Ultimamente mi ero fissato troppo con i CD, così ho dovuto farmi arrivare un po’ di vinile…quei buoni vecchi long playing che mi fanno ancora girare la testa. Sì sì, c’è la crisi, il dentista da pagare, la batteria della blues mobile da cambiare, lo spread , il rischio default, la spending review…ma vaffanculo, mangerò grazie all’orto della groupie, non uscirò a cena per tre mesi, ma questi 173 euro di LP mi risollevano il morale…e il demonio sa quanto ne abbiamo bisogno di questi tempi.
Scrive Paolino Lisoni:“Siamo fottuti Tim… questi i miei pensieri odierni dopo tanta stanchezza accumulata in questa giornata ed in tutta la prima parte di un anno solare più pesante del solito. Ero in macchina e metto TRILOGY dall’inizio, quasi sempre mi pento di queste scelte ma mi è tornato in mente un sogno ricorrente di cui forse ti ho già parlato. Ciascuno di noi (siamo in tanti ma comunque “eletti”) ha consolidato nella propria mente 20/50/100 canzoni della vita; quelle che la vita te l’hanno cambiata, quelle che ti hanno fatto piangere o ti hanno fatto stare molto bene (non troppo però, nel mio concetto di musica il divertimento non è previsto: siamo uomini di blues del resto….)comunque ognuno ha le proprie …ENDLESS ENIGMA appunto, LIKE A ROLLING STONE, STAIRWAY etc ETC e sono indiscutibili.
Vorrei che il più grande genio di questo pianeta si inventasse un marchingegno capace di formattare parzialmente il mio cervello ed eliminare questi capolavori sentiti milioni di volte per poterli riascoltarle tutti come se fosse la prima volta!!!!
Ormai mi sono dimenticato le emozioni di quando misi sul piatto “quei” dischi. Siamo fottuti caro Tim perché “quei” dischi li abbiamo già ascoltati. Sono molto grave??? Elp me!”
Rispone l’esperto:“Caro amico, capisco cosa intendi, e lo capisce chiunque amante della musica rock nato ai nostri tempi. Se ripenso a quando ho avuto per le mani la prima volta BRAIN SALAD SURGERY inizio a tremare, solo la copertina mi faceva accapponare la pelle, e quella musica, quella misteriosa e incredibile aria sonora che usciva da quei solchi. L’artwork degli LP telo rigiravi tra le mani per weekend interi. Purtroppo non riusciremo più a ritrovare quella scintilla di vita, di “cosmic energy”, di indescrivibile godimento che sentimmo le prime volte che mettemmo su quei dischi. Infatti tutta questa frenesia a comprare le deluxe edition, i box set, le Legacy Edition, le versioni giapponesi (K2HS, SHM, BLUDISC, etc etc) cos’è se non l’illusione di ritrovare quei sentimenti, quella speranza di riscoprire da capo PHOTOS OF GHOSTS, LZIV, DEJA VU, REBEL, TRILOGY, STILL ALIVE AND WELL, TRESPASS, AT FILLMORE WEST? Se non altro però quelle sensazione le abbiamo vissute, e per questo devo, voglio, essere felice.
PS: Se trovi lo scienziato che ti resetta il cervello, fammi un fischio. Magari gli passo un paio di centoni di euro e gli chiedo di resettarti la passione calcistica…IO ti starò accanto così appena ti risvegli vedrai il sottoscritto con indosso la maglietta black’n’blues e l’imprinting farà il resto. Paolino Lisoni interista…dio che bello,”
Come l’anno scorso il sinodo estivo si tiene alla festa dell’Unità di Gavassae, in una sorta di cortile interno tra qualche edificio in una frazione di Regium Lepidi…location blues perfetta.
