THE SNOW SONG

11 Feb

Per non farmi mancare niente – relativamente al mio rapporto con la neve – mi sono organizzato un paio di commissioni per le 8 in centro a Mutina. Significa – visto il tempo – sveglia alle 6,15. Come previsto nevica. Esco dal posto in riva al mondo, mi immetto sulla stradina tutta bianca…due lepri sono a bordo strada, due macchie scure su di un tappeto immacolato. Mi dirigo verso Gavassae, tutto è ovattato e candido.

(verso Gavassae – foto di TT)

Penso al fatto che questa frazione di Regium Lepidi viene citata in un documento dell’anno 857. Strano, nulla più che tre case a quel tempo, senza niente di particolare. Mi chiedo anche che significato abbia il nome. Che abbia le stesse origini dei cognomi che lo hanno come forma principale e che verrebbe dunque da vocaboli ormai in disuso come gavazza o gavazzo che significavano baldoria? O più probabilmente viene da vecchi vocaboli dell’Italia settentrionale come “gaba” (altura) e “san” (luogo) e quindi borgo su una altura? Boh. Ad ogni modo sono le 7, pochissimi per strada, fiocca e fa freddo. Infilo TOO HOT TO HANDLE, il The Very Best of UFO appena uscito, nel lettore.

Penso a questo inverno, mi ricorda gennaio del 1985 e  febbraio del 1986…entrambe le volte un metro di neve preciso. Ripenso alle grondaie della palazzina dell’ufficio a Stonecity…

(le grondaie dell’ufficio a Stonecity – foto di TT)

Sono assorto nei miei pensieri, guardo la neve cadere…mi immetto su  Lenin дорога…insomma, via Lenin.

(Lenin road, Gavassae – Foto do TT)

Mentre Filippo Giovanni Margherita e  Michele Tavernari  (insomma Phil Mogg e Michale Schenker) cercano di darmi ritmo con il loro bel hard rock, vengo a patti col fatto che da alcuni giorni sono affetto dalla sindrome di Jeremiah Johnson. Vorrei dunque lasciare la società moderna e trasferimi sui monti dello Utah per cercare un po’ di pace per il mio animo…

(Unghia D’orso e Geremia Di Giovanni…Bear Claw & Jeremiah Johnson, Utah 1850/1972)

Ma tutt’al più dove potrei finire io, un po’ più su di Pavullo nel Frignano? A Cervarolo forse? Come può fare un uomo di blues dell’Emilia Romagna con la dispepsia funzionale ad andare a dissolversi in cometa? Boh.

Arrivo al Novi Sad Park di Mutina. Nessuno in giro. Parcheggio, scendo dalla macchina e sprofondo fin sopra le caviglie nella neve. Mi incammino verso il centro, non incontro nessuno, continua a nevicare, l’atmosfera è fredda seppur romantica ma mi sembra che non ci sia amore nel cuore della città  …

Every place that I go,
Well, it seems so strange.
Without you love, baby, baby,
Things have changed.
Now that you’re gone
Y’know the sun don’t shine,
From the city hall
To the county line, that’s why

Ain’t no love in the heart of the city,
Ain’t no love in the heart of town.
Ain’t no love, sure ‘nuff is a pity,
Ain’t no love ‘cos you ain’t around.

(Mutina in the snow – foto di TT)

(Mutina in the snow – foto di TT)

Poco dopo le nove arrivo da Brian. E’ relegato in casa ormai da parecchi giorni, il vecchio resiste, stoico, un po’ scombussolato e triste, ma determinato. Gli preparo la colazione, caffè, svedese, frutta, lettura dei quotidiani…Repubblica e Il Manifesto; bagno, vestizione e chiacchiere in libertà.

(Brian & Tim – autoscatto)

Scendo in cortile del palazzo a liberare dalla neve la macchina di Brian e a fare un po’ di rotta. Verso le 11 riparto, nevica forte e devo ritornare alla domus saurea. Bacio Brian e scendo. Lui mi saluta per due volte dalla finestra.

Esco da Mutina e mi dirigo verso Campogallo, sono dietro ad una macchina, procediamo sui 45/50 kmh. Una cinquecento nera ci supera in modo spericolato e a discreta velocità…“Mo’ in du devt andèr?” penso. Alla rotonda circa 300/400 metri dopo, noto che è uscito di strada e che la sua macchina sì è infilata sotto un cumulo di neve. Lui esce dalla macchina, non si è fatto nulla. Sembra uno di quei giovinastri che san tutto loro. Forse anche noi eravamo così. L’impulso è quello di fermarmi e di aiutarlo, ma poi non lo faccio, “così impara” mi dico, ma non sono fiero di questa cosa.

Ho bisogno di qualcosa di forte. Infilo HOUSES OF THE HOLY nel lettore.

Di questi tempi è il mio disco preferito del gruppo di Giacomino Paggio. Che effetto ascoltare certe canzoni mentre nevica e tu stai guidando. Mi chiedo se esista una canzone più bella di THE RAIN SONG…

…Talk Talk I’ve felt the coldness of my winter
I never thought it would ever go. I cursed the gloom that set upon us
But I know that I love you so

These are the seasons of emotion and like the winds they rise and fall
This is the wonder of devotion  I see the torch we all must hold.
This is the mystery of the quotient Upon us all a little rain must fall.

(Stiolo city limits – foto di TT)

Arrivo al poplar grove di Magpie Mill (insomma, il pioppeto di Molino di Gazzata), non so perché ma tutte le volte che passo di lì sento la presenza del demonio e rabbrividisco nel sentire i cani del destino che ululano. Il lettore sta passando NO QUARTER…non è un caso. Accosto, metto le quattro frecce, scendo. Il demonio è lì, lo sento, ma non si fa vedere, deve essere infreddolito anche lui, vorrei dirgli due paroline…si è preso la mia anima e io son ancora qui che aspetto di vedere i camerini del Madison Square Garden…

(Poplar grove – Magpie Mill – Foto di TT)

Close the door, put out the light.
You know they won’t be home tonight.
The snow falls hard and don’t you know?
The winds of Thor are blowing cold.
They’re wearing steel that’s bright and true
They carry news that must get through.

