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AEROSMITH “Music From Another Dimension” (Columbia 2012) – TTT½

27 Dic

La genesi di questo album iniziò nel 2003, ma il periodo particolare portò il gruppo a preferire di non farsi assalire dalle nevrosi e dalle tensioni legate al songwriting (e relativi diritti d’autore) e pubblicare poco dopo un inutile album di versioni patinate ed innocue di vecchi blues. Le session continuarono poi nel 2006, nel 2007 e si conclusero finalmente nel 2011. In mezzo, scazzi, ripicche, Tyler che va a provare con Page, Jones e Jason Bonham, gli Aero che minacciano di trovare un altro cantante. Il risultato è MUSIC FROM ANOTHER DIMENSION, una album tutto sommato organizzato sotto l’egida di Tyler stesso, ma che per la prima volta in tanti anni vede il songwriting ripartito in modo bizzarro. Pezzi con la sola firma di Perry, altri di Hamilton, altri ancora scritti da Tyler e Whitford, poi gli immancabili autori esterni.

I primi pezzi scivolano via senza lasciar traccia: LUV XXX è un esempio di tipico rock moderno del gruppo, OH YEAH mi ricorda i Rolling, BEAUTIFUL riporta a galla certe cose di Permanent Vacation. TELL ME parte benino ma il ritornello non convince.

Con OUT GO THE LIGHT ci si avvicina allo spirito boogie degli Aero di Get The Led Out, brano frizzante. Di LEGENDARY CHILD, il primo singolo, abbiamo già parlato…a parte che non riesco ad ascoltare il riff senza farmi venire in mente The Wanton Song dei LZ, il pezzo è proprio bruttino. WHAT COULD HAVE BEEN LOVE è una di quelle ballatone un po’ ruffiane a cui gli Aero ci hanno abituati negli ultimi due/tre decenni, se  non sbaglio è il secondo singolo. Commerciale finché volete, ma a me piace. Con Whitford nelle vesti di secondo, ci si sposta su territori più vicini al blues per poi sconfinare nelle terre elettriche che un tempo diedero vita a cose tipo Toys In The Attic.

CAN’T STOP LOVING YOU fa un po’ il verso a What It Takes, ma sarebbe comunque un gustoso motivetto pseudo country se non ci fosse la voce di CARRIE UNDERWOOD che magari è sincera, ma sa tanto di American Idol, e la cosa infastidisce un po’. I duetti hanno rotto il cazzo.

LOVER ALOT è un pezzo tirato un po’ opaco, penso sia messo lì per far vedere che il gruppo sa ancora roccare prima di ributtarsi sulle ballate, in questo caso una di Diane Warren (che ha scritto per Celine Dion, Cher, ed altre tristezze melodiche simili…ma è anche quella di I don’t Want To Miss A Thing)…WE ALL FALL DOWN. non è malaccio, ma probabilmente solo perchè la canta Tyler.

I due pezzi di Perry movimentano il tutto, ma mi chiedo perché debba cantarli lui, la sua voce è piatta e bruttina, non ha il respiro divino di quella di Keith Richards. Il disco chiude con un’altra ballata, stavolta scritta dai toxic tiwns aiutati da Desmond Child. Sarà il cantato di Tyler, ma son cose  a cui non rimango insensibile.

Non male il cd con le tre bonus track e godibile il DVD con 4 brani dal vivo. Forse speravo meglio, ma temevo peggio, tutto sommato un album abbastanza buono.

Ultima annotazione: il suono della batteria di Joey Kramer è davvero brutto; credevo non si potesse replicare quella schifezza che si sente su CLASSIC LIVE VOLUME 2, mi devo ricredere.

CD 1

01. “LUV XXX” (Steven Tyler, Joe Perry) 5:16
02. “Oh Yeah” (Perry) 3:40
03. “Beautiful” (Tyler, Marti Frederiksen, Brad Whitford, Joey Kramer, Tom Hamilton) 3:04
04. “Tell Me” (Hamilton) 3:45
05. “Out Go the Lights” (Tyler, Perry) 6:55
06. “Legendary Child” (Tyler, Perry, Jim Vallance) 4:15
07. “What Could Have Been Love” (Russ Irwin, Tyler, Frederiksen) 3:44
08. “Street Jesus” (Whitford, Tyler) 6:34
09. “Can’t Stop Loving You” (featuring Carrie Underwood) (Whitford, Frederiksen, Tyler, Hamilton, Kramer) 4:04
10. “Lover Alot” (Tyler, Whitford, Hamilton, Kramer, Jesse Sky Kramer, Frederiksen, Marco Moir) 3:36
11. “We All Fall Down” (Diane Warren) 5:14
12. “Freedom Fighter” (Perry) 3:19
13. “Closer” (Tyler, Frederiksen, Kramer) 4:04
14. “Something” (Perry) 4:37
15. “Another Last Goodbye” (Tyler, Perry, Desmond Child) 5:46

CD 2

01. “Up On the Mountain” (Hamilton) 5:06
02 .”Oasis in the Night” (Perry) 4:06
03. “Sunny Side of Love” (Tyler, Frederiksen) 3:27

DVD5

01. “Same Old Song and Dance” (live concert performance from Tacoma) 6:13
02. “Oh Yeah” (live concert performance from Tacoma) 3:49
03. “Rats in the Cellar” (live concert performance from Tacoma) 10:15
04. “Train Kept A-Rollin'” (live concert performance from Hollywood with Johnny Depp) 5:46
05. “A Conversation with Steven Tyler and Joe Perry”
06. “Brad Whitford Interview”
07. “Joe Perry Interview”
08. “Joey Kramer Interview”
09. “Steven Tyler Interview”
10. “Tom Hamilton Interview”

musicians
Steven Tyler – lead vocals, harmonica on “Out Go the Lights”, piano on “We All Fall Down” and “Another Last Goodbye”, drums on “Something”, mandolin on “Tell Me”, production
Tom Hamilton – bass guitar, backing vocals on “Oh Yeah” and Legendary Child”, lead vocals on “Up on a Mountain”
Joey Kramer – drums, backing vocals
Joe Perry – lead guitar, backing vocals, lead vocals on “Freedom Fighter”, “Something” and “Oasis in The Night”, co-lead vocals on “Oh Yeah”, six-string bass baritone on “Lover Alot”, production
Brad Whitford – rhythm guitar and lead guitar, acoustic guitar on “Tell Me”, backing vocals

additional musicians:
Russ Irwin – keyboards, backing vocals
Julian Lennon – background vocals on “LUV XXX”
Lauren Alaina – background vocals on “Oh Yeah”
Mia Tyler – backing vocals on “Beautiful”
Carrie Underwood – featured vocals on “Can’t Stop Loving You”
Johnny Depp – background vocals on “Freedom Fighter”
Paul Santo – keyboards on “Something”
Rudy Tanzi – keyboards on “Something”
Desmond Child – piano on “Another Last Goodbye”
Rick Dufay – rhythm guitar on “Shakey Ground” (bonus track per le versioni giapponesi e Wal-Mart Usa)

