IVAN GRAZIANI è uno dei miei “cantautori” italiani preferiti. Avevo 17 anni quando uscì PIGRO, 18 quando uscì AGNESE DOLCE AGNESE, due dei migliori album italiani di sempre. E’ da allora che lo seguo con ammirazione e fervore, l’ho visto live in trio nel 1981, poi di nuovo nel 1984 e nel 1991. Certe sue svisate, certe sue sequenze di accordi, certi suoi testi li conservo nell’animo.
Questo libro è stato scritto con il contributo di Anna, Tomaso e Filippo, moglie e figli del grande IVAN e in più Arabia ha intervistato molti amici, musicisti, discografici del nostro musicista abruzzese preferito. Ci sono dunque foto, notizie, riflessioni degne di nota, sguardi che vanno proprio nel profondo e che ci permettono di conoscere aspetti e faccende di GRAZIANI che non sapevamo.
Il problema è che la prosa non decolla, l’impostazione del libro è pesante e il tutto si legge un po’ a fatica. E’ un peccato perché non ci sono poi tante cose di IVAN sul mercato, e un impianto più dinamico e versi più frizzanti avrebbe fatto di questo volume un gran bell’articolo.
Me la son letta velocemente, la sera, in una settimanina. Leggera, intrigante e divertente. Il libro non si sofferma su aspetti tecnici, descrizioni, considerazioni, l’autrice preferisce un approccio più generico ma non per questo la cosa perde mordente. Non è la biografia dei QUEEN sia chiaro… il gruppo, TAYLOR, DEACON e MAY vi appaiono come figure che interagisco con quel gran personaggio egocentrico e contraddittorio che era MERCURY. Pur conoscendo già il tema, mi ha lasciato un interdetto la grande sexual drive che aveva FM, la sua ingordigia e ossessione in fatto di sesso, il suo ricambio continuo di uomini. Magari fa più effetto perché gay, ma credo che fosse anche stato eterosessuale la incredibile facilità con cui si dava a partner occasionali avrebbe lasciato comunque allibiti.
Certo, negli anni ottanta i QUEEN diventarono più kitsch, HOT SPACE è un disco che avremmo preferito non sentire, il disco solista di FREDDIE fu davvero un brutto lavoro, ma ciò non toglie che dal 1975 al 1980 furono un gran gruppo rock, magari non fa figo dirlo, per i puristi sono una band rock tout court e commerciale, ma quei 5 album rimangono lassù, tra le alte cime della musica rock.
La notizia – in maniera sibillina – ve la abbiamo data il 20 agosto scorso, ora lo avrete saputo da più parti: Page sta terminando di lavorare sulle versioni deluxe edition degli otto album da studio dei LED ZEPPELIN. Sembra che il formato sarà a due cd e così tiro un sospiro di sollievo: permettersi box set da 70/80 euro dedicati ad un album unico (come quelli dei Pink Floyd o come il recente SLOWHAND di Clapton) di questi tempi potrebbe non essere possibile, soprattutto se il cofanetto viene farcito di memorabilia discutibile e non di chicche musicali vere e proprie. Questa nuova reissue campaign matter gironzola nella mia testolina da alcuni mesi, il pensiero di poter ascoltare un vero inedito dei LZ mi fa vibrare come un ragazzino davanti alla prima uscita con la ragazzina sognata tante volte.
(Jimmy Page – Olympic Studio 1969)
Come sapete faccio parte di un esclusivo club di Ledheads, club che raccoglie un cinquantina dei fan più illuminati, il BZPC club guidato dal newyorkese BILL McCUE. A Billy ho chiesto di poter pubblicare la lista redatta dal BZPC member SCOTT SWANSON e pubblicata in uno dei forum del gruppo. SCOTT ha una preparazione su certe faccende legate ai LZ che ha dell’incredibile.
Qui sotto quindi, tanto per divertirci un po’, la lista delle outtake e degli inediti di cui si è sentito parlare o di cui si è avuta conferma tramite i bootleg nel corso degli ultimi decenni che potrebbero finire nelle deluxe edition.