All’ingresso rimiriamo i poster delle band che suoneranno alla festa…rimaniamo sempre basiti dalla grafica e dal visual di questi manifesti:
Incontriamo poi Odoardo Dall’Aglio, 84enne che qui a Gavassae è un piccola celebrità per aver recitato la parte di “Oreste” (la scena dello sfratto) nel capolavoro di Bertolucci “Novecento”. Oreste si rivela personaggio incredibile, mi abbraccia e mi bacia e più tardi con la groupie (che conosceva già naturalmente) dice “T’è propià catè un bel ragàs. Breva”. A parte mia madre e un paio di groupie nessuno mi ha mai dato del “bel ragàs“.
(I confratelli del blues: in piedi da sx a dx Riff, March, Liso, Jaypee, Tim, “Oreste”, Picca. Accosciati la groupie Betty e Sutus – foto di LST)
La cena è a base di pesce, qui alla festa ci sanno fare come ci sappiamo fare io e Riff che sapientemente ordiniamo la zuppetta di pesce, una vera delizia. Fritto misto, vinello bianco e quell’atmosfera da Emilia vera, sanguigna, ruspante…quella dei tempi andati…
I cavalieri della tavola (vicino alla) rotonda (di Gavassa) – foto di TT
Riff si intrattiene un po’ con Oreste, ci spostiamo alla baracchina del caffè, ci sentiamo una mazurka o due, di nascosto dalle groupie ammiriamo qualche figa niente male che inaspettatamente è lì alla festa e poi ci incamminiamo verso le macchine: un paio di chilometri nella campagna nera e arriviamo nel posto in riva al mondo.
(Oreste e Riff – foto di TT)
(la festa dell’unità di Gavassa 2012)
Alla domus saurea inizia il sinodo vero e proprio: indossiamo i mantelli, i cappucci e iniziamo il lento salmodiare…
Magister Timotheus:
She flies through the night on silver wings With a smile, no obligation She says, “Walk with me, I’ll take you down Through the storm to your destination”
She says, “Hold me now, I’ll take you there To the dawning of a new creation”
I confratelli:
Midnight moonlight lady Bird on the wing, she is flying to greet me Bird on the wing, she is flying to me
Finiti i vespri satanici, con una fetta di cocomero davanti, una porzione di gelato a portata di mano e il nettare degli Dei (Southern Comfort) nei bicchieri possiamo iniziare il dibattito.
Lindsfarne (uno di quei gruppi di cui sentiamo parlare da 35 anni ma che nessunon ha mai ascoltato), i viaggi di Picca negli Stati Uniti, il mettere a paragone fenomeni accaduti altrove con la nostra realtà (in pratica il grunge è la musica di quartieri come i Torrazzi), l’impossibilità di ascoltare musiche che non siano quelle originali nate in un contesto ben preciso. Momento di smarrimento e di raccapriccio quando tocco l’argomento Keith Moon: io sono d’accordo con Townsend: Moon non è valutabile come batterista e musicista, in senso stretto. Ha funzionato con gli Who, ma io credo che gli Who avrebbero funzionato anche con un batterista più ortodosso (che so, Ian Paice, Roger Taylor dei Queen). Per me ascoltare Moon adesso è quasi impossibile, se sento TOMMY arrivo al massimo al terzo pezzo…Moon esegue sempre la stessa figura, non è capace di mantenere un tempo rock a lungo, le sue rullate sono tutte uguali …e poi usa 12 (dodici) tom, quando ai veri batteristi ne basta uno. Picca e Liso si innervosiscono, “Il rock non è musica fatta per la tecnica” urla Picca, “Lo dici a me? Credi che non lo sappia? Mi piacciono Mick Ralphs e Leopold!!!Ma non riesco a farmi piacere quei musicisti tipo Moon, Ron Wood e Charlie Watts”. Siamo faccia contro faccia, lo sguardo è truce ma Picca è più massiccio di me, seppur ingrassato non posso competere contro la forza del suo sapere rock , quindi chino il capo, mi inginocchio e chiedo scusa al PikeBoy.