ANASTACIA “It’s A Man World” (BMG 2012) – TT½

12 Dic

Digipack

Cosa fa Anastacia su questo blog? Già, cosa ci fa? Il fatto è che ha appena pubblicato un disco di cover rock, ne parlavo l’altro giorno con Lorenz, così ho deciso di scrivere due righe. Le versioni dei pezzi più recenti le ho ascoltate superficialmente, mentre ho fatto più attenzione a quelle relative al rock più classico e mi sembra che queste non si discostino di un millimetro (o quasi) dalle versioni originali. L’esperimento” repertorio rock + celebre cantante di musica di facile ascolto” non mi pare dia frutti particolari. Da una parte si ha un gruppo di bravi musicisti (seppur col dna neutro tipico dei session man) che ricalcano fedelmente linee guida e le sfumature di qualche classico del rock, dall’altra c’è questa voce sempre un po’ sopra le righe. Le cose non si amalgamo, la voce sembra avulsa dal contesto…manca la sensazione di pericolo, i turbamenti d’animo, i brividi. La voce di Anastacia è una di quelle voci un po’ sguaiate del pop di questi ultimi tempi, manca di spessore culturale per poter affrontare certo materiale. Solo in DREAM ON riesce a scaldare un po’, lasciando intravedere qualche possibilità di riuscita.

SUPERTRAMP “Live In Paris ’79” (Eagle Vision 2011) – TTTTT

29 Nov

Finalmente la pubblicazione ufficiale del visual di LIVE IN PARIS, live registrato a Parigi tra novembre e dicembre del 1979. Il tour è quello storico di BREAKFAST IN AMERICA, uno dei dischi rock (in senso lato) più belli mai usciti, e il filmato non delude. Il gruppo in gran forma, canzoni bellissime, palco e luci fine settanta e dunque quell’atmosfera giusta che fa tanto bene al cuore. RICK DAVIS e ROGER HODGSON che si lanciano in una sfida entusiasmante a suon di pezzi memorabili e JOHN HELLIWELL lì in mezzo a tenere alto il morale. Very nice. Bluray da avere.

 

QUEEN “Hungarian Rhapsody – Live In Budapest” – Il Film – TTT

21 Nov

Ieri sera ho accompagnato la groupie al cinema in occasione della proiezione (per un giorno solo) di LIVE IN BUDAPEST 1986 dei QUEEN in versione rimasterizzata e HD. Questi eventi speciali stanno diventando un po’ troppi per i miei gusti, ( il 27 ci sarà HENDRIX a WOODSTOCK) e trovo fastidioso dover pagare 13 euro (12+1) invece dei soliti 8.

La performance è sui livelli standard del 1986, quindi molto buona e a tratti spettacolare. Noioso come sempre l’assolo di BRIAN MAY, ma il resto fila via bene. Durante RADIO GAGA anche gli spettatori al cinema hanno iniziato a battere le mani seguendo il disegno reso celebre dal video clip del 1984. Il più esagitato alzava le braccia più degli altri ma non riusciva ad andare a tempo. Un povero babi.

Il concerto meriterebbe anche 4 stelle, ma il fatto che la versione restaurata è esattamente quella della vecchia VHS lascia un po’ di amaro in bocca, ci si aspettava qualche bonus footage in più. Così ci sono i soliti incredibili tagli a TIE YOUR MOTHER DOWN  e CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE. A discolpa dei QUEEN occorre precisare che sembra che il resto del filmati inutilizzati sia stato gettato dal governo ungherese all’epoca. C’è da dire che è disponibile il box set con il bluray o DVD del concerto e i due CD audio con il concerto finalmente completo.

Il film è in HD, ma io non me sono accorto, o meglio…non c’è poi tutta questa differenza, almeno sul grande schermo. Certo, è un filmato del 1986 girato in Ungheria e non può competere con le produzioni recenti a cui siamo abituati.

I miei QUEEN sono altri, lo sapete, (a quando l’uscita ufficiale  di HOUSTON 1977?), ma rivedere un loro concerto, anche se del 1986, al cinema non è davvero niente male.

ZZ TOP “La Futura” (UMG Rec 2012) TTT

10 Nov

A nove anni da MESCALERO, torna il torrido trio texano con questo nuovo album. Il primo brano è un rifacimento di un pezzo hip hop, cosa bizzarra ma il trattamento ZZTOP non è male e il brano ha un suo senso. Il secondo e il terzo invece sono inutili, entrambi costruiti su un riff simile a quello leggendario di TUSH. Di OVER YOU, quarto pezzo, ne abbiamo già parlato ed è una ballata davvero riuscita, che per me vale l’album. Gibbons la canta in modo sofferto e sincero, uno di quelle ballad a tinte di blues che prendono alla gola…A chili wind is blowing and I’m all covered up with despair and desperation and it just won’t let me up its come in time to face the truth and somehow I got to find the strength to move I gotta get up and get over you.

“HEARTACHE IN BLUE” prosegue in modo consono al nome del gruppo e al rock blues di qualità: armonica, paludi, blues alla porca madosca. I DON’T WANNA LOOSE YOU non è male mentre FLYIN’ HIGH ricorda troppo gli AC/DC meno pungenti e non è nulla di che.

IT’S  TOO EASY MANANA scritta dalla coppia di cantautori folk/country Gillian Welch/David Rawlings  (ma col testo adattato dallo stesso Gibbons) porta un sapore di songwriting diverso rispetto a quello classico della band, e questa è una cosa positiva. Gli ultimi due episodi si rifanno allo stile più classico degli Zizi, non sono male ma non aggiungono proprio nulla a quanto già detto molte altre volte.

Il disco è prodotto da Rick Rubin e mi sembra che la scelta sia efficace. Gli ZZTOP tornano ad un suono convincente, abbandonano certe derive più che discutibili dovute ad un uso non certo illuminato dei sintetizzatori. Album più che discreto, magari mancano un paio di pezzi convincenti in più, ma di questi tempi, quando si è alle prese con le vecchie band, bisogna sapersi accontentare.

RILETTURE: FREE “Fire And Water” (Island Records 1970) – TTTTT

7 Nov

Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock). 

Ricordo che era tarda primavera, forse tardissima, fine anni settanta, le scuole erano finite, eravamo a casa…una di quelle belle mattine di fine maggio/inizio giugno, il sole, il rock che era arrivato forte nelle nostre vite, diciotto anni, tutta la vita davanti. Erano gli anni in cui Biccio abitava di fianco a me, due palazzine a due piani (un appartamento per piano) uguali in Grieco street in Ninetyland. Ero in cortile non so a far cosa ma ricordo le vibrazioni positive dovute alla giovinezza e  alla stagione, lo vidi arrivare accompagnato da Màrcel, suo fratello. Noi tre eravamo il fulcro dei THE STRANGERS, misconosciuto gruppetto alle prime armi all’ombra dell’abbazia benedettina.

