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MAYA BEISER & KASHMIR ad Arezzo al “1st International Arezzo Biennial of Art” del 16 luglio 2013

20 Lug
Ricevo questo breve messaggio dal nostro Bodhran che volentieri pubblico.
mAYA
 
L?altra sera siamo andati a sentire Maya Beiser, bravissima violoncellista e incredibilmente “sèSSi”
Bel concerto, portato avanti tra live looping e basi audio e video che ha concluso appunto con Kashmir,  che più passa il tempo e più si assesta come un capolavoro che salta completamente i generi (e forse lo zio Plant non sbaglia quando dice che è il pezzo più bello degli Zep, ovviamente prima che non cambi idea e ci dica che è il più brutto)

BLACK SABBATH “13” (2013 – Vertigo) di Giancarlo Trombetti

20 Giu

Digipack

Se non avessi dovuto scriverne per Outsider, quasi sicuramente avrei aspettato ancora molto, prima di comprarmi “13”. E non si sarebbe trattato solo di un problema di budget, ma anche di un velo di tristezza che mi ha avvolto da quando mi sono messo a leggere le dozzine di interviste rilasciate dai Sabbath; le interviste che nessun accadimento umano può impedire al marketing di importi. E da quelle interviste trasuda, più che traspare, la necessità di tener conto del tempo che scorre, il vero e forse principale motore di questa riunione. Ricordo che quando John Lennon venne ucciso, quella simpaticona della Yoko Ono fece tre telefonate: una a Zia Mimi, per dirle che aveva perso il figlio che non aveva mai avuto, una a Julian, per dirgli che aveva perso il padre che non aveva mai vissuto. La terza a Paul, per dirgli che aveva perso “l’ultima possibilità per riconciliarsi con se stesso“. Ecco, credo che Ozzy abbia chiesto a Sharon di fare qualsiasi cosa per evitare di ricevere anch’egli una telefonata simile a quella di McCartney. E a Sharon Osbourne e Rick Rubin si deve la volontà di appianare qualsiasi problema procedurale o legale avesse potuto impedire di non rispettare i tempi. Di non far scorrere invano il tempo, che è poco. Altrove ho cercato di spiegare quanto senso di morte pervada questo disco; forse involontariamente, forse consapevolmente. E non esiste il bisogno di andarsi a scovare un indizio che riassuma il prodotto, nessuno sforzo investigativo: la prima frase della prima canzone chiude da sè qualsiasi porta. “E’ la fine dell’inizio, o l’inizio della fine?” e da qualsiasi lato si osservi l’affermazione, se ne conclude che di fine, comunque, si tratti.

Black sabbath 2013

Ma  è l’intero disco ad essere pervaso dalla consapevolezza di non avere tempo, di essere accerchiati da quell’arcano senso di morte che ironicamente tanto è stato accarezzato nei modi e negli atteggiamenti dei Black Sabbath, in passato. Solo che questa volta non si tratta di un incontro buffo come quello di Brancaleone davanti al suo destino. Molti testi scivolano su mezze frasi che una volta avrebbero lasciato intatto l’umore dell’ascoltatore, ma sentir cantare oggi : “Non voglio vivere per sempre, ma non voglio morire“, stride all’orecchio. Così come dà fastidio leggere i ringraziamenti dei singoli tre Sabbath – uno, Bill Ward si è perso per strada e non certo a causa di un problema contrattuale, pietosa bugia a coprire l’impossibilità di reggere lo studio e il live con la sua batteria lottando contro la mancanza di memoria – che hanno odore di infermeria: Ozzy che dedica al figlio malato di sclerosi il suo lavoro dicendo che “ha molto più coraggio di me”, Butler che riesce a evocare Ward ed il suo fantasma di musicista, Iommi che ringrazia i medici “senza i quali non sarebbe stato in grado di suonare alle sessions“. No, “13” non è un disco come tutti gli altri: è un “funerale elettrico”, un addio calibrato sui tempi che il Fato vorrà lasciare a Toni Iommi, malato di linfoma, il più grande creatore di riff del rock and roll, l’unico e vero “man in black” che vogliamo ricordare. Ho amato i “miei” Sabbath fin dal primo, oscuro, disco; non necessariamente il migliore ma il più coraggioso, il più diverso da qualsiasi altro, quell’anno. Ho iscritto Iommi nel mio piccolo e personale Olimpo dei chitarristi preferiti, perdonando a lui ed ai Sabbath di aver dato vita anche a quelle terribili e infantili nuove tendenze metal che non riuscirò mai ad apprezzare, ho sorvolato sulle migliaia di gruppi inneggianti a satana, ai massacri e agli sbudellamenti, alle violenze gratuite e ai ritmi anfetaminici che non rendono neppure onore ai capostipiti, gruppo dalle sudate origini blues, ho ringraziato il Dio del rock quando ai Sabbath si unì quella grande voce che era James Dio e sono riuscito persino a godermi di quel bistrattato “Born again” che a me tanto piacque.

