INTERVALLO: MICK RALPHS (working in Italy with the Doc Thomas Group 1966) & (Bad Company Australia 1975).

17 Feb

 

Quando l’Utah blues non fa dormire, ci si riduce alle tre di notte a naufragare in internet alla ricerca di scogli o isolette che riportino il nome di Mick Ralphs. A volte saltano fuori alcune cosine simpatiche, come queste qui sotto:

Mick Ralphs in Italia nella trasmissione TV DIAMOCI DEL TU del 1966 (quindi ben prima dei MOTT THE HOOPLE) con il Doc Thomas Group  e in Australia nel 1975 insieme agli altri ragazzacci della BAD COMPANY. In entrambi i casi… those were the days.

IL BLUES DI RADIO CAPITAL

16 Feb

Diretto a Stonecity come tutte le mattine, salto tra l’ascolto di un cd (stamattina è OUT OF THE BLUE della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA) e il programma LATERAL di Luca Bottura su Radio Capital. Ogni tanto, durante la pubblicità, cerco di intercettare Picca su Modena Radio City.

Stamattina nella sua rassegna stampa obliqua, Bottura passa BACK IN BLACK degli AC/CD.  E’ uno spasso ascoltare questo speaker, sempre arguto, ironico, intelligente, spesso irresistibile….emiliano.

(Luca Bottura)

Arrivo a Stonecity, sono le 08,54 e Bottura fa partire BOOM BOOM di JOHN LEE HOOKER. Sono ormai più di 10 anni che sono un ascoltatore e fan di Radio Capital (eccezion fatta per quel disgraziato periodo in cui tutto fu dato in mano a Linus), ma mi sorprendo ancora del fatto che un (seppur splendido) network commerciale nazionale alle 8,54 di un giovedì mattina passi il blues di John Lee Hooker. Sono molto felice che la radio in questione faccia parte del gruppo editoriale l’Espresso, che il mio conterraneo (Bastiglia, qualche km a ovest di Ninentyland ) Vittorio Zucconi ne sia il direttore, che l’ineguagliabile Mixo sia uno del gruppo e che gli altri speaker/giornalisti siano di un livello per me molto soddisfacente.

Hasta RADIO CAPITAL siempre!

 

IL GIUDIZIO DI ALBERTO RADIUS SU “ROCK AND ROLL” DEI LED ZEPPELIN

15 Feb

Qualche tempo fa sono stato spettatore di una discussione avvenuta su una pagina facebook dedicata all’Hard & Heavy che vedeva come protagonista – suo malgrado – Giancarlo Trombetti. Alcune metal heads parlavano del giornalismo musicale in Italia, tra i nomi fatti venivano citati i due pesi massimi che collaborano anche a questo blog. I rilievi che nascevano intorno a questi due nomi erano tutti positivi. Poi, ad un certo punto, uno di questi metallari inveisce contro Trombetti, accusandolo di un crimine orrendo: più di vent’anni fa – in una trasmissione tv a carattere musicale – non aveva pagato il giusto tributo a Randy Rhoads, sostenendo che la morte prematura ne aveva senza dubbio amplificato il mito e che, come chitarrista di quel genere,  preferiva Brad Gills.

Giancarlo, venuto a conoscenza della cosa, si è infilato nella discussione cercando di spiegare le motivazione del suo pensiero ma se ne è dovuto staccare presto quando il tutto ha preso una connotazione grottesca, con tanto di sfottò. Giancarlo a tal proposito ha pubblicato qualcosa su una rivista online, avrei potuto ospitare la cosa anche sul blog ma ho preferito soprassedere…da queste cose non se ne esce…quando le discussioni su forum, blog e spazi simili escono dai binari del buon senso c’è veramente poco da fare e ho voluto evitare che il blog diventasse suo malgrado teatro di questa faccenda.