“Tim, devo assolutamente farti ascoltare questa cassetta. Me l’ ha registrata mio cugino, senti che roba”. Ci sedemmo sul marciapiede e ascoltammo il disco per intero su di un vecchio mangianastri che girava più lento del dovuto, così lento che arrivammo alla conclusione che i Free dovevano essere una band di neri. Il cugino di Biccio registrò prima il lato B del lato A, così la prima cosa che mi arrivò fu MR BIG. Al secondo pezzo, DON’T SAY YOU LOVE ME, era già un fan conclamato. Nessuna discussione. Quel brano mi arrivò addosso con tutta la sua tenera e disperata dolcezza e nel giro di quei sei minuti e poco più i FREE e PAUL RODGERS si fusero per sempre con il mio DNA. Poi arrivò ALL RIGHT NOW, Biccio si mise a ballare, quindi REMEMBER, e a ballare mi misi io e tutto il resto dell’ellepì. Poco dopo comprammo l’album e fu una mezza sorpresa scoprire che erano dei bianchi.

Nel breve volgere di una stagione i dischi dei FREE arricchirono la mia collezione e la mia vita. Come spesso accade, mi lasciai sedurre in particolare da uno dei dischi meno citati dei FREE, FREE AT LAST, ma questa è un’altra storia. Ciò che resta è che i FREE sono da sempre nella mia top five personale, quel loro rock serioso suonato da giovinetti appena maggiorenni, quella loro tensione emotiva che non si scioglie mai, quelle ritmiche semplici e vibranti, quella chitarra così essenziale e piena di pathos, quel cantato sublime capace di scaravoltarti, quei pezzi così maturi eppure pieni di aggressività adolescenziale, quella malinconia struggente che ti si aggrappa all’anima e non ti molla più, quel senso del blues che gronda da ogni loro cosa. I FREE, cazzo che band.

(Free)

I primi due album vendettero circa 20.000 copie ognuno nel Regno Unito, FIRE AND WATER, grazie al singolo ALL RIGHT NOW, fece sì che la band raggiunse in brevissimo tempo lo stardom internazionale. 2° in Inghilterra, 17° un USA. La foto di copertina sembra sia stata scattata da un certo Hiroshi, ma ad oggi nessuno ricorda chi fosse, e nessuna immagine di quella photo – session risulta negli archivi della Island. Tuttavia la foto definisce molto bene la band…imbronciati, forse tristi, ma cazzuti e determinati. Dopo la funerea copertina di TONS OF SOBS (il primo), lo scatto artistico di RON RAFFAELLI per FREE (il secondo)… una ragazza nuda che salta presa dal basso, ecco che per FIRE AND WATER viene scelta una copertina concreta. E’ impressionante la maturità e determinazione che fuoriesce e dalla cover e dalla musica dei FREE, dopotutto PAUL RODGERS (voce) e SIMON KIRKE (batteria) al momento dell’uscita del terzo album non hanno nemmeno 21 anni, PAUL KOSSOFF (chitarra) neanche 20 e ANDY FRASER (basso e piano) deve ancora compiere i 19.

FIRE AND WATER (Fraser/Rodgers) – TTTT L’apertura del disco tocca a questo tempo medio strascicato, blues hard rock vivo e pulsante cucito addosso a quattro giovani anime blues.

OH I WEPT (Kossoff/Rodgers) – TTTTT I take my seat on the train  And let the sun come melt my pain  Come tomorrow I’ll be far away In the sunshine of another day…RODGERS è il rètore (nel significato che davano alla parola gli antichi Greci) della malinconia legata al partire e al lasciarsi tutto dietro, malinconia legata a melodie spesso struggenti il cui preludio è un mugolìo assai familiare ai fan del grande PAUL, quei suoi mmh mmh mmh all’inizio di certi pezzi sono l’essenza dell’anima Rodgersiana. Tenue ricamo chitarristico di KOSSOFF e sublime partecipazione vocale.

REMEMBER (Fraser/Rodgers) – TTTTT In un disco dai toni seri, incazzati e tristi un paio di episodi più solari non possono che essere i benvenuti. REMEMBER è uno di questi, sebbene a guardarci dentro è anch’esso un momento di nostalgia relativo un recente passato spensierato. Riff dondolante su cui batteria e basso ricreano lo stile FREE in modo perfetto. Gran bell’assolo di KOSS, niente scariche veloci, ma un gusto blues rock che in pochi avevano.

HEAVY LOAD (Fraser/Rodgers) – TTTT Un giovane uomo che deve portarsi addosso un grosso peso, che non ce la più a proseguire su quella lunga strada, ma suo malgrado deve continuare a girovagare...il giovane RODGERS di nuovo alle prese con temi a lui cari. Sofferto momento costruito su un piano martellante. I FREE quasi si fermano nella sezione dedicata all’assolo raggiungendo uno stallo momentaneo, quasi per tirare il fiato prima di tornare a rotolare verso il dirupo della tristezza. Di nuovo note dolorosamente dolci nella chitarra di KOSS.

MR BIG (Fraser/Rodgers/Kirke/Kossoff) – TTTTT Qui c’è la descrizione precisa dei FREE, tensione ritmica tenuta altissima, riff di chitarra definito e sexy, cantato ruvido e incazzatura di fondo (“…me ne frego di chi sei, così non spiegarmi nulla, vai solo via da qui e non tornare, non voglio nulla da te, vai via di qui prima che perda la calma, pezzo grosso faresti meglio a fare attenzione nell’avvicinarti a me perché io ti scavo la fossa…”). Bella cavalcata strumentale nel finale con tanto assolo di basso che ha fatto la storia. Il cantato dell’ultimo ritornello è da brividi.

DON’T SAY YOU LOVE ME (Fraser/Rodgers) – TTTTT Ne abbiamo già pubblicato il testo e la traduzione parecchio tempo fa (https://timtirelli.com/2011/05/17/le-canzoni-della-nostra-vita-2/) visto che è una di quelle canzoni della nostra vita. Introduzione caratterizzata da quei due magnifici accordi di MI7+ e RE7+ (col MI al basso) che aprono in maniera soave la disillusione di un amore non sincero e quindi assai doloroso. Al minuto 1,45 entra un pianino minimalista che intenerisce ancora di più il cuore. Durante il pezzo KOSS tiene una ritmica semplice semplice ed è FRASER che col basso arricchisce la texture, KIRKE mantiene in maniera impeccabile l’incedere in 3/4 e RODGERS si esibisce in un’altra delle sue leggendarie performance. Sul finale di nuovo note solitarie piene di sustain e sentimento grazie alla chitarra di KOSS. Io davanti ad una canzone così mi incinocchio.