They choose the path where no-one goes.

They hold no quarter.

Walking side by side with death, The devil mocks their every step
The snow drives back the foot that’s slow, The dogs of doom are howling more
They carry news that must get through, To build a dream for me and you

They choose the path where no-one goes.

They hold no quarter. They ask no quarter.
The pain, the pain without quarter.
They ask no quarter.
The dogs of doom are howling more!

Mi sparo poi una collection fatta in casa del ROBERT PLANT che preferisco (1982/85), LITTLE BY LITTLE ben si adatta al ritmo del mio cuore e al tempo atmosferico…

Un pasto caldo, una birra e un southern comfort dopo scendo a controllare il posto in riva al mondo. La Borgo Massenzio skyline, una di quelle schiette e senza troppe pretese, mi placa un po’ l’animo, ma sento la sindrome di Jeremiah Johnson trafiggermi il costato…meglio salire e fare un mini ordine su amazon uk, magari questo cazzo di Utah blues allenta la presa…

(Borgo Massenzio Skyline – foto di TT)

Il blues de IL MANIFESTO di Polbi

10 Feb

Polbi mi ha anticipato scrivendo ed inviandomi queste due righe. Pubblico quindi molto volentieri questo pensiero…anche se sono anni e anni che IL MANIFESTO fatica  e che continua a chiedere campagne di sostegno ai propri lettori. Certo, un giornale dovrebbe reggersi sulle proprie gambe da solo, se non ce la fa giusto che chiuda. Questo in una società più o meno civile…da noi dove il mercato non è proprio liberissimo, dove c’è chi controlla e possiede buona parte dei media e della informazione, mi sembra il minimo per gente come noi cercare di far sopravvivere il giornale in questione il più a lungo possibile.

 

 

Chi legge questo blog, a patto di non essere afflitto da gravi forme di dissociazione psichica e/o disturbi vari, quale multiple personalità e simili, non puo’ essere di estrema destra. E qualora lo fosse, se ha letto il blog finora, continuerà a farlo comunque.

Questa piccola introduzione per dire una cosa : Il Manifesto, quotidiano piu’ volte citato da queste parti, rischia seriamente di chiudere.

E questa sarebbe una grossa perdita per la scena culturale Italiana.

E’ un punto di vista alternativo e democratico insostituibile, uno spazio di approfondimento e dibattito culturale quotidiano unico. Specialmente per chi, come noi, non si allinea alle logiche asettiche ( e mi azzardo a dire nemmeno tanto efficaci ) del mercato. Senza dover essere comunisti o socialdemocratici, o nemmeno pacifisti o antagonisti, ma anche solo e semplicemente curiosi e progressisti, sul Manifesto troverete pagine e pagine di materiale stimolante. Scoprirete scrittori, fumetti, dischi, artisti di ogni genere. Potrete sapere cio’ che succede di bello ed interessante, magari dove meno ce lo aspettiamo, a Scampia o nelle metropoli del mondo occidentale. Troverete pane per i vostri sempre affamati denti, reportage, analisi, grandi firme e perfetti fantastici sconosciuti. Potrete leggere Alias il sabato, una delle migliori riviste di musica, cinema e arte in circolazione, e le Monde Diplomatique tradotto in Italiano. Troverete una redazione che dal direttore al centralinista lavora per 1300 euros al mese, ma mette piu’ passione di chi guadagna dieci volte di piu’. Comprandolo ogni giorno in edicola, darete un aiuto importante a tenere aperto uno spazio di liberta’, una pacifica nave pirata, in un mare di pensiero unico e conformista.

Una botta quotidiana di colore in tutto questo grigio.

 

Paolo Barone 2012

UFO “The Chrysalis Years 1973-1979” (Chrysalis EMI 2011) – TTTTT

10 Feb

Questa iniziativa della Chrysalis vale il massimo dei voti: tutto il periodo Schenker (quindi l’epopea storica del gruppo inglese) degli UFO racchiuso in un cofanetto da 5 cd contenenti i cinque album da studio, il disco dal vivo, un concerto del 1974 inedito, qualche BBC session e qualche rarità che appare per la prima volta in cd. Il tutto ad un prezzo contenuto: 15 euro o poco più. FORCE IT (1975), LIGHTS OUT (1977) e il live STRANGERS IN THE NIGHT (1979) è tutta roba da cinque stelle, hard rock inglese ( europeo?) di massimo livello. Il resto è uno o due gradini sotto, ma comunque sempre apprezzabile. Hard rock geometrico, preciso, compatto, con una chitarra splendida, un cantante bravo e grintoso e un gruppo solido.

Consigliatissimo.

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – MY LOVE – Wings 1973

9 Feb

Durante una puntata del Rischiatutto, sarà stato il ’73 o il ’74, Mike smolla una domanda con filmato riguardante Paul McCartney. Il sottoscrittino bimbo novenne, seduto davanti alla tele con mamy e papy, è ipnotizzato dalle immagini di Macca (allora nessuno lo chiamava Macca, io invece ero già Picca) che sfagiola una versione ancora caldissima di My Love tratta da uno special TV intitolato James Paul McCartney Tv Special (che fantasia). Il qui presente di allora, il quale  non ha piena coscienza di chi e cosa sono stati i Beatles, ascolta la canzone con interesse: da tempo si sta appassionando a brani musicali che non trattino di Toreri Camomilli o Peppine che fanno il caffè. Improvvisamente, durante l’assolo (bellissimo) di chitarra di Henry McCullogh, la mamma salta su e  dice ‘Che bella canzone! Peccato che Paul (lo chiama Paul, come se lo conoscesse) sia diventato così vecchio. Ti ricordi com’era bellino coi Beatles?’. Mio padre annuisce.

