PRESLEY (SURRENDER).
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Un traditional e un blues di BUKKA WHITE piuttosto noiosi e si arriva al finale.
RP Milano 20-7-2016 – photo Massimo Bonelli
L’intro a WHOLE LOTTA LOVE è I JUST WANT TO MAKE LOVE TO YOU, il vecchio blues. Justin Adams però non ha né la personalità né il savoir faire per proporla a dovere. Il riff di WHOLE LOTTA LOVE è suonato con convinzione da Liam Tyson. Il pezzo è in tonalità originale. Bravo Robert. La parte dedicata assolo è sostituita con una tiritera afro-rock che poi si rivela essere HEY BO DIDDLEY. Non sia mai che l’ombra di JIMMY PAGE possa per un attimo oscurare l’aureola del dio dorato. L’entrata del gruppo per la strofa finale è sbagliata, inciampano in una battuta in più e l’effetto non è il massimo. Che musicisti che suonano con RP sbaglino una cosa del genere è piuttosto incredibile. Pivelli.
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Robert quindi saluta dopo una solo ora e venti. Ritorna per ROCK AND ROLL, ed è una presa in giro. Ho sempre odiato questa versione. Una sorta di tumbleweed sonoro costruito su basi che evocano ghironde, musica celtica e non si sa cosa, col batterista che suona in un modo inappropriato. Momento peggiore del concerto.
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Ma poi ci regala un ultimo pezzo. GOING TO CALIFORNIA. LIAM TYSON la suona in un arrangiamento suo, il risultato è apprezzabile. E’ qui che mi sciolgo ed inizio a piangere. Cerco di non farmi vedere, ma piango, ho la pelle d’oca. Guardo la luna, contemplo il tempo che passa, penso alla mia gioventù e con tutta la malinconia possibile gioisco nell’ascoltare la musica meravigliosa dei LED ZEPPELIN, nell’ascoltare quelle note e quelle parole dedicate ad un mondo che un tempo è sembrato possibile. …e così rimango tra le montagne dei miei sogni e dico a me stesso che non è dura come sembra…
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Il tempo di ricompormi e ci avviamo all’uscita. Non mi aspettavo che un concerto così da un gruppo del genere, ma mi chiedo che senso abbia per un artista di questo livello snobbare completamente 20/30 anni di carriera solista. Non pretendevo certo delle deep cut tipo FAR POST (una delle mie preferite) ma quei quasi hit che ha avuto negli anni (BIG LOG, HEAVEN KNOWS, 29 PALMS, I BELIEVE) li avrei ascoltati volenltieri. Certo, ROBERT fa ciò che vuole, ma in qualità di fan mi sento libero di esprimere la mia opinione e di, se necessario, criticare.
Ai cancelli d’uscita mi ferma IGNAZIO SERVENTI, altro vecchio fan con cui ero in contatto. Vuole una foto con me. Arriva poi DOMENICO GIARDINI, e il cerchio si chiude. Io, lui, DOC e FRANK abbiamo condiviso nel lontano passato avventure zeppeliniane insieme, ci fosse anche il giovane BODHRAN avremmo fatto il botto.
Mi raggiunge anche LOLLO STEVENS, che insieme alla sua amica SABRINA è venuto a vedere Robert. I commenti di tutti sono gli stessi. “Sì, carino, ma…” Frank mi sembra il più critico.
Gli ultimi saluti e si parte. Alle 24 siamo già a Fidenza, pregustiamo già il fatto che andremo a letto ad un’ora accettabile quando la autostrade si blocca. Stiamo fermi un’ora precisa, ma non ci lamentiamo, va molto peggio a chi è stato coinvolto nell’incidente che blocca la A1.
Mentre mi sdraio nel letto, chiudo gli occhi e mi dico che è stata una bella serata e che anche il concerto non è stato male, ma forse è dovuto alla sola presenza di RP. Ma poi alla fine chi se ne importa, i pochi minuti di GOING TO CALIFORNIA mi hanno risolto la serata e fatto provare brividi veri. E allora…grazie ROBERT.
