JEREMIAH JOHNSON (1972): film e colonna sonora – TTTTT

7 Feb

Sabato scorso, serata trascorsa in casa, fuori nevica…solito animo in sofferenza, infilo CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO nel lettore e mi rigetto per l’ennesima volta tra le braccia del mio film preferito. Non voglio fare recensioni, ma in breve è la storia di un ex soldato disilluso (trattasi della guerra tra Stati Uniti e Messico) che cerca riparo per la sua anima tormentata tra le montagne rocciose, diventando così un vero mountain man. La storia è presa da un paio di libri: Mountain Man di Vardis Fisher e  “Crow Killer: The saga of Liver-Eating Johnson” (“L’uccisore dei Corvi: la saga di “Mangiafegato” Johnson“) di  Raymond Thorp e Robert Bunker. Il film insomma è basato sulla vita reale di tal John Johnston, soprannominato mangiafegato perchè – si diceva –  era solito mangiare l’organo in questione dei nemici che uccideva (ma in verità sembra non fosse esattamente così). Johnston ebbe una vita straordinaria, chi volesse approfondire può cliccare su questo link: http://www.johnlivereatingjohnston.com/

Il film tuttavia ridisegna i tratti del personaggio principale con maggior eleganza e fascino pur mantenendo una certa crudezza di fondo. JEREMIAH JOHNSON (titolo originale del film) fu il primo film a trattare gli indiani con una certa dignità: certo, ostili all’uomo bianco, ma dipinti con il dovuto rispetto alla loro cultura e tradizioni. Da questo film BERARDI e MILAZZO trassero ispirazione per il fumetto KEN PARKER, guarda un po’ il mio preferito in assoluto.

L’accoppiata SYDNEY POLLACK e ROBERT REDFORD è azzeccatissima, il film raggiunge vette (è il caso di dirlo) così struggenti da sistemarci l’animo per anni interi. La maestosità dei paesaggi, il fascino spaventoso di una solitudine totalizzante, il senso blues continuo e ininterrotto, l’essere umano ripreso nei suoi tratti più naturali…cazzo, niente è meglio di questo film.

La colonna sonora è indimenticabile, soave, struggente, magnetica. Composta da John Rubinstein e Tim McIntire e disponibile fino a poco solo in LP, ora ristampata con materiale in più e naturalmente ripulita. La sto ordinando, la versione lossy in mio possesso non mi basta.

IL MORTO RICONOSCENTE: i Grateful Dead secondo Giancarlo Trombetti

6 Feb

Ricordo perfettamente che una delle frasi ricorrenti che mi venivano urlate da ragazzo quando mi beccavano con lo stereo troppo alto era: “Vedrai che quando maturerai un gusto più raffinato, certe cose le lascerai da parte!”. Solitamente non rispondevo neppure ed alzavo ancor di più il volume del mio impianto. Ascoltavo di tutto, ma non posso evitare oggi di ammettere che tutto quel che avesse un basso ed una batteria ben presente e si accoppiasse con un almeno un assolo di chitarra stesse rigorosamente in vetta alle mie preferenze.

Compravo alternativamente – e meno male! – west coast music e rock anglosassone, blues, progressivo e heavy rock, Krautrock ed elettronica ma molte cose, pur apprezzandole, proprio non riuscivo a farle salire nella classifica delle preferenze assolute. I primi cedimenti alle mie rocciose certezze arrivarono con la scoperta delle Mothers of Invention e con l’accettazione attiva che in un solo brano potessero convivere più strumenti oltre a basso/chitarra/batteria e più di un tempo piuttosto che il medesimo dall’inizio alla fine del pezzo.

(Mothers of Invention)

Ricordo che iniziai ad apprezzare i fiati ed a gustare persino il violino, strumento inizialmente guardato con sospetto. Mi resi conto che un mondo intero esisteva oltre ad un assolo di chitarra e compresi, finalmente, che George Martin era stato un genio tanto quanto Lennon e McCartney. Mi ricordo che nel corso di questa nuova, progressiva, apertura mentale iniziai ad apprezzare veramente molte cose che in precedenza sentivo ma non ascoltavo con la dovuta attenzione. E l’andare a riprendere dischi profumatamente pagati e ascoltati pochissimo divenne come scoprire nuove gemme nei filoni di sezioni di una miniera raramente frequentata.

Ricordo anche che la maggior parte dei gruppi californiani, di San Francisco, mi stava molto a cuore ma ho ben in mente che preferivo di gran lunga i Quicksilver di “Happy Trails” o il secondo disco di “Four Way Street” al primo, gli Hot Tuna ai Jefferson Airplane e tutti loro alle tiritere acustiche di tanti gruppi che avevo giudicato troppo forniti di chitarre prive di spinotti di collegamento agli amplificatori. Molte cose mi parevano piacevoli passatempi per giovani tranquilli più che musica rock e non comprendevo allora quanto il mio giudizio fosse superficiale. Diciamo che amavo, ma non riuscivo a godermi fino in fondo certi manicaretti che tenevo inconsciamente nelle mie teche. Poi mi accadde di incontrare un chitarrista californiano, nel bel mezzo della sbornia di “nuovo heavy metal” inglese. Gli Iron Maiden erano di là da venire ed io me ne stavo a Londra e zompavo da un club all’altro a veder nascere i gruppi che molti metallari vivono oggi come io avevo vissuto i Led Zeppelin quando mi fu proposto di parlare con Bob Weir.

(Bob Weir dei Grateful Dead)

In fondo Bob rappresentava una fetta di storia ed era un’occasione unica parlargli, sicuramente da non perdere. Mi aspettavo uno zombie mezzo cotto dagli acidi, uno che mi avrebbe parlato sbavando le parole ed ero pronto a strappargliele di bocca; in tasca una trentina di domande. Ero preparatissimo. Poi, quando mi ritrovai davanti un gentiluomo vestito casual, un cortese signore lucidissimo, con molto da raccontare e tanto da voler spiegare a un ragazzino presuntuoso, ne rimasi colpito ed affascinato. Bob non si spese più di tanto per promuovere il suo disco solista, ma – capito che io sapessi del movimento dentro il quale era cresciuto poco meno che di ingegneria nucleare – si mise serenamente a descrivermi la nascita, la crescita ed il mutamento di quel movimento che io avevo incautamente definito “hippy”. E così me ne stetti lì, tranquillo, ad ascoltare la lezione del Professor Weir che mi raccontava come e perché non era mai esistita competizione tra i gruppi di San Francisco, l’immensa differenza con tutti quelli che venivano da Los Angeles, la ricerca delle radici musicali, i mille esempi, la nascita e la crescita della grafica, le infiltrazioni psichedeliche, Bill Graham e i suoi teatri, l’uso delle droghe, la realtà delle comuni, la violenza, Manson e la strage di Bel Air, la forza immensa che aveva avuto nella società statunitense l’arrivo del rock dall’Inghilterra e la lezione che lì se ne era tratta, la scomparsa del razzismo, l’amore, l’importanza di Dylan…..ricordo che per quasi due ore nessuno ebbe il coraggio di dire al chitarrista dei Grateful Dead che c’erano altre persone che volevano parlare con lui. Ma ricordo che alcuni personaggi che individuai come soggetti della Arista, la sua casa discografica, si misero a sedere nelle poltrone bianche che c’erano tra noi e iniziarono ad ascoltare affascinati. Alla fine, mi fu consegnato un pass senza scadenza perché così aveva voluto lui, con la richiesta di essere presente “ovunque e in qualsiasi momento” ai suoi concerti. E mentre mi accompagnavano verso una saletta di “decongestione” dove mangiare e bere qualcosa, venni più volte ringraziato “…per essere stato meraviglioso!”. Nessuno aveva mai sentito Bob raccontare tutte quelle storie del passato, tutte insieme e in quel modo. Ed io non avevo fatto altro che far trapelare che fino a quel giorno non ne avevo capito un beneamato cazzo. Che mi ero fidato delle stronzate che avevo letto fino a quel momento sui giornaletti che tanti ricordano ancora con nostalgia. Così me ne tornai fremente a casa dove nel mio minuscolo impianto londinese infilavo cassette di ogni genere ed avevo collegato un piatto di recupero per ascoltare i dischi che dovevo almeno aver sentito una volta prima di far finta di conoscerli bene.