McCartney nel ’73 ha 31 anni.

Mia madre 32.

Il commento si conficca, chissà perché, nella mia cabèza, apre una piccola falla attraverso la quale, da quel momento in poi, comincerà ad entrare musica in modo ossessivo.

Nel giro di un paio di settimane sarà totale beatlemania, l’inizio un viaggio a ritroso alle sorgenti di quella nuova passione totalizzante e bellissima.

Mi chiedo se ci sia, nell’ambito della letteratura scientifica ramo psichiatria, qualcuno che abbia teorizzato una sorta di ‘complesso freudiano’ che colpì coloro i quali cominciarono a sviluppare una ‘coscienza pop rock’ subito dopo lo scioglimento dei Beatles. Una specie di ‘shock inconscio da abbandono’ seguito da eterna, invincibile malinconia e reiterati tentativi di ritorno spazio-temporale a quell’età dell’oro.

 

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

NEWS: The Making Of LED ZEPPELIN II (Multitracks) – (Empress Valley 2012)

8 Feb

Notizia molto interessante per i fan dei LZ: è appena uscito per la prima volta il bootleg relativo alle registrazioni in studio di LZ II con materiale tratto dai nastri multitraccia originali. Un paio di minuti furono messi in circolo già tempo fa, ma a quanto pare adesso la Empress Valley rende disponibili 4 pezzi completi. Il bootleg è appena stato messo in vendita in Giappone, occorrerà un po’ prima di averlo tra le mani ma ci tenevo a darvi questa anteprima.

mmmm

JEREMIAH JOHNSON (1972): film e colonna sonora – TTTTT

7 Feb

Sabato scorso, serata trascorsa in casa, fuori nevica…solito animo in sofferenza, infilo CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO nel lettore e mi rigetto per l’ennesima volta tra le braccia del mio film preferito. Non voglio fare recensioni, ma in breve è la storia di un ex soldato disilluso (trattasi della guerra tra Stati Uniti e Messico) che cerca riparo per la sua anima tormentata tra le montagne rocciose, diventando così un vero mountain man. La storia è presa da un paio di libri: Mountain Man di Vardis Fisher e  “Crow Killer: The saga of Liver-Eating Johnson” (“L’uccisore dei Corvi: la saga di “Mangiafegato” Johnson“) di  Raymond Thorp e Robert Bunker. Il film insomma è basato sulla vita reale di tal John Johnston, soprannominato mangiafegato perchè – si diceva –  era solito mangiare l’organo in questione dei nemici che uccideva (ma in verità sembra non fosse esattamente così). Johnston ebbe una vita straordinaria, chi volesse approfondire può cliccare su questo link: http://www.johnlivereatingjohnston.com/

Il film tuttavia ridisegna i tratti del personaggio principale con maggior eleganza e fascino pur mantenendo una certa crudezza di fondo. JEREMIAH JOHNSON (titolo originale del film) fu il primo film a trattare gli indiani con una certa dignità: certo, ostili all’uomo bianco, ma dipinti con il dovuto rispetto alla loro cultura e tradizioni. Da questo film BERARDI e MILAZZO trassero ispirazione per il fumetto KEN PARKER, guarda un po’ il mio preferito in assoluto.

L’accoppiata SYDNEY POLLACK e ROBERT REDFORD è azzeccatissima, il film raggiunge vette (è il caso di dirlo) così struggenti da sistemarci l’animo per anni interi. La maestosità dei paesaggi, il fascino spaventoso di una solitudine totalizzante, il senso blues continuo e ininterrotto, l’essere umano ripreso nei suoi tratti più naturali…cazzo, niente è meglio di questo film.

La colonna sonora è indimenticabile, soave, struggente, magnetica. Composta da John Rubinstein e Tim McIntire e disponibile fino a poco solo in LP, ora ristampata con materiale in più e naturalmente ripulita. La sto ordinando, la versione lossy in mio possesso non mi basta.

IL MORTO RICONOSCENTE: i Grateful Dead secondo Giancarlo Trombetti

6 Feb

Ricordo perfettamente che una delle frasi ricorrenti che mi venivano urlate da ragazzo quando mi beccavano con lo stereo troppo alto era: “Vedrai che quando maturerai un gusto più raffinato, certe cose le lascerai da parte!”. Solitamente non rispondevo neppure ed alzavo ancor di più il volume del mio impianto. Ascoltavo di tutto, ma non posso evitare oggi di ammettere che tutto quel che avesse un basso ed una batteria ben presente e si accoppiasse con un almeno un assolo di chitarra stesse rigorosamente in vetta alle mie preferenze.

Compravo alternativamente – e meno male! – west coast music e rock anglosassone, blues, progressivo e heavy rock, Krautrock ed elettronica ma molte cose, pur apprezzandole, proprio non riuscivo a farle salire nella classifica delle preferenze assolute. I primi cedimenti alle mie rocciose certezze arrivarono con la scoperta delle Mothers of Invention e con l’accettazione attiva che in un solo brano potessero convivere più strumenti oltre a basso/chitarra/batteria e più di un tempo piuttosto che il medesimo dall’inizio alla fine del pezzo.

(Mothers of Invention)

Ricordo che iniziai ad apprezzare i fiati ed a gustare persino il violino, strumento inizialmente guardato con sospetto. Mi resi conto che un mondo intero esisteva oltre ad un assolo di chitarra e compresi, finalmente, che George Martin era stato un genio tanto quanto Lennon e McCartney. Mi ricordo che nel corso di questa nuova, progressiva, apertura mentale iniziai ad apprezzare veramente molte cose che in precedenza sentivo ma non ascoltavo con la dovuta attenzione. E l’andare a riprendere dischi profumatamente pagati e ascoltati pochissimo divenne come scoprire nuove gemme nei filoni di sezioni di una miniera raramente frequentata.