ALL RIGHT NOW (Fraser/Rodgers) – TTTTT Una sera i FREE fanno un concerto che non va tanto bene, finito il tutto nei camerini tira un’aria pessima allora ANDY FRASER per risollevare il morale agli amici inizia a canticchiare “all right now, baby it’s all right now”. E’ da qui che lo stesso FRASER e RODGERS partono per scrivere il loro successo più conosciuto, uno degli anthem della musica rock. Per la ragazza del testo pare che RODGERS si sia ispirato a CLAUDIA LENNEAR, un cantate di colore del giro di MICK JAGGER. L’apertura del pezzo con i due accordi LA e RE è ormai leggendaria. Brano dal carattere estroverso che ha incorniciato l’estate del 1970. Ora è diventato uno di quei brani che si faticano a reggere, ma ciò non toglie che di diritto è uno dei classici pezzi della storia del rock.

(Claudia Lennear)

Disco dunque imprescindibile per chi ama il rock in senso stretto e probabilmente miglior momento del gruppo. FREE: 6 album da studio, uno dal vivo, scioglimento nel 1971, KOSSOFF che cade preda senza speranza della droga, breve reunion poi definitiva rottura tra RODGERS e FRASER, ultimo album senza Fraser e con un Kossoff a mezzo servizio e scioglimento conclusivo. RODGERS e KIRKE formano la BAD COMPANY con cui raggiungono il grande successo, FRASER non combina più nulla di rilevante, KOSSOFF muore durante un viaggio aereo a 26 anni. Una storia rock dunque, di quelle vere. (Tim Tirelli ©2012)

FIRE AND WATER secondo PAOLO BARONE – BBBBB

Che band i Free. Che disco Fire and Water. Una struggente malinconia attraversa tutta l’opera di questi ragazzi inglesi, capaci di creare un suono che ti entra direttamente nell’anima saltando tutte le anticamere. Non lo so quale sia il segreto, la formula magica di queste registrazioni, ma i primi tre dischi dei Free sono un piccolo mondo a parte, un posto dove e’ bello andarsi a rifugiare quando troviamo sulla nostra strada le inevitabili tempeste della vita. Con loro al nostro fianco, ci sentiamo meno soli, ci sentiamo piu’ forti, sappiamo di potercela fare ancora una volta. Perche’ i Free di Fire and Water dicono la verita’, mettono a nudo le loro e le nostre emozioni, le tirano fuori per quello che sono, in tutta la loro forza e fragilita’.

Che facce che avevano nelle foto di questo disco, specialmente Kossoff, che ti sorride sfuggente dietro il vetro e che ti guarda in copertina come un leone triste. Che suonava la chitarra come nessun altro, riuscendo con poche note a toccare le nostre corde, cosi, come se fosse la cosa piu naturale del mondo.

Chissa’ cosa sarebbe successo se fosse stato capace di affrontare la vita con piu’ distacco, con un po’ di filtri emotivi invece di lasciarsi risucchiare dal lato oscuro.

E’ una storia intensa quella dei Free, fatta di amicizia, successo e difficolta’.

Ma sopratutto fatta di musica bellissima e intensa, come quella che pervade Fire and Water, canzone dopo canzone, una piu’ bella dell’altra.

Che sezione ritmica, che coppia Fraser e Kirke. Quando ascolti la loro musica ti perdi nelle linee di basso quanto nei suoni della chitarra, del piano, o nei colpi della batteria, capace di dilatare il tempo, di dare spazio e respiro.

Peccato che sia andata a finire male per Kossoff, peccato che sia finita cosi l’avventura dei Free. Che ci possiamo fare, la vita e’ una storia vera, nessuno puo’ cambiare il finale. Ci resta una colonna sonora da tenerci ben stretta, da ascoltare tutte le volte che vogliamo, tutte le volte che ne abbiamo bisogno. Ovviamente, 5 stelle… (Paolo Barone ©2012)

 

FIRE AND WATER secondo BEPPE RIVA – RRRRR

Dopo l’esplosione del british blues, finito in apoteosi con il successo dei Cream, formazioni innovative decisero di sconcertare i puristi, trasformando il blues elettrico in hard rock. Fra queste, i Free furono secondi solo ai Led Zeppelin in termini di importanza e la loro influenza non è mai decaduta, inossidabile al trascorrere dei tempi e delle mode.

I Free si sono costituiti a Londra nell’aprile ’68 quando il chitarrista Paul Kossoff ed il drummer Simon Kirke decidono di archiviare in un solo album da collezione su Decca Nova, “Barbed Wire Sandwich”, l’esperienza dei Black Cat Bones.

Scoprono in Paul Rodgers, che esibiva R&B con i Brown Sugar, una delle più grandi voci rock di ogni tempo, e puntano sul precoce talento del quindicenne Andy Fraser, ancora acerbo per i Bluesbreakers di John Mayall, ma raccomandato dall’altro vate del blues inglese, Alexis Corner. Quest’ultimo favorisce i contatti del quartetto con la Island di Chris Blackwell, che li indirizza rapidamente in studio per le registrazioni (ottobre ’68) dell’album d’esordio “Tons Of Sobs”.

Se non tutti convengono sull’elezione del terzo “Fire And Water”, al rango di miglior album dei Free, dipende anche dal confronto con il fermento creativo di quel debutto.

“FAW”, uscito nel giugno ’70, è comunque l’opera che li porta in cima alle classifiche – al secondo posto in Inghilterra – complice l’esplosione dell’hit “All Right Now”. Si tratta di uno dei più contagiosi singoli dei Seventies, che coniuga struttura hard rock e vena funk alla Rolling Stones, anche se la versione da 45 giri rimuove il grande solo di Kossoff: solo il tormentone dei Mungo Jerry, “In The Summertime”, impedisce il primato nella classifica inglese. Non distogliete però l’attenzione dal resto del classico album, a partire dall’iniziale “Fire And Water”, sovrano esempio dell’heavy blues d’atmosfera dei Free; il suo riff sarà verosimilmente plagiato dai Mott The Hoople in “Ready For Love”, e forse anche per quest’affinità Rodgers si unirà a Mick Ralphs, chitarrista dei Mott, nei Bad Company. Anche “Oh I Wept” prelude al versante soft del futuro supergruppo, specchio della raggiunta maturità del cantante in qualità di compositore.

“Heavy Load” è un’altra superba melodia pianistica, e “Mr. Big” un sensuale, ipnotico mid-tempo scandito dallo stile rock-funk della sezione ritmica di Kirke e Fraser, a coronamento di un suono caldo ed avvolgente. Trovo assolutamente favoloso a livello emozionale l’assolo di Koss, la tecnica conta e non conta, il feeling è debordante…E le due riprese televisive del DVD “Free Forever” non fanno che render più leggendario questo brano-capolavoro.

L’impeccabile engineer degli studi Trident è Roy Thomas Baker, destinato alla fama come produttore dei Queen. Sempre nell’anno di gloria 1970, Roy aveva esercitato lo stesso ruolo nell’inimitabile “Sacrifice” dei Black Widow.