(LZ Minneapolis tour rehearsals 1975)
FIRST ALBUM:
– “The Bells” (with Steve Winwood)
– “Babe I’m Gonna Leave You” (with Steve Winwood)
– Untitled guitar/keyboard instrumentals
– Unknown soul ballad (mentioned by Page in 2009)
– “Chest Fever” (rehearsed, maybe recorded)
– “Flames” (rehearsed, maybe recorded)
– “As Long As I Have You” (rehearsed, maybe recorded)
– “Fresh Garbage” (possibly rehearsed)
– “Watch Your Step” (rehearsed but probably not recorded)
– “The Train Kept A-Rollin'” (rehearsed but probably not recorded)
SECOND ALBUM:
– “Sugar Mama” (June 1969, Morgan Studios)
– rest of Bonham’s solo from “Moby Dick”
THIRD ALBUM:
– “Jennings Farm Blues (instrumental electric version of BRON YR AUR STOMP ndtim)” (December 1969, Olympic Studios)
– “Blues Mama” (May 1970, Olympic Studios)
– all-piano-piece by John Paul Jones
– possibly an early version of “Down By The Seaside”
– unknown song titles (at least 17 songs were written for the album, but only 14 are confirmed to have been recorded)
FOURTH ALBUM:
– “St. Tristan’s Sword” (1970)
– “Sloppy Drunk” (possibly just an early title for “Boogie With Stu”)
– possibly an early version of “No Quarter”
– unknown song titles (at least 14 songs were written for the album, but only 11 are confirmed to have been recorded)
HOUSES OF THE HOLY:
– “Slush” (possibly just an early title for “The Rain Song”)
– “Friends” (with the Bombay Symphony Orchestra)
– “Four Sticks” (with the Bombay Symphony Orchestra)
PHYSICAL GRAFFITI:
– “Let There Be Drums” (October 1973, Headley Grange)
– “Baby I Don’t Care” (October 1973, Headley Grange)
– “Jailhouse Rock” (October 1973, Headley Grange)
– “One Night” (October 1973, Headley Grange)
– “Don’t Be Cruel” (October 1973, Headley Grange)
– “The Girl Of My Best Friend” (October 1973, Headley Grange)
– “Money Honey” (October 1973, Headley Grange)
– “Summertime Blues” (October 1973, Headley Grange)
– 3 alternate versions of “In The Light” (1973-74, Headley Grange)
– “Swan Song” (February 1974, Headley Grange)
– “Lost In Space” (1973-74)
PRESENCE:
– “Don’t Start Me Talkin'” (October 1975 rehearsal at SIR Studios)
– “Minnie The Moocher/Tea For One” (October 1975 rehearsals at SIR Studios)
IN THROUGH THE OUT DOOR:
– “Fire” (May 1978 rehearsal at Clearwell Castle)
– unknown song title (brief clip available on bootleg as ‘Polar Studio Fragment’)
– unknown song title (drum track available on bootleg)
Il nostro Polbi, corrispondente del blog a Detroit, con un’altra delle sue irresistibili storielle americane.
Una cazzata al volo…ieri sera sala prove in una zona al limite con il ghetto. Per arrivarci bisogna fare un pezzo di Interstate 96 nel quale in questi giorni un tipo si diverte a sparare sulle macchine in transito. La polizia ha messo una taglia di 120.000$. Arriviamo sul posto, fa freddo, ci guardiamo intorno prima di uscire dalla macchina, tutto ok, andiamo. Bussiamo alla pesante porta di sicurezza, ci aprono i nostri amici, dentro un bel tepore, birre, pizza, e amenita’ varie. Dopo un po’ iniziano le prove, un fiume di feedback, punk rock, blues e r’n’r’. Alcuni musicisti coinvolti in questa session hanno una storia importante alle spalle, collaborazioni con Johnny Thunders, Rob Tyner degli MC5, roba di questo tipo. Altri, molto piu’ giovani, sono delle stelle dell’underground americano. Mi metto comodo e mi godo il tutto…come sai, musica per le mie orecchie!
(Detroit Up)
(Detroit down)
Poi, a un certo punto, mentre qualcuno sistema i pedali, qualcun altro va al bagno, insomma in un momento di veloce pausa fra una cosa e l’altra, il batterista ed uno dei chitarristi partono con un ritmo che conosco….tempo pochi secondi e parte Can’t get Enough dei Bad Company! Tutti si uniscono, cantando e suonando una versione praticamente identica all’originale! Finiscono, e il batterista dice “I love Bad Company man”...risponde il chitarrista piu’ giovane “Are you kidding?!? I fuckin’ loove Bad Company!!! “E come se niente fosse, riprendono a suonare i loro pezzi, in vista del concerto in arrivo la prossima settimana…Prima ELP, ora i BC…il mistero si infittisce!
