Nuovo fumetto mensile della Bonelli, questa volta tutto a colori. Fantascienza, atmosfere da ALIEN II, bei disegni, buona storia. A me sarebbe piaciuto che almeno il primo numero fosse incentrato tutto sugli orfani ancora ragazzini, per dare un po’ di respiro alla loro trasformazione, ma evidentemente di questi tempi tutto deve correre veloce. Rimana tuttavia, a mio modestissimo parere, un buon inizio.
ORFANI “Piccoli Spaventati Guerrieri”
Uscita:16/10/2013
Soggetto: Roberto Recchioni
Sceneggiatura:Roberto Recchioni
Disegni di:Emiliano Mammucari
Copertina: Massimo Carnevale
Il passato: una misteriosa forza aliena ha trasformato metà della terra in un cratere fumante. Sotto la guida della Dottoressa Juric e del Generale Nakamura, una squadra di ragazzini viene sottoposta a uno strenuo allenamento, destinato a trasformarla nel più agguerrito esercito della storia. Comincia così la marcia verso l’Avventura di Jonas, Ringo, Juno, Hector, Rey, Felix e Sam. Il presente: una nave spaziale atterra sul pianeta dal quale è venuta l’aggressione, col compito di trovare l’arma distruttrice ed eliminarla. E quando compaiono i letali extraterrestri, a mettergli i bastoni fra le ruote scende in campo una banda di indomabili guerrieri: gli Orfani.
Era da un po’ che stuzzicavo Beppe a proposito dei GHOST, sapevo che li seguiva dunque, discretamente, non perdevo occasione per invitarlo a scrivere due righe per il blog su questo interessante ensemble. Non che sia esattamente roba per il blog, ma per l’appunto non voglio che sul blog ci sia esclusivamente roba adatta al blog, o comunque cose in forte relazione con Team Teerally. Questi GHOST ad ogni modo intrigano anche me, se ricordate abbiamo già sfiorato l’argomento in passato, così, sfruttando la spinta che il numero della rivista AOR con le HEART in copertina ha dato alla penna del maestro RIVA, siamo – con orgoglio – ancora qui a proporvi nuovi scritti riviani. Quindi, signore e signori, eccovi in tutto il suo splendore e con la inconfondibile prosa che lo contraddistingue, the one and only BEPPE RIVA.
Sono certamente la più misteriosa formazione dello scenario rock contemporaneo, ed altrettanto certamente fra le più intriganti in assoluto. Gli svedesi Ghost (vi risparmio la postilla “B.C.”, una necessità per il mercato americano, invisa ai musicisti) hanno già rivelato una spiccata vocazione per le covers. Primo indizio il mesmerico, fatale trattamento di “Here Comes The Sun” dei Beatles, bonus dell’edizione giapponese dell’album d’esordio “Opus Eponymous” che li traghettava idealmente verso le loro radici psichedeliche, al di là dello Stige e delle sue torbide onde Doom.
Ghost
Dopodiché riuscivano ancora a stupire con un’inquietante versione di “I’m A Marionette”, non proprio fra i più popolari hits delle icone nazionali Abba, già considerato brano “anomalo” di queste perpetue stelle del firmamento pop. Invece il terzo rifacimento, “Waiting For The Night” dei Depeche Mode, si rivelava un mezzo passo falso; scadente l’originale e nessun sortilegio nel remake-remodel tale da riuscire a riscattarlo.
Solo un episodio in tono minore, alla luce della seconda raccolta di salmi infernali, “Infestissumam”, davvero magica nel trascendere le barriere che confinerebbero i Ghost fra gli stereotipi “metal”: dalla potente corale post-gregoriana dell’intro “Infestissumam”, cantata in latino sgrammaticato, attraverso gli immani scenari di “Year Zero” – l’Apocalisse secondo Papa Emeritus, che chiama a raccolta un’ abominevole sfilza di demoni biblici – concludendo nell’epico misticismo occulto di “Monstrance Clock”, questo è il disco che perfettamente materializza, attraverso un intricato crocevia di stili musicali, la teatralità dell’immagine dei Ghost, svelando strade buie e sconosciute che portano lontano dalla vita verso mete ignote…
Ma è già tempo di guardare avanti, ed il 19 novembre è annunciato un EP di covers, “If You Have Ghost”; il brano che l’intitola è un tributo al talento malato & dannato di Roky Erickson, strenuo reduce degli anni ’60 ed allora leader dei texani 13Th Floor Elevators, pionieri del garage-psych rock; la leggenda vuole che il termine psichedelia sia stato coniato proprio da loro, all’avvento del primo album “The Psychedelic Sounds Of…” (1966), anticipando addirittura i Grateful Dead.
roky erickson
L’album includeva uno degli originali artefatti della prima era lisergica americana, il memorabile classico “You’re Gonna Miss Me” (’65), scritto dallo stesso Roky.
Personalità schizofrenica e dissociata, con l’aggravante dell’abuso di stupefacenti, il cantante/chitarrista finì addirittura in manicomio, curato a “dosi” di elettroshock! Nonostante tutto riuscì a tornare alle scene nel 1975 con il gruppo Bleib Alien, poi ribattezzato The Aliens, in omaggio alla sua ossessione verso gli UFO. Proprio in questa seconda vita artistica, il sedicente extra-terrestre Erickson registrò “If You Have Ghosts”, in mezzo a tanti altri brani dalle connotazioni sci-fi e horror (“Creature With The Atom Brain, “Night Of The Vampire”, “I Walked With A Zombie”, per nominarne alcuni). E’ un fantastico esempio di acid-rock da ascoltare e riscoprire a prescindere, dove con la sua inimitabile voce, il cantante insiste sullo stralunato refrain “If You Have Ghosts, You Have Everything”…
La copertina dell’EP dei Ghost è dichiaratamente ispirata a “Nosferatu”, capolavoro espressionista di F.W. Murnau, con Papa Emeritus rimodellato sull’inconfondibile silhouette del vampiro sul vascello.
