Archivio | Libri Fumetti Riviste RSS feed for this section

PAUL McCARTNEY ” La Versione Di Paul – in conversazione con Paul Du Noyer” (Piemme 2016) – TTTT

17 Lug

Paul McCartney è uno degli dei, Paul Du Noyer invece è un giornalista e autore inglese fondatore della rivista MOJO.

Libro piuttosto gustoso e di facile lettura. Du Noyer è stato anche consulente editoriale di Macca oltre che fan appassionato dei BEATLES, dunque è uno che conosce bene il mondo di cui scrive. Non fa domande scomode, ma non scivola nemmeno nella trappola dell’ossequio ad ogni costo, certo, si sente che è consapevole di chi ha davanti, ma forse è proprio questo che predispone PMC nell’umore giusto cosicché possa parlare senza stare troppo sulla difensiva.

Gli interventi di Du Noyer sono misurati e per lo più utili nell’illustrare le situazioni via via che si salta da un’epoca all’altra. Paul sembra ben disposto, sincero e leggere il suo punto di vista, sbirciare tra i suoi ricordi, vederlo mentre cerca di gestire il mito Paul Mc Cartney è molto interessante.

Ho letto con piacere le pagine dedicate ai Beatles e agli Wings, quello che è venuto dopo non mi ha mai interessato troppo, a parte qualche buon singolo. Ho una predilezione particolare per gli WINGS, anche quelli che proponevano sciocche canzoncine d’amore perché la scrittura delle stesse è di livello talmente alto che non si può che genuflettersi davanti alle capacità creative e melodiche dell’autore. A tale proposito Du Noyer scrive una cosa verissima, ovvero che nel proprio animo bisogna avere la capacità di trovare posto sia per le cose più arrabbiate e profonde che per quelle più leggere (sempre che queste ultime siano di buona fattura, aggiungo io)

Chi ha un minimo di confidenza con la musica di McCartney potrà godere facilmente di questo libro, chi invece non ne sa quasi nulla potrebbe faticare ad orientarsi, ma d’altra parte chi – in un modo o nell’altro – non è mai stato in contatto con la musica di Paul, forse non fa parte di questo pianeta.

GREG ILES “L’Albero Delle Ossa” (Piemme 2016) – TTTTT+

19 Giu

Lo scrivo sempre, Greg Iles è il mio autore prediletto di questi ultimi anni. Qui sul blog credo di avere parlato di tutti (o quasi) i suoi libri usciti qui in Italia. L’ALBERO DELLE OSSA è il secondo episodio della cosiddetta trilogia di Natchez, ed è – se non sbaglio – il quinto libro che vede come protagonista Penn Cage, ex procuratore a Houston, ora sindaco di Natchez (Mississippi) nonché autore di romanzi.

Qui il link all’articolino scritto in occasione del primo episodio.

https://timtirelli.com/2015/08/24/greg-iles-laffare-cage-piemme-2015-ttttt/

Qui sotto la sinossi, come sempre utile per inquadrare l’atmosfera creata da Iles e il tema a cui questo nuovo libro gira intorno. Non aggiungo altro se non che è un nuovo entusiasmante romanzo, avvincente, arrembante, palpitante e scritto benissimo. Insomma, per me i libri dei Greg Iles valgono quanto i miei dischi preferiti.

https://timtirelli.com/2015/08/24/greg-iles-laffare-cage-piemme-2015-ttttt/

SINOSSI:

L’albero delle ossa

Non è facile per Penn Cage essere un sindaco bianco, con un passato di avvocato e un padre accusato dell’omicidio di una donna nera, a Natchez, Mississippi, nel cuore del Sud americano dove certe ferite della Storia restano ancora aperte, e forse lo resteranno per sempre. Ferite nate dalla violenza, dal razzismo, e dall’incomprensione: quel cuore nero della storia americana che ha avuto la sua incarnazione nel Ku Klux Klan e continua a pulsare anche nell’America di oggi, con nomi diversi ma intenzioni troppo simili. Come i Double Eagle, che al Ku Klux Klan si ispirano come se cinquant’anni di battaglie civili fossero trascorsi invano. È con tutto questo – con il passato che non passa, e anzi ritorna – che Penn deve fare i conti, ma non solo. Come scoprirà a sue spese, la violenza razziale si insinua anche laddove dovrebbero regnare l’uguaglianza e il rispetto della legge: nelle stesse aule dei tribunali e negli uffici della polizia.

