Sabato sera saremo al Millybar, Parco Ferrari, Modena. Inizio concerto previsto per le 22.
MODENA, Millybar, Parco Ferrari
https://www.facebook.com/MillybarParcoFerrari/home
Millybar Via San Faustino 182 41123 Modena
Sabato sera saremo al Millybar, Parco Ferrari, Modena. Inizio concerto previsto per le 22.
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Per il secondo anno consecutivo suoneremo alla PIZZA FEST di Nonantola (Modena) nel bel quadretto del PARCO DELLA PACE. Le fronde scure degli alberi, le notti d’estate e un po’ di rock and roll, per sfuggire ai blues della vita.
Di fianco al parco, in piazza Alessandrini, gli stand della PizzaFest…per 10 euro una buonissima pizza e una birra. Vi aspettiamo.
Per chi arriva da Modena: una volta al cospetto della Torre dell’Orologio (e con il Vox sulla sinistra) entrare nel parcheggio che c’è sulla destra (Piazza Martiri Di Tien An Men). Il Parco è lì accanto.
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Due date nella stessa settimana sono un sport estremo per un uomo di blues di una incerta età, difficile far conciliare lavoro, impicci quotidiani e due serate onstage. Mercoledì sera alla BOTTEGA DEI BRIGANTI di Montecavolo (RE), seconda data del OVER EMILIA TOUR nel bel locale di Valerio, titolare e persona squisita, qualità essenziale questa per musicisti come noi…già sei un operaio del Rock da sempre se poi vai a suonare in locali in cui l’atmosfera è poco simpatica e il titolare ti tratta con indifferenza ti chiedi davvero se ne valga la pena. Per fortuna Valerio e la Bottega hanno in simpatia gli EQUINOX e la serata risulta davvero bellissima. Non siamo ancora all’amore che il Forum di Los Angeles aveva per i Led Zeppelin, ma ci stiamo lavorando. Bel concerto, pubblico caldo e appassionato. Sempre bello vedere le facce di amici che ti seguono con fervore (Mario e la Patty), di rockstar reggiane (Fausto Sacchi, tra l’altro ex cantante della Cattiva Compagnia) e di road manager (Riff).
Il giovedì mattina tornare in ufficio non è semplicissimo, ma mi impegno a fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile.
Venerdì, è il giorno del concerto allo STONES CAFE’, miglior rock club della Mutina-Regium county e probabilmente d’Italia. Mi prendo un giorno di ferie, faccio le cose con calma, provo e regolo a dovere i volumi e gli effetti della pedaliera, mi alleno un po’ sulla chitarra, carico la blues mobile e, insieme alla groupie, parto.
Arriviamo che Frank, il titolare dello Stones, è sul palco che sta microfonando la batteria. Scarichiamo, montiamo gli strumenti e procediamo al soundcheck. Frank ti accudisce (pochi istanti prima di iniziare il concerto ti infila anche il jack nella chitarra!), ti prende sul serio, ti fa sentire un musicista vero. Suonare allo Stones è sempre un punto di arrivo per un gruppo come il nostro. I ragazzi che lavorano nel locale poi sono sintonizzati sulle stesse lunghezze d’onda del loro capo: gentili, premurosi, attenti.
Bighellono sul palco mentre Lele prova i suoni. Do un’occhiata alle miei chitarre, stasera ho portato con me Cherry, Darlene, Fulvia e Doublene…
guardo Saura che smanetta sul piano…
faccio una foto a Lele mentre tambureggia allegramente…
poi Pol mi fa uno scatto mentre faccio i preliminari con la Cherry.
Chiacchiero con Frank, intavoliamo una divertente discussione sulle manie dei musicisti e dei chitarristi in particolare. Mi racconta del bambino indaffarato a dargli una mano sul palco, uno monello a cui piace moltissimo la “dimension” del palco e degli impianti da montare. Frank cerca di accontentarlo e di dargli dei piccoli incarichi (gli fa preparare i Cannon Jack, gli fa testare la macchina del fumo, etc etc), di dargli importanza, di trattarlo non da bambino. La cosa mi tocca molto e la mia stima per Frank, già altissima, cresce di un’altra spanna. Quanto voglio bene a quest’uomo.
Proviamo i suoni, accenniamo a qualche pezzo con le tastiere e infine col basso. Chiudiamo con TIE YOUR MOTHER DOWN dei QUEEN, pezzo sempre gradevole da suonare. Poi ci mettiamo a chiacchierare in attesa della cena…
Il nostro tavolo é nel backstage, consumiamo un buon pasto quindi ci cambiamo.
