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AMERICAN MELTING POT (a song of hope)

10 Lug

I fatti di Dallas e di Fermo mi gettano nello sconforto. Poliziotti americani che continuano ad uccidere con una facilità disarmante cittadini neri, uno nero che per vendetta ammazza cinque poliziotti e qui da noi un italiano che uccide un profugo nigeriano dopo che questi aveva reagito all’offesa gridata alla moglie (“scimmia africana”). Il fratello dell’omicida dice che il fratello amava scherzare e che per questo tirava le noccioline ai neri. In questa ultima frase secondo me è rappresentata la porta dell’abisso in cui ci stiamo gettando. Il gettare noccioline alle persone di colore e considerarlo uno scherzo, il senato che evita il processo a calderoli (scritto in piccolo) per aver chiamato orango la ministra Cècile Kyenge, lo sdoganamento del fascismo tanto caro al cavaliere nero nel suo recente ventennio al potere e altri mille piccoli passi che ci hanno portato alle miserie morali di oggi. Su facebook vedo commenti e prese di posizioni che fanno rabbrividire. Non credevo che noi italiani fossimo così.

Roberto Fico del Movimento 5 Stelle (presidente vigilanza Rai) sul suo account facebook scrive: “Leggere certi commenti, anche di membri delle istituzioni, sulla morte di Emmanuel suscita sdegno e repulsione. Un essere umano definisce “scimmia” un altro essere umano, in quanto immigrato africano, e lo ammazza di botte. Nonostante questo c’è chi, come i leghisti, ha il coraggio di accostare a questa violenza “l’immigrazione clandestina fuori controllo”, i morti di Dacca, o qualunque altra cosa serva a distogliere il nostro sguardo dal problema. Il problema è che questa barbara uccisione ha nel razzismo il suo fattore scatenante e questo non può essere in alcun modo occultato. Chi prova a snaturare il movente di questa morte o non si rende conto del peso che hanno le parole, oppure lo fa consapevolmente per ignobili fini politici. Questa gente si deve vergognare, perché davanti a una morte del genere un popolo maturo e democratico dovrebbe soltanto chiedersi cosa ha fatto fino a oggi e se sta facendo abbastanza per estirpare questo cancro dalla società.”

In breve diventa il “post della discordia”, come lo definisce il quotidiano “libero” (scritto in piccolo). Molti i commenti che fanno accapponare la pelle. I flussi dei migranti, i profughi, l’immigrazione sono un problema è una dato di fatto, sta tutto accadendo in questi anni, prima o poi ci si abituerà alla nuova conformazione, ma oggi siamo impreparati a tutto questo, è chiaro. Ma come si fa a non avere rispetto per gli altri esseri umani, che spesso sono solo disgraziati che fuggono da guerre e povertà? Come si fa a considerarli essere inferiori solo perché sono diversi da noi? Come si fa a dare alla loro vita meno valore?

Un mio amico d’infanzia su facebook non perde occasione per denigrare la Kyenge, per poi condividere i post dell’ex prete del paese dove siamo cresciuti. Se lo immaginerà che il figlio del dio in cui crede (generato dallo spirito santo nel ventre di una vergine) non era esattamente biondo con gli occhi azzurri e che probabilmente aveva la pelle di colore non dissimile da quello della Kyenge?

Una mia amica su facebook un bel giorno condivise qualcosa di ezra pound (scritto in piccolo) un poetuncolo statunitense che ammirava hitler, mussolini e mosley ( il fondatore del british union of fascists) . Le feci cortesemente notare che forse non era il caso di condividere qualcosa di questo signore da cui una formazione di estrema destra italiana ha preso il nome, ma lei rispose che non ci trovava nulla di male. Nessun problema, cancellarla dagli amici di facebook mi costato poco ma mi è dispiaciuto, anche perché il tutto è molto sintomatico. Scivolare verso il dissesto umanistico è sempre più semplice e naturale, assuefatti ormai dal controllo che la “pancia” ha di noi.

Ripensando ai fatti americani, il primo collegamento che ho fatto è stato quello con ciò che accadde nel 1963 di Birmingham Alabama, dove quattro uomini del ku klu klan fecero saltare una chiesa battista frequentata da neri; quattro ragazzine di colore morte e ventidue feriti. Già se penso alla cosa mi sembra incredibile che nel 1963 fossimo ancora a quel punto figuriamoci dopo 53 anni … le cose non sembrano cambiate così tanto.

