Io sogno e ritrovo il me stesso adolescente; nel delirio onirico mi vedo molto più bello di quello che in realtà ero, una sorta di me stesso rifatto con una di quelle app che ti trasformano in un giovane protagonista di un cartone animato giapponese.
Tim nei sogni di Tim
Nel sogno il mio avatar rivive episodi del mio lontanissimo passato … allora mi piaceva molto un ragazzina più giovane di me, lei stava al gioco, in qualche modo flirtava con me, andavamo al parco, mi teneva la mano, mi dava qualche innocuo bacetto, io mi perdevo tra i suoi lunghi capelli. Ero un giovanissimo uomo di blues alle prese con i primi imbarazzi amorosi, benché lei non si esponesse mai troppo in qualche modo gradiva la mia compagnia e il mio inesperto corteggiamento, mi stava appresso, mi cercava, stava bene con me ma non appena ne aveva l’occasione scappava da un ragazzo molto più grande di noi che se ricordo bene abitava in un città più a nord. Io rimanevo lì a rimestare le mie malinconie e a forgiare col ferro e col fuoco il mio povero animo blues. Mi dicevo, va beh, allora basta, ma non riuscivo a mantenere la barra dei miei pensieri a dritta così inevitabilmente tornavo sui miei passi e finivo per tornare a pensare a lei.
Nel frattempo cercavo di distrarmi, vi era un’altra ragazzina, ancora più giovane dell’altra, con cui mi sembrava di avere quelle che anni dopo avrei chiamato affinità elettive. Esile come me, sinuosa, dall’approccio alternativo, per me bellissima. Ci frequentammo da amici per un po’, le caldi estati della pianura emiliana facevano da sfondo alla nostra amicizia particolare. Quando in vacanza ci scrivevamo lettere e fu per me una meraviglia leggere in un paio di esse “io ti amo!”, tuttavia non successe mai nulla, vi era tra di noi una sorta di relazione senza che ci fosse una relazione. Certo, eravamo ragazzini, adolescenti, “relazione” era un termine da grandi, ma d’altra parte una volta lei mi disse: “non dobbiamo dirci nulla, non dobbiamo aggiungere nulla, tra noi tutto è sottointeso!”. Pensai fosse una frase fantastica, e pensai a lei spesso, a volte riuscivo persino a dimenticare l’altra ragazzina coi capelli rossi. Sì, non successe mai nulla, almeno che io ricordi e intanto i mesi, gli anni passarono, anche nei sogni odierni.
Ed è così che mi sveglio, mi trascino in bagno e, annebbiato ancora da quei ricordi vividi, non riesco a riconoscere quell’uomo che mi guarda dallo specchio.
Uomo di Blues – dicembre 2022
FILM
_The Salvation (2014 DK) – TTT¾
1870 in America, un colono danese decide di vendicare l’assassinio della sua famiglia. Bel western “scandinavo” che in qualche modo ricorda il mondo di Sergio Leone.
Mads Mikkelsen è un attore che mi piace molto e dunque il mio giudizio più che positivo potrebbe essere contagiato da questa ammirazione.
_La Ragazza Di Stillwater (USA 2021) – TTT¾
Questa pellicola narra di un dramma familiare che si svolge tra l’Oklahoma e Marsiglia, un padre tenta di provare l’innocenza della figlia condannata per omicidio. Bravi gli attori, riuscita la contrapposizione tra il vecchio e il nuovo mondo, buona la resa, poca retorica e la realtà dipinta come si deve.
_Blood & Gold (Germania 2023) – TTT½
Primavera del 1945, i nazisti stanno per perdere la guerra, in quel contesto un disertore tedesco ed una contadina cercano di sopravvivere mentre un gruppo di spietati nazisti è alla ricerca dell’oro di una famiglia di ebrei. Vi è un approccio alla Tarantino in questo film che secondo me vale la pena vedere.
_Lo Strangolatore di Boston (USA 2023) – TTT½
Prima metà anni sessanta, Loretta McLaughlin – giornalista del Record American di Boston, indaga su una serie di omicidi misteriosamente collegati. Basata su fatti realmente accaduti. Sono un fan dei Rolling Stones, uno dei miei primi gruppi si chiamava Midnight Ramblers, non potevo non guardare questo (bel) film.
PLAYLIST
CODA
E’ il solstizio d’estate, i campi di grano, i campi di cocomeri, le rotoballe di fieno, un altro semestre già volato via,
l’Inter che esce col blues dalla finale di Champions League, io e la Marzia in pausa pranzo alla mensa dei preti o in quella dei ferrovieri, le prove con la band per il concerto del 15 luglio a Cavriago, le serate con gli amici sotto alle lucine gialle del bersò, l’amaro Nonino on the rocks con la fetta di limone e la potente spinta del blues che, in braghette corte, zoccoli adilette e maglietta dei Led Zeppelin mi spinge ai confini delle campagne con lo sguardo rivolto là, lontano oltre le colline.
La descrizione qui sotto dice tutto: “La sua lingua poetica, a volte cruda e tagliente ma sempre umanissima, raccoglie le storie, le accosta le une alle altre in un montaggio che non fa sconti e non giudica” …ecco, proprio così. Fino al 1992 in un condominio inaugurato nel 1975 che avrebbe dovuto rappresentare con successo il melting pop Jugoslavia, famiglie di inquilini di tutte le classi sociali ed etnie vivevano la propria quotidianità. Piccole storie che si incrociavano e fondevano l’un l’altra fino all’arrivo della guerra. Quando il comunismo perse la sua forza ideologica si ebbe la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si fecero allora strada i feroci nazionalismi che portarono alle guerre jugoslave 1991/2001. All’interno di esse vi fu la guerra di Bosnia ed Erzegovina del 1992-1995, quella a cui fa da teatro questo libro. Nel condominio di 104 appartamenti divisi su 13 (poi diventati 12 per scaramanzia) tutto salta, i vicini diventano nemici, gli uomini partono per il fronte e le storie di ordinaria quotidianità diventano tragedie e orrori. Cvijetić raccoglie brevi istantanee e le mette nell’album una dopo l’altra. Registra, racconta, lascia spazio al silenzio. Un libro crudo ma umanissimo, da leggere.
Un condominio di mattoni rossi, inaugurato nel 1975 per ospitare 104 famiglie di tutte le fedi, di ogni provenienza e ceto sociale, un “villaggio verticale” abitato da un mosaico di persone che rispecchiano la Jugoslavia: un sogno di emancipazione alto 13 piani che si eleva al di sopra della cittadina di Prijedor. Una comunità che si sgretola nel 1992, già nei primi giorni della guerra, quando gli aggressori entrano prepotentemente nel palazzo e ne devastano la struttura sociale, e i vicini di casa si trasformano in soldati e nemici. “Cvijetic non si allontana mai da quel palazzone che fu luogo di risate e feste e amicizie. La sua lingua poetica, a volte cruda e tagliente ma sempre umanissima, raccoglie le storie, le accosta le une alle altre in un montaggio che non fa sconti e non giudica” (Federica Manzon).
Ne ho già accennato qui sul blog, questo è uno dei libri più pazzeschi che abbia mai affrontato. Non sono sicuro sia un libro per tutti, certamente lo è per quelli che scelgono sentieri dove gli altri non vanno, come di solito facciamo noi, donne e uomini di blues.
Queste pagine (più di 900) sottraggono la terra sotto ai piedi, spostano gli accenti, gli equilibri, la realtà. Uno scrittore che non ha saputo realizzarsi e diventato professore di romeno in una scuola periferica vive e si nutre di allucinazioni dimensionali nella sua bizzarra casa a forma di nave, costruita sopra ad un solenoide. Questo in pratica il copione del libro. Cărtărescu interpreta la realtà a modo suo, la squarcia, la getta oltre le prospettive conosciute. Sullo sfondo c’è Bucarest suonata su un blues senza fiato, mentre in primo piano vi è l’acuta sensibilità visionaria dell’autore che smaterializza la normalità. Un viaggio lisergico e al contempo razionale tra gli assoluti misteri universali che l’uomo prova a sondare.
Questo libro sconquassa l’animo, rende irrequieti, fa sentire vivi. Direi che in un epoca come questa siano tutti aspetti di cui abbiamo un forte bisogno. Immaginate un frullato fatto con Physical Graffiti dei Led Zeppelin, le Lost Sessions del 1973 della Mahavishnu Orchestra, i King Crimson più sperimentali e il numero di battute mai convenzionale del blues rurale del Delta. Ecco, più o meno.
Il capolavoro di uno dei più grandi romanzieri del nostro tempo
«Cărtărescu è semplicemente Cărtărescu, la sua prosa, il lettore la può amare o odiare, la può trovare affascinante o estenuante, la può vivere come essenziale oppure eccessiva; o anche provare sentimenti ambivalenti, ma non è possibile restare indifferenti, una volta inoltratisi fra le parole di questo autore che in ogni suo libro, non solo racconta storie, quanto ricrea l’universo» – Wlodek Goldkorn, Robinson
«Spunta un capolavoro vero, un tipo di evento che in letteratura si vede di rado» – Vanni Santoni
Dentro una strana casa a forma di barca uno scrittore fallito consuma la vita creando pianeti nella propria testa, annotando sogni e incubi su un diario folle, vagando con la mente per una Bucarest allucinata, pulsatile, ectoplasmatica. Divenuto professore di romeno in una scuola di periferia, lavoro che detesta e ripudia, in quel tetro edificio conosce figure che diventano per lui punti di riferimento: un matematico che lo inizia ai segreti più reconditi della sua materia, gli adepti di una setta mistica che organizza manifestazioni contro la morte nei cimiteri della città e infine Irina, la donna di cui si innamora. In un delirio abbacinante di immagini assurde, lo scrittore tenta disperatamente di sfuggire alla tirannia dei nostri cinque sensi e di accedere a un’altra dimensione dell’esistenza. “Solenoide” è il capolavoro di Mircea Cărtărescu, l’opera monumentale che ingloba e fagocita tutte le precedenti, restituendoci la totalità del suo pensiero e l’eccezionalità della sua scrittura, la quale ricorda Kafka, Borges, Pynchon, Bolaño. C’è qui l’impronta di un visionario, un profeta che ci svela in tutta la sua evidenza la «cospirazione della normalità», la gabbia che il nostro cervello ha costruito per noi. Perché per Cărtărescu la realtà è un carcere e noi, come il protagonista di questo libro, abbiamo il dovere di evadere, di cercare, anche a rischio di impazzire, un’altra verità. “Solenoide”, è questa la sua grandezza, apre uno squarcio e illumina la via di fuga.