Inizia ad arrivare la gente e con essa gli amici. Mario e la Patty (potevano mancare?), March e Jaypee, Mike Bravo, Frappè Freddo Manfredi, Francesco, la mia socia Kerlit con la combriccola delle Factory Girls (& Boys), arriva anche Umberto con la sua maglietta di RICK WAKEMAN e, last but not least, Mel Previte.
Tra le 22,30 e le 23 iniziamo. Parte la nostra “sigla”, JUPITER di GUSTAV HOLST, si apre il sipario, Lele batte il quattro…KASHMIR.
Seguono BLACK DOG, HEARTBREAKER e DAZED e capisco che il bioritmo musicale non è al massimo. Ti sei preparato bene, ti sei allenato, eppure le dita non viaggiano come dovrebbero, ti sei preso un giorno di ferie, hai fatto tutto con la dovuta calma eppure non riesci a sbarazzarti di te stesso, a lasciarti andare e la distrazione mina la tua esibizione. Vorresti avere la abilità, la sicurezza e la cazzimma di Frank Marino, ma sei un uomo diverso da Marino dunque fai buon viso a cattivo gioco e cerchi di portare a casa il risultato.
MM HOP, SIBLY e dunque THE SONG REMAINS THE SAME…
GALLOWS POLE, I’M GONNA CRAWL, NOBODY’S FAULT BUT MINE e quindi in sequenza le due new entry: RAMBLE ON e BRING IT ON HOME…
ALL MY LOVE e FOOL IN THE RAIN fanno da apripista all’arrivo di STAIRWAY, dove torni a combattere con il pericolo distrazione. Sei preparato, ne sei cosciente, sai dove mettere le mani e come eseguire certi meccanismi eppure poco prima dell’assolo azioni il selettore del cambio manico troppo presto, quando devi ancora finire il giro sulla dodici corde così pasticci le prime frasi di uno degli assoli più conosciuti di JIMMY POIGE. Ah.
Senti che comunque la band gira a mille: POL intonatissimo arriva lassù dove in pochi osano, SAURA non sbaglia un colpo e al di là del come sempre superbo lavoro di tastiere/pedaliera, è al basso che dà prova di tutta la sua bravura…un/a bassista rock deve suonare così. Punto. Lele si lamenta spesso che arriva ai concerti (o alle prove) stanco, che non ne può più, ma quando suona con gli EQUINOX entra in una dimensione particolare che lo rende in pochi minuti un batterista rock stupefacente. Il suo drumming è al contempo leggiadro e possente, è dinamico, sexy, funk e incredibilmente efficace…un gioia da ascoltare, almeno per chi come me è ultra sensibile al lavoro della batteria.
Meno male che subito dopo arriva il baito time: WHOLE LOTTA LOVE, COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL.
Il pubblico è numeroso e sembra apprezzare assai. Ci rifugiano nel backstage ma vogliono altro piombo Zeppelin, e così sia: HOW MANY MORE TIME e THE OCEAN.
Di nuovo nei camerini, Frank ci fa avere un piatto di frutta e altri drink.
Mel Previte, mio caro amico nonché chitarrista dei ROCKING CHAIRS e di MP And The Gangsters Of Love (e sì, certo, anche di LIGABUE), viene ad abbracciarmi. Confesso a lui le paure riguardanti la mia performance e lui “Tim, lo sai anche tu, uomini di blues come noi non sono mai contenti…anche a me capita a volte, scendo dal palco e mi dico “stasera ho proprio suonato male”, poi arriva gente che mi dice che non mi ha mai sentito suonare così bene”.
Infatti mi arrivano messaggi e telefonate del tipo “Fantastico Tim, molto meglio della data di marzo a Scandiano” (dove però a me sembrava di aver suonato uno dei miei migliori concerti) oppure “Strumentalmente questo è stato il concerto più bello di tutti”, mi scrive il mio amico presente a tutti i nostri spettacoli.
Rimango a parlare con Mel fino a tardi. I ragazzi dello Stones stanno spostando i tavoli e lavando i pavimenti…si è fatto davvero tardi. Abbraccio un’ultima volta Frank e salgo sulla blues mobile. Qualche km e prendo lo svincolo.