Ne parlo con un caro amico di New York City che mi scrive una frase che mi dà speranza:

Black/White thing’s been going on here for a long time. Things are much better – might not seem like it, but tremendous progress has been made over the years. Just so much anger here now. We need a leader to unite us.”

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Poco dopo mi arriva un messaggio di Polbi (Paolo Barone insomma, il nostro Michigan boy) da Detroit, scritto pochi momenti prima che gli ultimi fatti di sangue accadessero:

“Facevo questa riflessione ieri sera camminando da solo verso casa, dopo una lezione di Kung Fu. Vivere in questo paese, se non si e’ del tutto ottusi, e’ comunque una scuola di diversità e inclusione.
Il mio gruppo di K Fu e’ composto da: un anarchico italiano, una transessuale yankee, un ragazzo di origine polacca, una benestante ebrea, un militare afroamericano, un figlio di profughi libici, un anziana lesbica, un signore palesemente borderline, un infermiere di Hong Kong, una signora obesa bianca di eta’ incerta, e un maestro jamaicano.  Questo gruppo che si e’ costituito naturalmente nel corso di 16 mesi e’ del tutto normale da queste parti, nulla di strano.
Non so bene perchè ma questa riflessione ho voglia di condividerla con te. Ma almeno per una volta non ti riempio delle mie solite depressioni, e riesco anche a vedere qualche lato positivo del mio essere momentaneamente naufragato qui in Michigan, che ormai – in ogni caso –  e’ parte di me.”

Riacquisto un po’ di fiducia; vado ad ascoltarmi la “canzone della speranza”.

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Quando muore uno come Prince (tra banalità, retorica e luoghi comuni)

22 Apr

Quando ieri sera ho saputo della scomparsa di PRINCE, subito dopo essermi rammaricato per la morte assai prematura di un artista come si deve, ho subito pensato, con fastidio, alla valanga di luoghi comuni, di banalità, di inesattezze che avrebbero invaso gli spazi social e i quotidiani.

La cosa che trovo più insopportabile, e ne ho parlato anche quando se ne andò DAVID BOWIE, è che tutti si sentono in dovere di partecipare all’isteria collettiva, anche quelli che di PRINCE hanno ascoltato solo PURPLE RAIN, di vivere per un momento della luce riflessa dall’ultimo bagliore di una stella che è implosa. Trovo il tutto vergognosamente autoreferenziale.

Prince

Perché se sei un fan in senso stretto è comprensibile, viene a mancare una delle tue luci guida, uno che senti far parte della tua vita, quasi uno di famiglia… io stesso l’ho fatto recentemente per KEITH EMERSON, ma possibile che tutti, tutti, siano fan di PRINCE e soprattutto che tutti siano fan di tutti?

La grande maggioranza dei commenti che leggo su facebook sono basati sulla formula folletto di Minneapolis=Purple Rain. Possibile che si riesca unicamente a scivolare sulla scelta più banale? A usare la descrizione più fastidiosa?

Fortunatamente non sono il solo a provare questa repulsione; su facebook leggo la considerazione di PICCA:

Prince: TAFKAF (The Artist Formerly Known As Folletto)

Soliti banalissimi e superficiali piagnistei da coccodrillo sui principali quotidiani nazionali in merito alla scomparsa di Prince. Il Corriere smolla l’insopportabile ‘icona anni 80’ (wow! ingegnoso) seguito dal disgustoso ‘folletto della musica’ (Vorwerk folletto?’) che va ad appaiarsi agli altri insostenibili nomignoli dei cantanti (Dylan il menestrello del folk, Bowie il trasformista del rock eccetera). La Repubblica invece sfagiola ‘Addio a Prince il provocatore’ (???) e nelle pagine interne defeca un ‘irriverente’ e ‘genio ribelle’ (tutti ribelli quando muoiono, anche John Denver) per poi degradare anch’essa su ‘folletto’ (se Castaldo avesse incontrato Prince, pieno di passera e attorniato dalla security, e gli avesse detto ‘ciao folletto’, la security lo avrebbe ridotto giustamente in poltiglia). Poi dicono che non si leggono più i giornali.

Ieri sera mentre cenavo (in cucina non ho Sky) ascoltavo distrattamente un Tg della Rai. Nel servizio su PRINCE si sono sentite pure queste due frasi “rock sinfonico” e  “genio e sregolatezza”. Siamo arrivati ad un punto in cui la pigrizia giornalistica (soprattutto musicale) e le inesattezze hanno fagocitato tutto.

