ETTA JAMES “Lovin’ Arms” (1974)

19 Ago

From the album COME A LITTLE CLOSER (Chess 1974)

(written by Tom Jans)

If you could see me now
The one who said that she’d rather roam
The one who said she’d rather be alone
If you could only see me now

If I could hold you now
Just for a moment, I could really make you mine
Just for awhile, turn back the hands of time
If I could only hold you now

I’ve been too long in the wind, too long in the rain
Take any comfort that I can
Looking back and hoping for a freedom from my chains
And lie in your loving arms again

If you could hear me now
Singing somewhere through the lonely night
Dreaming of the arms that held me tight
If you could only hear me now

I’ve been too long in the wind, too long in the rain
Take any comfort that I can
Looking back and hoping for a freedom of my chains
And lie in your loving arms again

I can almost feel your loving arms again
I can almost feel your loving arms again

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Rockonti: l’eroe venuto dallo spazio di Massimo Bonelli

17 Ago

MB si avventura in un viaggio cosmico, questo è il risultato…

“Ten, Nine, Eight, Seven, Six…  Five, Four, Three … Two, One, Liftoff … This is Ground Control to Major Tom… You’ve really made the grade…”

La piccola navicella stava vagando nello spazio con il suo prezioso carico. Il trasferimento “culturale” era riuscito.

Da una stazione spaziale segreta avevano lanciato la piccola capsula, contenente il corpo perfetto di un giovane uomo: David Jones, affetto da problemi mentali.

L’obiettivo era quello che lui ospitasse, nel senso letterale e scientifico del termine, il cervello molto sviluppato di Bowie, uno dei pochi superstiti del pianeta conosciuto con il nome di Ziggy. Mondo intelligente di un’altra galassia.

bowie psychedelico

“Mayday, mayday… Houston, abbiamo un problema…”

“Ground Control to Major Tom..  Your circuit’s dead, there’s something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you “Here am I floating round my tin can
Far above the Moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do.”

Mary usciva in quel momento dal cinema; non era lì per svago, faceva la cassiera e questo la costringeva a rincasare piuttosto tardi. Stansfield Road non era molto distante e Bromley è una cittadina minuscola nella regione del Kent, in Inghilterra. Era troppo tardi per trovare un mezzo e quindi, come al solito, si avviò a piedi. Mentre camminava, vide una sottile scia luminosa nel cielo notturno. Giunta a casa, si accorse di uno strano oggetto tra gli alberi del giardino. Una macchina a forma di uovo. Il marito di Mary, Haywood, era già sul posto a curiosare, un po’ agitato. Mary era più spaventata e avrebbe voluto chiamare qualcuno… ma proprio in quel momento, la capsula si aprì.

David Bowie.
David Bowie

Immediatamente, l’individuo presente all’interno, uscì. Era alto, ma la sua magrezza lo faceva apparire ancora più alto e slanciato. Era pallido. Dalla sua carnagione bianchissima, gli occhi cristallini risaltavano esageratamente: uno azzurro e l’altro verde. I folti capelli biondi, con dei riflessi rosso fiammanti, coprivano in parte la fronte. Un’ elegante tuta bianca, ed un aspetto decisamente aristocratico e nobile, gli conferivano l’aria di un Duca.

– “La mia missione è salvarvi” – disse con un perfetto accento del Kent – “il mio pianeta, Ziggy, probabilmente è già scomparso. I Venusiani hanno avuto la possibilità di distruggerci. Ma, purtroppo, nel mio mondo, ero l’unico capace di contrastarli, con la sola arma in grado di respingerli: la musica.”-

Mary e Haywood non avevano ancora avuto il tempo di riprendersi dalla sorpresa. Tutti e due erano a bocca aperta di fronte allo strano individuo che era uscito dalla capsula. Venusiani, musica, Ziggy, distrutti… di che cosa stava parlando e soprattutto chi era questo essere pallido, etereo, arrivato dal cielo?

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Come se avesse letto nelle loro menti, l’uomo rispose – “Il mio nome è Bowie, provengo da un’altra galassia. Il mio pianeta si chiama Ziggy. Un esperimento segreto con alcuni vostri scienziati, è riuscito ad innestare il mio cervello in un corpo umano. Ora sono qui per salvarvi. Il prossimo pianeta che sarà attaccato dai Venusiani è la Terra, il vostro Mondo.”-

“… Though nothing, nothing will keep us together… We can beat them, for ever and ever … Oh we can be Heroes, just for one day”

– “Entra in casa. Riposati. Poi ci racconterai ogni cosa e, visto che sei il nostro eroe, ci dirai cosa possiamo fare” – Era stato Haywood ad interrompere lo sbalordimento, in cui lui e sua moglie erano ovviamente caduti. Al contrario di Mary, donna molto pratica e razionale, Haywood era un sognatore. Leggeva un sacco di libri ed amava i film di fantascienza. Insomma, era quasi preparato ad un evento di questo genere.

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-“Non so se abbiamo molto tempo, uno degli scienziati, il maggiore Tom, si è perso nello spazio mentre doveva recuperarmi. Era l’unico che conoscevo. Ora dobbiamo fare in fretta” – disse Bowie – “L’arrivo dei Venusiani è imminente”.

– “Cosa possiamo fare noi. Mary ed io forse non siamo in grado di aiutarti…” – rispose Haywood con aria triste.

– “Dobbiamo raccogliere musicisti in ogni parte del Mondo. Creare uno scudo contro la loro invasione e l’unica arma in grado di respingerli è la musica, tanta musica ovunque e…”  Bowie venne interrotto

-“Noi conosciamo un tale Owen Frampton, il figlio è musicista, si chiama Peter e a sua volta ne conosce tanti altri. Non abita molto distante da qui” – intanto, Mary, Haywood e Bowie entrarono in casa.