Iommi

Ora devo fare i conti con la possibilità che tutto sia  a un passo dal finire. Ecco perché quel cd avrei atteso molto di più ad acquistarlo: per prolungare le speranze. Ed oggi che sono giorni che non ascolto altro, non so nemmeno se sia il caso di dare un giudizio su quei riff che tornano a riempire la mia stanza, la mia vecchia auto, se sia necessario dire se un brano sia migliore di altri, se Ozzy non sia più dal quarto album in poi il mio terminale preferito per dar voce al Sabba Nero. Anzi, ogni volta che lo vedo muoversi senza coordinazione, che lo sento ripetere le medesime frasi o urlare i medesimi “Dio vi benedica”, lui, il Sacerdote del Male, vengo avvolto più da un senso di tenerezza che dall’immagine del rocker maledetto.

Ozzy O Black sabbath

Certamente, ho il mio solo preferito, quello che per me rappresenterà l’addio del “mio” Iommi, il finale di “Zeitgeist”, certo apprezzo di più il brano d’apertura, “End of the beginning” e sento vive le radici blues in “Damaged Soul”, ma capisco che parlare di “13” come di un normale disco di un gruppo rock and roll sia fuori luogo. Rubin ha fatto la cosa più intelligente per un produttore messo di fronte alla necessità di incorniciare una leggenda: li ha lasciati liberi di riassestarsi l’un l’altro, di tornare a coordinare i propri ricordi, restituendo, per poco, quel profumo di voglia di suonare che forse s’era andato perduto. “13” è il disco che avrei voluto sentire subito dopo “Volume 4”, insieme a “Master of reality” il mio preferito, ma la storia è andata diversamente. Spero che tutto quello che sto provando e sento sia un clamoroso errore di valutazione, che la vita prevalga e che molto muti nel futuro di uno dei miei gruppi adolescenziali preferiti, ma sentire quel tuono, con quella campana e quella pioggia in coda all’ultimo brano è la chiusura di una storia, il cerchio che si chiude, tutto che riporta all’inizio. Non resta che la leggenda, adesso.

Giancarlo Trombetti©2013

FLEETWOOD MAC “Albatross…But Not Around My Neck Please” New Haven 20/11/1975 (Bootleg – 2012 Remasters Workshop RMW839) – TTTTT

14 Giu

Quanto mi piacciono questi FLEETWOOD MAC, già pronti per il grande successo eppure ancora legati ad episodi della discografia precedente. Questo è il remaster dello scorso anno di un bootleg piuttosto conosciuto tratto da una registrazione radiofonica. La fonte FM garantisce una buona qualità audio seppur “leggerina” e non definita perfettamente. Potrebbe trattarsi della registrazione fatta per il KING BISCUIT FLOWER HOUR tenuta a NEW HAVEN il 20 novembre 1975. Uso il condizionale perché non ci sono certezze assolute a riguardo e io non sono un MACHEAD in senso stretto. Magari il nostro Alexdoc (grande amante della band) potrà chiarirci le idee a riguardo.  La performance è ottima e io mi ci ritrovo dentro molto bene: band professionale, interventi di gran gusto, un’ ingenuità (o forse è meglio chiamarla spontaneità) che rende le canzoni e i passaggi strumentali vivi, passionali, umani.

