Dicembre 1988, esce METAL SHOCK n.35, su di esso il mio primo articolo apparso su di una testata nazionale; grande soddisfazione se non altro perché la rivista era guidata da TROMBETTI e RIVA, che come ho scritto più volte, erano i miei riferimenti, come d’altra parte lo era anche il soggetto dell’articolo, il grandissimo EDWARD VAN HALEN.
Il mio gruppo, la CATTIVA COMPAGNIA, ha finalmente uno spazio web tutto suo. Niente di speciale, tutto molto basic, ma se non altro ora abbiamo un porticciolo dove chi è interessato può venire ad ormeggiare.
Gli AC/DC sono uno di quei gruppi che godono di una sorta di immunità, non puoi toccarli più di tanto, sono diventati un fenomeno globale, riempiono stadi, travalicano gli impervi passi dell’hard rock. Chiunque oggi può andare ad un concerto degli asidisi, non solo chi è attratto dal rock duro e al gruppo ormai gli si perdona tutto, l’aver fatto dischi davvero brutti, il non aver mai tentato di spostare una virgola dal loro lessico, dal loro incedere, dal loro scrivere.
Come tutti quella della mia età sono stato investito dal ciclone AC/DC ai tempi di BACK IN BLACK. Certo, erano già arrivati gli echi di POWERAGE e HIGHWAY TO HELL, ma fu con BIB che la band ci ipnotizzò e d’altra parte come poteva essere altrimenti? L’album è di una bellezza disarmate: non c’è un pezzo lofi, il gruppo gira che è una meraviglia, il lavoro delle chitarre è terrificante (nella accezione positiva del temine), il 4/4 nudo e crudo ti prende allo stomaco e non ti molla più. Erano anni oscuri quelli, si andava di punk e new wave, ma nelle discoteche rock (qualcuno ricorda il Punto Club di Vignola?) oltre ai SEX PISTOLS, DAMNED, CLASH, JOY DIVISION, DEAD KENNEDYS si mettevano su anche gli AC/DC. Se eri un adolescente o poco più in quegli anni e ti mettevi ad ascoltare BIB non potevi letteralmente rimanere fermo. Poi arrivò FOR THOSE ABOUT TO ROCK (anticipato dalla ristampa di DIRTY DEEDS DONE DIRT CHEAP …mossa discografica azzardata per non dire folle), aveva un gran singolo ma ad essere onesti poco altro, e l’anno successivo FLICK OF THE SWITCH. Quest’ultimo lo comprai nel giorno d’uscita e forse fu la delusione più cocente di tutta la mia storia di appassionato di musica Rock. Non riuscivo a capacitarmi di come avessero potuto fare un disco così brutto. Continuai comunque a seguire la band che, per quanto mi riguarda, riuscì a risollevarsi solo con BLOW UP YOUR VIDEO e THE RAZOR EDGE. Nel 1989 entrò nella band il batterista CHRIS SLADE, figura a me cara per via della sua liason con i FIRM, e il live del 1992 AC/DC LIVE è una ottima testimonianza di quel bel periodo.
Intanto il fenomeno AC/DC montava e dal vivo, come accennato all’inizio, iniziarono a richiamare un mare di gente, cosa che in fondo avevano sempre fatto, ma cominciarono a diventare un fenomeno di costume e non solo musicale.
Gli AC/DC parlano alla pancia della gente, nessuna frivolezza intellettuale nella loro musica, ma lo fanno con un candore ed una onestà così sinceri da incantarti. Sicuro, a volte hanno giocato a fare gli AC/DC, ma il più delle volte lo senti che non ti stanno mentendo, che sono esattamente chi mettono in scena. I testi poi sono così diretti, sciocchi, bislacchi da irretirti. Sono così comprensibili da essere incomprensibili, le loro metafore così ineleganti da diventare leganti. Potenza del rock schietto e sincero.
L’atra sera alle prove col gruppo parlavo con LORENZ di ROCK OR BUST, il Rick Derringer di Vignola (grandissimo fan della band) era al primo ascolto e storceva un po’ il naso. Gli dico “Ma Lor, cosa ti aspettavi? Sono 40 anni che fanno dischi, con carriere così lunghe non puoi pretendere di avere ancora cose da dire, però sotto sotto ci sono delle cose carine, soprattutto a livello di riff”.
