Quadro sinottico riassuntivo della storia di Reggio Emilia, adatto a chi approccia l’argomento da neofita. Il libro scorre e lo definirei un buon lavoro. Dai primi terramaricoli, le prime vere teste quadre, ai liguri, poi gli etruschi e infine i romani, a cui Reggio rimarrà per sempre legata, lo si evince già dal nome (Marcus Aemilius Lepidus anyone?).
La Curti disegna con un buon tratto la storia di questa città di cui parlo e mi interesso in quanto punto fermo di tutta la mia discendenza famigliare, illustrando figure storiche, avvenimenti, guerre e ogni altra sorta di peripezie a cui i popoli di Reggio nell’Emilia sono andati incontro con la loro nota resilienza e resistenza.
Leggendo parti di questo libro non ho potuto inoltre che riflettere una volta di più di quanto in Italia, soprattutto da queste parti, si sia andati vicino al creare un società più giusta e libera da gioghi di varia natura. Tra la fine dell’ottocento e il 1920, e tra il 1945 e gli anni settanta, qualcosa di diverso si era davvero ipotizzato e praticato, un fuoco di paglia diranno alcuni, ma perlomeno si è provato, lottato e sognato.
BIBLIOTECA DIGITALE REGGIANA – REGGIO EMILIA NEL 1750 CIRCA
BIBLIOTECA DIGITALE REGGIANA – Reggio nel 1750 circa
Mi avvicino solo adesso a Massimo Carlotto e lo faccio con questo noir di provincia che ben si accomuna con questo blog dato che il protagonista è uno che ascolta e vive blues, il blues che intendiamo noi. Da questi scritti qualche anno fa fu tratta una serie TV (Rai2).
Qui sotto, nella descrizione, c’è tutto quello che c’è da sapere se interessati, aggiungo dunque solo che ho letto volentieri delle peripezie dell’Alligatore e del suo approccio blues alla vita.
L’Alligatore è un ex cantante di Blues. Ingiustamente condannato a sette anni di carcere, gli è rimasta addosso la fragilità degli ex detenuti e l’ossessione della giustizia.
Ha messo a frutto le sue «competenze» e le sue conoscenze nella malavita divenendo un investigatore molto particolare: più a suo agio nel mondo marginale ed extra legale che tra poliziotti e magistrati, ricorre volentieri all’aiuto di strani «personaggi», primo fra tutti Beniamino Rossini, un malavitoso milanese con il quale ha stretto una bella amicizia malgrado le differenze culturali e di temperamento.
I due intuiscono presto che gli omicidi di due donne, imputati a un povero tossico, sono in realtà maturati nei corrotti ambienti di una certa borghesia di provincia…
Con il personaggio dell’Alligatore nasce in Italia un nuovo tipo di giallo, più vicino al noir americano per la capacità, tutta nuova nel nostro paese, di elaborare e raccontare esperienze realmente vissute nel mondo del carcere, della latitanza, dell’extralegalità.
Massimo Carlotto Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah, Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito, Alla fine di un giorno noioso, Il mondo non mi deve nulla, la fiaba La via del pepe con le illustrazioni di Alessandro Sanna, La banda degli amanti, Per tutto l’oro del mondo, Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane e La signora del martedì. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). Per Rizzoli ha pubblicato Il Turista e Sbirre (con Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni). I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.
Dodicesima School of Rock quella dell’equinozio di primavera del 2025 e dunque – qui faccio un copia incolla – nuovo ritrovo modello “Dopolavoro” nei locali della azienda per cui lavoro. Sospinto dall’inarrestabile volontà del nostro dirigente GLB eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi e affezionati colleghi che con dedizione e passione si assiepano – dopo l’orario di lavoro – nella (mia amatissima) Sala Blues (where the dreams come blue), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi.
Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella silenziosa sala vuota e preparare ellepì e cd.
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – foto Tim Tirelli
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – foto Tim Tirelli
Avendo sola un’ora o poco più vado di buon passo, parlo delle origini, della formazione del gruppo, dei quattro componenti, dei primi singoli e dell’inizio del successo.
TT School Of Rock The WHO – foto Siuviu
TT School Of Rock The WHO – foto TinMarcy
Mi concentro soprattutto sul loro periodo migliore, ovvero 1969-1978. Il primo concept album Tommy e il primo clamore internazionale con un disco che ha fatto la storia del Rock.
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto Mar
Tim Tirelli’s SoR The Who – Tommy 1969 – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Siuviu e Marzia P
Qualche accenno a Live At Leeds, che nella sua edizione originale rimane uno degli album dal vivo più esposivi.
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto Mar b
Con Who’s Next si toccano vette ancora più alte, uno dei 33 giri di musica Rock tra i più belli in assoluto, un album che tutti gli amanti della musica che amiamo dovrebbero avere: Baba O’Riley, Getting In Tune, We Dont’ Get Fooled Again, Behind Blue Eyes … la spinta emotiva adolescenziale e le sue sfumature descritta magistralmente…
“Ma i miei sogni non sono così vuoti come la mia coscienza sembra essere ho ore, solo solitudine il mio amore è vendetta che non è mai libera.””