A nove anni da MESCALERO, torna il torrido trio texano con questo nuovo album. Il primo brano è un rifacimento di un pezzo hip hop, cosa bizzarra ma il trattamento ZZTOP non è male e il brano ha un suo senso. Il secondo e il terzo invece sono inutili, entrambi costruiti su un riff simile a quello leggendario di TUSH. Di OVER YOU, quarto pezzo, ne abbiamo già parlato ed è una ballata davvero riuscita, che per me vale l’album. Gibbons la canta in modo sofferto e sincero, uno di quelle ballad a tinte di blues che prendono alla gola…A chili wind is blowing and I’m all covered up with despair and desperation and it just won’t let me up its come in time to face the truth and somehow I got to find the strength to move I gotta get up and get over you.
“HEARTACHE IN BLUE” prosegue in modo consono al nome del gruppo e al rock blues di qualità: armonica, paludi, blues alla porca madosca. I DON’T WANNA LOOSE YOU non è male mentre FLYIN’ HIGH ricorda troppo gli AC/DC meno pungenti e non è nulla di che.
IT’S TOO EASY MANANAscritta dalla coppia di cantautori folk/country Gillian Welch/David Rawlings (ma col testo adattato dallo stesso Gibbons) porta un sapore di songwriting diverso rispetto a quello classico della band, e questa è una cosa positiva. Gli ultimi due episodi si rifanno allo stile più classico degli Zizi, non sono male ma non aggiungono proprio nulla a quanto già detto molte altre volte.
Il disco è prodotto da Rick Rubin e mi sembra che la scelta sia efficace. Gli ZZTOP tornano ad un suono convincente, abbandonano certe derive più che discutibili dovute ad un uso non certo illuminato dei sintetizzatori. Album più che discreto, magari mancano un paio di pezzi convincenti in più, ma di questi tempi, quando si è alle prese con le vecchie band, bisogna sapersi accontentare.
Nonostante avessimo saltato qualche appuntamento con le prove dovuto ai malanni di stagione, l’altra sera andare in saletta è costato comunque un po’, a tutti. Dopo una giornata di lavoro a Stonecity corri a casa, carichi la macchina con due amplificatori, una Les Paul, il Fender Jazz, la pedaliera e la borsa con le tue attrezzature. Sali in casa, ceni in fretta, giochi due minuti con Palmiro e poi, insieme alla bassista preferita, parti per Mutina. Niente di particolare, s’intende, son cose che fan tutti quelli che hanno un gruppo, ma vedo che con l’avanzare dell’età la cosa diventa meno automatica.
In macchina attraversi la campagna nera mentre il car stereo passa una compilation del BANCO…MOBY DICK …
Verso le 21 arrivi alla saletta “Little Piggery” e con te pian piano tutti gli altri. Lorenz è in ritardo, ha fatto tardissimo al lavoro. Siamo tutti un po’ stanchi e in affanno, a Lele duole un braccio, Pol maledice sottovoce qualche blues che non lo lascia stare… io e Lorenz accendiamo gli amplificatori, prepariamo le pedaliere, dipaniamo i jack, Lasaurit cerca il suono giusto. Stanchi, non tanto in vena, persi nei nostri guai; eppure siamo tutti lì. “Partiamo con un paio di cover tanto per scaldarci? Cosa volete fare?” dico, e Lele di rimando “Pol stasera decidi tu”. E Pol decide. Uan, ciu, uan ciu fri for…l’intro di CANT’ GET ENOUGH irrompe in saletta, dalla prima strofa capisci subito che è una di quelle serate magiche, quando il bioritmo blues dei musicisti suona all’unisono, quando c’è la completa comunione d’intenti, quando la musica che stai facendo riesce a farti galleggiare nell’aria. Non succede mica sempre, ma quando accade l’anima si scrolla di dosso le paturnie e tu sei libero di volare fino al RICHFIELD COLISEUM di CLEVELAND. L’hard rock inglese brilla stasera in questa piccola saletta emiliana…
