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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

6 Giu

di Tim Tirelli

Decisi di uscire che era ormai sera, sentivo la necessità di vedere il palazzo da fuori e scrutare i dintorni di quella che sarebbe diventata la mia nuova zona di riferimento, almeno per qualche tempo.

Guardandolo dalla strada l’edificio era imponente e sembrava avere in sé una forza che schiacciava verso il basso. Avevo cercato velocemente qualche notizia su di esso ma avevo trovato poco.  Architettura gotica, tre piani, due rotonde torri ai lati della facciata, niente finestre tradizionali ma bifore, cordoni in pietra ornavano il fronte del palazzo e dividevano i piani. Provai ad allontanarmi per avere una veduta d’insieme ma mi accorsi che la cupola a base poligonale che si erigeva sul tetto, di cui mi avevano parlato, proprio non si riusciva a scorgere. Voci che arrivavano dal passato remoto volevano l’edificio costruito sulle rovine di una antichissima abbazia, ma non vi era nessuna prova evidente, ma sapevo che quello sarebbe stato il termine che avrei usato per riferirmi ad esso.

Il corso su cui si affacciava era una delle strade centrali più frequentate, soprattutto la parte finale, quella su cui la abbazia poggiava le sue fondamenta, parte che andava a dissolversi in un ampio delta di spiazzi, piazzette, rotatorie e pensiline. La sera cadeva decisa, le scie delle luci al neon offuscavano la vista, il respiro della città batteva nelle tempie, in preda alle vertigini decisi di rientrare.

Presi l’ascensore, fare quattro piani di scale in quelle condizioni non era conveniente. Un cancello vecchio stile fungeva da ornamento e da protezione. Entrai nella cabina, mi sentivo strano, forse avevo sottovalutato cosa significasse per uno come me affrontare La Città. Erano le venti passate, Dafne ancora non era rientrata, mi chiesi cosa ci facessi lì, in quell’enorme abitazione a me aliena.

Avevo conosciuto Dafne diversi anni prima, portammo avanti per un po’ una di quelle amicizie piene di tepore ma non troppo profonde, poi lei era partita, quando la società per cui lavorava le chiese di trasferirsi all’estero lei accettò e io non la vidi più per parecchi anni. Ritrovarmi con lei a cena fu quantomeno strano. La società l’aveva richiamata in Italia, lei obbedì e quindi si ritrovò a riaprire casa e a riorganizzare la sua vita. Fui una delle prime persone conosciute che incontrò, per caso, al suo ritorno. Era così cambiata che faticavo a riconoscerla. Pur ostentando un bel sorriso, ponendo attenzione verso gli altri e mostrando curiosità per tutto, pareva assediata dal tedio. Si presentava sicura di sé e afflitta da una sicumera che faticava a nascondere, vendeva sé stessa come donna affermata, realizzata e soddisfatta ma era chiaro che provava un fastidio interiore che non riusciva a tenere a bada.

Uscimmo tre volte, cena in un buon ristorante seguita da una bella passeggiata lungo i viali alberati che lambivano la zona centrale della Città, poi un bacio sulla guancia e la buonanotte. Alla quarta mi chiese se volevo trasferirmi da lei. Le avevo giusto accennato delle novità che stavo affrontando e delle relative apprensioni, così se ne uscì con quella offerta. Impiegai poco a capire che cercò di persuadersi che stava semplicemente dandomi una mano, quando invece era un suo bisogno quello di avere una boa, una faccia conosciuta e un cuore famigliare a cui rivolgersi negli interminabili momenti in cui da sola fronteggiava la sua sofferenza esistenziale.

Mi ero messo in testa di rilevare dal proprietario la casa in cui aveva vissuto gli ultimi trent’anni mio nonno, la casa che in qualche modo rappresentava il retaggio della famiglia, casa a cui io e i miei cugini eravamo legatissimi e sita in una frazione rurale di una città vicina. Mi accorsi in fretta di aver fatto il passo più lungo della gamba: ero riuscito ad acquistare la casa e le cinque biolche di terra ad essa relative, ma la ristrutturazione prevista per rendere il tutto abitabile e confortevole pareva fuori dalla mia portata.

Già, in quelle condizioni la mia attività non era sufficiente, tre dischi pubblicati da una piccola casa discografica assicuravano entrate non sufficienti, impossibile implementare di molto i guadagni in un momento storico in cui la mia musica di riferimento si stava inesorabilmente trasformando da fenomeno culturale popolare a musica di nicchia. Nemmeno lo scrivere dava garanzie, mi ero forse fatto un nome nell’ambito in cui mi muovevo e richieste di collaborazioni continuavano ad arrivare, ma ne avevo abbastanza di vivere senza certezze economiche. Ero costantemente sotto pressione e preoccupato: ridussi al minimo le spese e diedi la disdetta dell’appartamento che avevo in affitto e provai a trasferirmi nella vecchia barchessa dato che una volta rimessa a posto era diventata in parte garage, in parte cantina e in parte dependance. Tuttavia il tutto era ancora troppo spartano, l’abitabilità non era ancora stata concessa e quegli spazi sarebbero serviti presto a contenere quel poco di mobilio di famiglia rimasto, i miei arredi e tutto il resto. La soluzione offertami da Dafne pareva al momento l’unica strada percorribile. Ero infine alla ricerca di un lavoro affinché potessi aggiungere peso ai miei proventi.

Eccomi dunque lì, con le chiavi in mano di una abitazione che prendeva un intero piano, arredata per metà e gelida come può esserla una casa rimasta disabitata per anni. Avevo riposto le mie cose in una grande camera vuota, scatoloni e borsoni collocati alla bene meglio, anche se cercai di dare un minimo d’ordine ai miei mille effetti ed affetti personali che portai lì al terzo piano.

Tornai a dare un’occhiata alle stanze. In una era stata appena consegnata e montata una moderna cucina componibile ancora senza nessun accessorio: niente piatti, bicchieri, posate, pentole, calendario e brogliaccio della spesa dove notare le necessità quotidiane. Il frigo era acceso ma di fatto vuoto, all’interno solo bottiglie d’acqua. Di fronte e a destra del corridoio un soggiorno, lungo, spazioso e già un po’ vissuto. Un altro paio di stanze prima che il corridoio formasse una biforcazione davanti ad un lungo vano senza finestre: altri ambienti sulla sinistra e sulla destra, e quindi il congiungimento dei due rami del corridoio dove una vecchia porta in legno chiusa a chiave celava un passaggio verso chissà quali altri mondi. Le stanze a destra davano sul corso, quelle a sinistra su un cortile interno, una sorta di chiostro con piante e giardino curato ma senza bellezza alcuna. Non conoscevo bene la storia dell’abbazia, sapevo solo che con la proprietà c’entrava il nonno o il bisnonno di Dafne e che da piccola lei abitava con i genitori e le sorelle nei due grandi appartamenti del primo piano.

Aprii le porte di tutte le stanze, vidi un paio di bagni ampi e poco luminosi, una bellissima camera da letto, uno studio, un disimpegno e altri locali vuoti. Mi stupii di non trovare una cameretta con una brandina o qualcosa di simile e mi chiesi dove avrei dormito quella notte, forse su uno dei divani del soggiorno?