(Grateful Dead al Rockpalast nel 1981)

Ma non avevo proprio niente di suo da riascoltare, di quei Grateful Dead che adesso mi bruciavano dentro. Così mi accontentai di attendere la fine di settembre, quando me ne sarei tornato a casa, quella vera. Non avrei mai immaginato che avrei visto i Dead calare eccezionalmente in Europa e sconvolgere il Rockpalast nel freddo di una fine di marzo. Tornato nella mia caverna toscana, svolsi i compitini a casa: sbobinai un bel po’ di interviste, le consegnai quasi in tempo a chi le aspettava e girai al Mucchio quella di Bob anche se con molto ritardo. In fondo, il suo disco non sarebbe uscito che quasi un anno dopo! Poi tirai fuori dalla libreria l’intera collezione dei dischi del Morto Riconoscente, non potendo fare a meno di ricordare che, persino nella traduzione del nome, il mitico Ciao 2001 l’aveva fatta fuori dal vaso: il Morto pieno di grazia, l’avevano chiamato…e mi ricordo che dai quei giorni di immersione totale ne venni fuori mutato, in meglio.

Non so se anche voi avete i vostri momenti di “in-questo-periodo-ascolto-solo-quello”. A me succede spesso. Sì, certamente non con i Dogs D’Amour o con gli Incubus, ma ci sono momenti della mia vita in cui mi sembra che solo quel gruppo e quel suono siano adatti a circondarmi in auto, in casa, mentre lavoro al computer o leggo. A proteggermi dalla vita. E quei periodi possono durare una settimana come un mese e quando ne esco fuori è come se avessi filtrato, decodificato e assunto dosi massicce di una medicina che ha cambiato, temporaneamente, il mio Dna uditivo. Quando mi accade con Zappa, ogni cosa diventa banale, scontata, già sentita, puerile, tanto incredibili sono le sue composizioni. Quando è Jimi ogni chitarra mi pare che tenti inutilmente di farne rivivere le sonorità, che tenti di scarnificare il blues come solo lui sapeva fare…ogni musicista produce un diverso effetto sul mio organismo. Da una trentacinquina d’anni, le mie immersioni periodiche con il mio Morto Riconoscente – a proposito: ma non vi pare un nome meraviglioso? Delirante e affascinante al tempo stesso? – mi riconciliano con decine di generi musicali diversi ed ogni volta ne emergo felice di aver imparato ad apprezzare qualcosa di nuovo che mi era sfuggito.

Per molti i Grateful Dead sono il gruppo di fricchettoni tossici che fanno pezzi da quaranta minuti, spesso così contorti da diventare inudibili. Niente di più lontano dalla realtà. I Dead sono una fantastica macchina che viaggia nel tempo attraverso i generi riuscendo a smontarne e rimontarne gli ingredienti essenziali donando loro un aspetto, dunque un suono, assolutamente unico e personale. Nello zoo musicale della San Francisco della seconda metà dei sessanta, in quell’immenso calderone di culture e di tendenze dove qualsiasi cosa poteva accadere in qualsiasi momento, dove qualsiasi minimo battere d’ali di farfalla portava a grandiosi mutamenti, dove creatività, sperimentazione e libertà assoluta dagli schemi erano le parole d’ordine, i Grateful Dead seppero individuare un inesauribile filone tutto e solamente loro. In primo luogo sgombriamo il campo dai dubbi di traduzione: la leggenda popolare del Morto Riconoscente è abbastanza diffusa nella tradizione anglosassone. In estrema sintesi la storia narra che un viandante incontrasse, a seconda delle situazioni, un cadavere non sepolto; provveduto alla sua inumazione per pietà, veniva in seguito ripagato dall’anima del morto che gli si rivelava sotto forma di sortilegio o di animali che ne salvavanola vita. Il gruppo di Jerry Garcia parve non aver scelto a caso il nome da questo racconto popolare, dato che il rispetto per il blues, le radici country e per tutte le melodie tradizionali che vennero fisicamente tradotte e tramandate dalla madrepatria Inghilterra dai primi coloni della Terra Promessa ripagarono, in qualche modo, i musicisti, preservando loro una nicchia artistica assolutamente unica.

I Dead nascono come un gruppo di blues non convenzionale filtrato dagli esperimenti rock abbondantemente bagnati dai test a base di droghe psicoattive promossi da Ken Kesey. Se la definizione di “rock psichedelico” debba avere per forza un punto di partenza questo non potrà che avere origine da loro. L’intera scena era un unico calderone di musica sperimentale, di libertà di approccio e di assoluta mancanza di schemi logici ma con i Dead l’incredibile riusciva a prendere forma e materializzarsi davanti agli occhi: una banda di giovani non-fuorilegge (quel genere di droghe, all’epoca erano assolutamente ed incredibilmente lecite in America) condizionati dalle esibizioni tenute in uno stato di semi-intorpidimento del pensiero erano in grado di seguire con assoluta lucidità le lezioni di bluesmen minori e di cantilene tradizionali restituendone una miscela mai udita. Al loro esordio, le canzoni di Jesse Fuller, un ignoto one man band che vagava per le strade di Frisco, di Walter Jacobs, di Noah Lewis, di Willie Dixon, Tim Rose o Sonny Boy Williamson si mescolavano con i primi grezzi vagiti dei loro prodotti.

