ROBERT PALMER “Drive” (Universal – 2003) TTTTT

2 Feb

Di questo disco me ne parlò PICCA mesi fa. Eravamo ad uno di quegli incontri della Congregazione degli Illuminati del Blues quando tirò fuori questo titolo e disse “E’ molto bello”. Quando Picca dice che un disco è molto bello, meglio credergli.  Lo ordinai poco dopo su Amazon ma mi arrivò molto più tardi, qualche settimana fa. Questo è un disco di blues, di blues vero, un disco con la stessa credibilità dei dischi di Muddy Waters fatti con la Chess. Robert Palmer ci sapeva fare, che il demonio lo abbia in gloria. Questo è uno di quei dischi di blues che dovrebbero essere portati ad esempio, che dovrebbero essere insegnati a scuola. Niente accademia, niente giri rompipalle, niente blues annacquato che piace anche a chi guarda i programma Mediaset. Un disco di blues fatto nel 2003 che sia credibile, sembra un ossimoro, eppure RP ci è riuscito.

MAMA TALK TO YOUR DAUGHTER di J.B.Lenoir è un blues feroce, affrontato con una convinzione porca e che apre le porte ad una serie di episodi che toccano le varie sfumature del blues, TV DINNER degli ZZTop inclusa , fighissima. Sei lì ormai perso in un groove spirutuale denso di blues quando – appena introdotta da LUCKY – arriva STELLA, un’onda dal mar dei caraibi che arriva a spruzzarti. Sul momento rimani stupito, ma poi capisci che fa tutto parte dello stesso quadro.

DR ZHIVAGO’S TRAIN si dipana lungo matasse di binari americani con un  senso di disperata tristezza che evapora non appena parte AIN’T THAT JUST LIKE A WOMAN un blues veloce alla CANNED HEAT. Ancora ferocia ed eleganza sguaiata in HOUND DOG per poi scivolare sul fango della Louisiana con CRAZY CAJUN CAKE WALK BAND. Bello poi notare che anche le scelte meno originali come I NEED YOUR LOVE SO BAD e IT HURTS ME TOO sono corroborate da performance di rilievo che evitano che il ditino agisca sul telecomando per andare alla prossima canzone. Chiusura alla porca madosca con IL BLUES DEL VITELLO DELLA MUCCA DA LATTE (sì, certo, MILK COW’S CALF BLUES) del nostro padre putativo, ROBERT JOHNSON.

Gran disco dunque, per quelli come noi un disco da avere, in versione originale. ROBERT PALMER, we salute you…già, ti rendiamo onore, Roberto.

NEVE CHE SCENDE BLUES

1 Feb

Ieri sera: esco dall’ufficio alle 17 non tanto per la neve che dalla mattina ha iniziato a cadere ma perché sono sotto i colpi di una febbre fredda che mi prende alle ossa. Mi sento a pezzi, la schiena mi duole, il costato mi duole e per non farmi mancare nulla anche l’animo mi duole. Strano, di solito la neve distende i miei blues, li rende lievi. In questo tardo e scuro pomeriggio di fine gennaio va in questo modo, così invece che ascoltarmi qualcosa di più consono, qualcosa che si allinei allo spettacolo della neve che scende…che so, l’ultimo di KATE BUSH, il digipack violetto di AT LAST di ETTA JAMES o il disco di KOSSOFF KIRKE TETSU RABBIT mi sento COMEBLACK, l’ultimo degli SCORPIONS, versione giapponese of course.

Hard rock dalle velleità moderniste,  vecchi successi rifatti e un po’ di cover. Metallo teutonico, niente di che, ma neppure malaccio.

Sulla Emily Road all’altezza di Herberia l’anima mi va in pena, c’è un non so che di indefinito che mi ottenebra, ho messo le gomme termiche al mio cuore, ma fatica a tenere la strada. Un senso di fastidio, di insoddisfazione, di mancata chiusura del cerchio nei rapporti con le persone. Mi rinchiudo dentro una armatura d’ indifferenza. Cerco di uscirne guardando la neve che scende, pensando al mio nuovo Samsung Galaxy S Plus col collegamento internet, canticchiando l’ultima canzoncina che ho scritto…NEVE CADRA’, ma poi la penso lì chiusa nel cassetto…chissà se mai uscirà, così cambio pensiero, anzi annullo il pensiero e mi metto ad osservare la strada, le macchine, il ritorno a casa delle persone sotto la neve.

(Herberia city lights in the snow – foto di TT)

10/20/30 km l’ora…non di più, a LA MAISON volto lo sguardo a destra, a bordo strada scorgo un negozietto fuori dal tempo, un ripara televisori…vedo uno televisore grossissimo, immagino fine cinquanta inizi sessanta, con lo schermo bombato di un colore verde marcio/grigio che mette paura, lo vedo questo omino in una specie di tuta blu ad aggiustare vecchi apparecchi…è un salto nel tempo di qualche decennio.

Un’ora e quarantacinque per arriva nel posto in riva al mondo. Un doccia calda, tagliatelle in brodo e un film su sky. Chiudo le finestre, nevica.

Stamattina apro le finestre, nevica.