Dafne entrò in casa, aveva con sé una grande borsa con la spesa evidentemente appena fatta e confezioni di cibo take away.

“Se mi avessi detto qualcosa ci avrei pensato io, ma non sapevo come comportarmi. Tutto è una novità, ti confesso che sono un po’ frastornato”.

“Non ci pensare, il mercato coperto qui dietro è sempre aperto ed è tutto quello che mi serve”.

Mangiammo in quella che lei chiamava la living room, su un tavolino; dalla confezione cartonata uscirono alcune porzioni di cibo tailandese, due dessert, una birra bianca per me, una bibita senza zucchero per lei. Rimasi colpito nel notare il tipo di birra scelta, evidentemente Dafne prestava attenzione ai dettagli. Scambiammo poche frasi, non volevo infastidirla, dopo una giornata di lavoro di certo intensa pensavo volesse solo stemperare le tensioni. Si mise sul divano, si tolse le scarpe, controllò qualcosa sullo smartphone, quindi si mise a guardare le news sul canale dedicato di una tv a pagamento. Passò poi ad una puntata di una serie TV che indubbiamente seguiva da tempo.

“Senti, mi dici dove posso dormire stanotte, così preparo le mie cose e se non chiedo troppo mi faccio una doccia?”

“Se vuoi puoi dormire con me” mi disse tra un dialogo e l’altro che la tv rimandava.

Lo scroscio della doccia finì, dopo poco entrò in camera, io intravedevo i tetti della città dalla finestra e fingevo di essere assorto e meditabondo. In realtà lo ero davvero, non potevo che perdermi nel valutare la stranezza della situazione: una amica sconosciuta stava per infilarsi nel letto dove ero anche io, una che al momento sembrava avulsa dall’humus del mio vissuto. Non ero esattamente il tipo per quelle cose.

Avevo cercato di non guardarla, ma la silhouette che mi passò accanto mi sembrò essere quella di una donna stupenda. Si sdraiò, appoggiò il gomito al cuscino e la testa alle nocche della mano, sorrise e si avvicinò. Non riconobbi nulla della donna che conoscevo: profumi e sapori diversi, linguaggio del corpo sconosciuto, sguardi differenti. Fu un rapporto singolare, a tratti freddo e meccanico, ma soddisfacente per entrambi, o almeno quella fu la mia impressione. Tornò in bagno, si lavò di nuovo e quindi – una volta a letto – si mise a leggere un libro. Mi misi su un fianco, pochi secondi prima di abbandonarmi al sonno lei mi accarezzò il viso.

Uscii di casa alle nove. Il mattino sembrava soleggiato benché le previsioni per il pomeriggio minacciassero pioggia abbondante. Poco prima di mezzogiorno avrei avuto un colloquio di lavoro che speravo si sarebbe trasformato in una proposta concreta. Feci colazione in un bar all’interno del mercato coperto e poi mi diressi verso la cattedrale. Non era certo la prima volta che mi ritrovavo davanti ad essa, ma l’effetto che mi fece fu comunque surreale, ero certo di essere preda di suggestioni kafkiane, tutto mi sembrava immenso e alieno, era come essere in una realtà alternativa. Ero conscio del tipo d’uomo che ero, il sapermi individuo del genere umano capitato per caso su un pianeta nella periferia estrema dell’universo ignaro del perché della vita e della direzione da cui provenivo e verso cui stavo andando spostava le mie percezioni, ingigantiva il rumore di fondo e la visione del mondo esterno, facendomi scivolare in una sorta di weird fiction alla H.P. Lovecraft. Forse vi era qualcosa di patologico, ma non me preoccupai mai più tanto, essendo comunque capace di gestire queste mie fasi.

La cattedrale mi appariva dunque gigantesca e la piazza su cui si affacciava vastissima. Non distinguevo più razionalmente fantasia e realtà. Lo stile pareva così gotico da incutere terrore. La scritta incisa nella pietra sopra al portone diceva Ecclesia Maior. L’interno lasciava senza fiato: tre altissime navate con ai lati una serie di navatelle che si dissolvevano nell’ombra profonda. Mi misi a sedere su di una delle vecchie panche poste nella prima navatella a destra, avevo bisogno di riflettere e niente mi metteva nella giusta predisposizione come i grandi edifici silenziosi. Faticavo a raccapezzarmi, il guazzabuglio che era diventata la mia vita mi disorientava e aveva acuito i miei sensi amplificando le percezioni del mondo intorno a me.  Avevo raggiunto l’età in cui di solito si iniziava a raccogliere qualche frutto ma tutto quello che vedevo d’innanzi a me era color tenebra. Esageravo, la musica mi aveva scelto ed irretito, non avrei potuto fare altrimenti, e dopotutto conducevo una vita dignitosa facendo quello per cui avevo un po’ di talento, ma mi chiesi ugualmente cosa sarebbe successo se avessi intrapreso altre strade invece di seguire l’astratto; ripensando al passato vidi solo i momenti in cui evitai la concretezza, la razionalità, perseguendo scelte che ora mi parevano non poi così sagge. Rimasi con i miei pensieri immerso nel silenzio ancora un po’ e poi uscii.

L’enorme piazza era inondata dal sole, misi una mano a protezione degli occhi e andai a dissolvermi in quella spalancata e bizzarra ampiezza metropolitana; incontrai un paio di conoscenti provenienti dalla fascia di quartieri a ovest della Città, ci scambiammo poco più di un saluto, e poi mi diressi verso il luogo in cui avevo l’appuntamento di lavoro.

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Il deposito che il responsabile stava facendomi visitare era in pratica nello stesso corso dell’abbazia, ma nella parte iniziale. Vi si accedeva da una piazzetta laterale, un rettangolo incastonato tra alti stabili a tratti fatiscenti ma decorosi, tramite una rampa circolare che si insinuava nel terreno sino a raggiungere i due piani interrati. Le parti interne in muratura rimandavano a tempi lontani, così come gli alti e stretti finestroni. Tutto in quel deposito sembrava desueto, la poca luce e l’odore di polvere e di pioggia davano ad ogni oggetto un aspetto anacronistico. Ci si occupava di amministrare la logistica di parecchie imprese del centro storico, di organizzare lo spostamento della merce e la catalogazione delle stesse. Il deposito si estendeva su tre livelli:  0, -1, -2. Al piano terra i muri erano intonacati e gli scaffali erano in massima parte del tipo drive in, strutture in acciaio zincate e divise per colori dove venivano stoccati quasi esclusivamente carichi pesanti. Nei due livelli inferiori tutto era diverso. I muri interni erano di pietra grezza, gli scaffali sembravano in ghisa, gli impianti elettrici erano a vista, solo i pavimenti sembravano essere stati oggetto di ristrutturazione recente. Il colloquio durò un’ora, il responsabile mi salutò cordialmente dicendomi che si sarebbe fatto risentire. La settimana successiva passò in fretta, Dafne si era premurata di assegnarmi lo spazio forse più particolare dell’Abbazia dove poter approntare il mio studio: la stanza incastonata nel tetto dell’edificio arricchita dalla cupola di vetro di cui avevo sentito parlare.