Apro gli occhi, controllo la sveglia, sono le quattro del mattino. Minnie, la gattina riconoscente, se ne accorge e diligentemente viene a posizionarsi tra il mio braccio e il mio petto. Inizia a fare le fusa in maniera discreta, dimostra a se stessa e al sottoscritto quanto sia stabilmente felice di aver trovato, quattro anni fa, un approdo sicuro e un umano che la nutre e la protegge. Nel buio della notte dapprima contemplo il soffitto, poi la maruga si mette in moto e comincia la solita analisi introspettiva. Ritorno a riflettere su quanto io sia scosso dalle passioni, faccenda che mi sorprende ogni giorno. Lo racconto spesso a chi mi sta intorno e di certo non lo faccio per vantarmi (e di cosa poi?), cerco solo un confronto, qualcuno che capisca e che si senta simile a me (e sì, Polbino sa di cosa parlo). Sono un uomo di una (in)certa età, secondo la visione borghese e moderata dovrei “fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile!” (come cantava Edoardo Bennato nel 1974). Non sono quel tipo d’uomo, anche perché sento fortemente di essere figlio della mia terra e allora mi chiedo se non sia questo a rendermi ciò che sono … l’approccio emiliano-romagnolo è di base vivace, siamo in massima parte aperti, schietti, combattivi oltre che solidali, lavoratori, amanti del bon vivre e mangiapreti (almeno un tempo … per 5 volte – dal 1330 al 1503 – a furor di popolo i bolognesi ad esempio distrussero il “castello dei papi” inteso allora come sede provvisoria pontificia; ancora oggi accanto al Giardino della Montagnola a Bologna vi sono sono i ruderi di ciò che rimase https://genusbononiaeblog.it/bertrando-del-poggetto-e-il-giotto-perduto/).
Ad essere così il rischio però è quello di diventare una macchietta, di apparire come quello che va sempre sopra le righe, ne sono conscio, ma l’inoltrarmi nelle terre sconosciute e all’apparenza aliene dell’adultità spinta, mi porta ad avere sempre meno filtri (come direbbe Vasco “Cioè, sai che cosa ce ne frega a noi…”) e a mettere ogni faccenda nella più ampia prospettiva (o almeno così mi pare): tutto si fa relativo e le priorità diventano un imperativo. A dimostrazione di ciò mi metto a leggere un thriller, fatico, arrivo a pagina 40 e inizio a pensare che non mi prende, ma ho autodisciplina e mi impongo di proseguire fino a che, giunto a pagina 71, pieno di fastidio lo chiudo e lo getto nel contenitore per la carta della raccolta differenziata. E che cazzo, e chi lo dice che un libro non si deve mai buttare? Non sto mica gettando via Tolstoj, Hemingway o Cărtărescu, bensì un thriller generico. La sera ne affronto un altro, l’argomento trattato mi interessa ma pure con questo arranco, sbuffo, impreco e allora dopo pagina 40 lo mollo e anch’esso scivola nel contenitore di cui sopra. Meglio finisca nella carta riciclata che prendere polvere per i prossimi anni nello scaffale dei libri che non verranno mai letti. Per fortuna la sera successiva prendo in mano un titolo regalatomi da Mr Barrett e trovo subito la pace e la fame intellettuale.
Facevo così anche con i cd quando ancora ero solito spendere buona parte del mio stipendio in supporti fisici musicali … compravo un cd, lo ascoltavo una volta, lo ascoltavo una seconda, lo ascoltavo una terza per poi capire definitivamente che di musicale e di artistico vi era ben poco in quel dischetto, che la produzione era lofi, che l’artista in questione aveva poco da dire e allora senza troppi scrupoli ecco che con violenza lo scaraventavo nel pattume. Meglio distruggere materiale del genere, vi è fin troppa spazzatura musicale su questo pianeta.
Non è un atteggiamento maturo, ma è già abbastanza difficile navigare la adultità, così almeno mi libero della zavorra. Ecco, è questo che rende il mio approccio quello che è ovvero liberarsi dalla zavorra che ad una (in)certa età non hai proprio più voglia di avere tra i piedi?
Devo impegnarmi per tenere a freno il mio impeto anche per quanto riguarda la politica, sento scottare la terra sotto i piedi quando mi trovo davanti qualcuno poco dotato di pensieri critici perché la maturità critica (soprattutto negli adulti) è una condizione essenziale per cercare di comprendere quello che ci circonda. Non è detto che io ci riesca, inoltre è chiaro … siamo tutti di parte, tutti siamo convinti che quello che pensiamo sia il giusto, ma perlomeno ammettiamolo e cerchiamo comunque di elevarci un minimo, di non accettare l’unica narrazione che ci propongono, di non assuefarci al turboliberismo che ci sta affossando l’anima e che avvelena questo povero pianeta su cui viviamo.
Vivere di passioni, già, è l’unico modo che conosco per sopravvivere a questa porca vita, alla teoria del caos, all’onnipotente nulla cosmico (lo spaziotempo vuoto pre big bang insomma). Pur pensando in maniera politicamente correttissima (sono un inguaribile cagacazzo) mi esprimo e mi comporto il più delle volte in uno stile certo politicamente scorretto. Il fatto è che i tre uomini che sono tendono ad entrare in conflitto e il gentile e corretto Stefano è costretto ad avere Tim come unica barriera contro l’arrembante Ittod, quello perennemente in preda alla furia iconoclasta.
Sono fortunato ad avere gente intorno a me che perlomeno cerca di tradurmi correttamente o di adeguarsi al mio modo di fare. In primis Polbi (il Michigan Boy … the unholy scuba diver … the ultimate rebel from Rome insomma), gli Illuminati del blues e le pheeghe che, chissà perché, mi sopportano.
Qualche giorno ad esempio fa ero al mariage della Mar, nel bel mezzo della festa mi assento venti minuti per lasciare decantare i due gintonic e i prosecchini bevuti … mi inoltro nella campagna della bassa emiliana, rifletto, cerco le coordinate per il nido di stelle che non riesco mai a localizzare quando mi arriva un messaggio whatsapp, è la Stremmy, collega ed amica, un “dove cazzo sei?” così, secco, perentorio, confidenziale … ecco, a proposito di schiettezza.
Passioni dunque, per la musica Rock anni settanta, per il football (o meglio per la maglietta bicromatica che tanto amo), per il blues rurale degli anni 20 e 30 del secolo scorso, per la letteratura, i fumetti, il cinema, la politica e per ogni aspetto di questa vita che mi mandi in autocombustione. D’altra parte come cantava David Coverdale …
Can’t hold the passion of a soul in need I look for mercy when my heart begins to bleed
La festicciola per l’informale matrimonio della Mar di cui ho accennato qui sopra si svolge a Mirandola, nella bassa emiliana. Non si capisce bene da cosa derivi questo bel nome a quattro sillabe, c’è chi dice che provenga dal termine latino miranda che identifica un luogo di osservazione, da cui “ammirare” chi invece sostiene sia la parola tedesca “Meer-land”(terramare) il trait d’union visto che terramaricoli furono gli abitanti della valle fra Mortizzuolo, San Martino Spino e Gavello (tutte frazioni della cittadina). Altra ipotesi similare spiega l’etimologia di Mirandola da “Mire-endeland” (terra al confine della palude). Terra al confine della palude … uhm, quanto blues.
Ad ogni modo amo attraversare quella che qui da noi chiamiamo semplicemente la bassa perché la campagna prende sfumature particolari, gli spazi paiono più grandi, la colorazione mi riporta al sud degli Stati Uniti dove più di 120 anni fa nacque il blues; vi è una autenticità atavica, una visione della vita più genuina e poi … sembra quasi di annusarlo il (Mississi)Po che sta a qualche km più a nord e di prendere il ritmo del suo maestoso respiro.
Going to Mirandola – maggio 2023 – foto TTGoing to Mirandola – maggio 2023 – foto TTGoing to Mirandola – maggio 2023 – foto TT
D’AMORE e OMBRA: ancora su Jimmy Page
Scambio di considerazioni su whatsapp tra me e Polbi.