Passata la prima impressione, scremato il già sentito, il disco si rivela piuttosto vitale, soprattutto a livello di chitarre.
(In Rock we trust it’s) ROCK OR BUST e PLAY BALL aprono il disco in maniera canonica, ROCK THE BLUES AWAY oltre ad avere un titolo che ben si adatta a questo blog, è un bell’esempio di Rock alla AC/DC unito alla melodia. Ci sento dentro lo SPRINGSTEEN di BORN IN THE USA e forse anche un po’ di BRYAN ADAMS e JOHN MELLECAMP.
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MISS ADVENTURE riporta il livello verso il basso, soliti luoghi comuni a corrente alternata e continua. DOGS OF WAR inizia con la solista di WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS (versione Joe Cocker col Dark Lord alla chitarra), prosegue con giochetti della sei corde già sentiti mille volte nei dischi della band dei fratelli YOUNG, ma il riff che esplode al minuto 00:37 ti fa alzar la testa. In esso ci sento gli AEROSMITH.
Ancora AEROSMITH (quelli di DONE WITH MIRROR) in GOT SOME ROCK & ROLL THUNDER, mi chiedo se sia io a sentire questi collegamenti o cosa. Ad ogni modo bello stomp.
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HARD TIMES è insignificante. BAPTISM BY FIRE ha di nuovo un riff per nulla scontato. La canzone si sviluppa su binari famigliari. In alcune parti parti ci sento HURTIN’ KIND di ROBERT PLANT. Forse sto impazzendo.
ROCK THE HOUSE ti fa sobbalzare, qui sono i LED ZEPPELIN in persona a fare capolino. Un po’ BLACK DOG un po’ WHOLE LOTTA LOVE. Mi chiedo come farà BRIAN JOHNSON a cantarla dal vivo.
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SWEET CANDY è un altro brano scialbo. EMISSION CONTROL chiude il lavoro e risalta per il suo riff, anche in questo caso piuttosto interessante.
Un album dunque che non è esattamente pieno di grandi canzoni, ma il lavoro di chitarre, la scrittura dei riff, l’approccio del gruppo lo rendono credibile e lo portano oltre la sufficienza. Magari bisognerebbe riuscire andare oltre lo schema del ritornello cantato con lo stile dei balenieri dell’ottocento, prevedere perlomeno un momento più pacato, lasciare respirare JOHNSON e regalargli qualcosa da cantare in modo normale, ma temo che non ci siano in previsione cambiamenti di rotta del genere. Bello comunque il fatto che alla loro età facciano del Rock che sa ancora graffiare.
La registrazione è molto pompata, segue la regola imperante dettata dai lettori mp3, il livello di distorsione è a un passo.
Artwork di dubbio gusto e mediocre, mai una idea che si discosti dal logo e dagli aspetti kitsch del Rock. Sarà anche questa una operazione marketing voluta e mirata, ma il risultato – per chi ha un minimo di gusto – è assai scadente.
Maggio 1989, su METAL SHOCK esce un mio articolo su JOHNNY WINTER. Grafica piuttosto basic, foto non certo bellissime, prosa di sicuro non cristallina, ma erano gli anni ottanta …
Da Detroit Polbi ci manda una delle sue storie, questa volta piena di disperazione, di vessazione, di insopportabile arroganza, una storia dove i diritti dell’uomo nero sono terribilmente calpestati, una storia americana, insomma.
Detroit, novembre 2014.
Il mio amico Bill e’ una persona che sa fare un po’ di tutto, e sbarca il lunario aiutando tutti noi del vicinato con le mille piccole incombenze di queste case americane costruite negli anni ’20 e bisognose di continue manutenzioni. E’ un quarantenne afroamericano, sposato con una donna bianca e con tre figli. Parliamo di quello che e’ successo a Ferguson, della difficolta’ di essere parte di una coppia mista e di tante altre cose. A un certo punto Bill mi dice che purtroppo non puo’ votare. Non puo’ farlo da molti anni ormai. Sono sorpreso, e gli chiedo se ha voglia di dirmi qualcosa di piu’. E cosi mi racconta questa incredibile storia. Tutto inizio’ sedici anni fa, quando venne al mondo la sua prima figlia, nata prematuramente e bisognosa quindi di un periodo di supporto medico in una struttura ospedaliera. “Era cosi piccolina che entrava nel palmo della mia mano…” Bill e la sua compagna andarono a trovarla giorno per giorno, per mesi, fin quando un giorno finalmente poterono tornare tutt’e tre a casa. Ma insieme alla bimba c’era anche un foglio di carta dell’ospedale. Diceva che Bill doveva pagare le spese di questo lungo ricovero, ben settantacinquemila dollari, e doveva farlo subito. Ovviamente non aveva una cifra del genere e nemmeno poteva recuperarla in alcun modo, al tempo viveva con la sua compagna a casa dei genitori di lei e lavorava come e quando poteva.