Fleetwood Mac - Albatross - front booklet

Il concerto si apre con la bella STATION MAN dall’album KILN HOUSE del 1970. Intrecci di voci efficaci, bel lavoro di chitarra, riff indovinato.  SPARE ME A LITTLE BIT OF YOUR LOVE è tratta da BARE TREES del 1972. Grazioso quadretto scritto e cantato da Christine Perfect McVie. RHIANNON, LANDSLIDE, I’M SO AFRAID e WORLD TURNING provengono naturalmente da FLEETWOOD MAC, l’album del 1975 che vide l’esordio della nuova fortunatissima formazione e che proiettò il gruppo nell’olimpo degli dei. LANDSLIDE è il pezzo dei FM che preferisco, sentirlo mi fa sempre accapponare la pelle.

master fronte lungo

DON’T LET ME DOWN AGAIN è un pezzo tratto dall’album BUCKINGHAM/NICKS del 1973. Questa versione è riuscitissima: pezzo americano sposato con la ritmica inglese di derivazione blues. Ha ragione Picca: FLEETWOOD e McVIE sono importantissimi per il sound dei FM. Il lignaggio blues del loro groove è indiscutibile; non si lanciano quasi mai in tecnicismi particolari, ma le loro prove sono spesso da incorniciare. Sanno dare ai pezzi il giusto andamento. HYPNOTIZED chiude il bootleg in maniera egregia. Pezzo tratto dall’album MYSTERY TO ME del 1973, dallo sviluppo ipnotico appunto. L’assolo di LINDSEY BUCKINGHAM mi piace un casino, come in definitiva la prova di gruppo: 10 minuti di gran bel rock anglo-americano. Bootleg da avere.

Fleetwood Mac - Albatross - back

UFO “At The BBC 1974 – 1985” (2013 Chrysalis) – TTTT½

5 Giu

ufo BBC Box Set front

DISC ONE: IN CONCERT 1974 – TTTTT

DISC TWO: IN CONCERT 1975 – TTT½

DISC THREE : IN CONCERT 1980 – TTTT

DISC FOUR : IN CONCERT 1982 – TTTT

DISC FIVE : LIVE AT KNEBWORTH 22/06/1985 – TTT

DISC SIX: BBC TV DVD – TTTT½

Le uniche novità vere e proprie in questo box set sono il 5° disco (ad oggi solo reperibile come bonus su itunes in caso di acquisto digitale del cofanetto bootleg ufficiale) e il DVD. Il resto è apparso spezzettato nel corso degli anni qui e là su CD ufficiali (recentemente nei due cofanetti THE CHRYSALIS YEARS), tuttavia è un articolo davvero invitante: per nemmeno 15 euro ci si regala un box set di 5 cd e un dvd riguardante le BBC session del gruppo. Il CD che dovrebbe piacermi di più di logica dovrebbe essere il secondo, ma un po’ il suono un po’ le performance slabrate non rendono giustizia al periodo migliore del gruppo (1975-77 relativi ai due bellissimi album FORCE IT e LIGHTS OUT). I primi 4 pezzi del CD ONE vedono in formazione sia SCHENKER e CHAPMAN ed è una meraviglia sentire quei due gran chitarristi suonare insieme. Una meraviglia. Convincenti e solidi anche il terzo e il quarto cd con PAUL TONKA CHAPMAN alla chitarra. L’esibizione di KNEBWORTH 1985 non è che mi convinca molto, con ATOMIC TOMMY K alla chitarra il gruppo aveva perso la sua personalità vincente ed europea, ma immagino ci sia chi ama anche questo periodo della band. Più che discreto il DVD, due session dal vivo e una in playback. Da comprare senza pensarci tanto.

ufo BBC Box Set retro

 

ROBERT PALMER “Double Fun” (1978 Island Records / Culture Factory USA 2011) – TTTT

22 Mag

Ad un certo punto, quando ci sembra di aver già sondato per intero il nostro mondo, ci si mette a cercare album ed artisti che vanno un po’ al di là dei nostri confini. DOUBLE FUN l’ho visto uscire, ai tempi qualcosa per radio devo anche averlo ascoltato, ma solo oggi me lo sento nella sua interezza. Ho sempre avuto un vago interessa per PALMER, la sua voce, la sua eleganza, il suo personaggio, non mi sono mai stati indifferenti. Nella prima metà degli anni ottanta JOHNNY AND MARY e il progetto POWER STATION ebbero un clamore mica da ridere anche qui in Italia. Musichetta un po’ troppo tronfia ed elettronica per i miei gusti da rocker di allora, ma mai fastidiosa.