Ho riflettuto parecchio però sulla cosa, innanzitutto perché non mi sembra che Giancarlo abbia detto niente di speciale…voglio dire…Randy Rhoads è stato un ottimo chitarrista che ha partecipato a due ottimi album di Hard’n’Heavy la cui morte prematura ha giocato un ruolo fondamentale nel farlo ascendere nell’Empireo dei beati dell’heavy rock. Non arrivo a dire che preferisco Brad Gills, ma se anche mi piacesse più Carlos Cavazo di Rhoads…che problema ci sarebbe? Io preferisco Mick Ralphs a Jimi Hendrix, è un problema? Jimi Hendrix è stata una figura molto più importante, ha fatto la storia del rock, Ralphs tutt’al più è stato uno da seconde linee, ma tocca la mia sensibilità più lui che Hendrix, che comunque amo. Ma poi non è nemmeno questo il punto…proviamo con un altro paragone: io preferisco Jimmy Page a Jimi Hendrix, anche prendendo in esame i soli primi quattro album dei due. Come composizione, come chitarrismo, come gamma espressiva, come importanza per la musica rock. Se poi qualcuno ha un altra idea e pensa che Hendrix sia sopra di tutto e tutti, nessun problema, mi tengo le mie convinzioni. Mica offendo – così a caso – che so Giancarlino Trombetti perché preferisce Hendrix o Zappa a Page, lui si terrà le sue idee io le mie…e ad ogni modo stiamo parlando di grandi musicisti.

(Randy Rhoads)

Mi son poi chiesto come deve essere messo questo metallaro che se la è presa così tanto e che per vent’anni si è portato dentro al cosa. Me lo chiedo anche adesso, ma poi mi faccio un esame di coscienza e mi confesso che anche io ho in mente un giudizio discutibile di Alberto Radius su Jimmy Page che lessi più di trenta anni fa. Certo, io non ho mai offeso Radius, ma se allora fosse stato disponibile internet, me ne sarei stato zitto?

(Alberto Radius)

La cosa avvenne su un CIAO 2001. C’era una rubrica che prevedeva che ogni settimana un ospite fosse invitato in redazione ad ascoltare alcuni pezzi alla cieca per poi indovinare di che artista o gruppo si trattasse. Fecero ascoltare ROCK AND ROLL dei Led Zeppelin dal live THE SONG REMAINS THE SAME ad Alberto Radius, appunto. Lui seppe dire solo questo:

“Uhm sembra punk..uh, ma qui il chitarrista si è perso…come? è Jimmy Page?…ragazzi come crollano gli idoli..”

(Jimmy Page – 1977)

Ecco io mi porto dietro questa zavorra mentale da 30 e passa anni (mi pare fossimo nei fine settanta). A parte che mi chiedo come facesse uno che chiamava Jimmy Page idolo a non riconoscere ROCK AND ROLL, vi pare che JP nel 1973 sul live TSRTS  fosse ad un livello da “come crollano gli idoli..”? Io poi mi sono sempre chiesto come mai Radius avesse tutta questa considerazione, qui in Italia lo hanno sempre fatto passare per un virtuoso. Ha fatto un paio di singoli carini, anche un paio di album, ma non mi pare sia il chitarrista che vogliono farci credere.

Si vede dunque che certe frasi, soprattutto se all’interno di discorsi relativi a cose a noi molto care, si appiccicano al cervello e non vengono più via. Potrei ad esempio citare più o meno a  memoria la recensione di SLIDE IT IN che Beppe Riva fece su Rockerilla nella primavera del 1984. Avevo appena comprato l’album in questione fresco di stampa, disco che mi piaceva un sacco, mentre tutto intorno avevo gente dedita alla new wave, al post punk, al rock americano tipo Springsteen, alla disco o al nuvo elettro pop. Questo segnò un altro step di eterna gratitudine verso Beppe che con quella recensione mi fece sentire meno solo. E pensare che oggi è un carissimo amico. Chi lo avrebbe detto.

Ad ogni modo, non v’è dubbio: certe sciocchezzuole rimangono attaccate all’animo.

Proteggendo i LED ZEPPELIN

13 Feb

L’edizione del 13/02/2012 di Naplesnews riporta una intervista con i tipi che per un certo periodo hanno gestito la security dei LZ durante i loro tour americani. Nessuna rivelazione particolare, ma la cosa è abbastanza interessante, anche per le foto (che io vedo per la prima volta).

