Kurt Vonnegut, “Un uomo senza patria” (Bompiani 2022) – TTT¾

27 Ott

Un uomo senza patria (2005) è l’ultimo libro che Vonnegut ha pubblicato da vivo, e si sente. Non è un romanzo, non è davvero un memoir: è un taccuino tenuto da un uomo di ottantadue anni che ha smesso di avere pazienza. Io l’ho aperto con la curiosità con cui mi avvicino a quei dischi di fine carriera che un artista registra sapendo che non ce ne saranno molti altri: senza aspettative precise, ma attento a ogni respiro.

Il volume nasce dalle collaborazioni con la rivista In These Times: pezzi brevi, aforismi, ricordi, sfoghi. Vonnegut guarda l’America di George W. Bush e non le fa sconti. Parla di ambiente e della sua vecchia formazione da chimico, del bombardamento di Dresda che aveva visto da prigioniero di guerra, dell’umorismo come unica risposta sensata alla stupidità umana. E lo fa con quella prosa che sembra semplice e non lo è — niente di inutile, ogni frase al suo posto come gli attrezzi in un garage.

Mi chiedo cosa scriverebbe oggi vedendo come si è ridotto il mondo, con gli Usa sotto scacco di Trump …

Nel libro ci sono pagine che sembrano divagazioni e invece sono il suo modo di tenere insieme il secolo: dalla Grande Depressione alla bomba atomica, da Mark Twain all’idea che la letteratura non cambi il mondo ma aiuti a sopportarlo un po’ meglio. Il titolo viene da The Star-Spangled Banner e va letto come un’autodichiarazione: si sente fuori dal suo paese, non per scelta ideologica, ma per sfiducia verso quello che ne è diventato.

Se cercate l’architettura di Mattatoio n. 5, non è qui. Qui c’è la voce nuda, la rabbia lucida, il cinismo che però non rinuncia alla tenerezza. Un testamento scritto con la mano che trema poco e la testa che trema ancora meno. 110 pagine che si leggono senza nessuna fatica, e sia chiaro, alla fine, resta il libro di un grande autore più che un grande libro. Detto questo, rimane un volumetto da avere e conservare.

Note biografiche

Kurt Vonnegut Jr. (Indianapolis, 1922 – New York, 2007) è stato uno degli scrittori americani più importanti del Novecento. Studia biochimica, viene arruolato nella Seconda guerra mondiale, è catturato dai tedeschi e sopravvive al bombardamento di Dresda del febbraio 1945 — esperienza che segna tutta la sua opera. Esordisce nel 1952 con Piano meccanico, ma è con Mattatoio n. 5 (1969) che diventa una figura centrale della controcultura americana. Ha scritto romanzi, racconti e saggi, ed è considerato un maestro della satira e della fantascienza letteraria.

Nato nel 1922 in una famiglia benestante di origine tedesca, Vonnegut ha attraversato il secolo raccontandolo con lo sguardo dello scettico: dalla Grande Depressione alla guerra, dalla bomba atomica al disastro ambientale, fino agli anni di George W. Bush. Ha fumato per cinquant’anni, si è sposato tre volte, ha perso la sorella Alice e ne ha adottato i figli, ha fatto l’insegnante e il pubblicitario. È morto nel 2007, dopo aver visto il suo paese prendere una direzione che non condivideva più — e Un uomo senza patria, scritto negli anni di Bush, resta la sua fotografia più diretta di quella distanza.

Taxology “A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology” (NOS Records 2026) – TTTT

25 Ott

Qualche mese fa avevo accennato ai Taxology parlando brevemente del loro singolo, oggi ne parlo più compiutamente con il loro album sottomano. Due giovanissimi ragazzi pugliesi, Andrea Rizzi (classe 2007) e Giuseppe Bitonte (classe 2006) e l’urgenza di mettere su “nastro” le loro pulsazioni musicali.

Il disco è stato registrato, prodotto, arrangiato e mixato da Andrea Rizzi nel suo studio a Taranto. Un lavoro fatto a casa, con un approccio che definirei artigianale: niente grandi sale, niente team di tecnici, solo un ragazzo pugliese e il suo orecchio. Le composizioni sono di Rizzi e di Giuseppe Bitonte, con contributi di Stefano Piancastelli e di Wladimiro Rizzi. Il mastering è di Elio Di Menza.

Il comunicato stampa dà le prime coordinate e recita più o meno così:

C’è un momento, all’inizio di ogni concept album ambizioso, in cui l’ascoltatore deve decidere se varcare la soglia o restare sulla porta. Con A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology, il duo tarantino Taxology – Andrea Rizzi (batteria, percussioni, basso, chitarre, tastiere, mandolino, viola, voce) e Giuseppe Bitonte (chitarre, basso, tastiere, piano, voce) – non ti chiede il permesso: ti prende per mano e ti fa entrare.

Il disco, uscito l’8 maggio 2026 in CD e digitale per NOS Records (l’etichetta di Amerigo Verardi), è un concept album di 15 tracce e circa 43 minuti che si apre come un giardino ipnagogico: un luogo dove la botanica incontra la psichedelia e la classificazione scientifica diventa atto creativo. Le tracce prendono il nome da specie vegetali – Azadirachta Excelsa, Mandragora Caulescens, Aceranthus Sagittatus – e ogni pezzo si comporta come un organismo vivo, capace di essere veleno o medicina a seconda della stagione interiore di chi ascolta.

La voce narrante di Bruno Vergani guida l’ascoltatore in un cammino onirico, quasi terapeutico, che trasforma la tassonomia in una mappa emotiva. Il risultato è un sound che oscilla tra progressive rock, psych-pop, art rock e sperimentazione, con una produzione curata e una coesione rara per un esordio.

Il singolo di lancio, Mandragora Caulescens, ne è forse la sintesi perfetta: un brano breve, avvolgente, che condensa in tre minuti l’intera poetica del progetto.

Non è un disco che si ascolta di sfondo. È un’esperienza che chiede attenzione, e che ripaga con una visione artistica coerente e coraggiosa. Il primo capitolo di un progetto che, a giudicare da questo debutto, ha ancora molto da fiorire.

Due giovanissimi ragazzi pugliesi, Andrea Rizzi e Giuseppe Bitonte, dunque e il talento di sapersi buttare nella musica profonda insomma.

Introductio ad Hortum già lascia intendere che tipo di scelta è quella di avventurarsi nella musica dei Taxology.

La chitarra acustica apre Azadirachta Excelsa, e il tutto si trasforma in un gioco ritmico e misterioso. Certo, i Pink Floyd, ma non solo.

Mandragora Caulescens ci proietta nei sogni con la musica, che sì, pesca nello stagno dei Pink Floyd, ma riesce ad estrarre altri mondi…

In Aceranthus Sagittatus fanno capolino i Genesis, mentre 094 ha trame ritmiche e ricami musicali che spingono verso le profondità cosmiche. Michelia Aenea sa di David Gilmour poi mandolino, violino, piano e tastiere costruiscono un intreccio davvero bello, con accenni alla Morricone o comunque alle colonne sonore dei grandi decenni.

Flower no. 1 ha accenti black, funk di sostanza melodica che poi si dilata in uno spazio siderale dominato dalle tastiere. Seguono il no. 2 e il no. 3

Clara Lunaris mantiene l’atmosfera, art rock e psichedelia a braccetto; Daphne Mezereum si rifà ai Pink Floyd più tenebrosi con evidenti tracce di rock progressivo.

Dopo due ulteriori brani di grande complessità, l’album si chiude con Pieris Japonica, bel quadretto di musica descrittiva: un bel giro di chitarra, tastiere che evaporano, andamento estatico.

Che due uomini, due musicisti, così giovani siano capaci di offrire musica così articolata e di valore è una faccenda seria. Non so se questa aria sonora riuscirà a portarli concretamente da qualche parte. In attesa che il loro destino si compia, non posso che assistere, commosso, alla costruzione di questa musica contemporanea con decisi echi del passato che flirta con il futuro.

Giù il cappello per i Taxology.

Kawamura Genki “Se i gatti scomparissero dal mondo” (2020 Einaudi) – TTT¾

23 Ott

Einaudi, collana Super ET, 2020 – 176 pp. – Trad. Anna Specchio

C’è un libro che, da quando è entrato nel catalogo italiano, non molla mai le classifiche. Se i gatti scomparissero dal mondo (titolo originale: Sekai kara neko ga kieta nara) è il romanzo d’esordio di Genki Kawamura, pubblicato in Giappone nel 2012 e arrivato in Italia con Einaudi nel 2019 (rilegato, collana Supercoralli) e nel 2020 nella versione tascabile Super ET.

Un uomo qualunque, postino, scopre di avere un tumore al cervello e un solo giorno di vita. Un misterioso interlocutore – che lui chiama il Diavolo – gli offre un patto: può guadagnare tempo, ma a ogni giorno in più deve far sparire qualcosa dal mondo. I telefoni. Gli orologi. E i gatti. In sette capitoli, uno per ogni giorno, il protagonista è costretto a scegliere cosa sacrificare e a rendersi conto che il valore delle cose non si misura in funzionalità, ma in affetto.

La scrittura di Kawamura è essenziale, quasi minimalista, e proprio per questo colpisce. Il romanzo è una favola moderna sul tempo, sulla morte e su ciò che ci rende umani. Non è un libro “profondo” nel senso accademico del termine: è un libro che ti entra dentro, che ti fa piangere (in senso lato) senza preavviso e che si legge in un pomeriggio.

A livello globale il libro ha superato le 3 milioni di copie vendute ed è stato tradotto in 38 paesi. In Russia, da sola, la tiratura ha raggiunto quasi il milione di copie (dato agosto 2026). In Italia resta stabilmente in classifica da anni, un caso editoriale raro per la narrativa giapponese.

Kawamura, nato a Yokohama nel 1979, è anche produttore cinematografico (ha lavorato a Your Name. e a Monster di Kore-Eda) e nel 2017 ha fondato la casa di produzione Story Inc.

  • Nel 2022 Kawamura ha firmato la regia di A Hundred Flowers (adattamento del suo omonimo romanzo), con cui è diventato il primo regista giapponese a vincere la Conchiglia d’Argento per la Miglior Regia al Festival di San Sebastián.
  • Il suo nuovo romanzo, The Horse and I, un thriller fantastico su una donna che ruba milioni di yen per prendersi cura di un cavallo con cui crede di comunicare telepaticamente, uscirà a novembre 2026.

Un libro da regalare, da rileggere, da tenere in tasca.

PS: a pagina 124 vi è un errore: la frase “I gatti e gli esseri umani vivono insieme da decine di migliaia di anni” non è esatta.

Gli esseri umani e i gatti vivono insieme da circa 10.000 anni, forse anche qualcosa di più se consideriamo le prime forme di convivenza. La storia è affascinante, perché probabilmente non siamo stati noi, all’inizio, ad andare a cercare i gatti: sono stati loro ad avvicinarsi ai nostri villaggi. La coesistenza ebbe inizio nel Crescente Fertile, che si estende in Medio Oriente, a forma di mezzaluna, e comprende le zone tra i fiumi Tigri ed Eufrate e il bacino del Nilo. Oggi copre parti di Iraq, Siria, Libano, Giordania, Israele, Palestina, Egitto, nonché porzioni di Turchia e Iran.

È la regione in cui, circa 10.000 anni fa, si sviluppò per la prima volta l’agricoltura di sussistenza e, di conseguenza, le prime città e civiltà (Mesopotamia, Antico Egitto).

L'apparition des villages : l’exemple de Çatal Hüyük | Lelivrescolaire.fr

Circa 10.000–12.000 anni fa — Il primo incontro

Con la nascita dell’agricoltura e dei primi villaggi, i granai attirano i topi. I gatti selvatici, attratti dalle prede, cominciano ad avvicinarsi agli insediamenti umani. Per entrambi è un vantaggio: gli uomini proteggono le scorte e i felini trovano cibo in abbondanza.

Самый древний домашний кот

Circa 9.500 anni fa — Un legame speciale

A Cipro è stata trovata una sepoltura in cui un gatto era deposto vicino a un essere umano. È una delle testimonianze più antiche del rapporto stretto fra le nostre due specie. Non sappiamo esattamente quanto fosse addomesticato quel gatto, ma la vicinanza delle sepolture è significativa.

Cat eating fish under a chair - Egypt Museum

Circa 4.000 anni fa — L’Egitto dei gatti

Nell’antico Egitto i gatti diventano sempre più presenti nelle case e nella cultura religiosa. La dea Bastet, spesso raffigurata con sembianze feline, ne diventa uno dei simboli più importanti.

VI.12.2 Pompeii. September 2024. Original mosaic emblema found 1st December 1830 in ala 30 on east side of atrium. 
Now in Naples Archaeological Museum. Inventory number 9993.  Photo courtesy of Giuseppe Ciaramella.

Gli ultimi 2.000 anni — I gatti arrivano in Europa

Attraverso commerci e viaggi per mare, i gatti si diffondono sempre più nel Mediterraneo e in Europa, anche grazie ai Romani. Col tempo diventano compagni di vita nelle case, nelle fattorie e nei villaggi.