Torna la quiete e la serenità, ci scambiamo i doni (Riff mi regala l’ultimo JOE BONAMASSA in una splendida confezione deluxe e un digipack dei Beatles, Picca il libro sul Prog di Donato Zoppo, Liso un paio di DVD…tra cui il concerto dei QUEEN con Adam Lambert…Paolino ha il senso dell’umorismo).
Verso le due di notte la seduta è tolta, faccio strada ai confratelli sulla Carreggiata JOHN MILES, ci diamo appuntamento alla fine di agosto, e li guido all’imbocco secondario della stradina lunga e tortuosa.
I fari delle loro vetture tagliano la campagna nera e si allontanano come un amore perduto. Rimango lì giù in campagna da solo, guardo le stelle…la mente vola alle sere passate in campeggio con la parrocchia alle PIANE DI MOCOGNO nei fine sessanta, davanti ad un falò…”Quante stelle quante stelle, dimmi tu la mia qual’è. Non ambisco alla più bella, purché sia vicino a me.”
Precipito in un burrone di nostalgia, guardo il cosmo e mi interrogo sulle solite domande a cui non so dar risposte: “Da dove vengo? Chi sono? Dove sto andando? Chi prende quest’anno l’Inter? Perché mi piacciono i Firm? Dove cavolo è finito John Miles?”
Schiaccio l’interruttore, il cielo si spegne, è ora di andare a dormire.
My dreams is fading down the railway line I’m just about a moonlight mile down the road… …I’m riding down your moonlight mile
Let it go now, come on up babe Yeah, let it go now Yeah, flow now baby Yeah move on now yeah
Yeah, I’m coming home ‘Cause, I’m just about a moonlight mile on down the road Down the road, down the road…
Ero al telefono con Polbi ieri sera sulla linea sospesa tra le due Reggio quando Saura viene a dirmi che è morto Jon Lord. Lo sapevamo che era ammalato da tempo, uno di quei mali che se ti prendono in certi posti proprio non hai scampo, ma quando un musicista che ti ha accompagnato tutta la vita se ne va è sempre un colpo al cuore.
Penso a Biccio, che per Lord aveva una passione grande quasi come quella che aveva per Tony Banks. Per qualche anno abbiamo abitato vicino, e dalla finestra della mia cameretta lo sentivo giù in garage darci dentro col suo organo insieme a suon fratello Màrcel alla batteria…WRING THAT NECK… il riff che lo faceva impazzire. E infatti oggi Biccio mi scrive:
“Carissimo Tim vorrei ricordare J. Lord, il grandissimo tastierista dei Deep Purple. Lo ringrazio perché grazie ai suoi virtuosismi e al suo originalissimo modo di suonare, un misto di jazz,blues e rock, è stato per me fonte di ispirazione musicale. Riposa in pace Jon. Biccio”
Che figura quella di Jon Lord, pur nella sua riservatezza e col suo carattere scevro da qualsivoglia prurito da leader, è una icona del rock, e dal punto di visivo e dal punto di vista musicale. Quell’immagine col baffo, il capello lungo e gli aviator è ormai sinonimo di rock di gran classe…quell’intro a CHILD IN TIME su MADE IN JAPAN ormai fa parte della cultura dei nostri tempi.
E poi che uomo…tenere a galla i DEEP PURPLE per tutti gli anni settanta, sopportare le bizze di Blackmore, le forzature di Hughes, l’ego gigantesco di Coverdale. Ti ho molto ammirato per questo caro Jon e poi sappi che, oltre al tuo celebratissimo lavoro con i Deep Purple (di cui eri la colonna portante), i tuoi anni con gli Whitesnake han fatto sì che una discreta pub rock band diventasse un gruppo rock come si deve. Sebbene in secondo piano, sappi che non sei mai passato inosservato e infatti, quando te ne sei andato gli Whitesnake hanno iniziato a non interessarmi più.
