News: Led Zeppelin – The King’s of the Stone Age (13 feb 1975 Nassau – Previously Unreleased SB) Empress Valley Label
28 GiuE’ giunta notizia di un nuovo capitolo della SOUNDBOARD REVOLUTION: Nassau 13 febbraio 1975 mai apparso sino ad ora in versione soundboard. Recensione in arrivo (anche se nel bis fa una apparizione Ron Wood, mezza sega di chitarrista che da queste parti non amiamo molto).
Led Zeppelin – The King’s of the Stone Age (2/13/75 Nassau – Previously Unreleased SB) Empress Valley Label. The Soundboard Revolution Series proudly presents for the very First and Only time anywhere, the legendary show on Long Island, NY when Rolling Stones’ Ron Wood jammed with Led Zeppelin – Complete and in Perfect Stereo Soundboard!!!
Intervallo: ROLLING STONES “Brown Sugar” TOTP Live 1971
28 Giu…Get down on your knees brown sugar, get down on the ground brown sugar just like a young girl should…Mick numero uno!
Popstars in salotto
27 GiuTre sere consecutive da Brian. Lo lavo, gli preparo la cena, lo porto a far due passi e lo metto a letto. Questo dopo giornate di lavoro non proprio esaltanti. Torno a Borgo Massenzio attraversando la calda sera emiliana. Sono di umore grigio, sono stanco, ce l’ho col mondo. Cerco di rilassarmi, mi sono ripromesso di non portare lo stress e le vibrazioni negative a casa. Penso alla piscinetta da uomo di blues che ho giù nel pratino, una di queste domeniche mi aspetta una bella nuotata di due bracciate in mezzo metro d’acqua. Non vedo l’ora.
Ascolto la compilation che sto assemblando a fatica con Picca, a fatica perché Picca mi caga solo di striscio…starà soffrendo il caldo dei suoi blues anche lui. Valuto l’accostamento dei brani, come s’ insediano l’uno nell’altro. Certo che alcuni pezzi sono proprio belli. Arrivo alla domus saurea, entro e nel corridoio trovo Palmiro stravaccato sul pavimento alla ricerca di un po’ di refrigerio. “Dura eh la vita Palmir? Hai limato del ferro oggi eh?”. Non mi degna di uno sguardo, lo scavalco.
Con la coda dell’occhio vedo che in salotto c’è un’estranea, metto a fuoco…cazzo, ma è PINK. Rimango a bocca aperta. PINK! Se non mi cagasse solo di striscio chiamerei Picca. Parto col mio inglese dalla patetica pronuncia emiliana:
“Exchiusmi Pink, bat wot ze fac iu du iar?”
Pink mi sorride. Non dice niente. Io allora aggiusto il mio inglese e insisto:
“I am one of your fans. I like hard rock music and the Love Beach album but I like also your FUNHOUSE cd. Would you please sing something for me? What do I know…GLITTER IN THE AIR, my fave…or your beautiful version of BABE I’M GONNA LEAVE YOU”.
Continua a sorridere, sembra quasi che ci stia…
“PINK, to me you are a beautiful fyga, can I offer you an ice cream in the award winning gelatery of Massenziosburgh?”
Non risponde. Uhm, c’è qualcosa che non va…questa PINK ha in mano un cd live degli YES, mi sa che è una finta Pink. Che sia Leopolda, la corrispettiva di Leopold, quell’australiano che ha preso il posto di Page? Va beh, tanto io non sono mica FRANK MARINO…
“Veh, Pink, Leopolda, vin mo’ meg a tor un zlèe a Masinsàdeg…ca fòm du pas al fresc.” (“Veh, Rosina, vienimo’ con me a prendere un gelato a Massenzatico…che così facciamo due passi al fresco…)
Caro diario & il potere taumaturgico di John Miles
26 GiuCaro diario, domenica sera me ne tornavo a casa dopo aver passato la giornata a fare il badante a Brian, mio padre. Avevo ormai oltrepassato le porte del bosco di pioppi di Molino di Gazzata e percorrevo a media velocità la blue highway che porta al posto in riva al mondo quando, ad un incerto punto, mi accorsi che stavo iniziando a sospirare sempre più forte. In breve mi parve di essere precipitato in un dirupo dell’anima da dove non riuscivo più a risalire. Il fine settimana che stava finendo era stato uno di quelli difficili; sabato avevo dovuto affrontare un imprevisto, uno di quelli che razionalmente sapevi che potevano capitare, ma nel trovarcisi in mezzo poi capivi quanto complicato fosse gestire la situazione.