Provo’ a farlo presente all’amministrazione dell’ospedale ma non sentirono ragioni. Poco dopo fu convocato ufficialmente in un aula di tribunale, dove un giudice zelante gli disse che non solo doveva pagare subito il suo debito, ma che il suo comportamento irresponsabile lo metteva a rischio di essere condannato per non aver supportato le esigenze di sua figlia! Gli davano un paio di mesi di tempo, durante i quali il debito aumentava degli interessi, e poi sarebbe dovuto tornare in tribunale per essere sottoposto a un nuovo giudizio. Disperato, Bill tento’ qualsiasi strada per rimediare almeno parte dei soldi che l’ospedale esigeva. Ma non ci fu nulla da fare, e nella sua seconda convocazione in tribunale venne condannato sia per non aver pagato il conto ospedaliero che per aver negato il “Child Support” a sua figlia. Effetto della condanna, Bill non poteva piu’ avere un lavoro regolare senza che la busta paga venisse direttamente consegnata all’amministrazione dell’ospedale. Ammesso poi che lo potesse trovare un lavoro, avendo una condanna penale in corso. Il passaporto era sospeso, cosi come il diritto di voto. Non solo. Da allora Bill deve trascorrere due mesi in prigione piu’ o meno ogni anno e mezzo. Per sempre, o perlomeno finche’ non paga il debito, diventato ormai di proporzioni mostruose. “ Mi vengono a prendere senza preavviso. Bussano alla porta e io devo mollare tutto e seguirli in galera. Mi mettono le manette ai polsi davanti ai miei figli, mi sbattono in macchina a sirene spiegate e io sparisco per un paio di mesi. In prigione non posso portare assolutamente nulla di personale, nemmeno un giornale, un libro o un calzino. Mi spogliano di tutto, mi danno la divisa arancione e gli unici contatti che riesco ad avere con il mondo esterno sono tramite delle brevi e costosissime telefonate con mia moglie e qualche sua visita. I miei figli preferisco non vederli, non voglio che vengano in questo posto orribile…”
Come se non bastasse, la situazione puo’ aggravarsi in qualsiasi momento se Bill viene sorpreso a commettere qualsiasi illegalita’, fosse anche solo una multa. Ecco che il mio amico, colpevole di aver avuto una bimba nata prematuramente, non e’ piu’ un cittadino libero. Non puo’ lavorare se non in nero, non puo’ votare, non puo’ lasciare il paese, viene periodicamente incarcerato, e la situazione puo’ peggiorare da un momento all’altro a discrezione del giudice di turno. Da quindici anni a questa parte, Bill non e’ un cittadino americano a tutti gli effetti, ma un esempio vivente di una nuova categoria sociale, uno schiavo del nostro tempo, nato nel paese piu’ ricco del mondo.
Gli chiedo se pensa che il colore della sua pelle abbia un ruolo in tutto questo. “ Are you fuckin’ kidding?! stai scherzando vero?! “ Mi risponde. “Certo che si!Fossi stato bianco una mediazione, una qualche soluzione che almeno mi evitasse la galera si sarebbe trovata, poco ma sicuro.” Si, e’ vero per Bill ed e’ vero anche per il ragazzo di Ferguson, che se fosse stato bianco non sarebbe stato fucilato sul posto per aver rubato una scatola di sigari.
Stamattina osservavo Palmiro che guardava dalla finestra la pioggia che bagnava la campagna; il mood era quello malinconico di un novembre ormai agli sgoccioli, in sottofondo COMBATTI O CADI della MAGRA LISETTA.