Questo il link:

http://www.naplesnews.com/news/2012/feb/12/dautrich-brothers-security-protection-led-zepplin/

Queste alcune foto prese il 23 e il 24 luglio del 1977 all’Oakland Coliseum Stadium:

NON C’ E’ LIMITE AL RIDICOLO (inziative editoriali musicali italiane blues) di Giancarlo Trombetti

13 Feb

Stupratori di gruppo, assassini e mangiatori di cani indifesi, politici ladri e incompetenti, stragisti e razzisti, spacciatori, tuttologi. Sono queste le categorie che proprio non riuscirei mai a salvare dall’ira di Dio, neppure potendo farlo. Potrei anche aggiungere chi mi rubò la prima moto nel 1972 o i gestori di discoteche ma sarebbe un qualcosa in più. Nulla potrei mai fare, nel mio piccolo, per evitare la diffusione delle prime categorie di disutili e criminali, e ancor meno, purtroppo, per l’ultima, quella dei tuttologi, se non indirizzare contro di loro le mie invettive. Oggi mi limiterò a condannare l’irrilevanza apparente dell’ultima categoria elencata.

Ritengo che non possa esistere al mondo persona dotata di tale cultura, tale conoscenza, tale ingegno e facoltà critica da potersi permettere di dire, validamente, la sua non solo in qualsiasi campo ma anche e spesso anche solo limitatamente ad un unico campo ben individuato. Non credo ai critici d’arte che vadano dall’arte romana a Picasso, non credo ai critici cinematografici che possano conoscere, apprezzare e giudicare allo stesso modo Charlie Chaplin e i fratelli Cohen, non credo che possa neppure esistere un critico musicale che non dico possa esprimersi, ma possa addirittura aver ascoltato anche solo una volta tutti i generi musicali esistenti. E di conseguenza possa disquisirne criticamente. Voglio andare oltre: io credo fermamente che non esista neppure un critico musicale, ad esempio, in grado di dare giudizi competenti anche limitatamente a un solo filone musicale, pur ampio, quale, ad esempio, l’heavy metal. Figurarsi se costui dovesse mai parlarci dell’intera storia del rock. O del pop.

Non più di tre giorni fa mi trovavo a recuperare informazioni sulla grafica e sulle meravigliose illustrazioni, la cartellonista, la fumettistica, che hanno caratterizzato la California di fine anni sessanta. Sono un appassionato dell’arte psichedelica di Stanley Mouse e Alton Kelly, delle grafiche di Rick Griffin, di Robert Crumb, di Bruce Steinberg, della nascita di quella corrente meravigliosa che confondeva la musica con la grafica riuscendo ad attecchire, in seguito, persino in spazi di elevata commerciabilità come, ad esempio gli skateboard o le tavole da surf restando credibile. E dato che quell’arte è sempre andata a braccetto con le copertine degli album che provenivano da San Francisco, ne sono sempre stato affascinato. Ricordo che godevo degli ambigramma nascosti nelle copertine o nei manifesti e che perdevo tempo a godermi della soddisfazione di scoprirli. Non ricordo esattamente per quale motivo, ma sono stato colpito dalla notizia di una mostra di fotografia rock organizzata da Guido Harari. Guido è nostro Robert Ellis, il nostro Ross Halfin, il nostro Mark Weiss, l’Annie Leibovitz italiano…il prototipo del fotografo rock, come diversi amici personali che ho avuto con me negli anni. Guido è un signor professionista che ha scelto di metter su, ad Alba la città dove vive, una galleria di fotografie rock e l’ha inaugurata con My Back Pages, un omaggio alla poesia di Dylan e ad alcuni maestri italiani che ha incontrato nel corso della sua carriera. Bello, coraggioso e interessante. Ma non è di questo che volevo parlarvi. Poco sotto, un’altra notizia: Dario Salvatori sta scrivendo, ha scritto, scriverà undici volumi di musica, un secolo di note dal 1900 ad oggi. Immediatamente ho pensato: “Guarda che belinate scappano ai correttori di bozze; si tratterà di musica dal 1990 ad oggi…che sarebbe già un bel casino!”. Poi mi è caduto di nuovo l’occhio sul numero: undici volumi…No, Dio mio, no! Ti prego, ti supplico, fa’ che si tratti di un errore, fa’ che sia un refuso, fa’ che…..no, no…proprio undici volumi. Undici. Volumi. Undici. Incredibile. Pazzesco. Delirante. Montanelli scrisse la “Storia d’Italia”, ventidue volumi, ma si era fatto aiutare da Gervaso e Cervi…leggo. Le mani mi tremano. Poi, incredulo, corro sul web e cerco conforto in una smentita. No, tutto vero. Dario Salvatori, il sessantenne che si veste da cinquant’anni come un surfista dodicenne, il vecchietto che tutto crede di sapere sul pop italiano, l’uomo che ci dispensa da troppe decadi notizie sui festival sanremesi e sulla subcultura dell’evanescente pop italiano, l’uomo che senza Arbore sarebbe stato relegato a vita tra le pagine di Ciao 2001 a scrivere di Gianni Pettenati e Gianni Morandi partorisce undici volumi per la Arcana.