Al di là delle geniali intuizioni nella loro propaganda (o in questo caso, “papaganda”), che dal nulla hanno originato l’immagine più identificabile/detestabile dell’odierno panorama musicale e andando oltre gli equivoci alimentati ad arte su un presunto, attempato successore del primo “papa nero”, il gruppo svedese conferma ancora una volta un’invidiabile cultura retro-rock, e la rilettura di “I.Y.H.G.” è assolutamente ipnotica, si stampa nel cervello in maniera subdola ed indelebile.
Il produttore è ancora Dave Grohl, già all’opera con gli stessi Ghost in “Marionette”. Indiscutibilmente una celebrità grazie al successo planetario con Nirvana e Foo Fighters, Dave è anche il batterista del supergruppo Them Crooked Vultures, apprezzato da veterani e modernisti del rock, allestito insieme a John Paul Jones e Josh Homme, leader di Queens Of The Stone Age ed ex-Kyuss. Considerato uomo di rara cordialità, Grohl ha già manifestato simpatie metalliche con il progetto Probot, ed uno sponsor di questo calibro non può che giovare alla causa dei “demoni” del Nord.
Ghost
Il suono di “If You Have Ghosts” è sorprendentemente cristallino e fluido, ben differente dall’originale, graffiante ed “acido”, contraddistinto dall’allucinato timbro vocale di Roky. Ma qui non si tratta di confrontare le due versioni per stabilire qual è la migliore; conta piuttosto come gli elusivi musicisti svedesi abbiano dissepolto un classico misconosciuto e se ne siano appropriati, infondendogli nuova linfa vitale, modellandolo secondo i loro canoni stilistici.
La chitarra dello sconosciuto Ghoul è (al contrario) perfettamente identificabile con le sue aperture avvincenti e melanconiche; l’arcana atmosfera infusa nelle melodie intonate da Papa Emeritus, altamente suggestive specie nelle sovraincisioni vocali del finale, dimostra un magistrale bilanciamento fra energia rock e sensibilità pop: teoria già evidente al debutto, ad esempio nella trascinante “Stand By Him”, ma ora esplicita anche per i duri d’orecchi.
Completano l’EP un’altra cover, “Crucified” (Army Of Lovers) ed una registrazione live di “Secular Haze”, già antipasto del diabolico banchetto di “Infestissumam”.
Ma non riesco ad IMPEDIRMI di riascoltare “If You Have Ghost”…
Qualche sera fa, in casa, entro nello studiolo e mi accorgo che PALMIRO è dietro allo scaffale degli LP, fa il matto, io sto al gioco, lui inizia a strampellare con i miei dischi, temendo ne rovini qualcuno lo faccio uscire, lui mi ubbidisce ma non prima di aver dato una zampata a caso…dandola fa uscire dallo scaffale un disco della BAD COMPANY, STRAIGHT SHOOTER…uhm…guarda caso indosso la mia t-shirt preferita (della BAD COMPANY appunto)…ed è la stessa sera in cui mi arriva l’email dove mi si dice che MICK RALPHS ha iniziato a seguirmi su twitter…io sono razionale, non sono superstizioso nè scaramantico, ma adoro questo tipo di coincidenze, questi segni del blues. E allora tiro fuori l’album in questione, lo inserisco nello stereo, mi adagio sul cuscino e lascio partire i ricordi…
TT assorto nelle note di copertina di STRAIGHT SHOOTER – foto della groupie
Ultimi sospiri degli anni settanta, sono un adolescente, ho già scoperto i LED ZEPPELIN, i FREE, gli ELP, JOHNNY WINTER, SANTANA e alcuni altri gruppi rock che mi fanno girare la testa. Non c’è internet, non c’è youtube, non c’è un cazzo, solo CIAO 2001 e poco altro. Ma sono un fan on the prowl, determinato e cocciuto, adesso che l’ho scoperto, il ROCK è tutto quello di cui m’importa; scovo notizie, ritagli di giornali, foto, qualche libro… FREE, LED ZEPPELIN, SWAN SONG, dunque BAD COMPANY. E’ settembre, uno di quei settembre emiliani, tiepidi, dolci, a misura d’uomo di blues. Il futuro sembra pieno di luce, le possibilità infinite, la vita gravida di sorprese. Sabato, mi fiondo al PEECKER SOUND di FORMIGINE, di fianco alla leggendaria discoteca PICCHIO ROSSO. Il PEECKER è probabilmente il negozio di dischi per eccellenza del modenese, grande, pieno di scaffali, self service, nessun commesso che ti disturbi con la frase “posso aiutarti?”. Lì dentro ci si passa pomeriggi interi. Lettera B: BAD COMPANY. La copertina con i dadi è quella che mi attira subito, …printed in USA…cazzo, l’etichetta è quella della SWAN SONG, special thanks to PETER GRANT, sleeve by HIPGNOSIS…STRAIT SCIUTER sei mio.
Arrivo a NONANTOLA, salgo in casa, sono tutti fuori, metto il disco sul piatto…primo pezzo GOOD LOVING GONE BAD. Bam, una sorta di imprinting immediato, una scossa di testosterone, un marchio indelebile che mi si stampa sull’animo. Il pezzo è di un certo MICK RALPHS, ah è il chitarrista.