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… After all this time I tell-a tell-a myself that I’m Just passing through time …
Non me lo aspettavo un disco così dal VASCO ROSSI odierno, dopo 36 anni di carriera continua e costante, dopo aver detto ormai tutto, dopo che uno a quell’età e con quella storia alle spalle non può più pensare di sperare in ulteriori fiotti della vena creativa… e invece eccola qua la zampata del vecchio leone. Chi non lo segue se non distrattamente da ciò che passa la radio potrà non notare differenze, ma chi invece guarda con una certa attenzione al cantautore di Zocca non potrà non accorgersi che qui VASCO ROSSI c’è e non ci fa. Sì, qui sta il nocciolo della questione, in questo album VASCO ROSSI è VASCO ROSSI e dunque non fa il VASCO ROSSI. C’è la sua bella differenza, sebbene non sia automatico scoprirla al primo ascolto (ma a me è capitato). Ci sono meno testi default, quelli “alla Vasco Rossi”, quelli pieni di “sì … dai … non so … però …”, c’è più sostanza e c’è una sorta di ritorno al cantautorato fine anni settanta, quegli anni irripetibili pieni di canzoni d’autore di gran lignaggio, ma non è un ritorno fine a sé stesso, perché è in qualche modo ancorato ai tempi che corrono.
Non c’è solo quello naturalmente, perché SONO INNOCENTE mette in mostra anche un bel po’ di Rock duro, metallico, contemporaneo, grigiastro come i tempi in cui viviamo; lo sapete, pur amando alla follia l’Hard Rock, non è che il metal sia esattamente roba che fa per me…quelle batterie così geometriche, il doppio pedale, quei tamburi che suonano freddi e appunto metallici, per uno come me innamorato del suono caldo della Ludwig di JOHN BONHAM (uno che suonava con un solo “tom”) non è che sia proprio il massimo, ma capisco che il tutto ci stia nel concetto del disco e della musica che oggi offre Vasco. E’ molto bello poi constatare come VASCO sia rimasto un’anima Rock, che rifiuti di conformarsi al trend in cui tanti colleghi della sua età sembrano prigionieri, e cioè di proporre cose “alternative”, quelle che scivolano sull’acustico, sulla world music, sul jazz, persino su influenze balcaniche, orientali e il castamazzo della Cesira, tipico di chi non sa più che pesci pigliare e cerca di reinventarsi in qualche modo. Vasco no, Vasco rimane un puro, schietto e sincero come la sua (e mia) terra.
Quanto tempo è passato da quando lo ascoltavo su PUNTO RADIO, una delle primissime radio libere qui in Italia, per noi modenesi un punto di riferimento assoluto. Mi bastava alzare gli occhi dalla pianura della mia Nonantola e volgere lo sguardo là, “lontano oltre le colline” verso la sua Zocca per sentire un comune denominatore.
Vasco Rossi ai tempi di Puntoradio
Ho amato moltissimo il primo VASCO, i suoi primi cinque dischi sono per me essenziali. Dopo è arrivato il successo, il grande successo, l’inimmaginabile successo e, pur continuando a a seguirlo, il mio interesse si è un po’ rarefatto, ma in ogni suo album successivo ho sempre trovato qualcosa che mi faceva rimanere legato a lui, perché VASCO secondo me ha un senso Rock innato, quasi inconsapevole, candido. GUIDO ELMI, suo manager e produttore, è uno che sembra sia interessato più al Rock diciamo così “non contenutistico”, uno a cui piace roba tipo BAD ENGLISH, questo ovviamente si riflette anche sulla musica (e sulla vita) di VASCO, a volte il suo Rock è tout court, i suoi atteggiamenti pure, ma c’è qualcosa in lui che ti fa capire che sa benissimo che c’è qualcosa d’altro oltre le chitarre distorte, il giubbotto di pelle e la bandana, che il Rock non è solo un genere musicale, un atteggiamento.
Vasco anni 80
A differenza poi di altri suoi colleghi e conterranei, VASCO si fa aiutare da altri autori, e la cosa è f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-e dopo tanti anni di carriera, solo così la tua musica rimane viva, le melodie hanno uno sviluppo interessante, il tuo essere cantautore ha un senso, perché se pensi di poter scrivere tutto da solo dopo aver pubblicato tanti album sei uno sprovveduto, sei uno destinato a rattrappirti, a ripiegarti su te stesso.
L’apertura del disco è durissima, SONO INNOCENTE è pieno di chitarre distorte, con qualche passaggio vagamente dissonante che guarda un po’ ad est e che potrebbe anche far ricordare i LED ZEPPELIN. Buon inizio.