Come diceva Daniele Luttazzi “Disgustorama!”

Al di là di tutto questo pattume mediatico rimane il fatto che a soli 57 anni se ne è andato un artista, uno dei pochi a cui questo appellativo si può applicare senza indugio. Non sono mai stato un suo fan, ma riconosco in lui un forza propulsiva notevole, un’ottima vena creativa, una superba carica da intrattenitore e una straordinaria abilità chitarristica.

Non so se PRINCE fosse un genio come dicono tutti, di sicuro so che era un musicista dotatissimo. Innovatore, sì, certo, ma non scordiamo che prese tutto da CURTIS MAYFILED.

Non essendo un fan non sono in grado di proporre un paio di video di quelle canzoni meno note ma belle e importanti, ma perlomeno non pubblico PURPLE RAIN e WHEN MY GUITAR GENTLY WEEPS (dal concerto tributo a GEORGE HARRISON) per far vedere che razza di chitarrista magnifico fosse.

Addio PRINCE.



 

John “Mangiafegato (liver-eating)” Johnson

4 Apr

Ho letto recentemente il libro Thorpe & Bunker “CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO” (La Frontiera Edizioni 1988 – titolo originale CROW KILLER 1958) e lo ho trovato intrigante essendo un argomento che mi interessa davvero molto.

Thorpe & Bunker Crow killer book

Thorpe & Bunker Crow killer book

Il libro narra naturalmente le avventure del mountain man John Johnson, il personaggio realmente vissuto a cui si ispirarono ROBERT REDFORD e SYDNEY POLLACK per il film del 1972 JEREMIAH JOHNSON (in italiano CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO).

Jeremiah Johnson - il film

 

Lo sapete, è il mio film preferito in assoluto, ma è molto romanzato e si prende parecchie libertà rispetto a quella che probabilmente è stata la vita di Johnson, e la stessa cosa fa il libro. Non credo sia facile fare dei distinguo tra la cruda verità e le leggende che sono nate dai racconti sgorgati davanti ai falò di quegli anni in quelle terre selvagge.

Davvero alcuni incauti indiani Crow uccisero la moglie indiana (incinta nel libro) (e il “figlio” adottivo dato al mountain man da una donna diventata pazza dopo che gli indiani sterminarono quasi tutta la sua famiglia – nel film) e per vendetta JJ iniziò ad ammazzare guerrieri Crow fino a che ne uccise così tanti che i Crow finirono per rispettarlo?

Robert Redford - Jeremiah Johnson

Robert Redford – Jeremiah Johnson

Davvero una volta fu catturato dai Crow (nel libro) e riuscì a fuggire, non prima di aver ucciso la sentinella, di averne tagliato abilmente una gamba, e di essersela portata con sé come scorta di cibo durante una interminabile fuga di più di 200 miglia sotto tempeste di neve?

Sembra siano tutte esagerazioni. Biografie meno romantiche e forse più attendibili dipingono JJ come un uomo diverso da quello che la leggenda vuole.

Mangiafegato Johnson era un uomo violento, attaccabrighe e senza tanti scrupoli, alto un metro e novanta per 118 chili (senza un filo di grasso) divenne un mountain man leggendario, ma senza dare all’aggettivo accezioni positive.

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

Nasce come John Garrison a Little York nel New Jersey nel giugno del 1824. Il padre Isaac di origine irlandese o scozzese era alcolizzato e manesco, picchiò il figlio quasi fino a morte. Fu obbligato dal padre a lavorare per pagare i debiti del genitore, fino a che John si stufò e si imbarcò su una nave. Cacciò balene per circa 12 anni prima di abbandonare. Si arruolò in marina, ma il carattere focoso lo costrinse a fuggire dopo aver colpito un ufficiale. Cambiò nome in Johnston (con la t) per confondere le acque e si diresse all’ovest.  California, Colorado, Wyoming e Montana. Cercatore d’oro, cacciatore, trapper, trafficante di whiskey, taglialegna, scout per l’esercito. Combatté costantemente contro gli indiani.

John Garrison - John Johnson

John Garrison – John Johnson

Anche il soprannome mangiafegato (dovuto al fatto che ogni volta che uccideva un crow asportava il fegato del malcapitato e lo assaggiava) sembra sia falso. Potrebbe derivare dal fatto che nel 1868 lui e alcuni suoi amici taglialegna furono attaccati dai Sioux perché abbattevano alberi (per procurare legname per le navi a vapore) su territorio indiano. Mangiafegato piantò il coltello sul fianco di un guerriero, quando lo estrasse notò che sulla lama era rimasto una parte del fegato, così scherzando chiese agli altri “qualcuno ne vuole un boccone?”