Vi si accedeva da quella porticina in legno che mi aveva incuriosito, uno stretto e buio corridoio con a destra due porte chiuse e subito a sinistra una scaletta intonacata alla ben meglio che conduceva ad uno spazio magnifico di circa 25 metri quadri con pavimento in cotto, muri senza intonaco, una grande tavolo in legno, tre scaffali di rovere alle pareti, sedie di design e uno strepitoso divano giallo ocra molto profondo e lungo. Vi portai un paio di chitarre, alcuni dei miei dischi, l’impianto stereo e il necessario per scrivere. Il weekend lo passai con Dafne in giro per la città, voleva muoversi un po’ e riprendere confidenza con l’urbe, come la chiamava lei. Osservavamo portoni e cornicioni, ci perdevamo negli anfratti più obliqui del centro storico, ci fermavamo nei tavoli all’aperto di qualche bar che ambiva al titolo di bistrot e, almeno così mi pareva, ridevamo. Quando passeggiavo con lei la città perdeva la maiuscola, la cattedrale si presentava per quello che era in realtà e la vita mi sembrava meno impegnativa. Passammo la domenica pomeriggio a letto, ebbi la sensazione che Dafne si stesse sciogliendo, che perdesse un po’ dell’armatura che quotidianamente sfoggiava, sembrava quasi che mi volesse bene. Io almeno iniziai a volergliene, non sapevo se fosse amore o cosa, ma con lei stavo volentieri, non avevamo tantissimi argomenti, o meglio passioni, in comune, per lei la musica, ad esempio, non era basilare quanto lo era per me e la letteratura non rappresentava un imperativo ma le nostre conversazioni, in un modo o nell’altro non languivano mai.

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Il responsabile del Deposito si pose in modo semplice e diretto, la persona che fece da tramite gli parlò talmente bene di me che per lui era come fossi già uno degno della massima fiducia. A quanto mi disse era alla ricerca di una figura come la mia da molto tempo e aggiunse che avremmo trovato un accordo in caso la mia attività di musicista avesse richiesto elasticità. Dopo due settimane mi aveva inquadrato, gli piaceva il fatto che non avevo problemi a sporcarmi le mani e che al contempo potesse contare su di me anche per faccende impegnative e complesse. Gli chiesi solo di non dire agli altri dipendenti della mia professione musicale, preferivo rimanere in incognito, senza essere costretto a spiegazioni. Se non vi erano urgenze uscivo alle 18, in 10 minuti ero a casa, una doccia e subito nel mio studio. Dafne rincasava verso le 19:30, le facevo trovare la tavola della cucina apparecchiata e il frigo rifornito, sì, certo, toccava a lei cucinare ma sembrava farlo volentieri mentre mi raccontava qualche aneddoto della giornata. Dafne era naturalmente una dirigente dell’azienda per cui lavorava e rimanevo ad ascoltarla con interesse mentre cercavo di carpire le sinergie ai piani alti di società come la sua. Se dopo cena aveva da fare o capivo che voleva stare da sola me ne tornavo nello studio, altrimenti guardavamo un film o una serie TV insieme. Alla mattina le preparavo il thè verde senza zucchero, l’unica cosa (acqua a parte) che il suo digiuno intermittente le permettesse, mentre io preferivo affrontare la giornata con caffè, biscotti e succo d’arancia. Se la vedevo sorridere, prima che scappasse giù per le scale mi permettevo di abbracciarla e di scambiare con lei qualche effusione visto che, nei momenti opportuni, giocavamo a fare la coppia stabile e felice.

Strokes, Amy Winehouse, White Stripes, i gusti musicali di Dafne, occasionalmente mi chiedeva di suonarle qualcosa e diligentemente mi mettevo ad imparare uno dei suoi pezzi preferiti e glielo proponevo. Ogni volta sorrideva in quel modo tutto suo, tra il compiaciuto e il trattenuto.

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Libri, manufatti in piombo, sedie in ferro battuto, nel Deposito cercavo di sistemare oggetti pesanti nel miglior modo possibile attento a non farmi male alle mani e aggiornavo il sistema operativo che li catalogava. Dopo quattro mesi il responsabile mi diede altre mansioni, passavo così i pomeriggi nell’ampio spazio circolare del piano terra davanti ad un computer a gestire e controllare i flussi della merce che entrava e usciva. Ogni tanto la sera, prima di rincasare, andavo insieme ai colleghi a bere qualcosa in un locale lì vicino che non avrei mai frequentato altrimenti. Mirvjena veniva dall’Europa dell’est e, seppur caratterialmente distaccata, aveva instaurato con me un rapporto come si conviene; non sapeva chi fossi, lasciavo trapelare poco, ma pareva trovarsi bene in mia compagnia. Le cose sembravano sistemarsi, a Roncadella la ristrutturazione procedeva, grazie al nuovo lavoro riuscivo a pagare senza troppi patemi le rate del mutuo che avevo acceso con una banca e i concerti iniziavano ad aumentare.

Avvisai Dafne che avrei passato il weekend fuori città, avevo un paio di date previste per il venerdì e il sabato sera, sarei dunque rientrato la domenica in tarda mattinata. Il concerto del sabato saltò all’ultimo, inagibilità dello spazio dove si sarebbe dovuto tenere o qualcosa del genere, così decisi di tornare in città dopo lo spettacolo del venerdì. La città di notte, affrontata nel mood in cui mi trovavo da un po’, era piena di fascino: discreta, accogliente, assai diversa dall’entità gotica di qualche mese prima.

Arrivato all’abbazia cercai di fare meno rumore possibile, immaginavo che Dafne fosse già a letto, entrai in casa lentamente con l’idea di andare a dormire sul divano dello studio per non svegliarla. Feci per affrontare gli scalini che portavano alla cupola quando mi accorsi con mia grande sorpresa che da una delle porte a destra del corridoio, dietro la porticina di legno, filtrava luce. Dafne mi aveva detto che erano due vecchie stanze senza finestre che contenevano vecchi mobili di famiglia. Pensai che avesse dimenticato di spegnere gli interruttori, benché mi chiedessi cosa fosse andata a fare in una stanza che a sentire lei non apriva da tempo; mi avvicinai, con cautela aprii la porta, una sorta di anticamera era immersa in una soffusa luce rossastra, un paio di poltrone e alcune sedie su cui erano appoggiati soprabiti e giacche erano posizionate ai lati della stanza.

Sulla sinistra un’apertura senza nessun serramento portava ad un altro vano diviso dall’anticamera da un muro al cui centro vi era una vecchia finestra composta da un telaio su cui erano incastonati piccoli vetri quadrati; da quell’ambiente misterioso provenivano rumori indecifrabili, iniziai a spaventarmi, con le spalle al muro provai a sbirciare dalla finestra. Un grande letto che pareva di velluto bordò era posto in fondo alla stanza, lampade con tenui luci rosse rimandavano ombre dei corpi perlopiù nudi che si muovevano sul letto. Rimasi esterrefatto … riconobbi due donne e tre uomini, uno di quei corpi era di Dafne. Pietrificato guardai al di là del vetro una volta ancora, nessuna perversione particolare ma certo i suoi gusti erano piccanti, e subito pensai che forse lo faceva per trovare la soddisfazione che arrivava a provare sempre meno di frequente e di conseguenza alzava l’asticella.