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DURO INCONTRO mantiene l’umore metallico e aggiunge una dose massiccia di tastiere, queste – come in altre episodi del disco – vagano tra i territori elettronici contemporanei e quelli battuti da BOWIE nel suo periodo berlinese.
Arriva poi il primo singolo, COME VORREI, un lento dal sentimento un po’ spaesato, alla VASCO ROSSI insomma, ma che a me piace sempre tanto. Con GUAI salta fuori il cantautore con la chitarra acustica che poi torna subito a rivestirsi di metallo con LO VEDI. ASPETTAMI è uno dei momenti che preferisco dell’album, ironico e commovente il testo. DANNATE NUVOLE batte sentieri più canonici, la parte Rock usa giri già ascoltati tante volte, sapori AOR, mi ricorda ANGEL degli AEROSMITH del 1987.
IL BLUES DELLA CHITARRA SOLA di blues non ha granché se non l’intenzione e forse qualcosa nella solista, potrebbe essere un piccolo classico da balera, da liscio emiliano, da canzone popolare tragicomica da cantare in compagnia. Mi piace un sacco.
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ACCIDENTI COME SEI BELLA è un rock melodico dilatato, carino e riuscito. QUANTE VOLTE è invece di maniera e risulta un po’ stanco. CAMBIA-MENTI, singolo uscito tempo fa, è VASCO che fa il verso a DEDICATO di IVANO FOSSATI, lo schema è lo stesso, il ritmo anche, ma il pezzo è comunque gradevole. ROCK STAR è uno strumentale che corre di nuovo sui binari metal, scortato da tastiere dissolute. L’UOMO PIU SEMPLICE usci l’anno scorso ed è riproposto anche qui. A me non dice nulla.
Gli ultimi due brani sono fantastici, l’APE REGINA sembra provenire dal primo album di VASCO (MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE 1978) e si sviluppa attraverso trame molto anni settanta, anche nel (bel) testo. MARTA PIANGE ANCORA è il brano che preferisco. VASCO racconta il dolore con una maestria sbalorditiva, parla di sofferenze d’amore, quelle che ti stendono, con una leggerezza esemplare. Grandissimo, cazzo.
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Molto bravi i musicisti che accompagnano VASCO tra i solchi di questo disco, non esattamente il tipo che sceglierei io, ma si sente in certi piccoli particolari, al di là di certe boutade, che i ragazzi ci sanno fare. Ci sono un paio di ospiti americani, i batteristi GLEN SOBEL (Alice Cooper) e Vinnie Colaiuta, ma anche il resto della truppa sarebbe da citare (purtroppo sono davvero troppi), così, magari banalmente, spendo le ultime parole per segnalare come sempre la grande prova di STEF BURNS, guitarist extraordinarie.
Vederlo così, in PDF, il numero non rende, ma averlo tra le mani mi fa esclamare “però!”. La carta con una grammatura più sostanziosa, l’impaginato grafico (ricordate che siamo nel 1989) a cura del caro DOM GIARDINI, gli articoli a firma di fan competenti e svegli. Mica male davvero. Al mio inglese assai modesto si contrappone quello dei collaboratori americani e inglesi. SUSAN HEDRICK che segue l’OUTRIDER tour, STEVE JONES (quello di Manchester) che recensisce il libro LED ZEPPELIN HM PHOTO BOOK, SHARON THOMAS (della FIRM fanzine) che ci presenta i testi di PRESENCE (e come dico ogni volta, per quegli anni non erano cose da poco), ADALBERTO COLTELLUCCIO che ci parla da par suo di LITTLE GAMES, CHRISTIAN PERUZZA che ci racconta (in francese) delle peripezie di un fan dei LZ a Parigi, ancora SHARON THOMAS con riflessioni sul suo anno passato nel nome del Rock, di nuovo SUSAN alle prese con i bootleg, BOB BARLOW che medita sull’OUTRIDER tour.
Mi rendo conto che c’è poco italiano, ma per sopravvivere la fanzine dovette aprirsi ad altri mercati. Giugno 1989, OH JIMMY 15, oh yes.