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto TinMarcy
Tim Tirelli’s SoR The Who – Whos’ Next – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Marzia P
Il tour seguente, le tensioni tra Townshend e Daltrey, i problemi con le sostanze chimiche di Moon, una pausa di riflessione e di nuovo un capolavoro: Quadrophenia, che “l’amore regni su di noi”.
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto b TinMarcy
Tim Tirelli’s SoR The Who – Quadrophenia – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Siuviu
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto Siuviu
Nel 1975, il disco The Who By Numbers e il film Tommy,
TT School Of Rock The WHO – Tim foto TinMarcy
e nel 1978 l’album Who Are You?, l’ultimo disco con Moon e la fine degli Who come li conoscevamo.
TT School Of Rock The WHO – foto TinMarcy
Tim Tirelli’s SoR The Who – Who Are You – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Marzia P
Nel 1979 ultimi squilli con il film Quadrophenia e il film-documentario The Kids Are Alright.
Niente male anche stasera direi, serata più intima (rispetto al sold out/overbooking della penultima puntata, quella dedicata ai Queen, gruppo certamente più commerciale e pompato, ma si sa gli Who sono un gruppo per intenditori o perlomeno per volenterosi.
Il solito finale un po’ sopra le righe, le foto con le groupies e il party dopo lo show al Red Lion Pub di Mutina. New York, goodnight. It’s been great.
Tim Tirelli’s SoR The Who – Finale- AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Siuviu
TT School Of Rock The WHO – le Adidas della Marzia – foto Siuviu
Chi legge questo blog sa che abbiamo entrature presso lo staff italiano che di solito porta Rick Wakeman in Italia. La pollastrella è una fan super appassionata del grande Rick pertanto negli ultimi due lustri lo abbiamo incontrato parecchie volte, e in Italia e a Londra.
Rick Wakeman è ovviamente il keyboard wizard, uno dei due (l’altro era Keith Emerson) più grandi tastieristi della musica Rock, membro degli Yes e titolare di alcune opere da solista in grado di vendere milioni di copie (soprattutto The Six Wives of Henry VIII).
In occasioni del suo tour italiano siamo andati a vederlo e a trovarlo a Parma, nel bell’auditorium Paganini (720 posti).
Incontrare Floro, Francesca e Clelia (fan indefessi del maestro) è sempre un gran piacere, lo stesso dicasi per Claudio (indomito promoter), Paolo (manager) e Paolo P, il medico (nonché grande fan del biondo di Perival) che segue Rick durante i tour nello stivale.
Rick entra sul palco accompagnato da un un grande applauso, il camminare è un po’ insicuro, Rick non è più un giovanotto, ma Rimane un uomo comunque in gamba e un pianista spettacolare. Una volta raggiunto il piano a coda introduce brevemente la serata.
Rick Wakeman marzo 2025 Parma
La scaletta non è molto diversa da quelle proposte gli anni addietro.
L’apertura del concerto è dedicata alle mogli di Enrico VIII: Catherine of Aragon / Catherine Howard (la mia preferita).
Si prosegue con le collaborazioni fatte ad inizio anni settanta con Cat Stevens e David Bowie: Morning Has Broken / Space Oddity / Life on Mars,
quindi segue il momento Yes: The Meeting / And You and I / Wonderous Stories e puntualmente arrivano grandi applausi dal pubblico; si passa poi a King Arthur: Arthur / Guinevere / The Last Battle / Merlin the Magician.
Sul finale del concerto immancabili ecco i Beatles: Help! / Eleanor Rigby.
Rick saluta e dopo poco torna per i due bis:
Excerpts from Journey to the Centre of the Earth e The Gig (per me quest’ultima è sempre una delizia).
Rick Wakeman marzo 2025 Parma – Foto Tim Tirelli
L’auditorium Paganini tributa a Wakeman un caloroso applauso finale.
Poco dopo lo incontriamo, è sempre carino con noi (ma in verità lo è con tutti i fan che incontra, sempre disponibile e paziente)
Rick e Saura marzo 2025 Parma foto Tim Tirelli
Scambio due chiacchiere con lui e ci diciamo arrivederci.
Rick Wakeman marzo 2025 Parma – Foto Tim Tirelli
Un ultimo abbraccio con lo staff e siamo in autostrada diretti a est. Nelle orecchie ancora la maestria di Rick Wakeman, a 75 anni mantiene ancora un livello tecnico ed espressivo molto, molto alto. Che talento, che doti, che garra. Alla prossima Rick.
Gli Equinox tornano alla Bottega dei Briganti che per noi è un po’ quello che il LA Forum era per i LZ. Siamo ad Orologia di Quattro Castella, vicino a Montecavolo, a circa 15 km sud ovest di Regium Lepidi. Il locale è raddoppiato in spazi e dunque vi è un po’ di apprensione … saremo in grado di riempirlo in questo mercoledì sera? Il palco ora è più grande e questo è un fatto molto positivo, ad ogni modo direi missione compiuta, la Bottega è piena, gente arriva sin dalla Toscana (la Tuscany Boy’s gang) e poi da Bologna, dal Modenese e ovviamente dal Reggiano.