Come secondo pezzo Pol chiama MISTY MOUNTAIN HOP, è una battuta… non lo suoniamo dal 2007, da quando la formazione era ancora a quattro con Lasàurit che suonava contemporaneamente tastiere e pedaliera basso. Ma stasera siamo gasati dunque parto col riff. Lorenz conosce il pezzo ma non lo ha mai suonato, ad ogni modo prende su il riff in attimo, gli urlo gli accordi, gli do gli stacchi e come se niente fosse si aggrega senza problemi. Che musicista ragazzi. Lasàurit cerca di trasportare all’istante quello che faceva alla pedaliera sul basso, io mi rendo conto che i LZ sono davvero nel mio DNA visto che dopo 5 anni mi ricordo tutto il pezzo assolo compreso senza difficoltà, Pol canta alla sua maniera replicando le altissime linee di Plant nella versione da studio. Poi c’è, Lele. Si vede che ha voglia di suonare, voglia di suonare il rock, perché spacca veramente il culo. Ecco quando hai una band di quel livello, quando hai 4 musicisti così dotati, quando fai il rock (quello vero) e quando è una di quelle sere speciali, beh ti senti in pace con il mondo…
Ci guardiamo compiaciuti, niente male davvero. Come ultimo momento del warm up Pol gradisce CAN’T FIND MY WAY HOME, così Lele scandisce il tempo e partiamo. Il tenore della performance è sempre alto, il rock è incastonato tra il light and shade, con le morbide linee di basso, le Les Paul che mordono, la batteria che tiene il groove bello alto e la voce che ricama le melodie tanto amate. Che spettacolo ragazzi…
Il resto della serata lo spendiamo a mettere a posto VENTO DI MAESTRALE e LA SVEGLIA, due nostri pezzi che hanno ancora bisogno di qualche levigatura. Le 23 arrivano in fretta, è già ora di smontare e ricaricare tutto in macchina. Quattro chiacchiere, un abbraccio e ci ritroviamo di nuovo a seguire la morbida scia della via del ritorno. Riscarichi tutto, ti fai una doccia, una tisana (ma avresti voglia di un Southern Comfort), dai una occhiata a internet e verso l’una ti infili a letto. Col cuore in pace, con l’anima calma, con i pensieri allentati…certe notti è proprio bello suonare in un gruppo rock.
Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock).
Ricordo che era tarda primavera, forse tardissima, fine anni settanta, le scuole erano finite, eravamo a casa…una di quelle belle mattine di fine maggio/inizio giugno, il sole, il rock che era arrivato forte nelle nostre vite, diciotto anni, tutta la vita davanti. Erano gli anni in cui Biccio abitava di fianco a me, due palazzine a due piani (un appartamento per piano) uguali in Grieco street in Ninetyland. Ero in cortile non so a far cosa ma ricordo le vibrazioni positive dovute alla giovinezza e alla stagione, lo vidi arrivare accompagnato da Màrcel, suo fratello. Noi tre eravamo il fulcro dei THE STRANGERS, misconosciuto gruppetto alle prime armi all’ombra dell’abbazia benedettina.
“Tim, devo assolutamente farti ascoltare questa cassetta. Me l’ ha registrata mio cugino, senti che roba”. Ci sedemmo sul marciapiede e ascoltammo il disco per intero su di un vecchio mangianastri che girava più lento del dovuto, così lento che arrivammo alla conclusione che i Free dovevano essere una band di neri. Il cugino di Biccio registrò prima il lato B del lato A, così la prima cosa che mi arrivò fu MR BIG. Al secondo pezzo, DON’T SAY YOU LOVE ME, era già un fan conclamato. Nessuna discussione. Quel brano mi arrivò addosso con tutta la sua tenera e disperata dolcezza e nel giro di quei sei minuti e poco più i FREE e PAUL RODGERS si fusero per sempre con il mio DNA. Poi arrivò ALL RIGHT NOW, Biccio si mise a ballare, quindi REMEMBER, e a ballare mi misi io e tutto il resto dell’ellepì. Poco dopo comprammo l’album e fu una mezza sorpresa scoprire che erano dei bianchi.
Nel breve volgere di una stagione i dischi dei FREE arricchirono la mia collezione e la mia vita. Come spesso accade, mi lasciai sedurre in particolare da uno dei dischi meno citati dei FREE, FREE AT LAST, ma questa è un’altra storia. Ciò che resta è che i FREE sono da sempre nella mia top five personale, quel loro rock serioso suonato da giovinetti appena maggiorenni, quella loro tensione emotiva che non si scioglie mai, quelle ritmiche semplici e vibranti, quella chitarra così essenziale e piena di pathos, quel cantato sublime capace di scaravoltarti, quei pezzi così maturi eppure pieni di aggressività adolescenziale, quella malinconia struggente che ti si aggrappa all’anima e non ti molla più, quel senso del blues che gronda da ogni loro cosa. I FREE, cazzo che band.