(Domus saurea’s windows – Foto di TT)

Brian è tappato in casa, Sarwooda mi avvisa che difficilmente riuscirà a raggiungere l’ufficio. Sento Lakerlit, mi dice che lei ormai è arrivata ma che a Stonecity ci sarà mezzo metro di neve. Scendo a dare una occhiata alla situazione. Uhm, mi sa che stamattina sarà dura andare in ufficio anche per me. Mica facile uscire dal posto in riva al mondo quando nevica abbondantemente.

(Mica facile uscire dal posto in riva al mondo – foto di TT)

Non sono ancora a posto ma un giretto intorno alla domus saurea me lo faccio, seguo l’irresistibile istinto di perdermi nella campagna mentre nevica, cercando di replicare con la mia ridicola scenetta, le gesta di JEREMIAH JOHNSON.

(Feel like Jeremiah Johnson – Tim Tirelli lost in a snow daze – foto di LS)

Non posso stare fuori a lungo, non sto ancora bene, sento ancora qualche acciacco e non voglio rischiare, ma assaporo il candore che la neve mi infonde nel cuore. Non posso fare la rotta in queste condizioni così ci arrangiamo chiedendo al vicino – che è lì fuori col suo trattore – se può dare un colpo anche  qui da noi. Lasàurit e Leo (che vive qui sotto) controllano le operazioni. Leo gli chiede più volte quanto gli dobbiamo per il disturbo, Borziani risponde:

Se et vee ancora avanti a vegn zo’ e at dag” (Se vai ancora avanti vengo giù e te le do). Sorrido, la rude fratellanza contadina è uno spettacolo.

Do una occhiata alla posta, ai messaggi, a facebook, ai vari forum che di solito frequento. E’ tutto un ribollire di lamentele da parte di gente che non sopporta la neve e che non tollera quelli a cui piace. Mi sorprendo sempre di questa rigidità, di questo ripiegarsi su se stessi, è il mondo che deve adattarsi a noi e non viceversa…certo. Capisco che a uno non possa piacere la neve (anzi non lo capisco proprio) ma perché prendersela con noi che invece la amiamo? Non siamo mica noi che la facciamo cadere. Noi prendiamo quello viene, se nevica siam contenti ma cosa c’entriamo noi…magari fossimo così potenti da influire sul tempo. Alla minima difficoltà andiamo in tilt, certo… devo fare la rotta, mi si sporcano le scarpe, ci metto due ore ad arrivare, stasera devo uscire, non posso muovermi…che arroganza, che poca lungimiranza, l’individualismo come unica forma di pensiero…d’inverno c’è troppo freddo e c’è la neve, d’estate si muore dal caldo, in primavera guai sei piove un giorno, l’autunno fa schifo…mai che si riesca ad avere uno sguardo d’insieme, mai che si riesca a posizionare l’essere umano nella giusta prospettiva. Bah, meglio non pensarci…meglio guardare dalla finestra la Borgo Massenzio Skyline, godere di questo meraviglioso manto bianco che per un giorno o due riesce a coprire tutto il casino del mondo…mentre dallo stereo CHRIS REA canta I WILL GO ON…

I got a cold grey morning,
waiting for me
I look out my window,
sure don’t like what I see
seems like the devil himself
is singing my song
but I pick myself up
and I will go on.
 
Black dogs are howling in the wind and rain.
seems like the devil himself
is callin’ my name
but I can’t never give up
no matter how long
so I pick myself up
and I will go on
so I pick myself up
and I will go on.

There’s thunder on the mountain.
there’s a wild storm at sea
but when I think of your sweet love
it means nothing to me
so I will never give up
no matter how long
I pick myself up
and I will go on
pick myself up, yeah
and I will go on.
 

Le Storie di Blues di Polbi:EDDIE KIRKLAND

30 Gen

Questa e’ una storia incredibile, di quelle che se le vedi nei film pensi che siano un po’ esagerate. Una storia lunga, fatta di strade secondarie e palcoscenici, di luci ombre e chilometri. Una storia di emozioni e passione, di illusioni e cadute.

Questa è una storia vera, una delle tante storie del Blues.

L’anno scorso, in una mattina di febbraio, mentre noi eravamo occupati a vivere le nostre vite, una Ford station wagon veniva investita da un pullman greyhound in Florida. Il conducente dell’auto stava tentando una rischiosa inversione di marcia, il bus non ha potuto fare altro che investire la macchina e trascinarla per molti metri in un caos di fumo e fischi di freni. Tutti illesi i passeggeri del bus, purtroppo gravemente ferito l’automobilista. Morira’ in ospedale a Tampa poche ore dopo.

E’ un anziano signore afroamericano, ha 88 anni, è sposato con nove figli. In macchina aveva pochi indumenti, una chitarra elettrica e un amplificatore. Il suo nome è Eddie Kirkland, ed era in tour negli States.

La notizia della sua morte arriva come una mazzata sul popolo del blues. Kirkland era uno degli ultimi bluesman originali, quelli che questa musica l’avevano praticamente inventata nel secolo scorso. Era, a modo suo, una leggenda.

Che fine che ha fatto Kirkland, che morte romantica. Sembra una sceneggiatura di un film, il vecchio bluesman in macchina da solo che attraversa gli Stati Uniti in tour. Ma questa non una fiction, questa e’ realta’, la straordinaria realta’ di quest’uomo, che per una vita intera ha trascorso dieci mesi all’anno in giro per il mondo a suonare blues.