La luna piena illumina la pianura, sullo sfondo l’appennino, le luci lontane dei paesi in collina, i camion che placidi rollano sull’A1, dal car stereo AL STEWART canta di Passaggi del Tempo e GUGLIELMINO GIOELE di Onestà.
Siamo alla Domus Saurea alle 4. Scarichiamo, ci facciamo una doccia, un thè e a letto. Guardo la sveglia, mancano cinque minuti alle 5. E’ stata una serata di ordinaria tributaggine in Emilia ma mentre spengo la luce e chiudo gli occhi sento il brusio del ventimila del Madison Square Garden e il moto ondoso delle chiome delle varie groupie che mi vengono addosso… poi trasalisco, ma come? Io di groupie ne ho una sola ed ha pure i capelli corti… torno in me…il brusio era il rumore del frigo e invece delle groupie su di me ho quella cotoletta pelosa di Palmiro…va beh, fa lo stesso… per me è come se fossi nel Giardino di Piazza Di Matilde (il Madison Square Garden insomma) e quindi mentre cado nelle braccia di morfeo sussurro ugualmente … New York, goodnight!
Suoni alla domenica sera, hai tempo di fare tutte le tue cose con calma e dunque di non arrivare cotto al momento del concerto, deduci così di essere in forma e di fare uno show discreto ma poi, al di là delle previsioni, ti ritrovi con bioritmo musicale a livelli minimi e già stanco prima di cominciare. Buffo.
Arrivi, monti tutto l’ambaradan,
accenni al soundcheck,
e butti giù una cena veloce. Arrivano amici, conoscenti e chi è venuto lì a vederti. Bello constatare che alcune decine di persone sono lì per te.
Prima delle 21 siamo già on flight. Saura fa partire la nuova sigla, un estratto di GIOVE dai PIANETI di Gustav Holst, ti devi concentrare … il riflesso incondizionato ti farebbe partire con il riff di CLOSER dei FIRM, ma è quello di KASHMIR che devi iniziare.
Finito il pezzo ti togli di dosso la Danelectro e t’infili quella che al momento è la tua chitarra preferita.
Già, è’ il battesimo del fuoco per la nuova Gibson Les Paul Traditional Cherry Sunburst. SeguonoBLACK DOG, HEARTBREAKER, DAZED AND CONFUSED
…tutto abbastanza bene, ma è quell’abbastanza che non ti rende contento. Pol sembra in forma, e il cantato di DAZED versione live 1973 ne è la riprova…
MMH, SIBLY, TSRTS … pur nel baito del palco riesci a distinguere la bella prova che chi è al basso e alle tastiere sta facendo, anche la groupie è in forma stasera.
GALLOWS POLE, I’M GONNA CRAWL e poi parti col riff di NOBODY’S FAULT BUT MINE. Da un tavolo partono urla. Alzi lo sguardo, alcune fighe sottolineano la scelta del pezzo con urla di approvazione. Ragazze che urlano per NOBODY’S FAULT BUT MINE, ah!
Continuiamo con HMMT e THE OCEAN …
Poi ALL MY LOVE, FOOL IN THE RAIN e STAIRWAY. E’ la prima volta dal 1988 che la suoni senza doppiomanico. La tua bassista non è d’accordo con la scelta, nemmeno l’amico Jaypee che stasera è tra il pubblico, ma hai voluto provare. Portarsi in giro una doppiomanico è sempre una rottura, la custodia gigante, il problema dell’accordatura, il peso, il discutibile bilanciamento dello strumento… vedremo in futuro.
Finiamo col trittico WHOLE LOTTA LOVE, COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL. Lele è scatenato, buona serata pure per lui.
Quattro chiacchiere con amici e avventori, smontaggio, carico strumenti sulla blues mobile e in fretta ti dirigi perso il posto in riva al mondo, meglio non perdere tempo, domattina si va al lavoro. Per quanto ti riguarda nella realtà è stata una serata di ordinaria tributaggine nel cuore dell’Emilia, ma nei tuoi pensieri, prima di addormentarti, è stata just one night at Budokan. Domo arigato, Tokyo.
Se nasci con qualche dote attitudinale per il songwriting e non trovi sbocco professionale, sei fritto. Sì perché per tutta la vita ti crogiolerai al pallido sole delle tue composizioni, un sole che non ti scalderà, che non riuscirà a togliere il pallore che ti porti dentro e fuori. Devi allora inventarti una vita, un lavoro, accontentarti di magre soddisfazioni perché nella tua testa tu eri nato per fare qualcosa d’altro, per vivere della tua musica. Al sabato vai a fare la spesa e ti dici, in dialetto, “non si è mai visto JOHNNY WINTER far quei lavori qui”.