Lo splendore di quel periodo, così come lo ricordo narrato da Weir, era che ognuno aveva la possibilità di fare la sua musica, di interpretare chiunque, comunque lo desiderasse e in qualsiasi luogo; i concerti erano per gran parte gratuiti ed eseguiti nel bel mezzo delle strade di un quartiere divenuto l’altare del nuovo rock californiano, all’incrocio trala Haight Street e l’Ashbury. La meraviglia stava nel fatto che decine di direttori artistici delle più famose case discografiche passavano le loro giornate ad ascoltare nei garage, nelle strade e nelle prime nascenti sale da concerto centinaia di gruppi emergenti, mettendole sotto contratto e diventando pazzi nella vana speranza che lo spirito di San Francisco, quello della collaborazione totale, permettesse loro di mantenerne il filo conduttore dei diritti d’autore. Ovviamente cosa impossibile da ottenere. I Grateful Dead erano permanentemente ospiti in studio e sul palco di altri gruppi come  Jefferson Airplane , Quicksilver Messenger Service,  Moby Grape, C.S.N & Y, Santana, It’s a Beautiful Day, Country Joe & The Fish, Big Brother, Steve Miller…e mille altri. Andare oggi a leggere le note di copertina di ognuno di quei dischi dell’era d’oro del rock significa ritrovarli tutti; provate a immaginare cosa avrebbe potuto significare essere lì, presenti, a quegli happening. Chiunque ne sarebbe stato inevitabilmente coinvolto. Provate a chiederlo ai fratelli Allman…

(Haight & Ashbury: il centro della controcultura nella San Francisco degli anni sessanta)

Già dal secondo disco il materiale originale era così straboccante da non vedere neppure una sola cover presente, anche se parlare di cover, nell’intera carriera di Garcia e soci sarebbe riduttivo: come già detto la conoscenza di alcune matrici era già di per sé stupefacente ma il trattamento riservatogli del tutto inatteso. Nel 1968 i Dead avevano non solo già gettato le basi ma ampiamente esplorato il terreno che avrebbe dato luogo alle jam bands a venire; nel concetto di jam era necessario dare per scontato che i brani si sarebbero dilatati, le improvvisazioni avrebbero debordato, i fili logici, apparentemente, perso consistenza. Ma era solo apparenza: tutto, nonostante tutto, era in pieno controllo. Le due batterie prendevano diversi tempi, seguendo il basso libero e prominente di Phil Lesh, jazzato in pieno “stile Charlie Mingus”, le due chitarre stendevano un tappeto sonoro continuo, armonico e conduttore, sostenuto dalle tastiere; le due voci di Garcia e Weir sceglievano con cura i brani a loro più adatti.

Con “AoxomoxoA”, un nome palindromo creato da Rick Griffin uno dei più famosi e talentuosi artisti psichedelici e fumettista dell’epoca, la vetta del rock acido era raggiunta; i Dead su quel disco proponevano eccezionale musica aiutati dai testi di Robert Hunter, visionario e poeta.  La vetta più alta del rock psichedelico proveniente da San Francisco. Ma se “quei” Dead, quel suono, non risultasse “la vostra tazza di tè”, nessun problema. Come solo tutti i grandi gruppi hanno saputo fare nelle loro vicende artistiche, il rinnovamento ed il cambiamento erano alle porte, e nel caso dei Garcia e soci, i ritmi del cambiamento furono sostanzialmente dettati dal fato che gli strappò via, uno ad uno, tutti i tastieristi segnando con la differente mano il differente colore delle loro composizioni. Fu difatti con la malattia, prima e la morte in seguito di Ron McKernan che l’elemento country e bluegrass ebbe il sopravvento sui suoni acidi a favore di accenti più marcatamente acustici; Ron era fortemente dipendente da qualsiasi tipo di droghe e il suo apporto al gruppo divenne eccessivamente altalenante. Talvolta era l’armonicista Tom Constanten a prenderne il posto, talvolta si faceva a meno delle tastiere, le due chitarre coprivano a sufficienza le necessità. Ma fu con quei due album melodiosi e infinitamente belli  che la sterzata fu visibile a tutti.

I Grateful Dead erano sinonimo di esibizione dal vivo ed i dischi di studio erano poco più di necessità professionali; ma i dischi dal vivo non avrebbero comunque mai potuto rendere né l’atmosfera di avvenimento né avrebbero neppure mai avvicinare i tempi di esibizione del gruppo che, nei momenti di miglior salute poteva anche suonare per quattro o cinque ore consecutive con una sola pausa per bere, mangiare e sostituire gli strumenti. Ma fu il primo live, “Live/Dead”, a segnare il punto di svolta di quel cambiamento. E la sequenza dei due “Workingman’s dead” e “American Beauty” che lo seguirono a marcare un terreno allora solo parzialmente visitato. I due dischi, da considerarsi come un tutto unico potrebbero essere considerati “il Led Zeppelin III” di Garcia e Weir, con composizioni immortali, bellissime, liriche e melodiose, probabilmente dovute al rinnovato rapporto di amicizia con Crosby Stills e Nash che li spinse verso un suono più intimo, meno elettrico, con David Crosby a giocare con droghe e voce e a indurli a capire che anche cantato e cori potevano essere considerati uno strumento. “Da morto vorrei essere ricordato come il più grande cantante di armonie del mondo…dei miei gruppi non me ne frega niente!”  mi disse Crosby un paio di vite fa e dovette essere grosso modo questa la sua lezione consegnata agli amici. Il risultato furono pezzi immortali come “Uncle John’s band”, “Dire Wolf”, “Cumberland Blues”, “Casey Jones”, “Friend of the devil”, “Sugar magnolia”, “Candyman” “Ripple”…io ritengo in cuor mio, sinceramente, che un amante dell’acustico, della melodia e del blues non possa considerarsi completo senza portarsi dentro quelle linee musicali, senza conoscere quelle canzoni.

Oramai il gruppo era solo poco meno di un contenitore di emozioni, un luogo di sperimentazione progressiva, dove musicisti e autori di ogni genere venivano citati e intervenivano a portare le proprie esperienze intorno agli elementi essenziali. Tutti ruotavano intorno al tutto. Una sorta di approccio del tutto opposto a quello scelto da Zappa non lontano da quelle strade della California ma che basava l’utilizzo di musicisti selezionatissimi ma ai soli fini sperimentali del leader. I Grateful Dead erano una palestra dove Merl Saunders (un successivo amico e sodale di Garcia) veniva e indirizzava con le sue tastiere verso nuovi sentieri, dove David Grisman prendeva per mano Garcia e lo portava alle radici del bluegrass, dove Keith Godchaux e sua moglie Donna Jean facevano per le prime volte capolino prima del grande salto al di qua dell’oceano.