Il coltello di mangiafegato Johnson

Il coltello di mangiafegato Johnson

Tra il 1863 e il 1865 diventò scout per la cavalleria del Colorado durante la guerra civile americana. Tornò quindi nel Montana, cercò l’oro e combatté gli indiani. Spese tutti i suoi soldi a bere whiskey a Fort Benton fino a che non fu costretto a tornare a lavorare vendendo merci ai minatori. Col suo compare JX Beider poi si rimise a fare il boscaiolo sul fiume Missouri, mestier pericolosissimo in quei luoghi: nell’estate del 1868 sette taglialegna furono uccisi dagli indiani. Si mise anche a vendere teschi di indiani ai turisti che passavano da quelle parte sulle navi a vapore. Tornò poi a fare il trapper e a cacciare. Ebbe molti scontri con i Sioux, i quali continuavano a rubargli trappole e pelli di castoro. Johnson lasciava avanzi di cibo avvelenati nella sua tenda affinché i pellerossa li mangiassero. Una volta alcuni lo aspettarono nella sua capanna, ma lui fiutò il pericolo, si infilò nel tunnel che aveva costruito e li sorprese.

Liver-eating Johnston cabin

Liver-eating Johnston cabin

Tornò a trafficare in Whiskey, a tornò a fare lo scout per l’esercito e fece da guida ad alcune spedizioni in Montana. Ebbe poi a che fare con la linea delle diligenze, diventò uomo della legge a Coulson nel Montana, si unì persino al Wild West Show. Si ritirò poi nella sua capanna a Red Lodge, ma tornò a fare lo sceriffo fino a che una vecchia ferita alla spalla avuta durante la guerra civile non lo constrinse a smettere per sempre.

late 1800's - Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp - Liver Eating Johnson - Butch Cassidy - The Sundance Kid

late 1800’s – Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp – Liver Eating Johnson – Butch Cassidy – The Sundance Kid

Nel 1899 si ritirò al Veteran Hospital di Los Angeles, dove morì il 21 gennaio del 1900. Fu sepolto in California. Nel 1974 finalmente i suoi resti furono portati a Old Trail Town, Cody, WY, uno dei posti più amati da Johnson, a nemmeno cento chilometri dalla “sua” Red Lodge, MT.

 

John Johnson Grave - Old Trail Town, Cody, Wyoming

John Johnson Grave – Old Trail Town, Cody, Wyoming

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Rilevate le onde gravitazionali

12 Feb

Gli scienziati hanno rilevato le onde gravitazioni ipotizzate 100 anni fa da Einstein. Queste cose mi emozionano sempre molto. Qui sotto il link all’articolo e il fumetto pubblicato da LA REPUBBLICA che fa capire cosa siano le onde gravitazionali.

http://www.repubblica.it/scienze/2016/02/11/news/onde_gravitazionali_fisica_einstein-133195458/?ref=HREA-1

http://www.repubblica.it/scienze/2016/02/11/news/che_cosa_sono_le_onde_gravitazionali_un_fumetto_per_capire-133189694/

 

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BLACK CITIZEN BLUES di Paolo Barone

1 Dic

Da Detroit Polbi ci manda una delle sue storie, questa volta piena di disperazione, di vessazione, di insopportabile arroganza, una storia dove i diritti dell’uomo nero sono terribilmente calpestati, una storia americana, insomma.

Detroit, novembre 2014.

Il mio amico Bill e’ una persona che sa fare un po’ di tutto, e sbarca il lunario aiutando tutti noi del vicinato con le mille piccole incombenze di queste case americane costruite negli anni ’20 e bisognose di continue manutenzioni. E’ un quarantenne afroamericano, sposato con una donna bianca e con tre figli. Parliamo di quello che e’ successo a Ferguson, della difficolta’ di essere parte di una coppia mista e di tante altre cose. A un certo punto Bill mi dice che purtroppo non puo’ votare. Non puo’ farlo da molti anni ormai. Sono sorpreso, e gli chiedo se ha voglia di dirmi qualcosa di piu’. E cosi mi racconta questa incredibile storia. Tutto inizio’ sedici anni fa, quando venne al mondo la sua prima figlia, nata prematuramente e bisognosa quindi di un periodo di supporto medico in una struttura ospedaliera. “Era cosi piccolina che entrava nel palmo della mia mano…” Bill e la sua compagna andarono a trovarla giorno per giorno, per mesi, fin quando un giorno finalmente poterono tornare tutt’e tre a casa. Ma insieme alla bimba c’era anche un foglio di carta dell’ospedale. Diceva che Bill doveva pagare le spese di questo lungo ricovero, ben settantacinquemila dollari, e doveva farlo subito. Ovviamente non aveva una cifra del genere e nemmeno poteva recuperarla in alcun modo, al tempo viveva con la sua compagna a casa dei genitori di lei e lavorava come e quando poteva.