Hard rock di fattura pregevolissima, suoni efficacissimi, batteria meravigliosa, voce che senti vibrare nello stomaco, e MICK RALPHS giustappunto alla chitarra. Un zabaione di iperbole per la mia giovane anima, per me che sono esile come un giunco ma che mi senti forte come una quercia. STRAIGHT SHOOTER significa “persona schietta e sincera” ma c’è il gioco di parole dato dall’immagine dei dadi in copertina: to shoot craps significa difatti tirare i dadi, gettare i dadi. Ad ogni modo, mi accorgo che MICK RALPHS non è JIMMY PAGE, ma il suo chitarrismo è appunto così schietto e sincero da essere, per me, irresistibile. Riff granitico in LA e in RE, poi stacco lento dove RODGERS canta
I got my pride Don’t need no woman to hurt me inside I need love Like any other So go on and leave me Leave me for another
Il ritmo poi riprende e sullo stacco PAUL che canta Cuz’ Baby I’m a bad Man, oh santo demonio quanta forza mi ha dato quella sciocca frasetta…
Good! Lovin’ gone bad Good! Lovin’ gone bad Good lovin gone bad I’m a sad man Get outta my way Cuz’ Baby I’m a bad Man Now Now!
Io sono conosciuto per essere soprattutto un fan dei LED ZEPPELIN, e dei FREE e degli ELP se vogliamo, ma in definitiva forse il gruppo che più amo è la BAD COMPANY, e grazie a questo primo pezzo, STRAIGHT SHOOTER è probabilmente l’album che preferisco in assoluto. Intendiamoci, capisco benissimo che la BAD CO non è certo uno dei gruppi più importanti per la storia del rock, so che detta in modo un po’ maldestro il gruppo non è altro che la versione da stadio dei FREE, ma quell’hard rock genuino, semplice, diretto mi arriva al cuore con una facilità disarmante. Non è un caso che la mia band si chiami CATTIVA COMPAGNIA, se le canzoni che scrivo sono in qualche modo messe giù con un metodo simile, se mi sento e sono un chitarrista alla MICK RALPHS più che alla JIMMY PAGE, se i il partner musicale che ho sempre cercato (invano) è una sorta di PAUL RODGERS emiliano… Oggettivamente credo che STR SHT sia un buon album hard rock, ma essendo diventato un capitolo così importante della mia vita, per me che sono lo smilzo di Nonantola, è the best hard rock album ever.
FEEL LIKE MAKIN’ LOVE fu il secondo singolo tratto dal disco, arrivò nella top ten americana. Oggi non riesco più ad ascoltarlo, ma allora lo trovavo davvero carino. Ballatona acustica col ritornello pieno di chittarre distorte, testo al limite della sostenibilità…troppo mieloso. WEEP NO MORE è una delle pochissime canzoni scritte da SIMON KIRKE ad apparie sui dischi della BAD COMPANY originale. Intro d’archi e un incedere bluesy a seguire. Tutto molto godinile. SHOOTING STAR è uno degli altri hit del disco, stessa formula di FEEL LIKE MAKIN’ LOVE. Riflessione gradevole seppur un po’ retorica sulla tragica fine di giovani rockstar.
Riguardando le foto della copertina interne rammento quanto mi immedesimai in esse, quanto machismo involontario mi profusero, quanto mi fecero sentire un vero uomo…
Mi immaginavo di essere parte di loro, o di una band come la loro, in tour nel midwest americano nella metà degli anni settanta…
Immagini che si sposano a meraviglia con DEAL WITH THE PREACHER e WILD FIRE WOMAN, due ottimi esempi di hard rock inglese che racconta storie di vissuto nell’on the road americano. I cantati superbi di RODGERS, il chitarrismo lineare e ispirato di RALPHS, il basso preciso e mai sopra le righe di BOZ BURREL, la batteria elegantemente rock di SIMON KIRKE, che band ragazzi! La slide guitar di WILD FIRE WOMAN sa di sud degli Stati Uniti, di viaggi intrapresi per incontrare una bellezza di donna al di là del confine col Messico. Trovavo e trovo ancora irresistibile il finale quando PAUL RODGERS canta
I start to shiver and shake I just can’t wait, I start to shiver and shake I just can’t wait, I start to shiver and shake I, Lordy, I just can’t wait Driving down the highway, yeah Wow Oh baby, take a good loving to keep me driving all night I’m a-driving all night, oh yeah
Quando poi al minuto 4:18 MICK RALPHS ci da di slide partivo e parto anche io per le highway americane in cerca di chissà chi …
Straight on down the highway Straight on down the highway Wow, straight on down the highway, yeah
ANNA, di Simon Kirke, proviene dall’album KOSSOFF KIRKE TESTU AND RABBIT del 1972, registrato all’indomani del primo scioglimento dei FREE. Delicata, lenta, cantata con pathos da RODGERS, ANNA si accasa senza problemi in STRAIGHT SHOOTER. Preso dalla mia mania per la BAD COMPANY, iniziai a contagiare gli amici, in particolare TOMMY TOGNI, cantante con cui mi misi a suonare poco dopo. A quel tempo TOM stava con una che si chiamava Anna, e ogni volta che lui veniva a casa mia dovevo fargli ascoltate il pezzo a più riprese. L’album si chiude con CALL ON ME, tempo medio che in alcune sue parti si rifà all’epica rodgersiana di cui spesso parlo, con quella coda finale che ti porta nei campi di foschia e bruma che hai dentro di te, dove socchiudendo gli occhi vai incontro al tuo destino, al sole che sorge, ad un nuovo giorno che nasce.
Don’t worry about the rain, baby I’ll keep you dry I’ll keep you warm inside And satisfied
Don’t worry about the rain I’ll keep you dry, I’ll keep you dry Call on me, baby, call on me, baby
Registrato nel settembre del 1974 e pubblicato nell’aprile del 1975, STRAIGHT SHOOTER arrivò al numero 3 della classica americana, vendendo 3 milioni di copie. Album dunque fondamentale per il sottoscritto…dopo tutto ho preso forma grazie ad esso, sono diventato l’uomo che sono nel bene o nel male anche grazie a questo Rock, totale, puro, schietto e frizzante come il lambrusco. Oh, nulla cosmico onnipotente , che cazzo di album che mi hai fatto trovare lungo la via…e ora tutti nell’abbazia di Thelema a osannare il chitarrista, perchè IN MICK RALPHS WE TRUST.