Una vita straordinaria partita subito con il piede sull’accelleratore.

La madre di Eddie aveva solo 12 anni quando lo metteva al mondo in Jamaica. E ditemi voi quanti bluesman ci sono, nati in Jamaica. Ma ecco che la giostra della vita si mette in moto velocemente per il nostro, e madre e figlio (nessuna notizia del padre a quanto pare) si trasferiscono nel sud degli states a trovare lavoro. Che trovano, ovviamente, nelle piantagioni del Mississippi.

La ragazzina madre lavorava e per non lasciare il bambino da solo lo portava con se, lasciandolo all’ombra degli alberi alla fine dei filari. Qui Eddie Kirkland ascolta la sua prima musica, il canto dei lavoranti sara’ la sua ninna-nanna.

Non deve essere stato semplice vivere da piccolo in quelle circostanze, e un bluesman locale di nome Blind Blake lo prese in simpatia, trasmettendogli i rudimenti per suonare chitarra e armonica. Gli insegno’ anche, per come poteva, a cantare. A tirare fuori da gola e polmoni tutto quello che nell’anima non ci voleva piu’ stare.

Poi un giorno, quando aveva piu’ o meno 11 anni, arrivo’ un Medicine Show.

Noi queste cose le abbiamo viste nei film western, ma esistevano davvero. Giravano il paese con carri e tende, una specie di piccolo circo, vendendo intattenimento e improbabili medicinali, cose tipo olio di serpente e simili. Sugar Girls Medicine Show si chiamava, e il piccolo Eddie decise di nascondersi nel carro e partire con loro. Ci rimase un anno, cantando nel coro con Miss Diamond Tooth Mary. E qui non posso proprio fare a meno di pensare alle differenze abissali che ci sono fra il nostro mondo e quello di questa storia. Se un bambino scappa di casa, da noi, giustamente, si allarma mezzo mondo. Chiunque lo vede lo riporta in dietro immediatamente, non si discute. Lui invece rimane a cantare con il Medicine Show delle ragazze dolci per un anno. Roba da matti. Ma un bel gioco, spesso, dura poco, e la compagnia si scioglie lasciando Eddie in Indiana. Le cose in questa fase della sua vita si fanno un po’ fumose, non si capisce bene come o con chi, ma il ragazzo va a scuola e, ormai cresciuto, si arruola e parte per la seconda guerra mondiale. In qualche intervista nel corso della sua rocambolesca vita, Kirkland disse che le discriminazioni razziali trovate nell’esercito per lui furono veramente troppo, una cosa proprio inaccettabile. Fatto sta che prese a calci in culo un superiore e la sua vita militare fini’ senza gloria. Gira anche voce che in guerra si sia trovato a dover far fuori tre persone per salvarsi la pelle, e che si sia buscato un colpo di pistola di striscio alla testa. Qualcun altro fa risalire quest’episodio ad un periodo differente, ambientando tutta la cosa negli states mentre il nostro era in tour. Fatto sta che prima o poi questa avventura sembra proprio che sia veramente successa. Ma torniamo alla nostra storia.

A questo punto, lasciato l’esercito, Eddie si riunisce alla madre e vanno insieme a vivere a Detroit. Un lavoro alla Ford, catena di montaggio, di giorno e blues di notte nei locali di Hasting Street. Un destino comune a molti in quegli anni.

Vivere al sud voleva dire disoccupazione e fortissima discrimainazione razziale. Negli anni ’60 mentre noi eravamo gia’ tutti nati, non secoli fa, negli stati del sud vigeva un rigido regime razzista. I neri non potevano condividere autobus, locali pubblici e quant’altro con i bianchi. Erano trattati da animali, formalmente liberi ma praticamente schiavi. Andarsene a nord voleva dire emanciparsi da tutto questo. Ovvio che le anime piu’ inquiete, uomini di blues ed avventura furono i primi a levare le tende. Chicago e Detroit fra le mete piu’ ambite, divennero la culla del nuovo blues elettrico metropolitano.

Ed e’ in questo ambiente fatto di bar e locali notturni, poche luci e tante ombre, che Kirkland incontra John Lee Hooker. I due diventano amici e suonano insieme per un bel po’. Sembra che il giovane Eddie, pur non essendo un chitarrista di grande tecnica (o forse proprio per questo), fosse uno dei pochi se non l’unico in grado di supportare lo stile imprevedibile ed innovativo di Hooker. Si trovavano bene insieme, i due bluesmen. Possiamo solo immaginarli, a dormire in piedi alla Ford di giorno e ad infuocare le gelide notti di Detroit, sempre in ritardo, sempre un po’ scassati, mai perfetti ma al tempo stesso magici. Le registrazioni di quel periodo sono fra le cose piu’ emozionanti. Suoni rozzi, registrazioni spesso fatte in luoghi improvvisati, con mezzi limitatissimi. Ma quando le ascolti, a distanza di tanti anni, sono ancora cosi’ intense da far paura. Il blues, ancora non addomesticato dai bianchi, ti arriva dritto nell’anima. Senza filtro, duro e puro.