Greg Iles, l’autore che più di ogni altro riesce a raccontare l’America delle battaglie tra neri e bianchi, e il tragico riverbero della Storia sugli eventi di oggi, ci regala un altro serratissimo legal thriller, che continua il racconto inziato ne L’affare Cage, e mette in scena passioni, conflitti, onore e vergona sul magnifico palcoscenico dell’America più profonda, e più ferita. Un grande romanzo, per mesi ai primi posti delle classifiche americane.

«Vi sfido a cominciare un romanzo di Greg Iles e non arrivare alla fine.» Stephen King

«Questo sì che è un grande romanzo.» John Grisham

 

FREE APPRECIATION SOCIETY magazine issue 138 – april 2017

28 Apr

ITALIAN / ENGLISH

Numero 138 per la fanzine dei FREE diretta dal grande David Clayton. L’articolo principale di questo numero è THE YEAR THAT WAS 1977, una lunga considerazione e rilettura dei due album del mondo FREE che uscirono in quell’anno, ovvero BURNIN’ SKY della BAD COMPANY e il primo album dei CRAWLER (la band di PAUL KOSSOFF in origine chiamata BACK STREET CRAWLER e che una volta perso il leader accorciò il nome).

Come al solito il lavoro di  CLAYTON è eccellente, sarà che sono un ultra fan della BC e che BURNIN’ SKY è uno dei miei album “obliqui” preferiti, ma leggere le 11 (!) pagine dedicate al quarto album della mia band del cuore è stato bellissimo. 8 pagine poi sono dedicate a THE GLASGOW AFFAIR, il resoconto della mia avventura in Scozia pubblicato sul blog qualche mese fa. Probabilmente è troppo lo spazio dedic allo scriba miserello che sono ma a quanto pare David ama quel tipo di resoconti.

Oltre a questo, notizie, recensioni, la cartella stampa delle imminenti nuove deluxe edition della BAD CO, e contributi di altri lettori al Swan Song Uk Tour del 2016 della BC. Molto buona la qualità della carta, e niente male il lavoro grafico. Come sempre un numero da non perdere.

Contatti: fasarticle@aol.com.

(broken) ENGLISH

Number 138 for the FREE fanzine directed by the great David Clayton. The main item of this issue is THE YEAR THAT WAS 1977, a long review and re-reading of the two albums of planet FREE that came out that year, namely BURNIN ‘SKY of BAD COMPANY and the first CRAWLER album (PAUL KOSSOFF’s band originally called BACK STREET CRAWLER).

As usual CLAYTON’s work is excellent, maybe it’s I am an ultra fan of BC and BURNIN ‘SKY is one of my favorite “oblique” albums, but to read the 11 (!) pages dedicated to the fourth album of the band it is a wonderful experience. 8 pages are then dedicated to THE GLASGOW AFFAIR, the account of my adventure in Scotland (BC show at the Hydro on 25 oct 2016) posted on the blog a few months ago. Probably too much space for the miserable scribe I am but apparently David loves that kind of tale.

In addition to this, news, reviews, the upcoming BAD CO deluxe edition press release, and contributions from other readers for the 2016 Swan Song Uk Tour of  BC. Very good paper quality, and quite good graphic work. As always a must read.

Contact: fasarticle@aol.com.

From http://freeappreciationsociety.blogspot.it/

Free Appreciation Society Magazine – Issue #138

‘The Year That Was … 1977’

Old Farts And New Starts / Burnin’ Sky – Crawler – Koss

The debut album by Cry Of Love / Free fanatics Rebelhot from Italy reviewed.https://www.youtube.com/watch?v=t-4MEF0zf-E

From Nashville, Tennessee hard grooving Free Fans Lohrs and ‘Lohrs III’ reviewed.https://www.youtube.com/watch?v=aoAkmMkKCWM

‘Hollywood To Deadwood’ : Finally the movie with KKTR’s ‘Just For The Box’ on the soundtrack revealed, plus other movies with Free music included.