Robert Palmer Double Fun front cover

In molti definiscono la musica di ROBERT PALMER “soul dagli occhi blu”, ovvero soul fatta da bianchi…forse è così ma il nostro ha spesso contagiato il tutto con discrete dosi di ROCK e di altre forme musicali. DOUBLE SHOT fu un buon successo, arrivò nella TOP 50 americana, e il singolo EVERY KINDA PEOPLE, scritta da ANDY FRASER ex bassita dei FREE,  addirittura nella TOP 20 dei singoli. In questo caso l’etichetta di cui sopra si presta abbastanza bene…

Robert Palmer Double Fun back cover

…ci sono altri brani nell’album che portano avanti lo stesso discorso, magari sono solo più vicini al funk che al soul. Essendo un gran fan degli EDGAR WINTER’S WHITE TRASH, posso dire che il funk bianco (sposato col rock e con il blues)  è decisamente nelle mie corde. Questo di RP non è così imputanito, ma si difende bene. In COME OVER ci sento addirittura il PAUL RODGERS dei FREE, NIGHT PEOPLE invece si avvicina decisamente al gruppo dell’albino di Beaumont appena citato. La riuscitissima cover di YOU REALLY GOT ME dei KINKS si inserisce nello stesso filone…bei pezzi, bel groove…

Disc

Ci sono poi due episodi più leggeri, WHERE CAN IT GO e YOU OVERWHELM ME, entrambi fanno l’occhiolino alle atmosfere della disco un po’ soft che andava in quegli anni. Niente di che, ma mentre si va al lavoro in una bella e fresca mattina primaverile come quella di oggi, anche questa robetta puo’ risultare gradevole.

BEST OF BOTH WORLDS e LOVE CAN RUN FASTER sono due episodi reggae e risentiti oggi paiono piuttosto datati. Negli anni settanta i musicisti inglesi (e non) iniziarono a scoprire il reggae e questi due brani sono di sicuro figli di quella spinta.

YOU’RE GONNA GET WHAT’S COMING rappresenta bene il rock secondo ROBERT PALMER, niente di memorabile, niente di troppo impegnativo, ma assolutamente godibile.

Front

Insomma un bel disco, senza picchi particolari ma solido e di di buona qualità.

STEPHEN STILLS “Carry On” (2013 Atlantic-Rhino-Warner) – PPP (di Stefano Piccagliani)

6 Mag

Dei 4 Stephen Stills è il mio preferito. I più idolatrano Crosby e Young, ma io mi trovo più a mio agio con le cose di Stefanino Silenzi. Non potevo dunque lasciar passare inosservato il nuovo cofanetto a lui dedicato e non potevo non chiedere al nostro Picca – molto preparato in materia – di scrivere due righe. Nel farlo, Picca tocca anche l’argomento circa il senso di questi cofanetti celebrativi, il mio punto di vista è il suo…operazioni discutibili se fatte come di solito vengono fatte. In ogni modo, siamo qui a parlarne.

STEPEHN STILLS Carry On-Box Cover-Front - Copia

In nuovo box set Rhino dedicato a Stephen Stills, che andrà ad incastrarsi perfettamente con gli altri due dedicati a Crosby e Nash, ripropone un vecchio dilemma che concerne i cofanetti celebrativi dedicati a illustri carriere. In soldoni: troppo ridondanti come ‘greatest hits’  per il fan non esattamente sfegatato e nello stesso tempo poco incisivi e, in qualche misura, banali per l’appassionato cultore. Sono del’ utopistico parere che questo tipo di operazioni andrebbe curato dai fans (ci sono alcuni Stillsologi on line che potrebbero svolgere un lavoro eccellente) per ciò che riguarda scelta di outtakes, alternate versions, brani live inediti eccetera. Purtroppo Carry On è stato compilato da Graham Nash il quale ha evidentemente cercato di compiacere un  disinteressato Stills nell’ offrire un’ antologia che racconti il viaggio artistico del, forse, meno amato e meno compreso del quartetto CSN&Y.  Il fan deve quindi rinunciare a gustarsi in ottimo audio svariate gemme del’ apogeo di Stills, che dal ’67 al ’73 è stato protagonista di un quinquennio straordinario con pochissimi epigoni nella storia del rock, in favore di vaccate varie da carriera in bollitura perenne a partire almeno dagli anni ’80, decennio terrificante per quasi tutti i classic rockers in balìa di drum machines e sintetizzatori Roland e Yamaha da galera.