Il gatto non è mai stato addomesticato come un cane. Ha conservato molto della sua indipendenza, del suo istinto e del suo carattere selvatico. In un certo senso, dopo diecimila anni siamo riusciti a convincere un piccolo predatore a condividere la nostra casa, senza riuscire del tutto a convincerlo che siamo noi i padroni!

E forse è proprio questo il bello del rapporto con loro: ci fanno compagnia, ci cercano, si affezionano, ma continuano a essere profondamente sé stessi.

PS2: lo so, sono un cagacaxxo.

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https://www.lafeltrinelli.it/se-gatti-scomparissero-dal-mondo-libro-genki-kawamura/e/9788806245702

Descrizione

Cosa sei disposto a dare al Diavolo per poter vivere un giorno in piú? Attento: ciò che il Diavolo sceglierà di prendersi sparirà dal mondo, per tutti. I telefonini? Va bene. E i film, gli orologi… d’accordo, ma i gatti? Sei pronto a rinunciare ai gatti?

Il protagonista della nostra storia di lavoro fa il postino, mette in comunicazione tutti gli altri ma accanto a sé non ha nessuno. La sua unica compagnia è un gatto, Cavolo, con cui divide un piccolo appartamento. I giorni passano pigri e tutti uguali, fin quando quello che sembrava un fastidioso mal di testa si trasforma nell’annuncio di una malattia incurabile. Come passare la settimana che gli resta da vivere? Riesce a stento a compilare la lista delle dieci cose da provare prima di morire. Non resta nulla da fare, se non disperarsi: ma ecco che ci mette lo zampino il Diavolo in persona. E come ogni diavolo che si rispetti, anche quello della nostra storia propone un patto. Un giorno di piú di vita in cambio di qualcosa… Con la delicatezza di Sepúlveda e il gusto per il fantastico di Murakami, Kawamura Genki ha scritto una fiaba moderna per ricordarci quali sono le cose davvero importanti.

Qiu Xiaolong ”Processo a Shangai”. Le inchieste dell’ispettore Chen. Vol. 12” (Feltrinelli/Marsilio 2020-2021) – TTT¾

21 Ott

Scrivo in modo schietto e sincero senza curarmi di nulla (più o meno), questo è un blog personale miserello, mica la rivista Robinson de La Repubblica, — e allora permettetemi di dire che a volte leggere un noir cinese, con un Southern Comfort on the rocks in mano in mano e il gatto Honecker che mi ronza accanto, è un’esperienza che non ha nulla da invidiare a un disco di blues di Chicago ben suonato.

Processo a Shanghai è il dodicesimo capitolo delle inchieste dell’ispettore Chen Cao, e — sia chiaro — non è un thriller da poltrona con il sangue che schizza. È qualcos’altro, più sottile, più light and shade (per usare un’espressione cara alla nostra Rockstar preferita). Chen è un uomo disincantato, poetico, buongustaio, un uomo di Blues come noi — che si ritrova a indagare su delitti che sfiorano il sacro: giudici, poeti, la legge che dovrebbe essere la legge ma che in Cina è, a dire il vero in tutto il mondo, un’altra cosa. 

Il genio di Xiaolong sta nel gioco di specchi: il romanzo dentro il romanzo, il giudice Dee di van Gulik che risorge nelle pagine che Chen legge, e la Cina contemporanea che affiora in controluce — le telecamere ovunque, lo shuanggui (quella prigionia dorata che è tortura senza processo), l’inquinamento, il cibo contaminato. Non è un pamphlet, è un romanzo, e il fatto che il dissenso ci arrivi tra le righe lo rende molto più potente di qualsiasi denuncia esplicita.

Il ritmo è classico, senza scossoni, e a tratti il linguaggio risulta un po’ troppo inquadrato, ma se si supera questo aspetto (e si supera) la narrazione regge alla perfezione e premia. C’è molta amarezza, molto disincanto, e nello stesso tempo un flebile filo di speranza — come in un blues che non si arrende mai davvero. 

Si prova un piacere sottile a leggerlo. Non da avventure spettacolari, no — dalla consapevolezza di essere introdotti in un mondo che faremmo fatica a comprendere senza un intermediario. E Chen, con la sua lealtà ostinata alla verità, è l’intermediario perfetto. 

Va degustato, non divorato. Come i banchetti della Dama Repubblicana, fino all’ultima portata. 

Questo 12esimo capitolo introduce per Chen un cambio piuttosto drastico dal punto di vista professionale. Dodici romanzi di Qiu Xiaolong letti e ancora non mi sono stancato. Niente male.

Descrizione

https://www.lafeltrinelli.it/processo-a-shanghai-inchieste-dell-libro-xiaolong-qiu/e/9788829713004

Chen Cao, il leggendario ex ispettore capo della polizia di Shanghai, è stato promosso: il Partito lo ha nominato direttore del neonato Ufficio per la riforma del sistema giudiziario. La sua esperienza e la sua incorruttibilità sono una garanzia, ma l’importanza e il prestigio del nuovo incarico sono solo apparenti, perché in realtà lo scopo è di tenerlo lontano dai suoi “casi speciali”. Visto che Chen si trova in licenza di convalescenza, però, quale occasione migliore per dedicarsi al riposo e soprattutto alle letture? In fondo, i romanzi sul giudice Dee potrebbero rappresentare un diversivo corroborante. Le avventure dell’integerrimo magistrato-investigatore dell’antica dinastia Tang ridaranno un po’ di fiducia a un Chen sempre più stanco e disilluso? Intanto, Vecchio Cacciatore gli chiede aiuto in un caso del quale è stata incaricata l’agenzia investigativa per cui lavora: Min Lihua, affascinante cuoca-cortigiana che, approfittando dei banchetti al suo costosissimo ristorante, intesse relazioni con uomini di potere, è stata arrestata con l’accusa di omicidio. Nella sua “cucina privata” è stato trovato il cadavere di Qing, la sua giovane assistente, e un misterioso personaggio ha offerto una somma astronomica per provare la sua innocenza. Chen è ormai un ex investigatore, e deve assolutamente rimanere nell’ombra: ha capito che questa indagine rischia di minare la stabilità del “socialismo con caratteristiche cinesi”, perché implicitamente smaschera le contraddizioni di un sistema in cui il potere giudiziario è subordinato a quello del Partito. “Esiliato” in un resort di lusso, è sempre più sorvegliato e sempre più lontano da Shanghai, non solo fisicamente. Ma davvero non è più in grado di fare la differenza nel sistema? È forse arrivato il momento di cambiare rotta? Nonostante lo sconcerto e la rabbia, Chen è determinato a non arrendersi.

 

QIU XIAOLONG sul blog:

https://timtirelli.com/2026/08/22/qiu-xiaolong-lultimo-respiro-del-drago-le-inchieste-dellispettore-chen-vol-11-feltrinelli-marsilio-2017-2020-ttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2025/05/29/qiu-xiaolong-il-poliziotto-di-shanghai-le-inchieste-dellispettore-chen-vol-10-feltrinelli-marsilio-2016-2019-ttt/

https://timtirelli.com/2025/04/27/qiu-xiaolong-il-principe-rosso-feltrinelli-marsilio-2020-ttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2024/01/20/qiu-xiaolong-cyber-china-feltrinelli-marsilio-2017-ttt%c2%be/

https://timtirelli.com/2023/03/15/qiu-xiaolong-le-lacrime-del-lago-tai-feltrinelli-marsilio-2021-ttt%c2%be/

https://timtirelli.com/2021/03/27/qiu-xiaolongla-ragazza-che-danzava-per-maofeltrinelli-marsilio-2019-ttt%c2%be/

https://timtirelli.com/2020/09/16/qiu-xiaolong-di-seta-e-di-sangue-feltrinelli-marsilio-2019-tttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2020/06/03/qiu-xiaolong-ratti-rossi-feltrinelli-marsilio-2019-tttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2020/02/09/qiu-xiaolong-quando-il-rosso-e-il-nero-feltrinelli-marsilio-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2019/04/08/qiu-xiaolong-visto-per-shanghai-feltrinelli-marsilio-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2018/11/06/qiu-xiaolong-la-misteriosa-morte-della-compagna-guan-feltrinelli-2018-tttt/

Un gatto di nome Gelsomino

14 Ott

3 gennaio 2026, mattino. Io e lei stiamo tornando a casa dopo una camminata. È una giornata fredda e piovigginosa, la stradina lunga e tortuosa è ormai giunta in zona Domus Saurea quando notiamo, nel cortile di un vicino, un gatto semi randagio. È fermo sotto la pioggia, lo sguardo fiero ma rassegnato, appare magro, molto magro.

Non restiamo indifferenti. Prepariamo del cibo in una ciotola, torniamo da lui e gliela mostriamo, cerchiamo di fargli capire che siamo lì per aiutarlo. Lasciamo la ciotola e ci allontaniamo. Si fionda sul cibo, finisce tutto e poi torna ai suoi Blues. Non si lascia avvicinare.

Nel primo pomeriggio torniamo a cercarlo. Ci vede, gli mostriamo la ciotola e lui ci segue quasi fino alla Domus. Finisce il cibo e riprende il suo sentiero. Prima di sera la scena si ripete.

Il giorno seguente scendiamo e scandiamo il suo nome (nel frattempo lo abbiamo ribattezzato Gelsomino). Arriva nel cortile. Sulla terrazza ci sono gli altri due randagi che da un anno fanno riferimento a noi, Aroldo e Poldo Sbaffini. Stanno mangiando nelle loro ciotole. Gelsomino sale le scale guardingo, si avvicina a quella di Aroldo, randagio e maschio alfa, ringhia e gli ruba il cibo. Rimaniamo basiti: Gelsomino è un terzo di Aroldo in termini di peso e stazza.

Il giorno successivo si arrischia a entrare in casa. Capisce che qui troverà un rifugio sicuro. Lei non si fa pregare: amante degli animali com’è, lo adotta all’istante.

Corriamo dal veterinario. Gelsomino, che evidentemente è un gatto senior, pesa 2,8 kg, ha la FIV (l’AIDS dei gatti) ed è quasi in ipotermia.

Inizia la fase di recupero.

Gelsomino e l’umana che lo sta salvando – gennaio 2026 – foto Tim Tirelli

Per il momento Gelsomino vive nello studiolo. Gli altri nostri tre gatti, Ragnatela, Minnie e Honecker, devono abituarsi alla sua presenza.

Il gatto Gelsomino e la sua Tutor – Domus Saurea gennaio 2026

In poche settimane Gelsomino passa da 2,8 a 4,5 kg. Non sarà mai un gatto in salute: la FIV lo costringe a fare i conti con infiammazioni, infezioni e tutto il resto, ma la sua vita cambia radicalmente. Adesso ha un tetto sicuro e un’umana a cui fare riferimento continuo.

Gelso vede cambiare la sua prospettiva, la Domus diventa il suo territorio e, pur con tutti i problemi di salute, ne diventa uno strenuo difensore, scacciando cani e gatti che osano avventurarsi nei paraggi. Un gatto di taglia medio-piccola, ma decisamente alfa. Mai vista una cosa del genere.

Dopo una vita passata ad arrangiarsi, a lottare e a soffrire, finalmente un po’ di serenità e felicità.

Gelsomino – Estate 2026 – Foto Saura T

La riconoscenza per la sua umana preferita la dimostra con un attaccamento fuori dal comune, soprattutto considerando il randagio allo sbaraglio che era.

Gelso e lo smart working – Estate 2026 – Foto Saura T
Gelso e lo smart working – settembre 2026 – Foto Saura T

Non mancano le frequenti visite dal veterinario e le conseguenti, notevoli spese, ma, come sappiamo, chi ama e adotta gli animali si prende il pacchetto completo.

Un paio di settimane fa Gelso accusa un malessere più netto. Gli esami mostrano un problema importante ai reni, una malattia ahimè comune nei gatti anziani. Nonostante dieci giorni di flebo, la situazione non migliora. Altri esami confermano un peggioramento ormai irreversibile. Sapevamo di essere arrivati alla fine, ma sono situazioni mai semplici da affrontare.

Stamattina presto mi alzo e lo vedo accovacciato su di lei. Sono entrambi sul divano, lei con gli occhi umidi che lo accarezza continuamente. Gelso respira a fatica, non si lamenta nemmeno più.

Corriamo dal veterinario. Non c’è più nulla da fare. Attraverso la cannula della flebo lo addormentano, accompagnandolo così nel suo ultimo viaggio. È tutto molto delicato e indolore per il piccolo Gelsomino.

Lo so che non ero io il tuo umano preferito, mio caro Gelsomino, ma hai mostrato anche a me la massima fiducia e, a modo tuo, amore. Sono sicuro che tu abbia compreso che questi tuoi ultimi dieci mesi sono stati i migliori della tua vita. Vederti vispo e, a tratti, scatenato mentre ti arrampicavi sugli alberi è stata una grande felicità per noi.