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Mary, fece la prima domanda da quando si era trovata di fronte l’essere venuto dal cielo: -“Hai degli occhi stranissimi, uno verde ed uno azzurro… sono affascinanti e hum… anche un po’ inquietanti” – Bowie, pacatamente e con quella splendida voce profonda, rispose: -“Sono solo dei riflessi, l’occhio azzurro è in sintonia con il cielo, quello verde, con la terra. Il primo vede il mio spirito, il secondo la realtà. Entrambi i segnali arrivano al cervello e questo mi da le risposte adeguate”.-

Haywood era già al telefono con Owen Frampton. Cercava, in qualche maniera e senza allarmismi, di fargli capire che dovevano entrare in contatto con Peter ed altri musicisti. La mattina successiva, nella loro casa, c’era già una riunione affollata: Peter Frampton (Humble Pie), Marc Bolan (T.Rex), Dave Cousins (Strawbs), Mark Ronson, Brian Eno, Tony Visconti, Rick Wakeman e naturalmente Bowie. Il nostro eroe mise al corrente i presenti dei pericoli che correva il nostro pianeta e quale era la soluzione. Tutti si diedero immediatamente da fare. Il giorno dell’invasione Venusiana, era sempre più prossimo. All’unanimità, ritennero necessario organizzare, urgentemente, degli eventi musicali in vari luoghi, strategicamente utili alla difesa della Terra.

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Il risultato del lavoro di tutti fu che, in un breve periodo, riuscirono a coinvolgere una moltitudine di musicisti in tutto il mondo i quali, a loro volta, organizzarono dei raduni musicali: negli Stati Uniti a Bethel, vicino a Woodstock, un paese nello stato di New York. Poi, in California, sia a Monterey che a Big Sur.  Sarebbero stati presenti i Jefferson Airplane, Grateful Dead, Jimi Hendrix (Bowie, quando lo vide, pensò che fosse un alieno come lui), Otis Redding, Crosby, Stills, Nash & Young, Joan Baez ed altri. Nel Central Park di New York, Simon & Garfunkel. All’isola di Wight, in Inghilterra, Leonard Cohen, Joni Mitchell, Doors, Miles Davis ed altri. In Hyde Park a Londra, i Rolling Stones. A Parigi, Lou Reed e Iggy Pop. In Italia, avevano organizzato una scena musicale molto particolare, “La notte della taranta”, efficacissimo mix etnico, ipnotico e ritmico. A Berlino, Roger Waters, con molti altri musicisti, richiamò una folla oceanica. E così in tutti i continenti, ovunque, erano pronti a sollevare una barriera di musica.

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Il giorno X, tutti si misero a suonare per ore e ore, in alcuni luoghi la lotta durò giorni. Vicino a Bromley, lo stesso Bowie organizzò, sotto il nome di “Free Festival”, un raduno musicale con gli stessi Marc Bolan, Peter Frampton, Strawbs, Rick Wakeman e, ovviamente lui, Bowie. Nessuno aveva avuto modo di constatare la sua bravura come musicista, fino a quel momento. Accompagnato da Mark Ronson e Tony Visconti, Bowie sorprese tutti, le sue note volarono altissime, quasi alla ricerca del suo mondo scomparso,  e vide sconfitte le navi Venusiane sui cieli d’Inghilterra, come in tutto il resto del pianeta. La musica aveva vinto. Uno spettacolo di musica universale aveva vinto. Pochi erano a conoscenza del motivo di tutto ciò, ma a tutti era parso come una magnifica celebrazione. Bowie, restò sulla nostra Terra e divenne un eroe della musica. Lo scontro più estenuante lo aveva condotto vittoriosamente lui e, ad ognuno, rimase la “memoria del Free Festival”: – “Sound machine is coming down and we’re gonna have a party…”

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We scanned the skies with rainbow eyes and saw machines of every shape and size
We talked with tall Venusians passing through
And Peter tried to climb aboard but the Captain shook his head
And away they soared
Climbing through the ivory vibrant cloud
Someone passed some bliss among the crowd
And We walked back to the road, unchainedThe Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party, ha ha ha
The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party, yeah yeah
The Sun Machine is coming down, woh ho ho
Sun Machine is coming down, oh oh oh ah
Sun Machine is coming down, oh

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
 Pubblicato in origine il 13/7/2015 su:  http://www.spettakolo.it/

 

FLASH n.4 – maggio1989 (MOTLEY CRUE)

12 Ago

Maggio 1989, esce un numero di FLASH dedicato  al GLAM e allo STREET R&R. Giancarlo Trombetti mi incarica di scrivere l’articolo sui MOTLEY CRÜE. Eccolo qui.

FILE PDF:

FLASH 4 – Motley Crue 041

FLASH 4 - Motley Crue 042

Measuring a summer’s day (Emilia blues)

10 Ago

Contemplo l’Emilia sotto il tetto di questa estate rovente, vedo un gruppo di illuminati che si ritrovano per una grigliata nelle campagne adiacenti a Regium Lepidi. Hanno nomi pittoreschi: Pike boy, Riffy Betts, il Tony Banks di via Prati, Nonantolaslim, Mike Bravo e Lollo Stevens. Li sento discutere di musica, di come certi particolari abbiano inciso sulle loro vite. Magister Pike dice “avevo 14 anni, e quei colpi di cassa al minuto 5;15 aprirono porte su orizzonti che non pensavo esistessero”. Nemmeno due secondi e tutti si alzano, si rimettono i mantelli, e iniziano a salmodiare i versi di Gregorio Magno:

I’m tired of hypocrite freaks
With tongues in their cheeks
Turning their eyes as they speak

They make me sick and tired

Please, please, please open your eyes
Please, please, please don’t give me lies

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Vedo volontari che organizzano a Nonantola una festa il cui ricavato va in beneficenza, tra loro discendenti di famiglie storiche del paese e nuovi arrivati perfettamente integrati nella comunità. Un algerino si lascia prendere  in giro da uno dei volontari nonantolani che lo chiama affettuosamente“maruchèin”, e ribatte rassegnato, in un italiano dall’accento arabo, “Lo sai che non vengo dal Marocco” prima di correre in cucina a prendere altri piatti pronti per i clienti della festa. Una ragazza di colore e un ragazzo i cui antenati erano sicuramente indios sudamericani si scambiano battute in un italiano dal forte accento cantilenante tipico del posto. Niente male mi dico, individualità multietniche che si riconoscono nei tratti fondanti della etnia originale del posto in cui sono approdati.

Vedo gente che si ritrova la sera negli spazi verdi del paese per assistere a spettacoli organizzati anche qui da volontari, rinunciando per una volta ad essere preda delle televisioni. Vedo amici, musicisti della zona, che dopo 30 e passa anni sono ancora lì a suonare su di un palco…

Topazio Soul - Nonantola, Perla verde, 19-7-2015  (foto TT)

Topazio Soul – Nonantola, Perla verde, 19-7-2015 (foto TT)

Osservo il mondo dei centri commerciali, dove la gente a caccia di saldi si rifugia per sfuggire alla probabile solitudine della propria vita. Vedo anche cartelloni pubblicitari di non-musicisti italiani che si spacciano per tali imitando non-musicisti (KidRock) americani.