(Free)
I primi due album vendettero circa 20.000 copie ognuno nel Regno Unito, FIRE AND WATER, grazie al singolo ALL RIGHT NOW, fece sì che la band raggiunse in brevissimo tempo lo stardom internazionale. 2° in Inghilterra, 17° un USA. La foto di copertina sembra sia stata scattata da un certo Hiroshi, ma ad oggi nessuno ricorda chi fosse, e nessuna immagine di quella photo – session risulta negli archivi della Island. Tuttavia la foto definisce molto bene la band…imbronciati, forse tristi, ma cazzuti e determinati. Dopo la funerea copertina di TONS OF SOBS (il primo), lo scatto artistico di RON RAFFAELLI per FREE (il secondo)… una ragazza nuda che salta presa dal basso, ecco che per FIRE AND WATER viene scelta una copertina concreta. E’ impressionante la maturità e determinazione che fuoriesce e dalla cover e dalla musica dei FREE, dopotutto PAUL RODGERS (voce) e SIMON KIRKE (batteria) al momento dell’uscita del terzo album non hanno nemmeno 21 anni, PAUL KOSSOFF (chitarra) neanche 20 e ANDY FRASER (basso e piano) deve ancora compiere i 19.
FIRE AND WATER (Fraser/Rodgers) – TTTT L’apertura del disco tocca a questo tempo medio strascicato, blues hard rock vivo e pulsante cucito addosso a quattro giovani anime blues.
OH I WEPT (Kossoff/Rodgers) – TTTTTI take my seat on the train And let the sun come melt my pain Come tomorrow I’ll be far away In the sunshine of another day…RODGERS è il rètore (nel significato che davano alla parola gli antichi Greci) della malinconia legata al partire e al lasciarsi tutto dietro, malinconia legata a melodie spesso struggenti il cui preludio è un mugolìo assai familiare ai fan del grande PAUL, quei suoi mmh mmh mmh all’inizio di certi pezzi sono l’essenza dell’anima Rodgersiana. Tenue ricamo chitarristico di KOSSOFF e sublime partecipazione vocale.
REMEMBER (Fraser/Rodgers) – TTTTT In un disco dai toni seri, incazzati e tristi un paio di episodi più solari non possono che essere i benvenuti. REMEMBER è uno di questi, sebbene a guardarci dentro è anch’esso un momento di nostalgia relativo un recente passato spensierato. Riff dondolante su cui batteria e basso ricreano lo stile FREE in modo perfetto. Gran bell’assolo di KOSS, niente scariche veloci, ma un gusto blues rock che in pochi avevano.
HEAVY LOAD (Fraser/Rodgers) – TTTT Un giovane uomo che deve portarsi addosso un grosso peso, che non ce la più a proseguire su quella lunga strada, ma suo malgrado devecontinuare a girovagare...il giovane RODGERS di nuovo alle prese con temi a lui cari. Sofferto momento costruito su un piano martellante. I FREE quasi si fermano nella sezione dedicata all’assolo raggiungendo uno stallo momentaneo, quasi per tirare il fiato prima di tornare a rotolare verso il dirupo della tristezza. Di nuovo note dolorosamente dolci nella chitarra di KOSS.
MR BIG (Fraser/Rodgers/Kirke/Kossoff) – TTTTT Qui c’è la descrizione precisa dei FREE, tensione ritmica tenuta altissima, riff di chitarra definito e sexy, cantato ruvido e incazzatura di fondo (“…me ne frego di chi sei, così non spiegarmi nulla, vai solo via da qui e non tornare, non voglio nulla da te, vai via di qui prima che perda la calma, pezzo grosso faresti meglio a fare attenzione nell’avvicinarti a me perché io ti scavo la fossa…”). Bella cavalcata strumentale nel finale con tanto assolo di basso che ha fatto la storia. Il cantato dell’ultimo ritornello è da brividi.
DON’T SAY YOU LOVE ME (Fraser/Rodgers) – TTTTT Ne abbiamo già pubblicato il testo e la traduzione parecchio tempo fa (https://timtirelli.com/2011/05/17/le-canzoni-della-nostra-vita-2/) visto che è una di quelle canzoni della nostra vita. Introduzione caratterizzata da quei due magnifici accordi di MI7+ e RE7+ (col MI al basso) che aprono in maniera soave la disillusione di un amore non sincero e quindi assai doloroso. Al minuto 1,45 entra un pianino minimalista che intenerisce ancora di più il cuore. Durante il pezzo KOSS tiene una ritmica semplice semplice ed è FRASER che col basso arricchisce la texture, KIRKE mantiene in maniera impeccabile l’incedere in 3/4 e RODGERS si esibisce in un’altra delle sue leggendarie performance. Sul finale di nuovo note solitarie piene di sustain e sentimento grazie alla chitarra di KOSS. Io davanti ad una canzone così mi incinocchio.