Ora riposi anche tu sotto i frassini della Domus, in quei prati che ti hanno visto felice nell’ultimissima parte della tua vita. Hai fatto parte anche tu di questa famiglia di umani e felini. Non ti dimenticheremo e ti ricorderemo sempre.

Lo sai come sono fatto: non c’è nessun ponte, nessun aldilà, ma la rosellina che nascerà nel posto dove riposi ci parlerà sempre di te.

Addio, Gelso. Abbiamo voluto tanto bene anche a te.

Gelsomino – Ottobre 2026. Foto TT

Howlin’ Wolf “The Real Folk Blues” (Chess 1965/ Chess Records 75th Anniversary Series 2026) – TTTT½

10 Ott

Partiamo dal nome. Chester Arthur Burnett, nato a White Station, Mississippi, nel 1910, non aveva certo bisogno di una spiegazione al suo nome d’arte: aveva una voce che da sola bastava a spiegarlo. “Howlin’ Wolf” non è un nickname da rockstar da tabloid, è una descrizione. Un uomo di quasi due metri che urlava dal Delta con una ferocia che faceva tremare i vetri dei juke joint, e che poi, trasferitosi a Chicago nel ’53, trasformò quel ruggito acustico in un suono elettrico, urbano, spietato. Con la Chess.

Sam Phillips lo registrò a Memphis nel ’51 — “Moanin’ at Midnight”, “How Many More Years” — e fu abbastanza onesto da dire, fino alla fine dei suoi giorni, che Wolf era l’artista più profondo con cui avesse mai lavorato. Ma fu la Chess a vincere la guerra contrattuale e a traghettarlo sulla costa dei Grandi Laghi, dove Wolf si costruì una seconda vita tra i club del South Side e gli studi di Michigan Avenue.

The Real Folk Blues (originale 1965, Chess LP-1502) non è un album in senso stretto: è una raccolta di singoli registrati tra il 1956 e il 1965, curata da Marshall Chess in un momento in cui la British Invasion aveva trasformato il blues in un oggetto di culto per un pubblico che fino a pochi anni prima non sapeva nemmeno dove si trovasse il Delta. Dodici tracce, circa trentadue minuti, e un solo obiettivo: mostrare il Wolf elettrico nella sua forma più concentrata. “Killing Floor” (che i Led Zeppelin trasformarono in “The Lemon Song” senza chiedere il permesso a nessuno), “Sittin’ on Top of the World”, “Poor Boy”, “Nature” — un catalogo compatto e letale.

La ristampa del 2026 arriva nella serie Chess 75th Anniversary / Acoustic Sounds, dedicata a celebrare i settantacinque anni dell’etichetta con ristampe versione audiophile. Vinile da 180 grammi stampato da Quality Record Pressings, mastering di Matt Lutthans al The Mastering Lab, formato mono, copertina fedele all’originale. Catalogo ACHE-39990, etichetta Chess/Interscope.

Un dettaglio che merita una menzione: nonostante il claim ufficiale di “remastering dai nastri analogici originali”, almeno un recensore attento su Discogs ha notato che il mastering sembra provenire da una sorgente digitale. Il suono è comunque ottimo, e per chi non ha mai avuto questo long playing tra le mani, è un’occasione per averlo in una veste che non sfigura accanto all’originale.

Il prezzo dell’ellepì è piuttosto alto, ma ormai è una consuetudine per i nuovi vinili (ristampe incluse): in Italia è disponibile da Feltrinelli a 49,19 € (prezzo barrato 54,66 €, quindi con uno sconto del 10% già applicato). Etichetta indicata: Verve, disponibile dal 22 maggio 2026.

Come riferimento, il prezzo di listino USA è $38,98 (Chess Records Official Store / Acoustic Sounds). Per chi segue il Chicago blues — e chi scrive lo segue con la testardaggine di chi non si arrende — è il tipo di ristampa che si compra nonostante il prezzo, non solo per il packaging, ma per le dodici canzoni.

Killing Floor (1965) è un blues veloce di due minuti e quarantotto secondi in cui Hubert Sumlin ti pianta il riff in testa come un chiodo e non te lo toglie più. Il titolo fa riferimento al luogo dove gli animali venivano macellati, e il “pavimento della macellazione” — espressione che Skip James aveva già intitolato a una sua ballata del ’31, Hard Time Killing Floor Blues, dove il macello era la Depressione stessa — qui diventa, per le parole dello stesso Sumlin, la metafora di una donna che ti tiene a terra e ci pesta sopra. Il resto lo fa la voce di Wolf, che in questo caso non urla: ringhia. I Led Zeppelin ne fecero The Lemon Song nel ’69, e ci volle una causa — risolta con un accordo extra-tribunale — perché il nome di Chester Burnett comparisse finalmente nei crediti. Jimi Hendrix stesso ne fece una versione leggendaria. Il riff, e dunque la canzone, è diventato di diritto uno degli esempi di blues più profondi e ricchi di tensione. Uno dei momenti più alti di questa musica.

Louise (1965) è un blues tipico ma questo non toglie nulla all’intensità in esso contenuta. HW la canta con la consueta presenza interiore e Hubert Sumlin la suona da par suo.

Una gran bella armonica apre Poor Boy (1958), blues che in pratica mette nero su bianco il sentimento che HW provò per tutta la vita. Fu buttato fuori di casa a dieci anni da una madre instabile a causa di un fervore religioso ingombrante. In pieno inverno, in piena campagna, arrivò a piedi alla casa di uno zio distante diverse miglia, dove restò per circa tre-quattro anni. Non fu un periodo piacevole: lo zio lo faceva lavorare come uno schiavo e lo picchiava costantemente. A tredici anni — ripeto, tredici anni — Chester Arthur Burnett decise che ne aveva avuto abbastanza, lasciò la casa dello zio e camminò fino a trovare il padre, nel Delta. E lì, finalmente, iniziò a vivere. E questo, mie cari, è il senso del Blues, con la B maiuscola.

Insomma, “sono un povero diavolo lontano da casa ma qualunque cosa facciano gli altri, il mondo non può farmi del male”. Autoconsapevolezza e cazzimma.

I’m a poor boy, I’m a long way from home
I’m a poor boy, I’m a long way from home
What the others do, the world can’t do me no harm
I’m a poor boy, a long way from home
Babe I can’t stay here long, babe I can’t stay here long
What the others do, the world can’t do me no harm
I’m a poor boy, I’m a long way from home
Well my, baby’s dead and gone
Well my, baby’s dead and gone
Well, well, well, well I’m a long way from home
I’m a poor boy, I’m a long way from home
And the world, can’t do me no harm
And the world, can’t do me no harm
Oh, no no no no, I’m a long way from home
World can’t do me no harm
World can’t do me no harm
World can’t do me no harm

Sittin’ On Top of the World è un altro esempio di autodeterminazione. Lei se ne è andata, io ho lavorato tutto l’estate e tutto l’autunno, ho passato il natale in tuta da lavoro, adesso me ne andrò su un treno merci. Lei se ne è andata e il lavoro è diventato durissimo, ma non mi importa, perché sono in cima al mondo.

Con una determinazione del genere si sopravvive a qualunque intemperia. Da notare anche il sound incredibile delle registrazioni: palpitante, chiaro, vero. Una meraviglia. La Chess Records, patrimonio dell’umanità. 

One summer day
She went away
She gone an left me
She gone to stay
But now she gone
An’ I don’t worry
‘Cause I’m sittin’ on top of the world

Worked all the summer
And worked all the fall
I had to take my Christmas
In my overalls
But now she’s gone
An’ I don’t worry
Because I’m sittin’ on top of the world

Goin’ down to the freight yard
Just to meet a freight train
I’m gon’ leave this town
Work done got hard
But now she’s gone
And I don’t worry
Because I’m sittin’ on top of the world

Assai famosa (e straordinaria) la versione che ne fecero i Cream nel 1968.

Nature è un blues insistente e pulsante, con l’armonica di Wolf che fa da protagonista in modo quasi selvaggio. Non è cupo come Killing Floor, ma più sciolto e con un’energia diversa.

My Country Sugar Mama ricalca i canoni tradizionali. È un Chicago blues shuffle costruito su un tema che risale al 1934 (Yank Rachell, Sugar Farm Blues), ripreso da Tampa Red e Sonny Boy Williamson I nel ’37. Il testo mescola elementi di tutte e tre le versioni. Un blues di famiglia dunque, con una genealogia precisa che va indietro di trent’anni.

Tail Dragger (1964) e Three Hundred Pounds of Joy (1963) sono entrambe di Willie Dixon, e in entrambe il basso è il motore — qui suonato da Jerome Arnold, non da Dixon in persona. La prima si trascina con ostinazione: il riff di basso è un trascinamento letterale, e il titolo — che in aeronautica indica l’impennatura di un biplano che trascina la coda a terra — indica che qui è la donna che ti tiene a terra e non ti lascia volare. La seconda è più spensierata, quasi buffa: trecento libbre di gioia, una donna grande e bella che Wolf non nasconde ma sbandiera. È il Dixon che scrive per far ridere, non per far male.

Essendo un appassionato lettore dei grandi romanzi del compianto Greg Iles sono legato in modo particolare a Natchez Burnin‘ (1956). Si parla ovviamente dell’incendio divampato al Rhythm Club del 23 aprile 1940 nella cittadina di Natchez, Mississippi, dove rimasero uccisi 209 afroamericani.

Il Rhythm Club di Natchez non era un nightclub in senso stretto: era un ex garage per auto rivestito di lamiera ondulata, sulla St. Catherine Street, con un’unica porta d’uscita e ventuno delle ventiquattro finestre inchiodate da fuori. Il 23 aprile 1940, poco dopo le undici di sera, circa settecento persone — per lo più giovani, età media ventiquattro anni — erano dentro a ballare al suono di Walter Barnes and His Royal Creolians, orchestra jazz di Chicago. Si ritiene che una sigaretta o un fiammifero, abbandonati vicino al banco degli hamburger, abbiano appiccato il fuoco su una massa di muschio spagnolo secco che il proprietario aveva appeso alle travi come decorazione, trattata con un insetticida a base di petrolio. Il muschio prese fuoco in un istante e, spinto dalle ventole del soffitto, percorse la lunghezza del locale in pochi secondi.

Il risultato: 209 morti, oltre duecento feriti. Tutti neri. Barnes e nove dei dodici musicisti della sua band compresi. I soccorritori trovarono corpi impilati contro la porta d’uscita. Il Chicago Defender — il principale giornale afroamericano dell’epoca — raccontò che al funerale di Barnes presero parte quindicimila persone.

Il dettaglio che fa male, oltre a tutto il resto: quando il fuoco scoppiò, Barnes continuò a far suonare la band — Marie, una slow swing di Irving Berlin — per cercare di calmare la folla. L’orchestra non la finì mai. Il tetto crollò sul palco.

La città di Natchez aveva un codice antincendio nel 1940. Semplicemente non lo applicava al quartiere nero.

Pur non essendo un blues in minore, dunque non ha un’atmosfera triste, il pezzo parla esplicitamente dell’incendio e delle vittime. Nel finale però vi è un lamento sussurrato che la dice lunga.

Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town
Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town

Those buildings got to burning, there’s my baby layin’on the ground
Charlotte Jones was there, Luiza was there
Rosie Mae was there, Louise was there

Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town
I stood back, was lookin’, and the old building come tumble down

Built For Comfort (1963) è il terzo brano scritto da Willie Dixon. Di nuovo un Dixon che non morde: un slow blues sensuale, languido, con il basso di Jerome Arnold che trascina. Ne fecero una buona versione gli UFO nel ’74, su Phenomenon, con Schenker alla chitarra e Mogg alla voce: elettrica, con il basso di Pete Way che fa da spina dorsale. Non è la cover più celebre di Dixon ma è una di quelle che suonano come se la canzone fosse stata scritta per loro.

Ooh Baby, Hold Me (1965) ha un andamento non dissimile da Killing Floor, tuttavia vive di vita propria. Uno scatenato momento dedicato all’attrazione per una donna, il tutto reso con esplicita vivacità e virilità. I Fleetwood Mac di Peter Green la suonarono dal vivo al Blues Jam at Chess nel ’69, accreditandola correttamente a Howlin’ Wolf. A mio parere Long Grey Mare — brano originale di Peter Green, contenuto nell’album d’esordio del ’68 dei PG’s FM — ha una forte similitudine con Ooh Baby, Hold Me

Tell Me What I’ve Done (1965) chiude l’album in modo ortodosso.

The Real Folk Blues è alla fin fine un ottimo estratto di musica del grande Howlin’ Wolf. La ristampa è pregevole, le registrazioni furono fatte a regola d’arte per l’epoca, e Howlin’ Wolf ci mise — come d’altra parte capitò sempre — tutto se stesso.