L’istinto è di chiamare il direttore editoriale per chiedere cosa possiamo aver fatto per meritarci tutto questo. Però decido di leggere l’intero articolo. Così scopro che Salvatori vedrà distribuiti i suoi undici volumi da oggi al 2014, senza un ordine cronologico, mescolando passato remoto e contemporaneo; il miglior modo per non vendere una copia e non capirci una mazza, rifletto congratulandomi con la direzione editoriale che deve aver scelto e pensato questo metodo credendo così di catturare un maggior numero di affezionati, quelli che “ormai l’ho cominciata e devo arrivare in fondo”.  Scopro poi che verrà data preponderanza alla musica italiana rispetto “alla scontata egemonia della scuola anglo-americana”…già, come se i nove decimi dei pezzi in classifica in Italia dalla metà dei sessanta alla metà dei settanta siano stati originali e non frutto di una versione nostrale tradotta e riadattata. Scopro che Dario indica in Fregoli l’antesignano di Bowie e Renato Zero…rileggo…no, no, è scritto proprio così: Bowie deve aver tratto ispirazione da Fregoli di cui neppure oggi deve conoscere l’esistenza.  E scopro infine, torturato dal desiderio, che sarà il volume sugli anni settanta quello che rivelerà le posizioni “eretiche ed anticonformistiche di Salvatori, al limite del revisionismo”. E leggo due esempi : il primo in merito al rock progressivo. “Una vera e propria bufala inventata a tavolino dai giornalisti di Melody Maker – dice costui – in un’epoca in cui i dischi si vendevano, ma assolutamente antiradiofonica e inascoltabile. Persino i Pink Floyd suonavano di fronte a un pubblico in catalessi e strafatto e i vari festival non erano altro che scuse per stracannarsi. Un fenomeno che ha attecchito soprattutto in Italia a causa del vuoto pneumatico della nostra scena musicale.”.

E Salvatori individua nei cantautori – si fanno i nomi di De Gregori, Vecchioni, Guccini – i responsabili di questo massacro con “mandatario occulto Bob Dylan; ha istigato qualsiasi giovane incapace di suonare a prendere la chitarra e strimpellare la sua canzone di protesta. Dylan, però, sapeva cantare, i nostri no!”.

Sono stupefatto. No, non per le affermazioni di Salvatori ma per il coraggio della Arcana di pubblicare un progetto del genere. Giuro: sono confuso. Per qualche minuto non riesco neppure ad incazzarmi. Poi, decantato lo stupore, inizio a fare due conti. E penso a un’intera generazione di musicisti cancellata da un’affermazione non tanto avventata quanto del tutto priva di basi; penso agli effetti degli stupefacenti sulla mente umana, penso all’arteriosclerosi galoppante, penso al delirio di onnipotenza, alla sconfinata presunzione di un ragionamento simile. Penso a gruppi come Pink Floyd, King Crimson, Yes, Genesis, Jethro Tull, Emerson, Lake & Palmer, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator…e mille altri. Penso all’intera scuola di Canterbury, come ebbero a chiamarla, ai Soft Machine, i Gong, i Caravan…penso ai tedeschi che dal rock progressivo crearono una loro scuola, quella di Faust, Tangerine Dream, Can, Kraftwerk….penso all’America e a Styx, Kansas, Rush, Boston, Journey, penso a Todd Rundgren.  Penso a Tubular Bells e a Mike Oldfield e ai miliardi di miliardi di sterline fatti da Richard Branson……con una sòla? …Penso che anche noi italiani ci avevamo provato e ricordo che non eravamo così scadenti…..penso a Premiata Forneria Marconi che restano tra i migliori strumentisti italiani, penso a Le Orme, al Banco del Mutuo Soccorso, Balletto di Bronzo, New Trolls, gli Area.