Ricordo anche che la maggior parte dei gruppi californiani, di San Francisco, mi stava molto a cuore ma ho ben in mente che preferivo di gran lunga i Quicksilver di “Happy Trails” o il secondo disco di “Four Way Street” al primo, gli Hot Tuna ai Jefferson Airplane e tutti loro alle tiritere acustiche di tanti gruppi che avevo giudicato troppo forniti di chitarre prive di spinotti di collegamento agli amplificatori. Molte cose mi parevano piacevoli passatempi per giovani tranquilli più che musica rock e non comprendevo allora quanto il mio giudizio fosse superficiale. Diciamo che amavo, ma non riuscivo a godermi fino in fondo certi manicaretti che tenevo inconsciamente nelle mie teche. Poi mi accadde di incontrare un chitarrista californiano, nel bel mezzo della sbornia di “nuovo heavy metal” inglese. Gli Iron Maiden erano di là da venire ed io me ne stavo a Londra e zompavo da un club all’altro a veder nascere i gruppi che molti metallari vivono oggi come io avevo vissuto i Led Zeppelin quando mi fu proposto di parlare con Bob Weir.

(Bob Weir dei Grateful Dead)

In fondo Bob rappresentava una fetta di storia ed era un’occasione unica parlargli, sicuramente da non perdere. Mi aspettavo uno zombie mezzo cotto dagli acidi, uno che mi avrebbe parlato sbavando le parole ed ero pronto a strappargliele di bocca; in tasca una trentina di domande. Ero preparatissimo. Poi, quando mi ritrovai davanti un gentiluomo vestito casual, un cortese signore lucidissimo, con molto da raccontare e tanto da voler spiegare a un ragazzino presuntuoso, ne rimasi colpito ed affascinato. Bob non si spese più di tanto per promuovere il suo disco solista, ma – capito che io sapessi del movimento dentro il quale era cresciuto poco meno che di ingegneria nucleare – si mise serenamente a descrivermi la nascita, la crescita ed il mutamento di quel movimento che io avevo incautamente definito “hippy”. E così me ne stetti lì, tranquillo, ad ascoltare la lezione del Professor Weir che mi raccontava come e perché non era mai esistita competizione tra i gruppi di San Francisco, l’immensa differenza con tutti quelli che venivano da Los Angeles, la ricerca delle radici musicali, i mille esempi, la nascita e la crescita della grafica, le infiltrazioni psichedeliche, Bill Graham e i suoi teatri, l’uso delle droghe, la realtà delle comuni, la violenza, Manson e la strage di Bel Air, la forza immensa che aveva avuto nella società statunitense l’arrivo del rock dall’Inghilterra e la lezione che lì se ne era tratta, la scomparsa del razzismo, l’amore, l’importanza di Dylan…..ricordo che per quasi due ore nessuno ebbe il coraggio di dire al chitarrista dei Grateful Dead che c’erano altre persone che volevano parlare con lui. Ma ricordo che alcuni personaggi che individuai come soggetti della Arista, la sua casa discografica, si misero a sedere nelle poltrone bianche che c’erano tra noi e iniziarono ad ascoltare affascinati. Alla fine, mi fu consegnato un pass senza scadenza perché così aveva voluto lui, con la richiesta di essere presente “ovunque e in qualsiasi momento” ai suoi concerti. E mentre mi accompagnavano verso una saletta di “decongestione” dove mangiare e bere qualcosa, venni più volte ringraziato “…per essere stato meraviglioso!”. Nessuno aveva mai sentito Bob raccontare tutte quelle storie del passato, tutte insieme e in quel modo. Ed io non avevo fatto altro che far trapelare che fino a quel giorno non ne avevo capito un beneamato cazzo. Che mi ero fidato delle stronzate che avevo letto fino a quel momento sui giornaletti che tanti ricordano ancora con nostalgia. Così me ne tornai fremente a casa dove nel mio minuscolo impianto londinese infilavo cassette di ogni genere ed avevo collegato un piatto di recupero per ascoltare i dischi che dovevo almeno aver sentito una volta prima di far finta di conoscerli bene.

(Grateful Dead al Rockpalast nel 1981)

Ma non avevo proprio niente di suo da riascoltare, di quei Grateful Dead che adesso mi bruciavano dentro. Così mi accontentai di attendere la fine di settembre, quando me ne sarei tornato a casa, quella vera. Non avrei mai immaginato che avrei visto i Dead calare eccezionalmente in Europa e sconvolgere il Rockpalast nel freddo di una fine di marzo. Tornato nella mia caverna toscana, svolsi i compitini a casa: sbobinai un bel po’ di interviste, le consegnai quasi in tempo a chi le aspettava e girai al Mucchio quella di Bob anche se con molto ritardo. In fondo, il suo disco non sarebbe uscito che quasi un anno dopo! Poi tirai fuori dalla libreria l’intera collezione dei dischi del Morto Riconoscente, non potendo fare a meno di ricordare che, persino nella traduzione del nome, il mitico Ciao 2001 l’aveva fatta fuori dal vaso: il Morto pieno di grazia, l’avevano chiamato…e mi ricordo che dai quei giorni di immersione totale ne venni fuori mutato, in meglio.