Perché il problema principale è con chi ti confronti. Se hai davanti PAUL McCARTNEY, i LED ZEPPELIN, KEITH EMERSON,PETE TOWNSHEND PROKOFIEV, che altro puoi fare se non piegare il capo e dire ” è giusto che siate voi a fare musica, anzi la storia della musica” ma se come termine di paragone hai certi nomi di successo la cui gamma espressiva è vicina allo zero, il cui canto è monocorde, e che in venticinque anni di carriera hanno scritto più che altro canzoni che sono la fotocopia l’una dell’altra, beh allora qualche mal di stomaco ti viene.
Sì perché, quando poi leggi certi commenti di taluni operatori musicali dove vengono criticate le cover band e le tribute band e tu, pur capendo il senso della cosa, ti ci ritrovi in mezzo, t’ incazzi. Sì perché che ne sanno loro? Magari hanno suonato in un paio da band da giovani, poi a vent’anni hanno smesso, ma per quelli come te che non sono riusciti a smettere di stare attaccati ad una chitarra, al Rock, ad una canzone, giunti a questa età, cosa dovrebbero fare, vendere tutto e non farsi più vedere in giro? Sarebbe cosa buona e giusta probabilmente, ma chi è che ne ha il coraggio?
Fa presto JOHN PAUL JONES a dire che le tribute band proprio non gli piacciono, luì è nato negli anni giusti, nel posto giusto (poi certo, ha aiutato il fatto che fosse un gran musicista). Fosse nato in Italia tre o quattro lustri dopo, che avrebbe fatto? Il session man? Avrebbe arrangiato Jingle per laTV? Bassista per ANGELA BARALDI? Produttore degli STADIO? Tutte cose nobili, ma un pelo lontano dal mega successo interplanetario avuto con i LED ZEPPELIN (quel tipo di successo che ti dà la tranquillità economica per tutto il resto della tua vita). E forse per arrotondare sarebbe approdato anch’egli ad una tribute band (di professionisti) degli ABBA o dei QUEEN.
Non sono qui a difendere in senso stretto le tribute e le cover band, ci mancherebbe, anche io le critico spesso… se fai una tribute band devi farlo perché ami in modo completo un certo artista, perché conosci nel profondo i significati della sua proposta, perché hai il senso, perché la tua rilettura ha in qualche modo un suo motivo di esistere. Molte tribute band nascono per calcolo, trovano un nome di successo da replicare, assemblano musicisti bravi e partono in tour. E’ sufficiente che il cantante o le cantanti indossino il costumino giusto per irretire il pubblico da sagra da paese, solo una esigua minoranza mette in piedi uno spettacolo coerente, ben fatto e degno di plauso.
Lo stesso discorso vale più o meno per le cover band, serve un filo logico, un comune denominatore tra i pezzi in scaletta, uno straccio di proposta sensata e con una identità precisa. Difficile usare il concetto di originalità quando si fanno cover, ma per lo meno occorrerebbe provare. Al di là delle concessioni che bisogna fare quando suoni all’interno di un gruppo (se vuoi un po’ di pace e di good vibrations un minimo di democrazia la devi garantire) è necessario trovare un equilibrio tra pezzi che possano piacere al pubblico, a te stesso e che al tempo stesso non siano consunti. Io sono il primo a non sopportare i gruppi che al giorno d’oggi se fanno un pezzo di HENDRIX suonano FOXY LADY o PURPLE HAZE, se affrontano i CREAM propongono WHITE ROOM e SUNSHINE OF YOUR LOVE, e magari per far urlare la gente ci infilano anche SWEET HOME ALABAMA dei LYNYRD SKYNYRD. Quei pezzi andavano bene al massimo fino agli anni novanta, se devi fare HENDRIX hai almeno altri venti pezzi piuttosto conosciuti a cui attingere, perché cedere alla pigrizia e appoggiarti al trito e ritrito? Il pubblico in quel caso invece di applaudire dovrebbe alzarsi e andarsene. Va bene che la gente vuole ascoltare solo cose che conosce, ma che so, SPANISH CASTLE MAGIC no? Persino ALL ALONG THE WATCHTOWER andrebbe bene, non la senti spesso suonare dal vivo. Non ci vuole tanto, non sto mica dicendo di fare BURNING OF THE MIDNIGHT LAMP (che ad ogni modo se qualcuno la facesse mi inginocchierei davanti al palco durante l’intro) o PALI GAP…
Non parliamo poi dei gruppi di musicisti che si ritrovano senza aver provato a fare del pseudo blues, dozzinale, scolastico, da avanspettacolo. Non basta un cappello in testa, una canottiera, l’aria da working man americano per essere credibili, occorre che il gruppo abbia un progetto. Cerchiamo allora di fare le giuste distinzioni, e di non mettere tutti sotto lo stesso tetto generico della “Cover band”.