THE EQUINOX -BdB 26-2-2025 Foto Tim T.
Sono influenzato, da quattro giorni ho febbre, tosse e un raffreddore fastidioso. Non ho voluto rimandare ma inutile nasconderlo, sono cotto. Prepariamo la strumentazione, facciamo il soundcheck, ci cambiamo, ceniamo e io sarei già pronto per andare a letto. Prendo una bustina di potassio e magnesio.
THE EQUINOX -BdB 26-2-2025 Foto Francesco Prete
Ore 21,45 si parte.
Nei primi due pezzi faccio una gran fatica, sono esausto e mi chiedo come farò a finire il concerto. In Black Dog per un momento mi perdo, non sono puntualissimo nel riff strumentale. In Heartbreaker cerco di fare il possibile per essere quantomeno dignitoso.
Video Immigrant Song-Black Dog-Heartbreaker – filmato da Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
Un gran spinta me la dà il gruppo, Lele, Saura e Pol spingono con convinzione, sono ottimi (!) musicisti, sanno cos’è il Rock, il sound e il “senso” che riusciamo a creare insieme è ogni volta fonte di soddisfazione per me. Io rimango obnubilato e confuso come il pezzo che andiamo a proporre.
Video Dazed And Confused – filmato da Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
Seguono What Is And What Should Never Be e Nobody’s Fault But Mine. Mi tolgo il foulard, sto sudando molto ma tengo la giacca, la porta d’ingresso è vicino al palco e non voglio che gli spifferi peggiorino la mia situazione.
Video What Is And What Should Never Be – Nobody’s Fault But Mine – filmato da Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
Sarebbe il momento di Misty Mountain Hop, ma dopo pochi secondi l’expander di Saura, il dispositivo che permette alla pedaliera basso di funzionare, va in contrasto con l’impianto del locale e si spegne; riproviamo più volte ma niente da fare. L’umore peggiora, significa fare a meno dei pezzi con le tastiere e quindi anche di Since I’ve Been Loving You, Kashmir, Stairway e Thank You. La scaletta va stravolta, peccato in una serata in cui già sono messo così così io non ci voleva. Procediamo con When The Levee Breaks, evitiamo di fare Dancing Days e quindi affrontiamo Moby Dick. Durante l’assolo di Lele mi seggo sul divano, cerco di riprendere le forze e contemplo il lavoro di Lele. Lui non vorrebbe fare questo pezzo, mi dice sempre che non è tipo da assoli, ma ogni volta che gliene sento fare uno rimango incantato: Lele ha un tocco pieno di dinamica e swing e per uno come me cresciuto ascoltando John Henry Bonham quella è una faccenda maledettamente seria. Così lo zittisco e gli impongo (scherzando ovviamente) di farlo.
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
Andiamo avanti con The Song Remains the Same, dopo un paio di mie sbavature mi riprendo e mi ributto nel flusso di questa cavalcata elettrica. Non possiamo non fare Stairway e allora Saura si mette alle tastiere e finita la lunga introduzione, quando entra la batteria, torna al basso.
video Levee – TSRTS – Stairway (spezzoni) – filmato da Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
Una volta salutata la doppio manico partiamo col piombo Zeppelin: Whole Lotta Love (including Going Down un pezzo che i LZ a volte inserivano nel lungo medley di WLL), Communication Breakdown e Rock And Roll.
video Whole Lotta Love – The Train Kept A-Rollin – filmato da Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
The Equinox Bottega dei Briganti 26-2-2025 foto Giovanni Sandri
La gente ci chiede a gran voce il bis e allora – sebbene siano anni che non la suoniamo più optiamo per Train Kept-A Rollin’, il pezzo del 1951 di Tiny Bradshaw reso celebre in UK da Johnny Burnette nel 1956 in versione Rock e ripreso dagli Yardbirds e dai Led Zeppelin stessi (tour 1968, 1969,1980).
Sono certo di non aver suonato al massimo delle mie possibilità, ma la gente viene a complimentarsi con molto calore e, una volta rivisto i video, devo dire che certamente poteva andare peggio visto i problemi tecnici e di salute. Alla fin fine questo è Rock And Roll, tenere la barra a dritta anche durante la tempesta. Orologia, goodnight. It’s been great!
Un film di Bernard MacMahon. Con Robert Plant, Jimmy Page, John Bonham, John Paul Jones Documentario, durata 137 min. – Gran Bretagna 2025. – Uscita giovedì 27 febbraio 2025.
Per un tipetto come me, per il cagacaxxo che sono, è sempre problematico andare a vedere queste nuove uscite relative ai grandi gruppi della musica Rock, figuriamoci poi se riguardano i Led Zeppelin, gruppo di cui penso (naturalmente sbagliando) di aver capito (e di sapere) tutto.
Sarà che il Rock, come d’altra parte tutte le altre attività umane, ha preso una piega che non mi si addice, che non condivido e con cui tendo ad avere poco a che fare; già, sono sempre arroccato sulle mie posizioni, sulla voglia di musica contenutistica, articolata, grandiosa o comunque sincera e schietta e tendo a sbeffeggiare la deriva che invece ha preso ( vale anche per musica in generale). Amo ovviamente anche cose leggere e di facile ascolto, ma altresì rimango comunque esigente.