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Songlist

Side A

#TitoloDurataAutore
A1Killing Floor2:48Chester Burnett
A2Louise2:42Chester Burnett
A3Poor Boy2:32Chester Burnett
A4Sittin’ On Top Of The World2:30Chester Burnett
A5Nature2:45Chester Burnett
A6My Country Sugar Mama2:34Chester Burnett

Side B

#TitoloDurataAutore
B1Tail Dragger2:56Willie Dixon
B2Three Hundred Pounds Of Joy2:59Willie Dixon
B3Natchez Burnin’2:10Chester Burnett
B4Built For Comfort2:30Willie Dixon
B5Ooh Baby, Hold Me2:35Chester Burnett
B6Tell Me What I’ve Done2:47Chester Burnett

Registrati tra il 1956 e il 1965.

Musicisti

StrumentoMusicistaTracce
Voce, armonica, chitarraHowlin’ Wolftutte / 3–5 / 7
Sax tenoreJ.T. Brown7, 8, 10
Sax tenoreAdolph ‘Billy’ Duncan5
Sax tenoreArnold Rogers1, 2, 6
Sax tenoreEddie Shaw11, 12
Sax baritonoDonald Hankins8, 10
PianoJohnny Jones1, 2, 6, 7
PianoHosea Lee Kennard3–5, 9
PianoLafayette Leake8, 10
PianoOtis Spann9
PianoLee Eggleston11, 12
ChitarraHubert Sumlin1–4, 6–8, 10–12
ChitarraWillie Johnson5, 9
ChitarraOtis “Big Smokey” Smothers5, 9
ChitarraBuddy Guy8, 10–12
BassoAndrew Palmer1, 2, 6
BassoAlfred Elkins3, 4
BassoWillie Dixon5, 9
BassoJerome Arnold7, 8, 10
BassoAndrew “Blueblood” McMahon(n.d.)
BatteriaJunior Blackmon1, 2, 6, 7
BatteriaEarl Phillips3–5, 9
BatteriaSam Lay8, 10–12

Produttore: Marshall Chess.

Dati tecnici della ristampa 2026

SerieChess Records 75th Anniversary / Acoustic Sounds
FormatoLP mono, 180 g
PressaturaQuality Record Pressings
MasteringMatt Lutthans, The Mastering Lab (da sorgente digitale)
CopertinaGatefold con tip-on jacket, fedele all’originale
Liner notesWillie Dixon
CatalogoACHE-39990
EtichettaChess / Interscope
Uscita22 maggio 2026

Aerosmith – Aerosmith (Legendary Expanded Edition 2026) (1973) (Capitol Records / Universal Music Enterprises) – TTTT

3 Ott

Quando gli Aerosmith pubblicano il loro primo album, il 5 gennaio 1973, sono ancora una giovane band di Boston che si è fatta le ossa suonando dal vivo. Il disco è stato registrato nell’ottobre del 1972 agli Intermedia Studios di Boston e fotografa un gruppo ancora lontano dalle grandi arene e dalla dimensione gigantesca che avrebbe raggiunto qualche anno dopo.

Eppure dentro quei solchi c’è già parecchio di quello che servirà agli Aerosmith per diventare gli Aerosmith: il blues, il rock’n’roll, i riff di Joe Perry, la sezione ritmica di Tom Hamilton e Joey Kramer, la chitarra di Brad Whitford e soprattutto la voce inconfondibile di Steven Tyler.

Make It, Somebody, Dream On, One Way Street, Mama Kin, Write Me A Letter, Movin’ Out e Walkin’ the Dog sono gli otto pezzi del disco originale. Un album ancora ruvido, diretto, senza particolari fronzoli, nel quale gli Aerosmith sembrano avere già capito che il loro territorio naturale è quello dove il blues incontra il rock duro.

E poi c’è Dream On. All’epoca non è ancora il classico assoluto che conosciamo oggi: il successo arriverà lentamente, soprattutto dopo la nuova spinta ricevuta nel 1975, quando il brano salirà fino alla Top 10 statunitense. È una delle grandi storie di lenta combustione del rock: un pezzo che impiega tempo a trovare il proprio pubblico e che finirà per diventare uno dei simboli della band.

La Legendary Expanded Edition 2026 permette di tornare proprio a quei giorni. Il primo CD presenta l’album originale nella rimasterizzazione 2024, mentre il secondo propone i nuovi 2024 Mix, realizzati a partire dai master originali e mixati da Zakk Cervini. Non è quindi semplicemente una ristampa del vecchio disco con un suono più brillante: abbiamo la possibilità di ascoltare le stesse otto canzoni attraverso due differenti approcci sonori.

Ma la parte che probabilmente interessa di più chi ama andare a scavare nella storia delle band è il terzo CD.

C’è infatti la registrazione del concerto al Paul’s Mall di Boston del 20 marzo 1973, quindi appena un paio di mesi dopo l’uscita dell’album. E qui gli Aerosmith sono una band ancora giovane, magari acerba tuttavia affamata e soprattutto più selvaggia rispetto alla versione in studio. La scaletta comprende Make It, One Way Street, Somebody, Write Me a Letter, I Ain’t Got You, Mother Popcorn, Movin’ Out, Walkin’ the Dog, Train Kept A Rollin’ e Mama Kin.

Il documento live è interessante proprio per questo: ci presenta una band da club che sta cercando la propria strada davanti a un pubblico relativamente piccolo. E in mezzo alle composizioni originali spuntano anche I Ain’t Got You, Mother Popcorn e Train Kept A Rollin’, pezzi che raccontano bene il retroterra blues, soul, funk e rock’n’roll dal quale la band proviene.

A completare il quadro ci sono cinque tracce bonus: una session take di Train Kept A Rollin’, una prova e una versione alternativa di Make It, una versione alternativa di Write Me A Letter, la curiosa Harmonica Bass Jam Jelly e Joined At The Hip (Aerojam). Materiale che permette di sbirciare dentro il laboratorio della band, prima che la storia degli Aerosmith prendesse definitivamente il volo.

Insomma, più che una semplice celebrazione di un disco ormai entrato nella storia, questa edizione allarga la fotografia. Da una parte ci sono gli Aerosmith immortalati sul loro primo album, dall’altra quelli che pochi mesi dopo salgono sul palco del Paul’s Mall e suonano come se il futuro fosse già lì davanti a loro.

E forse la cosa più bella è proprio questa: nel 1973 non erano ancora gli Aerosmith che tutti conosciamo. Stavano diventando gli Aerosmith.

Questa ristampa sembra aver portato l’album al #22 della Billboard Top Album Sales, classifica USA, primo ingresso in classifica dopo oltre 50 anni. Nel 1973 arrivò al 166esimo posto mentre nel 1976, quando tornò in classifica sospinto dal successo del gruppo e degli album successivi, toccò la 21esima posizione. Ad oggi negli USA il primo degli Aerosmith ha venduto 2.000.000 di copie diventando quindi doppio disco di platino.

Anni fa, parlando col mio amico Athos a proposito di gruppi e dei loro relativi album usciti nella prima metà degli anni settanta, mi confessava che spesso la sua prima impressione era: “ma cavolo, come si faceva a fare ‘sta roba visto che c’erano già da tempo i Led Zeppelin?”. Da giovinetto anche io sono stato preda di questa riflessione, tuttavia, per quanto acerbo e inesperto potessi essere, poi mi rendevo conto che ogni gruppo aveva il suo perché, la sua storia, le sue sfumature. Certo, se facevi un certo tipo di Rock negli anni settanta e non eri un gruppo tecnicamente stratosferico come i grandi gruppi Rock già esistenti, potevi sembrare superfluo; ma appunto, se avevi cose da dire, un tuo modo di porrti e la tua visione, il tuo posto nel mondo del Rock lo avresti trovato.

Io scoprii il gruppo nella seconda metà degli anni settanta, periodo fecondo per il sottoscritto: ogni nuovo gruppo e nuovo album che scovavo mi portava a varcare nuovi mondi, e quando sei un adolescente quei nuovi mondi fanno di te l’uomo che saresti diventato, nel bene e nel male. Live Bootleg, Night Ruts, Toys in the Attic, Rocks (qui mi sento svenire), Get Your Wings. Album per cui ho graffiti fisici sul corpo. Il primo l’ho sempre considerato minore, per indole — al di là dell’ammirazione per l’energia giovanile — ho quasi sempre preferito album più definiti, più articolati, più obliqui. Questo nuovo mix però me lo fa vedere in una luce diversa.

L’album è un misto di influenze, tra cui quelle degli Yardbirds e dei Rolling Stones. Quelle relative ai Led Zeppelin si manifestano meglio negli album successivi.

Il nuovo mix mi pare funzioni: c’è più dinamismo, più impatto sonoro (e non è sempre un bene), più chiarezza. Ho scritto più volte su questo blog che andare a rimixare vecchi capolavori del Rock è un po’ come correggere la Gioconda con Photoshop (come dice il mio amico Mr Pike). Ciononostante, da qualche tempo — se fatti unicamente per migliorare l’ascolto e non per stravolgere il tutto per rendere la musica al passo con i tempi — devo ammettere che inizio ad apprezzarli. Come si cambia!

Anche in questo caso approfitto di questa nuova ristampa per scrivere due cosette su questo album.

Make It è un ottimo numero d’entrata: rock puro, approccio centrato, grande impatto. Il nuovo mix aiuta, chitarre più nitide, sezione ritmica più efficace, voce cazzuta che di lì a poco sarebbe diventata una meraviglia. Cinque ragazzi del nord-est degli USA con in testa un solo concetto: “farcela”!

Somebody è costruita su un formato più comune, le influenze dei Rolling Stones sono evidenti, rock and roll che si insinua comunque dentro di te, musica senza compromessi. Buone chitarre e Tyler alla riscossa.

Dream On è poi diventata, negli anni, un classico degli Aerosmith. Il nuovo mix dà enfasi al mellotron e in generale una maggiore trasparenza. Chiamare Dream On semplicemente ballata sarebbe quasi riduttivo. È una canzone sospesa tra malinconia e desiderio, costruita su un pianoforte delicato che accompagna la voce ancora giovane ma già magnetica di Tyler, fino a quella progressiva esplosione finale in cui la sua voce diventa quasi un grido. È il sogno di un ragazzo che guarda avanti, ma sente già il peso del tempo che passa: “Dream until your dreams come true“. Dentro ci sono fragilità, ambizione, paura di invecchiare e voglia di lasciare qualcosa di sé. Una canzone che nel 1973 sembrava quasi fuori posto in mezzo al rock blues della band, e che invece finirà per diventare il loro primo, enorme classico.

In One Way Street si sentono di nuovo i Rolling Stones, ma il gruppo riesce a rimanere se stesso. Rock blues imbevuto di Rhythm & Blues. Il timbro di Tyler, la grinta del gruppo, gli assoli di chitarra.

Mama Kin, scritta da Tyler (in pratica l’unico compositore del gruppo a quel punto), è la sua idea di una forza spirituale che spinge a creare e a godersi la vita: keep in touch with Mama Kin significa non perdere di vista quello che ti fa andare avanti. Uno dei pezzi che hanno firmato il destino della band, rock che va dritto al punto. Tyler alla voce è di nuovo fantastico. A dare la sfumatura da musica nera c’è anche il sassofono di David Woodford. L’unica cosa che non mi ha mai convinto del tutto è il tempo di Kramer.

Write Me A Letter è un rock and roll più ordinario; detto questo, occorre aggiungere che il nuovo mix gli dà nuova linfa e nuovo valore. Ascoltata in cuffia, acquisisce forza. Tyler risalta, ma non è una novità.

Movin’ Out è la prima canzone scritta da Tyler insieme a Perry e di fatto la prima canzone “di gruppo”. Introduzione blues, voce e chitarra, sviluppo da gruppo che sta crescendo. Rock in senso stretto, aperture che spingono oltre le porte del cosmo, qualche ingenuità, ma questo è bona fide Rock.

Walkin’ The Dog di Rufus Thomas chiude l’album. Vibrazione funk e rock a voltaggio alto. Il flauto (dovrebbe essere Tyler a suonarlo) però ridisegna i contorni. Un finale degno di nota.

Copertina – Foto frontale: Robert Agriopoulos, design: Ed Lee e Hiroshi Morishima, lettering: Joyce McGregor. Niente di straordinario: la prima stampa ne riporta una versione piuttosto modesta, la ristampa di metà anni settanta la modifica, la riedizione del 1993 torna all’originale per poi arrivare a quella di questo cofanetto.

Paul’s Mall Live Performance March 20, 1973

Il Paul’s Mall era un club di Boylston Street, Boston: jazz, blues, rock. Ci hanno suonato, tra gli altri, Miles Davis, John Coltrane, Weather Report, BB King, Muddy Waters, Chuck Berry, Little Richard, Bob Marley, Bruce Springsteen, Tom Petty & The Heartbreakers, Linda Ronstadt, Billy Joel, Patti Smith Group, Jerry Garcia, Little Feat, Randy Newman. E il 20 marzo 1973 ci suonarono gli Aerosmith, settimane dopo l’uscita del primo album, quando era ancora una band di strada che stava cercando di trasformare il calore dei club in qualcosa di più grande.