Vi segnalo questo bel numero del MAXI TEX più di 300 pagine piene di buon fumetto. Il finale magari è meno riuscito di ciò che ci si potrebbe aspettare, ma la storia è per lunghi tratti avvincente.
MAXI TEX N°: 17 “Alaska” (Bonelli – Ottobre 2013 – Euro 6,30) – TTTT
Periodicità: annuale
Uscita:05/10/2013
Soggetto: Mauro Boselli
Sceneggiatura:Mauro Boselli
Disegni di:Lito Fernandez
Copertina: Claudio Villa
Alaska!
A Sitka, nei fiordi dell’Alaska, un’incomprensione tra la pittoresca ciurma di capitan Roscoe e i Tlingit del sakem Kowee ha scatenato un’autentica guerriglia, nella quale sono coinvolti anche Gros-Jean e la sua figlioccia eskimo Dawn. Giunti in aiuto degli amici, Tex e Carson scoprono che all’origine di tutto c’è il rapimento di alcune ragazze indiane. Nessuno crede davvero che i colpevoli siano i leggendari spiriti malingi della foresta, i Kuchtaqa… Ma poi anche Dawn e la figlia di Kowee scompaiono misteriosamente… E, oltre le montagne ghiacciate più a nord, un mostruoso dio cannibale sta per fare di loro le sue spose…
Come richiesto (vedi commenti a OTTENEBRATO IN OTTOBRE), riceviamo la foto del nostro Bodhran con l’ukulele a forma di Les Paul; questo il commento d’accompagnamento: “..ogni promessa è un debito, ma vista la scabrosità di abbinare la mia persona a degli strumenti a corda, ho preferito buttarla sul porno…”
Leggo miliardi di commenti malinconici (tweet di Emanuele Filiberto?!) sulla scomparsa di Lou Reed, artista famosissimo e amatissimo in Italia da gente affranta che probabilmente ha ascoltato solo Sweet Jane da Rock n’ Roll Animal e Sunday Morning dal primo dei Velvet (spesso pensando che fosse Nico a cantarla e non Lou). Con questo, perlamordiddio, mica bisogna conoscere tutti i dettagli della carriera di un artista per piangerlo, ci mancherebbe altro. Quando è morta Whitney Houston mi è dispiaciuto assai anche se non conosco bene la sua opera e quel poco che conosco mi fa orrore. Il fatto è che Lou è uno, come Dylan e Neil Young e Silvio, che ogni tanto aveva bisogno di dare in pasto ai suoi qualcosa di orribile per ritrovarsi, azzerare il partito e ricominciare con più stimoli. Avventurarsi nella sua corposa discografia si rivela quindi un bel impegno. ‘Mi consigli un disco di Lou Reed?’ chiede il neofita in pizzeria. E come cavolo si fa? Dobbiamo dividerlo in periodi, oppure in gruppi tematici. Mica puoi dire a un verginello di comprarsi 12 LP per farsi un’idea. R’N’R Animal? Bello ma poco rappresentativo in senso generale. The Blue Mask? Fantastico, ma lo devi accorpare a New York, a Legendary Hearts e magari anche a Sally Can’t Dance. Se hai abbastanza soldi infilaci pure Mistrial che non si sa mai. Sì, lo so che non è il massimo, però ti serve per capire gli altri…un casino, insomma.
Lou non è uno da Greatest Hits, come gli Eagles o Billy Joel o Cat Stevens. Devi investire un sacco di tempo, ci vuole una vita per imparare a stargli vicino. Quando ero pischello ed ero ancora al casello di entrata dell’autostrada del rock, i fans di Lou Reed mi apparivano come i peggiori dell’universo. Di solito erano peromani sfattoni più grandi di me che caracollavano inebetiti alla disperata ricerca di un ‘assolutore’ artistico del loro edonismo tossicomane e avevano trovato in Lou l’icona perfetta. Me li ricordo a Bologna, tremila anni fa, allo stadio di Bulègna mentre mimavano il gesto della pera nell’avambraccio con Reed che gli concedeva un’ oretta senza bis da un pessimo P.A. Il fatto che Reed li avrebbe probabilmente presi volentieri a manganellate non toglie nulla alla bazza, molti grandi artisti hanno pessimi fans e viceversa, bisogna farci il callo (vecchi fans probabilmente spiazzati dal fantasmagorico titolo di un articolo di oggi della Gazzetta Di Modena: ‘Addio a Lou Reed, il rocker che amava il balsamico’. Ops! Pensavamo amasse ben altro…)
Poi mi ricordo i primi ‘intellettualini’ che suonavano nei complessini della prima ‘new waveina’ provinciale tricolore, tutti vestiti di nero, spesso affetti da nanismo, con vocine stridule e Dr. Martens pagate dalla nonna, pettinati come quello dei Chiur o dei Siussi Andebanshi i quali, alla classica domanda adolescent-imbezèl ‘che genere fate?’ avevano già imparato benissimo la lezione e rispondevano ‘Ci ispiriamo ai Velvet Underground’. Bum! Imparai ben presto a chinare il capo in segno di rispetto a chiunque affermasse di ispirarsi ai Velvet Underground. Non li avevo mai sentiti, ma si capiva che era meglio inginocchiarsi (e magari è per quello che mi misi ad ascoltare vaccate tipo la Marshall Tucker Band. A volte si hanno reazioni scomposte e si combinano stupidaggini solo per differenziarsi…). Nella prima band in cui ebbi la fortuna di militare a 14 anni, il maschio-alfa leader (oggi uno stimato satanista professionista) mi costringeva ad eseguire Real Good Time Together di Lou come primo brano live, per poi passare ad una di quelle set lists scombinate da complessino che prevedeva Sweet Jane, Chicago di CSN&Y e La Musica Ribelle di Finardi.
