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A due passi dal blues

17 Apr

Una volta rincasato da Londra sono tornato ben presto a disposizione del blues, contemplo infatti la notte stellata nella speranza di intravedere l’extraterrestre che mi porti su una stella che sia tutta mia, metto cornici intorno alle giornate sbiadite di aprile e osservo il mondo col mio fare da antropologo contemporaneo da due soldi.

VADE RETRO DOMINA

Domenica mattina, faccio un salto a San Martin On The River, porto un mazzetto di fiori ai miei genitori. L’ora è quella un po’ pigra tra le 12 e 13. Imbocco la strada che costeggia il cimitero, entro in modo deciso nel parcheggio e curvando di 180° posiziono la mildly blues mobile tra due strisce bianche. Ammetto che il tutto mi è venuto particolarmente bene. Vicino ad un suv scuro c’è una donna con un cagnolino al guinzaglio. Appena scendo mi fa “Niki Lauda! Perfetto!”, sorpresa dalla mia capacità di parcheggiare velocemente e con precisione. La donna avrà tra i 40 e i 50 anni, quello che potrebbe essere il mio target, e con quella uscita spiritosa mette in mostra la sua emilianità e la voglia di attaccare discorso. Io, invece di sorridere, stare al gioco e ribattere con un motto di spirito, mi ritraggo scontroso “Davvero? Non mi pare”. “Era una battuta”, mi fa lei un po’ colpita dalla mia freddezza, mentre io – senza salutarla – entro nel cimitero. Nel farlo analizzo il mio comportamento, va bene che di donne ne ho già una (che mi basta e avanza), va bene che non cerco avventure, va bene che la parte che non voglio mai fare è quello del galletto che fa lo spiritoso con tutte, va bene che il chitarrista non è un cantante, ma un po’ di bon ton e di leggerezza sarebbero dovute. Bisogna che mi rilegga L’Educazione Sentimentale di Flaubert.

BREVE STORIA DELLA FAMIGLIA PATERLINI

Son lì che sistemo i fiori, che do una pulita alla lapide e che raccolgo me stesso per il solito minuto di esistenzialismo famigliare, quando gli occhi mi cadono su di una vecchie lapide nera poco più in basso. Quanti anni sono ormai che porto i fiori a mia madre (e dall’anno scorso anche a mio padre), 25 giusto? In questo quarto di secolo non mi era mai capitato di soffermarmi con un po’ di attenzione su quella lapide. Guardo meglio e medito sulla triste storia della famiglia Paterlini. Padre e madre nati negli anni ottanta dell’ottocento e morti negli anni cinquanta del novecento, un figlio (nella foto ha divisa e cappello da alpino) morto – immagino in guerra – nel 1942 a 21 anni, un altro figlio appena più vecchio ha la foto sopra la scritta “disperso in Russia”, e la figlia ventenne morta nel 1944 (per i bombardamenti alleati?). Penso a quanto sia crudele a volte il fato. Il capofamiglia si chiamava Fortunato.

AIN’T NO CURE FOR THE WAREHOUSE BLUES

Un mio ex collega se ne va in pensione e organizza una cena per festeggiare l’avvenimento con tutti (o quasi) quelli che lavorarono nel suo reparto di appartenenza. Prima di essermi fatto rapire dal distretto di Stonecity in cui lavoro oggi, per un decennio ho lavorato in una grande azienda di Mutina, azienda a cui mi sento ancora molto legato. La cena si tiene in un locale rustico e ruspante di quella che era la mia città. Vedere gente dopo 17 (17!) anni con cui si è condiviso un lungo pezzo di vita lavorativa è un discreto colpo al cuore. Il gruppo è di circa 20 persone, alcune non le conosco, sono entrate in azienda dopo che me ne andai, ma la maggioranza fa parte della mia storia. Siamo sempre noi, ma i lineamenti cambiano, i capelli cadono o imbiancano, gli anni avanzano. Buffo come in un secondo ci si ritrovi dentro alla stessa confidenza di un tempo, sembra quasi che si sia stati lontani solo per qualche settimana di ferie. Guardo questo gruppo di uomini che va dai 40 ai 70 anni, magari con poche affinità elettive ma con forti sentimenti – spartani e maschi – reciproci. Qualcuno ricorda e cita a memoria i miei resoconti sulla “Gazzetta del Magazzino” dopo le partite di calcio tra la nostra amata FC INTERMAG e l’AS OFFICINA,

FC INTERMAG – da il GUERIN SPORTIVO DI di qualche lustro fa.

qualcuno mi dice che la propria figlia (ormai donna di 26 anni) ancora conserva uno dei bigliettini in rima che le scrissi quando era una bimba, qualcuno mi abbraccia forte perché rammenta che quando si separò e quando perse il padre io gli stetti vicino…mi colpisce l’abbraccio gagliardo di questo pezzo d’uomo di 71 anni, evidentemente in passato non sono stato solo la testa di cazzo che pensavo. La cena finisce, un brindisi al festeggiato e fortunato neo pensionato, la ripromessa che ci si rivedrà presto per una pizza, un ultimo abbraccio e via. Mentre torno alla macchina mi sale un po’ di commozione, è il tempo che passa così velocemente che mi ammazza, è il fare bilanci che mi spinge verso il basso, è il blues che mi tiene in vita e mi tormenta contemporaneamente. Ho un brivido, gli occhi si fanno lucidi, ma mi riprendo, sono sotto casa di Pike non vorrei mai che – sebbene l’ora tarda – il mio amico decidesse di fare due passi e mi vedesse in quello stato. Salgo in macchina, faccio partire l’album DEEP IN THE NIGHT di ETTA JAMES e punto il muso della blues mobile verso Regium Lepidi.