Immagino tu abbia avuto una buona vita, pertanto alzo il calice e brindo alla tua memoria. Addio Jon.
INTERNO NOTTE: ore 24, dopo aver cenato-guardato un film-sistemato le mie cose-suonato la chitarra do ancora un po’ di omogenizzato al gatto con l’intento di ritardare il più possibile la sveglia mattutina. Mi sdraio poi sul letto, pronto a sorbirmi per i prossimi 45 minuti la furia che quella specie di alien peloso e nero esibisce dopo il mini pasto di mezzanotte. Sì perché Palmir, dopo aver sonnecchiato per circa tre ore sul mio petto mentre io mi guardavo un film appunto o lo speciale calciomercato di Skysport24, a mezzanotte si desta, dell’elmo di Scipio si cinge la testa e inizia la sua personale battaglia contro il “ragno spaziale” e “l’ape assassina” (due giocattoli che la groupie gli ha comprato) e le mie mani.
Non riesco a leggere nemmeno due pagine dell’ultimo speciale di Dylan Dog, Palmir è indiavolato, salta sopra e sotto al letto, sgozza il ragno, squarta l’ape, azzanna le mie mani…è così pieno di vita che sembra indemoniato. Affonda quei suoi dentini bianchi nella carne, spalanca la bocca…piccolo e nero com’è sembra un pipistrello. Cerco di esorcizzarlo con la cover dell’album BLIZZARD OF OZZ di Ozzy, ma il diavolo della tasmania sembra infischiarsene. Poi, all’improvviso la sua energia finisce, si accascia letteralmente sul letto, fa un sospiro e si mette a dormire. Finalmente.
Spengo la lampada sul comodino. Appoggio la testa sul cuscino e mentre penso al JEFF BECK GROUP, sento il sonno arrivare, quieto, maestoso, salutare. L’ultimo pensiero (BECK OLA fu registrato in soli quattro giorni da una band dove nessuno era un songwriter…te lo dico che non è un granché) si stempera verso l’alba dei miei sogni (sognerò Keith Richard, giuro!), sto per abbandonarmi, che bello…quando ad un tratto sento una sciarpina di pelo avvolgermi il collo. Palmir è nel suo momento sentimentale, mi si attorciglia tutt’intorno, fa partite le sue fusa che sono una via di mezzo tra il rumore che fa un amplificatore quando ha il cono rotto e slabrato e una “sgadòra” . Non contento inizia a succhiarmi il collo alla ricerca dei capezzoli della sua mamma. Palmir non ha ancora capito che sono un maschio.
Accendo la lampada, mi tiro su, prendo il mini biberon e inizio ad allattarlo…è l’una meno dieci di notte e mi dico: non si mai visto Johnny Winter far quei lavori qui.
(Tim allatta Palmiro: foto di LST)
(Johnny Winter – the white god)
PS: la rubrica “An s’è mai vest Johnny Winter fer chi lavòr chè” è dedicata al mio amico Paolino Lisoni.
Quelli di CLASSIC ROCK dopo aver cassato AOR, immagino per vendite insufficienti, ci riprovano con una nuova sfida, THE BLUES MAGAZINE. Dovrei essere contento della cosa visto che la parola blues compare di frequente nel mio lessico e nella mia vita, ma non so cosa pensarne.
Probabilmente è giusto il punto di vista dei Beppe Riva quando mi dice che tutto sommato è un bene che escano speciali di UNCUT sui LZ , numeri – seppur costosi – di PROG con gli ELP in copertina e via dicendo, sono io che forse ho un atteggiamento discutibile, il non essere mai contento è un problema personale e non dovrebbe condizionare sempre quello che scrivo.
Cerco dunque di essere credibile nel parlare di questa Blues Issue 1 Summer 2012, ma so già che non lo sarò. Buddy Guy è l’artista di copertina e già qui ci sono problemi perchè è un artista che non mi piace. Io penso che Guy sia come Ron Wood, una personcina sciocca, molto fortunata che si è trovata al posto giusto nel momento giusto. Chitarrista sopravvalutato che personalmente trovo quasi fastidioso e personaggio che nel corso degli anni è diventato la macchietta di se stesso.