Registra cose anche per conto suo Kirkland, singoli, cover, materiali che piu’ o meno si raccoglieranno nel primo album “ It’s the blues man!”. Fra i vari pezzi un Democrat Blues, tanto per chiarire da che parte sta il nostro. Ma ogni registrazione e’ differente, cambiano i musicisti, le etichette, gli stili. Tutta roba amata oggi come allora dai veri seguaci del blues, ma mai baciata dal successo commerciale. Tanto che dopo aver suonato per tutti e con tutti nei suoi anni a Detroit, Eddie si trasforma in tour manager rimanendo in giro ininterrottamente per due anni con J.L. Hooker. Il quale, ormai famoso, lo lascia a Macon, Georgia, per andarsene in tour in Europa.

Un bel posto Macon Georgia in quegli anni. Un bel posto anche per Eddie Kirkland che trova subito pane per i suoi denti. Entrato in contatto con la vivacissima scena locale, diventa chitarrista e leader dellla band di Otis Redding. Registra, va in tour, compone, per i primi anni l’attivita’ musicale di Kirkland a Macon e’ frenetica. Pubblica anche dei singoli per conto proprio con il nome abbreviato in Eddie Kirk. Ma il successo vero, per lui, non arriva. I suoi amici sono diventati famosi, star mondiali, ma lui no. Ha dei figli, le spese aumentano, le prospettive non sono luminose. E alla fine, stanco di correre, molla. Getta la musica in un angolo, chiude a doppia mandata i suoi blues nel profondo dell’anima e si mette a fare il meccanico in un officina. In fondo, gli anni passati alla Ford serviranno pur a qualcosa.

Ma non dura. Qualcuno gli offre la possibilita’ di fare un altro disco, magari le cose stavolta possono andare meglio, chissa’. Lui accetta, l’album uscira’ con il titolo emblematico “ The Devil and other blues demons”. Le cose non cambiano, la sua musica non diventa famosa e i soldi veri non arrivano, ma Kirkland adesso sa che senza andare in giro a suonare lui proprio non ci sa stare.

Da meta’ anni settanta in poi collabora con molti proggetti, in particolar modo con i Fogath, band britannica trapiantata a NYC. E’ sul palco che Kirkland da’ il meglio di se’, alternando momenti di puro show, invasato in mille spettacolari acrobazie, ad altri invece piu’ intimi e toccanti. E ancora: si riunisce con Hooker, va in tour praticamente senza sosta, incide altri album, e’ ospite in dischi altrui, suona in grandi arene, festival, teatri, club e piccoli bar malandati. Canta e suonala chitarra Eddie Kirkland, che il dio del tuono e del rock and roll lo abbia in gloria, sempre e comunque, senza pretese, ovunque ci sia qualcuno che voglia condividere i suoi blues per una sera. E cosi’ passano gli anni, le notti e i chilometri. Alle volte si mette in testa un turbante, oppure una parrucca. Si presenta come “ Lo Swami del Blues” o anche “ Warrior of the Road”, “Blues Gypsie”, tanti nomi ma e’ sempre lui, in un vortice di anni e concerti. Da solo, autista, roadie e tour manager di se stesso. Sessanta, settanta, ottanta anni, non si ferma Eddie Kirkland. Non posso non pensare alle band che si fanno intervistare in alberghi cinquanta stelle e dicono “…i primi due anni andavamo in tour tutti e cinque nello stesso furgone, e’ stata dura man…”

Ci penso a queste cose, penso a Kirkland la sera tardi quando porto il mio cane in giro per le strade di Roma. Penso al suo coraggio, a quanto ce ne vuole a volte per essere coerenti con se stessi nella vita e al prezzo da pagare. Penso a come si sia sentito da solo on the road, come abbia fatto a trovare quest’equilibrio. E come spesso succede, guardiamo le vite degli altri e finiamo a riflettere sulle nostre, con tutto quello che ne consegue. Penso a tutte queste cose in queste notti umide di gennaio, mentre io e il vecchio Cook camminiamo lentamente verso casa, in questo inverno italiano di navi affondate e governi tecnici. Vorrei fare qualcosa di piu’, vorrei indagare piu’ a fondo, trovare qualche testimonianza di prima mano. Mando email, faccio telefonate negli States a notte fonda, tento fra amici e conoscenti. Finalmente arriva qualcosa. Un mio amico, Dan Kroha, mi racconta di quando Eddie Kirkland suono’ come supporto alla sua band, poco prima di morire. Mi dice che il vecchio bluesman arrivo’ da solo e ando’ direttamente sul palco. Niente backstage, niente convenevoli, niente drinks. Per lui esisteva solo il palco e la sua musica. Era come se suonasse solo per se stesso. Molto gentile, rimase sul palco da solo a suonare la sua chitarra in attesa del pubblico. Dan si avvicino’ e gli chiese in che accordatura stesse suonando, Eddie rispose che non aveva idea, era un qualcosa che aveva appena provato, ma era felice di condividerla con lui per come poteva, magari in una futura visita a Detroit. Poi fece il suo concerto, saluto’, sali’ in auto e parti’ per qualche altra data chissa’ dove. Il mio amico mi racconta che la macchina, Ford Bronco, era molto malandata, lo sportello del guidatore si teneva con l’elastico, e Kirkland ci dormiva dentro quando era on the road. Pensando al fatto che avesse ormai ben piu’ di ottanta anni, Dan non rimase sorpreso dalla notizia dell’incidente mortale. Decise pero’ di andare ad un memoriale, dove era presente gran parte della numerosissima famiglia del vecchio bluesman. Contente della sua presenza, le figlie gli dissero che Eddie passava tutto il tempo a suonare la sua chitarra, anche quando era in casa. E che coinvolgeva i nipoti in sgangherate session con chitarre, armonica e batteria.