(broken) ENGLISH
If I look to it, in a PDF file, the issue does not shine, but having it in my hands makes me exclaim “not bad at all”. The type of the paper, the graphic computer work (remember that we are in 1989) courtesy of old dear DOM GARDINI, the articles written by competent fans. Not bad, really. My very modest English and the one of the American and British collaborators. SUSAN HEDRICK who follows the OUTRIDER tour, STEVE JONES (to Manchester) who reviews the LED ZEPPELIN HM PHOTO BOOK, SHARON THOMAS (of the FIRM fanzine) who presents the lyrics of PRESENCE (and as I say every time, for those years printed lyrics were important here in Italy), ADALBERTO COLTELLUCCIO who tells us his view of LITTLE GAMES, CHRISTIAN Peruzza who tells us (in French) the adventures of a LZ fan in Paris, SHARON THOMAS again with her reflections on her year in the name of Rock , SUSAN with the news about bootleg, BOB BARLOW who meditates about the OUTRIDER tour.
I realize that there is little written in Italian, but the fanzine had to open up to other markets to survive. June 1989 15 JIMMY OH, oh yes.
Davanti agli scaffali dei CD, io in compagnia degli altri due; sì perché io sono tre uomini diversi: Stefano, Ittod e Tim, appunto.
Stefano è quello riflessivo, equilibrato, che cataloga i CD e li trascrive su fogli excel dove indica titolo, artista, data di acquisto, quanti cd ci sono nella confezione, se la stessa è standard, digipack, versione box set o deluxe edition, se i cd sono rimasterizzati e se hanno particolarità (tipo SHM-CD o K2HD). Stefano è quello che vorrebbe conservare intatta la collezione di dischi, ampliarla, tenerla a portata di mano perché non si sa mai. Quello che si commuove solo per il fatto di avere nella sua discoteca album dei LOUISIANA LEROUX, HACKENSACK, ELF e MIDNIGHT FLYER (anche se questi ultimi sono lofi).
Ittod invece è guidato da furia iconoclasta, è quello che preferisce LOVE BEACH a TARKUS, quello che “il miglior album dei LED ZEPPELIN è IN THROUGH THE OUT DOOR“, quello che a JIMI HENDRIX preferisce MICK RALPHS, quello che “non ci bastano le solite emozioni vogliamo bruciare”, quello che vorrebbe tenere solo 250/300 album, quelli che alla fine si ascoltano veramente sempre e comunque, così da buttare la mano tra gli scaffali sicuro di scegliere un album della madonna da ascoltare, quello che butterebbe giù una lista strampalata tipo questa:
… 9 dei LZ, i 6 della BAD COMPANY, 7 dei FREE, 9 degli ELP, 6 dei GENESIS, 4 degli YES, 6 della PFM, 3 di CSN (con e senza YOUNG), 6 di NEIL YOUNG, 2 dei FIRM, 1 dei VIRGINA WOLF, 2 di DYLAN, 2 dei MAHOGANY RUSH, I primi 3 di AL DI MEOLA, CARAVANSERAI-FESTIVAL-MOONFLOWER di SANTANA, 10 dei ROLLING, ABBEY ROAD-THE WHITE ALBUM-SGT PEPPER dei BEATLES, 5 di JOHNNY WINTER, 4 di EDGAR WINTER, 2 degli ALLMAN, STREET SURVIVOR dei LYNYRD, MARAUDER dei BLACKFOOT, il primo dei TISHMINGO, 4 degli WINGS, 5 di JEFF BECK, 3 dei FLEETWOOD MAC, 1 degli AC/DC, 6 degli AEROSMITH, 3 dei BLACK SABBATH, 5 dei DEEP PURPLE, 8 degli WHITESNAKE, 2 di COVERDALE, 1 di COVERDALE-PAGE, 1 di PAUL RODGERS, 1 di MICK RALPHS, 2 di SPRINGSTEEN, 4 dei CREAM, 4 di CLAPTON, 4 dei CHICAGO, 5 di MUDDY WATERS, 2 di ROBERT JOHNSON, 2 di ETTA JAMES, 2 di JOHN MAYALL, 3 di ELVIS, 2 di MASON RUFFNER, 6 dei MOTT THE HOOPLE, 2 degli ELF, 2 della ELO, 4 degli WHO, 5 degli UFO, 2 del MSG, 3 dei RAINBOW, 2 dei PROCUL HARUM, DAMN THE TORPEDOS di TOM PETTY, 5 di RY COODER, 2 dei POLICE, 2 dei CLASH, 1 