Stills & his friends

Il grande Steve poi è uno che è invecchiato decisamente male, ha compiuto passi falsi clamorosi massacrandosi il consenso sia di pubblico che di critica a partire almeno almeno dal ’77 quando, al contrario del furbissimo Neil Young, invece di flirtare con le avanguardie smollò al mondo intero un disco, Thoroughfare Gap, in cui faceva lingua in bocca col blue eyed soul da discoteca dei Bee Gees (un disco comunque che suona meglio oggi di allora).

Quindi i primi due CD di Carry On sono da urlo, seppur smunti di reali chicche che rimarranno, vacca d’un cane, solo su orrendi bootlegs o scalcinati mp3, mentre i dischetti 3 e 4 raccontano un declino creativo e vocale davvero inesorabile.

Stephen+Stills

Altra magagna mica facile da mandar giù al cospetto del box set è l’ assenza, ingiustificata se non dall’ ignavia imperdonabile di Stills (un bipolare arrogante segnato da contraddittoria mancanza di autostima), dei polposi e saporiti commenti track-by-track che aveva piacevolmente contraddistinto i boxes di Crosby e Nash: qui ci si limita a elencazioni di musicisti e date di registrazione (con numerose smaronate, tra l’altro).

Ma se il fan che s’accontenta è quello che gode, allora segnalo una bellissima So Begins The Task, scarna e acustica, una sorprendente Lee Shore di Crosby eseguita come demo-guida dal nostro SS, un paio di remix piacevoli e una Crossroads/You Can’t Catch Me che ci fa capire però cosa ci stiamo perdendo data la pochezza di brani inediti live presenti su Carry On.

Curiosa e nulla più la No Name Jam (editata con virulenza) in compagnia di Jimi Hendrix, registrata nel 1970 con sovraincisioni del 2012.

Stephen-Stills & Jimi Hendrix

Nell’orribile 50/50, un brano dell’ 84 maciullato da un arrangiamento criminale tratto dal nadir Right By You, è presente anche Jimmy Page, buon amico di Stills, e la traccia Welfare Blues (una scoreggina inedita messa per allungare il brodo) è registrata ai Sol Studios allora di proprietà del Dark Lord in persona.

Inqualificabili le assenze della versione lunga di Bluebird dei Buffalo Springfield (ma tutto ciò che in qualche modo riguarda Neil Young è sistematicamente bloccato dai legali del canadese), di brani live degli eccellenti Manassas e di altre tracce dell’ abortita reunion CSN&Y del ’74 (probabilmente Neil ha inchiodato tutto in vista dei nuovi volumi dei suoi Archives).

…comunque di Stills avrei comprato anche un quadruplo con 75 versioni di Can’t Get No Booty, eccheccazzo…

STEPHEN STILLS Carry On-Box Cover-Back - Copia

stephen stills -Carry On-Box Cover-Side - Copia

WHITESNAKE “Made In Japan” (2013 Frontiers Records) – TT

2 Mag

Whitesnake---Made-In-Japan

Avevo pensato di soprassedere e di non parlare di questo  inutile disco live, non volevo passare sempre per quello che bastona le uscite degli Whitesnake, ma poi mi son detto: è il mio blog, gli Whitesnake sono stati un gruppo che ho amato molto, non devo farmi condizionare da un paio di commenti un po’ acidi nei miei confronti, commenti ricevuti in passato quando ho recensito uno degli ultimi due (bruttissimi ) album da studio del gruppo di Coverdale.

Io capisco che per questi grandi gruppi di seconda fascia del passato ormai non rimanga che fare concerti, di album da studio ormai nessuno sente più l’esigenza, difficilmente si riesce a pubblicare qualcosa che valga la pena di esser ascoltato, e in ogni caso le vendite sarebbero scarsissime. E allora ecco l’ennesimo tour e l’ennesima testimonianza su cd e in bluray.

Capisco anche il problema che ha gente come David Coverdale… ne ho discusso in passato con Picca: se anche per ipotesi ci si rendesse conto che a sessantanni e più forse varrebbe la pena smussare certe asperità metal e un po’ cafonesche, evitare i registri alti, confezionare con più eleganza e intelligenza i successi del passato, magari riportando a galla lo spirito musicale originario del gruppo , non è detto che il pubblico accetterebbe tutto ciò. Il ventenne, il trentenne di oggi che va ad un concerto degli WHITESNAKE, ha negli occhi la versione MTV del gruppo, il Coverdale biondo, i chitarristi funamboli, il metal tout court che ammanta pezzi veloci, ballad e il blues based hard rock dei primi anni.