Born to loose, live to win, recita il famoso detto rock and roll. Eddie Kirkland ha vissuto la vita a modo suo, sbattendosene di fama, soldi e onori. Ha preso il diavolo e tutti i demoni e li ha sconfitti. Non si e’ lasciato andare alla rassegnazione di una vita comoda e falsa. Non si e’ affogato in una bottiglia o in un mare di eroina, lui, a differenza di tanti altri. Non si e’ lasciato buttare giu’ dalla vita. Ha bruciato il libro delle regole, ha sovvertito i luoghi comuni. Con dignita’, con coerenza. E ora che la sua vita su questo pianeta e’ finita, possiamo dirlo: Eddie Kirkland ha vinto.

Parole e selezione video: Paolo Barone 2012

(Visual fotografico: Tim Tirelli)

RICEVERE MISSIVE APOCALITTICHE DAI TESTIMONI DI GEOVA

27 Gen

In ufficio. Riunione di un paio d’ore con un importante cliente. Finita la cosa scendo a prendere la posta…vedo che tutte le sei cassette della palazzina contengono una busta bianca, prendo la nostra e la apro:

Oh, Testimone, porcatroia, non mi rompere i coglioni che ho già abbastanza problemi con l’Inter che nel mercato di gennaio non sta comprando nessuno.

Intervallo: L’AEREO DEI FIRM

27 Gen

(Jimmy Page e Tony Franklin 1985 circa)

Springtime on your clips: JOHN, PAT & JASON BONHAM Home Video 1973 (riprese per The Song Remains The Same)

25 Gen

La famigliola Bonham (siamo circa nel 1973) si diverte in casa a favore di telecamara (alcuni secondi saranno usati nel film THE SONG REMAINS THE SAME).

Dr. John “Right Place Wrong Time” / Gary Glitter, “I’m the Leader of the Gang (I Am) / Tina Turner ‘Nutbush City Limits’ / Elvis “You are so square”…mica male la musica che si ascoltava in casa Bonham.

KEITH RICHARDS “Life” (Feltrinelli 2010) TTTTT

25 Gen

Letta in ritardo, l’ho finita l’altra sera. Niente prosa sofisticata, tradotta da tre traduttori e forse ne risente. Inizio un po’ blando ma probabilmente perché, anche qui, i Rolling che amo sono quelli degli anni fine sessanta/ inizio settanta (e come potrebbe essere altrimenti…). Keith è onesto e riesce ad essere Keith anche quando parla della morte di suo figlio. Rock and roll, droga, siringhe, il pisellino striminzito di Jagger, Brown Sugar scritta da Jagger, Anita scopata da Jagger, Marianne scopata da Keith. Un affresco crudo della vita on the road di una delle massime figure della musica rock. Una vita impavida, spericolata, la vita di uno che pur suonando la chitarra così così è diventato una icona dello strumento stesso. La vita di uno che ha scritto gli album  Beggars Banquet, Let It Bleed,  Sticky Fingers, Exile On main Street e Black And Blue. Uno che a ha suonato sull’album live BRUSSELS AFFAIR ’73. Uno che cade da un albero, si rompe il cranio e per due giorni non se ne accorge. Uno che per almeno ventanni deve convivere con un partner musicale che si è tramutato in una diva bizzosa e piena di sè ( un cantante insomma). Uno che di nome fa Keith Richards.

 

Ipotesi concerti per le olimpiadi di Londra 2012

25 Gen

Gli organizzatori vorrebbero mettere in piedi una sorta di festival di 12 serata per le olimpiadi. Qui sotto l’articolo di PEOPLE.CO.UK dove si specula su PAUL McCARTNEY, ROLLING STONES, PINK FLOYD e i LED ZEPPELIN (e altri nomi senza importanza). Su questi ultimi il giornale inglese si sofferma particolarmente. Riporto questa cosa per dovere di cronaca, non per altro.

http://www.people.co.uk/news/uk-world-news/2012/01/22/led-zep-stones-floyd-and-paul-mccartney-lined-up-for-series-of-sensational-london-gigs-to-coincide-with-summer-olympics-102039-23711435/

SCRIVERE DI MUSICA di Giancarlo Trombetti

24 Gen

Considerazioni piuttosto forti queste di Giancarlo Trombetti. Noi del blog siamo molto più teneri con Ciao 2001 ad esempio, e non sposiamo la famosa tesi di Frank Zappa ““il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere”…mai stati d’accordo, ma  l’analisi viscerale di Trombetti vale la pena di essere letta. Eccola qui.