Eppure quando leggo queste critiche all’imperante dittatura delle tribute band mi faccio prendere dai sensi di colpa, perchè anche io ho la mia naturalmente. Così faccio un breve excursus circa la mia modestissima carriera musicale, riporto a galla i nomi dei gruppi e il tipo di repertorio:
1978/79 THE QUARCK, THE SALLOW BAND, THE STRANGERS – cover cantautori e pezzi Rock.
1980/81 FANTASCA CENDER – pezzi originali
1982/83 MIDNIGHT RAMBLERS – cover Rock anni settanta.
1986 TIM TIRELLI And The Candy Store Rockers – pezzi originali (registrazione demo tape)
1988/1993 CATTIVA COMPAGNIA – pezzi originali (registrazione 4 demotape)
1993 MALAVOGLIA – pezzi originali – (registrazione 2 demotape)
1994/1995 TRENI LOCALI – pezzi originali (registrazioni 2 demotape)
1996/1997 TIM TIRELLI Radioblues – pezzi originali (registrazione demotape)
1999 CATTIVA COMPAGNIA – pezzi originali (registrazione CD autoprodotto)
1999/2006 ZEPPELIN EXPRESS – tribute band
2006/2015 CATTIVA COMPAGNIA – cover, tribute, pezzi originali
2015/2016 THE EQUINOX – tribute band
Così, a chi ti conosce solo per quanto fatto negli ultimi anni e ti viene a tirare le orecchie perché fai cover e tributi ti verrebbe da prenderlo per il copetto, fargli leggere questo misero elenco e dirgli “cover e tribute a chi?”
Alla fine però, a questa età, che altro puoi finire a fare – se vuoi ancora avere la possibilità di fare qualche data – se non una tribute band o una cover band, dove se hai fortuna il gestore del locale ti lascia suonare tre o quattro pezzi tuoi? Io non so come sia per chi scrive pezzi di musica diversa, ad esempio per chi fa metal, black metal, neo prog, garage… magari per loro è più naturale – visto il genere meno immediato – pensare ad autoproduzioni, al mercato indipendente, ma per chi scrive canzoni (che poi siano Rock, Blues, punk , alternative o che altro non ha importanza), per chi in qualche modo è cresciuto con i cantautori, con la canzone d’autore, l’unica approdo voluto era il rapporto con una etichetta discografica, perché i tuoi pezzi li vedevi lì, in classifica. E’ così per tutti gli autori di canzoni che conosco. Molti sono amici. C’è quello che ha pubblicato un disco per una major che però è diventata una cosa fine a se stessa e sembra aver elaborato il fatto, ma poi tra le pieghe dei discorsi scorgi che sotto sotto la brace è ancora vivissima, quello che pensa di essere un incompreso, il miglior autore in circolazione e continua a sfornare cd auto prodotti che nemmeno i suoi amici ascoltano, quello che si appoggia al ricordo di un successo sfiorato, quello che quando riascolta i suoi vecchi demotape cerca di nascondere il pianto amaro dietro ad una risata auto ironica, quello che ha fatto parte di una cult band, che ancora vive come se fosse al culmine della sua esperienza e che parla di se stesso in terza persona. Siamo tutti simili, tutti pensiamo che le nostre canzoni fossero (e siano) potenzialmente dei successi “ah, se solo…”
Chissà, forse non è così, o forse sì, fatto sta che non riusciamo a sganciarci dalla cosa, a metterci il cuore in pace. Quando riascolti i demotape o le registrazioni casalinghe relative alle canzoni che scrivesti e registrasti tanti anni fa insieme al tuo partner musicale di allora, rimani stupefatto, irretito. Magari non eravate BATTISTI, DE GREGORI, DE ANDRE’, JAGGER-RICHARDS, LENNON-MACCA, ma paiono così graziose e migliori di tante, troppe, cose uscite in quegli anni in Italia. Quando poi durante i pochi concerti che fai con uno dei tuoi gruppi proponi una delle tue ultime canzoni, quella a cui forse soei più legato, quella che chiami la tua TEN YEARS GONE (con le dovutissime proporzioni) e senti che a fine pezzo, qualcuno tra il pubblico ti grida “bravo Tim!” scuoti la testa e ti commuovi. Quando poi, invi la stessa registrazione live ad un amico giornalista musicale per farti dare un parere e questi ti scrive ““Ti faccio i sinceri complimenti per QUEL CHE CANTAI, rubacchia la solita scala in minore, ma è tremendamente bella, anche le parole, e il tuo assolo è davvero molto bello”, ecco che poi ti senti peggio del solito. Perché è chiaro che se scrivi dei pezzi vuoi solo sentirti dire che sono belli, ma se li fai sentire a gente selezionata – per capire da fuori come possono sembrare, per sapere se sei tu suggestionato da te stesso o se qualcosa di un qualche valore riesci davvero a scriverlo – e il ritorno è positivo… beh i rimpianti aumentano.