Penso che anche la copertina abbia influito sul successo di “FAW”, con la rinuncia alle velleità artistiche delle precedenti (il macabro topolino in una bara di cristallo di “Tons”, poi la silhouette cosmica di Ron Raffaelli sul secondo “Free”), a favore di una tradizionale quanto iconica posa di gruppo.

Per gli incorreggibili indagatori di classifiche, nell’ormai distante 2001 la prestigiosa rivista Classic Rock collocò il Fire dei Free al n.37 fra i migliori album di sempre: una posizione ragguardevole, per quanto possano significare queste graduatorie. (Beppe Riva ©2012)

FIRE AND WATER secondo GIANCARLO TROMBETTI – TTTT

I Free non sono uno di quei gruppi che ebbi l’acume di cogliere al volo. Anzi. Preso com’ero da stili fin troppo debordanti e aggressivi, devo ammettere a quarant’anni di distanza che li classificai subito in posizioni di seconda fila. Ai miei occhi mancavano di… mordente. Non riuscivo a sentirli invadenti e presenti come sentivo, al contrario, la Triade (no, non quella Sacra Juventina bensì quella più terrena di Zep/Purple/Sabs). La realtà è che la chitarra di Kossoff non strabordava dai solchi, non ti saltava sulle spalle, anzi sembrava bearsi del fatto che fosse sempre lì, come un crotalo, pronta a fare qualcosa, ad azzannarti, senza però farlo veramente mai del tutto. E preso com’ero dalle voci fuori dalle ottave di Plant e Gillan e compagnia cantante, la perfetta, grande intonazione di Rodgers non mi pareva davvero tale. Mi ricordo che decisi di rivendermi – erano tempi duri, quelli, per chi voleva star dietro a tutte le bellezze che facevano mostra di se nelle vetrine ed i budget scarseggiavano, esattamente come oggigiorno – “Tons of sobs” per comprarmi “Masters of reality”…o lo scambiai? A dire il vero non ricordo, stavolta.

Continuai a seguirli, non fosse altro perché ogni tanto affiorava uno scritto occasionale dove si diceva un gran bene di Kossoff, anche se – stavolta sì, ne sono certo! – i Free vennero relegati sul lato destro della mia teca, quello meno frequentato. E poi, ora bestemmio, a me “All right now” stava proprio sulle balle; mi toccava sorbirmelo anche in discoteca nelle due o tre volte che mi ci avevano portato sotto narcosi. Ed a pensare oggi che esistevano un tempo discoteche che “mettevano su” del rock and roll da ballare, oggi mi commuove profondamente, pensando alla miriade di zombie, di ricercatori dell’unico neurone vivo che le frequentano. Sodoma e Gomorra una puzzetta al vento, a confronto. Poi venne l’illuminazione. Come al solito dettata dal fatto che un tempo gli appassionati passavano giornate sui propri dischi; li ascoltavano e riascoltavano, al buio, in cuffia, rigirandosi senza lente d’ingrandimento le copertine in mano al preciso scopo di trovare nuove emozioni. O la scintilla iniziale. Che poi è quello che accadde a me. Mi ritrovai dunque ad imparare ad amare una sorta di “nuovo” tipo di suono, per un ascoltatore rozzo di sedici anni com’ero, e a degustare poco per volta la voce di quello (lo scoprii molto dopo, parlando con molti cantanti) che era il cantante rock blues più stimato dagli stessi colleghi inglesi e a farne un mio idolo. Imparai a centellinare la presenza di Kossoff, con la sua vena sadica sempre a cavallo del “ti salto addosso, no non lo faccio” e “Highway”, “At Last”, “Heartbreaker” e il Live divennero trai miei preferiti. Sì, anche “Fire and water” ma solo dopo per colpa della mia residua sindrome-da-All-right-now… E credo di poter dire che furono i dischi “meno rock” degli Zeppelin che mi guidarono verso una nuova visione dell’oggetto.

Oggi non capisco come si possano non capire i Free. Non afferro come non si possiedano tutte le riedizioni degli album originali e almeno due copie del live rimasterizzato ed ampliato con sequenze di pura Arte Rock tramandate nei secoli e nei solchi. I Free rappresentano il mio primo passo verso un ascolto del rock più maturo e meno dedito alla ricerca dell’assolo di chitarra in coda alla tastiera o del godimento delle cavalcate di basso/batteria tracimanti. Un passaggio naturale, un’evoluzione per qualsiasi amante del rock e del blues, così come del folk e del jazz. Tutti termini di individuazioni di suoni che oggi sembrano bestemmie all’altare. (Giancarlo Trombetti ©2012)

RIVAL SONS “Head Down” (Earace Records 2012) – TTT½

31 Ott

I Rival Sons li vidi l’anno scorso al Corallo e l’impressione ricevuta non fu male, ma non mi sembrarono esattamente all’altezza di tutto il parlare che si faceva di loro. Questi paladini dell’hard rock anni settanta, avvicinati da più parti ai Led Zeppelin, non riuscivano a scaldarmi il cuore completamente. Ora il mio amico Lorenzo Stevens mi regala HEAD DOWN, terzo album, e l’attenzione nei loro confronti sale.

I primi pezzi sono tutti tirati e si rifanno all’hard rock anni settanta di seconda fascia poi arriva JORDAN ed è subito infatuazione…posto il clip da youtube su facebook, Tommy T. commenta “Sono i nuovi Free?” “Magari Tom, magari” rispondo io, però in fondo al cuore lo so che questa canzone sarà mia per sempre e che Tommy non si è sbagliato di molto citando la band inglese che amo alla follia…

I FREE (SONGS OF YESTERDAY) ce li sento anche in ALL THE WAY, episodio movimentato a tempo di blues…

Lo strumetale acustico NAVA riporta alla mente certe cose dei LED ZEPPELIN (GOING TO CA / BRON YR AUR)…

MANIFEST DESTINY PT è uno di quei blues ipnotici grevi e spaventosi, io scorgo echi di WHEN THE LEVEE BREAKS e NO QUARTER ma potrebbe essere una deformazione professionale. Ad ogni modo niente male, niente male.

Chiude TRUE, chitarra acustica e voce, breve momento di dolcezza con un non so che di sinistro…

Cinque pezzi che mi piacciono, una coesione d’intenti indiscutibile e un progetto che sta prendendo forma. Va a finire che i RIVAL SONS devo tenerli d’occhio davvero.

Produzione un po’ paludosa, le preferisco più brillanti.

NEIL YOUNG Official Release Series Disc 1-4 (Reprise 2009 / 2012 re-release) – TTTTT

16 Ott

Cofanetto con le versioni rimasterizzate dei primi 4 grandi album di NEIL YOUNG originariamente uscito nel 2009 e riproposto ora per il 40esimo anniversario di HARVEST. Prezzo conveniente, 4 album molto belli, roba da storia del rock.