Il Paul’s Mall aveva una capienza di circa 245 posti, mentre il Jazz Workshop accanto ne teneva circa 170. Era un locale sotterraneo (seminterrato del Cinema 733) con un palco abbastanza grande da ospitare anche formazioni numerose — proprio per questo le big band come quella di Miles Davis suonavano al Mall, non al Workshop.

Per confronto: la Symphony Hall di Boston ne teneva 2.400. Fu proprio questa differenza di scala a condannare i due club (il Paul’s Mall chiuse nel 1978): le star del jazz chiedevano cachet da grande sala, ma in una sala da 245 posti non si poteva incassare abbastanza per coprire i costi.

La registrazione viene da un nastro quarter-inch a due tracce, originale, recuperato per questa edizione. È la trasmissione live di WBCN-FM, con l’introduzione di Maxanne Sartori, la dj locale che in pratica ha contribuito a lanciarli. Per decenni questo disco è girato in versione bootleg (con date confuse; la data si pensava fosse quella del 23 aprile 1973), e due brani — I Ain’t Got You e Mother Popcorn — erano già comparsi su Live! Bootleg, il doppio live ufficiale uscito nel 1978. Ora finalmente abbiamo la registrazione autorizzata, e sappiamo qual’è la data corretta.

Undici brani, gli Aero pronti con Make It poi One Way Street, Somebody, Write Me A Letter, e le cover: I Ain’t Got You di Jimmy Reed, Mother Popcorn di James Brown, Movin’ Out, Walkin’ The Dog di Rufus Thomas, Train Kept A Rollin’. Chiudono con Mama Kin.

Assente Dream On. Non l’hanno mai suonata in quel periodo — non era ancora “il loro” pezzo, era solo il singolo.

Tyler prima di Movin’ Out dice: “It’s dedicated to our landlord.“

Dopo due brani di riscaldamento, Make It e One Way Street, con Somebody il gruppo mette in scena tutta la propria carica.

Una gran versione di Write Me A Letter mantiene la temperatura elevata e poco dopo è il momento di I Ain’t Got You di Jimmy Reed, ’55.


Il concetto è semplice e brutale: ho una Cadillac, un conto in banca, donne a destra e a sinistra — ma non ho te. Tyler la prende e la fa sua. Nel ’73 è la prova che questi ragazzi non suonavano solo rock, anche il blues era parte di loro. L’adattamento degli Aerosmith è riuscitissimo, un gruppetto di giovinastri che non fa prigionieri, su tutti quel gran figo di Tyler, ma pure la band non scherza. Lavoro di armonica sfavillante di Tyler, sezione ritmica compatta, assolo di Whitford preciso e al punto, assolo di Perry squisitamente Rock. Per quanto mi riguarda uno dei punti di massima espressione del gruppo.

Il brano non chiude, semplicemente si tuffa in Mother Popcorn di James Brown, ’68. Il titolo è un eufemismo funk per una donna che fa la puttana di mestiere — “mother” è la regina, “popcorn” è il modo in cui “esplode” con tutti. Brown la cantava in preda all’estasi sessuale e del funk imponente e con un groove impossibile da replicare.

Decidere di portare in scena un pezzo del genere con una band da musicisti ancora un po’ acerbi è una mossa spericolata, eppure la band porta a casa il risultato brillantemente, grazie anche a un Tyler stratosferico. Sul palco anche un musicista ospite, il sassofonista David Woodford. I ragazzi la fanno loro, l’assolo di Joe Perry funziona bene mentre il resto dei ragazzi mantiene l’andamento adeguato. Mr Tallarico qui è davvero entusiasmante, sul finale, al minuto 7:30 circa, con la band che si ferma, solo con la sua voce riesce a stregare tutti, roba da magia nera… See, you got to have a mother for me… see, you got to have a mother for me… see I ain’t got you… see I ain’t got you… Blues, soul, funk, sesso sfrenato, roba da far accapponare la pelle. Nel ’73 è la prova che il loro repertorio non era solo “rock da garage”: osavano pure con il funk strappamutande.

Dopo un paio di momenti così bollenti sembra difficile continuare, ed invece arriva Movin’ Out e pur cambiando in qualche modo atmosfera, gli Aerosmith rimangono saldissimi e sul pezzo. In Walkin’ The Dog è di nuovo presente il sax, niente di male ma temo sbilanci un poco la gradazione Rock della versione degli Aerosmith.

Train Kept A Rollin’ è di Tiny Bradshaw, ’51. Una boogie-woogie su un treno, una donna, un amore, o un’infatuazione, che sboccia.

Johnny Burnette l’ha fatta rockabilly nel ’56. Gli Yardbirds l’hanno fatta hard rock nel ’65, con Jeff Beck che ha ridefinito il suono della chitarra elettrica. E gli Aerosmith, a loro volta, l’hanno fatta loro.

È il pezzo che Tyler, Perry e Hamilton conoscevano già suonare prima di formare la band. Non è una cover scelta in studio: è uno dei pezzi che hanno suonato insieme e che li hanno tenuti uniti nei club di Boston per due anni prima che la Columbia li mettesse sotto contratto. Al Paul’s Mall è il penultimo brano in scaletta: la band ci arriva a tutto gas e ne dà una versione nera e al contempo molto rock, magari un pochino ingenua ma efficace. La versione da studio apparirà nel loro secondo album e diventerà un loro classico per decenni.

Si chiude con Mama Kin, anche qui con l’aiuto del sax. L’inizio non funziona del tutto, ma lo si deve all’innocenza dei primi anni; dalla prima strofa in poi inizia a scorrere come si deve.

Questa registrazione live è dunque essenziale per provare l’emozione di essere davanti agli Aerosmith degli inizi, magari ancora incerti qua e là ma cazzuti a sufficienza per diventare quello che poi sono diventati.

Bonus Tracks

Train Kept A Rollin’ (Session Take) – versione pulita ed accurata.

Make It (Rehearsal Take), Make It (Alternate Take), Write Me A Letter (Alternate Take) sono buone testimonianze del lavoro in studio. Le alternate take hanno ovviamente un sapore leggermente diverso.

Harmonica Bass Jam Jelly (Session Take) – duetto tra armonica e basso. Essendo un fan del modo in cui Tyler suona l’armonica trovo questo breve sketch divertente.

Joined At The Hip (Aerojam) invece mi piace proprio, pieno di idee, articolato e sorprendente. L’armonica di Tyler verrà presa come spunto per Hangman’s Jury del 1987, mentre uno dei riff diventerà il giro di raccordo tra le strofe (e il ritornello) di Sweet Emotion (Toys in the Attic, 1975). Per essere un jam in studio si fa certamente valere.

In definitiva un ottimo box set: il nuovo mix dà all’album originale nuova vita, il live al Paul’s Mall che finalmente vede la luce in maniera ufficiale è plusvalore puro e le outtakes da studio sono spezie che aiutano a rendere l’operazione vincente. Poi, certo, sono di parte, amo gli Aerosmith da sempre, ma il valore musicale di questa ristampa c’è.

È indubbio tuttavia che i costi — come ormai per tutte le cose — siano alti: in Italia il 3CD si aggira sui 35€, il 4LP sui 150€. Il 4LP+EP non è distribuito in Italia, solo D2C dallo store USA e costa più o meno 300€. Consiglio dunque la versione 3 CD. Pur amando i long playing e il gruppo, lasciamo gli irragionevoli prezzi per il vinile e per la versione con gadget a chi ha soldi da sperperare. Capisco le necessità del mercato in questo capitalismo estremo e scriteriato, ma la musica — quella vera — dovrebbe avere la precedenza e rimanere l’unica cosa che conta davvero.

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  • Legendary Collector’s Edition: 4LP + 12″ + hardcover book, poster, sticker sheets, slipmat, diorama
  • Legendary Deluxe Edition: 4LP + book (seemingly a softcover version of the hardcover)
  • Legendary Expanded Edition: 3CD in eight-panel card sleeve with booklet

CD 1 – “Aerosmith” Original Album Remastered 2024

  1. Make It
  2. Somebody
  3. Dream On
  4. One Way Street
  5. Mama Kin
  6. Write Me A Letter
  7. Movin’ Out
  8. Walkin’ The Dog

CD 2 – “Aerosmith” Original Album Remixed 2024

  1. Make It
  2. Somebody
  3. Dream On
  4. One Way Street
  5. Mama Kin
  6. Write Me A Letter
  7. Movin’ Out
  8. Walkin’ The Dog

CD 3 – Paul’s Mall Live Performance March 20, 1973 + Bonus Tracks

  1. Introduction
  2. Make It
  3. One Way Street
  4. Somebody
  5. Write Me A Letter
  6. I Ain’t Got You
  7. Mother Popcorn
  8. Movin’ Out
  9. Walkin’ The Dog
  10. Train Kept A Rollin’
  11. Mama Kin

Bonus Tracks

  1. Train Kept A Rollin’ (Session Take)
  2. Make It (Rehearsal Take)
  3. Make It (Alternate Take)
  4. Write Me A Letter (Alternate Take)
  5. Harmonica Bass Jam Jelly (Session Take)
  6. Joined At The Hip (Aerojam)

FORMAZIONE
Steven Tyler – voce, armonica
Joe Perry – chitarra
Brad Whitford – chitarra
Tom Hamilton – basso
Joey Kramer – batteria

  • David Woodford – saxophone on “Mama Kin”
  • Adrian Barber – production, engineering
  • Buddy Verga – production assistant
  • Caryl Wienstock – engineering
  • Bob Stoughton – assistant engineer

John Lee Hooker “The Real Folk Blues” (Chess 1966/ Chess Records 75th Anniversary Series 2026) – TTTT+

30 Set

John Lee Hooker (Nato nel 1917 — o forse nel 1912, come indicano i censimenti federali — nei pressi di Clarksdale, Mississippi – morto a Los Altos, California, 21 giugno 2001) nacque in una famiglia di mezzadri del Delta. La madre si risposò con Will Moore, chitarrista country-blues che gli insegnò le basi della chitarra e gli trasmise quel modo di suonare ipnotico, ostinato, su un solo accordo, che sarebbe diventato il suo marchio. Dopo Memphis e Cincinnati, nel 1943 arrivò a Detroit, dove lavorò in fabbrica di giorno e suonò di notte nei club. Il primo grande successo, Boogie Chillen (1948, Modern Records), lo proiettò nell’orbita nazionale. Da lì in poi, tra Vee-Jay, Riverside e altre etichette, costruì una carriera lunga più di cinquant’anni, con un suono che ha attraversato il blues, il rock e la cultura popolare senza mai davvero cambiare. Morì a ottantatré anni, a Los Altos.

Hooker iniziò dunque a far uscire 45 giri nel novembre del 1948 tramite varie piccole etichette specializzate, era quello il formato in voga allora, solo dal 1960 furono pubblicati interi LP, sempre attraverso varie etichette. The Real Folk Blues, fu il primo per la mitologica Chess Recors. Registrato nel maggio del 1966 a Chicago e pubblicato quello stesso anno. Fu il primo album di Hooker che acquistai …

La serie “Real Folk Blues” che Chess pubblicò a metà anni Sessanta era pensata come raccolta di singoli per i suoi artisti più noti. L’album di Hooker, uscito nel 1966 (LPS 1508), è l’eccezione: non è una compilation ma un disco registrato dal vivo in studio a Chicago, nel maggio 1966, con Eddie Burns alla chitarra, Lafayette Leake al piano e S.P. Leary alla batteria, nessun dato certo circa gli altri musicisti. Otto brani, circa trentasette minuti, in cui Hooker è al suo meglio: voce scura, chitarra che martella, e quel senso di tempo libero che non somiglia a nient’altro.

Questa ristampa del 19 giugno 2026, nella Chess 75th Anniversary Series in collaborazione con Acoustic Sounds, è l’ultima della collana a uscire. Il mastering è tutto analogico, curato da Matthew Lutthans al The Mastering Lab, e il vinile da 180 grammi è stampato da Quality Record Pressings. Copertina gatefold, rimasterizzato dai nastri originali. Per chi colleziona la serie o semplicemente ama il blues di Hooker in forma pura, è il disco forse più importante del lotto: gli altri sono in pratica raccolte, questo no.

Let’s Go Out Tonight è un blues frizzante e ritmato: corteggiare al chiaro di luna, voglia di fare l’amore con la ragazza con cui si sta passeggiando. Ha una atmosfera molto live, la chitarra tiene alla briglia il pezzo pur concedendosi alcune sbavature. Una seconda chitarra si aggiunge qua e là senza continuità. Voce ben presente e un po’ sopra le righe.

Peace Lovin’ Man è un blues più classico, lento ma con una buona spinta. Chitarre di nuovo poco precise, ma il senso del blues c’è tutto.

I’m a peace lovin’ man, I don’t want trouble
I’m a peace lovin’ man, I don’t want trouble, baby
I better go now, baby, I don’t want to get in trouble
All you try to do for me, to make it hard for me baby
I better go now, baby

I smell trouble baby, way up yonder, ahead of me
I better go now, baby
I smell trouble baby, way up yonder, ahead of me
I better go now, baby
I don’t want trouble, I don’t want trouble
I don’t want trouble, baby

Stella Mae è a tempo medio, non molto diversa dal brano precedente ma leggermente più allegro. Testo modesto. Brano che sembra più un riempitivo che altro.