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Provo’ a farlo presente all’amministrazione dell’ospedale ma non sentirono ragioni. Poco dopo fu convocato ufficialmente in un aula di tribunale, dove un giudice zelante gli disse che non solo doveva pagare subito il suo debito, ma che il suo comportamento irresponsabile lo metteva a rischio di essere condannato per non aver supportato le esigenze di sua figlia! Gli davano un paio di mesi di tempo, durante i quali il debito aumentava degli interessi, e poi sarebbe dovuto tornare in tribunale per essere sottoposto a un nuovo giudizio. Disperato, Bill tento’ qualsiasi strada per rimediare almeno parte dei soldi che l’ospedale esigeva. Ma non ci fu nulla da fare, e nella sua seconda convocazione in tribunale venne condannato sia per non aver pagato il conto ospedaliero che per aver negato il “Child Support” a sua figlia. Effetto della condanna, Bill non poteva piu’ avere un lavoro regolare senza che la busta paga venisse direttamente consegnata all’amministrazione dell’ospedale. Ammesso poi che lo potesse trovare un lavoro, avendo una condanna penale in corso. Il passaporto era sospeso, cosi come il diritto di voto. Non solo. Da allora Bill deve trascorrere due mesi in prigione piu’ o meno ogni anno e mezzo. Per sempre, o perlomeno finche’ non paga il debito, diventato ormai di proporzioni mostruose. “ Mi vengono a prendere senza preavviso. Bussano alla porta e io devo mollare tutto e seguirli in galera. Mi mettono le manette ai polsi davanti ai miei figli, mi sbattono in macchina a sirene spiegate e io sparisco per un paio di mesi. In prigione non posso portare assolutamente nulla di personale, nemmeno un giornale, un libro o un calzino. Mi spogliano di tutto, mi danno la divisa arancione e gli unici contatti che riesco ad avere con il mondo esterno sono tramite delle brevi e costosissime telefonate con mia moglie e qualche sua visita. I miei figli preferisco non vederli, non voglio che vengano in questo posto orribile…”

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Come se non bastasse, la situazione puo’ aggravarsi in qualsiasi momento se Bill viene sorpreso a commettere qualsiasi illegalita’, fosse anche solo una multa. Ecco che il mio amico, colpevole di aver avuto una bimba nata prematuramente, non e’ piu’ un cittadino libero. Non puo’ lavorare se non in nero, non puo’ votare, non puo’ lasciare il paese, viene periodicamente incarcerato, e la situazione puo’ peggiorare da un momento all’altro a discrezione del giudice di turno. Da quindici anni a questa parte, Bill non e’ un cittadino americano a tutti gli effetti, ma un esempio vivente di una nuova categoria sociale, uno schiavo del nostro tempo, nato nel paese piu’ ricco del mondo.

Gli chiedo se pensa che il colore della sua pelle abbia un ruolo in tutto questo. “ Are you fuckin’ kidding?! stai scherzando vero?! “ Mi risponde. “Certo che si! Fossi stato bianco una mediazione, una qualche soluzione che almeno mi evitasse la galera si sarebbe trovata, poco ma sicuro.” Si, e’ vero per Bill ed e’ vero anche per il ragazzo di Ferguson, che se fosse stato bianco non sarebbe stato fucilato sul posto per aver rubato una scatola di sigari.