Insomma, ho dovuto aspettare che questa allure loureediana del cappero passasse e si esaurisse (si lo so, sono un debole, ma il livello medio dei fans di un artista mi condiziona l’ascolto) per sgombrare la testa e apprezzare il vecchio L.R. L’epiphany scattò con New York, disco gigantesco, disco intellettuale, disco inesauribile, disco dal quale, volendo avventurarsi, partono mille rivoli che ti portano ad altri mille dischi, mille libri, mille film, insomma: mille e ancora mille di tutto quel cazzo che vuoi.
Adesso che Lou è morto, per noi quasi-fans bisognosi di ripasso la palla torna al centro e sarà fantastico andarsi a riscoprire o a scoprire ex novo quali piacevolezze si nascondono nella corpulenta discografia del nostro (sperando che qualcuno rimetta a nuovo certi dischi che soffrono di edizioni criminali in cd). Lo so, sta sul cazzo a molti, aspettare che uno crepi per tesserne le lodi, ma è quasi inevitabile nel pop-rock, che si nutre di leggenda più che di contemporaneità.
Viva Lou Reed quindi, e viva tutte le gemme che non conosco ma che so che ci sono in quello che è il suo lascito artistico.
Con ottobre calano i barbari dal nord, ed infatti anche quest’anno incontro RISE, il mio amico finlandese, ledhead come me. Ha lasciato moglie e parenti a FIRENZE ed è venuto a REGIUM LEPIDI per pranzare con lo smilzo di Nonantola. Quest’anno i miei impegni non ci permettono di più, ma ci accontentiamo anche solo di queste tre orette. RISE mi promette di farmi copia in bluray della LZ Reunion Collection (Live Aid 85/ Atlantic 88 / Rock And Roll Hall Of Fame 1995)… roba da depravati musicali.
Tim & Rise (notare la maglietta de IL TRONO DI SPADE) – Foto di ST
Lavoro, badantaggio da Brian, lavoro, ricette per Brian, lavoro, visite mediche di Brian, lavoro, poi blues sul lavoro, blues nella vita, blues nella blues mobile. Facendo un sunto: lavoro, Brian, a casa la sera, Sky. Mi chiedo se la vita sia tutta qua, o meglio se la vita che riesco a produrre sia tutta qua. Meno male che c’è la groupie che mi fa ridere con la sua cresta biondo platino… mi sembra un po’ PINK e un po’ un giocatore della seconda squadra di Milano… El SAURAwi appunto. Da morir dal ridere anche vedere il gatto PALMIRO aggirarsi tra le stanze buie della casa con gli abbaglianti accesi…
Il gatto Palmiro
Se non altro con la CATTIVA COMPAGNIA abbiamo ripreso a far le prove, e trovarmi fianco a fianco con LORENZ a far ruggire le nostre LES PAUL mi fa sempre bene all’animo. CHEAP TRICK, AEROSMITH, BOSTON, DEEP PURPLE, BAD COMPANY… quando POL chiama CUSTARD PIE, ci diamo di piombo ZEPPELIN. A fine pezzo mi sorprendo sempre di come questa band riesca a suonare i pezzi dei LZ nella giusta maniera (o almeno è così che mi sembra). POL in verità è più un purpleliano, ma come canta i pezzi dei LZ lui… nessuno mai, e non se rende nemmeno conto. Proviamo poi anche un paio di nostri brani: VENTO DI MAESTRALE e ED E’ UN ALTRO LUNEDI’. Tutto l’hard rock del mondo nel primo (con un grande LELE e una grandissima Saura nello stacco lento), tutta la disperata malinconica dolcezza nel secondo. Non dovrei scriverlo, lo so, queste due sono canzoni mie, ma quanto cazzo mi piace suonare i nostri pezzi con questa band.
Di nuovo lavoro, discussioni e confronti in ufficio, discussioni e confronti nelle sale riunioni dei clienti, discussioni e confronti con me stesso… STEVEN TYRRELL che dà del ‘bagiano’ a TIM TIRELLI, TEAM TEERALLY che dà del “sempio” a STEFANO TIRELLI, TIRELLI TIM che se ne fotte e si mette ad ascoltare in cuffia i FIRM (live in Albuquerque, Tingley Coliseum, 18/03/1985 soundboard)
Alla domenica quando non sono di turno da Brian, mi faccio un cinegiappo con la groupie. Bevo una birra cinese da 66 cl, un caffè corretto sambuca e ci aggiungo un doppio Southern Comfort, e per il mio fisichetto da due soldi sono già oltre la soglia, ma questo stato invece di regalarmi quell’allegria incosciente che tanto mi è cara, mi fa precipitare in un blues autunnale. Non vado nemmeno alla Fiera del Disco di Regium Lepidi, segno che qualcosa non va, avrei bisogno di un altro caffè ma non ho nessuno con cui prenderlo… Polbi è in Michigan, Jaypee ormai mi ha sostituito con Lorenz, Lorenz è in tour con i Bad Sisters, Bessi starà guardando la nebbia al di là del porto, Beppe Riva si starà preparando a vedere l’Inter, Giancarlino Trombetti si starà preparando a vedere la J**e, Liso starà ascoltando Caravanserai, Picca si starà ancora riprendendo dopo aver saputo che uscirà un box set di 14 cd di Leo Sayer , Riff sta guardando quel cazzo di Superbike, March sarà a Roma dalla Lara, Mixi in giro per il mondo, Doc starà suonando Brown Sugar, France’ starà sognando di essere a Scilla a fare immersioni, Dan starà scaricando qualcosa da Dimeadozen, Lorenzo Stevens-Athos-Sutus-Frank-Mario chissà che cazzo staran facendo, Dennis è in Qualchestan, Mikebravo starà ascoltando qualche oscura registrazione degli Yardbirds con Page, Bodhram sarà alle prese con i King Crimson post 1981, LucaTod si starà chiedendo cosa succederà a Dylan Dog viste le novità in arrivo, Axl starà ascoltando Music From Another Dimension, Alexdoc starà mettendo in ordine i suoi bootleg dei Fleetwood Mac, Baccio sarà alle prese col ratio di Dimeadozen, Pigi starà ancora festeggiando l’exploit della Maggica…
Povero me! Povero me! Povero me! Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè Povero me! Povero me! Povero me! Guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è Povero me! Povero me! Povero me! Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me. Povero me, povero me, povero me, povero me guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che é
Passa un’altra settimana e poi il dramma: sabato mattina a Ninentyland con Brian, caffè in centro nel bar pasticceria di una mia vecchia conoscente (basta con i bar dei cinesi, sussurra qualcuno) e poi salto all’anagrafe per rinnovare la carta d’identità dopo aver fatto 4 fototessera nel celebre negozio nonantolano FOTO FABIO. La mia vecchia amica Amedea sta servendo un altro cittadino, così io cado preda di un’altra impiegata, che conosco, lo so, ma non metto a fuoco la sua identità.