[16:59, 27/5/2023] Polbi Cell.: È morto Kenneth Anger. Finalmente Page, libero dall’incantesimo, tornerà a suonare [18:36, 27/5/2023] Polbi Cell.: Da fan di Page sono molto orgoglioso che ci sia stata in qualche modo una collaborazione tra i due, seppur andata male. Lucifer Rising è un lavoro di spessore, sia il disco che il film. Guarda cosa aveva fatto il vecchio Anger, per Missoni qualche anno fa. Secondo me è sempre interessante, inquietante e bello. https://youtu.be/5z_X3-PDGwE [19:03, 27/5/2023] Tim Tirelli: Non sapevo della collaborazione con Missoni … roba da matti [19:09, 27/5/2023] Polbi Cell.: Tutta la famiglia recita nel cortometraggio non ci sono attori [19:20, 27/5/2023] Polbi Cell.: Anger, Burroghs, Harper… Stones … Pensavo che Page è una delle pochissime Rockstar da non doversi imbarazzare guardando la propria storia. Anche nei momenti minori ha mantenuto spessore artistico. Una certa nobiltà. Magari a volte anche suo malgrado. [20:07, 27/5/2023] Tim Tirelli: Sì, perché anche con Firm e CoverPage se ci pensi non si è sputtanato. Magari niente di che ma dignitoso. [20:07, 27/5/2023] Tim Tirelli: Deve imbarazzarsi solo per la chitarra [20:07, 27/5/2023] Tim Tirelli: Questo non glielo perdono [20:07, 27/5/2023] Polbi Cell.: Ma dai … sei troppo severo [20:07, 27/5/2023] Tim Tirelli: No, sbagli. [20:08, 27/5/2023] Polbi Cell.: Ha dato così tanto … [20:08, 27/5/2023] Tim Tirelli: Era Jimmy Page, non doveva ridursi a livello di un dilettante. [20:09, 27/5/2023] Tim Tirelli: Nessuna autodisciplina dal ’73 in poi [20:11, 27/5/2023] Polbi Cell.: Nella vita può capitare che uno si rompa il cazzo anche della sua stessa arte. Almeno ha la dignità del silenzio. E poi per quanto non al vertice fino al 79 ha fatto cose meravigliose. La mancanza di disciplina probabilmente è un segno di un’umanità’ più sofferente di quanto pensiamo. Non credo che ti ammazzi di “sostanze chimiche” (il termine usato da Polbi era un’altro, meglio addolcirlo, ndTim) e alcol se dentro non c’è qualcosa di grave fuori posto….. [20:12, 27/5/2023] Polbi Cell.: Oh, magari hai ragione tu e io mi faccio venire i sensi di colpa pure con Jimmy Page porco cane [20:15, 27/5/2023] Tim Tirelli: Polbi sai chi sono, sa chi era JP per me, ma ho ragione, mi spiace. Vatti a sentire i concerti dell’Arms, certe date dei Firm, il Tour 1980 dei LZ, Knebworth … uno scempio, per non parlare di quel poco fatto live dall’81 al 1987. Si dovrebbe vergognare. E nessuno che avesse le palle per dirgli “Oh ma che cavolo fai, sei Jimmy Page per dio!”. Si è circondato da yes men, chiunque abbia osato e osi dire qualcosa che cozzi con quello che dice lui esce immediatamente dal giro. Capitalista corporate del piffero. Porca la Madosca. [20:41, 27/5/2023] Tim Tirelli: Scusa, ma se si fosse rotto il cazzo avrebbe dovuto smettere di fare dischi nel 1973 o perlomeno dopo la fine dei LZ, e invece ha continuato senza impegnarsi per mantenere un livello dignitoso. Non voleva fare nessun sforzo, schiacciato dall’accidia. [20:41, 27/5/2023] Tim Tirelli: E per questo che a volte fatico a stimarlo. Poi certo, ascolto Dazed del 1973 e mi illumino di immenso, ma cazzo… [20:49, 27/5/2023] Polbi Cell.: Eh … hai le tue ragioni. È innegabile. [20:50, 27/5/2023] Polbi Cell.: Non essendo Keith, questa cosa ha avuto il suo peso [20:51, 27/5/2023] Polbi Cell.: Keith fa due accordi in croce e va bene così. Page lo paragoneremo sempre ai suoi vertici e quindi a una capacità di suonare ineguagliabile. [20:52, 27/5/2023] Tim Tirelli: Esatto, non essendo Keith! Era Jimmy Page porco mondo … Jimmy Page, cazzo! [20:54, 27/5/2023] Polbi Cell.: Eh sì. Vostro onore, vorrei però ricordare che pur mantenendo livelli tecnici altissimi, molti suoi colleghi guitar hero ci hanno riempito di musica di merda. Almeno questo, voglio che venga messo agli atti. E poi mi rimetto alla clemenza della corte. [20:55, 27/5/2023] Tim Tirelli: Obiezione accolta. [20:55, 27/5/2023] Tim Tirelli: Questo finisce sul blog [20:55, 27/5/2023] Polbi Cell.: Io e il mio assistito attendiamo fiduciosi la sentenza [20:56, 27/5/2023] Tim Tirelli: 😄 [20:56, 27/5/2023] Polbi Cell.: 😂 [20:56, 27/5/2023] Tim Tirelli: You are my best friend, man!!!!! [20:57, 27/5/2023] Polbi Cell.: You too fuck yeah man!!!!! [20:58, 27/5/2023] Tim Tirelli: 💙 [20:59, 27/5/2023] Polbi Cell.: E se un giorno vuoi che istruiamo un processo dimmelo, che inizio a citare i testimoni della difesa. [21:00, 27/5/2023] Tim Tirelli: 😄
MUSICISTI SERI
Il mio amico Tanglewood, guitar player extraordinaire, viene da me e mi racconta che ha conosciuto un contrabassista jazz, un musicista “serio” che ha fatto il conservatorio di qui, l’accademia di là … quando sento “musicista serio” mi innervosisco all’istante e gli propino uno dei miei soliti pipponi. “Tanglewood, che cosa caxxo significa musicista serio? Che ha la preparazione teorica e tecnica adeguata? Benissimo, buon per lui, ma poi ha qualcosa da dire ? No, perché poi tutto si riduce a quello … saprà mettere la sua competenza e preparazione musicale al servizio della musica stessa, col suo contrabasso ci toccherà l’anima?
Tanglewood mi guarda basito e al contempo divertito, ormai mi conosce bene e benché per studi e approccio sia lontano dal mio furore Rock, capisce perfettamente cosa intendo, sa che sono sensibilissimo al tema, e che per la ricerca del rock vero e della musica vera è una questione di vitae di morte.
Insomma, la cagacazzite ormai mi condiziona la vita (e le amicizie).
GATTI ALLA DOMUS
La Stricchi dopo aver cambiato casa per alcuni mesi (è affidata ad una amica che la adora) torna alla Domus per un po’. Dapprima sembra a tratti spaesata
Stricchi – Domus maggio 2023 – Foto TT
poi torna a guardare le partite dell’Inter con me,
Stricchi – Domus maggio 2023 – Foto TT
e a rilassarsi.
Stricchi – Domus maggio 2023 – Foto TT
Come sappiamo è una gattina un po’ disturbata, ma … isn’t she lovely?
Pensieri random che sfumano lentamente qui nel finale del pezzo …
Mario che al pizzikotto di Viale Gramsci a Regium Lepidi ordina il tortino con mousse al pistacchio, della serie an s’è mai vest Johnny Winter … non si è mai visto Johnny Winter ordinare quei dolcetti lì,
Mario’s choice – Maggio 2023 – foto TT
Solo durante il fine settimana riesco a trovare un po’ di peace of mind, anche grazie al mio nettare preferito …
Comfort Zone – foto TT
Per quanto possa apparire bizzarro, c’è chi continua a chiedere di pubblicare mie foto recenti, mi sorprendo ogni volta ma mi rimetto al volere del gentile pubblico:
ecco la prima con una maglietta fighissima
e la seconda scattata dopo che un’amica mi aveva chiesto: “ma come ti vesti per il matrimonio della Mar? Mi mandi una foto?”
Uomo di blues maggio 2023 – autoscatto
Avrei voluto farne una anche con il vestitino del tour del 1977, ma sebbene la gente continui a dipingermi come uno smilzo devo confessare che non riesco più ad entrarci. Meglio una foto dell’originale:
L’Emilia Romagna di nuovo sotto scacco, piogge incessanti e innaturali in queste zone hanno messo la regione in ginocchio, ma è la parte romagnola quella davvero colpita, qui in Emilia vi sono disagi, ponti chiusi e tutto il resto ma è la Romagna a soffrire tantissimo. Sapremo riprenderci, siamo gente che non ama stare con le mani in mano, ma sarà durissima.
Quello che indispettisce un po’ sono i luoghi comuni che sento in giro da più parti, spesso detti per colpire e criticare le amministrazioni della regione, in massima parte da decenni della stessa colorazione (seppur ormai sbiadita) politica. Ovviamente è sempre possibili fare di più e fare meglio, ma se vi è un problema legato alla cura del territorio, della rete idrica, alla mancanza di bacini di raccolta è soprattutto nazionale e non certo (solo) nostro; il fatto poi è che in 15 giorni è caduta la pioggia che di solito cade in sei mesi, su un territorio di pianura già imbibito (come diciamo noi…fradicio) su cui inoltre si sparge l’acqua piovuta sugli appennini che poi scende qui al piano. Il terreno non assorbe più e l’acqua si riversa nei fiumi che non riescono a contenerla tutta. Sono i cambiamenti climatici, quelli che una certa colorazione politica snobba da sempre se proprio vogliamo dirla tutta; tra l’altro sentire le dichiarazioni di cordoglio di quei personaggi che minimizzano o addirittura negano il surriscaldamento globale e la crisi climatica mi fa vomitare, che razza di ipocriti, che politici di melma per dio! Se dopo mesi di siccità arrivano piogge senza fine…il disastro è garantito. Possiamo criticare chiunque, ma un po’ di buon senso e onestà intellettuale non guasterebbe. L’articolo qui sotto spiega le cose in maniera molto chiara.
Uno dei rituali del mattino, prima di partire per il lavoro, è quello di fare colazione con la TV sintonizzata su Rai 5 che a quell’ora di solito trasmette documentari; mi rilassa parecchio sgranocchiare le fette biscottate con la marmellata mentre, che so, mi perdo in un documentario della BBC su Hokkaido, l’isola più a nord del Giappone. Sottofondo musicale suadente, immagini suggestive, pescatori, vita dura da uomini veri, freddo intenso, neve e ghiaccio, d’altra parte non è un caso sulla grande isola vive solo il 4% della popolazione giapponese.
Esco dal mood documentario ed entro in quello di The Walking Dead: mentre mi avvicino alla stazione dei treni, sin dal grande parcheggio vedo zombie camminare incerti con la testa china e lo sguardo fisso sui cellulari. Al binario la cosa peggiora, tutti incollati al piccolo schermo, nessuno escluso tranne il sottoscritto. Non mi sento migliore, pure io sono dipendente da quel dispositivo infernale, ma perlomeno di prima mattina cerco di non utilizzarlo. Non lo tiro fuori dalla tasca dei jeans e se lo faccio è solo per evitare, sul treno, l’inquinamento acustico dato da chi parla senza interruzione, da chi è al telefono e fa come fosse a casa sua. Non mi rimane quindi che mettermi in cuffia ed ascoltare musica per isolarmi dal mondo ostile e perdermi nei campi di fragole. Quando piove come in questi giorni ascolto una selezione dei Genesis (1970-1978) o il secondo di Peter Gabriel. Quando la primavera si fa estate faccio partire Ry Cooder.