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Dalla finestra misuro l’arsura che attanaglia le campagne in queste domeniche …

Domus Saurea . finestre d'estate - foto TT

Domus Saurea . finestre d’estate – foto TT

Guardo un vecchio vittima dell’alzheimer combattere come può per non finire definitivamente nel pantano della demenza, aiutato da un figlio che escogita ogni trucchetto per farlo restare attivo …

Brian & Tim - agosto 2015 (Foto Lalli)

Brian & Tim – agosto 2015 (Foto Lalli)

Ready to Rock - Brian & Tim - agosto 2015 (Foto Lalli)

Ready to Rock – Brian & Tim – agosto 2015 (Foto Lalli)

Scruto le autostrade create tra i malghetti dalle mietitrebbie …

Malghetty highway - Foto TT

Malghetti highway – Foto TT

Distinguo uomini di blues che si danno al giardinaggio per sfuggire al morso dei diavoletti azzurri che gli attanagliano l’animo …

The Blue Farmer - Foto Saura T

The Blue Farmer – Foto Saura T

Esamino Feste dell’Unità sulle rive del fiume Secchia o del torrente Modolena, giganteschi ritrovi di gente ormai sganciata dall’idea di sol dell’avvenire, di rossa primavera.

Festa dell'Unità - Villalunga RE agosto 2015

Festa dell’Unità – Villalunga RE agosto 2015

Festa dell'Unità - Villalunga RE agosto 2015

Festa dell’Unità – Villalunga RE agosto 2015

Festa dell'Unità - Villalunga RE agosto 2015

Festa dell’Unità – Villalunga RE agosto 2015

Constato come nemmeno alla direzione importi di offrire intrattenimento di qualità: la zona Liscio è preda di orchestre spettacolo che suonano con basi su cui solo uno o due strumenti suonano dal vivo, il cui repertorio è ormai annacquato con insulse riproposizioni di immondizie musicali più moderne che nulla hanno a che fare con lo spirito del Liscio originale. Saggio l’ennesima tribute band dei QUEEN, e capisco in un batter d’orecchio che offrono uno spettacolo scadente.Nulla di male se suonassero in contesti meno importanti, ma la festa in cui mi trovo è seconda per importanza solo a quella provinciale di Regium Lepidi, ed è triste constatare come vogliano spacciare tale inconsistenza per spettacolo di qualità. Se metti in piedi una QUEEN tribute band di livello devi assicurarti prima di tutto che il cantante abbia una gran voce e una gran personalità, altrimenti stai a casa, o vai a suonare in situazione più consone al tuo livello. Non basta indossare il costumino, vantare (?) una partecipazione a The Voice Of Italy e gridare continuamente “su le mani!”. 

Vipers - Queen tribute - Villalunga RE agosto 2015

Vipers – Queen tribute – Villalunga RE agosto 2015

Vedo riflessi della bassa Louisiana, dell’Acadia, della Cajun belt insomma nel bayou reggiano, famiglie alle prese con faccende che pensavo appartenessero ormai solo al passato …

“Fogone” time – mother and daughter- Cajun county – Gavassae (Regium Lepidi) august 2015 – photo TT

Timber time - father, mother, daughter- Cajun county - Gavassae (Regium Lepidi)  august 2015 - photo TT

Timber time – father, mother, daughter- Cajun county – Gavassae (Regium Lepidi) august 2015 – photo TT

Guardo (in streaming) squadre di calcio finalmente vincere amichevoli …

Hot summer (lonely) nights series: alone at home, 32 ° degrees celsius, a cold Corona cerveza, watching the friendly game INTER - ATHLETIC BILBAO...  I guess that's why whey call It the Blues - photo TT

Hot summer (lonely) nights series:
alone at home, 32 ° degrees celsius, a cold Corona cerveza, watching the friendly game INTER – ATHLETIC BILBAO…
I guess that’s why whey call It the Blues – photo TT

Contemplo campanule che sfoggiano tutta la loro bellezza …

Tim Tirelli's campanula -august 2015 - photo TT

Tim Tirelli’s campanula -august 2015 – photo TT

In un ristorante vedo gente vestire incurante delle caratteristiche fisiche… il ragazzo con peli su spalle e schiena sfoggiare allegramente una canotta, donne di una magrezza agghiacciante indossare pantaloncini corti e canottiera, uomini grassi e sfatti girare in braghe corte, giovani ragazze che si credono attraenti vestire come le popstar (apparentemente) perfette, giovani ragazze con corpi sbilenchi che pensano basti stirasi i capelli e darsi un’aria tra l’annoiato e l’indifferente per essere fighe…

Infine dimentico tutto mentre osservo una groupie che dopo tanto tempo riprende in mano il mandolino e si mette a seguire un pezzo, da un bootleg del 1977, della più grande Rock band di tutti i tempi dipingendo l’estate emiliana con suggestioni dell’ antica Britannia …

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J. Segrest-M.Hoffman “MOANIN’ AT MIDNIGHT – The Life And Times of Howlin’ Wolf” (Thunder’s Mouth 2005) – TTTTT

8 Ago

Biografia davvero riuscita questa, e non solo per merito del personaggio in questione; bravi gli autori nell’esporre tutto in modo efficace, coerente e chiaro, nonostante i tantissimi, tantissimi episodi raccontati e le curve della vita di Wolf, tante quante quelle del Mississippi. Noi ci diciamo uomini di blues, ma ci sentiamo miserelli nel farlo se paragoniamo le nostre vite privilegiate a quella di Chester Burnet, Howlin’ Wolf insomma. A 10 anni (siamo nel 1920) sbattuto fuori di casa da sua madre in un freddo giorno d’inverno, cammina diverse miglia e raggiunge la casa di un prozio (il fratello della madre di suo padre). Questi è un uomo senza sentimenti, per tre anni lo fa lavorare come un mulo e lo frusta ad ogni occasione. Wolf a 13 anni, lascia la casa e parte all’avventura. Nel 1923, a 13 anni, nel Mississippi. Ah!