THE WALKING LED

Non mi piace il genere horror, né lo splatter, né quello che prevede zombie  (e vampiri) eppure eccomi qui, dopo 7 anni dall’inizio, incatenato allo sceneggiato TV THE WALKING DEAD. Ad ogni nuova stagione che SKY proponeva guardicchiavo qualche minuto, ma poi desistevo, sentivo che c’era qualcosa che mi attirava ma poi mi dicevo che era roba per americani, per quelli che vanno matti per fumetti del genere (la serie TV deriva proprio dai comics)…e adesso guardatemi, sono in preda ad una infatuazione per THE WALKING DEAD.

Sto scaricando sul MYSKYHD le vecchie stagioni e appena posso mi guardo 3/4 episodi di seguito. La sera dopo la cena mi butto sul divano e via che si parte. Al mattino ho l’istinto di guardare un nuovo episodio prima di partire per il lavoro, in ufficio mi dico “dai, tra un po’ chiudo e mi fiondo a casa a vedere THE WALKING DEAD“. Mentre in pausa pranzo faccio le mie camminate nei parchi ascoltando musica, a volte il lettore passa i LED ZEPPELIN, ogni volta mi eccito e inizio a cantare l’Hare Hare, a ballare l’Hoochie Koo e mi dico che chi mi vede muovermi in quel modo strambo deve pensare: ecco THE WALKING LED.

PRIMAVERA ALLA DOMUS

Nelle mie passeggiate a passo sostenuto nelle pause pranzo contemplo la primavera a Stonecity, cerco di assumerla in dosi massicce, brio, energia, pruriti sensoriali, qualcosa che mi riallinei con la stagione dell’amore...

Stone City – Vistarino Park – photo TT

La Domus Saurea è il posto ideale per godere di queste sciocchezze. I fiori di Lillà sono una mia fissazione, mi perdo a contemplarli, inebriato dal profumo che mi rimanda ai giorni della mia fanciullezza.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Palmiro se la gode, la bella stagione lo ringalluzzisce, diventa meno dolce, o meglio i momenti in cui è nel sentimental mood si accorciano. A tratti è spiritato, rincorre farfalle, caccia animaletti, scaccia i gatti forestieri che osano avvicinarsi, poi d’un tratto di quieta, si sdraia nelle erba e guarda lontano oltre le colline.

Palmiro – Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

L’orto è ormai pronto, le piantine stanno per essere piantate.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

Con la primavera arriva anche il momento di fare pulizia nella vita personale, mettere un po’ d’ordine tra amicizie, sentimenti e progetti. Son sempre momenti importanti, meglio farlo con in mano due dita di Southern Comfort e ascoltando la musica giusta.

Domus Saura primavera 2017 – foto TT

 

 

 

 

Addio a Fidel Castro

28 Nov
Sabato mattina. Mi sveglio alle otto. Mi alzo. Penso che devo andare a fare la spesa alla Coop. Apro la finestra. C’è un bel sole, dopo tanti giorni uggiosi e noiosi. Lei, già sveglia da almeno un’ora, si precipita in camera e annuncia: “E’ morto Fidel”. Sono ancora avvolto in quella penombra intellettuale data dal risveglio, il primo pensiero corre al mio gatto Fidel, quel meraviglioso, peloso, bianco compagno di una vita fa. Elaboro il fatto che sono ormai alcuni anni che se ne è andato; ritorno sulla terra e capisco che è morto Fidel, il comandante in capo. Come spesso mi accade davanti alla morte, di primo acchito reagisco immediatamente in modo sobrio, austero, determinato. Poco più tardi, in un bar del centro commerciale, mentre faccio colazione, arriva la commozione.
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Mi colpisce un messaggio di Gianni Della Cioppa, giornalista musicale e amico “Ciao Tim, come va con Fidel?” .
“Cose inevitabili, ma finisce un pezzettino della mia vita” gli rispondo e lui di rimando “Ti ho pensato… so cosa significa(va) per te”.
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Già, quel che significa per me. Il mio essere indiscutibilmente di sinistra, impantanato negli ideali e invariabilmente malinconico circa lo stato della società moderna, lo devo a lui, a lui e a CHE GUEVARA. L’Emilia rossa è la mia base di partenza, ma la mia famiglia era di centro, quel centro che lievemente tirava a sinistra, il massimo consentito era il cammino tracciato da mio nonno materno, fervente sostenitore del Partito Social Democratico Italiano (alla fine degli anni quaranta Giuseppe Saragat andò più volte a casa loro, a San Martino In Rio, raccontava mia madre). Trovai quindi con più fatica – rispetto ai miei amici e coetanei –  la via verso il sol dell’avvenire, ma fu proprio questa fatica a fortificarmi, a far sì che malgrado le miserie di questi lustri i valori di sinistra di fondo che mi porto dentro siano per me imprescindibili, al di là dei compromessi e degli sviluppi con cui un uomo di blues come me – che vive nel bel mezzo del mondo occidentale – deve giocoforza confrontarsi.
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Ricordo l’estasi provata nel leggere i supplementi de Il Manifesto, i parecchi libri e  gli approfondimenti dei quotidiani dedicati a CUBA, al CHE e a FIDEL. Ricordo l’ebbrezza del mio primo viaggio nell’Isola e la malinconica felicità del secondo. Naturalmente non sono il solo ad essermi creato una CUBA ideale nella testa, il mito persiste tutt’ora, quella idea di nuova società, di uomo nuovo, di una via alternativa al capitalismo bieco e selvaggio che oggi più che mai si sta divorando il pianeta. Quei primi anni dopo la rivoluzione sono stati per tanti simbolo di una via nuova, diversa, possibile.
Fidel che nel 1953 assalta la caserma Moncada, Fidel che dopo l’amnistia ripara in Messico e che nel 1955 incontra Guevara, Fidel che il 25 novembre 1956 (curioso che sia morto esattamente sessant’anni dopo) parte con 80 guerriglieri alla volta di Cuba per dar vita alla rivoluzione contro la dittatura militare di Batista. L’arrivo con due giorni di ritardo in seguito a un mezzo naufragio, il primo combattimento con l’esercito di Batista (avvertito da qualcuno), i dodici superstiti (ma forse sono una ventina) che si rifugiano sulla Sierra Maestra e che in un paio di anni mettono in piedi un esercito di ribelli e conquistano l’isola. CASTRO che va negli USA e che cerca di instaurare rapporti con il gigante che gli sta alle porte, e che solo dopo i netti rifiuti dichiara il carattere comunista della rivoluzione.
La nazionalizzazione delle industrie straniere, la redistribuzione delle terre dopo aver espropriato le grandi fazende (per prima quella della famiglia di Castro) delle 400 ricche famiglie che dominavo l’isola, l’ abolizione delle scuole private, il programma per una sanità ed istruzione accessibile a tutti, la chiusura dei casinò e delle case di tolleranza.