Quando nel 1972 i Grateful Dead approdavano in Europa per il primo, vero e lungo tour, il Trumpets era troppo giovane per permettersi di riuscire a convincere pur un padre permissivo come il suo. E ricordo che il tentativo del sedicenne avvenne comunque. Portai il mio babbo in camera mia e misi sul piatto Workingman’s Dead; poi gli chiesi se gli fosse piaciuto e al suo assenso – mio padre aveva un eccellente orecchio! – domandai se avrei mai potuto ottenere di andarmene in treno a Parigi all’Olympia a vedere quel gruppo. Ricordo perfettamente che l’ambigua risposta fu: “Vedremo”. Ma ricordo con assoluta certezza che io, quella sala da concerto, non la vidi mai. Peccato, perché mi persi il primo vero tour dei due Godchaux e l’ultimo di McKernan, con alcune delle esecuzioni più memorabili in assoluto dei Dead.  Un diciassettenne, tal Declan MacManus, invece, c’era e descrisse l’esibizione di Garcia, Weir, Kreutzmann, Lesh, Hart, Godchaux e McKernan come “una rivelazione”; una rivelazione che si stampò nella mente del ragazzo al punto che decise di chiamarsi Elvis Costello e iniziare a cantare, folgorato dal Morto Riconoscente.

(il tour europeo del 1972 dei GD)

Tutt’oggi sono convinto che chi non si commuova ascoltando la versione di quel tour di “Morning Dew” non possieda realmente un cuore ma un pezzo di legno non in grado di amare le due chitarre tese a snocciolare accordi delicatissimi e la voce di Garcia a duettare con le armonie di Weir e Donna Jean: nessun confronto con qualsiasi altra versione precedente! Ma quello che ha reso immortali nelle mie preferenze i deliri dei californiani è stata quell’attitudine imprevedibile a svoltare improvvisamente nel corso della linearità delle proprie esibizioni, imboccando ambienti musicali privi di mura o strutture vincolanti; luoghi dove l’unico scopo era esplorare quel nuovo territorio appena incontrato, incrociando senza regole predeterminate il jazz, la psichedelia, il folk, il blues. Un’avventura che si rinnovava ogni sera, priva di direzioni prestabilite e dove l’intero gruppo si avventurava, insieme o singolarmente. Tutti protesi verso l’inatteso, dove la forma originaria della canzone veniva abbandonata e mai ripresa per due volte nel medesimo modo. E deve essere questo che ha fatto nascere e proliferare una generazione di seguaci fermamente determinati a seguire ogni viaggio del gruppo, ogni concerto: i Dead Heads, quelli che registravano, incoraggiati, ogni spettacolo con il permesso della band e che hanno condotto alla moltiplicazione sistematica di tutti i concerti ufficialmente registrati che riempiono le discografie mai del tutto complete della band. Una consuetudine ripresa e rinnovata dalle jam bands che si incamminarono su quella strada, dagli Allman Brothers ai Government Mule, dai Cream ai Little Feat, fino ai Phish passando per cento altri.

Impossibile, però, non citare e ammirare il coraggio ed il lavoro di personaggi come Bill Graham che in quella musica e in quei gruppi credette fin dal primo momento basando il suo lavoro di promoter non solo sulla gestione delle sue sale da concerto, ma anche sulla selezione e scelta dei musicisti; senza personaggi carismatici, preparati e creativi come Graham molto non sarebbe mai nato, molto mai giunto ai nostri giorni.

(Bill Graham)

Ma il nostro Morto non si fermò in Europa e lasciando sviluppare le personalità individuali e smussando angoli vivi divenne un’immensa band dalla sconfinata professionalità e non a caso criticata da coloro che l’avrebbero sempre voluta vedere un insieme di tossici privi di controllo, legati a vita a quell’immagine di freaks perpetrata nei secoli. Le scorribande sonore nell’acustico si equilibrarono perfettamente con quelle imprevedibili nel rock elettrico e nel jazz con spettacoli che prevedevano un paio di ore delle due differenti anime del gruppo, nettamente separate seppur equamente importanti. All’abbandono dei due Godchaux seguì l’ingresso di Brent Midland alle tastiere, mentre la maledizione colpiva Keith a due soli mesi dall’uscita del nuovo disco con il sostituto, che moriva in un incidente stradale. Brent che sarebbe morto di overdose a sua volta, dieci anni dopo, sostituito da Vince Welnick proveniente dai Tubes e morto suicida in seguito a crisi depressiva nel 2006. Ma il cerchio si era già chiuso per sempre il 9 agosto del 1995 con l’inevitabile morte di Jerry Garcia, dovuta ufficialmente ad un attacco di cuore ma certamente indotta da una vita di eccessi e usi smodati di farmaci e droghe. Con la morte di Garcia, leader-non leader, comandante timido, personaggio troppo fiducioso nell’eterna robustezza del corpo umano, entrato e riuscito troppe volte da centri di riabilitazione per riuscire a vincere la sfida con se stesso, moriva anche l’essenza del gruppo. Ma i Dead degli anni ottanta e novanta hanno lasciato una traccia indelebile, nella musica americana. Se dovessi suggerire a chi non li ha mai avuti per le mani un punto guida da cui partire – centinaia sono oramai i dischi attribuibili al gruppo – direi di iniziare proprio dai due album semiacustici dei settanta e di centellinarsi i due spettacolari doppi  “Reckoning” e “Live Set” del 1981: messi insieme rappresentano quanto di più prossimo esista nel ricostruire un’esperienza dal vivo completa. Album imperdibili per un appassionato. Album ottimi per partire verso il proprio personale viaggio.

(Jerry Garcia)

Garcia, da solista, pubblicò una quantità immensa di album: da solo, con la band acustica, con quella elettrica. Con i New Riders of The Purple Sage, con band di Merl Saunders, con gli Old & in the Way una sorta di supergruppo bluegrass insieme a Grisman, Clements, Rowan, con il solo Grisman, con i Dead a fare da gruppo spalla di Bob Dylan. Bob Weir una dozzina di dischi: da solo, con i Kingfish, con Bobby and the Midnites, con i RatDog. Bill Kreutzmann ha suonato a lungo da solo ed è ospite in centinaia di album di prima fila. Mickey Hart, il batterista etnico del gruppo, ha seguito le orme del compare Bill. Robert Hunter ha potuto contare sugli amici per pubblicare una dozzina di album, niente male per uno scrittore e autore di testi! Phil Lesh è stato ed è ovunque, ma in seguito al trapianto completo di fegato è dal 1998 in prima fila per testimoniare la donazione di organi.  E se stasera vi venisse in mente di trascorrerla al buio, con il vostro cuore, il country, bluegrass, old-time music e un po’ di tradizionali gighe irlandesi, andate a scaricarvi “Shady Grove” di Garcia/Grisman. Con il disco vi scaricherete anche un virus psicologico difficilmente cancellabile. Il resto lo comprerete con calma.

Giancarlo “grazie della pazienza” Trombetti

SUNDAY KIND OF (SNOWY) LOVE

5 Feb

Domenica mattina, ti svegli appena dopo le sette ma ti senti sufficientemente in forma.

Primo pensiero: com’è la situazione metereologica del posto e del cuore in riva al mondo? Sbirci dalla finestra: qualche altro centimetro di neve è caduto, di questi tempi l’animo singhiozza, ma  il non vedere oltre la coltre ha un effetto anestetizzante sui blues, così per qualche secondo ti rigiri nel grembo di madre neve, imbarazzato un po’ dai risvolti poetici e un po’ stucchevoli dei tuoi pensieri.