Non so se anche voi avete i vostri momenti di “in-questo-periodo-ascolto-solo-quello”. A me succede spesso. Sì, certamente non con i Dogs D’Amour o con gli Incubus, ma ci sono momenti della mia vita in cui mi sembra che solo quel gruppo e quel suono siano adatti a circondarmi in auto, in casa, mentre lavoro al computer o leggo. A proteggermi dalla vita. E quei periodi possono durare una settimana come un mese e quando ne esco fuori è come se avessi filtrato, decodificato e assunto dosi massicce di una medicina che ha cambiato, temporaneamente, il mio Dna uditivo. Quando mi accade con Zappa, ogni cosa diventa banale, scontata, già sentita, puerile, tanto incredibili sono le sue composizioni. Quando è Jimi ogni chitarra mi pare che tenti inutilmente di farne rivivere le sonorità, che tenti di scarnificare il blues come solo lui sapeva fare…ogni musicista produce un diverso effetto sul mio organismo. Da una trentacinquina d’anni, le mie immersioni periodiche con il mio Morto Riconoscente – a proposito: ma non vi pare un nome meraviglioso? Delirante e affascinante al tempo stesso? – mi riconciliano con decine di generi musicali diversi ed ogni volta ne emergo felice di aver imparato ad apprezzare qualcosa di nuovo che mi era sfuggito.

Per molti i Grateful Dead sono il gruppo di fricchettoni tossici che fanno pezzi da quaranta minuti, spesso così contorti da diventare inudibili. Niente di più lontano dalla realtà. I Dead sono una fantastica macchina che viaggia nel tempo attraverso i generi riuscendo a smontarne e rimontarne gli ingredienti essenziali donando loro un aspetto, dunque un suono, assolutamente unico e personale. Nello zoo musicale della San Francisco della seconda metà dei sessanta, in quell’immenso calderone di culture e di tendenze dove qualsiasi cosa poteva accadere in qualsiasi momento, dove qualsiasi minimo battere d’ali di farfalla portava a grandiosi mutamenti, dove creatività, sperimentazione e libertà assoluta dagli schemi erano le parole d’ordine, i Grateful Dead seppero individuare un inesauribile filone tutto e solamente loro. In primo luogo sgombriamo il campo dai dubbi di traduzione: la leggenda popolare del Morto Riconoscente è abbastanza diffusa nella tradizione anglosassone. In estrema sintesi la storia narra che un viandante incontrasse, a seconda delle situazioni, un cadavere non sepolto; provveduto alla sua inumazione per pietà, veniva in seguito ripagato dall’anima del morto che gli si rivelava sotto forma di sortilegio o di animali che ne salvavanola vita. Il gruppo di Jerry Garcia parve non aver scelto a caso il nome da questo racconto popolare, dato che il rispetto per il blues, le radici country e per tutte le melodie tradizionali che vennero fisicamente tradotte e tramandate dalla madrepatria Inghilterra dai primi coloni della Terra Promessa ripagarono, in qualche modo, i musicisti, preservando loro una nicchia artistica assolutamente unica.

I Dead nascono come un gruppo di blues non convenzionale filtrato dagli esperimenti rock abbondantemente bagnati dai test a base di droghe psicoattive promossi da Ken Kesey. Se la definizione di “rock psichedelico” debba avere per forza un punto di partenza questo non potrà che avere origine da loro. L’intera scena era un unico calderone di musica sperimentale, di libertà di approccio e di assoluta mancanza di schemi logici ma con i Dead l’incredibile riusciva a prendere forma e materializzarsi davanti agli occhi: una banda di giovani non-fuorilegge (quel genere di droghe, all’epoca erano assolutamente ed incredibilmente lecite in America) condizionati dalle esibizioni tenute in uno stato di semi-intorpidimento del pensiero erano in grado di seguire con assoluta lucidità le lezioni di bluesmen minori e di cantilene tradizionali restituendone una miscela mai udita. Al loro esordio, le canzoni di Jesse Fuller, un ignoto one man band che vagava per le strade di Frisco, di Walter Jacobs, di Noah Lewis, di Willie Dixon, Tim Rose o Sonny Boy Williamson si mescolavano con i primi grezzi vagiti dei loro prodotti.

Lo splendore di quel periodo, così come lo ricordo narrato da Weir, era che ognuno aveva la possibilità di fare la sua musica, di interpretare chiunque, comunque lo desiderasse e in qualsiasi luogo; i concerti erano per gran parte gratuiti ed eseguiti nel bel mezzo delle strade di un quartiere divenuto l’altare del nuovo rock californiano, all’incrocio trala Haight Street e l’Ashbury. La meraviglia stava nel fatto che decine di direttori artistici delle più famose case discografiche passavano le loro giornate ad ascoltare nei garage, nelle strade e nelle prime nascenti sale da concerto centinaia di gruppi emergenti, mettendole sotto contratto e diventando pazzi nella vana speranza che lo spirito di San Francisco, quello della collaborazione totale, permettesse loro di mantenerne il filo conduttore dei diritti d’autore. Ovviamente cosa impossibile da ottenere. I Grateful Dead erano permanentemente ospiti in studio e sul palco di altri gruppi come  Jefferson Airplane , Quicksilver Messenger Service,  Moby Grape, C.S.N & Y, Santana, It’s a Beautiful Day, Country Joe & The Fish, Big Brother, Steve Miller…e mille altri. Andare oggi a leggere le note di copertina di ognuno di quei dischi dell’era d’oro del rock significa ritrovarli tutti; provate a immaginare cosa avrebbe potuto significare essere lì, presenti, a quegli happening. Chiunque ne sarebbe stato inevitabilmente coinvolto. Provate a chiederlo ai fratelli Allman…

(Haight & Ashbury: il centro della controcultura nella San Francisco degli anni sessanta)

Già dal secondo disco il materiale originale era così straboccante da non vedere neppure una sola cover presente, anche se parlare di cover, nell’intera carriera di Garcia e soci sarebbe riduttivo: come già detto la conoscenza di alcune matrici era già di per sé stupefacente ma il trattamento riservatogli del tutto inatteso. Nel 1968 i Dead avevano non solo già gettato le basi ma ampiamente esplorato il terreno che avrebbe dato luogo alle jam bands a venire; nel concetto di jam era necessario dare per scontato che i brani si sarebbero dilatati, le improvvisazioni avrebbero debordato, i fili logici, apparentemente, perso consistenza. Ma era solo apparenza: tutto, nonostante tutto, era in pieno controllo. Le due batterie prendevano diversi tempi, seguendo il basso libero e prominente di Phil Lesh, jazzato in pieno “stile Charlie Mingus”, le due chitarre stendevano un tappeto sonoro continuo, armonico e conduttore, sostenuto dalle tastiere; le due voci di Garcia e Weir sceglievano con cura i brani a loro più adatti.