Penso a personaggi del calibro di Keith Emerson, Robert Fripp, Peter Hammill, David Allen, Roger Waters, Ian Anderson e mi rendo conto che possano essere solo il frutto di fantasie, inventati dalle magiche penne dei giornalisti inglesi, geniali creatori di mode, spettacolari promotori del nulla su un foglio mal impaginato come Melody Maker.  Penso ai quasi quarant’anni di permanenza in classifica di album come “Dark side of the moon”, uno dei dischi più venduti di tutti i tempi, ai suoi 55 milioni di album stimati prima del recente re-impacchettamento. Penso a quanto bravi debbano essere ed essere stati i giornalisti inglesi che hanno saputo prendere per il culo un Globo, influenzandone gusti e propensione all’acquisto. Penso a un mondo intero che legge Melody Maker o che, prima di acquistare un album si informa delle sue preferenze. Penso che persino in Italia, dove sono esistiti e hanno lavorato geni incompresi della carta stampata come Dario Salvatori, vere dighe umane all’abominio anglosassone e statunitense, dighe travalicate dal nostro pessimo gusto musicale, quel rock progressivo sia riuscito ad attecchire, malamente, condizionando il gusto di milioni di deficienti privi di potere di discernimento.

Penso a centinaia, migliaia di ore di musica che credevo essere meravigliosa che conservo, imbecille che non sono altro, nei miei scaffali. Penso che io sono certo che lui, il Dario dalle giacchette colorate ed i capelli tinti, avesse tentato di salvarci da questa bufala, da questo falso storico e che noi abbiamo schiacciato sul muro il giudizio del Grillo Saggio.

Poi penso che tutto quello che Salvatori vorrebbe che noi gli comprassimo non è delirante, non è presuntuoso, non è folle: è semplicemente il parto di un cretino. Penso a lui e al mucchio selvaggio di dementi che, proprio come lui, creano sul web enciclopedie sul Tutto e l’Assoluto che qualche povero Cristo prende per buone e penso, infine, che io, quegli undici volumi, me li comprerò. Sai mai che il mio intestino pigro decidesse un giorno di risvegliarsi? E quel giorno voglio trattarlo bene, il mio sederino.

(“Ma attenzione, eh? Perché tra l’avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e il muovercisi dentro perfettamente a proprio agio esiste la stessa differenza che c’è tra l’avere il senso del comico e essere ridicoli.”. Gaber – Luporini “Il Presente” 1981.)

Giancarlo “I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere”  Trombetti

THE SNOW SONG

11 Feb

Per non farmi mancare niente – relativamente al mio rapporto con la neve – mi sono organizzato un paio di commissioni per le 8 in centro a Mutina. Significa – visto il tempo – sveglia alle 6,15. Come previsto nevica. Esco dal posto in riva al mondo, mi immetto sulla stradina tutta bianca…due lepri sono a bordo strada, due macchie scure su di un tappeto immacolato. Mi dirigo verso Gavassae, tutto è ovattato e candido.

(verso Gavassae – foto di TT)

Penso al fatto che questa frazione di Regium Lepidi viene citata in un documento dell’anno 857. Strano, nulla più che tre case a quel tempo, senza niente di particolare. Mi chiedo anche che significato abbia il nome. Che abbia le stesse origini dei cognomi che lo hanno come forma principale e che verrebbe dunque da vocaboli ormai in disuso come gavazza o gavazzo che significavano baldoria? O più probabilmente viene da vecchi vocaboli dell’Italia settentrionale come “gaba” (altura) e “san” (luogo) e quindi borgo su una altura? Boh. Ad ogni modo sono le 7, pochissimi per strada, fiocca e fa freddo. Infilo TOO HOT TO HANDLE, il The Very Best of UFO appena uscito, nel lettore.