Addio a Fidel Castro

Poi arriva l’Embargo, el bloqueo, il blocco commerciale imposto dagli USA, e CUBA che comincia a traballare. Deve scegliere di appoggiarsi all’URSS, con tutto quello che ne consegue.

Il giornalista Luca Bottura (uno mai tenero con Fidel) ha scritto sabato sul suo account di facebook “Comunque comunismo e Caraibi, in condizioni leali, avrebbero anche potuto funzionare”.

FIDEL naturalmente fa anche gravi errori, inebriato forse anche dal culto della personalità, ma ciò non toglie che ridà dignità e speranza al popolo cubano

Nel 1989, sulle ali della Glasnost e delle Perestrojka, arriva a Cuba Michail Sergeevič Gorbačëv (Gorbaciov insomma). Fidel lo accoglie all’aeroporto, festival dell’affetto e degli abbracci, ma più tardi, dopo il discorso di Gorbaciov a proposito della necessità di riformare il comunismo, Fidel a sorpresa prende la parola e sconfessa quello appena dichiarato dal “collega” russo. Fidel dice più o meno “Noi non abbiamo avuto Stalin, dunque è un discorso che non deve coinvolgerci”. Fu un errore, probabilmente, non aver accolto quella ondata di novità. Di lì a poco l’URSS si frantuma, gli aiuti non arrivano più e CUBA si trova alle prese con una crisi nerissima. Per più di un decennio la situazione diventa insostenibile, la prostituzione rinasce in modo plateale e la vita si fa durissima per tutti. Il paese tuttavia resiste e prova a risorgere. Ad oggi, con tutta la povertà che ancora persiste, rimane il fatto che in fatto di istruzione e sanità CUBA primeggia in tutto il centro america (e non solo).

Ezio Mauro ha detto che con on Fidel se ne va in maniera definita il novecento, credo sia proprio così.

Fidel & Che Guevara

Fidel & Che Guevara

Come sempre succede in questi casi, sui social network oggi si sono scoperti tutti esperti di castrismo e comunismo caraibico, una veloce occhiata su wikipedia o su google e giù a sentenziare. Sul Manifesto di oggi leggo che “solo chi capisce la miseria dell’America centrale capisce il mito di Cuba”…già.

Disgustosi i festeggiamenti a Miami, disgustoso ciò che scrive Libero (che tra l’altro ha lo stesso titolo in prima di altri tre quotidiani…che fantasia), disgustosi i commenti di Roberto Saviano.

Ridicoli anche i titoli dei quotidiani USA…una nazione che ha sempre calpestato i diritti civili (quelli dei più deboli), che in quanto a vessazioni non è seconda a nessuna, e che ha quasi sempre agito seguendo un unico credo, quello nel dio dollaro. Una nazione che nel centro e nel sud america è sempre stata al fianco dei regimi di destra, intervenendo in modo subdolo e concreto in affari la cui pertinenza avrebbe dovuto essere solo del popoli degli stati in questione. Vogliamo parlare ad esempio di Salvador Allende e del Cile nel 1973? Trovo nauseante il loro dar lezioni di democrazia. E pensare che a un criminale come Henry Kissinger hanno anche dato un Nobel.