Con “AoxomoxoA”, un nome palindromo creato da Rick Griffin uno dei più famosi e talentuosi artisti psichedelici e fumettista dell’epoca, la vetta del rock acido era raggiunta; i Dead su quel disco proponevano eccezionale musica aiutati dai testi di Robert Hunter, visionario e poeta.  La vetta più alta del rock psichedelico proveniente da San Francisco. Ma se “quei” Dead, quel suono, non risultasse “la vostra tazza di tè”, nessun problema. Come solo tutti i grandi gruppi hanno saputo fare nelle loro vicende artistiche, il rinnovamento ed il cambiamento erano alle porte, e nel caso dei Garcia e soci, i ritmi del cambiamento furono sostanzialmente dettati dal fato che gli strappò via, uno ad uno, tutti i tastieristi segnando con la differente mano il differente colore delle loro composizioni. Fu difatti con la malattia, prima e la morte in seguito di Ron McKernan che l’elemento country e bluegrass ebbe il sopravvento sui suoni acidi a favore di accenti più marcatamente acustici; Ron era fortemente dipendente da qualsiasi tipo di droghe e il suo apporto al gruppo divenne eccessivamente altalenante. Talvolta era l’armonicista Tom Constanten a prenderne il posto, talvolta si faceva a meno delle tastiere, le due chitarre coprivano a sufficienza le necessità. Ma fu con quei due album melodiosi e infinitamente belli  che la sterzata fu visibile a tutti.

I Grateful Dead erano sinonimo di esibizione dal vivo ed i dischi di studio erano poco più di necessità professionali; ma i dischi dal vivo non avrebbero comunque mai potuto rendere né l’atmosfera di avvenimento né avrebbero neppure mai avvicinare i tempi di esibizione del gruppo che, nei momenti di miglior salute poteva anche suonare per quattro o cinque ore consecutive con una sola pausa per bere, mangiare e sostituire gli strumenti. Ma fu il primo live, “Live/Dead”, a segnare il punto di svolta di quel cambiamento. E la sequenza dei due “Workingman’s dead” e “American Beauty” che lo seguirono a marcare un terreno allora solo parzialmente visitato. I due dischi, da considerarsi come un tutto unico potrebbero essere considerati “il Led Zeppelin III” di Garcia e Weir, con composizioni immortali, bellissime, liriche e melodiose, probabilmente dovute al rinnovato rapporto di amicizia con Crosby Stills e Nash che li spinse verso un suono più intimo, meno elettrico, con David Crosby a giocare con droghe e voce e a indurli a capire che anche cantato e cori potevano essere considerati uno strumento. “Da morto vorrei essere ricordato come il più grande cantante di armonie del mondo…dei miei gruppi non me ne frega niente!”  mi disse Crosby un paio di vite fa e dovette essere grosso modo questa la sua lezione consegnata agli amici. Il risultato furono pezzi immortali come “Uncle John’s band”, “Dire Wolf”, “Cumberland Blues”, “Casey Jones”, “Friend of the devil”, “Sugar magnolia”, “Candyman” “Ripple”…io ritengo in cuor mio, sinceramente, che un amante dell’acustico, della melodia e del blues non possa considerarsi completo senza portarsi dentro quelle linee musicali, senza conoscere quelle canzoni.

Oramai il gruppo era solo poco meno di un contenitore di emozioni, un luogo di sperimentazione progressiva, dove musicisti e autori di ogni genere venivano citati e intervenivano a portare le proprie esperienze intorno agli elementi essenziali. Tutti ruotavano intorno al tutto. Una sorta di approccio del tutto opposto a quello scelto da Zappa non lontano da quelle strade della California ma che basava l’utilizzo di musicisti selezionatissimi ma ai soli fini sperimentali del leader. I Grateful Dead erano una palestra dove Merl Saunders (un successivo amico e sodale di Garcia) veniva e indirizzava con le sue tastiere verso nuovi sentieri, dove David Grisman prendeva per mano Garcia e lo portava alle radici del bluegrass, dove Keith Godchaux e sua moglie Donna Jean facevano per le prime volte capolino prima del grande salto al di qua dell’oceano.

Quando nel 1972 i Grateful Dead approdavano in Europa per il primo, vero e lungo tour, il Trumpets era troppo giovane per permettersi di riuscire a convincere pur un padre permissivo come il suo. E ricordo che il tentativo del sedicenne avvenne comunque. Portai il mio babbo in camera mia e misi sul piatto Workingman’s Dead; poi gli chiesi se gli fosse piaciuto e al suo assenso – mio padre aveva un eccellente orecchio! – domandai se avrei mai potuto ottenere di andarmene in treno a Parigi all’Olympia a vedere quel gruppo. Ricordo perfettamente che l’ambigua risposta fu: “Vedremo”. Ma ricordo con assoluta certezza che io, quella sala da concerto, non la vidi mai. Peccato, perché mi persi il primo vero tour dei due Godchaux e l’ultimo di McKernan, con alcune delle esecuzioni più memorabili in assoluto dei Dead.  Un diciassettenne, tal Declan MacManus, invece, c’era e descrisse l’esibizione di Garcia, Weir, Kreutzmann, Lesh, Hart, Godchaux e McKernan come “una rivelazione”; una rivelazione che si stampò nella mente del ragazzo al punto che decise di chiamarsi Elvis Costello e iniziare a cantare, folgorato dal Morto Riconoscente.