Penso a questo inverno, mi ricorda gennaio del 1985 e  febbraio del 1986…entrambe le volte un metro di neve preciso. Ripenso alle grondaie della palazzina dell’ufficio a Stonecity…

(le grondaie dell’ufficio a Stonecity – foto di TT)

Sono assorto nei miei pensieri, guardo la neve cadere…mi immetto su  Lenin дорога…insomma, via Lenin.

(Lenin road, Gavassae – Foto do TT)

Mentre Filippo Giovanni Margherita e  Michele Tavernari  (insomma Phil Mogg e Michale Schenker) cercano di darmi ritmo con il loro bel hard rock, vengo a patti col fatto che da alcuni giorni sono affetto dalla sindrome di Jeremiah Johnson. Vorrei dunque lasciare la società moderna e trasferimi sui monti dello Utah per cercare un po’ di pace per il mio animo…

(Unghia D’orso e Geremia Di Giovanni…Bear Claw & Jeremiah Johnson, Utah 1850/1972)

Ma tutt’al più dove potrei finire io, un po’ più su di Pavullo nel Frignano? A Cervarolo forse? Come può fare un uomo di blues dell’Emilia Romagna con la dispepsia funzionale ad andare a dissolversi in cometa? Boh.

Arrivo al Novi Sad Park di Mutina. Nessuno in giro. Parcheggio, scendo dalla macchina e sprofondo fin sopra le caviglie nella neve. Mi incammino verso il centro, non incontro nessuno, continua a nevicare, l’atmosfera è fredda seppur romantica ma mi sembra che non ci sia amore nel cuore della città  …

Every place that I go,
Well, it seems so strange.
Without you love, baby, baby,
Things have changed.
Now that you’re gone
Y’know the sun don’t shine,
From the city hall
To the county line, that’s why

Ain’t no love in the heart of the city,
Ain’t no love in the heart of town.
Ain’t no love, sure ‘nuff is a pity,
Ain’t no love ‘cos you ain’t around.

(Mutina in the snow – foto di TT)

(Mutina in the snow – foto di TT)

Poco dopo le nove arrivo da Brian. E’ relegato in casa ormai da parecchi giorni, il vecchio resiste, stoico, un po’ scombussolato e triste, ma determinato. Gli preparo la colazione, caffè, svedese, frutta, lettura dei quotidiani…Repubblica e Il Manifesto; bagno, vestizione e chiacchiere in libertà.

(Brian & Tim – autoscatto)

Scendo in cortile del palazzo a liberare dalla neve la macchina di Brian e a fare un po’ di rotta. Verso le 11 riparto, nevica forte e devo ritornare alla domus saurea. Bacio Brian e scendo. Lui mi saluta per due volte dalla finestra.

Esco da Mutina e mi dirigo verso Campogallo, sono dietro ad una macchina, procediamo sui 45/50 kmh. Una cinquecento nera ci supera in modo spericolato e a discreta velocità…“Mo’ in du devt andèr?” penso. Alla rotonda circa 300/400 metri dopo, noto che è uscito di strada e che la sua macchina sì è infilata sotto un cumulo di neve. Lui esce dalla macchina, non si è fatto nulla. Sembra uno di quei giovinastri che san tutto loro. Forse anche noi eravamo così. L’impulso è quello di fermarmi e di aiutarlo, ma poi non lo faccio, “così impara” mi dico, ma non sono fiero di questa cosa.

Ho bisogno di qualcosa di forte. Infilo HOUSES OF THE HOLY nel lettore.

Di questi tempi è il mio disco preferito del gruppo di Giacomino Paggio. Che effetto ascoltare certe canzoni mentre nevica e tu stai guidando. Mi chiedo se esista una canzone più bella di THE RAIN SONG…

…Talk Talk I’ve felt the coldness of my winter
I never thought it would ever go. I cursed the gloom that set upon us
But I know that I love you so

These are the seasons of emotion and like the winds they rise and fall
This is the wonder of devotion  I see the torch we all must hold.
This is the mystery of the quotient Upon us all a little rain must fall.