Fidel Castro

Ma si sa, io sono di parte, ed è chiaro che mi senta toccato sul vivo. E’ che mi dà fastidio…c’è chi fa di peggio ma al coperto della parolina democrazia. Tra un paio di anni al massimo anche RAUL CASTRO mollerà, c’è già qualcuno che non sembra male in procinto di raccoglierne le pesantissime eredità, qualcuno che dovrà per forza traghettare CUBA verso la inevitabile occidentalizzazione. L’ho visto con i miei occhi lo scorso anno, ormai l’ epopea della rivoluzione non interessa più a tanti, troppi cubani, le ragazzine e i ragazzini non vogliono altro che il cellulare e sentirsi come i loro coetanei occidentali…se lo vuole il popolo, così sia…certo, rimane un po’ di malinconia e di nostalgia verso un secolo, il novecento, e un’idea che tramonta definitivamente.

Comandante en jefe Fidel, non scriverò come hanno fatto tutti, Hasta La Victoria Siempre, benché abbia tatuata questa frase sul mio animo mi sa che oggi è fuori luogo, ti dico solo addio e grazie per avermi fatto credere e sognare che una via diversa fosse possibile. Come ti disse quella volta CAMILO CIENFUEGOS durante il primo comizio all’Havana, quando lo guardasti in cerca di un sostegno, di un incoraggiamento… ” Vas Bien, Fidel.”

Santiago De Cuba 2015 (Photo Saura Terenziani)

Santiago De Cuba 2015 (foto Saura Terenziani)

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La truffa del secondary ticketing

24 Nov

Due settimane fa un servizio del programma LE IENE sul secondary ticketing ha destato sdegno in ogni appassionato di concerti. Avevo condiviso il video sul mio account facebook, lo ripropongo qui dopo che Giancarlo e Paolo mi hanno in pratica chiesto di farlo a margine dei loro commenti nell’articolo sull’ultimo cofanetto dei PINK FLOYD pubblicato qualche giorno fa qui sul blog.

le-iene

La faccenda è disgustosa, ma è positivo che sia venuta a galla, perché la sparizione dei biglietti dopo pochissimi minuti dalla messa in vendita su Ticketone è intollerabile. Naturalmente è poi possibile trovare disponibilità – in un secondo momento – degli stessi biglietti su altri siti a prezzo assai maggiorato.

Io già trovo assai fastidioso le spese “accessorie” che gravano sul costo dei biglietti, figuriamoci questo mercimonio chiamato secondary ticketing.

Venerdì scorso ad esempio ho voluto comprare due biglietti del concerto che gli AEROSMITH terranno a FIRENZE all’Ippodromo Del Visarno. Avendoli già visti nel 1989 e nel 1990 avrei fatto anche a meno, dato che non mi piacciono i concerti organizzati in questi spazi tipo festival, ma Saura non li ha mai visti e allora ho deciso di portarla a vedere un gruppo Rock che tutti dovrebbero vedere un volta nella vita. Son un fan della band, di STEVEN TYLER in particolare, album come GET YOUR WINGS, TOYS IN THE ATTIC, ROCKS e PERMANENT VACATION dovrebbero far parte delle discoteche di chiunque si definisca amante della musica Rock (ma aggiungerei anche DRAW THE LINE, NIGHT IN THE RUTS e DONE WITH MIRRORS).

Bene, dicevo che venerdì scorso alle 11,55 ero davanti al computer, sul sito di Ticketone. Inizialmente davano disponibili anche i biglieti del “Pit” sotto al palco, ma misteriosamente non era possibile acquistarli. Dopo pochissimo rimanevano disponibili solo i biglietti generici da 60 euro. Sapevo che i posti sotto al palco siano stati messi in prevendita il giorno prima per il fan club del gruppo e per gli iscritti a Firenze Rocks festival, ma che non ne fosse disponbile nemmeno uno mi pare strano.

E va beh, ordino due biglietti, 120 euro a cui si aggiungono 18 euro per la preventiva (2 x 9 euro), 9,99 euro consegna tramite corriere (e scrivete 10 euro per dio, così ci prendete per il culo) e 8,42 euro per le misteriose “commissioni di servizio”. Totale 156,41 euro. A parte il costo dei biglietti e la consegna tramite corriere, il resto mi sembra, se non una truffa, perlomeno “fuffa”. 26,42 euro buttati al vento.

Non fosse perché sono così appassionato, perché sono gli ultimi(ssimi) ruggiti dei vecchi leoni e perché nella mia vita ho assoluto bisogno di distrazioni, lascerei perdere e manderei tutti a quel paese. Mi basta ricordare il casino – con conseguente impossibilità di vedere decentemente gli artisti sul palco – dei ROLLING al Circo Massimo nel 2014 e degli AC/DC all’autodromo di Imola per farmi passare la voglia.