(il tour europeo del 1972 dei GD)

Tutt’oggi sono convinto che chi non si commuova ascoltando la versione di quel tour di “Morning Dew” non possieda realmente un cuore ma un pezzo di legno non in grado di amare le due chitarre tese a snocciolare accordi delicatissimi e la voce di Garcia a duettare con le armonie di Weir e Donna Jean: nessun confronto con qualsiasi altra versione precedente! Ma quello che ha reso immortali nelle mie preferenze i deliri dei californiani è stata quell’attitudine imprevedibile a svoltare improvvisamente nel corso della linearità delle proprie esibizioni, imboccando ambienti musicali privi di mura o strutture vincolanti; luoghi dove l’unico scopo era esplorare quel nuovo territorio appena incontrato, incrociando senza regole predeterminate il jazz, la psichedelia, il folk, il blues. Un’avventura che si rinnovava ogni sera, priva di direzioni prestabilite e dove l’intero gruppo si avventurava, insieme o singolarmente. Tutti protesi verso l’inatteso, dove la forma originaria della canzone veniva abbandonata e mai ripresa per due volte nel medesimo modo. E deve essere questo che ha fatto nascere e proliferare una generazione di seguaci fermamente determinati a seguire ogni viaggio del gruppo, ogni concerto: i Dead Heads, quelli che registravano, incoraggiati, ogni spettacolo con il permesso della band e che hanno condotto alla moltiplicazione sistematica di tutti i concerti ufficialmente registrati che riempiono le discografie mai del tutto complete della band. Una consuetudine ripresa e rinnovata dalle jam bands che si incamminarono su quella strada, dagli Allman Brothers ai Government Mule, dai Cream ai Little Feat, fino ai Phish passando per cento altri.

Impossibile, però, non citare e ammirare il coraggio ed il lavoro di personaggi come Bill Graham che in quella musica e in quei gruppi credette fin dal primo momento basando il suo lavoro di promoter non solo sulla gestione delle sue sale da concerto, ma anche sulla selezione e scelta dei musicisti; senza personaggi carismatici, preparati e creativi come Graham molto non sarebbe mai nato, molto mai giunto ai nostri giorni.

(Bill Graham)

Ma il nostro Morto non si fermò in Europa e lasciando sviluppare le personalità individuali e smussando angoli vivi divenne un’immensa band dalla sconfinata professionalità e non a caso criticata da coloro che l’avrebbero sempre voluta vedere un insieme di tossici privi di controllo, legati a vita a quell’immagine di freaks perpetrata nei secoli. Le scorribande sonore nell’acustico si equilibrarono perfettamente con quelle imprevedibili nel rock elettrico e nel jazz con spettacoli che prevedevano un paio di ore delle due differenti anime del gruppo, nettamente separate seppur equamente importanti. All’abbandono dei due Godchaux seguì l’ingresso di Brent Midland alle tastiere, mentre la maledizione colpiva Keith a due soli mesi dall’uscita del nuovo disco con il sostituto, che moriva in un incidente stradale. Brent che sarebbe morto di overdose a sua volta, dieci anni dopo, sostituito da Vince Welnick proveniente dai Tubes e morto suicida in seguito a crisi depressiva nel 2006. Ma il cerchio si era già chiuso per sempre il 9 agosto del 1995 con l’inevitabile morte di Jerry Garcia, dovuta ufficialmente ad un attacco di cuore ma certamente indotta da una vita di eccessi e usi smodati di farmaci e droghe. Con la morte di Garcia, leader-non leader, comandante timido, personaggio troppo fiducioso nell’eterna robustezza del corpo umano, entrato e riuscito troppe volte da centri di riabilitazione per riuscire a vincere la sfida con se stesso, moriva anche l’essenza del gruppo. Ma i Dead degli anni ottanta e novanta hanno lasciato una traccia indelebile, nella musica americana. Se dovessi suggerire a chi non li ha mai avuti per le mani un punto guida da cui partire – centinaia sono oramai i dischi attribuibili al gruppo – direi di iniziare proprio dai due album semiacustici dei settanta e di centellinarsi i due spettacolari doppi  “Reckoning” e “Live Set” del 1981: messi insieme rappresentano quanto di più prossimo esista nel ricostruire un’esperienza dal vivo completa. Album imperdibili per un appassionato. Album ottimi per partire verso il proprio personale viaggio.

(Jerry Garcia)

Garcia, da solista, pubblicò una quantità immensa di album: da solo, con la band acustica, con quella elettrica. Con i New Riders of The Purple Sage, con band di Merl Saunders, con gli Old & in the Way una sorta di supergruppo bluegrass insieme a Grisman, Clements, Rowan, con il solo Grisman, con i Dead a fare da gruppo spalla di Bob Dylan. Bob Weir una dozzina di dischi: da solo, con i Kingfish, con Bobby and the Midnites, con i RatDog. Bill Kreutzmann ha suonato a lungo da solo ed è ospite in centinaia di album di prima fila. Mickey Hart, il batterista etnico del gruppo, ha seguito le orme del compare Bill. Robert Hunter ha potuto contare sugli amici per pubblicare una dozzina di album, niente male per uno scrittore e autore di testi! Phil Lesh è stato ed è ovunque, ma in seguito al trapianto completo di fegato è dal 1998 in prima fila per testimoniare la donazione di organi.  E se stasera vi venisse in mente di trascorrerla al buio, con il vostro cuore, il country, bluegrass, old-time music e un po’ di tradizionali gighe irlandesi, andate a scaricarvi “Shady Grove” di Garcia/Grisman. Con il disco vi scaricherete anche un virus psicologico difficilmente cancellabile. Il resto lo comprerete con calma.