Ricordo perfettamente: sin da piccolo mi piaceva da pazzi leggere. La colpa è da attribuirsi sicuramente ai miei due genitori, entrambi profondamente legati alla scrittura e alla lettura per necessità di lavoro. Ricordo anche che a scuola – un oggetto che non ho mai imparato a stimare e di cui compresi il corretto approccio quando oramai ne ero fuori almeno da una ventina d’anni – ero un arrampicatore sugli specchi un po’ in tutte le materie tranne che in italiano. “Il ragazzo non si impegna, potrebbe fare di più – era la spiegazione standard che i miei ricevevano dai miei insegnanti – però in italiano va bene!”. La realtà è che i miei non ci cascavano mai e davano come giustificazione a quell’unico buon voto al fatto che per scrivere puttanate nei compiti in classe non c’era da sforzarsi a studiare: bastava la fantasia. E quella pareva non mancare. La verità è che loro mi avevano consapevolmente spinto a leggere tante di quelle cose che scrivere mi pareva il modo più logico per dimostrare di aver apprezzato almeno quello sforzo. Poi, ma è storia che mi sembra di aver già accennato, le mie estati insieme a due ragazzine mutarono il corso della mia vita cultural-musicale. Erano Anna, un’amica che ogni anno arrivava da Milano e che, nei suoi quattordici anni era una amante sfegatata dei primi Rolling Stones, e Barbara, mia cugina che, proveniente da Roma, nei suoi quattordici anni adorava i Beatles.

Le due erano inseparabili. Io, che da provincialotto attendevo il loro arrivo esattamente come spiegava un libro di Rolando Viani “A Viareggio aspettiamo l’estate”, vedevo in quegli arrivi estivi che a quei tempi duravano da giugno a settembre, l’occasione per….espandere la mia conoscenza. No, ero più giovane di entrambe e non c’era alcun genere di coinvolgimento sessuale; è solo che sentivo in quei due accenti del tutto diversi una ventata di freschezza, di comunicazione alternativa. A undici anni venivo strappato dal mio “Sono bugiarda” della Caselli – che per me ne era l’autrice originale, sapevo un pippa io dei Monkees e Neil Diamond! – e andavo a cadere su “Paint it Black” da una parte e “Eleanor Rigby” dall’altra. Loro ingaggiavano le loro lotte sulla prevalenza dei Beatles sugli Stones e viceversa ed io, bontà divina, mutavo i miei gusti in meglio. Se ci non ci fossero state quei lunghi pomeriggi di 45 giri infilati a ripetizione in un mangiadischi di bachelite rosa e tirati fuori da un improbabile contenitore psichedelico in bianco-nero io, probabilmente, adesso avrei l’intera collezione di album di Morandi e tutti i bootlegs dell’Equipe 84. Fu anche in quegli anni, estremamente formativi per il Giovane Trumpets, che imparai a conoscere l’esistenza di una stampa specializzata inglese che trattava esclusivamente di musica. Sempre loro tramite. Sfogliavo all’inizio quelle pagine provenienti dalle Grandi Città guardandone solo le figure e non afferrando una mazza, ma ricordo che ne rimanevo affascinato. Qualcuno scriveva di musica, di quella musica che mi piaceva tanto, dunque.

Così, con un piccolo balzo temporale in avanti, quando la musica divenne una mia fissazione, più che una passione, e mi resi conto che nei miei anni di teen ager c’era spazio solo per lo sport, i motorini, la pesca, la caccia e poco altro, decisi inconsapevolmente che se mai me ne fosse stata data l’opportunità avrei provato pure io a scarabocchiare qualcosa imbrattando un incolpevole foglio bianco. E questo accadde. Accadde dopo l’ubriacatura per le radio, nella seconda metà dei settanta, e dopo qualche timido tentativo su minuscole fanzine artigianali. La voglia irrefrenabile di scrivere, di riportare su un giornale la mia opinione su qualcosa che credevo di conoscere profondamente, prese forma verso la fine di quegli anni settanta; nel corso di tutti gli anni precedenti avevo organizzato una trama di conoscenze e amicizie che mi recuperavano decine di giornali e libri anglosassoni – nuovi, vecchi, trovati nei mercatini, comprati con gran sforzo nelle librerie o a due soldi su di una bancarella – che rappresentarono la mia fonte primaria di informazioni.

Perché anche se oggi è impossibile rendersene conto per un ragazzino, sono esistiti tempi in cui l’informazione o te la andavi a cercare tra mille difficoltà o semplicemente ne facevi a meno. Niente facilità di accesso alla stampa, niente internet, niente di niente. E comunque, nei periodi di magra, non potevi fare a meno di andarti a leggere anche quello che veniva scritto in Italia e qua da noi la stampa era sostanzialmente composta da “Ciao Amici”, “Giovani” e “Big”…poi “Ciao 2001” e “Qui giovani”, poi solo “Ciao 2001”.