Distolsi lo sguardo, temevo di farmi vedere, così, con una lentezza esasperante e quasi a carponi, mi mossi verso la porta attento a non fare rumore. Una volta uscito mi infilai nello studio e chiusi la porta a chiave. Passati i primi minuti di stupore cercai di elaborare la cosa, in fondo con Dafne non avevamo fatto nessun patto, vivevo a casa sua perché aveva creduto opportuno darmi una mano; certo, talvolta facevamo l’amore e uscivamo insieme ma non eravamo una coppia, almeno secondo lei. Già, io invece mi ero fatto prendere dal legame che si era creato, dopo alcuni mesi passati insieme per un uomo come me era naturale provare qualcosa per una donna come lei, ma in fondo erano miei problemi, mi dissi, lei con la sua vita poteva fare quello che voleva. Mi versai due dita di rum in un bicchiere, presi una coperta e mi sdraiai sul divano a contemplare le stelle che al di là della cupola sembravano lucette ad intermittenza.

Mi svegliai verso le 10, feci colazione e tornai nella cupola, non sapevo come muovermi, non avevo voglia di fare nulla, avevo bisogno di metabolizzare e pensare. Dafne non c’era, rientrò verso sera.

“Ma non saresti dovuto arrivare domani? Quando sei rientrato?”.

“Stanotte”.

Qualche secondo di vuoto comunicativo. Mi scrutò con fredda precisione.

“Hai visto vero?”

Non risposi.

“Hai visto. Ti sei scandalizzato? Te la sei presa? Spero di no …”

Continuai a rimanere in silenzio.

“Sono i piccoli segreti della mia vita, i miei piccoli vizi … non guardarmi così per favore e non giudicarmi”.

“Non ti giudico.”

“E allora cos’hai? Ti eri messo in testa qualcosa? Ah sì, ecco, ti eri messo in testa qualcosa …”.

Fece uno di quei soliti sorrisi indecifrabili e cambiò subito strategia.

“Vieni qui … “

Cercai di divincolarmi, ma senza troppa convinzione, avrei voluto evitare ma avevo una feroce erezione, mi trascinò a letto e finimmo per avere un intenso rapporto sessuale. Sapeva di metallo e di pioggia, pensai potesse addirittura fare uso di cocaina, ma in quel momento non m’importava, ero governato dal piacere sessuale e niente avrebbe potuto distogliermi dal portare a termine il mio compito primordiale.

La Città tornò ad avere la maiuscola, il mondo sfumature metalliche. Mirvjena si accorse subito che qualcosa era cambiato e, a suo modo, mi stava addosso. Non so perché ma le spiegai che la storia con la persona con cui vivevo era finita e che stavo cercando una via d’uscita.

“Ma scusa, ti ospito io, almeno fino a che non termini la ristrutturazione di casa tua”.

Parlava senza nessun accento ma i termini scelti e la costruzione delle frasi la facevano comunque risultare legata al patrimonio di cultura e civiltà attribuito all’Italia. Smisi di considerarla una slava dopo che che mi insegnò che gli albanesi non appartenevano per nulla a quell’etnia; mi piaceva starla a sentire, avevamo background diversi ma in qualche modo sembrava che avessimo una discreta condivisione di principi. Mi raccontava che con l’arrivo del comunismo ai suoi nonni furono confiscate alcune proprietà ma pareva non avere troppi risentimenti. 

Viveva in un curioso appartamento ricavato in un parallelepipedo rettangolare solamente intonacato che sbucava tra i tetti di alcuni palazzi tutt’altro che storici. Davanti all’ingresso una discreta balconata e sul tetto una selva di piante e fiori abbastanza curata, il tutto era in qualche modo riparato da sguardi indiscreti da un gioco casuale di muretti e divisorie. La costruzione era quantomeno bislacca e mi chiesi chi aveva mai potuto dare il benestare alla costruzione, evidentemente decenni prima le maglie della logica e dell’estetica erano piuttosto larghe. Ringraziai Mirvjena e le dissi che mi sarei preso un paio di giorni per riflettere sebbene la decisione la avessi già presa.

Affrontai Dafne la sera stessa.

“Me ne vado. Domani raccolgo le mie cose. Ti lascio le chiavi sul tavolo in cucina.”

Si rabbuiò, l’espressione mutò in quel misto di indifferenza e disapprovazione.

“Come vuoi. Immagino non ci sia nulla che io possa dire per farti restare”.

Cenammo insieme davanti alla TV, ci scambiammo solo qualche battuta. Sistemai la tavola, mi versai due dita di rum e andai su nello studio. Dafne si trattava bene, la bottiglia diceva “Rum Nation Panana 18 Years Old”. Lessi le note di degustazione: “intenso colore ambrato… intrigante e ricco profumo mieloso con freschi sentori di cola, bergamotto, datteri, scorza d’arancia e vermouth…gusto succoso, dolce e rinfrescante di melassa di zucchero di canna, cioccolato, uvetta, scorza d’agrumi, cola e noce di cocco. Sul finale l’assaggio diventa caldo e morbido sulle note di tè nero, miele e camomilla.”

Guardavo le stelle e mandavo giù quell’acquavite ottenuta dalla canna da zucchero, Dafne mi raggiunse, aveva anche lei un bicchiere in mano. Appoggio la testa alla mia spalla e restò a me avvinta. Mi domandi che significato avesse quell’abbraccio. Scivolammo sul divano, lentamente, non ero sicuro di ciò che volevo, ma non riuscii a tirarmi indietro.

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La prima notte da Mirvjena fu strana, passare dall’abbazia a quell’abitazione piuttosto umile non fu automatico e adattarmi per la seconda volta nel giro di qualche mese ad una nuova sistemazione significava spendere energie mentali e fisiche e visto il periodo mi parve rischioso, d’altro canto la ristrutturazione della casa a Roncadella procedeva e contavo di potermici finalmente trasferire prima che arrivasse l’inverno.

Dopo un paio di settimane di sbandamenti, in cui La Città mi parve di nuovo la mia personale versione del Castello di Kafka, tutto sembrò sfumare verso nuance meno gotiche. Una serie di concerti in arrivo, maggiori responsabilità al lavoro, una parvenza di normalità data dalla vita con Mirvjena, benché non fossimo una coppia. Immaginai che fosse abbastanza intelligente da capire che tipo di uomo fossi, passare da un letto all’altro nel giro di una notte non era nella mia indole, tuttavia quando un uomo e una donna, se entrambi eterosessuali, dormono sotto lo stesso tetto, certi pensieri prendono forma, era nell’ordine delle cose. In un freddo sabato mattina di fine ottobre Mirvjena si infilò nel mio letto e fare l’amore fu naturale; capelli neri, un corpo aggraziato, morbido e caldo e un sorriso sempre un po’ malinconico, tutto in sintonia con lo stato d’animo di quell’autunno inoltrato.

Non avevo idea di come sarebbe andata quella storia con Mirvjena, i programmi erano lasciare il parallelepipedo nel giro di poche settimane, ma intanto restavo nel letto abbracciato a lei e mi lasciavo cullare dal crepitio del fuoco di una vecchia cucina a legna posta nella stanza accanto, una di quelle col rivestimento esterno in acciaio porcellanato, con la piastra e i cerchi in ghisa, il forno smaltato e con tanto di vaschetta con mescolo per avere sempre acqua calda disponibile.