Ci è voluta la pollastrella affinché io andassi, lunedì sera, a vedere questo “nuovo” docufilm “Becoming Led Zeppelin”, presentato al festival di Venezia qualche anno fa e finalmente uscito nelle sale; tra l’altro sembra che stia avendo un successo notevole, in alcuni paesi sta tornando nelle sale vista la grande richiesta e le illustri riviste musicali (e non solo) ne stiano dando recensioni che sfiorano il 10 e lode.
Io non è che mi aspettassi molto, sapevo che non vi sarebbero stati nuovi filmati live e infatti è tutto materiale che i fan in senso stretto avevano già visto grazie ai DVD Bootleg usciti negli ultimi 4 lustri, eppure, vedere il tutto assemblato con cura sul grande schermo è stata una emozione che a tratti mi ha travolto. Certo, sono stati costretti ad utilizzare i pochi filmati disponibili più volte, dando spazio anche al fastidioso effetto dei video non in sincrono (o meglio non relativi) con l’audio del momento, tuttavia, grazie anche al volume alto tenuto dai cinematografi, il risultato in alcuni momenti è strabiliante; lo si deve alle ripuliture del suono e ai missaggi che hanno permesso ad ogni strumento (voce inclusa) di essere perfettamente in primo piano. Ovvio che si partisse da una resa sonora già eccezionale (Page fu davvero un apripista in questo campo), ma è stato molto, molto bello scoprire come questo aspetto sia stato rispettato in pieno.
Gradevoli le nuove interviste ai tre superstiti, tutti ben disposti e assai fieri della musica creata senza per questo diventare stucchevoli o autocelebrativi, vi è quasi un’aria di sorpresa in loro stessi nel rivedere certe scene e risentire quel sound, quelle trame musicali, quel rombo cosmico.
E poi, e poi … commovente l’intervista (solo audio) mai sentita prima di John Bonham, e non solo perché siamo tutti legati al ricordo del magnifico batterista e prima di tutto del giovane uomo morto a soli 32 anni, ma pure per le cose che dice, per il sentimento che mette nelle sue parole.
Di inedito vi sono alcuni filmati della vita personale di Bonham … il suo matrimonio, la sua famiglia e le foto dei quattro musicisti da piccoli o da giovanotti insieme a genitori e parenti.
Mentre scorrevano le due ore davanti al grande schermo, mi sono detto più volte “ma senti che cazzo di grandissimo chitarrista che era Jimmy Page, ma senti qui!” come se non fossero quasi cinque decenni che lo ascolto con estrema attenzione e (quasi sempre) con massimo godimento. Lo sarebbe stato (un grande chitarrista) per altri 3 / 4 anni, diciamo (dal punto di vista live) fino al 1973, ma ad ogni modo è stato davvero notevole riscoprirlo in quei primissimi due anni dei Led Zeppelin.
Sia chiaro, lo stesso discorso vale per Jones, per Bonham e per Plant, le loro prestazione lasciano a bocca aperta.
Quando poi Page parla di quello che voleva ci fosse nel bel mezzo di Whole Lotta Love, beh, come direbbe il mio amico Liso, “fa venire i brividi”. La lucidà con cui inseguì – in quella giovane età – il concetto di sperimentazione, di avanguardia è certo fuori dall’ordinario! Ah, che meraviglia quegli anni, che meraviglia quella Musica Rock, che meraviglia i Led Zeppelin.
Manzini che si cimenta in un giallo autoconclusivo pubblicato da un altro editore … mmh … non potevo perdermelo. Al di là della copertina piuttosto brutta (capisco che oggi non vi sia mai budget per nulla di veramente artistico e creativo però accidenti, sarebbe stato così dispendioso creare qualcosa di meno orrendo?), il libro è riuscito, il giallo è intrigante e ben orchestrato.
La storia si dipana su due sentieri paralleli, due voci e due protagonisti narranti messe su pagina con tanto di font diversi, un giornalista sportivo passato alla cronaca nera e un archivista di un tribunale figlio di un magistrato defunto; la storia scorre anche grazie alla scrittura di Manzini, al modo in cui tratteggia i personaggi in bilico tra dolenza e indolenza, alla poetica che ci mette nel raccontare di fatti violenti e di giustizia.
E’ una Bologna quasi in disparte quella che in cui è ambientata la storia, i fatti si sarebbero potuti svolgere in qualsiasi altra città tanto è forte la genericità dei luoghi citati.
Questa è la ristampa di una ristampa del 1976 di un libro pubblicato nel 1963 che racconta da un punto di vista “storico” la vita del leggendario frontier man Hugh Glass (vedi film The Revenant con Leonardo Di Caprio). A me interessava proprio cercare di verificare i fatti (e la vita) di Glass, scevri dalle tante leggende e interpretazioni. Questo libro ne traccia i brandelli di storia che nel 1963 si riuscì a ricostruire; stiamo parlando dei circa cinque decenni che vanno dal 1780 al 1830 circa, un epoca a cui sono da sempre legato per quanto riguarda i territori selvaggi del Nord America.