L’incontro con la musica, la decisione di diventare un bluesman, il duro lavoro nei campi, l’inizio della sua carriera, il trasferimento a Chicago dove diventa uno dei due miti (l’altro è naturalmente Muddy Waters) della Chess Records e dunque del blues. Vita straordinaria, personaggio straordinario e biografia straordinaria di quello che è stato “uno dei giganti della musica americana”

Il libro è scritto in inglese.

Howlin Wolf book

 

LED ZEPPELIN “10 Ribs & All/Carrot Pod Pod (Pod)”

2 Ago

ITALIAN/ENGLISH

Indolente venerdì pomeriggio di fine luglio, in ufficio a sbrigare le mie faccende. Mi arriva un link tramite messaggio di facebook dal mio amico STEFANO LUMMI, leadhead; trattasi della nuova versione di PRESENCE comprensiva del materiale bonus appena postata da qualcuno su Youtube. Stefano mi scrive, a proposito dell’inedito strumentale per cui tutti siamo in fibrillazione,  “l’inedito strumentale è bellissimo, sembra un arrangiamento a la Ten Years Gone”. Mollo tutto, chiudo la porta, mi verso due dita di Southern Comfort, mi infilo le cuffiette e faccio partire 10 RIBS &ALL/CARROT POD POD (POD.

LZ 1976

LZ 1976

I LED ZEPPELIN erano pazzi, avevano tra le mani un pezzo come questo e decisero di non completarlo e quindi di non inserirlo nell’album PRESENCE. Ma come si fa mi chiedo io … pensate a PRESENCE con 10 RIBS al posto, che so, di CANDY STORE ROCK o di HOTS ON FOR NOWHERE, sarebbe certamente stato un album migliore. Leggendo i primi commenti su qualche LZ forum, noto che ad alcuni il pezzo sembra noioso, altri scrivono che capiscono perché non fu inserito nell’album di competenza riferendosi al fatto che il mood cupo e metallico di quanto registrato ai MUSICLAND STUDIOS di Monaco di Baviera mal si sarebbe legato ad un pezzo del genere; i gusti si discutono (!) così io continuo a pensare che un pezzo di ampio respiro come questo avrebbe giovato moltissimo a PRESENCE ma soprattutto sono convinto che il brano sia splendido.

Musicaland Studios at Arabella High-Rise Building  - Munich

Musicaland Studios at Arabella High-Rise Building – Munich

Il piano di JOHN PAUL JONES tesse una trama di incomparabile bellezza, l’atmosfera è quella che amiamo tanto: un po’ improvvisazione live di NO QUARTER, un po’ ICE FISHING AT NIGHT, un po’ HERE I AM. Quel minore che va a dissolversi in maggiore, con la chitarra elettrica di PAGE che lentamente si aggiunge, subito raggiunta dall’ acustica. L’entrata  di BONHAM, un po’ come il drumming durante il pezzo, è quieta ma efficace come sempre. Lo sviluppo è davvero notevole, JONES e PAGE a livello compositivo e di arrangiamenti in quegli anni potevano tutto.

Munich-Strassenbahn

Munich-Strassenbahn

Mi vengono i brividi se penso a ciò che PLANT avrebbe potuto aggiungere, una delle sue melodie struggenti, malinconiche, un po’ sinistre, una cosa tipo TEN YEARS GONE con quel tipo di testo a fare da cornice ad una melodia strumentale che, ripeto, per me è da brividi. Cosa c’entri un titolo, seppur provvisorio, come 10 RIBS &ALL/CARROT POD POD (POD) nessuno lo ha capito. Mi piace pensare che un titolo più appropriato avrebbe aggiunto ulteriore valore al pezzo, qualcosa tipo BAVARIAN RHAPSODY, DEUTSCHLAND REGEN o persino ELEVEN YEARS GONE.

Control Room  - Musicland Studios in the 70s - Munich

Control Room – Musicland Studios – Munich in the 70s

Il mio amico STEFANO LUMMI,  ha ancora qualche dubbio circa il fatto che questa “malinconia bavarese”sia scaturita dalle session in oggetto, non ha tutti i torti, difficile pensare che in quelle tre settimane PAGE abbia preso in mano la chitarra acustica, che visti i tempi strettissimi il gruppo abbia arrangiato in modo così preciso un brano così lungo e intenso senza poi utilizzarlo. A rigor di logica verrebbe da pensare che sarebbe un brano più consono alle session fatte al POLAR STUDIO nel novembre del 1978, il finale ricorda quello di ALL MY LOVE (long version) e lo sviluppo del ritornello pure, ma d’altra parte risuonano anche suggestioni provenienti da IN THE LIGH (session del 1974). Tuttavia non ci sono dubbi,il pezzo fu registrato il 17/11/1975 ai Musicland Studios di Monaco.

Presence Deluxe Edition

Mah, rimane il fatto che questo è l’episodio più significativo apparso sui 10 companion disc  di questa lunga campagna di ristampe dei dischi dei LZ. E’ di questo che avevamo bisogno, Mr Page, non di rough e reference mix.

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(Broken) ENGLISH

Lazy Friday afternoon in late July, I’m in the office to attend to my business. I receive a link through a facebook message from my ledhead friend STEFANO LUMMI; it’s the new version of PRESENCE (including the bonus material) loaded by someone on Youtube. Stefano writes  about the never released instrumental for which we are all in fibrillation, “the unreleased instrumental is very beautiful, it has an arrangement a la the Ten Years Gone”. I give up everything, I close the door, I pour “two fingers” (as we say here in ole Italy) of Southern Comfort in a glass, I put on my headphones and I let 10 RIBS & ALL / CARROT POD POD (POD) roll.

LED ZEPPELIN were crazy, they had a piece like this in their hands and they decided not to complete it, and then not to include it on the PRESENCE album. How could they!  I think PRESENCE would certainly have been a better album with 10 RIBS instead, say, CANDY STORE ROCK or HOTS ON FOR NOWHERE. I read the first comments on a LZ forum, some say the piece is boring, others write that they understand why it was not included on the album referring to the fact that the dark and metallic mood of the music recorded at Musicland Studios in Munich would be tied in a bad way to a song like this; I know tastes shouldn’t be discussed but I do (!) so I think that a far-reaching piece like this would have helped greatly PRESENCE but first of all I am firmly convinced that the song is simply beautiful.