Scaletta:
Poor Howard Turn it up Black dog Rainbow
What is and what should never be
No place to go/Dazed and confused
All the king’s horses
Babe I’m gonna leave you
Little Maggie
Fixin’ to die
I just want to make love to you/WHole lotta love/Hey! Bo Diddley
Bluebirds over the mountain/Rock and roll
Going to California
La EMPRESS VALLEY SUPREME DISC ha pubblicato in questi giorni un nuovo bootleg relativo alla “solita” registrazione audience del concerto di TOKYO 23/9/1971. Niente di nuovo se non che il nuovo set in questione ha un bonus cd contenente BLACK DOG, teaser del soundboard del concerto completo di OSAKA 28/9/1971. Per i fan dei LZ in senso stretto è una notizia eccezionale.
LZ Osaka 28/9/1971
Di questo soundboard del concerto di OSAKA 1971 si vociferava da tempo, e ora sembra che nel prossimo futuro verrà pubblicato, ovviamente come bootleg. Chissà che il Dark Lord non venga spronato a pubblicare un album dal vivo con le date giapponesi del 1971, i nastri multitraccia (sebbene si tratti di un multitraccia di qualità non stellare) li ha in mano.
LZ Osaka 28/9/1971
Qui sotto il clip di youtube, sperando che la Warner non lo cassi immediatamente.
Come anticipato un po’ in sordina qui sul blog tempo fa (non sempre posso pubblicare in modo ortodosso le notizie di cui vengo a conoscenza in anticipo) ecco la diffusione ufficiale della notizia relativa alla prossima uscita (16/9/2016) delle BBC Sessions complete. Sì, c’è anche SUNSHINE WOMAN, finalmente in versione ufficiale.
Uscirà in tre versioni: 3CD/5LP, 3 CD, 5LP.
Disc: 1
1. You Shook Me (23/3/69 Top Gear)
2. I Can’t Quit You Baby (23/3/69 Top Gear)
3. Communication Breakdown (22/6/69 Pop Sundae)
4. Dazed And Confused (23/3/69 Top Gear)
5. The Girl I Love She Got Long Black Wavy Hair (22/6/69 Pop Sundae)
6. What Is And What Should Never Be (29/6/69 Top Gear)
7. Communication Breakdown (29/6/69 Top Gear)
8. Travelling Riverside Blues (29/6/69 Top Gear)
9. Whole Lotta Love (29/6/69 Top Gear)
10. Somethin’ Else (22/6/69 Pop Sundae)
11. Communication Breakdown (10/8/69 Playhouse Theatre)
12. I Can’t Quit You Baby (10/8/69 Playhouse Theatre)
13. You Shook Me (10/8/69 Playhouse Theatre)
14. How Many More Times (10/8/69 Playhouse Theatre)
Disc: 2
1. Immigrant Song (1/4/71 Paris Theatre)
2. Heartbreaker (1/4/71 Paris Theatre)
3. Since I’ve Been Loving You (1/4/71 Paris Theatre)
4. Black Dog (1/4/71 Paris Theatre)
5. Dazed And Confused (1/4/71 Paris Theatre)
6. Stairway To Heaven (1/4/71 Paris Theatre)
7. Going To California (1/4/71 Paris Theatre)
8. That’s The Way (1/4/71 Paris Theatre)
9. Whole Lotta Love (Medley) [1/4/71 Paris Theatre]
10. Thank You (1/4/71 Paris Theatre)
Disc: 3
1. Communication Breakdown (23/3/69 Top Gear)
2. What Is And What Should Never Be (22/6/69 Pop Sundae)
3. Dazed And Confused (10/8/69 Playhouse Theatre)
4. White Summer (10/8/69 Playhouse Theatre)
5. What Is And What Should Never Be (1/4/71 Paris Theatre)
6. Communication Breakdown (1/4/71 Paris Theatre)
7. I Can’t Quit You Baby (14/4/69 Rhythm & Blues Session)
8. You Shook Me (14/4/69 Rhythm & Blues Session)
9. Sunshine Woman (14/4/69 Rhythm & Blues Session)
LZ Complete BBC Sessions.- 3 cd set
PS: inoltre sembra che nel prossimo futuro la Empress Valley pubblicherà il bootleg in versione soundboard di una data del tour giapponese 1971. Sono ormai anni che se ne parla, speriamo sia la volta buona. Sembra che a breve un cd sampler con un teaser del soundboard in questione sarà allegato alla nuova uscita della Empress Valley (Tokyo 23/9/1971). L’estratto soundboard dovrebbe essere relativo ad Osaka.