Il libro è in inglese, ho faticato un poco a leggerlo perché è scritto nella sua variante statunitense di 60 anni fa, non certo un inglese arcaico, ma di certo a me più ostico rispetto all’ inglese più moderno.
Resta il fatto che ho gradito molto imparare nuove e veritiere sfumature delle vicissitudini di questo ex pirata e mountain man ferito a morte da un grosso orso e abbandonato – dopo essere stato derubato dai suoi compagni. Glass sopravvisse e condusse una vita spericolata in quei territori magnifici e spietati.
Non una lettura per tutti, ma chi fosse interessato all’argomento potrebbe trovare questo libro essenziale.
Più di 500 pagine anche per questo nuovo entusiasmante capitolo delle peripezie noir del vicequestore Rocco Schiavone. Manzini continua a sorprendermi, dopo ben dodici capitoli di questa serie riesce ancora a scriverne uno elettrizzante, pagine che non vedi arrivi la sera per leggerle, un noir arieggiato, brioso, pur compresso nelle paludi dell’animo nero umano.
La morte di un ciclista in montagna spinge il Vicequestore di Aosta a indagare nel passato torbido e oscuro di un gruppo di ex militari. In questa nuova avventura di Rocco Schiavone, Antonio Manzini alza il livello della riflessione sulla condizione umana, in una indagine fitta di tracce, figure e dettagli, movimentata, rigorosamente logica, che agita ombre e desideri, provoca luci e turbamenti, smuove il coraggio e la paura.
Quando viene chiamato su una strada di montagna, al vicequestore Rocco Schiavone basta uno sguardo per capire di trovarsi di fronte a una rottura del decimo livello della sua personalissima classifica. Un ciclista, infatti, è stato vittima di un incidente. Il morto si chiama Paolo Sanna, un cinquantenne che da unpo’ di tempo abita in zona ma che apparentemente nessuno conosce. Dai primi accertamenti risultano subito delle stranezze. Sanna era abbiente se non addirittura ricco, ma senza occupazione, nel tempo aveva cambiato periodicamente residenze in tutto il Nord Italia, sporadiche e superficiali amicizie, qualche amore senza conseguenze, parenti lontani e poco frequentati: insomma, «una specie di ectoplasma ai margini della società». A complicare le cose, c’è il rebus del taccuino trovato nella sua abitazione, una lista di nomi, sigle e numeri inde-cifrabili. Il quadro è quello di un uomo in fuga. Ma una fuga lunga, senza fine, se non fosse stato per quell’urto in montagna. Per vederci chiaro bisogna indagare nel passato, andando il più a fondo possibile, un passato che fa sprofondare il vicequestore di Aosta negli anni di gioventù di un gruppetto affiatato. Rocco vorrebbe procedere come al solito, pesante come un pugno e sottile come uno stiletto, ma è di sottigliezza che ha soprattutto bisogno, anche perché si fa sempre più drammatico il timore per la scomparsa inspiegabile di una persona, una donna, a cui qualcosa di intenso lo lega. In questa nuova avventura di Rocco Schiavone, Antonio Manzini alza il livello della riflessione sulla condizione umana, in una indagine fitta di tracce, figure e dettagli, movimentata, rigorosamente logica, che agita ombre e desideri, provoca luci e turbamenti, smuove il coraggio e la paura.
Autore
Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato Sangue marcio, La giostra dei criceti (del 2007, riedito da Sellerio nel 2017), Gli ultimi giorni di quiete (2020) e La mala erba (2022). La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016), 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2017), L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone (2018), Fate il vostro gioco (2018), Rien ne va plus (2019), Ah l’amore l’amore (2020), Vecchie conoscenze (2021), Le ossa parlano (2022), ELP (2023) e Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Sud America? (2023). In altra collana di questa casa editrice ha pubblicato Sull’orlo del precipizio (2015) e Ogni riferimento è puramente casuale (2019)
Undicesima School of Rock quella del solstizio d’inverno del 2024 e dunque nuovo ritrovo modello “Dopolavoro” nei locali della azienda per cui lavoro. Sospinto dall’inarrestabile volontà del nostro dirigente GLB eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi e affezionati colleghi che con dedizione e passione si assiepano – dopo l’orario di lavoro – nella (mia amatissima) Sala Blues (where the dreams come blue), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hifi.
Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella silenziosa sala vuota e preparare ellepiì e cd.
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Tim Tirelli
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Tim Tirelli
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Tim Tirelli
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Tim Tirelli
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Tim Tirelli
Stasera c’è il completo sold out, siamo in overbooking, anzi no, piantiamola con questo maledetto inglese, siamo in numero superiore ai posti disponibili, d’altra parte il gruppo in questione è borderline, Rock ma non solo, infatti una volta inviato l’invito di questa undicesima School of Rock ho ricevuto feedback variegati, alcuni si sono mostrati molto soddisfatti della scelta (in primis il grande Albi “Tim, erano 4 anni che aspettavo questo momento) e altri più scettici (“Tim, ti hanno pagato per fare la puntata sui Queen”).