Sfogliando poi il giornale mi viene il dubbio che poi alla fin fine a me il blues non piace, sì perché il CD allegato lo trovo noiosissimo, la maggior parte dei nomi trattati all’interno della rivista non mi interessa, mi soffermo con sufficienza su articoli (brevi) che parlano di nomi che una volta mi erano cari.
Forse però ha ragione Picca, tolta dal suo contesto storico e culturale, certa musica non riesce più a conservare il nucleo espressivo, essenziale ed umano. E’ un po’ così per tutto, anche per il blues. Come posso ascoltare Eric Bibb, Walter Trout, Warrem Haynes dopo aver ascoltato ROBERT JOHNSON, MUDDY WATERS, JOHN MAYALL e DUANE ALLMAN?
Poi però c’è un lungo articolo su ETTA JAMES scritto da David Ritz (mica uno qualunque) e finalmente mi appassiono. Etta è la mia cantate nera preferita di sempre e l’articolo – per una volta – è fatto come si deve.
Grazie a questo scritto mi riconcilio con la rivista.
Il blues delle ultime decadi non fa per me, è pieno di chitarristi preparati e bravi, a volte anche dotati dal punto di vista emozionale, ma che non riescono a dare una scossa ad una musica ingabbiata nella sequenza I IV V. Nessuno che riesca o che tenti una deviazione, un fiotto di pazzia all’interno di una formuletta che nel 2012 rischia di diventare musica per supermarket.
Basti guardare i festival CROSSROADS organizzati da Clapton… che il diavolo mi salvi da quel blues.
Va beh, resto in attesa dei prossimi numeri…vediamo un po’ che strada prende questa rivista. Nell’attesa ricordiamo cos’è il blues in compagnia di Son House…
Le sorelle Wilson, ah che meraviglia. Sono più di trentanni che sono innamorato di loro, prima Ann e adesso Nancy. Che brave rockettare, che brave compositrici, che belle rockstar, che superfighe. Il loro amore per il rock e per i LED ZEPPELIN in particolare è così puro che non puoi non trovarle deliziose. Qui le influenze sono sincere, testimoni di una passione vera così, pur guardando di traverso i varii Led Clones apparsi nel corso degli anni, gli HEART sono al centro del mio, ehm, cuore. E poi Ann Wilson è l miglior vocalist bianca di sempre, Nancy è una chitarrista bravissima, e la band (quella degli anni settanta) aveva il suo bel senso rock.
Rigirando il box set (dal prezzo abbordabile) per la prima volta ho pensato che fosse una cosa per fan, per gente insomma che come me e il maestro Riva ha già tutti gli album ufficiali del gruppo, ma poi ascoltandolo ho capito che va davvero bene per tutti, perché anche le versioni “demo” di certe cose note sono bellissime, alcune regalano brividi forse maggiori rispetto alle versioni definitive poi pubblicate.
Il disc one è un discone, e inizia con la prima registrazione in assoluto di ANN, siamo nel 1969 e il brano non è davvero niente male. Flauto e atmosfere misteriose. Il resto rappresenta gli HEART degli anni settanta, atmosfere deliziose, rock vero, bel songwiting. DREAMBOAT ANNIE, BARACCUDA, DOGS & BUTTERFLY…
Il secondo CD rappresenta il passaggio tra il primo periodo d’oro e il successo glamour degli anni ottanta. Magari il gruppo esagerò un po’, andò sopra le righe, ma alcuni di quei pezzi mainstream sono tuttora godibilissimi. EVEN IT UP, NEVER (qui con John Paul Jones al mandolino), ALONE, THESE DREAMS…
L’ultimo disco è dedicato alle cose più recenti e al progetto alternativo di Ann e Nancy, i LOVEMONGERS. Non è noiosetto come temevo, è gradevole, raffinato, piacevole.