JOHN PAUL JONES piano weaves a web of incomparable beauty, the atmosphere is the one we love so much: a bit NO QUARTER live improvisation, a bit ICE FISHING AT NIGHT, a bit HERE I AM. That minor key that goes to dissolve itself into a major key, with the electric guitar of PAGE that slowly adds something, soon joined by the acoustic guitar. The entrance of BONHAM, like the drumming during the piece, is quiet but effective as ever. The development is truly remarkable, PAGE and JONES in composition an arrangements could do everything in those years.

I shudder when I think of what PLANT might have added, I mean … think about one of his poignant melodies, a bit melancholic, a little sinister, something like TEN YEARS GONE with that kind of lyrics as a perfect frame to a instrumental melody which, I repeat, for me it is sublime. What a title, albeit provisional, as 10 RIBS & ALL / CARROT POD POD (POD) has to do with a song like this? I like to think that a more appropriate title would add further value to the piece, something like, say, BAVARIAN RHAPSODY, DEUTSCHLAND REGEN or even ELEVEN YEARS GONE.

My friend STEFANO still has some doubt about the fact that this “Bavarian melancholy” has arisen from the sessions in question, he is not entirely wrong, it’s hard to believe that in those dark three weeks PAGE picked up the acoustic guitar, that with a extremely tight timetable the group arranged so precisely a song so long and intense and then put it aside. Logically, one would think that it would be best suited to the sessions made at POLAR STUDIO in November 1978, after all the coda is reminiscent of ALL MY LOVE (long version) as well the development of the chorus, but then resound suggestions also from IN THE LIGH (1974 sessions).

There are no doubts anyway, the track was recorded on 17/11/1975 at Musicland studios in Munich.

Well, the fact remains that this is the most significant episode appeared on 10 companion discs of this reissue campaign  of LZ. That’s what we needed, Mr. Page, not rough and reference mixes.

29/7/1973 – THE LAST GIG OF LED ZEPPELIN blues

29 Lug

29/7/1973 – The last gig of the incredible 1973 tour, the last time that Jimmy Page was the Jimmy Page of the collective imagination. After that he would not be interested in guitar anymore, he just fell in to the abyss of the mega rock star life. What a shame…we lost the greatest rock guitar player ever.

Jimmy Page 1973 - copyright David Redfern / Redferns.

Jimmy Page – copyright David Redfern / Redferns.

29/7/1973 – L’ultimo concerto dell’incredibile tour del 1973, l’ultima volta in cui Jimmy Page fu il Jimmy Page dell’immaginario collettivo. Dopo di ciò perse interesse per la chitarra e  scivolò velocemente nell’abisso della vita da mega rock star e noi perdemmo  il miglior chitarrista rock di sempre. Che peccato.

SYMPATHY FOR THE STONES di Massimo Bonelli

27 Lug

Questa volta il nostro amico MB ci parla della sua avventura con i Rolling, a Torino del 1982. Allora ero a militare, non potei andare, ma ricordo quella sera … mi sembra fossi di guardia, ma con la testa ero anche io là, allo stadio, a vedere Mick & Keith.

“Please allow me to introduce myself… I’m a man of wealth and taste… I’ve been around for a long, long years… Stole many a man’s soul and faith”

L’ascensore stava scendendo. La mia agitazione stava salendo. Potevo leggere la successione dei piani sul visore sopra la porta della cabina, ora erano al settimo.

Torino non era la stessa città accogliente e variegata che è oggi, ma in quel momento risultava essere il centro del mondo: due concerti dei Rolling Stones, per il tour “Still Life”, le davano una risonanza internazionale, pari a Madrid, dove il giorno prima, l’11 luglio 1982, si era giocata la finale del mondiale di calcio tra Italia e Germania. Il primo dei due concerti degli Stones avvenne nel pomeriggio dello stesso giorno, per poter permettere, in serata, di seguire la partita. Mick Jagger in quell’occasione indossò la maglia della nazionale italiana e la bandiera, come un mantello, auspicando, profeticamente, una vittoria per 3 a 1. E così fu.

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Sesto piano. Mi trovavo nella hall dell’hotel torinese dove erano ospitati i Rolling Stones. L’addetta stampa mi aveva invitato, affinchè la band conoscesse qualcuno della casa discografica italiana. Un mese prima avevo accompagnato un gruppo di giornalisti al concerto che gli Stones avevano tenuto a Lyon, in Francia. In quell’occasione, non potendo incontrare la band, mi ero dedicato al gruppo di supporto, J Geils Band di Peter Wolf, presente nelle classifiche con un album di grande successo “Freeze Frame” e la hit “Centerfold”. Chiaramente feci la gaffe di chiedere a Peter come andava con la moglie, l’attrice Faye Dunaway, dalla quale, però, si era appena separato. Pazienza, tanto da lì a poco, avrebbe divorziato anche dalla band.

Quinto piano. Il pomeriggio caldissimo dell’11 luglio, per il primo concerto, di fronte ad uno stadio gremito, i Rolling Stones erano stati spettacolari. Dopo l’introduzione con “Take the a train” di Duke Ellington e con il lancio di migliaia di palloncini colorati sulla voce di “… and now, the greatest rock’n roll band in the world… Ladies and Gentlemen… the Rolling Stones…”  Mick, Keith, Ronnie, Bill e Charlie iniziarono con “Under my thumb”… e le carnose labbra, da cui doveva uscire la lunga lingua rossa, si dischiusero per una squisita celebrazione del rock.

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Quarto piano. La sera prima, avevo seguito la partita, con ancora addosso l’euforia del concerto. Mi trovavo in una piccola saletta del mio hotel torinese, con una ventina di persone, schierate di fronte allo schermo televisivo. Non avevo una particolare passione per il calcio, ma la nazionale è sempre la nazionale, ed inoltre ero curioso di vedere se Jagger aveva azzeccato il risultato.

Terzo piano. Avevo invece, da sempre, una passione per i Rolling Stones. La prima volta che avevo sentito, da ragazzino, “Paint it Black” era stato amore fulminante, immediato. Consolidato da tanti altri brani e, soprattutto e definitivamente, dagli album “Beggars Banquet” e “Their Satanic Majesties Request”. In loro si rispecchiava la mia anima rock-blues-psichedelica. Così come amavo anche i Beatles, d’altronde, non si può prescindere da Robert Johnson per apprezzare John Lee Hooker, o Woody Guthrie per amare Bob Dylan. Confesso di aver sempre avuto una spiccata simpatia per il diavolo e per la natura del suo suono.