(Paolo Barone ©2014)

MUOIO?! di Paolo Barone

13 Ott

L’altra sera Polbi mi scrive un’ email; una riflessione tra due amici che si confrontano spesso su esperienze profonde. Gli rispondo che mi piacerebbe pubblicarla sul blog, lui nicchia, ma a chi potrà interessare questa cosa, mi chiede. Io gli faccio presente che il payoff di questo spazio web è “Blog Per L’uomo Di Blues”, dunque l’articolino sarebbe perfetto. Qui sondiamo le vibrazioni dell’animo, ne valutiamo la frequenza in relazione alla rotazione dell’asse terreste, ne studiamo l’intensità. Credo che chiunque frequenti questo blog abbia fatto pensieri del genere, più di una volta, io stesso ho raccontato su queste pagine quando – lo scorso anno – la groupie mi portò in tutta fretta al pronto soccorso. Lei che guidava veloce come Emerson Fittipaldi, io col muso fuori dal finestrino certo che fosse arrivato il mio momento. Poi, i primi controlli, la visita e il referto che parlava chiaro, crisi d’ansia e pressione alta. Mentre riscrivo queste cose a Polbi, commetto un errore, invece di pressione scrivo passione.  Polbi sottolinea:”Non so se hai visto, ma mi hai scritto “crisi d’ansia e passione alta” forse volevi dire “pressione” ma passione credo sia più appropriato!”. Già, vecchio Michigan Boy, è più appropriato. Vogliamo poi parlare di tutte le volte che ho parlato del “demone delle notti senza sonno”? Quello che non ti fa dormine, quello che governa le maree nere del blues, quello che manda i suoi spiritelli azzurri a portarti il batticuore, a potarti il respiro, ad inondarti di presagi di morte? Ma noi non fuggiamo, stoici e sbruffoni, noi stiamo ad affrontarlo, possiamo piegarci, ma non ci spezziamo. “Esile come un giunco, forte come una quercia”, mi disse una volta un amico…”come Keith Richards”, aggiunse poi la Betta.

Ladies and Chesterfields, please welcome from Detroit, Michigan, Mr “In My Time Of Dying” himself …  Paul Baron.

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L’altro giorno mi sveglio alle cinque di mattina con un dolore acutissimo, lancinante, dietro le scapole che si estende al braccio destro. Cosi forte che comincio a sudare freddo, mi alzo, mi muovo ma non passa. Mi spavento e mi inparanoio, il dolore al braccio…mi stesse venendo un infarto…..porca troia… mi contorco…cazzo sono in questa stramaledetta America del cazzo, manco posso fare una corsa in un ospedale pubblico… mi cacciano via, mi riducono sul lastrico, non so cosa fare…panico, mi afferro alla spalliera del letto….e tutto svanisce!

Rimango complessivamente molto provato, ma il dolore acuto passa completamente, cosi come era arrivato. Mi resta un intorpidimento della mano destra (che ancora un po’ dura) e tanta paura. Vado su internet a vedere i sintomi delle patologie cardiache, e non trovo conferma, ma in fin dei conti nemmeno smentita…comincio a sentire sintomi che non ho, e allora decido di mettermi ancora un po’ a letto.

Mi risveglio dopo un paio d’ore di sogni intensissimi e tragici. Mi sa che sto un po’ esagerando con lo stress ultimamente…Mi alzo definitivamente e chiamo il mio amico Marco, medico anestesista. Mi tranquillizza, vedrai che e’ solo una contrazione muscolare, non mi devo preoccupare nonostante la gravita’ del dolore e la sua misteriosa repentina scomparsa. Mah!

Resto perplesso ad ascoltare timorosamente ogni segnale in arrivo dal mio corpo per il resto del giorno, sempre confuso fra sintomi veri e suggestione.

Mentre sono preso da tutto questo mi viene pero’ da fare una riflessione. Dovessi anche morire, per quanto mi ripugna l’idea di poterlo fare a 46 anni, in fin dei conti…dai….ci potrei pure stare. Ho fatto un sacco di cose, piu’ di tante persone che conosco. Ho amato tanto, sono stato amato altrettanto, ho visto un sacco di posti, fuori e sott’acqua. Ho goduto di persone, musica, libri, cibo, tramonti, onde, temporali, autunni e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Non sono certo stato a casa ad aspettare, non ho vissuto proprio come avrei voluto, ma quasi. Probabilmente mi sono troppo perso in mille rivoli, potevo concentrarmi di piu’ su alcune cose, ma che ci vuoi fare si vede che non ne sono capace.

Ho amici meravigliosi che non ho mai perso. Ne ho fatte di cotte e di crude, certo spero di poterne fare molte di piu’ ancora nei (minimo) 50 anni a venire, ma…..Insomma, se fosse il mio momento di andare, potrei pure starci…O no?!