(white sunday in Borgo Massenzio – foto di TT)

Secondo pensiero: cosa ascoltare? ETTA JAMES,  digipack della Universal/Chess del 2000 di AT LAST, album pubblicato il 15 novembre 1960.

Terzo pensiero: fame. Thè, Spremuta, pasta diplomatica, pasta di frutta, banana. Il caffè non ho voglia di farmelo. Ci pensa la groupie. Meno male. Ci verso anche uno spruzzo di Southern Comfort…non sono nemmeno le otto, ma non importa, sono un uomo di blues, se la dispepsia mi lascia in pace io il Southern Comfort lo bevo quando ne ho voglia.

Quarto pensiero: raccolta differenziata rifiuti, sfamare i gatti, fare la rotta. Moonboot, sciarpa, cappello. Il sacco bianco per la plastica, il contenitore verde delle lattine e del vetro, il contenitore marrone dell’umido, il contenitore blu della carta, il contenitore nero del secco non riciclabile. Il tutto posizionato con assonanza cromatica  (il nero e il blu naturalmente vicini) sul ponticello. Il gatto Patuzzo non si vede, sono settimane che torna a casa ogni due / tre giorni con sempre una ferita in più. ..ama fare a botte il ragazzo. Spavve, Raissa e Ragni si strusciano alle mie gambe,benchè la ciotola dell’acqua fosse in garage, c’è un velo di ghiaccio sulla superficie dell’acqua. Pala e per un’ora libero il cortile dalla nuova neve.

Girozolo intorno al posto in riva al mondo, il cielo è velato, un sole magro come me cerca di affacciarsi, una densa foschia confonde il cielo con la neve, nei campi parecchie orme di lepri.

(Borgo Massenzio white haze – foto di TT)

(Borgo Massenzio: in the icy – foto di TT)

Quinto pensiero: L’Inter. Come Leonardo lo scarso (ops…scorso) anno in una settimana il principe Ranieri ha sputtanato l’ottimo lavoro fatto negli ultimi due mesi: fuori dalla Coppetta Italia e in campionato da potenzialmente terzi a quinti con distanze ormai siderali dalla squadra innominabile,  quella col presidentino dalla faccia poco intelligente che ieri ha dichiarato con orgoglio “Giraudo è come un padre per me”. Oggi siamo a Roma, contro una squadra che mi è sempre stata simpatica, malgrado le zuffe degli ultimi anni. Anche Luis Enrique mi è simpatico, ma dobbiamo vincere… come sempre capita da quando Josè se ne è andato, ho una grande insicurezza a tal riguardo. Beh, cambio album di Etta James, mi serve qualcosa di meno morbido. A pranzo un cinegiappo e poi vediamo che succede.

……………………..

CATTIVA COMPAGNIA “Dedalo”

4 Feb

 

written by Tirelli – Togni

copyright Siae 1999

CATTIVA COMPAGNIA 1999:

Tim Tirelli – 6 & 12 strings electric guitar (the doubleneck!)

Mel Previte – lead guitar & production

Fausto Sacchi – vocals

John Paul Cappi – bass

Mixi Croci – drums

 

 

SEDICI SOTTO ZERO BLUES

3 Feb

Dopo un paio di giorni bloccato a casa per neve e febbre fredda mi metto in macchina direzione Stonecity. La stradina del posto in riva al mondo è una pista da bob, mi muovo lentissimo. Il termometro segna ancora la temperatura del garage: 0 gradi. Inizia poi a scendere man mano che la blues mobile si infila nella cuffia di freddo che avvolge la pianura: -3 – 5 – 7. Un paio di km e sono a Gavassa: -12. In macchina RADIO CAPITAL, le news, gli speaker piuttosto in gamba e la musica quasi sempre gradevole (ore 08,15 Le Orme…mica tanti i network commerciali che sparano quella roba nel primetime). Esce il sole, la tangenziale è pulita, così come la Emily Road ma le strade meno battute sono lunghe piste bianche. Lo spettacolo è bellissimo. Riprendo strade di campagna, si viaggia a 30 all’ora mica di più. BATH, LITTLECOURT, SAINT DONNINO, circumnavigo la tenuta Spalletti …il termometro tocca i -16.

(Near the Spalletti’s Estate – Saint Donnino – foto di TT)

(16 below zero – foto di TT)

Oh, non me lo ricordavo un freddo così. E’ un freddo pulito, sano, un freddo che sembra disinfettare le cattiverie del mondo.

(Stonecity’s outskirts today – foto di TT)

(Stonecity: James Puccini boulevard – foto di TT)

A Stonecity i cm di neve sono almeno 50, trovare uno spazio dove parcheggiare le macchine non è semplice, ma non mi danno l’anima, è davvero tutto così bello che non mi pesa nemmeno troppo recarmi in ufficio con un sacco di lavoro arretrato da fare. Un thé, una bella fetta di panettone, tre mandarini, seleziono THE SMOKER YOU DRINK THE PLAYER YOU GET di JOE WALSH dal disco fisso e le due casse Creative del PC iniziano a soffiare bella aria sonora. Mi metto al lavoro.

And me, I’m feeling fine
Still get lonely
I don’t mind

ROBERT PALMER “Drive” (Universal – 2003) TTTTT

2 Feb

Di questo disco me ne parlò PICCA mesi fa. Eravamo ad uno di quegli incontri della Congregazione degli Illuminati del Blues quando tirò fuori questo titolo e disse “E’ molto bello”. Quando Picca dice che un disco è molto bello, meglio credergli.  Lo ordinai poco dopo su Amazon ma mi arrivò molto più tardi, qualche settimana fa. Questo è un disco di blues, di blues vero, un disco con la stessa credibilità dei dischi di Muddy Waters fatti con la Chess. Robert Palmer ci sapeva fare, che il demonio lo abbia in gloria. Questo è uno di quei dischi di blues che dovrebbero essere portati ad esempio, che dovrebbero essere insegnati a scuola. Niente accademia, niente giri rompipalle, niente blues annacquato che piace anche a chi guarda i programma Mediaset. Un disco di blues fatto nel 2003 che sia credibile, sembra un ossimoro, eppure RP ci è riuscito.

MAMA TALK TO YOUR DAUGHTER di J.B.Lenoir è un blues feroce, affrontato con una convinzione porca e che apre le porte ad una serie di episodi che toccano le varie sfumature del blues, TV DINNER degli ZZTop inclusa , fighissima. Sei lì ormai perso in un groove spirutuale denso di blues quando – appena introdotta da LUCKY – arriva STELLA, un’onda dal mar dei caraibi che arriva a spruzzarti. Sul momento rimani stupito, ma poi capisci che fa tutto parte dello stesso quadro.