COOP TALES
Con la addetta al reparto gastronomia di cui ho già parlato (giovane donna molto cortese e formale di solito dedita al lei) siamo passati al tu. La gentilezza è cortesia rimangono, ma ora siamo più intimi. Marzia direbbe che sono il solito Calamity Tim.
Una famiglia meridionale è in attesa di essere servita, padre e madre sui 40/50, figlia sui 13. Hanno messo il loro carrello proprio sotto al bancone quando di solito – per lasciare quegli spazi agli altri avventori – i carrelli li si posizionano in spazi diversi. Il padre guarda annoiato il cellulare, la figlia si guarda intorno con fare vagamento scocciato. La madre si appoggia alle vetrate del bancone (sarebbe vietato per via dell’igiene) e con il braccio oltre le vetrate indica all’addetta i salumi desiderati. La addetta è costretta a prendere e riporre tre tipi di prosciutto perché la madre cambia più volte idea. Tengono in ostaggio la addetta per diversi minuti, la madre e il padre si confrontano su cosa comprare, discutono, attendono prima di decidere, mentre noi lì in fila attendiamo pazienti. (Tengo Ittod in catene, altrimenti la situazione rischia di degenerare).
Accompagno la Lucy, madre dell’umana che vive con me, alla cassa. Lì incontriamo un suo ex compagno di scuola insieme, dunque anche questo emiliano del tempo che fu ha 82 anni. Parlano dei loro lavori (come diciamo qui … delle loro cose) in dialetto stretto, io ascolto con piacere questi ultimi scampoli d’Emilia di una volta. Rimango affascinato dai nomi di persona che saltano fuori nel discorso, parlano ad esempio di un loro conoscente che si chiama Celso, ma è il nome dell’ex compagno di scuola della Lucy che mi fa morire: Mirello. Mirello, caxxo, … che spettacolo.
LA STAMPA DI DESTRA
Tutti i giorni do un’occhiata alle prime pagine dei quotidiani italiani e devo dire che i titoli dei giornali di destra sono così beceri che ogni volta mi sorprendo. Capisco mantenere la propria posizione, capisco che ci si rivolga unicamente alla pancia dei propri (e)lettori, ma santiddio (e per dio intendo Keith Richards) in teoria sareste giornalisti, datevi una regolata! Mai visto un decadimento di stile e di pensiero in Italia come in questi ultimi tempi. E pensare che c’è gente che mi viene a dire ad esempio che il quotidiano La Repubblica è decaduto tantissimo … certo, in parte sono d’accordo, adesso è in mano agli Agnelli ed è diventato certamente un quotidiano più moderato (e per questo non è più il mio giornale di riferimento) ma, appunto, vogliamo parlare di quei fogliacci di cui sopra?
PALMIRO
Due domeniche fa, verso le 22:30 Palmiro all’improvviso inizia a vomitare, lo ha fa molte volte, poi si è stende su un fianco, ansima con la lingua fuori e si lamenta. Lo portiamo d’urgenza dal veterinario. Raggi X, ecografie, esame sangue, antibiotici, flebo. Potrebbe essere una acuta infiammazione ad organi interni o qualcosa d’altro di poco simpatico. Dalle numerose ecografie non si capisce esattamente. Occorre fare una tac in un centro specializzato a Sasso Marconi, ma occorre che Palmir si riprenda dato che sarà necessaria un’ anestesia. La pantera nera di Borgo Massenzio rimane ricoverato per una settimana presso lo studio del veterinario, poi torna a casa sebbene ogni giorno si torni in ambulatorio per le terapie; ora si è stabilizzato, sembra in forma, ma sarà la Tac a dire di più. Chi non vive con animali faticherà a capire, ma questa faccenda ci ha scombussolati parecchio, Palmir è il nostro gatto adorato, sono 11 anni che vive con noi, lo abbiamo preso al gattile quando aveva solo 45 gg, dunque è stato svezzato, allattato, cresciuto qui. E’ un membro dei questa famiglia, nucleo di mammiferi di specie diverse che vivono insieme e che condividono il mistero della vita.
Spezzava il cuore vederlo ricoverato, confuso e arruffato, nel metterci la zampina sul petto intendeva farci sapere che confidava in noi e vedere i fari abbaglianti che sono i suoi occhi fissi su di noi nel momento di lasciarlo e di uscire dalla stanzetta in cui si trovava ci faceva commuovere.
Palmiro & Tim – interazione – maggio 2023
Palmiro dal veterinario la sera della crisi – maggio 2023 foto ST
In my human I trust – Palmiro ricoverato – maggio 2023 – foto Saura T
Relaxing at the Domus – Tim & Palmir – maggio 2023 – foto Saura T
Stretching Exercises – Tim & Palmir – maggio 2023 – foto Saura T
Ad ogni modo, al momento è di nuovo lui, il superbo gattone nero della Domus Saurea non molla. Vediamo come si dipana la cosa.
SERIE TV
_Poldark (UK 2015) – TTT½
Serie TV britannica tratta dai libri di Winston Graham. Cinque le stagioni di questa nuova edizione, le prime certamente godibili. Anche uno con poche simpatie verso l’Inghilterra e le aristocrazie (o piccole nobiltà) come me l’ha guardata con interesse, sebbene per certi versi – come scrive La Repubblica – in pratica si tratti di una commedia rosa (Johnny Winter have mercy on me!).
Il brutale approccio di una famiglia americana di origini scozzesi che detiene buona parte dei media statunitensi e ha grande potere economico. Le prime due stagioni sono molto buone, dalla terza ho perso interesse è ho lasciato perdere.
Dramma familiare corale acido e a tratti brutalmente comico, che attraverso le azioni e reazioni spregiudicate dei protagonisti mette in scena una riflessione acuta sul potere e sul denaro.
Una donna poco convenzionale a servizio del governo statunitense diventa ambasciatrice a Londra, per lei è prevista addirittura la vicepresidenza.
Al momento una stagione sola per questa bella serie TV che ha come protagonista la Elisabeth dell’indimenticabile serie The Americans. E’ ben fatto questo sguardo sulle ombre dei diplomatici ad alti livelli.
COPPIETTA AI GIARDINI
In pausa pranzo faccio un salto al Giardino Ducale in una delle rare giornate di sole. Passeggio mentre osservo neri che bivaccano sulle panchine, una coppia intorno ai 30 anni che fa ginnastica sul pratino delle aiuole, uomini solitari come me che sembrano contemplare l’infinito. Costeggio la grande vasca dei pesci rossi, quindi l’edifico principale e mi dirigo verso la parte meno in vista del parco. Vi è una coppietta su di una panchina, direi siano nella zona grigia della cosiddetta (in)certa età, lei è certo più giovane ed ha un bel cappottino color malva, lui veste uno stile più sportivo e deve avere più o meno la mia età. Sono abbracciati in modo leggero, sembra quasi che si conoscano da poco, o meglio che pur avendo una certa confidenza si peritino a sfoggiare atteggiamenti più passionali. Sono teneri, parlano, lui le tiene la mano, le gli si appoggia alla spalla, il sole attraverso le frasche dei grandi alberi talvolta li raggiunge. Ad un tratto lei gli dà un casto ma prolungato bacio sulle labbra, lui la guarda negli occhi e si mette a scrutare il cielo. Smetto di osservarli, non sono mica caxxi miei, ma li trovo carini. Sto diventando troppo sentimentale.
CHAMPIONS LEAGUE
L’Inter arriva seconda e quindi si qualifica al turno successivo in un girone che vedeva anche Bayern e Barcellona (quest’ultimo viene relegato in Europa League), poi liquida il Porto agli ottavi, elimina la rivelazione Benfica ai quarti e zittisce il Milan in semifinale. Ora l’Inter, la mia Inter, si trova in finale dove affronterà il Manchester City. Sembra incredibile ma è così, andiamo a giocarci la finale di Champions League, la partita più importante al mondo a livello di club. Mica male per una squadra profondamente blues che non può permettersi le spese folli dei grandi club europei (Man City in primis). Il tutto è inaspettato, sono onesto e temo non ci sarà storia a Istanbul, il City è inarrestabile (mercoledì sera ha rifilato 4 goal al Real Madrid), è più forte di noi, ma ciò non toglie che la soddisfazione di essere arrivati alla finale, il lustro che questo dà alla società e il godimento non hanno prezzo. Grazie ragazzi, grazie caxxo, e vada come vada facciamoci valere.
Io al lavoro il giorno dopo aver (s)battuto (fuori) il Milan…
“…quello stemma sopra il cuore rappresenta il primo amore …” – Uomo di blues maggio 2023 – autoscatto
PLAYLIST
Il meu amigo Siuviu mi chiede un parere circa un effetto di chitarra presente in Marooned dei PF senza RW e così d’un tratto ripesco questo strumentale che non sentivo da tanto, tanto tempo…
In questo periodo nei miei tragitti in treno non ascolto altro che i primi due album (ma a dire il vero anche il terzo e il quarto fanno capolino talvolta) di Peter Gabriel e riscopro quanto facciano parte di me. Ricordo il Tim adolescente alle prese con queste due piccole meraviglie (all’epoca criticate qui in Italia). Ora il secondo mi affascina davvero tanto. Che caxxo di dischi uscivano negli anni settanta che già non erano più esattamente dischi anni settanta.