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Secondo piano. Sono sempre più agitato. E’ come se la discesa dell’ascensore comprimesse l’aria circostante. Guardo le persone presenti, inconsapevoli di quanto sta accadendo; chiacchierano tra di loro: uomini d’affari con un bicchiere in mano, donne che ridono sedute su ampi divani, camerieri che vanno e vengono indaffarati, il personale della reception costantemente al telefono, qualche muscoloso e barbuto componente dello staff degli Stones alle prese con delle enormi valigie, Fuori dall’hotel, qualche decina di ragazzi e ragazze con magliette inneggianti la band, stanno pazientemente sotto un sole caldissimo, nonostante sia ancora mattino, in attesa di vedere, e magari fotografare, Mick o Keith o Ronnie o Charlie o Bill. Ma nessuno ha la mia agitazione.

Primo piano. Non puoi sempre avere ciò che desideri, ma io lo stavo ottenendo. Avrei voluto conoscere gli Stones con Brian Jones, avrei potuto conoscerli con Mick Taylor, ora li avrei visti con quell’istrione di Ronnie Wood. Il primo era la fonte di una psichedelia elegante, il secondo di un rock’n roll che ci piace, l’ultimo fautore di un blues-rock affascinante. Mi ero seduto sulla sponda di una poltrona rivolta all’ascensore, pronto a scattare non appena si fossero dischiuse le porte. Recitavo una falsa rilassatezza, come quando si aspetta un amico che hai visto il giorno prima.

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Piano terra. Il mio cuore si blocca proprio mentre si aprono le porte dell’ascensore. Mi manca la saliva in bocca. Mi alzo su gambe tremolanti. Mick Jagger e Keith Richards escono e, incredibilmente, si dirigono verso di me con un ampio sorriso sulle labbra. Le mie gambe si muovono tranquille nella loro direzione, mi torna a battere il cuore normalmente. Allungo la mano, ma Mick la evita e mi abbraccia e Keith mi da una manata sulla spalla. Io dico la prima cosa che mi viene in mente: -“Please let me to introduce myself… I’m Massimo, a man of Emi and Rolling Stones Records in Italy” e Mick mi risponde: -“Pleased to meet you… Hope you guess my name”. Ridiamo tutti e tre, mentre ci sediamo in un salottino della hall, circondati da un paio di minacciose e buffe body guards.

Chiacchieriamo di vari argomenti: il tour, il mercato italiano, la loro popolarità nel nostro Paese. Parliamo delle bellezze dell’Italia e, il plurale, riguarda Mick e me. Keith è abbastanza assente e si guarda in giro divertito. Poi si accende una sigaretta e, con il viso avvolto dal fumo, mentre tossicchia, ci interrompe e mi chiede: -“Sai suonare il basso?” – io gli rispondo: -“No, l’ho imbracciato una sola volta per sostituire un bassiata che doveva andare in bagno”- Keith ride gettando indietro la testa e poi aggiunge: -“Abbiamo qualche problema con Bill (Wyman), vuole andare in pensione e così stiamo cercando un bassista, avresti potuto essere tu, pazienza, non si può avere sempre ciò che si vuole”.

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You can’t always get what you want

You can’t always get what you want

You can’t always get what you want

But if you try sometimes you just might find

You just might find

You get what you need

stones de bank

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
Pubblicato in origine il 20/7/2015 su:  http://www.spettakolo.it/

 

The Nonantolanian return of The Equinox (18 luglio 2015)

23 Lug

Tra le insignificanti facezie della mia vita, il ritorno in versione live nella mia piccola home town è una di quelle più gustose. Faccio due conti: sono passati ventidue anni da quando ho suonato sul suolo natìo al VOX, ventidue anni … diavolo, come passa il tempo.  Davidino Luppi e Rex Ansaloni ci hanno voluti a tutti i costi, l’occasione è quella della celeberrima PIZZA FEST di Nonantola, una festa del volontariato atta a raccogliere fondi a favore di realtà che affrontano nel quotidiano problemi legati all’infanzia e all’adolescenza. Tra l’altro lì si mangia la vera ed inimitabile pizza di Napoli (con tanto di pizzaioli arrivati dalla Campania), la pizza “regina Margherita”. La festa è in Piazza Alessandrini, uno “slargo” adagiato di fianco al Parco della Pace, lo spazio verde più importante del paese. I concerti si tengono su di un palco montato sotto alcuni bei tigli.

Il programma prevede oltre alla nostra presenza anche quella degli ALTAVIA, un gruppo prog della nostra zona che propone materiale proprio.

Arriviamo alle 18 e anche se siamo nell’ ora bassa il caldo è opprimente. Del service se ne occupa ZIBO del mio amico Michele, e per noi questa è una cosa che non ha prezzo. Competenza, professionalità e atteggiamento illuminato.

Elaboro una volta di più come sia essenziale, per un musicista non professionista del mio piccolo calibro, fare i concerti in situazioni tipo questa, dove tutto si dipana bene e le buone vibrazioni sono garantite. Non fosse così, chi te lo fa fare di andare incontro a sacrifici fisici e spirituali che con l’età diventano sempre più pesanti? Che ci sia almeno la soddisfazione del trovarsi bene e di passare una bella serata.

Capisco subito che sarà così dalla squisita disponibilità dei due organizzatori, Davide e Rex non ci lasciano mai soli e sono sempre pronti per ogni piccolo bisogno, e dal team di ZIBO: Michele, Enrico, Eugenio. Il soundcheck è un godimento. Sul palco si sente tutto benissimo, cosa che non capita mai! Saura è entusiasta, è la prima volta – dice –  in cui riesce a sentirsi in maniera perfetta. Di solito le tastiere sono un problema, non parliamo poi della pedaliera basso, strumento di cui la maggior parte dei presunti fonici ignora l’esistenza. Si alza un venticello leggero e con esso ci mettiamo a volare, gli strumenti sono asciutti, le mani scivolano che è un piacere sui manici d’acero.

The Equinox - Nnt 18-7-2015 (foto TT)

The Equinox – Nnt 18-7-2015 (foto TT)

Una pizza, una birra, un caffè, un liquore e cala la sera.