DR ZHIVAGO’S TRAIN si dipana lungo matasse di binari americani con un  senso di disperata tristezza che evapora non appena parte AIN’T THAT JUST LIKE A WOMAN un blues veloce alla CANNED HEAT. Ancora ferocia ed eleganza sguaiata in HOUND DOG per poi scivolare sul fango della Louisiana con CRAZY CAJUN CAKE WALK BAND. Bello poi notare che anche le scelte meno originali come I NEED YOUR LOVE SO BAD e IT HURTS ME TOO sono corroborate da performance di rilievo che evitano che il ditino agisca sul telecomando per andare alla prossima canzone. Chiusura alla porca madosca con IL BLUES DEL VITELLO DELLA MUCCA DA LATTE (sì, certo, MILK COW’S CALF BLUES) del nostro padre putativo, ROBERT JOHNSON.

Gran disco dunque, per quelli come noi un disco da avere, in versione originale. ROBERT PALMER, we salute you…già, ti rendiamo onore, Roberto.

NEVE CHE SCENDE BLUES

1 Feb

Ieri sera: esco dall’ufficio alle 17 non tanto per la neve che dalla mattina ha iniziato a cadere ma perché sono sotto i colpi di una febbre fredda che mi prende alle ossa. Mi sento a pezzi, la schiena mi duole, il costato mi duole e per non farmi mancare nulla anche l’animo mi duole. Strano, di solito la neve distende i miei blues, li rende lievi. In questo tardo e scuro pomeriggio di fine gennaio va in questo modo, così invece che ascoltarmi qualcosa di più consono, qualcosa che si allinei allo spettacolo della neve che scende…che so, l’ultimo di KATE BUSH, il digipack violetto di AT LAST di ETTA JAMES o il disco di KOSSOFF KIRKE TETSU RABBIT mi sento COMEBLACK, l’ultimo degli SCORPIONS, versione giapponese of course.

Hard rock dalle velleità moderniste,  vecchi successi rifatti e un po’ di cover. Metallo teutonico, niente di che, ma neppure malaccio.

Sulla Emily Road all’altezza di Herberia l’anima mi va in pena, c’è un non so che di indefinito che mi ottenebra, ho messo le gomme termiche al mio cuore, ma fatica a tenere la strada. Un senso di fastidio, di insoddisfazione, di mancata chiusura del cerchio nei rapporti con le persone. Mi rinchiudo dentro una armatura d’ indifferenza. Cerco di uscirne guardando la neve che scende, pensando al mio nuovo Samsung Galaxy S Plus col collegamento internet, canticchiando l’ultima canzoncina che ho scritto…NEVE CADRA’, ma poi la penso lì chiusa nel cassetto…chissà se mai uscirà, così cambio pensiero, anzi annullo il pensiero e mi metto ad osservare la strada, le macchine, il ritorno a casa delle persone sotto la neve.

(Herberia city lights in the snow – foto di TT)

10/20/30 km l’ora…non di più, a LA MAISON volto lo sguardo a destra, a bordo strada scorgo un negozietto fuori dal tempo, un ripara televisori…vedo uno televisore grossissimo, immagino fine cinquanta inizi sessanta, con lo schermo bombato di un colore verde marcio/grigio che mette paura, lo vedo questo omino in una specie di tuta blu ad aggiustare vecchi apparecchi…è un salto nel tempo di qualche decennio.

Un’ora e quarantacinque per arriva nel posto in riva al mondo. Un doccia calda, tagliatelle in brodo e un film su sky. Chiudo le finestre, nevica.

Stamattina apro le finestre, nevica.

(Domus saurea’s windows – Foto di TT)

Brian è tappato in casa, Sarwooda mi avvisa che difficilmente riuscirà a raggiungere l’ufficio. Sento Lakerlit, mi dice che lei ormai è arrivata ma che a Stonecity ci sarà mezzo metro di neve. Scendo a dare una occhiata alla situazione. Uhm, mi sa che stamattina sarà dura andare in ufficio anche per me. Mica facile uscire dal posto in riva al mondo quando nevica abbondantemente.

(Mica facile uscire dal posto in riva al mondo – foto di TT)

Non sono ancora a posto ma un giretto intorno alla domus saurea me lo faccio, seguo l’irresistibile istinto di perdermi nella campagna mentre nevica, cercando di replicare con la mia ridicola scenetta, le gesta di JEREMIAH JOHNSON.

(Feel like Jeremiah Johnson – Tim Tirelli lost in a snow daze – foto di LS)

Non posso stare fuori a lungo, non sto ancora bene, sento ancora qualche acciacco e non voglio rischiare, ma assaporo il candore che la neve mi infonde nel cuore. Non posso fare la rotta in queste condizioni così ci arrangiamo chiedendo al vicino – che è lì fuori col suo trattore – se può dare un colpo anche  qui da noi. Lasàurit e Leo (che vive qui sotto) controllano le operazioni. Leo gli chiede più volte quanto gli dobbiamo per il disturbo, Borziani risponde:

Se et vee ancora avanti a vegn zo’ e at dag” (Se vai ancora avanti vengo giù e te le do). Sorrido, la rude fratellanza contadina è uno spettacolo.

Do una occhiata alla posta, ai messaggi, a facebook, ai vari forum che di solito frequento. E’ tutto un ribollire di lamentele da parte di gente che non sopporta la neve e che non tollera quelli a cui piace. Mi sorprendo sempre di questa rigidità, di questo ripiegarsi su se stessi, è il mondo che deve adattarsi a noi e non viceversa…certo. Capisco che a uno non possa piacere la neve (anzi non lo capisco proprio) ma perché prendersela con noi che invece la amiamo? Non siamo mica noi che la facciamo cadere. Noi prendiamo quello viene, se nevica siam contenti ma cosa c’entriamo noi…magari fossimo così potenti da influire sul tempo. Alla minima difficoltà andiamo in tilt, certo… devo fare la rotta, mi si sporcano le scarpe, ci metto due ore ad arrivare, stasera devo uscire, non posso muovermi…che arroganza, che poca lungimiranza, l’individualismo come unica forma di pensiero…d’inverno c’è troppo freddo e c’è la neve, d’estate si muore dal caldo, in primavera guai sei piove un giorno, l’autunno fa schifo…mai che si riesca ad avere uno sguardo d’insieme, mai che si riesca a posizionare l’essere umano nella giusta prospettiva. Bah, meglio non pensarci…meglio guardare dalla finestra la Borgo Massenzio Skyline, godere di questo meraviglioso manto bianco che per un giorno o due riesce a coprire tutto il casino del mondo…mentre dallo stereo CHRIS REA canta I WILL GO ON…

I got a cold grey morning,
waiting for me
I look out my window,
sure don’t like what I see
seems like the devil himself
is singing my song
but I pick myself up
and I will go on.
 
Black dogs are howling in the wind and rain.
seems like the devil himself
is callin’ my name
but I can’t never give up
no matter how long
so I pick myself up
and I will go on
so I pick myself up
and I will go on.

There’s thunder on the mountain.
there’s a wild storm at sea
but when I think of your sweet love
it means nothing to me
so I will never give up
no matter how long
I pick myself up
and I will go on
pick myself up, yeah
and I will go on.
 