(Stiolo city limits – foto di TT)

Arrivo al poplar grove di Magpie Mill (insomma, il pioppeto di Molino di Gazzata), non so perché ma tutte le volte che passo di lì sento la presenza del demonio e rabbrividisco nel sentire i cani del destino che ululano. Il lettore sta passando NO QUARTER…non è un caso. Accosto, metto le quattro frecce, scendo. Il demonio è lì, lo sento, ma non si fa vedere, deve essere infreddolito anche lui, vorrei dirgli due paroline…si è preso la mia anima e io son ancora qui che aspetto di vedere i camerini del Madison Square Garden…

(Poplar grove – Magpie Mill – Foto di TT)

Close the door, put out the light.
You know they won’t be home tonight.
The snow falls hard and don’t you know?
The winds of Thor are blowing cold.
They’re wearing steel that’s bright and true
They carry news that must get through.

They choose the path where no-one goes.

They hold no quarter.

Walking side by side with death, The devil mocks their every step
The snow drives back the foot that’s slow, The dogs of doom are howling more
They carry news that must get through, To build a dream for me and you

They choose the path where no-one goes.

They hold no quarter. They ask no quarter.
The pain, the pain without quarter.
They ask no quarter.
The dogs of doom are howling more!

Mi sparo poi una collection fatta in casa del ROBERT PLANT che preferisco (1982/85), LITTLE BY LITTLE ben si adatta al ritmo del mio cuore e al tempo atmosferico…

Un pasto caldo, una birra e un southern comfort dopo scendo a controllare il posto in riva al mondo. La Borgo Massenzio skyline, una di quelle schiette e senza troppe pretese, mi placa un po’ l’animo, ma sento la sindrome di Jeremiah Johnson trafiggermi il costato…meglio salire e fare un mini ordine su amazon uk, magari questo cazzo di Utah blues allenta la presa…

(Borgo Massenzio Skyline – foto di TT)

Il blues de IL MANIFESTO di Polbi

10 Feb

Polbi mi ha anticipato scrivendo ed inviandomi queste due righe. Pubblico quindi molto volentieri questo pensiero…anche se sono anni e anni che IL MANIFESTO fatica  e che continua a chiedere campagne di sostegno ai propri lettori. Certo, un giornale dovrebbe reggersi sulle proprie gambe da solo, se non ce la fa giusto che chiuda. Questo in una società più o meno civile…da noi dove il mercato non è proprio liberissimo, dove c’è chi controlla e possiede buona parte dei media e della informazione, mi sembra il minimo per gente come noi cercare di far sopravvivere il giornale in questione il più a lungo possibile.

 

 

Chi legge questo blog, a patto di non essere afflitto da gravi forme di dissociazione psichica e/o disturbi vari, quale multiple personalità e simili, non puo’ essere di estrema destra. E qualora lo fosse, se ha letto il blog finora, continuerà a farlo comunque.

Questa piccola introduzione per dire una cosa : Il Manifesto, quotidiano piu’ volte citato da queste parti, rischia seriamente di chiudere.

E questa sarebbe una grossa perdita per la scena culturale Italiana.

E’ un punto di vista alternativo e democratico insostituibile, uno spazio di approfondimento e dibattito culturale quotidiano unico. Specialmente per chi, come noi, non si allinea alle logiche asettiche ( e mi azzardo a dire nemmeno tanto efficaci ) del mercato. Senza dover essere comunisti o socialdemocratici, o nemmeno pacifisti o antagonisti, ma anche solo e semplicemente curiosi e progressisti, sul Manifesto troverete pagine e pagine di materiale stimolante. Scoprirete scrittori, fumetti, dischi, artisti di ogni genere. Potrete sapere cio’ che succede di bello ed interessante, magari dove meno ce lo aspettiamo, a Scampia o nelle metropoli del mondo occidentale. Troverete pane per i vostri sempre affamati denti, reportage, analisi, grandi firme e perfetti fantastici sconosciuti. Potrete leggere Alias il sabato, una delle migliori riviste di musica, cinema e arte in circolazione, e le Monde Diplomatique tradotto in Italiano. Troverete una redazione che dal direttore al centralinista lavora per 1300 euros al mese, ma mette piu’ passione di chi guadagna dieci volte di piu’. Comprandolo ogni giorno in edicola, darete un aiuto importante a tenere aperto uno spazio di liberta’, una pacifica nave pirata, in un mare di pensiero unico e conformista.