Imposta il tutto, prende le tre foto, registra i dati, poi mi guarda e fa “statura 1,78, occhi castani, capelli… beh stanno diventando un po’ bianchi, il documento valeper 10 anni e tra dieci anni eh …metto capelli brizzolati!”. La guardo con fare sbigottito, protesto, ma le mie proteste hanno lo stesso effetto di quelle di GIGI SIMONI in quell’ infame J**E – INTER del 26 aprile del 1998. Scuoto la testa. Smadonno in silenzio, obnubilato e confuso esco dall’ufficio… va bene che si invecchia, va bene che ho una (in)certa età, va bene che qualche capello è ormai dello stesso colore di quelli di JOHNNY WINTER, ma vi sembro uno con i capelli brizzolati, porca di quella madosca?
Di nuovo in centro, Brian incontra l’unico amico che ancora riconosce: MARIO SITTI. Mario, che è naturalmente a conoscenza dei problemi di mio padre , cerca di controbattere alle sue domande un po’ fuori luogo con una dolcezza infinita eppur risoluta nella sua emilianità. Lo sa, MARIO, che non saranno ancora tante le volte che si vedranno, così cerca di vivere nel migliore dei modi le ultime passeggiate per Ninentyland col suo vecchio amico. Mentre l’inquadro per la foto, o mentre li vedo camminare nel vialetto che porta alla Rocca, non posso non accorgermi dei commoventi color pastello che l’autunno dipinge intorno a loro…
Brian e Mario a Nonantola – 26-10-2013 – foto di TT
Mi lascio andare alla nostalgia anche io incontrando volti e facce che hanno fatto parte della mia adolescenza e giovinezza… la ragazza della pasticceria, LINO BORGHI mio ex collega che abbraccio con fervore (seppur sia bianconero), MAURIZIO ZOBOLI figlio di Fabio e fratello di LENCIO, AMEDEA la responsabile dell’ufficio anagrafe, appunto. Tra tanti volti sconosciuti e tante facce di etnie diverse, il riconoscere volti familiari mi fa di nuovo sospirare per il mio paese natio.
Mentre parecchio più tardi ritorno verso BORGO MASSENZIO, mi godo tutta la dolcezza di questo ottobre, di questo anticipo di estate di San Martino, di questi colori in cui esplode l’autunno. La vite coltivata a tirelle e maritata a grosse querce che vedo mentre mi addentro nelle terre reggiane, è un balsamo per il mio animo…
Vite coltivata a tirelle maritata a vecchie querce, nei pressi di STIOLO (RE) – foto di TT
I colori sono gli stessi della copertina di BROTHERS AND SISTERS, e allora che ALLMAN BROTHERS siano…
Con GREGORY e RICHARD a spartirsi la tavolozza dei colori, arrivo a destinazione in traquillità con la blues mobile che rolla placida sulle country roads…
Alla domus saurea mi concedo un ultimo valzer tra gli splendidi colori autunnali…
Domus Saurea Flora Aurea – foto di Tim Tirelli
Domus Aurea Flora Aurea – foto di TT
La sera l’INTER vince col VERONA, mi pare che le cose si sistemino, ma mai abbassare la guardia: il blues vigliacchino è sempre dietro l’angolo.
Domenica: ore 9, in garage, sto per andare da Brian. Infilo la chiave nella blues mobile, non succede nulla. Non un alito di vita. La batteria, porca di quella puttana. Va beh, capita, facciamo buon viso a cattivo gioco. La groupie mi presta la sua CLIO pre-nuragica (come direbbe il PIERO MARRAS di FUORICAMPO). Arrivo da Brian, parcheggio, salgo, (ma non mi sovviene di pensare che è una macchina di vecchia generazione, una di quelle che quando le spegni devi assicuarrti aver spento i fari) dopo qualche ora scendiamo e torniamo a Ninetyland per un caffè. Parcheggio, beviamo un caffè, ci trastulliamo un po’, risaliamo sulla CLIO 307.000 (sono i km che ha) e… non succede nulla. Batteria andata! Là, piantato a Nonantola, per la seconda volta nella stessa giornata rimasto a piedi con la batteria a zero e con un Brian ormai in confusione. Passo un paio d’ore nell’incazzatura più nera, non tanto per la doppia sfiga/distrazione, ma per il fatto che nel condominio de Lasimo nessuno ha i cavi per ricaricare batteria. Se vi abitassero delle olgettine capirei, ma zio cagnone ci abitano dei marcantoni mica da ridere… beh, nessuno con i cavi. Nelle case di fronte lo stesso. Risolvo chiamando GIPI,lui di sicuro i cavi li ha. Con l’aiuto de Lasimo e della groupie, che viene in soccorso con la macchina di sua madre, risolvo anche questa. Andare da Brian ormai è diventato uno sport estremo.
Meno male che POLBI mi chiama da Detroit, che per telefono sento anche BEPPE RIVA, che tra poco ci sarà il sinodo degli illuminati del blues di novembre e che su twitter ho un follower che di nome fa… MIIIIIIIIICK RAAAAAAAALPHS!