Durante una recente chiacchierata un tuo amico ti ha detto “il Rock è una passione e basta“. Tu vuoi bene a questo tuo amico ma in fondo che ne sa, lui è avvocato e non si è mai cimentato col songwriting, lui fruisce il tutto da fan, da amante della musica, e va benissimo, fortunato lui ti viene da dire, ma non riesce ad immaginare il tormento interiore e il baccano che fa quel cassetto strapieno di canzoni che non ne vogliono sapere di mettersi a dormire.
Così, continui la tua esistenza miserella, e ogni mattina in macchina mentre vai al lavoro, quando senti che divaghi e naufraghi tra le tue canzoni, ti dici “Piedi per terra Tim Tirelli, non sei MICK RALPHS, you’re NOT THE HOOPLE”.

Tim – studio daze 1996
L’Harris Pub prima si chiamava Dickinson, non è dunque difficile intuire il tenore musicale del locale e quindi degli avventori, per questo decidiamo di togliere dalla scaletta KASHMIR, I’M GONNA CRAWL e FOOL IN THE RAIN e inserire altro piombo Zeppelin: IMMIGRANT SONG, NOBODY’S FAULT BUT MINE, THE OCEAN.
Riesco a prendermi un giorno di ferie in questo venerdì di marzo e quindi posso fare le cose con calma. Non è così fortunata Saura, che arriverà a sera trafelata e non esattamente in forma per il concerto. Ad ogni modo riusciamo a caricare la blues mobile nelle tempistiche previste e a partire. Alle 18 siamo bloccati nel crosstown traffic della Via Emilia. A fatica raggiungiamo il locale. L’Harris ha un palco piuttosto spazioso e una sala concerto altrettanto adeguata.
Il blues del montaggio e del soundcheck anche stavolta è ben presente: ci siamo dimenticati di portare la spia di Saura, i monitor del palco sono collegati tra loro e dunque non è possibile regolarli individualmente così aggiungiamo il piccolo mixer di Saura per ovviare al problema. Proviamo un paio di pezzi: FOOL IN THE RAIN e THE OCEAN. Il suono è confuso col locale vuoto, io non sono amplificato e non ho nessuna spia, mi reggo solo sul Marshall Bluesbreaker. Il suono che ho mi infastidisce. Ogni chitarrista non è mai contento del proprio sound e passa la vita a regolare l’amplificatore, la pedaliera degli effetti e la chitarra nella speranza di trovare il suono che da sempre ha in testa e che non riesce mai a raggiungere. Di questo sono conscio e perciò rassegnato, ma stasera dall’ampli esce uno stridio che mi deprime più del dovuto. Agisco sui comandi, abbasso di un bel po’ i medi e alzo i bassi. Uhm, decisamente meglio. Sono le 20. Il soundcheck finisce.
Prima di cena vado a cambiarmi nello sgabuzzino adibito alla cosa. Sono circondato da fusti di birra, non va neanche tanto male, il più delle volte dobbiamo cambiarci nei bagni o in angoli bui. Ah come sarebbe bello avere uno straccio di camerino vero e proprio ogni tanto. Ceniamo. Iniziano ad arrivare gli amici, alcuni illuminati del blues, Riff, Francesco e Mario (& company), altri che non vedo da tempo, gli aficionados degli EQUINOX tra cui GIO, colui che decenni fa inconsapevolmente mi mise sulla retta via:
https://timtirelli.com/2012/06/21/la-prima-volta-i-led-zeppelin/
Verso le 22 il locale inizia a riempirsi, in breve non ci sono più tavoli liberi, constato con piacere che sono davvero tutti qui per noi. Avere un piccolo seguito, per un gruppo non professionista, è una gran soddisfazione.