SERVIZIO DELLE IENE – MEDIASET

http://mdst.it/03v662557/

IL NOBEL A DYLAN di Francesco Giuseppe Prete

17 Ott

Un paio di considerazioni del nostro France’ sul recente Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

Nobel a Dylan sì, Nobel a Dylan no: e va bene, se proprio se ne deve parlare – aggiungendo altre parole alle altre, troppe, che già si sono sprecate – facciamolo. Nobel per la Letteratura, dunque, e allora partiamo proprio da qui, da questo termine, “Letteratura”. Cito testualmente dal dizionario Garzanti della lingua italiana: “Le opere scritte in prosa o in versi che hanno valore artistico; l’insieme di tali opere scritte in una lingua o proprie di un paese, di un’epoca, di un genere”. Ora, chi con le parole lavora, e mi riferisco a coloro – non molti comunque, alla fine rischia di essere il classico “tanto rumore per nulla”, ma tant’è – che hanno messo in discussione il riconoscimento dato dall’Accademia di Svezia a Bob, dovrebbe sapere che “le parole sono importanti”, mi si perdoni la citazione. Quindi l’affermazione “cosa c’entra Dylan con la Letteratura” e altre amenità del genere è innanzitutto semanticamente sbagliata, e l’errore è tanto più grave se commesso da gente che di Letteratura vive.

Insomma, non v’è dubbio che le opere di Dylan, oltre a un indiscutibile valore artistico, abbiano avuto sulla cultura popolare – tutta – del secolo scorso un impatto, un’influenza, una pervasività che rende Dylan forse il personaggio più importante del 1900, anche per il fatto che le sue opere hanno travalicato l’appartenenza a un paese, a un’epoca e a un genere. Ora, il fatto che tali opere letterarie (anzi, Opere Letterarie) siano state veicolate attraverso la forma canzone nulla toglie al loro valore, anzi! C’è più cultura in “Desolation Row” che in intere bibliografie, e questo anche limitandosi a leggerne il testo su carta stampata (a tal proposito, per me a tutt’oggi il miglior lavoro di traduzioni Dylaniane è “Lyrics 1962-2001” di Alessandro Carrera). Certo, poi uno ascolta la canzone e la magia si moltiplica all’infinito.

bob-dylan

Del resto, e vado oltre, Dylan è stato quello che ha cambiato per sempre le coordinate della musica Rock, anzi, della musica popolare tout-court, a partire da quel doppio colpo di batteria a cui seguiva “quel” riff di Hammond, prima che arrivasse lui con la sua voce ad ammonirci che “Once Upon a Time You Dressed so Fine…” L’anno era il 1965 e Dylan decideva di imbracciare la chitarra elettrica e farsi accompagnare da un gruppo Rock, senza rinunciare all’importanza dei testi che è fondamentale nel Folk. E già, prima di allora era il Rock’n’Roll, energia allo stato puro, ma fino a quel momento nei testi c’era ben poco di “letterario”, appunto, la voce era uno strumento come gli altri che, spesso declamando versi al limite del banale, serviva a trasmettere quell’energia, non è vero Mr. Presley? Mentre i testi “importanti”, “seri”, impegnati? erano prerogativa del Folk. Da ora non più, perché, come ebbe a dire un certo Bruce Springsteen, “Elvis ci ha liberato il corpo, Dylan ci ha liberato la mente”: per questo motivo oggi, abbondantemente passati i 50, ancora mi appassiono al Rock, e con me tanti altri, a cominciare dal curatore di questo Blog. Non è più solo una musica da ballare ma è molto di più, e questo passaggio lo dobbiamo a Mr. Zimmermann, altro che storie. Da quel leggendario 1965 nulla è stato più lo stesso, con quell’anno hanno dovuto fare i conti tutti, Beatles e Stones compresi.

Solo una considerazione, del tutto personale sulla grandezza artistica di quest’uomo. “Planet Waves”, disco del 1974, secondo molti non uno dei suoi migliori, anzi, mentre secondo me è un lavoro meraviglioso e imprescindibile, anche perché è il commiato dalla sua “Band”. Sul disco un brano, “Forever Young”, peraltro il più bello del disco e in assoluto uno dei migliori scritti da Bob, è presente due volte, in due differenti versioni. Cosa questa che, ma guarda un po’, in futuro faranno molti, ma che fino ad allora non mi risulta avesse mai fatto nessuno, e del resto, perché due volte lo stesso pezzo nello stesso album? Eh, e allora? Signori, è di Dylan che stiamo parlando. “Forever Young” è dedicata al figlio Jakob, nato da poco, ed è – la faccio breve – l’augurio di una vita che sia sempre giusta e sincera, coraggiosa e operosa, quasi una raccomandazione affinché il marmocchio possa, in tal modo, restare “per sempre giovane”. La versione che chiude la prima facciata (ragiono in termini vinilici) è una ballata struggente, lenta e solenne, quasi malinconica: è il padre che recita la sua raccomandazione al figlio, con tutto l’amore e la speranza ma anche la paura del futuro che può avere un genitore. Però si sa come sono i figli, fanno finta di starti a sentire e poi fanno sempre di testa loro… E così la versione che apre la seconda facciata del disco è una cantilena veloce e sghemba, quasi tirata via, divertita e divertente, uno sberleffo, altro che malinconia! Ed è come il figlio legge la raccomandazione paterna, facendogli il verso, accelerando i versi quasi si volesse sbrigare, ‘che non ho tempo da perdere con te papà! Ecco, se non è (anche) grande Letteratura questa!

Ma al di là di tutto, sono sicuro che il primo a provare fastidio per tutto questo chiasso sia proprio lui, Bob, fedele al suo personaggio ma soprattutto alla sua persona (‘che di personaggi Dylan ne è stati tanti). Se leggesse questa cosa, forse mi romperebbe in testa una delle sue Stratocaster, perché – ne sono sicuro – secondo lui “sono solo canzonette”.