Tim & Lele - The Equinox - Nnt 18-7-2015 (foto TT)

Tim & Lele – The Equinox – Nnt 18-7-2015 (foto TT)

Nel frattempo alcuni amici che non vedevo da parecchi lustri, se non da decenni, si materializzano davanti a me: Fabrizio Zoboli e Fabio Zara, nel cui studio di registrazione negli anni 1993 e 1994 incisi un paio di demotape, poi Tugne Ansaloni, Leo Guagnano, Malaguti, il figlio di quello che aveva la pasticceria… amici di una infanzia che è, ahimè,  sempre più remota. Dello staff del PIZZA FEST mi vengono incontro Paolo Rizzo e altre facce legate alle mie radici nonantolane, tipo la Patty e Speedy  Si presentano anche Giovanni Sandri e Maura Fregni; Gio’ è quello che  urlando “John Bonham!” durante una partita di calcio nella seconda metà anni settanta, mi spinse verso l’universo LZ. Lo abbraccio, come ogni volta, con tutta la riconoscenza possibile.

Arrivano poi gli aficionados, Suto, Jaypee, la Betty, Adri, Mirna e la Lalli, mia sorella alla quale smollo la patata bollente anche stasera: filmare qualche pezzo del concerto. So che le chiedo un sacrificio, invece di starsene tranquilla a godersi lo spettacolo avere la videocamera in mano non è il massimo, ma insisto, mia sorella ha un che nel filmare che mi piace. S’intende, tutta qualità amatoriale, con le sane sbavature da ripresa senza cavalletto, ma bisogna avere qualche dote attitudinale per cogliere il senso, e la Lalli secondo me ce l’ha.

Alle 21 gli ALTAVIA salgono sul palco e per quasi un’ora e mezza riempiono di gustosa aria sonora il Parco della Pace. Non sono un patito delle nuove prog band italiane, ma questa merita la mia attenzione. Rimango affascinato dalle loro sonorità eleganti e dalle prove dei musicisti. L’arrivo poi della cantante BETTY BUNGLE impreziosisce ulteriormente il tutto. Dall’angolazione della mia opinione un unico appunto: non si va sul palco con le braghe corte. Considerazione che mi scappa e che quasi mi costa l’amicizia con MAURO MONTI, il chitarrista…

ALTAVIA live in Nonantola 18-7-2015

ALTAVIA live in Nonantola 18-7-2015

Tocca a noi, saliamo sul palco. Dal mixer mandano la nostra intro, osservo le stelle, LELE batte il quattro e ci mettiamo a cercare il nostro Shangri-La sotto la luna d’estate…

Seguono BLACK DOG e HEARTBREAKER durante le quali iniziamo ad accorgerci di quanto sia pesante la guazza che è calata col buio e di di conseguenza di quanto sia difficile suonare. Il concerto è appena iniziato e la Les Paul Standard è già inzuppata.

Saura si mette al piano e con la sua impeccabile maestria ci guida attraverso la montagna brumosa e le fatiche del lavorare dalle sette alle undici ogni notte. GiàMM HOP e SIBLY e ancora mi chiedo se qualcuno si stia rendendo conto che la reggiana dagli occhi di ghiaccio sta suonando contemporaneamente le tastiere con le mani e la pedaliera basso con i piedi.

Segue THE SONG REMAINS THE SAME, mi volto e vedo nel retropalco Mauro degli Altavia fare l’headbanging. Buon segno.

GALLOWS POLE non è un granché. Per una serie di motivi non facciamo le prove da un mese e mezzo e le poche date che abbiamo non sono sufficienti per tenerci in tiro soprattutto se qualcuno a casa poi non ripassa. Non proponiamo le solite cover o i soliti blues che anche i sassi ormai conoscono a memoria, col materiale dei LZ bisogna “essere sul pezzo”, sempre.  Infatti sbagliamo il finale. Mi innervosisco.

Tagliamo qualche pezzo dalla scaletta per stare dentro al tempo stabilito, non si può sforare troppo dalla mezzanotte, altrimenti alcuni residenti a bordo parco vanno poi dal sindaco a lamentarsi. Se non si può fare un po’ di festa nemmeno una volta all’anno d’estate fino ad un quarto d’ora oltre la mezzanotte, significa che l’isteria ci porterò a chiuderci in casa e ad incatenarci alla televisione.

Suonare DAZED AND CONFUSED e HOW MANY MORE TIME una di seguito all’altra è un po’ una forzatura, son pezzi dallo sviluppo non certo morbido, forse un po’ troppo anche per i casual fan. Mentre mi inarco durante DAZED con la paletta della chitarra prendo contro ad un travetto del palco, scordando una corda. Il caldo è opprimente, la fatica è tanta, non ho la mente abbastanza lucida per cercare di rimediare. A fine pezzo mi accorgo che il sol era diventato un sol#.

Bevo come un ludretto, la guazza e l’afa mi spingono verso il basso e adesso mi tocca imbracciare la doppio manico per STAIRWAY, oh satana, dammi la forza. Saltellare tra i due manici, cercare di suonare è davvero difficile, è come se qualcuno avesse spalmato del fango sui manici, mai vista una cosa del genere. Alla bene meglio portiamo comunque il pezzo in porto.

Il rush finale è composto da WHOLE LOTTA LOVE, COMMUNICATION BREAKDOWN e ROLL AND ROLL. Chiudiamo con I’M GONNA CRAWL. Ci chiedono il bis, CUSTARD PIE.

Stremati scendiamo dal palco. Ricevere complimenti fa sempre piacere, inutile negarlo, ma come spesso accade io non sono completamente soddisfatto della nostra prova, e mi perdo il piacere del rilassamento-adrenalinico del post concerto. Dovrei essere meno severo con me stesso, non posso pretendere che il gruppo e le nostre performance siano ben oliate, non siamo professionisti, lavoriamo tutta la settimana,  quando va bene facciamo due concerti al mese, a volte non ne facciamo nemmeno uno, proponiamo pezzi non esattamente semplici, che posso volere di più? Cerco di mettere da parte il fastidio dato dalle sbavature e di godermi la notte.

Viene a salutarmi Mussini, eravamo alle elementari insieme, non lo vedo da allora … “Sono passato per il parco, ho visto gente suonare, non ti avevo riconosciuto, poi hai fatto la presentazione del gruppo e ho sentito il nome Tirelli, lo smilzo di Nonantola, e ho pensato: a Nonantola c’era un solo Tirelli, non può che essere lui, così son venuto a salutarti”. Io e Mussini ci chiamiamo per cognome, non serve altro, ma lo abbraccio con affetto.