Questa ambivalenza mi ha ricordato un articolo (provocatorio) scritto parecchi anni fa sul blog:
Parto con una prima visione d’insieme facendo, ahimè, una sorta di compitino veloce:
I Queen sono stati fondati nel 1970 a Londra da quattro musicisti che combinavano background artistici molto diversi ma complementari: Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon. Sono diventati uno dei gruppi rock più influenti della storia, noti per il loro stile eclettico, spettacoli dal vivo potenti e innovazioni nell’uso di tecnologie musicali e video. Aggiungo anche che la componente grandeur/kitsch – vista la debordante personalità del cantante – è stata, particolarmente nella seconda parte della carriera, una costante. Qualche notizia biografica su Farrokh Bulsara, Brian Harold May, Roger Meddows Taylor e John Richard Deacon, l’impatto commerciale (enorme successo, soprattutto negli anni ’70 e ’80, vendendo complessivamente oltre 300 milioni di dischi a livello mondiale) e una ancor più veloce storia del gruppo, storia che inizia inizia nei tardi anni ’60, quando Brian May (chitarrista) e Roger Taylor (batterista) formarono il gruppo Smile insieme al bassista Tim Staffell, che abbandonò la band nel 1970. Fu proprio grazie a Staffell che May e Taylor conobbero Freddie Mercury (al tempo, Farrokh Bulsara appunto), un giovane cantante e artista con un’evidente vena creativa. Con l’ingresso di Mercury, che suggerì il nome “Queen”, e successivamente del bassista John Deacon nel 1971, la band trovò la sua formazione definitiva.
Il loro album di debutto, “Queen” (1973), pur non ottenendo subito grande successo, fu seguito da “Queen II” (1974), con cui cominciarono a guadagnare popolarità. Con “Sheer Heart Attack” (1974) e soprattutto “A Night at the Opera” (1975), i Queen si affermarono come fenomeno mondiale. “Bohemian Rhapsody”, dall’album del 1975, è diventata una delle canzoni più iconiche della storia del rock.
Con dischi come “News of the World” (1977) e “Jazz” (1978), i Queen consolidarono il loro successo internazionale. Con brani come “We Will Rock You”, “We Are the Champions”, “Don’t Stop Me Now”, e “Bicycle Race”, il loro stile divenne sempre più riconoscibile e amato dal grande pubblico. L’album “The Game” (1980), grazie a “Another One Bites the Dust”, segnò un altro punto di svolta nel suono della band, le influenze decisamente ballabili del fortunatissimo (bel) singolo scritto da Deacon li mantenne su vette altissime.
Durante i primi anni ’80, la band tuttavia attraversò una fase controversa con “Hot Space” (1982), un album che per metà propone disco music e che deluse gran parte dei fan storici (compreso il sottoscritto). “The Works” (1984) segnò in qualche modo un ritorno al rock e una discreta rinascita commerciale, con successi come “Radio Ga Ga” e “I Want to Break Free”. Nel 1985, i Queen parteciparono al Live Aid a Londra, con una performance considerata con buona ragione la migliore di quel grande evento.
L’album “A Kind of Magic” (1986) confermò il successo della band anche nelle colonne sonore (dopo il mezzo pasticcio di Flash del 1980) associandosi al film Highlander. Nel 1987, a Mercury fu diagnosticato l’AIDS, ma continuò a lavorare con la band. Il modesto (artisticamente parlando) “The Miracle” (1989) e il ben più convincente “Innuendo” (1991) riflettono la faccia dei Queen in questa fase. La morte di Mercury nel novembre 1991 significò ovviamente la fine dei Queen (sebbene May e Taylor abbiano continuato con un paio di cantanti assunti come “guest”), “Made in Heaven” (1995) diventò il classico album postumo completato dai membri rimasti usando le ultime registrazioni di Freddie.
Aggiungo qualche dato tecnico sui primi tre album che comunque salto quasi a piè pari (ben sapendo che i fan in senso stretto non mi perdoneranno).
Queen (1973)
Keep Yourself Alive
Doing All Right
Great King Rat
My Fairy King
Liar
The Night Comes Down
Modern Times Rock ‘n’ Roll
Son and Daughter
Jesus
Seven Seas of Rhye (strumentale)
Tecniche: Registrato ai Trident Studios, prodotto da Roy Thomas Baker.
Classifiche e vendite:
UK: posizione n. 24; oltre 100,000 copie vendute (Disco d’argento).
USA: circa 500,000 copie.
Giappone e Italia: Riconosciuto successivamente, con modeste vendite iniziali.
Queen II (1974)
Procession
Father to Son
White Queen (As It Began)
Some Day One Day
The Loser in the End
Ogre Battle
The Fairy Feller’s Master-Stroke
Nevermore
The March of the Black Queen
Funny How Love Is
Seven Seas of Rhye
Tecniche: Album più orchestrale e sperimentale.
Classifiche e vendite:
UK: n. 5; Disco d’oro. 150.000 copie
USA: vendite inferiori rispetto al Regno Unito.