ALL RIGHT NOW (Fraser/Rodgers) – TTTTT Una sera i FREE fanno un concerto che non va tanto bene, finito il tutto nei camerini tira un’aria pessima allora ANDY FRASER per risollevare il morale agli amici inizia a canticchiare “all right now, baby it’s all right now”. E’ da qui che lo stesso FRASER e RODGERS partono per scrivere il loro successo più conosciuto, uno degli anthem della musica rock. Per la ragazza del testo pare che RODGERS si sia ispirato a CLAUDIA LENNEAR, un cantate di colore del giro di MICK JAGGER. L’apertura del pezzo con i due accordi LA e RE è ormai leggendaria. Brano dal carattere estroverso che ha incorniciato l’estate del 1970. Ora è diventato uno di quei brani che si faticano a reggere, ma ciò non toglie che di diritto è uno dei classici pezzi della storia del rock.
Che band i Free. Che disco Fire and Water. Una struggente malinconia attraversa tutta l’opera di questi ragazzi inglesi, capaci di creare un suono che ti entra direttamente nell’anima saltando tutte le anticamere. Non lo so quale sia il segreto, la formula magica di queste registrazioni, ma i primi tre dischi dei Free sono un piccolo mondo a parte, un posto dove e’ bello andarsi a rifugiare quando troviamo sulla nostra strada le inevitabili tempeste della vita. Con loro al nostro fianco, ci sentiamo meno soli, ci sentiamo piu’ forti, sappiamo di potercela fare ancora una volta. Perche’ i Free di Fire and Water dicono la verita’, mettono a nudo le loro e le nostre emozioni, le tirano fuori per quello che sono, in tutta la loro forza e fragilita’.
Che facce che avevano nelle foto di questo disco, specialmente Kossoff, che ti sorride sfuggente dietro il vetro e che ti guarda in copertina come un leone triste. Che suonava la chitarra come nessun altro, riuscendo con poche note a toccare le nostre corde, cosi, come se fosse la cosa piu naturale del mondo.
Chissa’ cosa sarebbe successo se fosse stato capace di affrontare la vita con piu’ distacco, con un po’ di filtri emotivi invece di lasciarsi risucchiare dal lato oscuro.
E’ una storia intensa quella dei Free, fatta di amicizia, successo e difficolta’.
Ma sopratutto fatta di musica bellissima e intensa, come quella che pervade Fire and Water, canzone dopo canzone, una piu’ bella dell’altra.
Che sezione ritmica, che coppia Fraser e Kirke. Quando ascolti la loro musica ti perdi nelle linee di basso quanto nei suoni della chitarra, del piano, o nei colpi della batteria, capace di dilatare il tempo, di dare spazio e respiro.
Dopo l’esplosione del british blues, finito in apoteosi con il successo dei Cream, formazioni innovative decisero di sconcertare i puristi, trasformando il blues elettrico in hard rock. Fra queste, i Free furono secondi solo ai Led Zeppelin in termini di importanza e la loro influenza non è mai decaduta, inossidabile al trascorrere dei tempi e delle mode.
I Free si sono costituiti a Londra nell’aprile ’68 quando il chitarrista Paul Kossoff ed il drummer Simon Kirke decidono di archiviare in un solo album da collezione su Decca Nova, “Barbed Wire Sandwich”, l’esperienza dei Black Cat Bones.
Scoprono in Paul Rodgers, che esibiva R&B con i Brown Sugar, una delle più grandi voci rock di ogni tempo, e puntano sul precoce talento del quindicenne Andy Fraser, ancora acerbo per i Bluesbreakers di John Mayall, ma raccomandato dall’altro vate del blues inglese, Alexis Corner. Quest’ultimo favorisce i contatti del quartetto con la Island di Chris Blackwell, che li indirizza rapidamente in studio per le registrazioni (ottobre ’68) dell’album d’esordio “Tons Of Sobs”.
Se non tutti convengono sull’elezione del terzo “Fire And Water”, al rango di miglior album dei Free, dipende anche dal confronto con il fermento creativo di quel debutto.
“FAW”, uscito nel giugno ’70, è comunque l’opera che li porta in cima alle classifiche – al secondo posto in Inghilterra – complice l’esplosione dell’hit “All Right Now”. Si tratta di uno dei più contagiosi singoli dei Seventies, che coniuga struttura hard rock e vena funk alla Rolling Stones, anche se la versione da 45 giri rimuove il grande solo di Kossoff: solo il tormentone dei Mungo Jerry, “In The Summertime”, impedisce il primato nella classifica inglese. Non distogliete però l’attenzione dal resto del classico album, a partire dall’iniziale “Fire And Water”, sovrano esempio dell’heavy blues d’atmosfera dei Free; il suo riff sarà verosimilmente plagiato dai Mott The Hoople in “Ready For Love”, e forse anche per quest’affinità Rodgers si unirà a Mick Ralphs, chitarrista dei Mott, nei Bad Company. Anche “Oh I Wept” prelude al versante soft del futuro supergruppo, specchio della raggiunta maturità del cantante in qualità di compositore.