Caro diario, credo di avere fatto il mio dovere in quel frangente, avevo reagito in modo fermo, razionale, pur senza perdere la tenerezza. Mi ero anche sentito dire un “ma come fai ad essere così forte?”, a cui avevo risposto minimizzando la cosa…“ma sai, un uomo è programmato diversamente rispetto ad un donna ad esempio”. Ma in definitiva lo sapevo di avere certe caratteristiche, sapevo di essere “uno che non si perde”, come diceva Julia.
Caro diario, a proposito di Julia, mentre tornavo domenica sera mi avrebbe fatto piacere avere ancora Julia con cui fare due chiacchiere, confrontarmi con lei mi aveva sempre aiutato a mettere in ordine i miei pensieri e i miei sentimenti, a piegare i miei blues e riporli con cura nei cassetti.. Domenica sera invece ero lì da solo, guidavo, e mentre guardavo la luna piena alla mia sinistra capii che mi ero messo a piangere…
Caro diario, mi vergogno un po’ a dirlo, ma poi penso che piangere sia un riflesso pieno di umanità, è l’accettare il momento di tristezza e renderlo noto agli altri, il recepirlo ed elaborarlo. Ma domenica sera ero lì da solo, con la luna e la musica. Sì, stavo ascoltando una compilation che con l’aiuto di un amico avevo messo insieme nei giorni precedenti…è con A SALTY DOG che iniziai a piangere, con EUROPA mi ripresi un po’, LANDSLIDE mi fece franare di nuovo ma poi arrivò MUSIC e grazie ad essa fui in grado di risalire il dirupo dell’anima in cui ero precipitato. Percepivo in modo netto il grande potere taumaturgico della MUSICa, sapevo che grazie ad essa mi sarei rimesso in piedi ancora un volta, che come diceva quella gran figa della Terry “Si ricomincia”.
Caro diario, domenica sera arrivai finalmente nel posto in riva al mondo, la luna era sempre lì, ma il cielo aveva preso una una sfumatura di blu scuro deciso, là dove l’indaco si scioglie nella grande tavolozza del cielo notturno. Caro diario, come vedi sono un poetuncolo da strapazzo, ma anche queste cose mi servono a smarrire i fiotti di tristezza della mia piccola anima blu. Sì, blu, per una volta blu e non blues.
Me ne stavo a rimirare la luna mentre MUSIC volgeva al termine, mi sentivo tutto un fremito, come se un raggio pieno di speranza e di forza proveniente dagli abissi siderali mi centrasse in pieno. Risentire l’ultima strofa portata in trionfo dall’orchestra mi fece di nuovo piangere, ma erano lacrime piene di vita, di accettazione della condizione umana, di risolutezza per e nel continuare a testa più o meno alta il cammino. Caro diario, spero di non averti annoiato, lo so che sono sempre i soliti blueselli di Tim Tirelli, ma che vuoi farci, tuffarmi tra le le tue pagine è piacere a cui non so resistere, lo scriverti è un balsamo senza pari per questo mio vecchio cuoricino di rock and roll, cuoricino che vorrebbe tanto battere all’unisono con quello di qualcun altro.
…To live without my music
Would be impossible to do
‘Cause in this world of troubles
My music pulls me through…
Storie dell’Emilia profonda: le autolinee Fernando Imovilli
25 GiuVenerdì scorso ero al funerale di un vecchio zio acquisito. I funerali ormai sono le uniche occasioni per rinsaldare i rapporti con parenti che non vedi da anni e anni. Son lì che mi trattengo con zii e cugini quando mi si avvicina una figura conosciuta che però fatico a collocare nell’album dei ricordi. In dialetto reggiano stretto mi chiarisce ogni cosa:
MISTER X” Ciao, te t’è Stefano, al fiòl d’la Mara, vero?” (Sei Stefano il figlio della Mara vero?)
TIM “Sè, a sun mè, vò chi siiv?” (Sì sono io, voi chi siete?)
MISTER X: “A sun Francesco, al cusèin ed tò mèdra” (Son Francesco, il cugino di tua madre).
TIM: “Francesco! Ma sì, certo! Come sta?”