Giancarlo “grazie della pazienza” Trombetti

SUNDAY KIND OF (SNOWY) LOVE

5 Feb

Domenica mattina, ti svegli appena dopo le sette ma ti senti sufficientemente in forma.

Primo pensiero: com’è la situazione metereologica del posto e del cuore in riva al mondo? Sbirci dalla finestra: qualche altro centimetro di neve è caduto, di questi tempi l’animo singhiozza, ma  il non vedere oltre la coltre ha un effetto anestetizzante sui blues, così per qualche secondo ti rigiri nel grembo di madre neve, imbarazzato un po’ dai risvolti poetici e un po’ stucchevoli dei tuoi pensieri.

(white sunday in Borgo Massenzio – foto di TT)

Secondo pensiero: cosa ascoltare? ETTA JAMES,  digipack della Universal/Chess del 2000 di AT LAST, album pubblicato il 15 novembre 1960.

Terzo pensiero: fame. Thè, Spremuta, pasta diplomatica, pasta di frutta, banana. Il caffè non ho voglia di farmelo. Ci pensa la groupie. Meno male. Ci verso anche uno spruzzo di Southern Comfort…non sono nemmeno le otto, ma non importa, sono un uomo di blues, se la dispepsia mi lascia in pace io il Southern Comfort lo bevo quando ne ho voglia.

Quarto pensiero: raccolta differenziata rifiuti, sfamare i gatti, fare la rotta. Moonboot, sciarpa, cappello. Il sacco bianco per la plastica, il contenitore verde delle lattine e del vetro, il contenitore marrone dell’umido, il contenitore blu della carta, il contenitore nero del secco non riciclabile. Il tutto posizionato con assonanza cromatica  (il nero e il blu naturalmente vicini) sul ponticello. Il gatto Patuzzo non si vede, sono settimane che torna a casa ogni due / tre giorni con sempre una ferita in più. ..ama fare a botte il ragazzo. Spavve, Raissa e Ragni si strusciano alle mie gambe,benchè la ciotola dell’acqua fosse in garage, c’è un velo di ghiaccio sulla superficie dell’acqua. Pala e per un’ora libero il cortile dalla nuova neve.

Girozolo intorno al posto in riva al mondo, il cielo è velato, un sole magro come me cerca di affacciarsi, una densa foschia confonde il cielo con la neve, nei campi parecchie orme di lepri.

(Borgo Massenzio white haze – foto di TT)

(Borgo Massenzio: in the icy – foto di TT)

Quinto pensiero: L’Inter. Come Leonardo lo scarso (ops…scorso) anno in una settimana il principe Ranieri ha sputtanato l’ottimo lavoro fatto negli ultimi due mesi: fuori dalla Coppetta Italia e in campionato da potenzialmente terzi a quinti con distanze ormai siderali dalla squadra innominabile,  quella col presidentino dalla faccia poco intelligente che ieri ha dichiarato con orgoglio “Giraudo è come un padre per me”. Oggi siamo a Roma, contro una squadra che mi è sempre stata simpatica, malgrado le zuffe degli ultimi anni. Anche Luis Enrique mi è simpatico, ma dobbiamo vincere… come sempre capita da quando Josè se ne è andato, ho una grande insicurezza a tal riguardo. Beh, cambio album di Etta James, mi serve qualcosa di meno morbido. A pranzo un cinegiappo e poi vediamo che succede.

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CATTIVA COMPAGNIA “Dedalo”

4 Feb

 

written by Tirelli – Togni

copyright Siae 1999

CATTIVA COMPAGNIA 1999:

Tim Tirelli – 6 & 12 strings electric guitar (the doubleneck!)

Mel Previte – lead guitar & production

Fausto Sacchi – vocals

John Paul Cappi – bass

Mixi Croci – drums

 

 

SEDICI SOTTO ZERO BLUES

3 Feb

Dopo un paio di giorni bloccato a casa per neve e febbre fredda mi metto in macchina direzione Stonecity. La stradina del posto in riva al mondo è una pista da bob, mi muovo lentissimo. Il termometro segna ancora la temperatura del garage: 0 gradi. Inizia poi a scendere man mano che la blues mobile si infila nella cuffia di freddo che avvolge la pianura: -3 – 5 – 7. Un paio di km e sono a Gavassa: -12. In macchina RADIO CAPITAL, le news, gli speaker piuttosto in gamba e la musica quasi sempre gradevole (ore 08,15 Le Orme…mica tanti i network commerciali che sparano quella roba nel primetime). Esce il sole, la tangenziale è pulita, così come la Emily Road ma le strade meno battute sono lunghe piste bianche. Lo spettacolo è bellissimo. Riprendo strade di campagna, si viaggia a 30 all’ora mica di più. BATH, LITTLECOURT, SAINT DONNINO, circumnavigo la tenuta Spalletti …il termometro tocca i -16.

(Near the Spalletti’s Estate – Saint Donnino – foto di TT)

(16 below zero – foto di TT)

Oh, non me lo ricordavo un freddo così. E’ un freddo pulito, sano, un freddo che sembra disinfettare le cattiverie del mondo.

(Stonecity’s outskirts today – foto di TT)

(Stonecity: James Puccini boulevard – foto di TT)

A Stonecity i cm di neve sono almeno 50, trovare uno spazio dove parcheggiare le macchine non è semplice, ma non mi danno l’anima, è davvero tutto così bello che non mi pesa nemmeno troppo recarmi in ufficio con un sacco di lavoro arretrato da fare. Un thé, una bella fetta di panettone, tre mandarini, seleziono THE SMOKER YOU DRINK THE PLAYER YOU GET di JOE WALSH dal disco fisso e le due casse Creative del PC iniziano a soffiare bella aria sonora. Mi metto al lavoro.

And me, I’m feeling fine
Still get lonely
I don’t mind