Le Storie di Blues di Polbi:EDDIE KIRKLAND

30 Gen

Questa e’ una storia incredibile, di quelle che se le vedi nei film pensi che siano un po’ esagerate. Una storia lunga, fatta di strade secondarie e palcoscenici, di luci ombre e chilometri. Una storia di emozioni e passione, di illusioni e cadute.

Questa è una storia vera, una delle tante storie del Blues.

L’anno scorso, in una mattina di febbraio, mentre noi eravamo occupati a vivere le nostre vite, una Ford station wagon veniva investita da un pullman greyhound in Florida. Il conducente dell’auto stava tentando una rischiosa inversione di marcia, il bus non ha potuto fare altro che investire la macchina e trascinarla per molti metri in un caos di fumo e fischi di freni. Tutti illesi i passeggeri del bus, purtroppo gravemente ferito l’automobilista. Morira’ in ospedale a Tampa poche ore dopo.

E’ un anziano signore afroamericano, ha 88 anni, è sposato con nove figli. In macchina aveva pochi indumenti, una chitarra elettrica e un amplificatore. Il suo nome è Eddie Kirkland, ed era in tour negli States.

La notizia della sua morte arriva come una mazzata sul popolo del blues. Kirkland era uno degli ultimi bluesman originali, quelli che questa musica l’avevano praticamente inventata nel secolo scorso. Era, a modo suo, una leggenda.

Che fine che ha fatto Kirkland, che morte romantica. Sembra una sceneggiatura di un film, il vecchio bluesman in macchina da solo che attraversa gli Stati Uniti in tour. Ma questa non una fiction, questa e’ realta’, la straordinaria realta’ di quest’uomo, che per una vita intera ha trascorso dieci mesi all’anno in giro per il mondo a suonare blues.

Una vita straordinaria partita subito con il piede sull’accelleratore.

La madre di Eddie aveva solo 12 anni quando lo metteva al mondo in Jamaica. E ditemi voi quanti bluesman ci sono, nati in Jamaica. Ma ecco che la giostra della vita si mette in moto velocemente per il nostro, e madre e figlio (nessuna notizia del padre a quanto pare) si trasferiscono nel sud degli states a trovare lavoro. Che trovano, ovviamente, nelle piantagioni del Mississippi.

La ragazzina madre lavorava e per non lasciare il bambino da solo lo portava con se, lasciandolo all’ombra degli alberi alla fine dei filari. Qui Eddie Kirkland ascolta la sua prima musica, il canto dei lavoranti sara’ la sua ninna-nanna.

Non deve essere stato semplice vivere da piccolo in quelle circostanze, e un bluesman locale di nome Blind Blake lo prese in simpatia, trasmettendogli i rudimenti per suonare chitarra e armonica. Gli insegno’ anche, per come poteva, a cantare. A tirare fuori da gola e polmoni tutto quello che nell’anima non ci voleva piu’ stare.

Poi un giorno, quando aveva piu’ o meno 11 anni, arrivo’ un Medicine Show.

Noi queste cose le abbiamo viste nei film western, ma esistevano davvero. Giravano il paese con carri e tende, una specie di piccolo circo, vendendo intattenimento e improbabili medicinali, cose tipo olio di serpente e simili. Sugar Girls Medicine Show si chiamava, e il piccolo Eddie decise di nascondersi nel carro e partire con loro. Ci rimase un anno, cantando nel coro con Miss Diamond Tooth Mary. E qui non posso proprio fare a meno di pensare alle differenze abissali che ci sono fra il nostro mondo e quello di questa storia. Se un bambino scappa di casa, da noi, giustamente, si allarma mezzo mondo. Chiunque lo vede lo riporta in dietro immediatamente, non si discute. Lui invece rimane a cantare con il Medicine Show delle ragazze dolci per un anno. Roba da matti. Ma un bel gioco, spesso, dura poco, e la compagnia si scioglie lasciando Eddie in Indiana. Le cose in questa fase della sua vita si fanno un po’ fumose, non si capisce bene come o con chi, ma il ragazzo va a scuola e, ormai cresciuto, si arruola e parte per la seconda guerra mondiale. In qualche intervista nel corso della sua rocambolesca vita, Kirkland disse che le discriminazioni razziali trovate nell’esercito per lui furono veramente troppo, una cosa proprio inaccettabile. Fatto sta che prese a calci in culo un superiore e la sua vita militare fini’ senza gloria. Gira anche voce che in guerra si sia trovato a dover far fuori tre persone per salvarsi la pelle, e che si sia buscato un colpo di pistola di striscio alla testa. Qualcun altro fa risalire quest’episodio ad un periodo differente, ambientando tutta la cosa negli states mentre il nostro era in tour. Fatto sta che prima o poi questa avventura sembra proprio che sia veramente successa. Ma torniamo alla nostra storia.

A questo punto, lasciato l’esercito, Eddie si riunisce alla madre e vanno insieme a vivere a Detroit. Un lavoro alla Ford, catena di montaggio, di giorno e blues di notte nei locali di Hasting Street. Un destino comune a molti in quegli anni.

Vivere al sud voleva dire disoccupazione e fortissima discrimainazione razziale. Negli anni ’60 mentre noi eravamo gia’ tutti nati, non secoli fa, negli stati del sud vigeva un rigido regime razzista. I neri non potevano condividere autobus, locali pubblici e quant’altro con i bianchi. Erano trattati da animali, formalmente liberi ma praticamente schiavi. Andarsene a nord voleva dire emanciparsi da tutto questo. Ovvio che le anime piu’ inquiete, uomini di blues ed avventura furono i primi a levare le tende. Chicago e Detroit fra le mete piu’ ambite, divennero la culla del nuovo blues elettrico metropolitano.

Ed e’ in questo ambiente fatto di bar e locali notturni, poche luci e tante ombre, che Kirkland incontra John Lee Hooker. I due diventano amici e suonano insieme per un bel po’. Sembra che il giovane Eddie, pur non essendo un chitarrista di grande tecnica (o forse proprio per questo), fosse uno dei pochi se non l’unico in grado di supportare lo stile imprevedibile ed innovativo di Hooker. Si trovavano bene insieme, i due bluesmen. Possiamo solo immaginarli, a dormire in piedi alla Ford di giorno e ad infuocare le gelide notti di Detroit, sempre in ritardo, sempre un po’ scassati, mai perfetti ma al tempo stesso magici. Le registrazioni di quel periodo sono fra le cose piu’ emozionanti. Suoni rozzi, registrazioni spesso fatte in luoghi improvvisati, con mezzi limitatissimi. Ma quando le ascolti, a distanza di tanti anni, sono ancora cosi’ intense da far paura. Il blues, ancora non addomesticato dai bianchi, ti arriva dritto nell’anima. Senza filtro, duro e puro.