Lo capisco, ma non lo condivido. In formazione non c’è un musicista personale, un anima che riesca ad emozionare, sono tutti bravi session men metal che eseguono le loro parti senza errori ma che non dicono nulla. Il niente assoluto. Il sound dell’album poi mi pare piuttosto lofi. C’è lo spazio per la “Resa dei conti della sei corde” e per l’assolo di batteria… cose così anacronistiche da essere imbarazzanti. Magari se ti chiami EDDIE VAN HALEN un certo senso questi spazi possono ancora averlo, ma gli assoli di Doug Aldrich e Reb Beach e del batterista (insopportabile) Briian Tichy dovrebbero esserci risparmiati.

La voce di Coverdale sembra essere andata in modo definitivo. Quando cerca l’acuto il risultato è assai triste, nelle parti lente tipo gli inizi di LOVE AIN’T NO STRANGER e FOREVERMORE il  timbro riesce ancora a dare qualche brivido, ma si capisce che è una voce più fragile e debole. Un vero peccato. La scaletta non è nulla di particolarmente eccitante, su 12 pezzi solo sei classici, suonati in modo ridondante,  poi due assoli e quattro pezzi più recenti per nulla convincenti. Coverdale ce la sta mettendo tutta per spezzarmi il cuore.

PS: come se non bastasse tutto questo, il bonus disc audio contiene il soundcheck del tour giapponese del 2011. Il soundcheck? Siamo così mal ridotti che adesso ci mettiamo a pubblicare i soundcheck su uscite ufficiali! Mamma mia.  E poi vogliono farmi credere che il rock non è morto.

ANVIL – THE STORY OF ANVIL di Sacha Gervasi (2008 – Feltrinelli 2013) – TTTTT

23 Apr

Anvil

Era qualche anno che Polbi mi diceva “Tim devi vedere il film sugli Anvil”. Dentro di me mi dicevo “Insomma, che sarà mai, gli Anvil non sono esattamente il mio gruppo preferito, l’Heavy Metal non è precisamente la musica cui faccio riferimento… eppure, se lo dice Polbi… “.

Poi, un giorno, Polbi mi manda tramite Amazon il divudi, “gentile il mio amico Polbino” penso, ma il divudi è in lingua inglese, senza sottotitoli… difficile da affrontare. Qualche settimana fa, nella cassetta della posta dell’ufficio trovo la versione della Feltrinelli: il divudi sottotitolato finalmente in italiano, accompagnato da un libro di Marco Denti. Gentile omaggio del Michigan boy.

L’altra sera lo metto su e man mano che mi addentro nel documentario, mi trovo coinvolto completamente. Sì perché questa storia travalica l’heavy metal, questa è la storia blues che tutti sentiamo di attraversare, un inno alla testardaggine, alla determinazione, alla voglia di rimanere attaccati a un sogno che, seppur infranto, nel nostro animo si è fatto concreto. L’affrontare a schiena dritta il tramonto malinconico delle nostre esistenze, il trovare la dignità in situazioni che di dignitoso hanno davvero poco. Un rollare e ondeggiare tra le pieghe della disperazione e del sentimento di chi non si è mai trovato al posto giusto al momento giusto.

Film bellissimo. Da vedere.

PS: Michigan boy, I love you.

RETURN TO FOREVER “The Complete Columbia Albums Collection” (2011 Sony – Legacy 5 cd) – TTT½

8 Apr

Return to forever the complete Columbia Albums Collection

TITLE: RETURN TO FOREVER “The Complete Columbia Albums Collection”

LABEL: Columbia-Sony-Legacy 2011

DISC 1: ROMANTIC WARRIOR (1976) – TTTTT

DISC 2: MUSICMAGIC (1976) – TTT

DISC 3-4-5: LIVE – THE COMPLETE CONCERT (1977) – TTT

ARTWORK: TTT

CONFEZIONE: TTT

COLLECTION: TTT

 

return to forever complete columbia album collection

 

Sull’onda di quel fiotto di passione per AL DI MEOLA (quello degli anni settanta) che recentemente mi fa vibrare il corpo, ho ordinato il box set riguardante i tre album che i RTF registrarono nel decennio d’oro della musica per la COLUMBIA.