Indossiamo le magliette d’ordinanza (LZ per me, Yes per lei) e io e la groupie partiamo per Piazzola Sul Brenta (VI). In questi giorni veleggio in modalità depression, quindi me ne sto buono buono sul seggiolino lato passeggero mentre la Valentino Rossi del rock and roll padroneggia con maestria la freccia gialla di Borgo Massenzio. Lo stereo passa STATION TO STATION di BOWIE e a seguire TRICK OF THE TAIL dei GENESIS. Il viaggio è tranquillo. Ci fermiamo in un autogrill in prossimità di Grisignano: lo stato dei bagni è pietoso. C’è puzzo di piscio, sporco ovunque … In un paio d’ore totali siamo a destinazione. Nemmeno in tempo di entrare in paese che gli addetti ti obbligano a prendere il tagliandino per il parcheggio (5 euro). Mentre lo raggiungiamo (è costituito dall’area intorno al duomo) noto che ci sarebbero parecchi parcheggi “liberi” non a pagamento disponibili.
Ero già a stato a Piazzola, ma non in occasione di un concerto, l’Anfitetaro Camerini si presta alle suggestioni…bello vedere un concerto Rock in questo contesto. Entriamo e l’impressione è che sarà un concerto agevole, di spazio ce n’è a volontà. Meno male, essendo un uomo di una (in)certa età non ho voglia di ressa e di troppe scomodità. Abbiamo i biglietti migliori (92 euro … 80+12), ci dirigiamo al GOLDEN CIRCLE PIT. Ci mettono un braccialetto arancione al polso, col quale possiamo uscire ed entrare tranquillamente, e varchiamo la soglia. Il mio amico Frank lo chiama “il recinto dei polli” ma devo dire che io mi trovo bene: siamo sotto al palco e le barriere interne che delimitano lo spazio hanno una sorta di seggiolini su cui potersi sedere. Sono solo alcune decine, ma senza nessuna difficoltà me ne accaparro uno e pianto il bivacco. Bene, già saranno impegnative le ore del concerto spese in piedi, contemplarne altre due sarebbe stato difficile.
Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016 (photo TT)
Ci siamo portati i panini e l’acqua da casa. Se ti fai un concerto all’anno allora puoi anche permetterti di mangiare e bere negli stand relativi, ma per chi di concerti se ne fa qualcuno in più ecco che diventa indispensabile cercare di risparmiare qualcosa visti i prezzi (panini a 6 euro, birra a 4). La groupie va a fare un giro, io me ne rimango con i miei pensieri dall’andamento bluesy. Vorrei sbarazzarmi di me stesso ma non riesco. Contemplo il cielo, i miei blues e sospiro. Torna Saura. E’ felice di essere qui. Che donna, sempre piena di energia e vogliosa di Rock mentre a me il Rock serve ormai solo come distrazione per non affondare nelle paludi del mio animo.
The Blonde Manalishi – Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016
Nel “recinto dei polli” iniziano ad arrivare gli “americani”, gente sovrappeso con stivaletti, jeans, camicia e cappello da cowboy, seguiti dagli hippie 2.0. Meglio che vada a fare un giro. Incontro per caso FRAN BEDINI con moglie al seguito. Talking about synchronicity. Franceso è mio amico e liutaio, super fan di YOUNG. Poco dopo sento per telefono FRANK ROMAGNOSI, una delle prime led-head con cui legai, trenta e passa anni fa. Frank è insieme alla Piove di Sacco Connection, con lui Silvia, Paolo e Giorgio. Gente con cui ho condiviso, negli anni, storie di Rock.