“Heavy Load” è un’altra superba melodia pianistica, e “Mr. Big” un sensuale, ipnotico mid-tempo scandito dallo stile rock-funk della sezione ritmica di Kirke e Fraser, a coronamento di un suono caldo ed avvolgente. Trovo assolutamente favoloso a livello emozionale l’assolo di Koss, la tecnica conta e non conta, il feeling è debordante…E le due riprese televisive del DVD “Free Forever” non fanno che render più leggendario questo brano-capolavoro.
L’impeccabile engineer degli studi Trident è Roy Thomas Baker, destinato alla fama come produttore dei Queen. Sempre nell’anno di gloria 1970, Roy aveva esercitato lo stesso ruolo nell’inimitabile “Sacrifice” dei Black Widow.
Penso che anche la copertina abbia influito sul successo di “FAW”, con la rinuncia alle velleità artistiche delle precedenti (il macabro topolino in una bara di cristallo di “Tons”, poi la silhouette cosmica di Ron Raffaelli sul secondo “Free”), a favore di una tradizionale quanto iconica posa di gruppo.
I Free non sono uno di quei gruppi che ebbi l’acume di cogliere al volo. Anzi. Preso com’ero da stili fin troppo debordanti e aggressivi, devo ammettere a quarant’anni di distanza che li classificai subito in posizioni di seconda fila. Ai miei occhi mancavano di… mordente. Non riuscivo a sentirli invadenti e presenti come sentivo, al contrario, la Triade (no, non quella Sacra Juventina bensì quella più terrena di Zep/Purple/Sabs). La realtà è che la chitarra di Kossoff non strabordava dai solchi, non ti saltava sulle spalle, anzi sembrava bearsi del fatto che fosse sempre lì, come un crotalo, pronta a fare qualcosa, ad azzannarti, senza però farlo veramente mai del tutto. E preso com’ero dalle voci fuori dalle ottave di Plant e Gillan e compagnia cantante, la perfetta, grande intonazione di Rodgers non mi pareva davvero tale. Mi ricordo che decisi di rivendermi – erano tempi duri, quelli, per chi voleva star dietro a tutte le bellezze che facevano mostra di se nelle vetrine ed i budget scarseggiavano, esattamente come oggigiorno – “Tons of sobs” per comprarmi “Masters of reality”…o lo scambiai? A dire il vero non ricordo, stavolta.
Continuai a seguirli, non fosse altro perché ogni tanto affiorava uno scritto occasionale dove si diceva un gran bene di Kossoff, anche se – stavolta sì, ne sono certo! – i Free vennero relegati sul lato destro della mia teca, quello meno frequentato. E poi, ora bestemmio, a me “All right now” stava proprio sulle balle; mi toccava sorbirmelo anche in discoteca nelle due o tre volte che mi ci avevano portato sotto narcosi. Ed a pensare oggi che esistevano un tempo discoteche che “mettevano su” del rock and roll da ballare, oggi mi commuove profondamente, pensando alla miriade di zombie, di ricercatori dell’unico neurone vivo che le frequentano. Sodoma e Gomorra una puzzetta al vento, a confronto. Poi venne l’illuminazione. Come al solito dettata dal fatto che un tempo gli appassionati passavano giornate sui propri dischi; li ascoltavano e riascoltavano, al buio, in cuffia, rigirandosi senza lente d’ingrandimento le copertine in mano al preciso scopo di trovare nuove emozioni. O la scintilla iniziale. Che poi è quello che accadde a me. Mi ritrovai dunque ad imparare ad amare una sorta di “nuovo” tipo di suono, per un ascoltatore rozzo di sedici anni com’ero, e a degustare poco per volta la voce di quello (lo scoprii molto dopo, parlando con molti cantanti) che era il cantante rock blues più stimato dagli stessi colleghi inglesi e a farne un mio idolo. Imparai a centellinare la presenza di Kossoff, con la sua vena sadica sempre a cavallo del “ti salto addosso, no non lo faccio” e “Highway”, “At Last”, “Heartbreaker” e il Live divennero trai miei preferiti. Sì, anche “Fire and water” ma solo dopo per colpa della mia residua sindrome-da-All-right-now… E credo di poter dire che furono i dischi “meno rock” degli Zeppelin che mi guidarono verso una nuova visione dell’oggetto.