NEIL YOUNG (1969) – TTTT

EVERYBODY KNOWS THIS IS NOWHERE ( 1969) – TTTT

AFTER THE GOLD RUSH (1970) – TTTT½

HARVEST (1972) – TTTTT

RILETTURE: EMERSON LAKE & PALMER “Tarkus” (Island Records 1971) – TTTT

8 Ott

Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock). 

Del periodo magico degli ELP, quello relativo ai primi 5 indimenticabili anni dal 1970 al 1974, TARKUS fu l’album che arrivò da me per ultimo e che faticai molto ad amare. Riprendendo per un momento l’articolo LA PRIMA VOLTA: I LED ZEPPELIN che scrissi il 21 giugno scorso (vedi categoria LED ZEPPELIN), gli ELP mi conquistarono circa nello stesso periodo in cui mi rapirono i LED ZEPPELIN. Il mio amico Massimo, dopo THE SONG REMAINS THE SAME e qualche altro album del dirigibile, mise sul piatto BRAIN SALAD SURGERY, così fui catapultato in un altro mondo fantastico. Comprai il disco e solo nel tenerlo in mano mi venivano i brividi, la copertina apribile, l’artwork di Giger che mediante un gioco di fustelle si fondeva con i visi dei tre musicisti, quella musica così musica! Cristo, avevo 16/17 anni non potevo non impressionarmi e restarne marchiato a fuoco per l’eternità. Conoscevo già Emerson per via del singolo HONKY TONK TRAIN BLUES che amavo moltissimo, così mi lasciai avvolgere da quella suggestione sonora senza opporre resistenza. Dopo poco arrivò il primo album che trovai magnifico. Il mio amico Biccio prese TRILOGY, Pigi il triplo live WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, qualcun’altro PICTURES AT AN EXHIBITION. Non ricordo chi avesse TARKUS, fatto sta che Lencio un giorno me lo portò.

Oh, sembravo essere refrattario ad esso, non che non mi piacesse, ma non riusciva a penetrare. Dopo un paio di settimane Lencio mi chiese “Allora TARKUS?“, e io “Mi piace un pezzo” e lui, “Sarà mica ARE YOU READY EDDY?” e io “Sì”. In realtà mi piaceva anche JEREMY BENDER, ma il resto lo trovavo troppo impetuoso per poterlo attraversare. Con gli anni sono poi riuscito ad espugnarlo, tuttavia il mio approccio a TARKUS rimane per tanti discutibile. Sono famoso per aver detto più di una volta “Beh io a TARKUS preferisco LOVE BEACH”. Ormai mi conoscete, lo sapete che mi piace forzare un po’ la mano e lasciarmi andare ad esclamazioni sopra le righe, tra il serio e il faceto… ma se penso che una volta ho detto quella cosa per telefono anche con Beppe Riva, mi vengono le palpitazioni…chissà cosa avrà pensato il maestro.

Io avrò quindi sempre un approccio un po’ strampalato verso questo album, la storia dell’armadillo/tank saltato fuori da una eruzione vulcanica e sconfitto nello scontro finale dal Manticore, mostro mitologico greco, nel mio animo non ha lo stesso impatto degli altri album. Le mie considerazioni vanno prese dunque con le molle, certi episodi che per me sono riempitivi per altri possono essere gemme musicali. A tal proposito vi rimando all’articolo TRIBUTO AD ELP di BEPPE RIVA apparso sul blog il 7 luglio del 2011 (lo trovate nella categoria SPECIAL GUESTS).

L’album, con l’artwork  creato da William Neal, uscì il 14 giugno in Inghilterra dove arrivò al numero uno delle classifiche. Fu pubblicato in USA qualche settimana dopo e arrivò alla posizione 9, diventando disco d’oro in un batter d’occhio.

In classifica in Italia Tarkus arrivò al primo posto (al primo posto un album come Tarkus, ci rendiamo conto di che anni erano?) e risultò essere il 14esimo album più venduto del 1971.

TARKUS – TTTTT:

A) Eruption: un 5/4 schizoide con un riff e una prova d’insieme magnifica

B) Stone Of Years: si lascia alle spalle la frenesia e si adagia su una maestosa melodia in puro stile ELP cullata dal “vento del tempo”.

C) Iconoclast: un minuto spaventoso di furia iconoclasta, appunto.

D) Mass: altro riff che si  innesta sulla trama tessuta fino ad ora, l’intermezzo con l’organo cerca di spezzettare il ritmo; la chitarra elettrica si inserisce su un contesto di controllata confusione.

E) Manticore: altra sezione piuttosto complicata; botta e risposta tra il riff ed Emerson, che la mano sinistra tiene una figura musicale delle sue e con la destra emersoneggia alla grande.

D) The Batterfield: tutto si fa più epico…di nuovo la melodiosa voce di Lake attraversata da sfumature sinistre. La chitarra acustica accompagna una solista quasi psichedelica.

F) Acquatarkus: chiusura strumentale della suite riprendendo, per gli ultimi colpi d’ala, il riff iniziale.

JEREMY BENDER – TTTTT: quadretto simil western, di quelli emersoniani che tanto mi piacciono. Lo stacco di atmosfera con la suite di TARKUS è notevole…un po’ di leggerezza sopraffina dopo tempeste musicali violentissime.

BITCHES CRYSTAL – TTT: si ritorna sui territori consoni al mood principle di questo secondo album degli Elp. Riff strumemtali frenetici e costanti a cui risponde la voce di Lake. L’assolo di Emerson al piano è bellissimo.

THE ONLY WAY (HYMM) – TTTTT: incastonato sulla TOCCATA E FUGA IN FA MAGGIORE BWN 540 di JOHANN SEBASTIAN BACH, è un momento imponente e sublime. Ancora sfumature sinistre nella bella voce di Lake. Testo dalla ironia tenebrosa su tematiche anche religiose.

INFINITE SPACE – TTT: è uno strumentale modesto, sembra un riempitivo con improvvisazioni su un giro un po’ monotono. Certo però che quando Emerson suona il pianoforte partono comunque vibrazioni profonde.

A TIME AND A SPACE – TTT: altro brano non particolarmente interessante pur mantenendosi in linea con il tenore e lo spessore dell’album.

ARE YOU READY EDDY – TTT½: momento ludico dedicato all’ingegnere del suono EDDIE OFFORD. Stravagante rock and roll pianistico che ho sempre trovato gustoso.

TARKUS quindi per me è l’album più ostico e difficile degli ELP. Ne riconosco la grandezza, lo spessore, ma fatica ad arrivare completamente alla mia anima. La groupie e Paolino Lisoni stravedono per quest’album, Picca non è mai riuscito ad arrivare alla fine, altri non ne parlano…è in ogni modo un album complesso, ricco, pulsante, concepito nel cuore del periodo più straordinario per la musica del genere umano, da tre giovani ragazzi inglesi in un momento di estasi creativa.