Tim Tirelli’s review of Bad Company in Glasgow 2016 –  all the way from Italy for his first Bad Co. Show  + reader reviews from other shows including ‘Meet & Greet’ reports.

Full press release for the May 2017 Bad Company deluxe editions of ‘Run With The Pack’ and ‘Burnin’ Sky. Complete details with listings for both CDs and vinyl.

The Year That was… 1977.

Feature article (20 pages) covering the releases of ‘Burnin’ Sky’, the ‘Crawler’ debut and the ‘Koss’ compilation. With reviews, press and information on the collectables from around the world for these albums, and more. Includes full colour photographs of covers and label variations.

For subscribers this will be in the post on Thursday April 20th. If you don’t subscribe you can get a copy via the email on this site (See the ‘Welcome’ section in the right margin). Just let me know which issue you want, where you are and I’ll send a Paypal invoice.

This issue can also be found on Ebay along with some older ones where they can be purchased from anywhere in the world.

48 pages all in full colour –  Don’t miss it.

Superb magazine. Essential reading for Rock fans.

You are buying a brand new copy; this is not previously owned or read. It comes straight from the FAS. If you enjoy it why not ask about a subscription.

Martin Power “No Quarter: The Three Lives Of Jimmy Page” (Omnibus Press 2016) – TTTT½

21 Apr

Sono anni ormai che snobbo le nuove biografie sui Led Zeppelin e relativi, oramai mi annoiano molto, difficile che ci sia qualcosa di nuovo, fosse anche un analisi dell’autore magari da un punto di vista un po’ obliquo. A volte non riesco ad evitare di comprarle però, le ultime che ho preso non mi hanno scaldato per nulla. Una era davvero infima (Magus Musician Man di George Case), le altre – scritte da gente come si deve – non mi hanno entusiasmato.

Un po’ a sorpresa dunque devo costatare come questa biografia di Page scritta da Martin Power mi abbia appassionato un bel po’. Credo fosse dai tempi di Hammer Of Gods di Stephen Davis (1985) che non provavo nulla del genere nel leggere un tomo sui LZ e su JP in particolare.

Power ha fatto una ricerca meticolosa, il periodo del Jimmy Page adolescente/session man/pre Zep è trattato in maniera stupefacente. C’è qualche errore, ma il lavoro svolto è davvero notevole. Ora ad esempio sappiamo qualcosa in più riguardo la famiglia di Page, sappiamo qualcosa in più del padre, sappiamo chi era il nonno e anche il bisnonno, lo stesso dicasi per il ramo materno. Magari sono dati che interessano solo me – nel mio piccolo non mi reputo solo un fan, ma anche uno studioso – ma aggiungono qualcosa di nuovo alla saga dei LZ. Interessante notare come da giovane aspirante musicista e quindi session man Jimmy fosse sempre ligio al dovere, come fosse sempre  puntuale, pronto, attento, sveglio.

Power ha intervistato parecchia gente che ha avuto a che fare con Page, in particolare musicisti, alcuni dei quali  hanno svelato particolari intriganti. Il periodo post Zep è altrettanto ricco di novità, un po’ di freschezza finalmente. Anche qui qualche errorino, ma credo sia fisiologico.

I 12 anni dei Led Zeppelin sono interessanti ma trattati con minor efficacia. Un’analisi più approfondita di tour, scalette, performance sarebbe stata senza dubbio benvenuta. Power poi affronta con la massima cautela il deteriorarsi della qualità delle esibizioni e del chitarrismo di Page in particolare. Lo sfiora appena, non è schietto e sincero come lo siamo noi qui sul blog, ma capisco che quando si tratta di un prodotto del genere, un libro vero e proprio, di 700 pagine, edito dalla Omnibus Press, incentrato su una della massime rock star del pianeta, si tenda ad andare cauti su certi argomenti.