TIM & PIOVE DI SACCO GANG (Giorgio, Paolo, Tim, Frank) – Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016
Torno al mio posto. Le due orette passano in fretta. La serata è fresca, l’atmosfera bella. C’è molta gente, ma c’è ampio spazio per gironzolare e stare comodi. Poco dopo le 21,30 due contadini salgono sul palco a seminare qualcosa, poi qualcuno inizia a suonare AFTER THE GOLD RUSH al piano. Eccolo lì, NEIL YOUNG. Sono ancora seduto e osservo divertito. Quando imbraccia l’acustica e parte con HEART OF GOLD mi alzo e raggiungo la groupie, più o meno, sotto al palco. L’armonica, la chitarra acustica, lui in solitaria, uno dei pezzi facenti parte dell’immaginario collettivo riguardante il canadese, beh, sono belle sensazioni.
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Non sono uno dei talebani del Rock americano, non credo nella sua supremazia morale solo perché per un paio di mesi alcuni musicisti del Laurel Canyon e di San Francisco giocarono con l’idea di un mondo migliore; sarebbe stato bellissimo intendiamoci, ma pur conservando in parte un certo spessore morale, alla fine l’ego, i soldi, la droga e le fighe da scopare fecero sfumare il sogno rivoluzionario di tutti questi ragazzi che ancora oggi idealizziamo. Vivo dunque questo mio incontro con NEIL YOUNG in un mood scevro di sensazionalismi. Amo i suoi lavori periodo 1969/1979, rispetto quello che ha prodotto dopo, ma non sono uno di quelli che lo ritiene un gigante della chitarra o un profeta. Detto questo YOUNG rimane ancora oggi uno dei più puri e veri musicisti di quella generazione e questo lo si percepisce benissimo.
Eccolo lì dunque a suonare col suo tocco pesante la chitarra acustica, quello strimpellare costellato di semplici figadini chitarristici che tanto hanno influito sulle nostre giovani mentì là, sul finire degli anni settanta. HARVEST era uno di quegli album che aveva chiunque avesse un po’ di cervello e un vago interesse per la musica. Io le ricordo bene le semplici discoteche di quelle persone…HARVEST, DARK SIDE OF THE MOON, IV dei LZ (perchè c’era STAIRWAY), ZIGGY, BLUE di JONI MITCHELL, DEJA VU, le due antologie blu e rosse dei BEATLES, GREATEST HITS di ELTON JOHN, BURATTINO SENZA FILI, DE GREGORI del ’78, HO VISTO ANCHE DEGLI ZINGARI FELICI di CLAUDIO LOLLI, FLOR D’LUNA di SANTANA e, i più temerari, il primo solista di GABRIEL.
Ancora qualche pezzo, tra cui COMES A TIME, che sento mia, ed entra la band. Il mio amico SUTO, leggendario chitarrista della REGIUM-MUTINA county e altro super fan di NEIL YOUNG non è venuto al concerto perché non ama la band che lo accompagna. Temo che il suo sentimento sia condivisbile. Il gruppo è piuttosto lofi. Certo, NEIL YOUNG non ha bisogno di musicisti iper tecnici, nemmeno dei LED ZEPPELIN se è per questo, ma di un gruppo coeso e di personalità sì. Questi sono mediocri e con una musicalità per niente spiccata. Li ha scelti YOUNG e dunque non possiamo che accettarli, ma con un biglietto a 92 euro avrei preferito musicisti diversi.
HELPLESS mi commuove, lo stesso dicasi per OLD MAN; certo, lo so, sono i suoi pezzi per eccellenza, è banale essere rapiti da brani come questi, ma che posso farci?
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Parla poco NEIL tra un pezzo e l’altro, solo dopo parecchi pezzi ci chiede come stiamo. Per omaggiarci si mette a suonare, insieme alla band, NEL BLU DIPINTO DI BLU cantata dal chitarrista che lo accompagna in un italiano più che decente. La versione non è niente male, è godibile… però, pur gradendo il pensiero, mi interrogo sulla considerazione che hanno della musica italiana i nordamericani. VERDI, PUCCINI e compagnia e VOLARE. Non che mi aspetti che si mettano a riproporre un brano di qualche nuovo gruppo saltato fuori negli ultimi due decenni ma che so IMPRESSIONI DI SETTEMBRE o CELEBRATION della PREMIATA, DE ANDRE’, BATTISTI… anche solo un accenno per farci capire che si sono sforzati un minimo a vedere se c’è qualcosa dopo VOLARE o QUANDO QUANDO QUANDO…
Non sono un patito delle chitarre semiacustiche, ma quando con la Gretsch parte con ALABAMA sobbalzo…
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Arrivano altri cinque pezzi, alcuni li conosco, altri li ho appena sentiti e poi, con la magnifica Gibson Les Paul parte con la frase-riff di LIKE A HURRICANE. Seguono 15 minuti di Rock allo stato puro, di sperimentazioni sonore elettriche e di distorsioni cosmiche. Un trionfo. E qui capisci che NEIL YOUNG è un gigante, per la sua statura musicale, per il suo songwriting, per la sua concezione di come debba essere il suono di una chitarra, per la sua idea di Rock. Sono qui in ginocchio da te, NEIL.
Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016 (photo TT)
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Segue DOWN BY THE RIVER, pezzo di cui non sopporto il ritornello. Mi dà fastidio, non posso farci niente, ma il resto strofa/ponte/improvvisazione/distorsione è sublime. Che personalità che ha YOUNG quando suona la solista. Non si può dire sia un gran chitarrista in senso stretto, ma quante cose riesce a dire, che belle note riesce a scovare e che atmosfere è capace di raggiungere.
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Io il concerto lo avrei fatto finire qui. Magari HEY HEY MY MY come bis e buonanotte. Invece vengono proposte altre cinque canzone e due bis. Concerto troppo lungo secondo me. Già durante COUNTRY HOME lascio la mia postazione ed esco la GOLDEN CIRCLE PIT. Mando un messaggio a Frank, ci incontriamo sotto alle tribune per i saluti. Non sono il solo ad essere un po’ stufo, sempre più spettatori lasciano l’anfiteatro.
Neil Young, Piazzola Sul Brenta (VI) 13/7/2016 (photo TT)
Restiamo in attesa di capire se ci sarà il bis e se sarà HEY HEY MY MY, ma una volta sentito l’inizio di LIKE AN INCA ci dirigiamo diretti alla macchina. Sempre più gente continua ad uscire. Magari i superfan ne avrebbero gradito un’altra ora, ma io penso che un paio di orette siano più che sufficienti e lo penso in generale, non mi rivolgo specificatamente a NY. Io amo andarmene con ancora un po’ di voglia, non con la pancia troppo piena.
Ad ogni modo bella esperienza. A 70 anni YOUNG è ancora convincente. Bel mix di greatest hits e deep cuts. Se solo si fosse fermato a 20 pezzi …
Saliamo in macchina, in breve siamo sulla VENEZIA-MILANO. Poco dopo mi metto alla guida. La groupie si appisola. Io guido sicuro attraverso la notte. Il viaggio è accompagnato da grossi lampi che vedo in lontananza. Alcuno dischi passano nel car stero della macchina, mi rimangono in corpo alcuni pezzi…RIPPLES dei GENESIS, MUSIC di JOHN MILES, TEA FOR ONE dei LZ, MEMORY MOTEL dei ROLLING STONES. I miei pezzi, insomma. La Brennero è una lunga striscia color metallo che si infila nella notte. Esco a CARPINUS, attraverso CORRIGIUM, qualche chilometro di black country ed eccoci alla Domus Saurea di Borgo Massenzio. Un thè, qualche carezza a Palmir e mi butto sotto la doccia. Mi infilo nel letto, sono le 3,20. Tra tre ore esatte la prima delle due sveglie suonerà. E’ dura la vita degli amanti del Rock.
Per il secondo anno consecutivo suoneremo alla PIZZA FEST di Nonantola (Modena) nel bel quadretto del PARCO DELLA PACE. Le fronde scure degli alberi, le notti d’estate e un po’ di rock and roll, per sfuggire ai blues della vita.
Di fianco al parco, in piazza Alessandrini, gli stand della PizzaFest…per 10 euro una buonissima pizza e una birra. Vi aspettiamo.
Per chi arriva da Modena: una volta al cospetto della Torre dell’Orologio (e con il Vox sulla sinistra) entrare nel parcheggio che c’è sulla destra (Piazza Martiri Di Tien An Men). Il Parco è lì accanto.
NONANTOLA, Parco Della Pace, PizzaFest
sabato 16 luglio 2016 ore 21,45
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