 

Francesco Giuseppe Prete © 2016

 

 

AMERICAN MELTING POT (a song of hope)

10 Lug

I fatti di Dallas e di Fermo mi gettano nello sconforto. Poliziotti americani che continuano ad uccidere con una facilità disarmante cittadini neri, uno nero che per vendetta ammazza cinque poliziotti e qui da noi un italiano che uccide un profugo nigeriano dopo che questi aveva reagito all’offesa gridata alla moglie (“scimmia africana”). Il fratello dell’omicida dice che il fratello amava scherzare e che per questo tirava le noccioline ai neri. In questa ultima frase secondo me è rappresentata la porta dell’abisso in cui ci stiamo gettando. Il gettare noccioline alle persone di colore e considerarlo uno scherzo, il senato che evita il processo a calderoli (scritto in piccolo) per aver chiamato orango la ministra Cècile Kyenge, lo sdoganamento del fascismo tanto caro al cavaliere nero nel suo recente ventennio al potere e altri mille piccoli passi che ci hanno portato alle miserie morali di oggi. Su facebook vedo commenti e prese di posizioni che fanno rabbrividire. Non credevo che noi italiani fossimo così.

Roberto Fico del Movimento 5 Stelle (presidente vigilanza Rai) sul suo account facebook scrive: “Leggere certi commenti, anche di membri delle istituzioni, sulla morte di Emmanuel suscita sdegno e repulsione. Un essere umano definisce “scimmia” un altro essere umano, in quanto immigrato africano, e lo ammazza di botte. Nonostante questo c’è chi, come i leghisti, ha il coraggio di accostare a questa violenza “l’immigrazione clandestina fuori controllo”, i morti di Dacca, o qualunque altra cosa serva a distogliere il nostro sguardo dal problema. Il problema è che questa barbara uccisione ha nel razzismo il suo fattore scatenante e questo non può essere in alcun modo occultato. Chi prova a snaturare il movente di questa morte o non si rende conto del peso che hanno le parole, oppure lo fa consapevolmente per ignobili fini politici. Questa gente si deve vergognare, perché davanti a una morte del genere un popolo maturo e democratico dovrebbe soltanto chiedersi cosa ha fatto fino a oggi e se sta facendo abbastanza per estirpare questo cancro dalla società.”

In breve diventa il “post della discordia”, come lo definisce il quotidiano “libero” (scritto in piccolo). Molti i commenti che fanno accapponare la pelle. I flussi dei migranti, i profughi, l’immigrazione sono un problema è una dato di fatto, sta tutto accadendo in questi anni, prima o poi ci si abituerà alla nuova conformazione, ma oggi siamo impreparati a tutto questo, è chiaro. Ma come si fa a non avere rispetto per gli altri esseri umani, che spesso sono solo disgraziati che fuggono da guerre e povertà? Come si fa a considerarli essere inferiori solo perché sono diversi da noi? Come si fa a dare alla loro vita meno valore?

Un mio amico d’infanzia su facebook non perde occasione per denigrare la Kyenge, per poi condividere i post dell’ex prete del paese dove siamo cresciuti. Se lo immaginerà che il figlio del dio in cui crede (generato dallo spirito santo nel ventre di una vergine) non era esattamente biondo con gli occhi azzurri e che probabilmente aveva la pelle di colore non dissimile da quello della Kyenge?

Una mia amica su facebook un bel giorno condivise qualcosa di ezra pound (scritto in piccolo) un poetuncolo statunitense che ammirava hitler, mussolini e mosley ( il fondatore del british union of fascists) . Le feci cortesemente notare che forse non era il caso di condividere qualcosa di questo signore da cui una formazione di estrema destra italiana ha preso il nome, ma lei rispose che non ci trovava nulla di male. Nessun problema, cancellarla dagli amici di facebook mi costato poco ma mi è dispiaciuto, anche perché il tutto è molto sintomatico. Scivolare verso il dissesto umanistico è sempre più semplice e naturale, assuefatti ormai dal controllo che la “pancia” ha di noi.

Ripensando ai fatti americani, il primo collegamento che ho fatto è stato quello con ciò che accadde nel 1963 di Birmingham Alabama, dove quattro uomini del ku klu klan fecero saltare una chiesa battista frequentata da neri; quattro ragazzine di colore morte e ventidue feriti. Già se penso alla cosa mi sembra incredibile che nel 1963 fossimo ancora a quel punto figuriamoci dopo 53 anni … le cose non sembrano cambiate così tanto.

Ne parlo con un caro amico di New York City che mi scrive una frase che mi dà speranza:

Black/White thing’s been going on here for a long time. Things are much better – might not seem like it, but tremendous progress has been made over the years. Just so much anger here now. We need a leader to unite us.”

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Poco dopo mi arriva un messaggio di Polbi (Paolo Barone insomma, il nostro Michigan boy) da Detroit, scritto pochi momenti prima che gli ultimi fatti di sangue accadessero:

“Facevo questa riflessione ieri sera camminando da solo verso casa, dopo una lezione di Kung Fu. Vivere in questo paese, se non si e’ del tutto ottusi, e’ comunque una scuola di diversità e inclusione.
Il mio gruppo di K Fu e’ composto da: un anarchico italiano, una transessuale yankee, un ragazzo di origine polacca, una benestante ebrea, un militare afroamericano, un figlio di profughi libici, un anziana lesbica, un signore palesemente borderline, un infermiere di Hong Kong, una signora obesa bianca di eta’ incerta, e un maestro jamaicano.  Questo gruppo che si e’ costituito naturalmente nel corso di 16 mesi e’ del tutto normale da queste parti, nulla di strano.
Non so bene perchè ma questa riflessione ho voglia di condividerla con te. Ma almeno per una volta non ti riempio delle mie solite depressioni, e riesco anche a vedere qualche lato positivo del mio essere momentaneamente naufragato qui in Michigan, che ormai – in ogni caso –  e’ parte di me.”