Potremmo quindi dire che il capostipite dei settimanali musicali italiani, quello che ha attraversato gli anni sessanta, fino alla metà dei novanta e che dunque ha avuto la possibilità di influenzare i gusti e orientare le scelte musicali di un paio di generazioni sia stato proprio quest’ultimo. “Ciao 2001” andò in crisi quando il boom dell’editoria degli anni ottanta portò alla moltiplicazione dei prodotti in offerta, non seppe rinnovarsi e stare al passo con i tempi e quando l’editore scelse anch’esso di pubblicarne una quantità tale da sconcertare il potenziale acquirente. Ma bisogna essere onesti : la qualità media delle pubblicazioni italiane è sempre stata non solo scadente, ma troppo spesso proprio ai confini della realtà. In senso negativo. Si, ci sono state delle brillanti eccezioni di nicchia che non avrebbero mai potuto risollevare le sorti di un prodotto medio dai contenuti vergognosi. “Ciao 2001”, a dispetto della sua fan page su Facebook, a mio parere è stato un abominio di pareri sparati nel nulla da personaggi che, solo perché vedevano la propria firma in calce a un pezzo credevano di potersi permettere giudizi criminali. E se ricordo con affezione una risicata manciatina di brave persone passate di lì per poco e per caso, il resto era pura feccia. No, non sto parlando da fan incazzato, ma da crudo materialista dialettico.

Da lettore, al tempo, mi rendevo conto di qualcosa che non mi piaceva ma non ne comprendevo a fondo le ragioni; da praticante del settore poi finii con l’approfondirne le motivazioni, inorridendo. Premetto : io sono di profonda scuola Zappiana. Non solo nel senso del prodotto artistico, ma di linea di pensiero. Per me il testo di “Packard Goose” o la famosa affermazione per cui “il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere” non è solo un acuto aforisma ma un dogma. Niente di più giusto, in assoluto. No, non sto sputando nel piatto dove ho mangiato e dove desidererei continuare a farlo, ma semplicemente ammettere la realtà: per decenni gli scribacchini italiani hanno peccato di presunzione e rubato a mani basse. Rubato perché con una diffusione scarsissima e concentrata solo in determinate zone del prodotto cartaceo originale inglese mettersi a copiare e inventarsi un’intervista, una frase, un concetto, un giudizio o adattarlo al proprio, era cosa di un attimo, come rubare le caramelle a un ragazzino. Presunzione perché si è guardato a fenomeni ignoti, da lontano, come se appartenessero a un’altra galassia sconosciuta e mai frequentata ma pronti a vomitarci sopra critiche e giudizi non tanto immeritati quanto del-tutto-privi-di-fondamento se solo non se ne accettavano i contenuti nel corso della propria, personalissima, interpretazione. L’America era un altro pianeta per noi italiani ma si esprimevano giudizi su ogni nota, su ogni brano, su ogni scampolo di cultura, su ogni pezzo di storia, assegnando loro un valore, un’essenza, un significato che l’autore medesimo non avrebbe mai pensato di attribuirgli. Così si appioppavano etichette politiche mai sognate, si assoldavano ai propri scopi determinati soggetti mentre se ne confinavano altri marchiandoli con simboli del tutto gratuiti, inventati, inesistenti. Critici da casa in pantofole, calciatori in poltrona, lavoratori a letto. E si trattava di uno spacco netto, di un “o di qua o di là” che non ammetteva repliche. E tu, a casa tua, pagavi per farti raccontare che “tutto il rock era reazionario e fascista”, mentre la psichedelia, la west coast, il jazz, certa scuola di Canterbury erano progressivi e di sinistra. E rimanevi sconcertato nella tua sete di notizie, e non capivi come fosse possibile non ritrovare – quando riuscivi a confrontare – tutte quelle opinioni con la realtà delle cose. Quindi continuavi a leggere, per approfondire, e finivi con confonderti le idee. Mi ricordo di quando entrai una delle prime volte in una redazione di un giornale per cui collaborai, credo fosse il 1979 o giù di lì. Un redattore, uno che poi divenne un caro amico, mi spiegava “il decalogo del perfetto collaboratore”, roba di altri tempi, quando a un collaboratore a casa si richiedevano una serie di contributi e artifici nel mettere insieme il giornale che oggi non esistono più. E fu durante una di queste lunghe spiegazioni, che il tipo mi disse : “Quando non ce la fai a passarmi del materiale originale ti do io qualcosa e tu mi fai un trapezio”. Non volevo fare la figura del coglione, ogni redazione ha il suo gergo, il suo slang, ma “trapezio” proprio non mi diceva niente. Così chiesi. “Il trapezio – mi fu detto – è la traduzione di un pezzo, ma riadattato per farlo diventare tuo”. Un furto, dissi ! No, uno stimolo, un aiuto quando manca materiale, mi venne risposto. E così facevano tutti: nelle redazioni giravano tonnellate di giornali inglese, americani, francesi persino!, e non solo di settore…c’erano anche quotidiani inglesi come The Sun, il Mirror…da lì venivano notizie, curiosità, pettegolezzi. Ricordo che tanti anni fa, proprio Max Stefani, nel celebrare un numero tondo raggiunto dal suo Mucchio Selvaggio, sparò a zero sull’editoria musicale italiana, sui metodi e sulle guerre tra poveri ingaggiate tra gruppi editoriali. Fu lì che rividi di molto ed in positivo il mio giudizio: l’uomo era consapevole e schietto. Tanto di cappello. Altri avevano sempre glissato.

E poi una cosa su tutto mi impressionava: leggendo i giornali originali (come continuo a chiamarli io) il pezzo forte era quello in cui l’articolista parlava descriveva, raccontava, rendeva partecipe. Scriveva, in sostanza, senza per forza di cose sparare giudizi. Ti portava per mano dietro a una situazione, a un disco o a un tour, desiderando sopra ogni cosa, fartene far parte, come se anche tu avessi dovuto per forza essere lì per andare a giudicare. Certo, poi, spesso, arrivava anche il giudizio, ma in fondo, a ragion veduta, dopo aver approfondito. Toccato con mano, vissuto in prima persona, testimoniao. Qua, da noi, accadeva esattamente il contrario.