Il libro è in inglese naturalmente, e in caso di acquisto consiglio la versione con il Page attuale in copertina, quella che trovate qui sopra, mi è stato riferito infatti che le altre edizioni con in copertina il Jimmy Page con la doppiomanico o con la Les Paul sono stampate su carta di poco pregio.

Vi sono tre sezioni di foto, l’edizione (hardcover) è curata e la foto di copertina trovo sia perfetta. Per me questa è una biografia davvero ben fatta. Giù il cappello per Martin Power.

 

GLENN COOPER “Il Segno della Croce” (2016 Editrice Nord) – TTT½

13 Feb

Ho parlato spesso di Cooper sul blog sull’onda dell’entusiasmo dei suoi primi tre libri anche se, a dire il vero, man mano che si aggiungevano nuovi romanzi l’ardore per questo autore si spegneva lentamente.

IL SEGNO DELLA CROCE si sviluppa attraverso i soliti canoni di Cooper: religione, storia, archeologia, scienza avviluppate a suspence e tensione, il genere thriller insomma. Mi ero accostato al libro con qualche preconcetto, ma ora che lo ho finito devo dire che si legge volentieri. Nulla di incredibile, ma il proprio tempo lo si può impiegare in modo assai peggiore.

il-segno-della-croce-glenn-cooper

 

Come ho scritto più volte parlando di romanzi e di thriller non sono snob, non disdegno affatto questo genere di libri, se la lettura è scorrevole, il soggetto gradevole e l’ambientazione dignitosa me li leggo volentieri.
Il SEGNO DELLA CROCE gira intorno ai deliri di onnipotenza di nazisti odierni ossessionati dal potere che reliquie inerenti a Gesù Cristo (la lancia che ne trafisse il costato, le spine della corona, i chiodi della crocefissione) riescono a scatenare. Come spesso capita nei libri di GC si va a spasso in più epoche, ma tutto risulta chiaro e lineare. Un po’ scontata l’attrazione tra i due protagonisti, un po’ frettolose e forse non troppo realistiche certe situazioni di lotta, ma tutto sommato niente male.

SINOSSI:

Intorno a loro, si apre l’infinito deserto di ghiaccio e vento dell’Antartide. Dopo ore di faticoso cammino, il gruppo di uomini raggiunge il punto segnato sulla mappa. E lo individuano: l’ingresso di una caverna scavata decenni prima da chi li ha preceduti in quel continente disabitato. Quando entrano, in religioso silenzio, si trovano davanti un museo ideato per conservare reperti che il mondo crede perduti per sempre. Ma quegli uomini sono arrivati lì per due oggetti soltanto. E adesso li stringono tra le mani. Ne manca ancora uno, poi l’alba di una nuova era sorgerà sul mondo.

In un piccolo paese dell’Abruzzo, un giovane sacerdote si alza dal letto. Il dolore è lancinante. La fasciatura intorno ai polsi è intrisa di sangue. Con cautela, il prete scioglie le bende. Le sue suppliche non sono state esaudite, le piaghe sono ancora aperte. Il sacerdote chiude gli occhi e inizia a pregare. Prega che gli sia risparmiata quella sofferenza. Che gli sia data la forza di superare quella prova. E che nessuno venga mai a conoscenza del suo segreto.

Una ricerca iniziata quasi 2000 anni fa e giunta solo oggi a compimento. Un’ossessione sopravvissuta alla guerra che segnerà il destino di tutti noi. Una storia la cui parola «fine» sarà scritta col sangue…

Questo romanzo è un invito. Un invito a vivere un’avventura appassionante, ricca di mistero e svolte inaspettate. Ma anche un invito a esplorare l’indistinta linea di confine che separa Storia, religione e scienza, un territorio ambiguo e affascinante che Glenn Cooper ci ha fatto conoscere – e amare – fin dai tempi del suo fortunatissimo esordio narrativo, La Biblioteca dei Morti.