I Put My Trust in You percorre di nuovo i soliti territori del blues; niente di male, sia chiaro, ma funzionano solo se c’è una forte tensione emotiva. Passione e padronanza del blues ci sono, ma pare più un blues dozzinale che altro.

I’m in the Mood è un classico, essendo una rilettura del singolo omonimo uscito nel 1951. Un bel blues ostinato, denso di quella tensione e di quel senso che ci si augura di provare quando si ascolta questa musica. Prova convincente e definitiva, versione che preferisco all’originale: più cavernosa e meglio definita. Questo è il blues baby. E sì, I’m in the mood for love.

You Know, I Know, pur non aggiungendo granché al disco, rimane un pezzo gradevole.

I’ll Never Trust Your Love Again si discosta dal resto per un bell’uso dell’organo, strumento che rende più respirabile questo buon blues scritto con il cuore infranto.

I know I’ll never, I’ll never be the same no more
Never never, be the same no more
You keep me worried and bothered baby, and troubled all the time
I’m gonna leave

One Bourbon, One Scotch, One Beer – Il brano è stato scritto da Rudy Toombs, prolifico autore della Aladdin Records, e pubblicato per la prima volta da Amos Milburn e i suoi Aladdin Chickenshackers nell’agosto 1953, con il titolo originale One Scotch, One Bourbon, One Beer. La sessione di registrazione è del 30 giugno 1953, a New York, all’ Audio-Video Recording; alla chitarra c’è Mickey Baker.

Fa parte di una serie di “drinking songs” che Milburn incise tra il 1950 e il 1954 — Bad, Bad Whiskey, Let Me Go Home, Whiskey, Good, Good Whiskey — tutte firmate da Toombs o da altri autori. La struttura è semplice: un uomo al bancone a fine serata, che ordina un altro giro per dimenticare che la ragazza se n’è andata, mentre il barista vorrebbe solo chiudere. Il ritornello — one scotch, one bourbon, one beer — è immediato e rimane in testa. Il singolo raggiunse il secondo posto nella classifica R&B di Billboard, restando in classifica per quattordici settimane.

La versione di John Lee Hooker, incisa a Chicago nel maggio 1966 appunto e uscita su The Real Folk Blues, cambia l’ordine del ritornello (bourbon prima, scotch dopo) e trasforma il brano in qualcosa di diverso: Hooker accorcia i versi, aggiunge un monologo parlato in cui guarda l’orologio a muro (sono le 10:30) prima di ordinare, e mette tutto su un boogie ipnotico, quasi meditativo. Il risultato è più lungo, più scuro, e più vicino a un racconto che a una canzone.

Poi, nel 1977, George Thorogood e i suoi Destroyers ne fecero un medley di oltre otto minuti con House Rent Boogie, sempre di Hooker, e lo portarono al pubblico rock. Da allora il pezzo vive in quelle tre versioni: Milburn per l’energia, Hooker per l’atmosfera, Thorogood per la velocità.

The Waterfront

Qui ripeto quello che scrissi nel maggio 2019 sempre qui sul blog.

I Cover The Waterfront può considerarsi uno standard jazz, fu scritta nel 1933 da Johnny Green e Edward Heyman e nel corso degli anni è stata interpretata da molti artisti.

Qui Luigi Fortebraccio la suona dal vivo a Copenhagen nel 1933 …

questa è invece la versione che Guglielmina Festa fece negli anni quaranta …

ma la trasposizione migliore a mio avviso è quella di John  Lee Hooker. Il Chess Studio di Chicago in quel maggio del 1966 doveva avere un’atmosfera particolare, perché il bluesman in questione pare ispiratissimo. Spoglia la canzone di ogni frivolezza, la rallenta e l’avvinghia a sé come raramente si è sentito fare. Hooker è indolente sulla chitarra, sembra un chitarrista alle prime armi, l’accordatura è discutibile, gli accordi non sempre rispettano in pieno la metrica e la melodia, tuttavia è una versione stratosferica, nera e ferma come le profondità del cosmo.

Il testo lo vuole lì sul fronte del porto, ad aspettare la sua piccola in arrivo con una nave. Quello che vede però sono altre navi che giungono al molo, e da cui scendono persone che stringono la mano ai loro cari. Dopo un po’ le persone e le altre navi lasciano il porto e lui rimane lì solo a fissare l’oceano. Finalmente, tra la nebbia, scorge un’ultima nave: è quella che porta la sua ragazza, che poco dopo gli dirà: “Johnny, la nostra nave ha avuto problemi con la nebbia, ed è per questo che siamo così in ritardo, nel tornare a casa.”

C’è un lieto fine, quindi, ma il mood del pezzo sembra snobbarlo, e ci lascia appesi all’immagine di un uomo solo al porto che fissa il nero del mare, mentre aspetta un amore che chissà mai se arriverà.

I cover the waterfront, watchin’ the ship go by
I could see, everybody’s baby, but I couldn’t see mine
I could see, the ships pullin’ in, to the harbor
I could see the people, meetin’ their loved one
Shakin’ hand, I sat there
So all alone, coverin’ the waterfront

And after a while, all the people
Left the harbor, and headed for their destination
All the ships, left the harbor
And headed for their next destination
I sat there, coverin’ the waterfront

And after a while, I looked down the ocean
As far as I could see, in the fog, I saw a ship
It headed, this way, comin’ out the foam
It must be my baby, comin’ down
And after a while, the ship pulled into the harbor
Rollin’ slow, so cripple
And my baby, stepped off board
I was still, coverin’ the waterfront

Said “Johnny, our ship had trouble, with the fog
And that’s why we’re so late, so late
Comin’ home, comin’ down’

Questo album contiene dunque tre grandi pezzi, altri di buon livello e un paio forse evitabili, ma se si ha in animo di venire in contatto con “Il vero blues della gente”, questo LP è da avere. See you at the waterfront people.

  1. “Let’s Go Out Tonight” – 7:05
  2. “Peace Lovin’ Man” – 3:48
  3. “Stella Mae” – 2:59
  4. “I Put My Trust in You” – 5:15
  5. “I’m in the Mood” – 2:41
  6. “You Know, I Know” – 3:46
  7. “I’ll Never Trust Your Love Again” – 3:20
  8. “One Bourbon, One Scotch, One Beer” – 2:58
  9. “The Waterfront” – 5:25

Eddie Burns alla chitarra, Lafayette Leake al piano e S.P. Leary alla batteria

Emerson Lake & Palmer “Works Live” (live 1977/78 – Victor 1993/BMG 2026) – TTTT

23 Set

Dopo i primi 5 anni (dal 1970 al 1974) spesi a forgiare uno dei più grandi gruppi Rock di ogni tempo, gli ELP si prendono un paio d’anni d’assenza dalle scene. Un necessario riposo dopo un lustro passato in studio e in tour, un periodo per far ritornare linfa alla vena creativa, per poi ritrovarsi nel 1976 e preparare il nuovo album da studio che sarebbe uscito nel 1977 con il titolo di Works Volume 1. Una facciata per ognuno dei tre componenti in veste quasi solista e la quarta riservata al gruppo vero e proprio.

Works sarà un buon successo: disco d’oro in USA (500.000 copie vendute, 12º posto in classifica), in UK (100.000 copie, 9º posto in classifica), in Canada (50.000 copie); tuttavia verrà vissuto come un album in controtendenza con le nuove correnti musicali dell’epoca (Punk, New Wave etc. etc.) e pertanto non ebbe grandi recensioni positive.

Il tour relativo fu interminabile, concepito col supporto di una orchestra; dopo le prime 12 date, la stessa fu dismessa per gli altissimi costi. Mantenere in tour una settantina di persone tra musicisti e tecnici vari fu un suicidio finanziario. Il gruppo continuò come trio per ripagare i debiti. Solo per le tre date al Madison Square Garden (7-8-9 luglio 1977) e il concerto allo Stade Olympique di Montréal davanti a 78.000 fans (26 agosto 1977) l’orchestra tornò ad accompagnare gli ELP.

Questa data in Canada fu registrata con uno studio mobile per un possibile album live; purtroppo, dal punto di vista tecnico, non tutto funzionò a dovere: un paio di pezzi, Tarkus e Hoedown, non vennero registrati per problemi con lo studio mobile, mentre in altri alcuni cavi malfunzionarono, rendendo la registrazione di qualità non ottimale. Il concerto tuttavia rimane leggendario, uno dei punti più alti della musica Rock dal vivo degli anni settanta: coraggio, magniloquenza, sprezzo del pericolo… giù il cappello per gli Emerson Lake & Palmer!

Il tour fu dunque lunghissimo, da maggio a novembre del 1977, poi da gennaio a marzo del 1978 (a fine articolo tutte le date). A fine marzo la band si ritrovò fiaccata dal tour durato dieci mesi, i rapporti interpersonali erano ai minimi storici; invece di staccare la spina, la casa discografica Atlantic Records li obbligò a rispettare il contratto che prevedeva un altro album, spingendo per un approccio simile a quello di And Then They Were Three, l’album dei Genesis uscito nel marzo del 1978, contenente brani un filo meno progressivi, più corti e di grande successo. Negli USA l’album arrivò al disco di platino, ovvero 1.000.000 di copie vendute, miglior risultato fino ad allora per il gruppo di Tony Banks e soci.

Gli ELP si ritrovarono a Nassau, nelle Bahamas, nello studio di registrazione in località Love Beach. L’album uscì nel novembre del 1978, fu criticatissimo, tuttavia divenne disco d’oro negli USA (500.000 copie vendute). La negatività credo sia dovuta in primis alla copertina e al titolo Love Beach, non certo adatti ad un vero gruppo Rock, e in misura minore alla musica in esso contenuta. Personalmente è un album che amo, uno di quelli che chiamo album obliqui, non sfavillante ma con materiale di tutto rispetto.

Fu ipotizzato un tour nel 1979, ma non se ne fece nulla, il magico trio degli ELP, visti i tempi, fu quasi costretto a sciogliersi.

Nel 1979, uscì tuttavia In Concert, un disco dal vivo contenente materiale proveniente dal concerto di Montréal con l’orchestra. Per l’adolescente che ero, assistere all’uscita di In Concert fu emozionante: la copertina grandeur, la dicitura Emerson Lake & Palmer In Concert, la musica magnifica. Certe impressioni avute da giovinetto non te le scordi più.

LATO A

A1 — Introductory Fanfare
A2 — Peter Gunn
A3 — Tiger In A Spotlight
A4 — C’est La Vie
A5 — The Enemy God (Dances With The Black Spirits)
A6 — Knife Edge

LATO B

B1 — Piano Concerto No. 1 (Third Movement: Toccata Con Fuoco)
B2 — Pictures At An Exhibition

ELP In Concert LP 1979

_Nel 1993 viene pubblicato Works Live, in pratica In Concert con aggiunti alcuni brani suonati in trio tratti dal tour del 1977

26 agosto 1977 – Olympic Stadium, Montréal – ELP + orchestra

  • C’est la Vie
  • Maple Leaf Rag
  • Fanfare for the Common Man
  • Knife-Edge
  • Show Me the Way to Go Home
  • Abaddon’s Bolero
  • Pictures at an Exhibition
  • Closer to Believing
  • Piano Concerto – Toccata con Fuoco
  • Tank

18 novembre 1977 – Wheeling Coliseum, West Virginia – ELP senza orchestra

  • Peter Gunn
  • Tiger in a Spotlight
  • The Enemy God

20 novembre 1977 — Memphis, TN Mid-South Coliseum – ELP senza orchestra ?

  • Watching Over You*
  • Show Me the Way to Go Home **

_ Nel 2013 viene pubblicato Live In Montreal 1977 per l’etichetta Shoutfactory. Keith Emerson è chiamato ad assemblare quanti più pezzi possibili dal concerto di Montreal. Il CD è per collezionisti o fan in senso stretto, visti i problemi citati la qualità sonora non è sempre perfetta.

ELP – Live In Monteal 1977 (ShoutFactory 2013)
ELP Montreal Olympic Stadium 26 agosto 1977

_Nel luglio di quest’anno la BMG decide di ristampare Works Live. Nessuna novità, nessuna bonus tracks, anche il remaster rimane quello del 2021. Detto questo, è un occasione per questo blog per poterne parlare.

Questi i pezzi compresi nel disco divisi per concerti da cui sono stati tratti:

26 agosto 1977 – Olympic Stadium, Montréal – ELP + orchestra

  • C’est la Vie
  • Maple Leaf Rag
  • Fanfare for the Common Man
  • Knife-Edge
  • Abaddon’s Bolero
  • Pictures at an Exhibition
  • Closer to Believing
  • Piano Concerto – Toccata con Fuoco
  • Tank

18 novembre 1977 – Wheeling Coliseum, West Virginia – ELP senza orchestra

  • Peter Gunn
  • Tiger in a Spotlight
  • The Enemy God

20 novembre 1977 — Memphis, TN Mid-South Coliseum – ELP senza orchestra ?