Il “giornalista musicale” concentrava tutte le sue forze quasi esclusivamente sul giudizio critico, sulla recensione, che diventava il focus principale di tutto il suo lavoro. Per decenni, sui giornali italiani, le recensioni sono state the crux of the bisquit , il nocciolo della questione…per dirla alla Zappa. Pappardelle sbrodolate piene di parole incomprensibili, buttate giù con acrimonia o con eccessiva disponibilità, che tagliavano e cucivano cappottini su note e testi e situazioni di cui poco o nulla si sapeva e che invece venivano descritti come se ci si fosse appena alzati da tavola dopo aver cenato con l’artista. Ridicolo. Recensori autoproclamatisi Imperatori che condizionavano sull’onda dell’opinione personale, opinione fondata sulla presunta conoscenza di un oggetto tanto lontano quanto fin troppo spesso ignoto. Si descrivevano viaggi sulla Route 66 senza aver mai lasciato Prato o Modena e si spiegava per filo e per segno la sequenza compositiva di un lavoro senza esser mai essere stati in grado di leggere un pentagramma o essere entrati in uno studio di registrazione. Italia popolo di recensori. Privi di fantasia nello scrivere e di affinità con la consecutio, gente che per indovinare un congiuntivo avrebbe dovuto fare una mezza dozzina di telefonate e che per parlare con uno solo dei tanti ipotetici intervistati avrebbe dovuto portarsi dietro un paio di traduttori madrelingua. Re Censori che, come ebbi a scoprire quando i giornali iniziai a vederli dall’interno, non erano in grado o semplicemente non volevano fare altro che scrivere recensioni. Con la firma in calce. In bella evidenza.

Ognuno avrebbe dovuto leggersi e rileggersi, confrontarsi, mettersi in gioco invece di guardare solo al nome e cognome ed esser pronto a saltare al telefono quando il grafico, inavvertitamente e senza malizia, “tagliava via” quella riga di troppo che era proprio la firma; ognuno avrebbe dovuto, data l’opportunità, sviluppare uno stile proprio, un taglio originale, una forma creativa, quanto più possibile unica. Esattamente come i Signori Grandi Firme estere. Ed invece no. Così presunzione e furto hanno ucciso nella culla – oddio, una culla durata un ventennio abbondante – la stampa specializzata. Donando agli scribacchini dei quotidiani il testimone e la possibilità di fregiarsi del titolo di giornalisti, quelli veri. Identici in tutto e per tutto agli altri, ma urlanti da un pulpito molto più alto. Presuntosi e gelosi, infine, dell’orticello mal coltivato, del giornale che ognuno di costoro vedeva e vede tutt’ora come il podio per le proprie esibizioni. Esattamente come se fosse utile ed intelligente essere un eccellente giocatore, l’unico, di una squadra di calcio. Quando tutti sanno che una grande squadra è composta da tanti grandi giocatori e che l’imparare ad equilibrare le proprie forze su quelle del tuo compagno significa crescita, evoluzione. Non limitazione del proprio ego. Ma da queste parti si preferisce essere il miglior giocatore del Pizzighettone, piuttosto che uno dei dieci, quindici di una grande squadra.

Ed oggi, che con il web ed una connessione, con un click si ottengono più risultati che alla Biblioteca Nazionale di Londra, sopravvivono ancora mestieranti convinti che dare tonnellate di notizie biografiche serva a qualcosa, che sparare il proprio giudizio sia ancora utile.

Nessuno che si domandi se scrivere così abbia ancora un senso e se mai si sia riusciti a farlo in assoluto. No, non chiediamoci più perché non si vendano più giornali. Perché scrivere di musica sarà anche…dancing about architecture…come diceva lo Zappa. Ed io aggiungerei : per lo meno in questo modo. Che peccato.

Giancarlo Trombetti

Springtime on your clips: BLACK MOUNTAIN “The Hair Song”

23 Gen

Il nome di questa nuova rubrichetta viene da una frase di ROBERT PLANT tratta dal testo di LIKE I’VE NEVER BEEN GONE (1982), il sapore della primavera sulle tue labbra di cui canta il biondo di Birmingham è una faccenda poetica, mentre questa invece serve solo ad introdurre e a segnalare video clip presi da youtube in cui noi del blog incappiamo. Video clip in un modo o nell’altro particolari, interessanti, con un certo senso.

Iniziamo con una segnalazione giunta da  Beppe Riva:

“mastro Tim, guardati questo…anni fa su Rockerilla recensii il debut-album; il brano inoltrato mi sembra abbastanza Zeppelinesco e Black Croweggiante da destare il tuo interesse, se già non lo conosci…Il video, specie nel finale, fa venire in mente “old hippy-country stuff”…Giudica tu.”

I BLACK MOUNTAIN me li fece conoscere Polbi. Non ho mai approfondito. Di solito i pezzi che fanno il verso ai LZ non mi piacciono molto, ma questo mi pare fighissimo.