Stefano Tirelli – © 2021

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT sul blog:

EPISODIO I: https://timtirelli.com/2021/05/01/le-avventure-di-aramis-reinhardt-i-praenomen-nomen-et-cognomen/

EPISODIO II: https://timtirelli.com/2021/05/16/le-avventure-di-aramis-reinhardt-ii-castles-made-of-sand/

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

16 Mag

di Tim Tirelli

Io e Michela ce ne stiamo in un tavolino un po’ in disparte, i Jedi Del Liscio stanno suonando una cover di Luna Messicana di Castellina Pasi e io, sotto la luna emiliana che abbiamo sopra alla testa in questa calda serata estiva, sento di essere preda della pulsione che in genere viene definita innamoramento. Cerco di analizzare il coinvolgimento emotivo che scuote ogni parte di me, quello stato febbrile composto da attaccamento, amore romantico e desiderio sessuale. Guardo Michela e tutto quello che voglio è stare con lei. Al tempo stesso sono un po’ restio nel rivelarmi completamente, stare con una regina del rock and roll non è esattamente una passeggiata, una donna così può far venire a galla le tue insicurezze, mi dico che è meglio tenere un atteggiamento un po’ distaccato, ma il problema è che spesso non ne sono capace. Cerco di non guardarla negli occhi, tanto tempo addietro una ragazza con cui stavo mi disse che il mio sguardo era limpido come un laghetto di montagna, ma come si fa ad evitare di perdersi in quel verde diamante quando si è così innamorati? Infatti Michela scopre il mio gioco, appoggia il bicchiere di mojito sul tavolino, avvicina le labbra alle mie e con un sorrisetto ironico mi dice “sì, ti amo anche io”.

Penny con la sua fisarmonica ora è alle prese con “Tutto Pepe”, la celeberrima polka scritta da Roberto Giraldi in arte Castellina (dalla omonima frazione del comune di Brisighella di Ravenna in cui nacque). Giraldi insieme al sassofonista Pasi e alla cantante Irene Vioni, fu una delle figure più importanti del liscio emiliano romagnolo, il loro gruppo – Castellina Pasi – fu senza dubbio l’ensemble principe di questo genere musicale. Penny è cresciuta con questa legacy nel sangue, i suoi genitori sono stati grandi ballerini di liscio, per continuare a vivere da musicista professionista formare un gruppo di liscio come si deve è stato naturale. E’ lei la star indiscussa e la sua fisarmonica lo strumento principale, oltre a questo vi sono voce, chitarra, basso, batteria, tastiera e clarino/sassofono; vietata ogni base. Ammiro molto Penny per questo, sta rivitalizzando un genere e una cultura ormai ridotta ad immondizia da mille gruppetti di tre/quattro persone che fanno finta di suonare seguendo basi di basso livello. Stasera qui alla Festa dell’Unità di Bosco Albergati c’è il pienone, non si trova un tavolino libero, la grande pista da ballo di fronte al palco è piena di coppie che danzano. Gli applausi del pubblico e dei ballerini sono fragorosi, come non si sentiva da tempo sui palchi del liscio, Penny sorride soddisfatta. Lo fa per sopravvivere, ma vuole ugualmente che la sua sia una proposta di qualità. Le hanno persino chiesto di registrare un disco, ma lei è molto restia, il suo unico vero interesse è il nostro gruppo Rock.

Già, sopravvivere di musica di questi tempi significa adattarsi, e farlo senza svendersi e tenere un livello dignitoso è uno sport estremo. A me piace quando i musicisti suonano soltanto nei gruppi di riferimento, trovo disdicevole che tutti ormai suonino con tutti pur di allargare la loro possibilità di fare serate; capisco la necessità ma così si snatura l’identità del gruppo principale di cui si fa parte, si disperde energia che andrebbe messa nel progetto, si toglie la particolarità al proprio gruppo, si finisce per diventare mestieranti.

Penny ci ha comunque chiesto il permesso prima di mettere in piedi i Jedi, non potevamo che approvare, aveva davvero necessità di trovare altre entrate; il nostro gruppo è una società divisa in tre parti uguali, gli introiti vengono divisi equamente, ma essendo io il compositore principale ho entrate che gli altri non hanno e comprendo le loro difficoltà, già è difficile per me figuriamoci per loro due. Credo mi siano comunque grati per aver dato questa impostazione alla nostra unione musicale, i solisti di solito si contornano di gente a libro paga, ma io tengo molto al concetto di gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna “sono i gruppi ad aver creato la musica Rock”. Prendiamo le decisioni insieme e non abbiamo mai avuto grandi problemi, magari il mio voto ha una sfumatura più intensa, è fisiologico che all’interno dei gruppi qualcuno che diriga debba esserci, ma Gio e Penny non sono certo comprimari, sono parte integrante della band, senza di loro gli Aramis Reinhardt And sarebbero il solito trio Rock Blues, formato che io proprio vorrei evitare. A volte lo siamo, sia chiaro, ma solo perché decidiamo di esserlo.

Salutiamo Penny, le faccio i complimenti e ci diamo appuntamento su quello stesso palco tra due giorni. Ci fermiamo a prendere un gelato, un’ultima passeggiata tra il verde di Bosco Albergati e risaliamo in macchina diretti a Modena. La via Emilia è quieta, lo stereo della macchina è in riproduzione casuale, Billy Joel, JJ Cale, Skip James, Robert Palmer, le luci della città brillano mentre noi le attraversiamo scivolando.

Michela abita in un palazzo signorile a poche decine di metri dal centro storico della città, dove via Jacopo Berengario diventa delta e si versa sulla via Emilia. Mi bacia e mi dice “Spero di riuscire a venire sabato sera, mi piace sempre un sacco vederti dal vivo”.

La guardo aprire il cancello ed entrare, alta quanto me, portamento disinvolto, una sorta di amazzone dedita al rock and roll. Laurea breve alla Sapienza in Ingegneria Aerospaziale, il master in ingegneria meccanica presso la Delft University of Technology e il PhD in Ingegneria Aerospaziale sempre presso la Delft University of Technology, nei Paesi Bassi. Due anni di lavoro in Olanda e ora una delle punte di diamante della Reggiani Industries, l’azienda del padre, tuttavia è ben decisa a non mollare il rock and roll. Che femmina!

Sabato sera, Bosco Albergati, ore 21:30, salgo sul palco, davanti alcune centinaia di persone. Come sempre capita ci sono quelli venuti per le nostre canzoni, quelli che sono qui per i Led Zeppelin, chi invece è qui per il Rock Blues, chi per l’Hard Rock, infine chi è qui per caso. Penny e Gio si sono sempre lamentati del fatto che l’elenco di brani da preparare è lungo, che sono troppi i pezzi da tenere in mente, ma io non mollo, creo le scalette a seconda del mood del giorno. Essendo un grande appassionato della musica Rock ho sempre ascoltato molti dischi dal vivo e bootleg dei grandi gruppi anni settanta e uno degli aspetti meno piacevoli è sempre stato constatare quanto fossero sempre uguali le scalette all’interno dello stesso tour.