Sono l’unico che non è già stanco, gli altri mi paiono in debito di energia. Finisce l’intro, Lele batte il quattro: IMMIGRANT SONG. Echi di grida vichinghe, sferragliamenti, guardo gli altri, mi sembra che ci siamo. Vedo Saura faticare, forse non è il pezzo migliore con cui partire. Con BLACK DOG inizia la carburazione e con HEARTBREAKER siamo già ad un quota soddisfacente. Sento che il gruppo rolla deciso, ormoni e testosterone ci spingono. E’ il momento dell’assolo, butto la mano e sia quel che sia. Mi sento abbastanza sciolto, il pubblico gradisce…
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Suonare DAZED AND CONFUSED mi piace sempre parecchio, è uno dei pezzi simbolo dei primi LZ, hard rock psichedelico di gran lignaggio. Di nuovo sento il gruppo unito, anche stasera il quinto membro, ovvero quell’unità spirituale che ogni tante compare tra le pieghe dei gruppi, è qui con noi. Sono contento degli EQUINOX, mi sembra che si sia raggiunta una maturità espressiva mica da ridere, e se suoni i LZ è la conditio sine qua non per essere credibili e non diventare una macchietta. La leggiadra ferocia di Lele mi mette sempre di buon umore.
Saura si mette alle tastiere, MISTY MOUNTAIN HOP e quindi SIBLY, le suona benissimo, Pol risponde da par suo. THE SONG REMAINS THE SAME è sempre un gran divertimento, è come cavalcare un mustang selvaggio poco dopo che sei riuscito a domarlo, lo hai sotto controllo ma sembra sempre che stia per disarcionarti. Segue GALLOWS POLE e quindi NOBODY’S FAULT BUT MINE.
Quest’ultimo è un pezzo che facciamo raramente, non è esattamente popolarissimo tra i casual fan e in più è un pezzo ostico, ma è uno spasso suonarla. Ci sono parecchi stacchi da rispettare e il gioco ritmico di basso e batteria sullo stralunato riff di space-blues è piuttosto impegnativo. Da qualche mese Pol ha finalmente cominciato a suonare la armonica. Non sarà ancora Aleck “Rice” Miller (sì insomma, Sonny Boy Williamson II) ma inizia a cavarsela.
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HOW MANY MORE TIMES non è un pezzo che amo più tanto, ma per Saura e Lele è imprescindibile, dunque eccolo di nuovo in scaletta. In questa sera marzolina rispolveriamo ALL MY LOVE. Sono anni che non la suoniamo più dal vivo, ma ora eccola qui. Mi avvicino al microfono e dato che ALL MY LOVE “in buona sostanza parla del girotondo della vita, la dedichiamo a due nostri eroi che recentemente hanno intrapreso il viaggio nelle profondità siderali: Brian e Keith Emerson… ” vogliamo dare la giusta enfasi così io, Saura e Pol alziamo tre cartelli raffiguranti immagini di Keith Emerson che avevo preparato. Il pubblico tributa a Emerson (o meglio, a tutti e due) un grande applauso. Qualcuno grida anche il nome di Brian. Mi commuovo.
Scrolliamo di dosso la malinconia con THE OCEAN. Come quasi tutti i batteristi di un certo tipo, Lele ci sguazza nell’oceano, segue dunque una versione alquanto su di giri, perché quando Lele va pazzo per qualcosa bisogna tenersi stretti. Penso a Saura: come farà ad andare dietro ad un indemoniato del genere?
Con STAIRWAY immancabilmente cala la piomba…sarà la doppio manico, chitarra non facile da domare, sarà che è il momento precedente la scarica finale, fatto sta che fatico sempre. Mi duole la schiena, perdo la concentrazione, mi faccio prendere dal to be a rock and not to roll blues… così mentre la suono mi dico “d’ora in poi non la facciamo più” oppure “la prossima volta la suono con la Les Paul“, ma poi come si fa ad essere il chitarrista di un tributo – seppur obliquo – ai LZ, a possedere una doppiomanico e non suonare STAIRWAY nella versione dal vivo che anche solo dal punto visivo è un riferimento basilare, un’icona dell’immaginario collettivo?