Non lascio figli, non lascio disastri da sanare, ho pochi rimpianti e un po’ di (forse troppi) inevitabili rimorsi. Ho dato delle indicazioni a mia sorella Mariateresa giusto un mesetto fa, qualcosa l’ho anche lasciata scritta, posso stare tranquillo.

Mi piacerebbe tanto che il Diving, la cosa che ho fatto veramente in questa vita, possa andare avanti anche senza di me, e sono quasi sicuro che lo farebbe.

Vorrei anche che i dischi e i libri che ho messo insieme, non vengano dispersi inutilmente. Un po’ li lascerei a chi amo e agli amici (dovrei fare un elenco? se no come si stabilisce chi si e chi no? questa e’ una cosa a cui non avevo mai pensato realmente!), il resto che siano venduti a gente appassionata come me.

Vorrei essere sepolto o cremato? Funzione religiosa per me che non appartengo a nessuna fede? E poi, sepolto dove? Che fare delle ceneri? No, niente, di queste cose non me ne fotte niente. Le decide chi resta, a me in fondo non cambia nulla.

Certo, avrei una discreta paura di morire, e zero curiosita’ di vedere quello che c’e’ dopo, per me puo’ tranquillamente aspettare. Ma se dovessi andare, mi farei forte delle parole del mio amico Jarno, sciamano psichedelico, che mi dice che e’ tutto a posto, morire e’ un passaggio come lo e’ stato nascere, si va solo da un altra parte a fare altre cose e la vita che abbiamo vissuto svanira’ velocemente come un sogno al risveglio.

In qualche modo la giornata passa, sopravvivo, e mi viene voglia di fissare queste riflessioni, di non lasciarle andar via senza pensarci. Di condividerle con qualche amico e magari esorcizzare la paura al tempo stesso. Qualche volta sott’acqua mi sono ritrovato in situazioni in cui potevo tranquillamente lasciarci le pinne, ma sono stato troppo occupato a venirne fuori e le considerazioni che ne scaturivano erano solo di carattere tecnico. Stavolta invece mi sono ritrovato a pensare alla morte da un punto di vista molto personale, molto “umano”.

Potendo, mi piacerebbe morire come Tiziano Terzani, preparandomi culturalmente e “spiritualmente” per tempo a questa cosa. Invece mi sa che come diceva Gaber “…anche l’avventuriero piu’ spinto, muore dove gli puo’ capitare, e nemmeno troppo convinto!”, figuriamoci io.

Indago ancora un po’, e credo di capire che il dolore e’ stato causato da una banalissima contrazione del muscolo trapezio. Forse dovuta a un piccolo lavoro di verniciatura, per me che sono negato in queste cose un impresa titanica. Mi incollo bombole, motori fuoribordo, zavorre di piombo…salto sul gommone con diversi chili di attrezzatura addosso, carico e scarico di tutto senza alcun problema, poi due orette con un pennello in mano e penso di morire. Mah… E mia sorella nemmeno si ricordava delle mie solenni e delicate “indicazioni in caso di morte”! Ma vedi tu, altro che pronto!

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MUSICISTI CHE ODIANO IL CALCIO

9 Set

Avete presente quei musicisti che danno tutta la colpa delle miserie del mondo al calcio? Quelli che su facebook postano cose tipo “Coglioni! Basta seguire il calcio e pagare l’abbonamento a Sky! Comprate il mio disco invece” ? Io li ho presente e li trovo insopportabili.

A parte che gli aspetti economici e comportamentali del calcio sono il riflesso della società malata in cui viviamo (e mai nessuno che tiri in ballo il problema del capitalismo selvaggio che sta uccidendo il pianeta e l’umanesimo), e che le critiche rivolte ad essa e ad esso noi condividiamo in pieno, sono esterrefatto dal pensiero tout court di quelle persone: a me il calcio non piace, tutto quello che gli gira intorno fa schifo, quindi addosso ad esso la colpa di questa situazione di merda che stiamo vivendo.

Probabilmente è colpa della estrema popolarità del football, perché non si spiega se no il fatto che nessuno dica niente se: ALONSO prende 105 milioni di euro in tre anni dalla FERRARI, se VALENTINO, MARQUEZ e LORENZO prendono vagonate di milioni da YAMAHA e HONDA, se un’ attrice chiede 40 milioni per sei mesi di riprese,  se alcuni  atleti del nuoto riempono le cronache con i loro sciocchi comportamenti almeno pari a quello di certi giocatori, se certe popstar e rockstar prendono cifre inimmaginabili per fare musichetta e comportarsi anch’essi da idioti, ne più né meno come certi calciatori.