(Greg Lake 1971)

TARKUS secondo PAOLO BARONE – BBB½

Devo dire che quando Tim mi ha prospettato la rilettura di Tarkus me la sono vista brutta. Non amo EL&P, e quando tantissimi anni fa un mio amico mi diede una copia di Tarkus, lo ascoltai un paio di volte, mi sembro’ un sommo rompimento di palle e non l’ho piu’ sentito. Ora,d opo  migliaia di giorni e dischi, riprovo ad avvicinare il dinosauro del rock, uno dei lavori piu’ maltrattati dalla critica nella storia della musica contemporanea, curioso di vedere che effetto che fa’…

Bene, pur non rientrando nella top ten estiva dei miei ascolti, Tarkus non e’ male. Anzi. Diciamola tutta: nel momento giusto e’ un bel disco! Veramente, non sto scherzando… Specialmente la prima parte, quella dedicata a Tarkus in persona, e’ un bel pezzo di progressive tastieristico. La band ha un suo perche’, una sua forza e originalita’. E poi la voce di Lake, quella sì che fa la differenza. L’indimenticabile cantante dei primi Crimson riesce a portarti lontano, con quella voce unica, una delle piu’ belle del progressive, se non la piu’ bella. Certo, alle volte la compagnia di Emerson e Palmer e’…come dire…un po’ strabordante…Ma fa parte del gioco, ci sta, e’ nella natura del trio e della sua musica. il buon Greg suona anche qualche nota di elettrica floydeggiante niente male. Nel corso della prima parte del disco, in alcuni punti sembra quasi di ascoltare gli Area dei primi tempi. I quali continuano a citare John Cage, ma secondo me non ce la contano giusta, e si sparavano EL&P in dosi da cavallo. Insomma, la sezione “Tarkus”, quando uno si trova nel mood tastiere prog, e’ molto interessante ed intensa.

La seconda parte meno. Jeremy Bender a dir poco non lascia il segno, mentre The Only Way mi risulta praticamente inascoltabile, la voce regge sempre ma l’organo di Emerson stile chiesa…Francamente siamo al limite del cattivo gusto. Are you ready Eddy puo’ essere simpatica se avete voglia di r’n’r’ suonato da un gruppo prog inglese (cosi poi vi vorrete ascoltare anche un pezzo prog fatto da una band rockabilly di Memphis) altrimenti si puo’ tranquillamente saltare. Da non perdere invece Bitches Crystal e A Time and A Place, pezzi aggressivi e tirati come non mi ricordavo. In ultimo, Infinite Space, un momento ricco di feeling e classe, un piacere ascoltarlo.

Rimane da parte mia una difficolta’ di fondo ad apprezzare i barocchismi nello stile di EL&P. Non solo per quanto prodotto dal buon vecchio Emerson con le sue infinite tastiere, ma anche  il modo di suonare la batteria di Palmer mi sembra spesso eccessivo e gratuito. A conti fatti pero’, queste sono le cose e i numeri che piu’ piacciono agli appassionati della band, o almeno credo… E poi questi ragazzi, perche’ dei ragazzi erano all’epoca del disco, nel bene e nel male avevano creato un genere, dono dato a pochi dal dio del tuono e del r’n’r’. Certo, con questi suoni poi loro ed altri hanno a volte pasticciato, e il passo fra un buon avventuroso prog e il Rondo’ Veneziano puo’ essere breve…

Da non fan, continuo a preferire il primo album e certe cose di Trilogy, ma il povero Tarkus, pur con i suoi alti e bassi, invecchia con dignita’. E chi lo avrebbe mai detto. (PB2012)

(Carl Palmer 1971)

TARKUS secondo BEPPE RIVA – RRRRR

E’ difficile immaginare cosa potesse significare l’uscita di un album particolarmente importante all’inizio degli anni ’70, quando si assisteva anche in Italia ad un vero e proprio boom della cosiddetta “musica underground”, che coinvolgeva un pubblico di differenti fasce d’età.

Dopo il fenomenale debutto di ELP che aveva dimostrato come il primo supergruppo degli anni ’70 fosse assolutamente tale, all’avvento di “Tarkus” si parlò di “attesa parossistica per questa uscita discografica bramata da tempo” (Ciao 2001), e da molti appassionati fu vissuta realmente come tale.

Incorniciata dall’iconica copertina di William Neal, la musica raccontava la violenta storia di Tarkus, sorta di mostro dell’inquinamento atomico che fondeva il corpo di un gigantesco armadillo su un carro armato; la sua nascita avviene attraverso un’eruzione vulcanica (“Eruption”), e la musica assurge a concetti di eccentrica epicità, ostentando scansioni ritmiche complesse e sonorità innovative, dal formidabile impatto dinamico; quelle stesse che inizialmente avevano suscitato il disappunto di Lake, anima melodica del trio, che rischiò lo split dopo un solo album! Recuperato alla causa e gratificato dal ruolo di produttore, il grande Gregorio si riscatta con il suo inconfondibile retaggio crimsoniano in “Stones Of Years”, ma subito dopo, nelle vittoriose battaglie di Tarkus con altre bizzarre creature, “Iconoclast” e “Mass”, metà animali e metà macchine, Emerson torna a dominare lo scenario musicale estraendo dal moog effetti rivoluzionari e provocando dissonanze che servono a ricostruire i toni feroci dello scontro fra gli immaginari titani di questa saga. Ma se le stregonerie di Keith Emerson alle tastiere, ed i livelli di eccellenza raggiunti da Greg Lake come bassista e cantante sono da tempo affermati, “Tarkus” è l’album della definitiva consacrazione per ‘ideale “collante” fra i due: Carl Palmer, batterista dal disegno ritmico turbinoso quanto poliedrico, un’autentica forza della natura.

Il pezzo di maggior effetto della suite, “Battlefield”, è firmato da Lake, che sfodera anche una turgida chitarra alla Eric Clapton nell’eroico commento sonoro della sfida finale di Tarkus con la Manticora, un mostro della mitologia greca che provocherà la morte del protagonista: la carcassa di Tarkus finisce nella corrente di un fiume, scivolando nell’acqua che è invece origine della vita. L’epitaffio è scritto dalla marcia solenne di “Aquatarkus”, ma se l’armadillo corazzato perisce, i venti minuti di musica a lui dedicati rappresentano un trionfo, ruggente sinfonia densa di clangori metallici e risoluzioni epiche!

A mio avviso nessun altro lavoro “sulla lunga distanza” saprà eguagliarla, nemmeno esercizi magistrali di Genesis, Yes, Pink Floyd e King Crimson.