Riacquisto un po’ di fiducia; vado ad ascoltarmi la “canzone della speranza”.

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Quando muore uno come Prince (tra banalità, retorica e luoghi comuni)

22 Apr

Quando ieri sera ho saputo della scomparsa di PRINCE, subito dopo essermi rammaricato per la morte assai prematura di un artista come si deve, ho subito pensato, con fastidio, alla valanga di luoghi comuni, di banalità, di inesattezze che avrebbero invaso gli spazi social e i quotidiani.

La cosa che trovo più insopportabile, e ne ho parlato anche quando se ne andò DAVID BOWIE, è che tutti si sentono in dovere di partecipare all’isteria collettiva, anche quelli che di PRINCE hanno ascoltato solo PURPLE RAIN, di vivere per un momento della luce riflessa dall’ultimo bagliore di una stella che è implosa. Trovo il tutto vergognosamente autoreferenziale.

Prince

Perché se sei un fan in senso stretto è comprensibile, viene a mancare una delle tue luci guida, uno che senti far parte della tua vita, quasi uno di famiglia… io stesso l’ho fatto recentemente per KEITH EMERSON, ma possibile che tutti, tutti, siano fan di PRINCE e soprattutto che tutti siano fan di tutti?

La grande maggioranza dei commenti che leggo su facebook sono basati sulla formula folletto di Minneapolis=Purple Rain. Possibile che si riesca unicamente a scivolare sulla scelta più banale? A usare la descrizione più fastidiosa?

Fortunatamente non sono il solo a provare questa repulsione; su facebook leggo la considerazione di PICCA:

Prince: TAFKAF (The Artist Formerly Known As Folletto)

Soliti banalissimi e superficiali piagnistei da coccodrillo sui principali quotidiani nazionali in merito alla scomparsa di Prince. Il Corriere smolla l’insopportabile ‘icona anni 80’ (wow! ingegnoso) seguito dal disgustoso ‘folletto della musica’ (Vorwerk folletto?’) che va ad appaiarsi agli altri insostenibili nomignoli dei cantanti (Dylan il menestrello del folk, Bowie il trasformista del rock eccetera). La Repubblica invece sfagiola ‘Addio a Prince il provocatore’ (???) e nelle pagine interne defeca un ‘irriverente’ e ‘genio ribelle’ (tutti ribelli quando muoiono, anche John Denver) per poi degradare anch’essa su ‘folletto’ (se Castaldo avesse incontrato Prince, pieno di passera e attorniato dalla security, e gli avesse detto ‘ciao folletto’, la security lo avrebbe ridotto giustamente in poltiglia). Poi dicono che non si leggono più i giornali.

Ieri sera mentre cenavo (in cucina non ho Sky) ascoltavo distrattamente un Tg della Rai. Nel servizio su PRINCE si sono sentite pure queste due frasi “rock sinfonico” e  “genio e sregolatezza”. Siamo arrivati ad un punto in cui la pigrizia giornalistica (soprattutto musicale) e le inesattezze hanno fagocitato tutto.

Come diceva Daniele Luttazzi “Disgustorama!”

Al di là di tutto questo pattume mediatico rimane il fatto che a soli 57 anni se ne è andato un artista, uno dei pochi a cui questo appellativo si può applicare senza indugio. Non sono mai stato un suo fan, ma riconosco in lui un forza propulsiva notevole, un’ottima vena creativa, una superba carica da intrattenitore e una straordinaria abilità chitarristica.

Non so se PRINCE fosse un genio come dicono tutti, di sicuro so che era un musicista dotatissimo. Innovatore, sì, certo, ma non scordiamo che prese tutto da CURTIS MAYFILED.

Non essendo un fan non sono in grado di proporre un paio di video di quelle canzoni meno note ma belle e importanti, ma perlomeno non pubblico PURPLE RAIN e WHEN MY GUITAR GENTLY WEEPS (dal concerto tributo a GEORGE HARRISON) per far vedere che razza di chitarrista magnifico fosse.

Addio PRINCE.



 

John “Mangiafegato (liver-eating)” Johnson

4 Apr

Ho letto recentemente il libro Thorpe & Bunker “CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO” (La Frontiera Edizioni 1988 – titolo originale CROW KILLER 1958) e lo ho trovato intrigante essendo un argomento che mi interessa davvero molto.

Thorpe & Bunker Crow killer book

Thorpe & Bunker Crow killer book

Il libro narra naturalmente le avventure del mountain man John Johnson, il personaggio realmente vissuto a cui si ispirarono ROBERT REDFORD e SYDNEY POLLACK per il film del 1972 JEREMIAH JOHNSON (in italiano CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO).