BAD CO 1976 – da sx a dx: Boz Burrell, Paul Rodgers-Simon Kirke e MICK RALPHS
Il maestro BEPPE RIVA ci onora con un paio di considerazioni sull’AOR…è sempre un gran piacere leggerlo.
Quando ho visto sul Blog la recensione di AOR, rivista d’incerta periodicità nata da una costola di Classic Rock (UK), ho deciso che sarei andato a S.Siro con la mia T-Shirt delle Heart…Ha portato bene; la Beneamata è almeno tornata alla vittoria, ed il presidente juventino del Verona, che sulla Gazzetta aveva dichiarato di venire a Milano senza complessi di inferiorità, deve solo ringraziare la mira lacunosa dei nerazzurri e le solite amnesie difensive, altrimenti sarebbe tornato all’Arena con una batosta ultra-heavy sulla gobba.
Torniamo in tema: ah, l’AOR, momento musicale topico di quei “difficili” anni ’80 – come li chiama ogni tanto Tim – ma che paragonati a quel che succederà dopo, specie dal 2000 in poi, restano a mio avviso un decennio memorabile nella purtroppo discendente parabola del rock.
Il n.9 di AOR può fregiarsi di un articolo di copertina sulle deliziose sorelle Wilson firmato da Derek Oliver, l’attuale boss della venerabile Rock Candy, etichetta consacrata alle ristampe del rock melodico d’epoca aurea. Tim, che è un caro ragazzo, mi rende l’onore di paragonarmi a lui, che resta il critico di settore più rinomato a livello mondiale, sia per la competenza a 360° su ogni reame hard rock, sia per la sua scrittura “flamboyant”. Eh si, perché se uno è un grande esperto ma non ha il dono della parola e non sa trasmettere le sue emozioni, ineluttabilmente non può essere un giornalista di qualità.
Comunque sia, accanto ad Oliver, prima su Sounds poi su Kerrang!, si erano imposti eccellenti commentatori di vicende musicali: Dave Reynolds, Howard Johnson, Paul Suter e lo stesso Geoff Barton (l’inventore del termine NWOBHM), tutti dotati di grande cultura R&R ed innamorati dell’AOR, il versante melodico “seta ed acciaio” del rock duro. Questo sottolinea l’importanza rivestita dall’AOR nella storia del suono anni ’80, confermata dalle vendite milionarie di Journey, Foreigner, Toto, Reo Speedwagon e loro immediati epigoni.
Foreigner 1978
In Italia, le citate formazioni erano perennemente beffeggiate o ignorate dalla stampa che andava per la maggiore, ossia i new wavers di Rockerilla e del Mucchio, e dai depositari della “sapida” e seria tradizione rock dello stesso Mucchio e del Buscadero. All’epoca ero un tipetto impertinente che dopo aver vissuto lontane ere giovanili come strenuo seguace di heavy e progressive, ero cresciuto in maniera anomala, perdendo la testa per bizzarre formazioni americane di hard rock “eretico”, dalle spiccate attitudini melodiche: Angel, Starz, Legs Diamond e un’infinita serie di cosiddetti minori. Di questi signori molto attenti al loro look (mai vista una criniera leonina come quella di Gregg Giuffria…) scrissi su Rockerilla nel 1979, quando erano giudicati universalmente “superati” ed ancora non esisteva Kerrang!
Nonostante tutto, il creatore della rivista di Cairo Montenotte ed autentico valorizzatore della new wave in Italia, Beppe Badino, mi lasciava letteralmente fare quello che volevo. Ricordo che mi telefonò dopo un mia entusiastica recensione di “Nine Lives” dei Reo Speedwagon (recentemente ristampato da Rock Candy) dicendomi: “Io non ci credo che ti piace quella roba”. Però la pubblicò subito. Inoltre si seccò mica male quando quasi stroncai, ebbene si, “In Through The Out Door”… La rubrica Hard & Heavy rischiò in seguito di diventare una mina vagante contro l’egemonia del “nuovo rock” su Rockerilla; ad un certo punto passai alla corte romana di Trumpets & Bassoli su Metal Shock, ma credo che un po’ Badino fosse dispiaciuto: lo ringrazierò sempre per la sua apertura mentale, eredità dei sixties “lisergici” di cui era grande cultore.
Anche su Metal Shock continuai la mia personale crociata a favore dell’AOR, raccogliendo vagonate di ironie (o più prosaicamente di m….) quando avrei fatto più opportunistica figura, limitandomi ad incensare Iron Maiden, Manowar o Metallica, impegno comunque puntualmente assolto.
Memore di una sarcastica canzone del suo Dio Zappa verso il fighetto degli Angel, Punky Meadows, Trombetti ovviamente non mi risparmiava la sua vena diciamo cosi, umoristica…Infatti apparve su MS una caricatura del sottoscritto, più brutto del peccato, con una serie di posters degli Angel appesi alle pareti.
Avviandomi alla fine di questo sproloquio, ricordo però che a dispetto di tutti, inaugurai all’interno della rivista metallica una nuova rubrica, AOR HEAVEN!
OK, ho fra le mani il n.77/78 di Metal Shock, settembre 1990, in copertina Steven Tyler con una “pompa” del carburante in mano…Nella rubrica Shock Mail – la posta dei lettori – c’è una lettera intitolata ad “AOR Heaven”, che dice: “Qualche mese fa ho avuto la folgorazione! Amore intenso e struggente a prima vista! Non esagero: nelle pagine di MS ho scoperto la gioia, l’essenza del mio genere musicale preferito, di cui ignoravo addirittura l’esistenza in precedenza! Parlo di Sua Maestà l’AOR. Vi devo esprimere la mia riconoscenza per avermi introdotto…Ciò che conta è la novità sconvolgente che ha mutato il corso della mia vita…” Firmato: Serafino Perugino (Napoli).