Interno notte, venerdì. La luce dell’ abat jour riflette sulle 900 e passa pagine di Solenoide, libro su cui sono e su cui sarò per molte altri notti. C’è una di fianco a me nel letto e mi chiede: “E’ bello il libro?”, è una domanda che mi ha posto già altre volte a cui ho risposto con lo stesso concetto, ovvero circumnavigando le parole “è un libro pazzesco…”. Stasera le leggo la frase a cui sono arrivato: “Dormivo già da almeno due ore, tra l’altro stavo facendo i miei soliti sogni con treni e stazioni deserte in cui scendo e ci rimango per il resto dell’eternità …”
E’ proprio un libro per Tim Tirelli!” risponde. Vorrei aggiungere le righe che dopo una pagina o due concludono il discorso “poi sono ricaduto nel sonno e nei sogni, riprendendo le mie tribolazioni fra stazioni e ristoranti deserti, le discussioni con donne pallide come insetti, le scalate di rovine ricoperte di licheni” ma rinuncio, immagino che inizi a pensarmi come uomo bizzarro. Mi chiedo se non sarebbe stata più felice con un uomo diverso, magari uno con una piccola azienda qui nel villaggi artigiani di Regium Lepidi, un uomo più concreto, meno incline all’analisi introspettiva, un uomo che non abbia l’impulso di puntare il muso verso la prima blue highway o underground railroad a portata di mano e in senso lato andare a dissolversi in cometa. Con questo pensiero in testa spengo la luce, ripongo il libro, mi stendo sul lato destro, attendo che Minnie – la gattina affezionata – venga ad accoccolarsi tra il mio petto e il mio mento e parto per l’ennesimo viaggio nel mare nero del mio subconscio.
◊ ◊ ◊
Sabato mattina, alle Libreria Coop prima di fare la spesa. Cerco libri obliqui, l’immersione nel mondo di Mircea Cărtărescu ha dato ulteriore carica a certe mie propensioni. Chiedo all’addetta del negozio, con la quale scambio piacevoli e veloci commenti su autori particolari come Cărtărescu appunto. La giovane donna è pronta, reattiva, sicura. Ha un approccio privo di fronzoli, tuttavia gentile. Scelgo un libro da regalare ad una giovane e brillante collega che lunedì lascerà l’azienda dove entrambi lavoriamo, una di quelle colleghe che posso chiamare senza dubbio amica benché tra le nostre età vi sia un abisso, una di quelle che quando non sono più ascrivibili alla categoria colleghe lasciano un vuoto difficilmente colmabile. Scelgo qualcosa anche per me, essendo l’uomo di blues che sono il titolo di un libro di Gospodinov – scrittore bulgaro postmoderno e sperimentale – non può che finire nello zaino della mia anima.
Georgi Gospodinov Fisica della malinconia
Vado alla cassa, pago, mostro il mio acquisto all’umana che mi accompagna la quale scuote la testa, sorride e poi chiede alla libraia, riferendosi a me: “non ci sono libri per uomini che pensano troppo?”. La risposta è pronta, immediata, perentoria: “No, non ci sono abbastanza casi da studiare!”. Mi complimento con la bibliopola per la battuta ed esco.
Sabato di prima mattina. Sveglio poco dopo l’alba rimango a pitugnare, come diciamo qui a Regium Lepidi, sotto il piumone. Dalla tapparella filtra il giorno, dal portoncino in vetro i raggi del sole iniziano ad inondare la casa, la luce gronda dalle pareti giallastra. Cerco di dissolvere i pensieri raggomitolati in modo casuale nella mia maruga, come diciamo noi a Mutina … l’altra mia città, di scuotermeli di dosso. Faccio mente locale, oggi è sabato di metà aprile, ieri dopo il lavoro hamburgher (veggie!), blanche media e amaro al Red Lion di Mutina con un paio di groupie, oggi qui a Borgo Massenzio nel mio letto ve n’è una terza. Si direbbe quasi che io sia un vero chitarrista Rock, d’altra parte una delle mie colleghe del cuore (dopo che l’ennesima consulente esterna si è posta a me con estrema affabilità e confidenza) mi ha detto che sono una calamita per le pheeghe …come no, Calamity Tim.
L’umana che ho nel letto con me si sveglia, è ora di alzarsi e di andare a fare la spesa alla Coop. Mentre ci prepariamo si affaccia alla finestra e mi dice: “c‘è l’omarino venuto a vangare l’orto”. Intende il signore incaricato di vangare l’orto della Domus dalla madre della groupie. Mi sovverrebbe di dirle “omarino? Perché sminuirne il valore? Solo perché è uno che vanga gli orti? Se tua madre avesse incaricato un avvocato o un architetto di venire a fare accertamenti alla casa li avresti chiamati omarini?”. Non dico nulla, faccio già la parte del cagacaxxo troppo spesso. Già la Sabba mi ha preso in giro perché nell’ultimo post qui sul blog ho usato gli asterischi in articoli e sostantivi per il rispetto di genere, già la Stremmy mi ha detto un perentorio NO quando le ho chiesto di non usare il termine DEVASTATA nel descrivere il proprio stato psicofisico (ma adesso la sento correggersi e usare sempre l’aggettivo DISTRUTTA, termine assai più appropriato), già l’AD dell’azienda per cui lavoro accondiscende con pazienza quando rispondo BUON WEEKEND LUNGO ANCHE A TE, quando mi augura Buona Pasqua … ecchecazzo Tim Tirelli, non puoi stare in punta di piedi a duellare per ogni faccenduola.
Orto della Domus, aprile 2023 foto TT
SONGWRITING
Nella mia realtà alternativa sono un autore di canzoni, mia attività preferita in assoluto insieme allo scrivere. Avevo due strofe di testo scritte da un po’, e mi sono accorto che sono pressoché perfette per la musica composta tempo fa in accordatura DADGAD sulla Danelectro. Di solito è il testo che viene scritto dopo che la melodia e la relativa metrica sono impostate, stavolta no. Mo’ veh, ogni tanto anche questa procedura funziona.
Uomo di blues – Domus, aprile 2023 – foto ST
PS: la Minnie mi ha aiutato nell’arrangiamento.
LA REGGIANA TORNA IN SERIE B
Con la vittoria di ieri la Regia torna in Serie B dopo la beffa dell’anno passato. Almeno con lei finalmente posso godere un pochino.
SERIE TV
_Yellowstone (USA 2018-2023) TTT½
Qualche anno fa un mio (ora ex) collega mi chiese se stessi guardando Yellowstone, gli risposi che no, non la stavo seguendo perché i protagonisti principali della serie incarnavano alcuni dei più classici (anti)valori dell’americanismo spinto, e non mi andava di immergermi in quelle atmosfere. Qualche settimana fa, nonostante la mia etica schizoide, mi sono messo a seguirla, credo sia un peccato di gioventù, Balla Coi Lupi fu un film con cui in molti della mia generazione sono cresciuti e dunque è difficile per uno come me snobbare una produzione di questo livello quando il protagonista è Kevin Costner. La serie è considerata adatta al pubblico americano dei conservatori e dei repubblicani, nonostante l’ideatore – Taylor Sheridan – abbia dichiarato: “È uno show che parla del trasferimento dei nativi americani, del trattamento riservato alle donne native americane, dell’avidità aziendale e dell’imborghesimento del West. Possiamo definirlo uno show repubblicano?”. La serie pare di sicuro tradizionalista e nel 2018 quando uscì, con Trump presidente degli USA, immagino abbia solleticato la “pancia” di chi mitizza un’America patriarcale alla John Wayne, l’America delle pistole e della bibbia, l’America violenta che si fa giustizia da sé.
Costner interpreta John Dutton, una latifondista proprietario del ranch più grande d’America che per difendere la sua terra è disposto a tutto. Sua figlia Beth è la figura spietata della serie, donna spinta dall’ira e dall’odio e contenta di calpestare i diritti di chiunque non si pieghi al suo volere. I paesaggi scelti sono quelli del Montana e dello Utah, e per chi è cresciuto col mito del film Jeremiah Johnson commuoversi davanti agli spazi aperti della serie è automatico. La produzione è di alto livello, molti degli attori sono bravi, qualche sbavatura qui e là ma cinque stagioni non sono facile da reggere. La visione politica e sociale dei personaggi, in massima parte cowboy, è molto lontana dalla mia, ma essendo figlio del mio tempo le pellicole western di in certo livello mi irretiscono.
GATTI ALLA DOMUS
Son lì che scribacchio per il blog e Raissa continua col suo lamento, diverso dal solito; visti i problemi che ha mi precipito dal veterinario. Raissa soffre di ipertiroidismo da tre anni, ha 16 anni, l’età si fa sentire e in più sono 4 gg che mangia poco, quindi eccomi qui in questo sabato di metà aprile a Bath In Plain nello studio di Fausto ed Esmeralda: visita, raggi x, ecografia, antibiotico, misurazione febbre, esame del sangue, flebo. Proviamo ad aumentare la dose di farmaco contro ipertiroidismo e speriamo. Intanto la nutriamo con omogeneizzati e le prossime mattine tappa fissa all’ambulatorio veterinario. L’ho tenuta ferma 40 minuti mentre faceva la flebo, la Rais è stata brava, per tenerla calma le recitavo i salmi del Blues (e i testi dei Firm).
Tenere ferma Raissa mentre è sotto flebo – Studio Veterinario Bath in Plain (RE) – foto ST
GUIDING LIGHTS – LUCI GUIDA
Negli ultimi mesi quando dovevo rivolgermi a dio pensavo a Johnny Winter, visto che con il mio dio di riferimento (The Dark Lord) avevo qualche problema. Confidavo dunque nel Texas Tornado, chiedevo all’albino di darmi la forza per continuare il giro di giostra e di aiutarmi a trovare la peace of mind in modo da diluire l’irrequietezza che da sempre scuote il mio essere.
The one and only Johnny Winter
Negli ultimi giorni tuttavia mi sono trovato a pensare che dovrei essere più morbido con me stesso, smettere di cercare di buttare giù dal piedistallo il dio di riferimento che tanta importanza ebbe per me, dimenticare la noiosa autoreferenzialità che sfoggia di continuo in questi ultimi anni, l’accidia che lo allontanò dopo il 1973 dal trono di leggenda definitiva della chitarra Rock, l’edonismo sfrenato in cui si crogiolò. Sì, meglio concentrarsi sulle pagine di musica Rock strepitosa che dal 1968 al 1978 scrisse e produsse, musica che oggi è di diritto patrimonio dell’umanità, come lo sono i dipinti di Caravaggio, le opere Mozart, i 29 blues di Robert Johnson e così via. IN PAGE WE TRUST (again).