FRANCESCO MISTER X: “A stag bein. ‘scolta, finìi al funerèl, prèma d’andèr a ca’, pasa da me ca’t dag un lèber con la storia dal curèri et to nòon. T’el sè in du stag, vèdet a stag lè. An scurdèret mia. Ciao” (Sto bene. Senti, finito il funerale prima di andare a casa passa da me che ti do il libricino che ho scritto sulla storia delle corriere di tuo nonno. Lo sai dove sto, vedì sto lì…”
TIM: “va bèin, a fom acsè, a pàas dop. A se v’dom.”
Francesco ha un forno, proprio di fianco alla vecchia casa di mio nonno, casa che comprò anni fa, demolì e ricostruì rispettando l’architettura originale. Francesco ha sempre tenuto molto alla IMOVILLI legacy. Finito il funerale passo da lui, ricevo il libricino e mi metto in macchina a leggerlo. Non avevo mai visto vecchie foto delle corriere e della casa di mio nonno . E’ un colpo al cuore. Quello che sapevo era quel poco che ricordavo dai racconti di mia madre. A 22 anni mio nonno comprò a rate un taxi e con questo portava avanti indietro la borghesia di San Martino In Rio a Reggio Emilia. Qualche anno dopo comprò una corriera, poi una seconda e una terza. Nel 1948 si dice fosse arrivato ad averne sette. Credo che le cose gli andassero bene, ho diverse foto del 1948 di mia madre ventenne al mare a Cattolica con i suoi 3 fratelli e le sue tre sorelle. Immagino non fosse per tutti fare ferie sulla nostra riviera 65 anni fa. Mia madre inoltre suonava il piano e aveva frequentato le scuole superiori, indice di un tenore di vita mica da ridere all’epoca. Purtroppo mio nonno poco dopo si ammalò, morì nel 1953 a 53 anni lasciando mia nonna Anita, tre figli maschi minorenni e quattro figlie femmine poco più che ventenni. La ditta FERNANDO IMOVILLI non superò quella piccola catastrofe e fu costretta a chiudere i battenti, anche a causa di alcuni avvoltoi locali.
Leggere il resoconto di FRANCESCO mi aiuta a ricostruire la storia con maggiori dettagli, e ad approfondire il “rapporto” con un nonno che non ho mai conosciuto. La pubblico sul blog perché con la sua prosa genuina, offre uno spaccato dell’Emilia profonda di più di ottant’anni fa.
BLACK SABBATH “13” (2013 – Vertigo) di Giancarlo Trombetti
20 GiuSe non avessi dovuto scriverne per Outsider, quasi sicuramente avrei aspettato ancora molto, prima di comprarmi “13”. E non si sarebbe trattato solo di un problema di budget, ma anche di un velo di tristezza che mi ha avvolto da quando mi sono messo a leggere le dozzine di interviste rilasciate dai Sabbath; le interviste che nessun accadimento umano può impedire al marketing di importi. E da quelle interviste trasuda, più che traspare, la necessità di tener conto del tempo che scorre, il vero e forse principale motore di questa riunione. Ricordo che quando John Lennon venne ucciso, quella simpaticona della Yoko Ono fece tre telefonate: una a Zia Mimi, per dirle che aveva perso il figlio che non aveva mai avuto, una a Julian, per dirgli che aveva perso il padre che non aveva mai vissuto. La terza a Paul, per dirgli che aveva perso “l’ultima possibilità per riconciliarsi con se stesso“. Ecco, credo che Ozzy abbia chiesto a Sharon di fare qualsiasi cosa per evitare di ricevere anch’egli una telefonata simile a quella di McCartney. E a Sharon Osbourne e Rick Rubin si deve la volontà di appianare qualsiasi problema procedurale o legale avesse potuto impedire di non rispettare i tempi. Di non far scorrere invano il tempo, che è poco. Altrove ho cercato di spiegare quanto senso di morte pervada questo disco; forse involontariamente, forse consapevolmente. E non esiste il bisogno di andarsi a scovare un indizio che riassuma il prodotto, nessuno sforzo investigativo: la prima frase della prima canzone chiude da sè qualsiasi porta. “E’ la fine dell’inizio, o l’inizio della fine?” e da qualsiasi lato si osservi l’affermazione, se ne conclude che di fine, comunque, si tratti.