Presumo di non sbagliare credendo che il personaggio in questione, che “ha cambiato il corso della sua vita”, sia l’attuale Presidente della più rinomata label di rock melodico a livello internazionale, FRONTIERS, che è riuscito nel sogno di avere nella sua scuderia Journey, Toto, oltre a Whitesnake e decine d’altri. Poco importa che il mercato sia impoverito e quant’altro, per i cultori dell’AOR la Frontiers resta una benedizione divina, giunta dalla stratosferica costellazione di Orion (The Hunter).
Sull’onda di tutte queste memorie, quando esce un nuovo numero di AOR, riesco infantilmente ad emozionarmi: rimango legato ai miei idoli di quel genere spesso boicottato, per mia passione e nessun altro interesse. Ed AOR è forse l’unica rivista contemporanea dove in copertina possono andare le Heart, icone inossidabili del contributo femminile al rock’n’roll, quelle stesse Heart che come tutti voi zeppeliniani ben sapete, hanno fatto commuovere Robert Plant rifacendo “Stairway To Heaven”…Ma ben più lontano dai riflettori della notorietà, solo su AOR si legge un articolo sul misterioso cult-hero Reggie Knighton, “finito” fra gli alieni, o può venir adeguatamente celebrato il ritorno degli Arc Angel di Jeff Cannata.
Per concludere, vorrei dedicare questo mio intervento ai ragazzi che mi hanno intitolato uno spazio su Facebook, spesso frequentato da AOR fans, ed anche a Tim Tirelli, se non gli spiace. Se nessuno ricorda piccole storie del passato, queste vengono inevitabilmente cancellate, pertanto ringrazio chi non ha dimenticato qualcosa che scrissi spinto da sincero entusiasmo.
Vengo da settimane impegnative, piene di fastidi, di blues, di ombre…presto ne leggerete un sunto in uno di miei soliti scritti autunnali…anche questa inizia in salita, fatico, ansimo, smadonno e poi d’improvviso mi arriva un’email dove mi si dice che MICK RALPHS ha iniziato a seguirmi su Twitter…
…e così la notte si fa chiara, il vento si mette a gonfiare le mie vele e le stelle a riempire i mei sogni…no,perchè, ecco, diobono, mica uno qualunque, oh. MICK RALPHS, sì proprio lui, MICK RALPHS, the one and only MICK RALPHS… MICK RALPHS, the god himself. Come sia possibile non lo so… il blog? I miei continui rimandi alla BAD COMPANY su Facebook, Twitter e Google +? Boh, quel che che so è che adesso uno dei miei follower su Twitter è MICK RALPHS. Zio can, MICK RALPHS. Trop togo.
Chissà, magari al prossimo sinodo degli illuminati del blues c’è anche lui.
Ieri ero perso in una delle mie domeniche problematiche, non avevo tempo per internet, sky, e cose del genere. Verso sera ricevo un sms di Picca che mi informa della dipartita di LOU REED, in allegato un bella foto di lui vecchio con i ray ban. Io comunque non mi sorprendo più, gli artisti che abbiamo seguito ed amato oramai sono tutti sulla settantina, e tutti alle spalle hanno una vita a dir poco dissoluta, logico che s ne vadano con sempre maggior frequenza. Da ieri sera è tutto un proliferare sui social network e sui quotidiani online di tributi, articoli, post e di “ciao Lou”…d’improvviso tutti amano LOU REED e poi…quei “ciao” usati per salutare qualcuno che se ne va non mi sono mai piaciuti. Per fortuna su facebook incappo in una considerazione (che tovate qui sotto) del mio amico Marco Priulla, finalmente scevra di isterismi e romanticume da strapazzo, considerazione molto simile a quella che avrei fatto io. Il mio LOU REED è quello del 1972/75..LOU REED, TRASFORMER, BERLIN, SALLY CAN’T DANCE, CONEY ISLAND BABY ma soprattutto quello di ROCK AND ROLL ANIMAL. Si potrà obiettare, come giustamente fece Picca tempo fa, che è un disco della band più che di LOU, lo so ma mi riconosco in toto nel frutto di quell’unione: rock and roll universale, patrimonio dell’umanità. Il pezzo scelto da Marco è meno banale di quel che si possa pensare e comunque rimane (intro compresa) un brano imprescindibile: rock at its best. Addio LOU.
Quanti Lou Reed ci sono stati!
Quello dei Velvet Underground, quello di Transformer, quello di Berlin, quello di Sally Can’t Dance, quello di Metal Machine Music, quello del disco coi Metallica…ora violento ora delicato, vizioso e pentito, minimalista e menefreghista, ammiccante e romantico.
Spesso, coraggioso.
Il mio rapporto con la sua musica è dei più controversi, certe cose mi irritano, altre mi sembrano sopravvalutate, certe altre mi sembrano più fortuna dipinta di nero che sangue lasciato sulla strada.
Altre, invece, le trovo irresistibili, sognanti, nel bene e nel male, dolci, anche nel rumore, nella morbosità, in quel senso di disfacimento, di lacerazione che si avverte nella sua musica.
Liricamente, il suo è stato vero decadentismo urbano, l’estetica del brutto elevata a comandamento rock.
Sono atterrito, anche se non è mai stato tra le mie prime preferenze.
Se ne va una colonna del rock, che piaccia o meno; un padre, anche di tanta musica che non mi piace o non mi appartiene, ma pur sempre un padre, riconosciuto, nonostante tutto.
Questo è il MIO Lou Reed: nessuna sorpresa.
Quello più fragoroso e compatto, quello più “animale” da palcoscenico, più rockstar, ambiguo e scintillante, col suo accattivante heavy rock che esplode assieme alle glorie di Steve Hunter e Dick Wagner.
Il Lou Reed di “Rock’n’Roll Animal”, uno dei tanti, quello mio.
Commenti recenti