Jeremiah Johnson - il film

 

Lo sapete, è il mio film preferito in assoluto, ma è molto romanzato e si prende parecchie libertà rispetto a quella che probabilmente è stata la vita di Johnson, e la stessa cosa fa il libro. Non credo sia facile fare dei distinguo tra la cruda verità e le leggende che sono nate dai racconti sgorgati davanti ai falò di quegli anni in quelle terre selvagge.

Davvero alcuni incauti indiani Crow uccisero la moglie indiana (incinta nel libro) (e il “figlio” adottivo dato al mountain man da una donna diventata pazza dopo che gli indiani sterminarono quasi tutta la sua famiglia – nel film) e per vendetta JJ iniziò ad ammazzare guerrieri Crow fino a che ne uccise così tanti che i Crow finirono per rispettarlo?

Robert Redford - Jeremiah Johnson

Robert Redford – Jeremiah Johnson

Davvero una volta fu catturato dai Crow (nel libro) e riuscì a fuggire, non prima di aver ucciso la sentinella, di averne tagliato abilmente una gamba, e di essersela portata con sé come scorta di cibo durante una interminabile fuga di più di 200 miglia sotto tempeste di neve?

Sembra siano tutte esagerazioni. Biografie meno romantiche e forse più attendibili dipingono JJ come un uomo diverso da quello che la leggenda vuole.

Mangiafegato Johnson era un uomo violento, attaccabrighe e senza tanti scrupoli, alto un metro e novanta per 118 chili (senza un filo di grasso) divenne un mountain man leggendario, ma senza dare all’aggettivo accezioni positive.

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

Nasce come John Garrison a Little York nel New Jersey nel giugno del 1824. Il padre Isaac di origine irlandese o scozzese era alcolizzato e manesco, picchiò il figlio quasi fino a morte. Fu obbligato dal padre a lavorare per pagare i debiti del genitore, fino a che John si stufò e si imbarcò su una nave. Cacciò balene per circa 12 anni prima di abbandonare. Si arruolò in marina, ma il carattere focoso lo costrinse a fuggire dopo aver colpito un ufficiale. Cambiò nome in Johnston (con la t) per confondere le acque e si diresse all’ovest.  California, Colorado, Wyoming e Montana. Cercatore d’oro, cacciatore, trapper, trafficante di whiskey, taglialegna, scout per l’esercito. Combatté costantemente contro gli indiani.

John Garrison - John Johnson

John Garrison – John Johnson

Anche il soprannome mangiafegato (dovuto al fatto che ogni volta che uccideva un crow asportava il fegato del malcapitato e lo assaggiava) sembra sia falso. Potrebbe derivare dal fatto che nel 1868 lui e alcuni suoi amici taglialegna furono attaccati dai Sioux perché abbattevano alberi (per procurare legname per le navi a vapore) su territorio indiano. Mangiafegato piantò il coltello sul fianco di un guerriero, quando lo estrasse notò che sulla lama era rimasto una parte del fegato, così scherzando chiese agli altri “qualcuno ne vuole un boccone?”

Il coltello di mangiafegato Johnson

Il coltello di mangiafegato Johnson

Tra il 1863 e il 1865 diventò scout per la cavalleria del Colorado durante la guerra civile americana. Tornò quindi nel Montana, cercò l’oro e combatté gli indiani. Spese tutti i suoi soldi a bere whiskey a Fort Benton fino a che non fu costretto a tornare a lavorare vendendo merci ai minatori. Col suo compare JX Beider poi si rimise a fare il boscaiolo sul fiume Missouri, mestier pericolosissimo in quei luoghi: nell’estate del 1868 sette taglialegna furono uccisi dagli indiani. Si mise anche a vendere teschi di indiani ai turisti che passavano da quelle parte sulle navi a vapore. Tornò poi a fare il trapper e a cacciare. Ebbe molti scontri con i Sioux, i quali continuavano a rubargli trappole e pelli di castoro. Johnson lasciava avanzi di cibo avvelenati nella sua tenda affinché i pellerossa li mangiassero. Una volta alcuni lo aspettarono nella sua capanna, ma lui fiutò il pericolo, si infilò nel tunnel che aveva costruito e li sorprese.

Liver-eating Johnston cabin

Liver-eating Johnston cabin

Tornò a trafficare in Whiskey, a tornò a fare lo scout per l’esercito e fece da guida ad alcune spedizioni in Montana. Ebbe poi a che fare con la linea delle diligenze, diventò uomo della legge a Coulson nel Montana, si unì persino al Wild West Show. Si ritirò poi nella sua capanna a Red Lodge, ma tornò a fare lo sceriffo fino a che una vecchia ferita alla spalla avuta durante la guerra civile non lo constrinse a smettere per sempre.

late 1800's - Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp - Liver Eating Johnson - Butch Cassidy - The Sundance Kid

late 1800’s – Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp – Liver Eating Johnson – Butch Cassidy – The Sundance Kid

Nel 1899 si ritirò al Veteran Hospital di Los Angeles, dove morì il 21 gennaio del 1900. Fu sepolto in California. Nel 1974 finalmente i suoi resti furono portati a Old Trail Town, Cody, WY, uno dei posti più amati da Johnson, a nemmeno cento chilometri dalla “sua” Red Lodge, MT.

 

John Johnson Grave - Old Trail Town, Cody, Wyoming

John Johnson Grave – Old Trail Town, Cody, Wyoming

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