Da alcuni giorni non pensavo ad altro, con preoccupazione e con speranza. La J**e è una squadra già completa, noi stiamo ancora cercando la nostra strada, sarà dura mi dicevo. Già sarà dura, ma dentro di me sognavo una vittoria bella piena, che gran cosa sarebbe dare una lezione ai gobbi nel loro stadio di latta interrompendo la lunga serie di risultati utili consecutivi. Sogno banalotto, condiviso perlomeno con alcuni milioni di altri fratelli nerazzurri. Cercavo altresì di considerare la J**e e gli J**entini avversari e non nemici. Lavoro mica facile, dopo quello che è successo nel 2006. Dimenticare certe cose è impossibile, scordare certi comportamenti men che meno, ma non si può vivere di rancori tutta la vita, così cercavo di stemperare i soliti sentimenti antiJ**e.
Son lì che stempero, la partita inizia e dopo 19 secondi loro segnano un goal in fuorigioco di un metro. Un metro…
Ecco, i buoni propositi vanno a farsi friggere subito. Poco dopo Palacio segna ma il goal viene annullato per un fuorigioco di 5cm. Passano pochi minuti e Lichtsteiner, già ammonito, commette un fallo durissimo e non viene espulso. La rabbia sale, la frustrazione anche. Poi arriva il secondo tempo e con esso la giustizia blues. L’Inter gioca bene, il coraggio di Stramaccioni lo si vede dal 3-4-3, la squadra risponde a dovere e si ribella al fato avverso. Milito strattonato cade in area, rigore. Sono in piedi, le palpitazioni che durano già da un’ora si fanno più violente, ti prego Principe segna, segna, ti prego…e Dieghito segna. E vai così cazzo. L’Inter prende la situazione in mano, non riesco più a star seduto, sudo, impreco, tremo. GUARIN entra per CASSANO. Il Guaro parte, tira una ghega da fuori area, il nazifascista respinge e il Principe MILITO segna il due a uno.
Faccio un balzo, la groupie urla (sebbene rossonera). Stringo i pugni ma so che da qui alla fine sarà durissima. Sono in punta di piedi, mi dico che non si può star così male per una partita di calcio, ma mi arrendo alla mia condizione di supertifoso blues. Vedo poi GAURIN lanciare sul lato opposto NAGATOMO, Yuto ha spazio, entra in area, tira, ribattuto, riconquista la palla, evita gli avversari, la smolla a PALACIO che insacca il 3 a 1. Scatta l’apoteosi, mi lascio andare, salto, prendo PALMIRO lo getto in aria più volte e gli do dieci cento mille baci, mi scateno in un boogie woogie con la groupie (che scrive su facebook “sto assistendo a scene inenarrabili”), urlo all’universo tutta la mia gioia. Rimango in stato di esaltazione cinque minuti buoni, poi mi accascio sul divano. Era dal 2010, dal triplete, che non partivo di testa così. Mi chiama Dennis, è a Casal Monferrato per lavoro, cantando “AMALA, PAZZA INTER AMALA” si appresta a fare il giro dei locali a prendere la ciucca insieme ai suoi colleghi interisti.
Battere la J**e…come vedere FIDEL entrare a l’AVANA nel gennaio del 1959, come ascoltare i discorsi di ROBERT KENNEDY, come vedere certi film di SYDNEY POLLACK, come trovare il proprio nido di stelle, come essere al Madison Square Garden a fine luglio del 1973 e guardare i LED ZEPPELIN suonare SINCE I’VE BEEN LOVING YOU…
MAXI TEX n. 16, annuale/ LA LEGGE DI STARKER/ Soggetto e sceneggiatura: Tito Faraci / Disegni: Miguel Angel Repetto/ Copertina: Claudio Villa / Lettering: Luca Corda
DAL SITO DELLA BONELLI: I cittadini di Blackfalls rispettano e temono lo sceriffo Starker. Lui ha portato la Legge. La sua Legge. Un cappio, che pende notte e giorno sulla via principale, ricorda cosa succede a chi osa sgarrare. Ma, quando Tex arriva in città, sulle tracce di un bandito, sente subito puzza di bruciato. Così si mette a indagare, a costo di ritrovarsi contro l’intera Blackfalls, fino a una resa dei conti in cui emergerà una verità sorprendente e amara…
La storia non si discosta dalle tipiche avventure di Tex, ma risulta godibile e per nulla noiosa. 322 pagine di buon fumetto western.
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