La gente si allontana, la guazza si fa very heavy. Smontiamo, carichiamo e poi ce ne stiamo a chiacchierare fino a tardi con gli ZIBO boys, con Rex, Davide, Marco e Lorenzo. Alle tre ce ne andiamo. Do un’ultima occhiata al parco, quel parco che quando ero bambino era un bayou selvaggio ed incolto, con stagni dove andavo con gli amici a catturare le tartarughe. Mi abbandono alla nostalgia, la luce dei lampioni si piega e si scioglie sotto questa rugiada notturna, densa, calda, fumosa. Metto in moto, buonanotte Nonantola, amore mio.

Ritorno a notte tarda. Alle quattro meno un quarto le macchine dei bovari entrano nel cortile della grande stalla che c’è non lontano dalla Domus Saurea. Scarico gli strumenti. Mi fermo un momento ad ascoltare il respiro della campagna, guardo le stelle. Salgo, una doccia e a letto. Mentre chiudo gli occhi e mi abbandono ad un sonno che sarà breve e poco efficace, come ogni volta sento il pubblico del Madison Square Garden sfumare in lontananza. New York, good night.

RP New York July 1973

Neil Young live at DTE Energy Music Theatre, Clarkston, MI, USA 14 July 2015 – di Paolo Barone

20 Lug

Il nostro Michingan Boy torna a noi dopo una lunga pausa, e lo fa alla sua maniera, cercando di lenire i suoi blues parlandoci di musica. Welcome back my boy.

In una sera di luglio freddina e piovosa, tipica del ridente Michigan, ho deciso di andare a vedere Neil Young. E’ stata una decisione dell’ultimissimo minuto, praticamente mi sono messo in macchina mentre lui stava per salire sul palco, ero indeciso fino all’ultimo, ma poi la voglia di musica dal vivo e la bellezza delle sue canzoni ha avuto la meglio sul tempo brutto, sulla mia depressa pigrizia e sul costo del biglietto. Sono arrivato al DTE Theater praticamente ultimo. Un enorme parcheggio strapieno e nessun essere umano in circolazione mentre la musica arrivava da lontano, una sensazione bella e surreale al tempo stesso mi ha preso per qualche minuto.

Poi la corsa al primo botteghino…chiuso…secondo, idem, ormai computer spenti. Forse inpietosita dal mio sguardo affranto, o molto piu probabilmente desiderosa di portare a casa qualche dollaro extra, la cassiera tira fuori un biglietto e me lo passa per venti dollari. I prezzi erano variabili, da un massimo sui 200 per le primissime file, fino a 30 per un anello di prato in cima allo spazio dell’arena, posto dove contavo di andare sin dall’inizio. Ma ora, guardando il biglietto, mi rendo conto che corrisponde a una determinata fila e posto numerato, forse la fortuna e’ stata dalla mia oltre ogni rosea previsione. Intanto cammino velocemente verso la zona del concerto attraversando alberi bellissimi, ristoranti e bar per tutti i gusti, giardini molto curati, ponticelli in legno, panchine, rocce e cascate artificiali…E poi finalmente l’arena vera e propria.

DTE-Energy-Music-Theatre

DTE-Energy-Music-Theatre

DTE-Energy-Music-Theatre

DTE-Energy-Music-Theatre

Mi colpiscono subito due cose: Pur arrivando dalla parte piu’ lontana, si vede tutto benissimo per essere uno spazio da quasi 15.000 posti; il suono e’ perfetto in ogni dettaglio, specialmente la voce di Neil Young arriva nitidissima da non credere, ma per come sono abituato io a vedere i concerti da queste parti il volume mi sembra stranamente bassino. Guardandomi intorno vedo una meta’ e passa di pubblico molto presa dal concerto, mentre il resto totalmente immerso nei fatti propri. Quasi tutti con birre e alcolici vari in mano, sorrisi spalancati, tante famiglie con bambini, aria da sagra estiva del rock.

Subito vengo accolto da un esercito di assistenti che mi guida verso il mio posto che scopro con gioia essere quasi di fronte al palco, ho perso qualche brano ma mica male per venti dollari, grazie cassiera del DTE Theater, chiunque tu sia. Appena seduto parte una Words da brividi, che purtroppo verranno ancora poche volte nel resto della serata. Per la maggior parte il nostro Neil suona brani dell’ultimo disco, tutto incentrato contro la multinazionale Monsanto. Canzoni sempre piacevoli, fatte con il supporto di una band di giovanissimi fra cui (scopro dal sito) alcuni figli di Willie Nelson, che suonano con entusiasmo ed energia. Ma le emozioni vere arrivano solo con una Cowgirl in the Sand da paura, e poi a parte Everybody Knows this is Nowhere e la conclusiva Roll another Number da Tonight’s the Night, il resto e’ tutto Monsanto…

Ok, una serata piacevole in un posto molto bello, vedere lui in persona fa il suo effetto, ma mentre torno a casa con gli assistenti che efficientissimi addirittura dirigono il traffico verso la Interstate 75 le riflessioni e i paragoni arrivano inevitabili.

Avevo visto Neil Young a Roma, all’ippodromo delle Capannelle nei primissimi anni ottanta. Una bolgia disumana, disorganizzazione totale, scontri con la polizia ad ogni cancello, fuochi, bivacchi, ragazzi da ogni angolo di Italia con o senza biglietto. Un palco enorme, o almeno cosi lo ricordo, con lui che cantava i pezzi del suo ultimo brutto disco, contestato apertamente fino al momento acustico dove tutto si ricomponeva in qualche modo. Un energia diffusa molto forte, intensa, pericolosa. Altro che sagra estiva. Mah, che dire, forse va bene anche cosi…i tempi sono cambiati, il Michigan non e’ certol’Italia post ’77, e tutti si sono divertiti lo stesso…anzi, forse di piu’….anzi, forse al concerto romano non si diverti’ veramente nessuno…e nessuno era li solo per divertirsi, era un altra cosa, molto piu’ profonda, era arte, era vita, era vero. Forse l’altra sera era solo lui, Neil Young con il suo rifiuto di fare il solito concerto karaoke, a crederci ancora, ad avere ancora qualcosa da dire che al pubblico piaccia o no. O forse sono solo io che non sono contento, in queste cose mi faccio mille seghe mentali e sparo un mare di cazzate.

(Paolo Barone © 2015)