La confezione del box set è mediocre, nessuna idea grafica, nessuno spunto creativo, le buste cartonate contenenti i cd sono la replica dei LP originali, con il risultato di rendere illeggibili le note dei retro copertina. Un discreto booklet interno mitiga il problema. La copertina di ROMANTIC WARRIOR però mi ha sempre attratto, meno quella di MUSICMAGIC.

Il gruppo si basava sulle figure di CHICK COREA e STANLEY CLARKE, affiancate negli anni 1974-75-76 da AL DI MEOLA. ROMANTIC WARRIOR è dunque l’ultimo album con il chitarrista di origine italiana, ed è l’album del successo (diventò disco d’oro). Contiene musica magnifica che prende forma là dove il jazz e il rock s’incontravano, in quelle meravigliose stagioni degli anni settanta, dove questo era possibile. Album di musica profonda, impegnativa, bella e godibile dove talenti musicali di altissimo, altissimo livello si mettevano l’uno al servizio dell’altro.

Return to forever the complete Columbia Albums Collection ROMANTIC WARRIOR

MUSICMAGIC invece è un album meno avvincente. Esce DI MEOLA entra GAYLE MORAN, moglie di COREA, all’organo e alla voce. La musica diventa più melensa, con brani cantati che precipitano giù per il dirupo del jazz noioso. Certo, rimangono COREA e STALEY CLARKE, ma a questo punto la musica dei RTF è jazz rock per fighelle.

Il LIVE qui è riproposto per la prima volta nella sua interezza su cd (anche se manca ancora qualcosina rispetto al quadruplo album che uscì all’epoca) ed è la testimonianza del tour di MUSICMAGIC. Senza chitarra mi sembra che la musica anneghi tra fiati e tastiere, e il cantato mi sembra anche qui superfluo. Le introduzioni parlate ai vari pezzi mi sembrano poi autoreferenziali.

Intendiamoci, è musica di livello, ma per il sottoscritto i RTF interessanti sono quelli con AL DI MEOLA. Non è mica un caso che dopo il live del ’77 il gruppo si sciolse.

Led Zeppelin “Peace And Love” Hiroshima, 27 settembre 1971 (2013 Empress Valley SD – bootleg) – TTTT

5 Apr

TITLE: Led Zeppelin “Peace And Love” Hiroshima, Prefectural Gymnasium, 27 settembre 1971

LABEL:  Empress Valley Supreme Discs marzo 2013

TYPE: audience

SOUND QUALITY: TTT½

PERFORMANCE: TTTTT

BAND MOOD: TTTT

COLLECTION (for the zep fan): TTTT

COLLECTION (for the casual fan ): TT

LED ZEP Peace and Love Hiroshime 1971 Empress vValley 2013

Nuova versione di questo bootleg audience, stavolta però trattasi di upgrade notevole, a cura della EMPRESS VALLEY SUPREME DISCS. La versione che avevo fino ad oggi era quella intitolata ZINGI della TARANTURA, beh non c’è paragone. In questa il sibilo che contraddistingueva le precedenti edizioni è pressoché inesistente, e il sound è davvero migliorato di almeno un mezzo punto, se non di più. Resta comunque una fonte audience non proprio godibilissima, indigesta per il casual fan, ma comunque affrontabile da un qualunque zep fan che si rispetti. Il tour giapponese del 1971 è probabilmente uno dei due zenith dei LZ, ogni data è incredibile per potenza, aggressività, testosterone, gioia di vivere. Le esibizioni sono quanto di meglio il rock in senso stretto ha saputo offrire, basta accostarsi ai primi pezzi del concerto per accorgersi della cosa: l’assolo di HEARTBREAKER di PAGE è così elegantemente selvaggio da lasciare a bocca aperta, RP canta come non ho mai sentito fare nessun altro, e BONHAM…beh, bastano quelle piccole cose che prendono forma ad esempio al minuto 04,36 di SIBLY per farmi godere immensamente.

In WHOLE LOTTA LOVE il pubblico giapponese si lascia finalmente andare all’entusiasmo, cosa inevitabile vista la performance del pezzo. Già l’intro è deliziosa, il resto poi è leggenda; dopo le prime strofe  e prima dell’assolo di PAGE spunta fuori più volte il riff discendente di IN THE LIGHT. Il rock and roll medley è riuscitissimo… la sola Be BOP A LULA riesce a farti capovolgere.

Ragazzi, mai nessuno come i LZ nel ’71.

Led Zeppelin Hiroshima 1971 Empress valley 2013

Un Grazie ad Amduscia.