L’estate che descrive questa bella notte, gli alti alberi tutt’intorno, le risate della gente, chiudo gli occhi e mi sembra d’essere in uno di quei festival fine anni settanta, che so al Day On The Green che si teneva all’Alameda County Coliseum di Oakland o al Texxas Jam del 1978 che prese vita al Cotton Bowl di Dallas con Van Halen, Heart, Mahogany Rush, Aerosmith.

Dopo l’assolo di Rock And Roll dei Led Zeppelin rialzo la testa e scorgo, sul lato sinistro dell’arena davanti al palco, Michela con Giorgia, la sua chitarrista. L’ultimo “lonely lonely lonely lonely lonely … time” e parto subito col riff di Tie Your Mother Down. Il pubblico inizia a muoversi a ritmo, l’effetto è notevole, simile a una grossa ondata di un mare minaccioso nella notte nera. Seguono Bellezza D’Aria Pura, Silver Train dei Rolling versione Johnny Winter, Fabbro Ferraio e Il Gioco. Controllo l’accordatura della mia Les Paul n.1, mi avvicino al microfono e “we got an old rock and roll number… something that goes way back … it’s called I’m a King Bee, baby…”. Tre svisate di chitarra e inizio con l’irresistibile riff di Frank Marino.

https://www.youtube.com/watch?v=q_JBdjtc5RQ

I’m A King Bee è un vecchio blues di Slim Harpo del 1957 riproposto in maniera sublime da Frank Marino & Mahogany Rush nel loro album Live del 1978 in cui agglomera anche The Back Door Man di Willie Dixon, blues portato al successo da Howlin’ Wolf nel 1960. Il live dei Mahogany Rush in questione è uno dei miei album dal vivo preferiti. In studio Marino è troppo soggetto all’influenza di Jimi Hendrix, ma dal vivo – soprattutto negli anni settanta – era un chitarrista assolutamente godibile. Affrontare questo pezzo nella versione di Frank è sempre stata una sfida per me perché mi spingo al limite delle mie possibilità chitarristiche. Qui Frank Marino è semplicemente stratosferico, oltre alla tecnica sublime e al fraseggio rock blues senza macchia, ci sono aperture jazz che fanno rimanere a bocca spalancata. Giovanni e Penny mi seguono alla grande, evitando l’uso del piatto cosiddetto “china” – che io proprio non sopporto – il lavoro di Gio è molto più godibile di quello di Jimmy Ayoub sul disco originale.

Mentre canto la prima strofa fisso Michela, mi sento sciocco ma in petto mi preme un sentimento dissoluto ….

Well I’m a king bee baby
Buzzing around your hide
Well I’m a king bee, babe
Buzzing around your hide
Well we can make honey baby
Let me come inside

Più di otto minuti di rock blues infuocato, la gente apprezza molto, alcuni sono in delirio, brani come questo hanno sempre un gran ascendente sui rockettari. Bevo un po’ d’acqua, Giovanni introduce il tempo di Dixie Chicken e allegri ci gettiamo nel groove dei Little Feat. Ci vuole coraggio a proporne una versione senza il pianoforte, ma noi tre a volte siamo folli, e d’altra parte il basso pulsante del pezzo non poteva essere rimpiazzato a dovere dalla pedaliera basso che Penny suona quando è al piano. La gente balla, la luna è gialla, io guardo Michela.

Altri quarantacinque minuti passano in fretta, è ora di chiudere. Il pubblico è generoso, ci rivuole sul palco a tutti i costi. Lo so, si aspettano tutti una chiusura col piombo Zeppelin, ma Penny si siede al piano ed inizia gli accordi di You Are So Beautiful, versione Joe Cocker. La canto con passione e trasporto, il pubblico si emoziona ed applaude, ma io ho occhi solo per Michela, lei capisce che la sto guardando e mi manda un bacio con la mano.

You are so beautiful to me
You are so beautiful to me
Can’t you see

You’re everything I hoped for
You’re everything I need
You are so beautiful to me, to me

https://www.youtube.com/watch?v=WvAr9umnZ54

Allunghiamo il finale, entra la batteria, Penny aggiunge il lavoro sulla pedaliera basso mentre accompagna col piano e io mi lancio in un lungo assolo, forse un po’ enfatico, ma di sicura presa.

Ringraziamo il pubblico, facciamo l’inchino e chiudo il concerto come sono solito fare “New York, goodnight”, il solito giochetto che faccio col mio pubblico al momento dei saluti, una sciocchezza autoironica: servendomi della frase di chiusura usata da Robert Plant nei concerti tenuti dai Led Zeppelin a New York nel luglio del 1973 e immortalata nel film The Song Remains The Same, ironizzo sul fatto che suono alle Feste dell’Unità dell’Emilia per alcune centinaia di persone mentre nella mia testolina penso di essere al Madison Square Garden di New York davanti a ventimila fan.

Anche stasera Michela è venuta con me a Roncadella, mentre scarico l’attrezzatura lei si sdraia sul divanetto del bersò a contemplare le stelle. Da dietro l’alloro la osservo senza farmi vedere … chissà a cosa pensa. Entriamo in casa. Mi butto sotto la doccia, Michela è appoggiata al davanzale della finestra del bagno, contempla la campagna di notte sotto la luna. “Ste, mi parli dei Little Feat? Io non ne so praticamente nulla. Come sei arrivato a loro?”.

Diminuisco lo scroscio dell’acqua e parto con uno dei miei monologhi:

“Quando ero ragazzo qualcuno mi aveva registrato su una cassetta, mi par di ricordare fosse una Basf verde C90 o C120, il live Waiting For Columbus del 1978; all’epoca non ero in grado di percepire tutta la loro grandezza, le sfumature della loro musica, il blend del loro Rock, la raffinatezza ritmica … a quel tempo le mie band americane preferite erano Johnny Winter And, Aerosmith, Van Halen, Edgar Winter’s White Trash, Eagles e ancora Allman Brothers, Heart, Cheap Trick e se vogliamo tra i nomi della nuova ondata Ramones, Devo e Television. Con la maturità arrivarono i mezzi per assorbire musiche più articolate o più rarefatte ma pur sempre pulsanti ed eccitanti. E’ così che i Little Feat si insinuarono nel mio animo, quasi senza che me accorgessi presero possesso del mio DNA e malgrado continuassi ad essere percepito dagli altri come un fan dell’Hard Rock e parlassi poco o nulla di quanto mi stesse capitando, diventai un loro fan. Devi capire Mick che, a parte la musica e le sensazioni, c’era poco da parlare, nessuno dei miei amici di allora aveva dischi dei Little Feat, tutti erano presi dal Rock Inglese e ancora mi chiedo chi è che mi passò quella benedetta cassetta. Ad ogni modo il gruppo si sciolse nel 1979 e dopo poco Lowell George, cantante-chitarrista-compositore principale nonché leader, morì di un attacco di cuore causato dall’uso di cocaina in una stanza d’albergo a Arlington, Virginia. Era il 29 giugno 1979, Lowell aveva 34 anni. Il gruppo aveva avuto un discreto successo, ma di fatto rimase sempre una cult band, durissima trovare in Italia articoli su di loro. Ancora non conoscevo Ricca, che come sai è un altro modenese come me innamorato dei Feat e dei Led Zeppelin.