PROG (UK) N.73 (Greg Lake cover) – January 2017

1 Feb

Il nuovo numero di PROG (versione UK) contiene 14 pagine, oltre alla copertina, dedicate a Greg Lake.  Il tributo è affettuoso, ma gli articoli non sono nulla di speciale. Si rende merito alla figura di Greg, ma non ci sono approfondimenti particolari, sono articoli generici che non aggiungono tanto. Questo accade sempre più spesso nel giornalismo musicale, nessuno rischia più nulla, vengono riportati sempre meno dati tecnici, nessuno cerca un punto di vista differente. Detto questo, vedere una rivista con Lake in copertina fa bene al cuore.

prog-magazine-issue-73-january-2017-new-latest

In questo numero sono riportati anche i vincitori del referendum dei lettori. Tutte (tutte!) le categorie sono vinte dai Marillion. Gruppo dell’anno / album dell’anno / miglior cantante / miglior bassista / miglior chitarrista / miglior tastierista / miglior batterista / evento dell’anno. Sono basito. Credo dunque che le copie vendute da Prog non siano poi tante e che la setta del fan club del gruppo si sia adoperata mica poco ad inviare voti. Giusto lo scorso giugno vidi i Marillion alla O2 di Londra, ne parlai – bene – anche qui sul blog ma il loro trionfo assoluto credo significhi che la musica prog qualche problemino ce l’abbia.

L’Intervista principale di questo numero è con Mike Oldfield. Ne segnalo anche una più breve a Fabrio Frizzi, compositore italiano di colonne sonore amante del prog.

Ci sono poi 49 (49!) recensioni di nuovi album ( e 15 recensioni di ristampe).

Costo (in Italia) Euro 13,90.

 

 

PHIL COLLINS “Not Dead Yet – The Memoir” (Crown Archetype 2016) – TTTTT

25 Gen

Phil Collins alle prese con le sue memorie. Missione riuscita. Il libro si legge bene, tutto scorre, l’attenzione rimane sempre alta.

E’ interessante immergersi una volta di più nella Londra degli anni sessanta, capire come era la situazione in quel periodo e come un musicista poteva e riusciva a farsi strada. Divertenti le sue peripezie e curioso come sia diventato il batterista di un gruppo messo in piedi da tre fighetti benestanti incontratisi in una esclusiva scuola privata.

Phil racconta di come gli piacesse far parte dei Genesis dell’era di P. Gabriel, ma io continuo a non esserne certo. Collins non amava certo la musica che oggi chiamiamo prog e a vederlo nei filmati d’epoca le sue espressioni sono inequivocabili. E’ comunque intrigante leggere di quegli anni, avere la conferma di come Tony Banks fosse lontano dall’immagine che noi, negli anni settanta, avevamo di lui, seguire le avventure del gruppo – allora una cult band – in terra americana. Niente cronologie e ricordi particolari, solo le sincere (almeno sembra) impressioni del Collins di allora. Alla trasformazione del gruppo dopo l’addio di Peter Gabriel, con Collins nelle vesti di cantante, è dedicato sufficiente spazio, ma non quanto avrei voluto.

Buona parte del libro è invece dedicata alla fase dei Genesis alle prese con il gran successo degli anni ottanta e alla fortunatissima carriera solista di Collins. Personalmente avrei preferito diversamente ma inaspettatamente ho letto con piacere anche questa lunga parte.

Phil Collins book not dead yet

Collins cade più volte nella trappola dell’autocommiserazione, dice di odiare il personaggio Phil Collins, quello degli anni ottanta, perché l’immagine riflessa sul palco non è quella corrispondente alla realtà, cerca di giustificare il fatto relativo ai tre matrimoni ed altrettanti divorzi, tre fallimenti che non avrebbe voluto; lo fa anche raccontando il suo periodo da alcolista, dai 55 anni in poi. E’ tutto molto umano, credo che Phil sia in qualche modo sincero quando si stupisce di queste faccende, ma dalla fin fine c’era lui in quei panni. La trasformazione dei Genesis è avvenuta anche grazie a lui, certo Banks voleva avere successo commerciale, ma Collins ha contribuito in maniera evidente. Io non sto a sindacare, a processare il gruppo per essersi spostato dalla magnifica musica proposta dal 1970 al 1978 alle produzioni commerciali degli anni ottanta, io dico solo che, a parte i singoli, gli album di quel decennio erano brutti. E’ questo che contesto a lui (a Banks e a Rutherford), ma in fondo io non sono nessuno mentre loro, con quegli album brutti, hanno avuto un successo planetario.