  • Watching Over You * – presente in Works Live, è una delle tracce dalla provenienza più controversa. Le moderne note ufficiali di ELP la attribuiscono al concerto di Montréal del 26 agosto 1977, ma il brano non compare nelle scalette documentate di quella serata. È invece attestato nel repertorio del tour successivo, quando gli ELP avevano ormai abbandonato l’orchestra e suonavano come semplice trio. Alcune fonti la attribuiscono infatti a una delle date di novembre 1977, fra Wheeling e Memphis. Essendo un brano pubblicato su Works Volume 2 uscito nel novembre 1977, è quasi palese che Watching Over You debba provenire o da Wheeling o da Memphis. Memphis dovrebbe essere la data corretta.
  • Show Me the Way to Go Home ** – vedi sopra.

Il doppio album si apre con Introductory Fanfare, breve introduzione tratta dal tour in trio del 1977, e di fatto inizia con una portentosa versione di Peter Gunn Theme, composto da Henry Mancini per la serie TV Peter Gunn (1958–1961), creata da Blake Edwards.

Lake e Palmer costruiscono il pattern ritmico con estrema determinazione, mentre Emerson tesse trame musicali alla sua maniera.

Tiger In A Spotlight proviene dalle sedute di registrazione di Brain Salad Surgery del 1973, outtake poi pubblicata su Works Volume 2. Nulla di eclatante dal punto di vista compositivo, un giro di rock and roll/blues trattato però alla maniera degli ELP ed eseguito dal vivo con energica passione. Il suono della batteria è bello, molto anni Settanta, e adatto al suono metallico del basso Alembic di Greg Lake.

C’est La Vie, con la chitarra acustica cristallina e la voce piena e poetica, colpisce sempre al cuore. L’orchestra a tratti pare un po’ invadente, ma basta l’entrata in scena della fisarmonica suonata da Emerson (in studio, però, non fu lui a farlo) per abbellire tutto di nuovo. Certo, non siamo alle altezze raggiunte da Still… You Turn Me On, qui c’è un po’ troppa melassa; rimane nondimeno un momento gradevole.

Lo stesso si può dire per Watching Over You, ballata/ninna nanna scritta da Greg per sua figlia. Pezzo forse un po’ troppo personale e intimo, qui proposto solo con la chitarra acustica e con un delicato assolo di Keith.

ELP-Works-Live- versione 2026

Per Maple Leaf Rag, presente su Works Volume 2, è sempre bene ricordare che fu pubblicato in Italia come singolo: Maple Leaf Rag (Odeon Rag) / The Sheriff di Keith Emerson, pubblicato dalla Ricordi nel 1977 (catalogo MAN 5409), raggiunse il 10° (o il 16°) posto in classifica. Il brano, che era la sigla di chiusura della seconda edizione del rotocalco Odeon su Rai 2, non raggiunse il successo del precedente Honky Tonk Train Blues (che nel 1977 arrivò al #1 e fu il 4° singolo più venduto dell’anno), ma fu comunque un ottimo risultato per un pezzo strumentale. Nel contesto live Keith ne dà una versione velocissima, confermandosi per l’ennesima volta come uno dei due più grandi tastieristi della musica rock. Per quanto mi riguarda, è sicuramente il numero 1 (pur col massimo rispetto per Rick Wakeman, che tra l’altro ho avuto modo di incontrare e conoscere più volte). Quando Emerson suona il ragtime/blues al piano (Honky Tonk Train Blues, Maple Leaf Rag, Barrelhouse Shake-Down ecc. ecc.) io perdo il controllo. È uno dei due musicisti che preferisco in assoluto

The Enemy God Dances With The Black Spirits è la rilettura del secondo movimento della Scythian Suite di Sergei Prokofiev (The Evil God and the Dance of the Pagan Monsters). Musica articolata, profonda, a tratti spaventosa, roba per cuori forti. Ascoltata in cuffia a buon volume non può che mettere in risalto le competenze artistiche e tecniche di Emerson, Lake e Palmer. Che musicisti!

Fanfare for the Common Man, versione dell’omonimo brano di Aaron Copland, uscì come 45 giri nel Regno Unito: raggiunse il n. 2 nella UK Singles Chart (200.000+ copie vendute), restando in classifica per 14 settimane. È il singolo di maggior successo della carriera del gruppo nel Regno Unito e, secondo alcune fonti, il terzo brano strumentale più venduto di sempre nel mercato britannico.

In questa versione dal vivo il brano diventa davvero la giusta celebrazione dell’uomo comune. Ricordo che l’opera fu composta nel 1942, su commissione di Eugene Goossens, direttore dell’Orchestra Sinfonica di Cincinnati. Goossens aveva richiesto a 18 compositori americani una fanfara patriottica per la stagione 1942-43, in piena Seconda Guerra Mondiale. Aveva persino suggerito titoli come Fanfare for Soldiers o Fanfare for Airmen, ma Copland scelse un titolo diverso. L’ispirazione infatti gli venne da un discorso del vicepresidente Henry A. Wallace alla Free World Association (New York, 1942): «Il secolo in cui stiamo entrando, il secolo che si formerà dopo questa guerra, può e deve essere il secolo dell’uomo comune». Copland considerò anche Fanfare for a Solemn Ceremony e Fanfare for Four Freedoms, ma si fermò su Fanfare for the Common Man per onorare l’uomo comune che sosteneva lo sforzo bellico dal fronte interno.

La musica rispecchia il significato del titolo. Per estensione, la fanfara indica un brano musicale brillante e solenne eseguito da una piccola orchestra di ottoni, spesso caratterizzato da arpeggi e note acute che richiamano i suoni della caccia o della guerra. Gli ELP ne danno una versione riuscita e potente, con divagazioni ironiche come quando passano alle improvvisazioni blues o citano Blue Rondo à la Turk. Il finale con l’orchestra è maestoso.

Di Knife-Edge ne danno una resa matura, l’orchestra sottolinea bene i passaggi più tenebrosi. È posizionata malissimo Show Me The Way To Go Home, schiacciata com’è tra Knife-Edge e Abaddon’s Bolero, falsa lo scorrere del concerto. Decisione incomprensibile. Abaddon’s Bolero è un bel momento, l’orchestra aggiunge valore ed enfasi e non toglie spazio a Emerson che sapientemente trova il sentiero giusto per mostrare le sue tastiere. Si tratta di Musica con la M maiuscola.

Pictures At An Exhibition (i. Promenade Part 1, ii. The Gnome, iii. Promenade Pt. 2, iv. The Hut of Baba Yaga, v. The Curse of Baba Yaga, vi. The Hut of Baba Yaga, vii. The Great Gates of Kiev) offre 16 minuti di quadri di un’esposizione arricchiti dalla maestosità orchestrale. L’interazione tra il trio rock e la complessità sinfonica è riuscitissima; impressionanti sono le capacità musicali di Emerson, Lake e Palmer: il dominio che hanno degli strumenti e la capacità di calarsi nella parte di un gruppo rock assistito e arricchito da un’orchestra completa sono strabilianti. Nei momenti di silenzio vi è un leggero ronzio dovuto ai collegamenti tra cavi e strumenti. Comprensibile: la tecnologia non era quella di oggi, e dare voce a circa 70 musicisti in un contesto rock deve essere stato complicatissimo

In Closer To Believing la voce di Greg Lake risalta e risulta precisa e piena tra la chitarra acustica e l’orchestra. Suggestioni fiabesche.

Giusto qualche minuto sognante formato canzone e quindi eccoci di nuovo con Piano Concerto, Third Movement: Toccata con fuoco, nell’universo delle composizioni vere e proprie. Magistrale il piano di Keith, potente e sinfonica l’orchestra.

Tank chiude questo doppio album dal vivo. La batteria di Palmer è in primo piano mentre l’orchestra riempie l’aria di musica. L’assolo di batteria è efficace, di nuovo un suono degno di nota e un Carl Palmer forse allo zenit.

Se teniamo presente che la scaletta del concerto di Montreal era la seguente

Abaddon’s Bolero
Hoedown
Karn Evil 9: 1st Impression, Part 2
The Enemy God (Dances With the Black Spirits)
Tarkus
C’est la Vie
Lucky Man
Pictures at an Exhibition
Intermission
Piano Concerto No. 1 – First Movement
Piano Concerto No. 1 – Third Movement: Toccata con Fuoco
Closer to Believing
Knife-Edge
Tank
Nutrocker
Pirates
Fanfare for the Common Man
Blue Rondo à la Turk

possiamo capire come la scaletta del doppio cd Works Live non sia il massimo, e per questo la valutazione prende una T in meno, ma sia chiaro: resta un doppio album dal vivo di gran lignaggio e di altissima qualità. Tre musicisti rock dotatissimi, una brava orchestra, un stadio pieno di fan estasiati nell’ultima grande estate della musica rock degli anni settanta. Still they turn me on!

ELP Works tour 1977 al Montreal Olympic Stadium

Disc 1
1. Introductory Fanfare (0:53)
2. Peter Gunn (3:35)
3. Tiger In A Spotlight (4:09)
4. C’est La Vie (4:14)
5. Watching Over You (3:56)
6. Maple Leaf Rag (1:11)
7. The Enemy God Dances With The Black Spirits (2:49)
8. Fanfare for the Common Man (11:03)
9. Knife-Edge (5:02)
10. Show Me The Way To Go Home (4:30)
11. Abaddon’s Bolero (5:51)

Disc 2
1. Pictures At An Exhibition (i. Promenade Part 1, ii. The Gnome, iii. Promenade Pt. 2, iv. The Hut of Baba Yaga, v. The Curse of Baba Yaga, vi. The Hut of Baba Yaga, vii. The Great Gates of Kiev) (16:18)
2. Closer To Believing (5:33)
3. Piano Concerto, Third Movement: Toccata Con Fuoco (6:42)
4. Tank (12:38)