Dopo tutti questi anni ancora mi scateno al ritmo irresistibile di Dixie Chicken e Fat Man In A Bathtube o finisco per struggermi nel seguire il mirabile quadretto pieno di malinconica speranza di Willin’, manifesto di ogni uomo di blues che si rispetti. Questi tre pezzi sono diventati esempi mirabolanti di musica americana, anzi tre pezzi che sono essi stessi la musica americana, ma quello che mi avvinghia a loro è rappresentato anche dai brani più obliqui, le back roads del loro repertorio tipo Lafayette Railroad o Day Or Night. Comunque è tutto il loro catalogo 1970-1979 a piacermi, il loro Blues, il loro country, il loro Rock, il loro New Orleans feel, persino il loro Jazz Rock, deriva questa che andava poco a genio a Lowell.

https://www.youtube.com/watch?v=d2X69qBR8m8

Amo quasi tutti i membri della formazione più conosciuta: Bill Payne (piano), Sam Clayton (percussioni), Richie Hayward (batteria), Kenny Gradney (basso) ma ovviamente è Lowell George a catturare il mio cuore. Già il nome è molto blues, Lowell deriva dal francese e sarebbe un diminutivo della parola Lupo. Lupetto dunque.

E’ uno dei miei songwriter preferiti, uno dei miei cantanti preferiti, uno dei miei chitarristi slide preferiti e una delle mie rockstar preferite … quell’atteggiamento e quella faccia tra il malinconico, l’incazzato, il pensoso e il I don’t give a fuck è una qualcosa di speciale.

Ora, è facile per il tipo di uomo che sono immedesimarsi in chitarristi il cui fisico possa in qualche modo sovrapporsi al mio …  Jimmy Page, Johnny Winter, Mick Ralphs … ma Lowell George, ragazzotto californiano bene in carne che ha flirtato spesso con la bulimia, ha una costituzione fisica molto diversa dalla mia, eppure  … “

Michela è ammutolita, quasi esterrefatta “Ma tu devi scrivere un libro, il tuo blog e le lezioncine che dai sul Rock non sono sufficienti”.

Già, forse dovrei decidermi a trovare un editore, ma sono sempre stato dell’idea che un musicista dovrebbe fare il musicista e basta, anche se ha qualche altro talento, e non proporsi in altre vesti come blogger, scrittore o regista. E’ vero però che fare i musicisti oggi è complicato ed essere presenti sui social, avere un blog e un canale youtube aiuta a raggranellare qualche entrata in più, così come le “lezioncine” (come le chiama Michela) sulla musica Rock che ogni tanto sono chiamato a tenere.

Estraggo l’album Dixie Chicken dallo scaffale, lo metto sul piatto e faccio scendere la puntina su Roll Um Easy.

“Senti qui Michi” le dico.

“Non mi chiami quasi mai Michi, lo fai solo quando sei sentimentale …” risponde sorridendo.

Le passo il testo della canzone di Lowell George e le dico “ecco vedi, io mi sento sempre così …”

Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run
the eloquent profanity, it rolls right off my tongue
And I have dined in palaces, drunk wine with kings and queens
But darlin’, oh darlin’, you’re the best thing I ever seen

Won’t you roll me easy, oh slow and easy
Take my independence, with no apprehension, no tension
You’re a walkin’, talkin’ paradise, sweet paradise

I’ve been across this country, from Denver to the ocean
And I never met girls that could sing so sweet like the angels that live in Houston
Singing roll me easy, so slow and easy
Play that concertina be a temptress
And baby I’m defenseless

Singing harmony, in unison, sweet harmony
Gotta hoist the flag and I’ll beat your drum

https://www.youtube.com/watch?v=b7TLnRThxL0

Le specifico persino che quando Lowell canta sweet paradise il testo potrebbe essere in realtà pair a dice, classico gioco di parole americano. Lei mi guarda in quel suo modo speciale, la mia propensione ai dettagli la diverte sempre molto.

Sono così preso dal pezzo e da Michela che mi aspetto che si metta a suonare la concertina visto che mi sento senza difese e che in questo preciso istante mi sembra proprio che lei sia la cosa migliore che io abbia mai visto.

In realtà Michela sarebbe una donna diversa, ma io tendo a idealizzare le donne con cui sto, plasmandole a immagine e somiglianza della donna ideale che ho in testa.

Finito il pezzo tolgo il long playing, prendo il cofanetto Hotcakes & Outtakes: 30 Years Of Little Feat, inserisco il primo cd e finiamo a letto.

———————

E’ maggio ma fa ancora freddo, piove, il cielo è grigio, imbocco una stradina che mi porta su Corso Vittorio Emanuele, due imbianchini fumano sotto la pioggia mentre dai loro furgoni scaricano all’interno di un palazzo i bidoni di vernice con cui tinteggeranno chissà quale appartamento. I miei pensieri vanno agli ultimi dieci mesi, la fine dell’estate, l’autunno e il lungo inverno; dieci mesi spesi con lei, dalle calde serate estive passate a scambiarci baci e bere rum, ai caldi abbracci dell’autunno e alle domeniche mattina invernali passate sotto alle coperte ad ascoltare musica mentre la neve si posava sui campi.

Tre ore fa ero a casa sua, mi ha chiamato per dirmi che il weekend scorso a Pescara, dopo il concerto del suo gruppo è finita a letto con Giorgia, la chitarrista, e il tipo che stava con lei. Il concerto era andato bene, erano tutti su di giri, avevano bevuto e una volta arrivati in hotel si era lasciata trascinare da Giorgia. Ha impiegato due giorni per trovare la voglia di parlarmi e dirmi che di quella notte non ricorda molto, che le dispiace moltissimo, che non sa cosa le è passato per la testa. Nei suoi occhi un velo di commozione, ma è rimasta comunque lucida, fredda, logica. Non ha cercato scuse, ha riconosciuto l’errore, ha detto che non se lo perdonerà mai, che è comunque innamorata di me e che accetterà ogni mia decisione.

Io sono rimasto immobile, quasi impassibile. Ogni tanto mi capita di non lasciare filtrare emozioni, di estraniarmi dal contesto in cui mi trovo. Sono rimasto seduto, non ho proferito parola e dopo qualche minuto di silenzio me ne sono andato. Ho passato un paio d’ore in macchina per riprendermi dalla botta, mi son detto che son cose che nella vita possono capitare a tutti, figuriamoci in un ambiente come quello del circo del Rock and Roll, ma sapevo che nei tempi a venire avrei patito e mi sarei trovato a camminare su sentieri pieni di sassi e pietre.

Sarei potuto tornare subito a Roncadella, invece eccomi qui, in centro a Modena, in un tavolo all’esterno del mio bar preferito. Un succo d’arancia, un toast, un rum. Passa un conoscente “Ciao Ara, tutto bene?”, alzo il pollice. Sapevo che sarebbe andata così? Che una donna come quella non era esattamente il prototipo di compagna con cui fare progetti? Che cosa cavolo mi aspettavo? Che castelli mi ero costruito in testa? E poi in quel modo … qualche anno prima mi era capitata una cosa simile, possibile che me le andassi a cercare col lanternino?