Dopo un pezzo così impegnativo, che occupa l’intera prima facciata del disco, la leggendaria Trilogia privilegia un repertorio accessibile sul retro, assumendo a sua volta un atteggiamento più scanzonato e divertente. Fa eccezione “The Only Way”, dove Keith suona l’organo a canne citando la Toccata in F e Preludio VI di J.S. Bach, maestoso tributo alla musica colta, e Greg canta con la sua intonazione da perfetto “ragazzo del coro”; invece “Jeremy Bender” è un accattivante brano da saloon del West, scandito dal piano in stile honky tonk. Dopo la sperimentazione elettronica di “Tarkus”, il tastierista sovrano del rock ritorna spesso al pianoforte, conducendo l’incisivo crescendo di “Bitches Crystal” e le variazioni sul tema di “Infinite Space”. L’organo Hammond si impone invece nell’heavy-prog di “A Time And A Place”, che è classico stile ELP concentrato in tre minuti. Infine, “Are You Ready Eddy” è puro rock’n’roll dedicato al loro celebre tecnico del suono, Eddy Offord. Quella che superficialmente può esser considerata la facciata “leggera” a completamento di “Tarkus”, è in realtà la dimostrazione del formidabile talento del trio inglese nel suonare ogni genere di musica con classe inarrivabile, estendendo gli orizzonti della fusione fra rock, musica classica e jazz, già collaudata dai Nice, veri e propri precursori del progressive.

L’impatto di “Tarkus” fu enorme per influenza esercitata e successo conseguito (al n.1 in UK, rock polls dominati), e resta un album EPOCALE, che nulla ha perso del suo carisma. (BR 2012)

(Keith Enerson 1971)

TARKUS secondo GIANCARLO TROMBETTI – TTTTT

Tarkus…i tre senza chitarra elettrica.. elemento essenziale per un giovinotto dai gusti in formazione…M ricordo benissimo che fui affascinato dalla copertina, prima di ogni cosa, anche se l’esordio lo avevo già consumato su di un giradischi che avrebbe fatto inorridire chiunque già ai tempi. Ma non c’era altro a disposizione e dovevi adattarti. Il primo, piccolo, vero impianto venne decisamente dopo. Ricordo anche che lessi qualcosa circa la storia di un mostro poco definito ma chiamato Manticore, ma gli diedi poco seguito: la critica dell’epoca era agli esordi…e guardate cosa ha prodotto oggi come ultima generazione… Ma il disco…difficile, elaboratissimo, pieno di tempi, cambiamenti di suono, grondante perle nascoste ogni ciuffo di solchi. In tre parole: splendido, unico, affascinante. Difficile avere musica così bella e solare oggi, impossibile sperare che anche chi ha prodotto quella riesca a tornare a quei livelli. Per uno strano allineamento dei pianeti, il periodo che va dalla seconda metà dei sessanta verso la fine dei settanta, escudendo una folta manciata di eroi che hanno saputo andar oltre, ha donato ai secoli a seguire le melodie e le composizioni più geniali, creative ed irripetibiili di sempre. Dopo sarà necessario avvinghiarsi ai ricordi e alla fantasia personale per ricreare, per concedere noi ad altri quel credito che in quel periodo i musicisti si prendevano da soli. Si legge spesso nelle memorie di artisti sulla settantina che in quegli anni potevi comprare decine di album alla settimana ed erano tutti bellissimi. E’ tragicamente vero. Oggi, per ritrovare 40 minuti di sogno come quelli che ci ha regalato Tarkus, è necessario riempirsi di scatolette di plastica da 80 minuti, per non arrivare neppure agli stinchi di quelle emozioni. Tarkus è stato un macigno nello stagno e le sue onde rimbalzano ancora oggi. Chi non l’ha capito, amato, assimilato e l’ascolta ancora oggi con rispetto trovandoci ogni volta qualcosa di nuovo, non ha capito…”the famous fucking idea” di dove stiano i bandoli di questa musica. Tanto per citare Zappa. (GCT – 2012)

ELP DELUXE EDITIONS: I° & Tarkus (Sony 2012)

21 Set

Sempre un brivido per me acquistare nuove versioni dei soliti vecchi album degli ELP, ormai ne ho diverse ma queste sembrano essere le definitive, almeno ad oggi. Temevo che i rimissaggi di Steve Wilson andassero sopra le righe (tralasciando il discorso circa la opportunità di rimissare certi capolavori), e invece devo dire che mi pare abbia fatto un lavoro efficace, discreto, sapiente. Confezioni molto belle, musica originale sublime, materiale bonus tutto sommato niente male, il tutto ad un prezzo più che ragionevole.

EMERSON LAKE AND PALMER(1970):

Original Album: TTTTT

Disc2 New Stereo Mix: TTTTT

Disc 2 Bonus Material: TTT½

Disc 3 New 5.1 Mix: TTTTT

Packaging:TTTTT

Note: l’inedito RAVE UP, mi intriga parecchio, così come la PROMENADE versione studio e le alternate takes di TAP, KNIFE EDGE e LUCKY MAN. Ah, c’è anche il DRUM SOLO. La groupie ha un impianto 5.1 di tutto rispetto, nell’ascoltarsi con questo sistemaTAKE A PEBBLE sembra di immergersi in un liquido tiepido ed accogliente e galleggiare al suono di musica, quella sublime, quella ti innalza, quella che ti fa entrare in dimensioni diverse.

TARKUS(1971): 

Original Album: TTTT

Disc2 New Stereo Mix: TTTTT

Disc 2 Bonus Material: TT

Disc 3 New 5.1 Mix: TTTTT

Packaging:TTTTT

Note: qui il materiale inedito/raro è striminzito: OH MY FATHER era contenuta nel cofanetto FROM THE BEGINNING di qualche anno fa, sarebbe anche carina se ad un certo punto non spuntasse pari pari il giro d’accordi di HEY JOE.  UNKNOW BALLAD è un accenno di pezzo lento al piano. Ci dice Beppe Riva che verrà tolta dalle future ristampe. Sembra sia Keith Emerson (anche alla voce) ma esperti in Elpologia negano questa possibilità. Mistero. C’è anche un’ alternate take di MASS.

Pensierino finale: mentre scrivo queste appunti scarni e veloci mi risento il tutto…questa come avrete capito più che una recensione vuole essere solo un segnalazione, ma l’impulso sarebbe quello di lasciarsi andare ad iperbole e ad attacchi di iper aggettivazione acuta. Ragazzi, ma quanto era bella la musica degli EMERSON LAKE AND PALMER? Mettete un venerdì sera di fine settembre, la finestra che dà sulla campagna nera, i primi due album degli ELP in versione deluxe …che so TAKE A PEBBLE, PROMENADE e THE ONLY WAY, una tisana lampone & echinacea che ti sorseggi come fosse un Southern Comfort e quel sentimento che riesci a provare mentre ascolti da solo musica suprema. In più Palmiro che viene a cercarti, si sistema tra la tastiera e le deluxe edition, ti guarda, annusa l’aria sonora che gli arriva, sospira e si mette comodo lì accanto a te. Tu, gli ELP e un gatto progressive. ..che vuoi di più?

(Emerson Lake & Palmir)