The Dark Lord 1974
PLAYLIST
FADE
Ti fermi davanti ad una agenzia immobiliare del tuo paesello, soppesi cosa potresti permetterti con quei due soldi che hai, capisci subito che la tua casetta in riva al mondo non la avrai mai, che un bilocale derelitto probabilmente sito sulla provinciale non è esattamente il massimo …
e allora elabori il fatto che ti conviene capire se da qualche parte cercano un guardiano del faro, in quel caso l’importante sarà strolgare un modo per farsi arrivare gli ordini Adidas e per vedere le partite dell’Inter.
PS: nell’attesa che si liberi un posto in un faro goditi l’orto finalmente ordinato e il primo sole di questa domenica.
L’orto di domenica mattina – Domus Saurea aprile 2023 – foto TT
L’aegrĭmōnĭa … già, eccolo qui il nuovo sostantivo che indosso in questi giorni, un modo per far diventare il Blues più consono alla mia condizione di uomo proveniente dalla cultura latina. Accoramento per il football, per il Rock, per una vita che non viene come avrei voluto, per una istruzione che non si è dipanata come oggi avrei desiderato. Niente male alle elementari (riguardando la pagella dell’esame di quinta mi sono sorpreso dei vari 8 presenti nella pagella finale), poi noia assoluta alle medie e alle superiori. Ci avrò messo del mio, ero immaturo e non cosciente di me stesso, ma è anche vero che non no ho mai trovato un professore che mi stimolasse, che facesse accendere la scintilla che deduco fosse dentro di me. Poi, certo, sono uno di quelli che hanno cannato clamorosamente la scelta delle superiori … come caxxo ho potuto finire a fare ragioneria, un istituto tecnico commerciale…proprio io, il re del blues di via Pedretti, la strada dove son cresciuto? Mah! E’ un mistero. Oggi mi considero un autodidatta, quello che so, che ho studiato lo devo a me stesso, una sorta di piccolo (picolissimo) Jack London, figura fondante di questo blog. C’è poi il fatto che una volta scoperto il Rock tutto il resto è passato in secondo piano … scrivi canzoni, pubblichi i tuoi primi articoli su qualche rivista musicale nazionale e pensi che sia questa la tua strada, nella perfida Albione e negli States forse, ma non in Italia. E’ vero, bisogna aver talento ed essere determinati, ma magari qualche numero lo avevo pure io, in definitiva il fatto è che quando punti tutto su faccende così aleatorie devi mettere in conto che le probabilità di fare quello per cui hai qualche dote attitudinale sono pochissime. E allora ci si deve accontentare di essere un beautiful (nemmeno tanto beautiful) loser e adeguarsi al corso bislacco della propria vita, ma è dura, maledettamente dura.
VITA IN AZIENDA
In call per una faccenda lavorativa con una giovane collega, parliamo di treni e di abbonamenti fatti per venire al lavoro. Lei arriva da Bonomia e apprendo che al mattino prende il treno alle 7:30 e la sera alle 19:30 passate, dimostrando così un attaccamento al lavoro mica da ridere (se si calcola che il tragitto su strada ferrata per lei dura meno di mezz’ora). Così le dico “Vale-Ri n.1”; lei prontamente risponde, seria: “No, il n.1 sei tu!”. Ecco, come sempre mi sorprendo, non è falsa modestia, mi sorprendo davvero, non è autoreferenzialità, è il trovarsi (piacevolmente) basito per l’ennesima volta: voglio dire, anche da una giovane donna con cui non ho a che fare quotidianamente ricevo questi feedback, non credo relativi alle eventuali mie capacità lavorative, ma all’alone di blues che a questo punto, immagino, diffondo nei sotterranei dell’azienda. Una che conosco direbbe: “Va mo’ là che con ‘sto Blues hai messo in piedi un bel “buraccione”!
SINODO DI PRIMAVERA
Sinodo di primavera con gli illuminati del blues, la brotherhood con cui passo le mie sere out on the tiles, quelle dove – nonostante l’incerta età che abbiamo – parliamo di donne, di calcio, di musica Rock, di sogni (infranti), di politica, di futuro (grigio). La combriccola del blues è formata da nove individui, tutti maschi, sei dei quali musicisti a cui non sarebbe dispiaciuto diventare autori di canzoni-musici professionisti-intrattenitori, rockstar insomma; e invece guardaci qui, intorno ad un tavolo del nostro pub preferito (lo Sherlock di Regium Lepidi) in un venerdì in zona equinozio di primavera ad annegare i nostri dispiaceri in una Loburg:
questa birra viene definita lo champagne delle birre, perchè è l’unica con il perlage così particolare. Fa parte delle Lager ed è una Premium dal gusto delicato e raffinato. Si tratta di una birra a bassa fermentazione, leggermente più alcolica rispetto alla sua categoria, che presenta un tasso alcolico pari a 5,7%. Prodotta ancora oggi con il luppolo più nobile d’Europa, il Fiore di Saaz, indiscusso re delle Pilsner (è l’unico luppolo utilizzato nella Pilsner più famosa al mondo: la Pilsner Urquell) e l’utilizzo di malti selezionati, rendono unica questa Premium Lager dal color oro, aroma di malto e luppolo con retrogusto di spezie e fiori.
A dire la verità Riff e Jaypee hanno davanti due Guinness, ma noi altri stasera magari siamo nel mood metrosexual e ci diamo di Loburg. La serata è come spesso capita spumeggiante, sebbene ci sia un retrogusto amaro, una sfumatura che cerchiamo di tenere nascosta, immagino sia dovuta alla (in)certa età che ci portiamo sulle spalle, come fossimo 23enni che si accorgono solo ora di avere addossi decenni imprevisti. Uno se ne va alle 22:30 visto che l’indomani deve alzarsi alle 5, circa dopo poco più di un’ora lo facciamo tutti, alla cassa salutiamo e ringraziamo Rocco, ci abbracciamo e via, ad inseguire una morbida scia.
In verità io mi fermo lì fuori a parlare con Jaypee, dopo esserci assicurati che la vecchia auto (più o meno d’epoca) di Lollo Zakk si metta in moto e nessuno di noi sia costretto (come già accaduto) a riaccompagnarlo a casa. Che il nostro centurion lawyer da anni si ostini a guidare automobili del tempo che fu malfunzionanti è uno dei misteri del nostro piccolo clan. Credo sia una eterna gara che il nostro ragazzone intende giocare con il fato, un brivido di adrenalina, un fiotto di pazzia, una fiammata di blues. E a proposito di blues, Mr Stevens mi racconta che sua figlia più piccola durante una discussione col nonno sulle caratteristiche delle popolazioni nere lo ha redarguito perché aveva dimenticato una cosa: “Ma nonno, dimentichi il blues, dove lo metti il blues, eh?!” … piccole donne di blues crescono. Tra l’altro Mr Stevens mi fa leggere un messaggio ricevuto da sua figlia maggiore, giovane donna che si appresta a lasciare l’adolescenza, la figlia che conosco meglio e che in qualche modo considero mia nipote. Gli scrive citando qualche frase presa da un articolo del blog di qualche settimana fa (“Mario Sgancia La Bomba”), frase che se ricordo bene contiene un mio commento e alcune parole prese dall’inno della mia squadra del cuore e lei che conclude con una cosa tipo “vedi papà io mi riconosco in questo”. Come mi dice lo stesso Mr Stevens, è incredibile che una giovane donna diretta verso l’iperspazio trovi rifugio tra le parole di un uomo di blues di una (in)certa età e dell’inno (seppur pieno di umanesimo) di una squadra di calcio.
Torniamo a Jaypee, io e lui lì fuori, sul bordo della via Emilia. Guardiamo le automobili passare mentre riflettiamo sul tempo che passa e sulle nostre vite. Parliamo delle band in cui al momento militiamo, di un amico chitarrista con cui entrambi abbiamo suonato e del fatto che l’indomani andremo a far la spesa settimanale, io alla Coop e lui all’Esselunga di Suncity, il paese – uno delle cosiddette Terre D’Argine – dove vive il mio fedele amico. A parte che anche in questo vedo lo sgretolarsi dell’Emilia che fu, voglio dire … l’Esselunga, la società della grande distribuzione il cui fondatore entrò molte volte in polemica con l’Emilia e la sua amministrazione, marchio che dunque io evito, quella è roba per lombardi, non per emiliani. Ad ogni modo l’amico Jaypee parlando tra sé e sé mi diceva “ah, è vero devo anche comprare l’ammorbidente per la lavatrice …”, scuoto la testa e gli dico ” ...l’ammorbidente per la lavatrice… non si è mai visto Johnny Winter comprare l’ammorbidente per la lavatrice, Jaypee ma come abbiamo fatto a ridurci così? E lui “…ma che ne so …”. Lo abbraccio e gli dico ” domani ti mando il wetransfer dell’album del 1979 di Ellen Foley.”, così tanto per tornare ad illuderci di essere veri Rockers.
FOTO DI REPERTORIO: Tim & Jaypee – Mandrio di Correggio 09-08-2014 – foto di Betty Iotti
Johnny Winter 1972
THE SEASONS (The Rain Song early version)
Il Dark Lord, la nostra rockstar preferita, il 28 marzo – in occasione del 50esimo anniversario dell’uscita dell’album Houses Of The Holy – ha pubblicato a sorpresa sui suoi canali social una versione demo di The Rain Song il cui nome iniziale era appunto The Seasons. Questo il testo che accompagna il videoclip di youtube:
On this day, 50 years ago today, ‘Houses of the Holy’ was released.