Una botta quotidiana di colore in tutto questo grigio.

 

Paolo Barone 2012

UFO “The Chrysalis Years 1973-1979” (Chrysalis EMI 2011) – TTTTT

10 Feb

Questa iniziativa della Chrysalis vale il massimo dei voti: tutto il periodo Schenker (quindi l’epopea storica del gruppo inglese) degli UFO racchiuso in un cofanetto da 5 cd contenenti i cinque album da studio, il disco dal vivo, un concerto del 1974 inedito, qualche BBC session e qualche rarità che appare per la prima volta in cd. Il tutto ad un prezzo contenuto: 15 euro o poco più. FORCE IT (1975), LIGHTS OUT (1977) e il live STRANGERS IN THE NIGHT (1979) è tutta roba da cinque stelle, hard rock inglese ( europeo?) di massimo livello. Il resto è uno o due gradini sotto, ma comunque sempre apprezzabile. Hard rock geometrico, preciso, compatto, con una chitarra splendida, un cantante bravo e grintoso e un gruppo solido.

Consigliatissimo.

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – MY LOVE – Wings 1973

9 Feb

Durante una puntata del Rischiatutto, sarà stato il ’73 o il ’74, Mike smolla una domanda con filmato riguardante Paul McCartney. Il sottoscrittino bimbo novenne, seduto davanti alla tele con mamy e papy, è ipnotizzato dalle immagini di Macca (allora nessuno lo chiamava Macca, io invece ero già Picca) che sfagiola una versione ancora caldissima di My Love tratta da uno special TV intitolato James Paul McCartney Tv Special (che fantasia). Il qui presente di allora, il quale  non ha piena coscienza di chi e cosa sono stati i Beatles, ascolta la canzone con interesse: da tempo si sta appassionando a brani musicali che non trattino di Toreri Camomilli o Peppine che fanno il caffè. Improvvisamente, durante l’assolo (bellissimo) di chitarra di Henry McCullogh, la mamma salta su e  dice ‘Che bella canzone! Peccato che Paul (lo chiama Paul, come se lo conoscesse) sia diventato così vecchio. Ti ricordi com’era bellino coi Beatles?’. Mio padre annuisce.

McCartney nel ’73 ha 31 anni.

Mia madre 32.

Il commento si conficca, chissà perché, nella mia cabèza, apre una piccola falla attraverso la quale, da quel momento in poi, comincerà ad entrare musica in modo ossessivo.

Nel giro di un paio di settimane sarà totale beatlemania, l’inizio un viaggio a ritroso alle sorgenti di quella nuova passione totalizzante e bellissima.

Mi chiedo se ci sia, nell’ambito della letteratura scientifica ramo psichiatria, qualcuno che abbia teorizzato una sorta di ‘complesso freudiano’ che colpì coloro i quali cominciarono a sviluppare una ‘coscienza pop rock’ subito dopo lo scioglimento dei Beatles. Una specie di ‘shock inconscio da abbandono’ seguito da eterna, invincibile malinconia e reiterati tentativi di ritorno spazio-temporale a quell’età dell’oro.

 

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

NEWS: The Making Of LED ZEPPELIN II (Multitracks) – (Empress Valley 2012)

8 Feb

Notizia molto interessante per i fan dei LZ: è appena uscito per la prima volta il bootleg relativo alle registrazioni in studio di LZ II con materiale tratto dai nastri multitraccia originali. Un paio di minuti furono messi in circolo già tempo fa, ma a quanto pare adesso la Empress Valley rende disponibili 4 pezzi completi. Il bootleg è appena stato messo in vendita in Giappone, occorrerà un po’ prima di averlo tra le mani ma ci tenevo a darvi questa anteprima.

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