1974: Sheer Heart Attack
Il terzo album dei Queen rappresenta il primo successo commerciale del gruppo. Dopo l’uscita di “Queen” e “Queen II”, che avevano avuto riscontri positivi soprattutto in Inghilterra, “Sheer Heart Attack” si apre al mercato internazionale, grazie a un suono più accessibile, vagamente glam e singoli niente male.
Brani principali:
“Killer Queen” (singolo di successo in UK e USA, con elementi di pop rock e cabaret)
“Now I’m Here” (un pezzo più hard rock scritto da Brian May)
“Stone Cold Crazy” (considerata una delle prime canzoni proto-thrash, influenzando generazioni di band hard rock e metal)
Classifiche e vendite:
UK Albums Chart: Raggiunge il n. 2 – 600,000+ copie (disco di platino)
USA Billboard 200: Entra in classifica alla posizione n. 12 – circa 1.000.000 di copie (disco di platino)
Giappone: circa 100,000 copie
Italia: circa 70,000 copie
Video TT’s SoR – primi anni – filmato da Jona H & Marzia P
Passo quindi al periodo d’oro dei Queen, quello che va dal 1975 al 1980.
1975: A Night at the Opera
Considerato uno dei massimi capolavori dei Queen, sottolineo che “A Night at the Opera” segna un nuovo standard nella produzione musicale per complessità e costi. Registrato utilizzando tecnologie avanzate per l’epoca, è un album che esplora rock, ballate, opera e cabaret, culminando in “Bohemian Rhapsody”. Quasi inutile farla ascoltare ma non si può evitare anche perché divenne un enorme successo globale, grazie anche all’iconico video musicale trasmesso in anteprima sulla BBC, aprendo la strada all’era del video musicale.
Classifiche e vendite:
UK: Primo posto, tre volte disco di platino, pari a circa 1.100.000 copie vendute. L’album è stato il primo della band a raggiungere il primo posto nella classifica britannica, restando in vetta per settimane
USA: Multi platino, raggiunge il quarto posto, 3.000.000 di copie
Giappone: circa 300,000 copie
Italia: circa 200,000 copie
Video TT’s SoR – ANATO – filmato da Jona H & Marzia P
1976: A Day at the Races
L’album con cui mi sono arrivati i Queen. Dico ai colleghi che proseguendo sulla scia di “A Night at the Opera”, “A Day at the Races” riprende alcuni temi e lo stile del precedente, ma con arrangiamenti forse più accessibili benché la produzione rimanga sofisticata. È il primo album dei Queen interamente autoprodotto. I pezzi cardine sono “Somebody to Love” (ispirata dal gospel e uno dei brani più emotivi di Mercury) e “Tie Your Mother Down” (un classico hard rock scritto da Brian May)
Classifiche e vendite:
USA: 1,000,000+ copie (platino)
UK: quasi 600,000+ copie (due dischi di platino)
Giappone: circa 200,000 copie
Italia: circa 150,000 copie
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Jona H
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto MARZIA P
Video TT’s SoR – ADATR – filmato da Marzia P
Arriva poi il momento di quello che forse è il mio disco preferito, di certo uno dei due a cui sono più affezionato.
1977: News of the World
Certo, due delle canzoni più iconiche e rappresentative della band, “We Will Rock You” e “We Are the Champions”, che sono diventate inni universali, ma anche diverse deep cut, ovvero i brani forse meno conosciuti ma profondi, come Spread Your Wings, All Dead All Dead, Sleeping On The Sidewalk, Who Needs You, la meravigliosa (!!!) It’s Late e il blues notturno da cuore infranto di Melancholy Blues.
La copertina dell’album “News of the World” dei Queen, pubblicato nel 1977, è a mio avviso l’unica copertina del gruppo ad essere di livello superiore, la più iconiche nella discografia della band. L’immagine raffigura un gigantesco robot che tiene in mano i corpi senza vita dei membri della band, trasmettendo un senso di drammaticità e fantascienza.
La copertina fu creata da Frank Kelly Freas, un celebre illustratore di fantascienza appunto. L’immagine originale, disegnata nel 1953 per la rivista Astounding Science Fiction, mostrava un robot che teneva un uomo ferito.
La band chiese a Freas di adattare l’opera, sostituendo l’uomo con i membri dei Queen.
Il robot è rappresentato con un’espressione malinconica, come se fosse addolorato per ciò che ha fatto. Questo contrasto tra la potenza meccanica e la fragilità emotiva o comunque umana è parte del fascino dell’immagine. Questa copertina è diventata un simbolo del periodo più ambizioso della band. Il design ha contribuito a rendere l’album visivamente memorabile, abbinandosi perfettamente all’energia innovativa e ai temi di sfida dell’album.
Classifiche e vendite:
USA: 4,000,000+ copie (quadruplo platino)
UK: 600,000+ copie (multi-platino)
Giappone: circa 250,000 copie
Italia: circa 180,000 copie
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Jona H.
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – Queen – foto Jona H
Video TT’s SoR – NOTW – filmato da Marzia P
Inizio ad accelerare, il tempo scorre in fretta:
1978: Jazz
“Jazz” è un album di Rock vario, eccentrico e vario tipico dei Queen.