Forse dimentico che i i musicisti fanno arte quindi sono esonerati dalle critiche, già deve essere così. Ma a pensarci  bene mi chiedo, arte? Forse l’un per cento, il due, il cinque toh! Ma tutti gli altri? Spacciano per arte la loro capacità di mettere insieme tre accordi, scriverci sopra qualche frase riuscita e cantarla ad un pubblico di 12 persone che chiacchiera e beve birra o di fighe 45enni che sballano al primo accenno di sgobbo pseudo creativo. Io credo che abbia ragione VASCO: “ma cosa vuoi che sia una canzone”!

Rod Stewart

Rod Stewart

Che sciocco, mi sono scordato anche di quelli che fanno rock, quello che loro intendono con la R maiuscola ed invece é minuscolissima. Loro odiano il calcio, e hanno capito la vita perché fanno quella musica lì, quella dei  GUNS N’ROSES . Cazzo, i Guns! Quelli cazzuti, veri, sballati ma onesti e sinceri. Quelli che si prestano al giochetto della casa discografica che prima di fargli uscire il debutto vero e proprio, pubblica un loro disco dal vivo con soli quattro pezzi a simulare un’ autoproduzione; peccato che siano registrazioni da studio a cui sono stati aggiunti applausi, peccatissimo che l’autoproduzione sia un terribile fake atto a far passare la band come un gruppo di veri ribelli del Rock And Roll. Che poi AXL ROSE ci metta 15 anni a produrre un album, facendo spendere alla casa discografica milioni di dollari non conta, cazzo la colpa se viviamo in un mondo di merda è dei calciatori e di chi segue il calcio.

Mick Jagger allo stadio

Mick Jagger allo stadio

E quelli che dicono di fare Blues? Ve li raccomando!A parte il fatto che non fanno blues ma nella grande maggioranza fanno musica texana, si mettono un cappello in testa, un completo sdrucito, intonano qualcosa sulle note alte della scala pentatonica, fanno le mossette et voilà, il blues è servito. Passano qualche giorno di vacanza ad Austin e tornano parlando di tournée americana. Li vai a vedere e quello che esce dai loro strumenti è tutto tranne che blues, ma una sorta di cabaret, o meglio di avanspettacolo, pieno di frivolezze inaudite e scialbe.

Robert Plant allo stadio

Robert Plant allo stadio

I musicisti poi sanno fare pensieri profondi; quelli tipo “tutto è nato coi BEATLES!” La musica pop forse, ma il filone rock è nato dalla musica nera, da McKINLEY MORGANFIELD e soci e dai loro seguaci del Regno Unito, su non scherziamo. Musicisti che non sanno un cazzo di come è andata in Britannia agli inizi degli anni sessanta.

Ian Gillan e Ritchie Blackmore

Ian Gillan e Ritchie Blackmore

I musicisti inoltre sono al di sopra di certe cose, loro sì che sono alternativi, a tal punto che partecipano ad eventi mediatici di pessima qualità, che farebbero di tutto per fare un jingle pubblicitario e solo perché si danno a quelle attività un po’ alternative, buttano giù qualche sorsata di demagogia zen e new age, si sentono menti elevate e fanno quelli che hanno capito tutto nella vita. Deve essere così, che ne possiamo capire noi che amiamo (anche) il calcio!

Rod Steart & Elton John

Rod Steart & Elton John

Mi chiedo se mai si siano fatti un esame di coscienza, perché il musicista medio non è diverso dal calciatore medio, dall’uomo medio, dal dito medio. Il musicista medio ha pochissima cultura (anche musicale), non conosce nulla delle storie racchiuse nelle cover che fa, dal vivo vuole fare pezzi ormai improponibili come SWEET HOME ALABAMA, passa senza timore da una cover di Michael jackson ad una dei Led Zeppelin, nessun problema, l’importante è far ballare la gente. Il musicista medio non ha la minima idea di cosa sia il Rock, il musicista medio è anche quello che possiede bassi a sei corde, chitarre Charvel e batterie con 20 tom e 4 grancasse, il musicista medio non sa come si chiamava il batterista dei LITTLE FEAT (Richie Hayward, che il padre dei quattro venti lo abbia in gloria), il musicista è un uomo medio di poco valore, proprio come i calciatori, proprio come tutti gli esseri umani.

Poi, certo, ci sono le eccezioni.