My original idea for the opening tracks for ‘Houses of the Holy’ was that a short overture would be a rousing instrumental introduction with layered electric guitars that would segue in to ’The Seasons’, later to be titled ‘The Rain Song’. Again there would be a contrasting acoustic guitar instrumental movement with melotron that could lead to the first vocal of the album and the first verse of the song.
I bought my home studio demo of a rough sketch of ‘The Rain Song’ on cassette to rehearsals to illustrate the sequence and textures of this piece to the band. During the routining of the overture now titled ‘The Plumpton and Worcester Races’, the half time section was born and the overture shaped in to the song, ‘The Song Remains The Same’. These rehearsals were done in Puddle Town on the River Piddle in Dorset, UK.
The first set of recordings were done at Olympic Studios with George Chkiantz.
We then came to record at Stargroves, Sir Mick Jagger’s country home, and like Headley Grange, with the Rolling Stones’ recording truck.
‘The Song Remains The Same’ was played on a Fender 12 string, the same one used on ‘Becks Bolero’, with my trusty Les Paul Number One on overdubs in a standard turning. The ‘Rain Song’ was an unorthodox tuning on acoustic and electric guitars. On live shows, it became a work-out feature for the double neck.
Curioso che abbia fatto un post del genere sul suo canale personale e non su quello dei LZ, d’altra parte trattasi di una prima versione dove appare solo in compagnia di Jones. E’ una outtake, niente di straordinario per il casual fan, ma rimane un registrazione sorprendente per i fan dei LZ in senso stretto.
VITA SUL TRENO (The commuter blues)
Già tre settimane di treno, la costanza sembra durare. La sera lascio l’azienda, attraverso l’ex Manifattura Tabacchi
Ex Manifattura Tabacchi Blues – Vita da Commuter – foto TT
e poco dopo arrivo alla stazione di Mutina,
Mutina Station – foto TT
quindi mi immergo nell’umanità fatta di pendolari.
Vita da Commuter – foto TT
Arriva il regionale, mi seggo, arriva una giovane donna, “posso accomodarmi?”, “ma certo ci mancherebbe”.
La vedo poi fotografare il posto accanto al nostro, sporco di sugo, vi sono addirittura alcune cozze per terra. “Che schifo eh?” le dico, pensando di rispondere alla gentilezza che ha avuto nel chiedermi se poteva sedersi vicino a me, tuttavia non coglie il mio commento. Chiama qualcuno al telefono, ce la mette tutta per far sapere che è di buona famiglia. Arrivo a Regium, mi alzo e le dico “Arrivederci”. Mi guarda stranita, non risponde e torna alle sue faccende. Sorrido tra me e me. La gente è strana.
Nel sottopasso che porta al parcheggio mentre sono perso nei miei pensieri vedo un giovane uomo, evidentemente uno studente universitario, con la maglietta rigorosamente nera con lo stemmino della bandiera italiana e la scritta FUAN, estrema destra dunque. Il tizio lo fa con nonchalance, ma portarla in quel modo significa sfoggiare un atteggiamento, per lo più ostentato, di indifferenza o noncuranza. E’ chiaro che ostenta. L’attuale governo ha dato la stura definitiva.
Salgo in macchina e penso alla mia povera Reggio Emilia
che diede i natali al Tricolore della bandiera nazionale, è tra le città decorate di Medaglia d’Oro al valor militare per l’alto contributo dato alla guerra di Liberazione. Le sue tradizioni, ricche di opere e di lotte per la emancipazione dei lavoratori, consentirono di mantenere vive le speranze di libertà e di progresso sociale anche durante il ventennio della dittatura fascista. In mezzo al generale conformismo di quell’epoca, una coraggiosa minoranza di cittadini operò clandestinamente contro il fascismo, costituendo in tal modo la base su cui, caduto il regime mussoliniano, poggerà l’organizzazione politica e militare della lotta contro il nazifascismo. II prezzo pagato da Reggio per l’opposizione al fascismo fu assai caro: 29 uccisi dalle “squadre d’azione” nere, 8 morti in carcere, 32 deceduti in seguito a percosse. A carico di 200 lavoratori antifascisti reggiani furono comminati dal Tribunale Speciale 1269 anni di carcere. Circa altrettanti furono gli anni inflitti dalla Commissione per il confino a carico di altri reggiani; molti espatriarono per sfuggire alle persecuzioni. Durante la guerra di Spagna 1936-’39,i reggiani combattenti contro il franchismo nelle Brigate internazionali furono 62, di cui 15 morti e 20 feriti.
Di nuovo a terra per quanto riguarda il football, sofferenza infinita, dovrei davvero rallentare, quante energie emotive si spendono quando la tua squadra del cuore imbrocca una stagione come questa dopo un paio di campionati di ottimo livello. Cerco così di soffermarmi sulle sciocchezzuole positive: una mia bella collega di vent’anni più giovane che mi dà esattamente dieci anni di meno, il maglione pieno di gnocchetti della Stremmy Girl
Maglione a gnocchetti – The Stremmy Girl style – foto TT Marzo 2023
le colazioni dell’uomo di blues al Caffè delle Antille
caffè delle Antille – colazione dell’uomo di blues – foto TT
i miei ex colleghi che ancora mi cercano e mi vogliono a pranzo con loro,
Ex colleghi blues: Pavve, Rinna, Picci, Tyrrell – autoscatto marzo 2023
la mia dolce gattina Minnie che mi è sempre più attaccata,
Minnie – Marzo 2023- Foto TT
il gatto Palmiro, my best friend,
Palmiro – Marzo 2023- Foto TT
loro due insieme
Palmiro e Minnie – Marzo 2023- Foto TT
e le buffe foto che mi faccio per cercare di assomigliare al mio bluesman preferito.
Lavorando in un’azienda come quella per cui lavoro uno dei miei compiti è anche quello di tenere alcune lectio magistralis (e sia chiaro, lo scrivo con tutta l’autoironia possibile) sulla musica Rock. D’altro canto il presidente me lo disse già durante il colloquio due anni fa: “In caso scegliessimo te, sappi che ti chiederò di tenere alcune lezioni sul Rock per i colleghi”. Eccomi dunque qui per la nuova “lezioncina”. Rispetto alle prime si è deciso di cambiare formula, non più un coinvolgimento generale da tenersi in orario di lavoro, bensì piccoli eventi da svolgersi dalle 18:15 alle 19:30 nella – a me tanto cara – Sala Blues, la sala riunioni informale, come dico sempre la sala where the dreams come blue, capacità: 25 posti a sedere.
Sala Blues – foto Tim Tirelli
Un pubblico dunque selezionato che si prende la briga di fermarsi in azienda dopo l’orario di lavoro per ascoltare storielle e brani musicali di gruppi del bel tempo che fu. Credo sia questa la cosa bella, troppo facile trovarsi in orario di lavoro e parlare che so dei Pink Floyd, più temerario appunto è riunirsi la sera per affrontare gruppi (a loro quasi) sconosciuti. 25 aficionados (un quarto dei dipendenti), in maggior parte intorno ai trent’anni, pronti a calarsi nelle profondità cosmiche della migliore musica Rock. Visto che una buona parte di quest* giovanott* gradisce quello che oggi viene chiamato prog rock, continuo su questo sentieri e in questa IV puntata della School Of Rock parlo dei miei amati Emerson, Lake & Palmer.
Introduco le loro vicende fine anni sessanta e poi racconto brevi stralci della loro storia come ELP, sempre legandoli alla mia esperienza personale, questo per cercare di fare comprendere ai giovani colleghi il contesto, la meraviglia che suscitavano sui giovinetti di allora, etc etc. Scelgo di porgermi col mio solito fare schietto ed emiliano, così facendo magari rischio di diventare una macchietta, ma sono convinto che il rock vada vissuto e raccontato con passione e pochi filtri, le lezioncine non hanno senso, quello che è possibile raccontare sono osservazioni, emozioni, scombussolamenti spirituali e fisici. 75 minuti non sono tanti se devi anche far ascoltare dei pezzi (seppur non nella loro completezza), e dunque mi soffermo solo sul periodo magico del gruppo, ovvero 1970-74. Queste le tracce finite sul giradischi della Sala Blues:
THE BARBARIAN
TAKE A PEBBLE
LUCKY MAN
TARKUS
PROMENADE/THE GNOME
THE SAGE
THE ENDLESS ENIGMA PT1
FUGUE
JERUSALEM
TOCCATA
STILL YOU TURN ME ON
BENNY THE BOUNCER
KARN EVEIL 1° IMPRESSION PT2
Qui di seguito qualche breve videoclip e qualche foto
clip ELP 1 (clip di LadyJ)
TT School Of Rock 2023-03-21 foto Lady J
TT School Of Rock Elp a 2023-03-21 at 09.53.05 – Foto Laura Z.
TT School Of Rock Elp 2023-03-21 – Foto Mar & Fran
clip TARKUS / BRAIN SALA SURGERY (clip di LadyJ)
TT School Of Rock Elp a 2023-03-21 at 09.53.07 – Foto Laura Z.
clip BENEDIZIONE FINALE ( in nomine Emerson, Lake et Palmer) (clip di Mar&Fran)
Anche questa volta spero di aver catturato l’attenzione dei colleghi, di averli accompagnati attraverso la musica articolata degli ELP, di aver fatto capire loro che gli anni tra la fine dei sessanta e la fine dei settanta furono davvero l’apice della musica popolare di questo piccolo pianeta. A tal proposito mi sono arrivate parole che mi confortano:
The Fab One (the President): Ciao Tim! Sei stato fantastico! Sei cosmico. All’inizio non sapevo cosa aspettarmi, è una musica che pensavo ostica, ma con te che ci hai accompagnati nel percorso, che li hai collocati nello spazio e nel tempo (citazione involontaria di Fab ndTim) tutto cambia e sono riuscito ad apprezzarli. Grande Tim!
The Queen Of Spades: Tim!!! Fantastico! Non mi aspettavo nulla del genere. Quando hai scritto sulla chat aziendale per informarci della cosa e hai messo qualche link, pensavo che fosse musica che non facesse per me, ma poi con le tue spiegazione, con il tuo fare hai reso tutto fluido e interessantissimo. Grazie mille.