Brani principali:
“Bicycle Race” (pezzo irriverente con un famoso videoclip)
“Don’t Stop Me Now” (inno all’energia e alla vitalità di Mercury)
“Fat Bottomed Girls” (brano rock classico scritto da Brian May
Classifiche e vendite:
UK: n. 2, disco di platino, 300.000
USA: n. 6, disco di platino, 1.000.000
Giappone: circa 150,000 copie
Italia: circa 150,000 copie
1980: The Game
Con “The Game”, i Queen sfornano il loro secondo album più venduto negli USA. Due i singoli di enorme successo: “Another One Bites the Dust” (un bel Rock in formato funky scritto da John Deacon) e”Crazy Little Thing Called Love” (brano in stile rock and roll anni cinquanta)
Classifiche e vendite:
USA: 4,000,000+ copie (quadruplo platino)
UK: 900,000+ copie (multi-platino)
Giappone: circa 300,000 copie
Italia: circa 200,000 copie
1982: Hot Space
“Hot Space” rappresenta l’album più controverso della band, caratterizzato da un forte orientamento verso la disco music, con pochi brani rock classici. Per il giovane Tim di quegli anni fu un colpo al cuore. Tuttavia contiene Under Pressure” (collaborazione con David Bowie).
Classifiche e vendite:
UK: n. 4, disco d’oro 150.000
USA: disco d’oro, 500.000
Giappone: circa 75,000 copie
Italia: vendite modeste, circa 50,000 copie
Video TT’s SoR – JAZZ/THE GAME/FLASH HOT SPACE – filmato da Marzia P
1984: The Works
“The Works” segna un ritorno dei Queen a uno stile rock più tradizionale dopo l’esperimento dance di “Hot Space”. L’album riflette la risposta della band alle critiche e il desiderio di ritornare al proprio nucleo rock. Non è un album spettacolare, ma pur con influenze anni 80 è un disco ben più che dignitoso che personalmente mi riconcilia col gruppo. “Keep Passing the Open Windows”, “Radio Ga Ga”, “Hammer to Fall” i brani a me più cari.
Classifiche e vendite:
USA: circa 1,000,000 copie (platino)
UK: 600,000+ copie (multi-platino)
Giappone: circa 200,000 copie
Italia: circa 150,000 copie
1986: A Kind of Magic
“A Kind of Magic” è un album strettamente collegato al film Highlander – L’ultimo immortale, diversi pezzi sono stati creati come colonna sonora della pellicola. Il suono del disco e del Rock dei Queen si veste di anni ottanta e inevitabilmente diventa più grossolano seppur funzionale a quel periodo.
Classifiche e vendite:
USA: circa 1,000,000 copie (platino)
UK: 600,000+ copie (multi-platino)
Giappone: circa 250,000 copie
Italia: circa 180,000 copie
1989: The Miracle
“The Miracle” segna il ritorno dei Queen in studio dopo un periodo difficile per la band. Freddie Mercury scopre di essere malato di AIDS, ma la band decide di continuare a registrare e conseguentemente far uscire il nuovo album. “Breakthru”, “The Miracle”, “The Invisible Man” i pezzi di maggior valore a mio avviso. Il resto piuttosto bruttino.
Classifiche e vendite:
USA: circa 500,000 copie (oro)
UK: 600,000+ copie (multi-platino)
Giappone: circa 150,000 copie
Italia: circa 130,000 copie
1991: Innuendo
Con “Innuendo”, ultimo album pubblicato dai Queen durante la vita di Freddie Mercury, la band torna ad avere credibilità Rock. Nonostante le sue condizioni di salute peggiorino, Freddie registra cose egregie. “Innuendo” è una meraviglia … epica, rococò, intensa, bellissima. “I’m Going Slightly Mad” e “These Are the Days of Our Lives” le altre due perle. A me è sempre piaciuta anche Headlong.
La copertina dell’album è senza dubbio una delle più artistiche e significative della band.
Classifiche e vendite:
USA: circa 500,000 copie (oro)
UK: 300,000+ copie (disco di platino)
Giappone: circa 200,000 copie
Italia: circa 100,000 copie
1995: Made in Heaven
Pubblicato postumo dopo la scomparsa di Mercury, “Made in Heaven” è composto da tracce vocali registrate prima della sua morte, con arrangiamenti e produzione finale curati dai membri rimasti. L’album è caratterizzato da toni malinconici ma celebra anche il contributo artistico di Freddie. Questo quello che si dice. Non roba per me, quindi evito di giudicarlo.
Classifiche e vendite:
USA: circa 500,000 copie (oro)
UK: 1,200,000+ copie (multi-platino)
Giappone: circa 400,000 copie
Italia: circa 150,000 copie
Un accenno anche a Live killer de 1979, e poi via verso i saluti finali (vedi video qui sotto). Un’altra serata niente male, un’altra illusione che il Rock sia ancora quello che era.
NEW YORK GOODNIGHT! Sant’Orsola thank you … it’s been great.
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