Ma è l’intero disco ad essere pervaso dalla consapevolezza di non avere tempo, di essere accerchiati da quell’arcano senso di morte che ironicamente tanto è stato accarezzato nei modi e negli atteggiamenti dei Black Sabbath, in passato. Solo che questa volta non si tratta di un incontro buffo come quello di Brancaleone davanti al suo destino. Molti testi scivolano su mezze frasi che una volta avrebbero lasciato intatto l’umore dell’ascoltatore, ma sentir cantare oggi : “Non voglio vivere per sempre, ma non voglio morire“, stride all’orecchio. Così come dà fastidio leggere i ringraziamenti dei singoli tre Sabbath – uno, Bill Ward si è perso per strada e non certo a causa di un problema contrattuale, pietosa bugia a coprire l’impossibilità di reggere lo studio e il live con la sua batteria lottando contro la mancanza di memoria – che hanno odore di infermeria: Ozzy che dedica al figlio malato di sclerosi il suo lavoro dicendo che “ha molto più coraggio di me”, Butler che riesce a evocare Ward ed il suo fantasma di musicista, Iommi che ringrazia i medici “senza i quali non sarebbe stato in grado di suonare alle sessions“. No, “13” non è un disco come tutti gli altri: è un “funerale elettrico”, un addio calibrato sui tempi che il Fato vorrà lasciare a Toni Iommi, malato di linfoma, il più grande creatore di riff del rock and roll, l’unico e vero “man in black” che vogliamo ricordare. Ho amato i “miei” Sabbath fin dal primo, oscuro, disco; non necessariamente il migliore ma il più coraggioso, il più diverso da qualsiasi altro, quell’anno. Ho iscritto Iommi nel mio piccolo e personale Olimpo dei chitarristi preferiti, perdonando a lui ed ai Sabbath di aver dato vita anche a quelle terribili e infantili nuove tendenze metal che non riuscirò mai ad apprezzare, ho sorvolato sulle migliaia di gruppi inneggianti a satana, ai massacri e agli sbudellamenti, alle violenze gratuite e ai ritmi anfetaminici che non rendono neppure onore ai capostipiti, gruppo dalle sudate origini blues, ho ringraziato il Dio del rock quando ai Sabbath si unì quella grande voce che era James Dio e sono riuscito persino a godermi di quel bistrattato “Born again” che a me tanto piacque.
Ora devo fare i conti con la possibilità che tutto sia a un passo dal finire. Ecco perché quel cd avrei atteso molto di più ad acquistarlo: per prolungare le speranze. Ed oggi che sono giorni che non ascolto altro, non so nemmeno se sia il caso di dare un giudizio su quei riff che tornano a riempire la mia stanza, la mia vecchia auto, se sia necessario dire se un brano sia migliore di altri, se Ozzy non sia più dal quarto album in poi il mio terminale preferito per dar voce al Sabba Nero. Anzi, ogni volta che lo vedo muoversi senza coordinazione, che lo sento ripetere le medesime frasi o urlare i medesimi “Dio vi benedica”, lui, il Sacerdote del Male, vengo avvolto più da un senso di tenerezza che dall’immagine del rocker maledetto.
Certamente, ho il mio solo preferito, quello che per me rappresenterà l’addio del “mio” Iommi, il finale di “Zeitgeist”, certo apprezzo di più il brano d’apertura, “End of the beginning” e sento vive le radici blues in “Damaged Soul”, ma capisco che parlare di “13” come di un normale disco di un gruppo rock and roll sia fuori luogo. Rubin ha fatto la cosa più intelligente per un produttore messo di fronte alla necessità di incorniciare una leggenda: li ha lasciati liberi di riassestarsi l’un l’altro, di tornare a coordinare i propri ricordi, restituendo, per poco, quel profumo di voglia di suonare che forse s’era andato perduto. “13” è il disco che avrei voluto sentire subito dopo “Volume 4”, insieme a “Master of reality” il mio preferito, ma la storia è andata diversamente. Spero che tutto quello che sto provando e sento sia un clamoroso errore di valutazione, che la vita prevalga e che molto muti nel futuro di uno dei miei gruppi adolescenziali preferiti, ma sentire quel tuono, con quella campana e quella pioggia in coda all’ultimo brano è la chiusura di una storia, il cerchio che si chiude, tutto che riporta all’inizio. Non resta che la leggenda, adesso.
Giancarlo Trombetti©2013

































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