Cambio chitarra, infilo di nuovo il Les Paul e introduco il riff di WHOLE LOTTA LOVE. Urla e schiamazzi, mi ripeto, lo so, ma in fondo la gente alla fine vuole WHOLE LOTTA LOVE. COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL chiudono la serata.
Le persone hanno modi diversi di venirti a salutare dopo lo show, chi ti dice “ciao” e non accenna minimamente al concerto (poi scopri che ad amici comuni si è detto entusiasta di come ha suonato la band e tu in particolare), chi sa confrontarsi con le persone solo scherzando e quindi viene a fare lo spiritoso quando tu hai nelle orecchie ancora il brusio dei ventimila del Madison Square Garden e lo guardi stranito, chi ti esprime in maniera sobria il suo apprezzamento (“Ti ho visto bene, vecchio”) e chi, vivvaddio (dunque vivvapage), si lascia andare e ti esprime le proprie emozioni. C’è la figa (mai vista prima) che tira in ballo JIMMY PAGE e che quando vede che ti schernisci ti dice in maniera risoluta, quasi incazzata:“Ma piantala, sei un artista anche tu!”. Qualcuno (chitarrista anch’egli) arriva e fra i tanti complimenti, ti dice che avevi un suono spettacolare … io un suono spettacolare? E chi lo avrebbe mai detto! (Grazie Gianluca F.)
E’ quasi l’una, il locale si svuota. Rimangono pochi avventori. Smontiamo, carichiamo e ci prepariamo a partire. Il titolare è soddisfatto: “Che dire. Strepitosi. Mi avete fatto ascoltare con piacere gli Zep che non ne vado di certo pazzo. Musicisti con otto palle e professionalità sopra i normali standard. Chapeau”. A parte che di palle ne abbiamo sei, Saura semmai ha le tette, non so se siamo stati davvero strepitosi, ma posso dire che abbiamo fatto del nostro meglio per portare in giro il Rock, quello che permette al padre dei quattro venti di gonfiare le tue vele e alle stelle di riempire i tuoi sogni. Scandiano, goodnight.
Venerdi 18 marzo 2016 ore 22
HARRIS PUB – Via Roma 17 – Scandiano (RE) Italy
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THE EQUINOX BIOGRAFIA
Il progetto tributo ai LED ZEPPELIN parte nel 1999 quando Tim Tirelli, grande appassionato di musica rock e dei Led Zeppelin in particolare, autore di una biografia di Jimmy Page e collaboratore di diverse riviste musicali nazionali, decide di mettere in piedi gli Zeppelin Express, con i quali per alcuni anni gira i locali di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.
Nel 2002 entra nel gruppo LELE MORSELLI alla batteria, nel 2003 SAURA TERENZIANI alle tastiere. Nel 2006 il gruppo si scioglie, ma TIM, LELE e SAURA (ora anche al basso e al mandolino) decidono di continuare l’avventura sotto nuovo nome e con l’arrivo del cantante POL MORIGI il progetto riprende un vigore insperato. Molto attivo nel biennio 2006-2007, dopo un periodo di ripensamenti, il gruppo oggiriprende quota ed è ora pronto per raccogliere nuove sfide.
Il concerto dei THE EQUINOX prevede la presentazione dai grandi cavalli di battaglia dei LED ZEPPELIN, da WHOLE LOTTA LOVE a STAIRWAY TO HEAVEN, da KASHMIR a SINCE I’VE BEEN LOVING YOU, da HEARTBREAKER a BABE I’M GONNA LEAVE YOU, senza tralasciare gli aspetti meno scontati del gruppo come GALLOWS POLE, CUSTARD PIE, NOBODY’S FAULT BUT MINE, FOOL IN THE RAIN, I’M GONNA CRAWL.
Il gruppo propone la classica formazione a quattro, con Saura Terenziani che agisce contemporaneamente sulla pedaliera basso nei pezzi con le tastiere, rispettando dunque in tutto e per tutto le dinamiche dei LED ZEPPELIN.
Il gruppo inoltre cerca di rispettare la tradizione del gruppo di Page utilizzando gli strumenti classici usati dai LZ stessi e quindi chitarre Gibson Les Paul, Gibson doppiomanico, Danelectro, basso Fender Jazz, batteria Ludwig.
THE EQUINOX:
Tim Tirelli – Chitarra
Paolo Morigi – Voce
Saura Terenziani – Basso/Tastiere/Mandolino
Lele Morselli – Batteria
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