My Sweet Lady Jane: Ciao Tim number one, ieri sera è stato un viaggio bellissimo, grazie di averci condotti nell’iperspazio!
The Laurel Girl: Tim! Grazie ancora per la bellissima lezione, mi apri sempre tanti mondi di pura emozione.
E via via tutte le belle parole di Simsca, di Mar, della Stremmy Girl etc etc.
Dunque per un’oretta ho ritrovato uno dei motivi che mi tengono ancorato alla Terra, un brivido che per qualche ora ha lavato via i blues atavici dal mio animo. Giusto un attimo, ma essenziale. Mia cara musica Rock … still you turn me on.
Ormai sapete tutti chi e cosa sia l’uomo che chiamo Polbi per me …amico, fratello, gemello, carne della mia carne … di solito tra i grandi amici che ho sono io (o meglio Ittod lo è) sempre quello più, diciamo così, rivoluzionario, come atteggiamento, come modo di pensare, come pulsione politica, ma quando mi confronto con lui (in partica ogni giorno) capisco che il mio essere un liberal radicale (in senso americano) non è nulla in confronto dell’approccio del mio amico. Anche riguardo la nostra smisurata passione per la musica Rock è lui quello più progressista, anticonformista, aperto, benché mi scocci un po’ ammetterlo. Sono giorni, settimane, mesi, che siamo inquieti, irrequieti, tormentati … il mondo di oggi, la narrazione a senso unico che viene usata, l’Europa occidentale ormai colonia statunitense, quel cazzo di guerra intollerabile, la Nato che vuole fagocitare il mondo, e poi gli anni che passano, il Rock che ormai è solo un ricordo o perlomeno una nicchia per uomini allo sbando come noi (alla faccia di chi continua a propinare sui social l’esatto opposto) … insomma sono tempi turbolenti per gli uomini di blues. Con tutto questo background in corpo mi sorprendo quando ieri l’altro mi scrive:
“Hey hey what can I say….giornate di sconforto profondo, ma sono giunto alla conclusione che gli UFO periodo Lights Out sono la più grande band della storia del rock. Grazie alla chiavetta che mi hai mandato anni fa e che resta la mia principale fonte di musica quotidiana. Che succede nella tua anima amico mio?”
Polbi che ascolta gli UFO post space rock? Incredibile. E adesso mi manda questo fiotto di lava intellettuale che trovo perfetto per questo blog governato dai tre uomini che sono (Stefano, Tim e Ittod, appunto). Ho intitolato questo post col nome del file arrivatomi. Un file .pages chiamato appunto VUOTO 5 che ho faticato ad aprire (io ho un codice etico tutto mio e non voglio avere a che fare con la Apple). Mi pare un titolo indicato. Se io e Barone dovessimo fare una band insieme VUOTO 5 non sarebbe male come nome. Buona lettura allora.
Ladies and Chesterfileds, please welcome from U Scigghiu, Atlanic recording artist, Paolo Barone!!!
FOTO DI REPERTORIO: Tim & Polbi – Fidenza Ottobre 2018 – Foto Saura T.
VUOTO 5 (riflessioni sul Rock) – di Paolo Barone
Noi non siamo cervi. Siamo esseri umani, e l’essere umano è complicato cazzo.
(Livia Cocchi, Detroit 8/6/2019)
Ci bolle sempre l’anima a noi, c’è poco da fare, questa cosa per scomoda che sia la dobbiamo accettare in qualche modo. E allora traffichiamo, ci sbattiamo, ognuno con il suo stratagemma, anzi, con tutti i possibili espedienti che trova strada facendo, cerca di fottere la consapevolezza di essere al mondo. Ci si butta a pregare a pecoroni, in ginocchio, si leggono i libri, si guarda Pornhub, la squadra di calcio, la passeggiata in montagna, lo xanax, lo yoga, i fiori, i cani i gatti e i figli, insomma ognuno cerca di far finta di niente come può.
Noi, anche se sempre più a fatica, ci illudiamo con la musica Rock e tutto quello che è parte di questo mondo quasi in via di estinzione.
Oh, ormai lo abbiamo capito, a voi padrepio e a noi Loureed, pari e patta, e se uno ce li ha tutti e due buon per lui, e amen.
C’è stato un tempo però, nemmeno troppo lontano, che dentro queste isole di culture specifiche si litigava da matti. Oggi sembra strano a ripensarci, ma se eri uno a cui piacevano i Dead Boys rischiavi la fucilazione sul posto se scoprivano che ti piacevano anche gli altri Dead…insomma ve lo ricordate benissimo, sembra ieri.
(Poi in America c’era un mistero che si chiama Tom Petty, che piaceva veramente a tutti, sono anni che mi chiedo il perché ma non l’ho mai capito). Questo fenomeno di stampo un po’ calcistico, iniziò a cambiare inconsapevolmente. Nei primi anni duemila, il giro della musica Rock più alternativa, iniziò ad indossare le magliette di band spudoratamente mainstream con un aria un po’ da saputelli e un po’ da presa in giro competitiva…del tipo, io piuttosto che supportare le band che suonano musica tipo la mia, mi metto la maglietta dei Journey che almeno loro un pezzo che spacca lo avranno pure scritto, e soprattutto non potranno mai essere in competizione con il mio orticello di fans underground! Beccatevi questa! E domani Kiss e Queen, poi vediamo se hai il coraggio di venire a un concerto con la maglietta dei Flaming Lips! Poi la cosa è un po’ sfuggita di mano, e le band hanno capito che le t-shirt ai concerti non se le comprava più nessuno. Ma ormai era tardi, e un altra essenziale fonte di guadagno per le piccole band è andata a farsi fottere. Nel frattempo però, con il concorso di altri fattori concomitanti, le tribù del rock si erano sciolte, e qualche talebano fuori tempo massimo a parte, si era sancito che ti potevano piacere i Ramones e gli Scorpion senza doverti letteralmente vergognare degli uni o degli altri! Ai concerti ci si ritrovava un po’ tutti, e non ci stavamo rendendo conto che un intera cultura popolare aveva i giorni contati, e forse questo superare i generi era già uno dei tanti segnali della fine. L’epoca glaciale dei grandi eventi da duecento euro, e delle band che per suonare in un club dovevano accettare qualsiasi compromesso stava già arrivando nel cavallo di troia dello smartphone che abbiamo in mano. Tantissimi club avrebbero chiuso per sempre, e la dimensione di concerto da qualche migliaio di posti sarebbe entrata in crisi profonda.
Un genocidio culturale che ci ha colto disarmati, dal quale forse il mondo del Rock non si riprenderà più, perlomeno e sicuramente non come lo abbiamo conosciuto fin grosso modo all’inizio dell’era degli smartphone.
Insomma, tutto sto sproloquio per dire che io per campare un po’ meglio ho bisogno della musica Rock, e ho bisogno di vederla e sentirla suonare dal vivo. E questo da quando ero un ragazzino, quindi in mezzo secolo e passa di vita mi sono sorbito di tutto pur di avere quel brivido, quella cazzo di vertigine. Tipo che una volta mi sono quasi fatto arrestare per vedere Ella Fitzgerald (della quale non me ne frega praticamente niente) e via dicendo, che un giorno scriverò un pezzo chiamato Derive e Concerti, o una cosa del genere.
Qualche mese fa, tornando a casa dopo cena, ho sentito un pezzo dei Deep Purple suonato dal vivo, era una cover band davanti a un bar della piazza principale e mi sono avvicinato. In genere le cover band non le reggo. Tolgono spazio già risicato a chi si sbatte per proporre pezzi suoi, e nella maggioranza dei casi non reggono i pezzi originali, non li sanno suonare e men che meno interpretare. Ma ci sono delle eccezioni, come in tutte le cose, ci sono le eccezioni…e davanti a me avevo una band che sembravano i Deep Purple, i Rainbow, i Black Sabbath, in una serata di grazia al Madison Square Garden nel 1973. Giuro. Per loro non esisteva il bar e qualche decina di spettatori, per quanto entusiasti devo dire, no, erano in un arena degli anni settanta e suonavano esattamente con quella convinzione, con quel carattere, credendoci al cento per cento. Kind of Burning il nome della band, che se vi capitano andateveli a vedere. Erano anni che cercavo di farmi piacere le band super underground che passavano da queste parti, ma che alla fine ti rendi conto che ci vai per sostenere una realtà a cui sei molto attaccato esistenzialmente, ma torni a casa come uno che va al ristorante e gli danno i piselli congelati passati al microonde.
E per una sera vaffanculo a tutto, cori karaoke, NWOBHM, frittata di cipolle e rutto libero, che Loveless dei My Bloody Valentine è una cacata pazzesca!
In chiusura arrivano Rock Bottom e Doctor Doctor degli UFO. Tirate, intense, rock and roll, emozionanti. Tanto che nei giorni a seguire le vado a cercare, ma non nel disco live. Che degli UFO mi piace la fase Space Rock e poi il live, che il resto mi è sembrato sempre un po’ al limite. Un piede sempre al confine con il kitsch, con il AOR un po’ cafone. E invece. Rivelazione, ho visto la luce ancora una volta. I dischi in studio del periodo Lights Out sono proprio coinvolgenti.
Sì, è quello stile lì, scontato, sopra le righe, fatto anche per vendere, ma fatto bene cazzo. Con convinzione e con quel qualcosa in più. È roba Cheesy come dicono in maniera un po’ intraducibile letteralmente gli americani, ma alla fine, a conti fatti, il rock and roll di cui tutti si fregiano averne capito la vera essenza, non è fondato sul Cheesy?!?
Non siamo cervi, abbiamo bisogno anche di queste cose per andare avanti, che la ballata con i chitarroni smuove qualcosa dentro anche ai fans dei Suicide. Quindi ora e sempre grazie agli UFO, ai Kind of Burning e ai momenti in cui ci rendiamo conto di averne bisogno.
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