Il DVD contiene lo spettacolo registrato nel feb-marzo del 1976 dal gruppo negli studi della KWSU-TV. Registrazione già disponibile sul DVD ufficiale VIDEO ANTHOLOGY. Niente di nuovo quindi (per un Heart fan), ma il video in questione rimane incantevole perché cattura la band nella formazione definitiva sotto i primi raggi del sole del successo. Professionalità e candore, originalità e devozione (Roger Fisher con l’archetto di violino), carattere e tenerezza. Che grandi gli HEART.
Bel cofanetto dunque, 3CD, 1DVD, Booklet, Confezione cartonata formato 20×20, 35 euro (su amazon.it) spesi bene. Sia chiaro, non è un greatest hits, ne mancano davvero tanti di successi, ma un compendio di ampio respiro del gruppo in questione. Ann, Nancy: I love you.
Ne parlavo giusto ieri con Paolino Lisoni, vale la pena spendere 13,90 euro per una rivista musicale solo perché ha 5/6 pagine dedicate agli dei del progressive? Sì perché uno dopo l’iniziale entusiasmo, dopo l’ubriacatura di felicità della durata di 10 secondi dovuta al fatto di vedere quel logo così caro in copertina, riflette su questa cosa.
L’articolo sugli ELP non è male, se non ho inteso male contiene nuove interviste a Emerson e Palmer, quattro foto che non sono sempre le solite e un buon visual. Prog, che non compravo da un po’, ha rinfrescato la grafica, adesso mi sembra più elegante e anche la carta su cui è stampato è migliorata. Riflettendo sulle parole di Emerson, mi chiedo se non fossero arrivati quel cazzo di punk e di new wave come si sarebbe comportato il rock. Oh sì, fa figo dire che ci voleva quella ventata d’aria fresca, che l’impeto ribelle del rock tornò grazie al punk …beh, io c’ero, ascoltavo anche quelle cose, ma ricordo anche un mood cupo, il ritorno al bianco e nero dopo tre lustri di musica a colori, musicisti pessimi, musica pessima, album pessimi. Ma vaffanculo il punk e la new wave, vaffanculo l’intellettualizzazione di un movimento senza contenuti e essenzialmente di destra (tranne pochissimi nomi). Ma sì vaffanculo,.. LOVE BEACH degli Elp è meglio di qualsiasi merda dei Generation X di Billy Idol.
Essendo un “passatista” (definizione di Picca) il resto della rivista non è che mi faccia poi impazzire, il nuovo prog non mi smuove, potrò eventualmente dare una occhiata agli altri articoli sulle vecchie glorie come Saga, Asia, Tangerine Dream.
Le recensioni senza “le stelle” mi infastidiscono un po’, in un’epoca dove tutto è velocissimo, dove il tempo non è mai abbastanza, non posso impelagarmi a leggere recensioni in inglese di band che non conosco nemmeno tanto, che magari parlano di album mediocri. Un primo filtro ci deve essere, altrimenti va a finire che non ne leggo nemmeno una.
E poi, scusate,…un punto che ribadirò anche in futuro, vogliamo ritornare a pubblicare le interviste con le domande in grassetto e le risposte in caratteri normali? E’ deprecabile il fatto che ci vede costretti a leggere considerazioni magari mediocri per scovare quelle tre o quattro cose che l’artista di cui si parla ha detto.
Il CD allegato contiene solo un pezzo che mi piace: SECRET GARDEN di CHRIS FRY: un incantevole quadretto acustico arricchito da una sorta di orchestrazione finale. I brani rimanenti sono in massima parte masturbazioni strumentali a volte al confine col progressive metal, e quindi con gli odiosi doppi pedali della batteria e chitarre dalla distorsione pulita e levigata che che vanno avanti e indietro senza costruire granché.
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