Registra cose anche per conto suo Kirkland, singoli, cover, materiali che piu’ o meno si raccoglieranno nel primo album “ It’s the blues man!”. Fra i vari pezzi un Democrat Blues, tanto per chiarire da che parte sta il nostro. Ma ogni registrazione e’ differente, cambiano i musicisti, le etichette, gli stili. Tutta roba amata oggi come allora dai veri seguaci del blues, ma mai baciata dal successo commerciale. Tanto che dopo aver suonato per tutti e con tutti nei suoi anni a Detroit, Eddie si trasforma in tour manager rimanendo in giro ininterrottamente per due anni con J.L. Hooker. Il quale, ormai famoso, lo lascia a Macon, Georgia, per andarsene in tour in Europa.

Un bel posto Macon Georgia in quegli anni. Un bel posto anche per Eddie Kirkland che trova subito pane per i suoi denti. Entrato in contatto con la vivacissima scena locale, diventa chitarrista e leader dellla band di Otis Redding. Registra, va in tour, compone, per i primi anni l’attivita’ musicale di Kirkland a Macon e’ frenetica. Pubblica anche dei singoli per conto proprio con il nome abbreviato in Eddie Kirk. Ma il successo vero, per lui, non arriva. I suoi amici sono diventati famosi, star mondiali, ma lui no. Ha dei figli, le spese aumentano, le prospettive non sono luminose. E alla fine, stanco di correre, molla. Getta la musica in un angolo, chiude a doppia mandata i suoi blues nel profondo dell’anima e si mette a fare il meccanico in un officina. In fondo, gli anni passati alla Ford serviranno pur a qualcosa.

Ma non dura. Qualcuno gli offre la possibilita’ di fare un altro disco, magari le cose stavolta possono andare meglio, chissa’. Lui accetta, l’album uscira’ con il titolo emblematico “ The Devil and other blues demons”. Le cose non cambiano, la sua musica non diventa famosa e i soldi veri non arrivano, ma Kirkland adesso sa che senza andare in giro a suonare lui proprio non ci sa stare.

Da meta’ anni settanta in poi collabora con molti proggetti, in particolar modo con i Fogath, band britannica trapiantata a NYC. E’ sul palco che Kirkland da’ il meglio di se’, alternando momenti di puro show, invasato in mille spettacolari acrobazie, ad altri invece piu’ intimi e toccanti. E ancora: si riunisce con Hooker, va in tour praticamente senza sosta, incide altri album, e’ ospite in dischi altrui, suona in grandi arene, festival, teatri, club e piccoli bar malandati. Canta e suonala chitarra Eddie Kirkland, che il dio del tuono e del rock and roll lo abbia in gloria, sempre e comunque, senza pretese, ovunque ci sia qualcuno che voglia condividere i suoi blues per una sera. E cosi’ passano gli anni, le notti e i chilometri. Alle volte si mette in testa un turbante, oppure una parrucca. Si presenta come “ Lo Swami del Blues” o anche “ Warrior of the Road”, “Blues Gypsie”, tanti nomi ma e’ sempre lui, in un vortice di anni e concerti. Da solo, autista, roadie e tour manager di se stesso. Sessanta, settanta, ottanta anni, non si ferma Eddie Kirkland. Non posso non pensare alle band che si fanno intervistare in alberghi cinquanta stelle e dicono “…i primi due anni andavamo in tour tutti e cinque nello stesso furgone, e’ stata dura man…”

Ci penso a queste cose, penso a Kirkland la sera tardi quando porto il mio cane in giro per le strade di Roma. Penso al suo coraggio, a quanto ce ne vuole a volte per essere coerenti con se stessi nella vita e al prezzo da pagare. Penso a come si sia sentito da solo on the road, come abbia fatto a trovare quest’equilibrio. E come spesso succede, guardiamo le vite degli altri e finiamo a riflettere sulle nostre, con tutto quello che ne consegue. Penso a tutte queste cose in queste notti umide di gennaio, mentre io e il vecchio Cook camminiamo lentamente verso casa, in questo inverno italiano di navi affondate e governi tecnici. Vorrei fare qualcosa di piu’, vorrei indagare piu’ a fondo, trovare qualche testimonianza di prima mano. Mando email, faccio telefonate negli States a notte fonda, tento fra amici e conoscenti. Finalmente arriva qualcosa. Un mio amico, Dan Kroha, mi racconta di quando Eddie Kirkland suono’ come supporto alla sua band, poco prima di morire. Mi dice che il vecchio bluesman arrivo’ da solo e ando’ direttamente sul palco. Niente backstage, niente convenevoli, niente drinks. Per lui esisteva solo il palco e la sua musica. Era come se suonasse solo per se stesso. Molto gentile, rimase sul palco da solo a suonare la sua chitarra in attesa del pubblico. Dan si avvicino’ e gli chiese in che accordatura stesse suonando, Eddie rispose che non aveva idea, era un qualcosa che aveva appena provato, ma era felice di condividerla con lui per come poteva, magari in una futura visita a Detroit. Poi fece il suo concerto, saluto’, sali’ in auto e parti’ per qualche altra data chissa’ dove. Il mio amico mi racconta che la macchina, Ford Bronco, era molto malandata, lo sportello del guidatore si teneva con l’elastico, e Kirkland ci dormiva dentro quando era on the road. Pensando al fatto che avesse ormai ben piu’ di ottanta anni, Dan non rimase sorpreso dalla notizia dell’incidente mortale. Decise pero’ di andare ad un memoriale, dove era presente gran parte della numerosissima famiglia del vecchio bluesman. Contente della sua presenza, le figlie gli dissero che Eddie passava tutto il tempo a suonare la sua chitarra, anche quando era in casa. E che coinvolgeva i nipoti in sgangherate session con chitarre, armonica e batteria.

Born to loose, live to win, recita il famoso detto rock and roll. Eddie Kirkland ha vissuto la vita a modo suo, sbattendosene di fama, soldi e onori. Ha preso il diavolo e tutti i demoni e li ha sconfitti. Non si e’ lasciato andare alla rassegnazione di una vita comoda e falsa. Non si e’ affogato in una bottiglia o in un mare di eroina, lui, a differenza di tanti altri. Non si e’ lasciato buttare giu’ dalla vita. Ha bruciato il libro delle regole, ha sovvertito i luoghi comuni. Con dignita’, con coerenza. E ora che la sua vita su questo pianeta e’ finita, possiamo dirlo: Eddie Kirkland ha vinto.

Parole e selezione video: Paolo Barone 2012

(Visual fotografico: Tim Tirelli)

RICEVERE MISSIVE APOCALITTICHE DAI TESTIMONI DI GEOVA

27 Gen

In ufficio. Riunione di un paio d’ore con un importante cliente. Finita la cosa scendo a prendere la posta…vedo che tutte le sei cassette della palazzina contengono una busta bianca, prendo la nostra e la apro:

Oh, Testimone, porcatroia, non mi rompere i coglioni che ho già abbastanza problemi con l’Inter che nel mercato di gennaio non sta comprando nessuno.

Intervallo: L’AEREO DEI FIRM

27 Gen

(Jimmy Page e Tony Franklin 1985 circa)