PhilCo si autocommisera anche per il fatto che era considerato il cantante da canzoni lente e tristi che parlavano di divorzi e della fine di rapporti sentimentali… beh, Phil, in tutta franchezza, non è così? La formuletta di te che canti al pianoforte una canzone strappalacrime con l’aiuto della batteria elettronica (e quindi della tua vera e propria) l’hai sfruttata mica poco, no? L’unica variante era il tuo pop-rhythm’n’blues di plastica messo nei dischi forse per evitare che chi acquistava i tuoi dischi si buttasse giù da un ponte dopo aver ascoltato tutta quella tristezza. Lo so che sei stato un gigante dal punto di vista del successo, sei uno dei tre soli artisti (insieme a McCartney e Michael Jackson) ad aver venduto più di 100 milioni di dischi sia col gruppo di appartenenza che come solista, alcuni tuoi singoli sono carini, ma la tua rimane musichetta perfetta per il sabato mattina quando si fanno le pulizie di casa, per i supermercati e per gli yuppies che giravano in BMW, suvvia.

Collins infine cerca il compatimento anche per quello che successe al Live Aid, nel luglio del 1985. E’ bene ricordare che in quegli anni PC era dappertutto, tra classifiche, produzioni e collaborazioni aveva una sovraesposizione esagerata, e lui che fece? Suonò nel concerto di Londra, prese il Concorde, volò in America e suonò anche nel concerto di Philadelphia, e adesso pretende che la gente non pensi che fosse andato sopra le righe. Dedica un discreto spazio alla sua performance insieme ai Led Zeppelin, e anche qui cerca di svignarsela, e di addossare le colpe a Robert Plant e a Jimmy Page per le loro prove opache. Io invece credo che la colpa fu sostanzialmente sua. Inizialmente lui e Plant pensarono di fare qualcosa insieme a Clapton, poi pian piano prese corpo la reunion dei Led Zeppelin, e lui che fece? Rifiutò di fare qualche prova. Io mi sorprendo sempre quando leggo queste cose. Voglio dire, siete degli artisti di grandissimo successo, avete grande esperienza, come potete pensare di trovarvi a suonare insieme in un evento di proporzioni enormi, per giunta trasmesso in tutto il mondo, senza prepararvi almeno un po’ ? Già l’avere tanti artisti sul palco renderà il tutto caotico, se ci si presenta anche in maniera improvvisata è la fine.

Ad ogni modo, i LZ  – che non suonavano insieme da 5 anni e che a quel punto erano morti e sepolti – vista la impossibilità di fare un minimo di prove con Collins chiamarono Tony Thompson degli Chic (e Paul Martinez per la parte di basso di STH mentre Jones è alle tastiere), si dice fecero una prova di 90 minuti; ormai era comunque troppo tardi per disdire la presenza di Collins ed è così che si ritrovarono sul palco insieme. Il risultato non fu certo un granché, ma sono sicuro che se fossero saliti sul palco senza Collins la cosa sarebbe stata perlomeno dignitosa. Collins ovviamente racconta la sua versione dei fatti, giusta o sbagliata che sia, senza dubbio possiamo dire che perlomeno ha peccato di leggerezza.

Nonostante questo aspetto legato all’autocommiserazione, questa autobiografia è riuscita, Collins si racconta in modo candido, non tralascia gli aspetti più personali e le proprie debolezze. Dopo aver letto questo libro Phil mi è più simpatico, che piaccia o no l’artista c’è sincerità in lui, e credo che chiunque si fosse trovato alle prese con quel successo, con quelle pressioni, in quegli anni, avrebbe commesso degli errori.

Il libro è in inglese, ed è facilmente comprensibile a chi mastica la lingua della Britannia ed è appassionato di musica (Rock).

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