TOUR 1977/78

1977

1977-05-24 — Louisville, KY — USA — Freedom Hall (w/orchestra)
1977-05-26 — Nashville, TN — USA — Municipal Auditorium (w/orchestra)
1977-05-28 — Cincinnati, OH — USA — Riverfront Coliseum (postponed)
1977-05-29 — Cincinnati, OH — USA — Riverfront Coliseum (w/orchestra)
1977-05-31 — Detroit, MI — USA — Cobo Arena (w/orchestra)
1977-06-01 — Detroit, MI — USA — Cobo Arena (w/orchestra)
1977-06-04 — Chicago, IL — USA — Soldier Field (w/orchestra; Foghat, J. Geils Band, & Climax Blues Band opened)
1977-06-05 — Milwaukee, WI — USA — Milwaukee Arena (w/orchestra)
1977-06-07 — Indianapolis, IN — USA — Market Square Arena (w/orchestra)
1977-06-09 — Madison, WI — USA — Dane County Coliseum (w/orchestra)
1977-06-11 — St. Paul, MN — USA — Civic Center Arena (w/orchestra)
1977-06-12 — Des Moines, IA — USA — Veterans Memorial Auditorium (w/orchestra; orchestra dropped henceforth except for Madison Square Garden and Olympic Stadium shows)
1977-06-14 — Terre Haute, IN — USA — Hulman Civic University Center, Indiana State University (cancelled)
1977-06-16 — Fort Wayne, IN — USA — Allen County War Memorial Coliseum
1977-06-18 — Pittsburgh, PA — USA — Civic Arena (moved from Three Rivers Stadium)
1977-06-20 — Philadelphia, PA — USA — The Spectrum
1977-06-21 — Philadelphia, PA — USA — The Spectrum
1977-06-23 — Atlanta, GA — USA — The Omni
1977-06-25 — Birmingham, AL — USA — Birmingham-Jefferson Civic Center
1977-06-27 — Knoxville, TN — USA — Civic Coliseum
1977-06-28 — Greensboro, NC — USA — Greensboro Coliseum
1977-06-29 — Charlotte, NC — USA — Charlotte Coliseum
1977-06-30 — Columbia, SC — USA — Carolina Coliseum
1977-07-02 — Tampa, FL — USA — Tampa Stadium (cancelled)
1977-07-02 — Norfolk, VA — USA — The Scope Convention Hall
1977-07-03 — Baltimore, MD — USA — Civic Center
1977-07-04 — Charleston, WV — USA — Civic Center
1977-07-07 — New York, NY — USA — Madison Square Garden (w/orchestra)
1977-07-08 — New York, NY — USA — Madison Square Garden (w/orchestra)
1977-07-09 — New York, NY — USA — Madison Square Garden (w/orchestra)
1977-07-10 — Hartford, CT — USA — Civic Center
1977-07-12 — Boston, MA — USA — Boston Garden
1977-07-13 — Augusta, ME — USA — Civic Center
1977-07-14 — Providence, RI — USA — Civic Center
1977-07-16 — Rochester, NY — USA — War Memorial Auditorium
1977-07-17 — Binghamton, NY — USA — Broome County Arena
1977-07-19 — Richfield, OH — USA — Richfield Coliseum
1977-07-20 — Syracuse, NY — USA — Onondaga County War Memorial Auditorium
1977-07-22 — Detroit, MI — USA — Cobo Arena
1977-07-24 — Toronto, ON — Canada — CNE Stadium
1977-07-27 — Calgary, AB — Canada — The Corral
1977-07-30 — Vancouver, BC — Canada — Pacific Coliseum
1977-07-31 — Seattle, WA — USA — Seattle Center Coliseum
1977-08-02 — Portland, OR — USA — Memorial Coliseum
1977-08-04 — San Francisco, CA — USA — Cow Palace
1977-08-05 — Fresno, CA — USA — Selland Arena
1977-08-06 — Oakland, CA — USA — Oakland Coliseum Arena
1977-08-09 — Phoenix, AZ — USA — Veterans Memorial Coliseum
1977-08-10 — San Diego, CA — USA — Sports Arena
1977-08-11 — Long Beach, CA — USA — Long Beach Arena
1977-08-12 — Long Beach, CA — USA — Long Beach Arena
1977-08-13 — San Bernardino, CA — USA — Swing Auditorium
1977-08-14 — Long Beach, CA — USA — Long Beach Arena
1977-08-15 — Las Vegas, NV — USA — Aladdin Theatre
1977-08-16 — Las Vegas, NV — USA — Aladdin Theatre
1977-08-17 — Salt Lake City, UT — USA — Salt Palace
1977-08-19 — Denver, CO — USA — McNichols Arena
1977-08-20 — Dallas, TX — USA — Memorial Auditorium
1977-08-21 — Tulsa, OK — USA — Assembly Center
1977-08-22 — Kansas City, MO — USA — Municipal Auditorium
1977-08-23 — St. Louis, MO — USA — Kiel Auditorium
1977-08-26 — Montreal, QC — Canada — Olympic Stadium (w/orchestra)
1977-09-12 — Edinburgh — Scotland — Edinburgh (proposed show?)
1977-09-13 — Edinburgh — Scotland — Edinburgh (proposed show?)
1977-10-14 — Kalamazoo, MI — USA — Wings Stadium
1977-10-15 — Athens, OH — USA — Convocation Center, Ohio University
1977-10-17 — New York, NY — USA — Madison Square Garden (WNEW 10th anniversary)
1977-10-18 — Hershey, PA — USA — Hersheypark Arena
1977-10-19 — Toledo, OH — USA — Sports Arena
1977-10-20 — Normal, IL — USA — Horton Fieldhouse, Illinois State University
1977-10-21 — Ypsilanti, MI — USA — Bowen Fieldhouse, Eastern Michigan University
1977-10-22 — College Park, MD — USA — Cole Field House, University of Maryland
1977-10-23 — Dayton, OH — USA — Hara Arena
1977-10-25 — Jackson, MS — USA — Jackson Coliseum
1977-10-27 — Oklahoma City, OK — USA — Myriad Convention Center
1977-10-28 — Fort Worth, TX — USA — Tarrant County Convention Center
1977-10-29 — Baton Rouge, LA — USA — Assembly Center, Louisiana State University
1977-10-30 — Mobile, AL — USA — Municipal Auditorium
1977-10-31 — Houston, TX — USA — Sam Houston Coliseum
1977-11-01 — Houston, TX — USA — Sam Houston Coliseum
1977-11-03 — Austin, TX — USA — Municipal Auditorium
1977-11-04 — Little Rock, AR — USA — Barton Coliseum
1977-11-05 — Springfield, MO — USA — Hammons Center, Southwest Missouri State University
1977-11-07 — Duluth, MN — USA — Duluth Arena
1977-11-08 — Madison, WI — USA — Dane County Coliseum
1977-11-09 — Green Bay, WI — USA — Brown County Veteran’s Memorial Arena
1977-11-11 — Omaha, NE — USA — Auditorium Arena
1977-11-12 — Manhattan, KS — USA — Ahearn Fieldhouse, Kansas State University
1977-11-13 — Wichita, KS — USA — Henry Levitt Arena
1977-11-15 — Lansing, MI — USA — Jenison Fieldhouse, Michigan State University
1977-11-16 — West Lafayette, IN — USA — Hall of Music, Purdue University
1977-11-18 — Wheeling, WV — USA — Civic Center
1977-11-20 — Memphis, TN — USA — Mid-South Coliseum
1977-11-21 — Evansville, IN — USA — Roberts Stadium
1977-11-22 — Huntsville, AL — USA — Von Braun Civic Center Arena
1977-11-24 — Macon, GA — USA — Macon Coliseum
1977-11-25 — Jacksonville, FL — USA — Veterans Memorial Coliseum
1977-11-26 — Hollywood, FL — USA — Sportatorium
1977-11-27 — St. Petersburg, FL — USA — Bayfront Center
1977-11-29 — Richmond, VA — USA — Richmond Coliseum
1977-11-30 — New Haven, CT — USA — Veterans Memorial Coliseum
1977-12-23 — London — England — Earl’s Court (proposed show?)
1977-12-24 — London — England — Earl’s Court (proposed show?)
1977-12-26 — London — England — Earl’s Court (proposed show?)
1977-12-27 — London — England — Earl’s Court (proposed show?)

1978

1978-01-16 — Montreal, QC — Canada — Montreal Forum
1978-01-17 — Montreal, QC — Canada — Montreal Forum
1978-01-18 — Kitchener, ON — Canada — Kitchener Memorial Auditorium
1978-01-19 — Columbus, OH — USA — Fairgrounds Coliseum
1978-01-20 — Chicago, IL — USA — International Amphitheatre
1978-01-21 — Chicago, IL — USA — International Amphitheatre
1978-01-22 — Chicago, IL — USA — International Amphitheatre
1978-01-24 — Terre Haute, IN — USA — Hulman Civic University Center, Indiana State University
1978-01-25 — Richfield, OH — USA — Richfield Coliseum
1978-01-26 — Morgantown, WV — USA — Coliseum, West Virginia University (rescheduled to 3/7)
1978-01-27 — Cincinnati, OH — USA — Riverfront Coliseum (rescheduled to 3/8)
1978-01-28 — Landover, MD — USA — Capital Centre
1978-01-29 — Springfield, MA — USA — Civic Center
1978-01-30 — Ithaca, NY — USA — Barton Hall, Cornell University
1978-02-01 — Buffalo, NY — USA — Memorial Auditorium
1978-02-02 — Toronto, ON — Canada — Maple Leaf Gardens
1978-02-03 — Toronto, ON — Canada — Maple Leaf Gardens
1978-02-04 — Boston, MA — USA — Boston Garden
1978-02-05 — Philadelphia, PA — USA — The Spectrum
1978-02-06 — Troy, NY — USA — Field House, Rensselaer Polytechnic Institute
1978-02-07 — Princeton, NJ — USA — Jadwin Gymnasium, Princeton University (rescheduled to 2/11)
1978-02-08 — Plattsburgh, NY — USA — Field House, State University of New York
1978-02-09 — Uniondale, NY — USA — Nassau Coliseum
1978-02-10 — Uniondale, NY — USA — Nassau Coliseum
1978-02-11 — Princeton, NJ — USA — Jadwin Gymnasium, Princeton University (rescheduled from 2/7)
1978-02-12 — Syracuse, NY — USA — Onondaga County War Memorial
1978-02-14 — Carbondale, IL — USA — Arena, Southern Illinois University
1978-02-15 — Champaign, IL — USA — Assembly Hall, University of Illinois
1978-02-16 — Macomb, IL — USA — Western Hall, Western Illinois University
1978-02-18 — Nacogdoches, TX — USA — Coliseum, Stephen F. Austin State University
1978-02-19 — Lubbock, TX — USA — Municipal Coliseum
1978-02-20 — Odessa, TX — USA — Ector County Coliseum
1978-02-21 — Tulsa, OK — USA — Fairgrounds Pavilion, Expo Square
1978-02-22 — Amarillo, TX — USA — Civic Center Coliseum
1978-02-23 — El Paso, TX — USA — County Coliseum
1978-02-24 — Tempe, AZ — USA — Activity Center, Arizona State University
1978-02-26 — Fort Collins, CO — USA — Moby Gym, University of Colorado
1978-02-28 — Kansas City, MO — USA — Kemper Arena
1978-03-01 — St. Louis, MO — USA — Checkerdome
1978-03-03 — Lexington, KY — USA — Rupp Arena
1978-03-04 — Detroit, MI — USA — Olympia Stadium
1978-03-06 — New Haven, CT — USA — New Haven Coliseum
1978-03-07 — Morgantown, WV — USA — Coliseum, West Virginia University (rescheduled from 1/26)
1978-03-08 — Cincinnati, OH — USA — Riverfront Coliseum (rescheduled from 1/27)
1978-03-09 — Atlanta, GA — USA — The Omni
1978-03-10 — Johnson City, TN — USA — Freedom Hall
1978-03-12 — Springfield, MA — USA — Civic Center
1978-03-13 — Providence, RI — USA — Civic Center

◆ ◆ ◆

Gli ELP sul Blog:

The Human Condition

20 Set

Venerdì, sul confine della notte profonda, sto guidando sulla via Emilia, tra Herberia e Regium Lepidi. Dopo essere ritornato in città insieme ai ragazzi (yep, the boys are back in town baby), ora sono sulla via di casa. Non c’è molto traffico, la Blues mobile rolla placida sulla via consolare romana costruita nel 187 a.C.

Le insegne al neon, come pietre miliari ad indicare la distanza percorsa. Dal lettore, in riproduzione casuale, parte The Human Condition dei Canned Heat*, tratta dall’omonimo album del 1978. Il testo, come capita a tutti con certe canzoni, sembra parlare di me. In questa notte di questo settembre che inizia a declinare cado nella trappola dei bilanci tipici degli uomini di blues di una incerta età; penso alle scelte fatte e mi paiono tutte sbagliate… aspetto professionale, personale, musicale, etc etc. Mi chiedo come sia stato possibile, come abbia fatto a non intuire i sentieri da prendere e quelli da evitare. Me misero, mi ripeto, e inizio a sprofondare nel Blues, ma poi, seguendo il testo di questo pezzo contenuto nell’album che comprai nel 1978 da adolescente, inizio a farmene una ragione.

Pensi di essere l’unico, mio caro uomo di Blues? Non sei al centro del mondo, lo sai quanti milioni, forse miliardi, di esseri umani provano quello che stai provando adesso tu? Hai fatto errori nella tua vita? Embè, che ti aspettavi? Sei umano!

È il mio io che mi sta parlando e, ovviamente, non ha tutti i torti.

La condizione umana, in fondo, è anche questa: siamo destinati a sbagliare, a prendere strade errate, a inciampare nelle nostre debolezze e qualche volta persino a farci del male da soli. Non esiste un libretto di istruzioni per vivere e nessuno di noi è immune dagli errori.

Possiamo però imparare da quello che ci accade, rialzarci quando cadiamo e provare, nonostante tutto, a fare un passo ancora. Forse non possiamo liberarci dagli sbagli, dalle difficoltà e dalle cose che il mondo ci mette davanti, ma possiamo scegliere di non fermarci. Stare in piedi, tenere duro e andare avanti: alla fine, forse, è questa la nostra condizione umana.

Con questa filosofia spicciola da due soldi che gronda retorica mi risistemo sul sedile, raddrizzo la schiena, la testa, lo sguardo, alzo il volume… fino a che il Rock non mi vibra nel profondo.

In fondo, a volte sono le canzoni a salvarci.

Let there be Rock, baby.

Beh, è una specie di maledetta condizione,
che mi gira continuamente per la testa,
e sembra proprio che finirà per farmi impazzire.

E ogni essere vivente
che riesco a sentire e a vedere
sembra avere il Blues insieme a me.

Così sono andato dalla dottoressa,
mi sono seduto sul suo letto,
l’ho guardata dritto negli occhi
e questo è quello che mi ha detto:

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

«Sei triste, debole e stanco»,
ha continuato a dirmi,
«niente sembra andare per il verso giusto.

E anche se ci hai provato e riprovato,
non riesci mai a essere soddisfatto,
sembra che nessuno ti tratti come dovrebbe.»

«Ma c’è una cosa di cui puoi essere certo,
e che dovresti sapere:
ci sono state un sacco di persone
che sono passate da qui prima di te.»

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

Beh, mi sono alzato e l’ho lasciata,
e me ne sono andato lentamente,
cercando un giorno più luminoso.

E mentre ci pensavo,
un nuovo pensiero mi è venuto in mente:
forse non possiamo essere liberi.

Beh, il mondo può gettarti addosso
una quantità enorme di cose brutte,
ma devi stare dritto, forte,
è l’unica cosa da fare.

Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.

(Canned Heat – The Human Condition 1978)

TT settembre inoltrato 2026

* parlo della edizione della Sonet SNTF783 made in England con master/mix diverso dalla versione statunitense. La versione della perfida albione mi pare migliore. In copertina ha l’uomo vitruviano.
Consiglio caldamente questo album, magari obliquo, ma a mio parere assai riuscito.