dei DAMNED, 1 di NINA HAGEN, 3 dei LITTLE FEAT, 1 dei KING CRIMSON, 1 degli EMERSON LAKE & POWELL, 2 di RICK WAKEMAN, 3 di KEITH EMERSON, 3 di BILLY JOEL, 5 di ELTON, 5 dei QUEEN, HUMAN CONDITION dei CANNED HEAT, 1 di KEITH JARRETT, 1 DI JOHN MCCLAUGHLIN, 1 della MAHAVISHNU, 3 dei BOC, 5 dei PINK FLOYD, 5 dei MOTT THE HOOPLE, 6 dei VAN HALEN, 2 di DAVID LEE ROTH, 3 dei GAMMA, PAPER MONEY-WB PRESENTS dei MONTROSE, 3 di JOHN MILES, 3 di HENDRIX, 3 degli HEART, 1 dei FOREIGNER, 1 degli AIRRACE, 2 degli ASIA, 2 di BENNATO, 5 di VASCO, 3 di FOSSATI, 1 di PIERO MARRAS, 5 di DE GREGORI, RIMINI-L’INDIANO-LIVE VOL 1 CON LA PFM di DE ANDRE’, 2 degli AREA, 3 del BANCO, 5 di ZUCCHERO, 1 dei ROCKING CHAIRS, 1 di STEFANO PICCAGLIANI, 1 di FORTIS, 2 della BERTE’, 3 di DALLA, 2 di BRANDUARDI, 5 di GRAZIANI e così via…
E poi ci sono io, Tim, quello che sta in mezzo a questi due estremi. Il mio lavoro consiste nel gettare o regalare a qualcuno cd non proprio essenziali che Stefano accumula, e salvare cd che finirebbero al macero sotto i colpi furia distruttrice di Ittod.
…. Ma si che sono io Tre uomini diversi Uno non sono io E gli altri due son persi…
Mantenere l’equilibrio non è semplice, soprattutto quando la sera o al mattino cerco cd da ascoltare in macchina durante il tragitto Borgo Massenzioa-Stonecity e finisco per non trovare nulla che mi soddisfi. Inizio dalla A e mi metto a spulciare gli scaffali, arrivo alla Z e ricomincio, niente… sembra che nulla mi vada bene. Mi sposto sullo scaffale dei digipack e delle deluxe edition, negativo… provo allora in quello dedicato alla musica italiana, nisba. In uno stato di prostrazione profonda cerco la salvezza nel reparto LZ & Related. Niente da fare. Affranto e scazzato mi getto sul divano. Passa la groupie, scuote la testa ed esclama “3000 cd e nemmeno uno che vada bene, mah!“. E’ in quei momenti di frustrazione che anche io, Tim, mi faccio prendere la mano e la voglia di veder volare cd dalla finestra diventa fortissima, così mio dico “quando mai ad esempio mi ascolterò ildigipack della Repertoire degli AFFINITY, pur con la presenza di JOHN PAUL JONES?”, oppure “E il bootleg ufficiale degli ELF che nulla aggiunge al bootleg vero e proprio esistente?” … ancora “che me faccio dei dischi di JOE BONAMASSA, uno che fa uscire qualcosa ogni quattro mesi e che, sì, sa suonare la chitarra ma mi annoia da matti?”. Insisto “E’ proprio necessario avere la discografia completa dei KANSAS? “
Da lì al valutare i cd dal punto di vista del visual il passo è breve. Confezioni digipack un po’ consunte, confezioni jewel case con la custodia segnata o rotta, confezioni cd con alcuni dei dentini della rotellina incastra dischetto ormai andati, cd con copertine oggettivamente obbrobriose…
Come può ad esempio uno sano di mente tenere nella sua discoteca una raccolta del BANCO (versione easy prog) con questa copertina?
Stiamo parlando del BANCO e della SONY MUSIC, non del duo di liscio di Cadelbosco Sopra “Orchestra da ballo Omar & Sabrina” e della Vai Col Liscio Records, porca madosca!
Allora Ittod prende il sopravvento e nel giro di mezz’ora seleziona almeno 50 cd da buttare; magari è mezzanotte e Tim decide di andare a dormire. Nemmeno 15 minuti sotto le coperte e Stefano si alza e ripone negli scaffali la maggior parte dei cd tolti da Ittod. Ed è così, quasi tutti i giorni. Oh mamma mia.
Oh father of the four winds, blow away my bipolar blues.
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