Il cielo si è fatto più scuro, il freddo insiste, l’abisso su cui si affaccia il mio animo sembra profondissimo; mi alzo, vado alla cassa, mentre faccio per pagare mi accorgo che la radio del bar è accesa, quando sono in questo stato non sento nemmeno la musica e questo la dice lunga, percepisco unicamente i blues feroci che albergano dentro di me. Ma Jimi Hendrix non può passare inosservato, per qualche secondo rimango in ascolto delle trame che la Fender tesse intorno all’amara verità del ritornello: “and so castles made of sand fall in the sea eventually”.

https://www.youtube.com/watch?v=XJ035W-2p6M

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT sul blog:

EPISODIO I: https://timtirelli.com/2021/05/01/le-avventure-di-aramis-reinhardt-i-praenomen-nomen-et-cognomen/

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

1 Mag

di Tim Tirelli

No, io non mi sento Antonio, non ne ho i connotati, ho la faccia da Stefano, Ettore, Fernando, Brenno o Aramis appunto; ma come aveva potuto mio padre farsi convincere a chiamarmi Antonio? Mia madre mi disse che aveva scelto Aramis, il personaggio dei tre moschettieri che più l’aveva colpita, ma l’impiegato dell’anagrafe a cui mio padre si rivolse non capiva come andava scritto e pareva indispettito dalla cosa:

“ma come vi è venuto in mente un nome del genere? Non possiamo usarne uno più comune? Antonio ad esempio …”.

Antonio era il nome di un carissimo amico di mio padre, morto tra le sue braccia subito dopo un incidente, in fondo capisco, ma avrebbe perlomeno dovuto chiedere a mia madre.

Che il mio nome debba la sua diffusione al gentilizio romano Antonius non mi dispiace per nulla, ma proviene da un nome etrusco dalla etimologia sconosciuta, e io non posso portarmi in giro un nome di cui non conosco il significato. Aramis invece – oltre al bel legame col romanzo di Dumas – proviene dal nome del villaggio di Aramits, sui Pirenei francesi, e significherebbe un “posto tra le valli”.

Stefano (incoronato), Ettore (colui che tiene forte, che sta saldo), Fernando (audace nel sostenere la pace), Brenno (re, principe o corvo) poi, sarebbero andati tutti benissimo, infatti una volta rimessasi dal parto mia madre chiese udienza al sindaco, il quale capì e tramite stratagemmi dell’ufficio anagrafe di cui nessuno seppe mai spiegarmi con esattezza, Antonio divenne il secondo nome, Stefano il primo (fui battezzato il 26 dicembre) e il codice fiscale ricodificato. Ma benché Antonio fu il mio primo nome solo per cinque giorni, alcuni parenti finirono per usare quello.

Ci si mise poi la questione del mio cognome a rendermi ulteriormente irrequieto. Pare infatti che il mio trisnonno fosse austriaco e di cognome facesse Reinhardt; negli anni caotici che andarono dal 1859 al 1866 nel bel mezzo della dissoluzione del Regno Lombardo-Veneto, stato dipendente dall’Impero Austriaco, mio trisnonno decise di averne abbastanza di far parte dell’esercito e si ecclissò nelle campagne a sud del Po. Testimonianze arrivate sino ai miei zii e tramandate sino a noi sostengono che – una volta arrivato nei territori della provincia di Reggio Emilia – quest’uomo cercò di sopravvivere alla bene meglio, muovendosi furtivo in ogni occasione a tal punto da essere soprannominato dai locali “sorèg”, topo. In qualche modo sopravvisse, si fece accettare dalle comunità reggiane, cambiò il cognome in Rinaldi (è curioso che fosse l’esatta traduzione del suo cognome austriaco) e si sposò poco dopo la terza guerra d’indipendenza italiana.

Rinaldi proviene dal nome germanico Raginald (potente consigliere) il che non è male, ma mi sono sempre chiesto se non dovessi usare la forma originaria di Reinhardt (variante del nome crucco in questione). In famiglia quasi tutti mi hanno sempre chiamato Aramis, e così ha sempre fatto chi entrava un po’ in confidenza con me, ma resta lo scompiglio dato da chi a scuola, al lavoro o negli impicci formali della vita mi ha chiamato e mi chiama con nomi con cui non sono sempre allineato.

Stefano Antonio Rinaldi dunque o Aramis Reinhardt? La seconda direi, infatti è quella che uso per il mio mestiere di musicista; visto poi che sono stato un seguace di un chitarrista americano ed in particolare della fase della sua carriera in cui al suo nome e cognome aggiungeva un AND per rendere il concetto di solista accompagnato da un gruppo stabile, ho aggiunto anche io tale suffisso: Aramis Reinhardt And.

Sono sempre stato ossessionato dal rigore fonetico, i suoni di una lingua per me devono sempre essere fluidi, eleganti e morbidi anche se hanno a che fare con parole ruvide. Aramis Reinhardt And mi pare suoni bene, anche l’acronimo non è affatto male, ARA, ma ara è un termine che in italiano ha due significati precisi: Ara è un genere di pappagalli molto grandi che hanno il loro habitat in centro e sud America, inoltre Ara è un’unita di misura, pari ad un decametro quadrato, infine è naturalmente la terza persona dell’indicativo presente arare. Aggiungo che sono le prime tre lettere del nome che aveva pensato per me mia madre, in diversi infatti mi chiamano Ara.

Lo scroscio della doccia lava via gli ultimi pensieri bislacchi, mi preparo velocemente, stasera suonerò al Parco Ferrari, non voglio arrivare in ritardo. Come richiesto alle 18 sono sul posto, uno degli organizzatori mi vede e mi guida a bordo palco. Procedo a passo d’uomo, il via vai delle ore pre concerto è sempre lo stesso dappertutto. Mi sento in qualche modo fortunato, sebbene la musica rock non abbia più la valenza sociale e culturale del passato né il successo, ci sono ancora promoter coraggiosi che riescono ad organizzare concerti con nomi di seconda, terza o quarta fascia che richiamano diverse centinaia di persone, soprattutto nei weekened.

Sopravvivere con la musica è possibile, ma è molto meno romantico di ciò che pensa la gente, ma in serate estive come queste senti che ne vale la pena. I tempi sono cambiati, molto cambiati, i tre dischi da me pubblicati in passato oggi sarebbero dischi d’oro in quanto a copie vendute, mentre allora faticarono ad entrare nella Top 40. La tradizione di andare a concerti come questo si sta perdendo, le giovani generazioni tendono a snobbare questo tipo di eventi e di musica, di dischi non se vendono più ma dopotutto ci sono sacche di resistenza dure a morire, il Rock ancora non si dà per vinto.

I tecnici scaricano dalla mia macchina chitarre, amplificatore e pedaliera e raggiungono Penny e Gio sul palco per sistemare l’attrezzatura. Penny, al secolo Penelope Bondavalli, è la vera musicista del gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna, anch’egli chitarrista e cantante, “la Penny è l’unica tra noi che sa davvero suonare”, anni al conservatorio a studiare pianoforte per poi mollare tutto per darsi totalmente al rock and roll. Porta il nome impegnativo che ha con molta disinvoltura, sua nonna si chiamava così e lei ne è molto orgogliosa, nome importante che la distingue tra le tante. Penelope deve naturalmente la sua diffusione al poema omerico e significherebbe tessitrice (dal greco pēné, tela) ma anche anatra; secondo la mitologia greca infatti suo padre Icario da piccola la fece gettare in mare, Penelope si salvò grazie ad alcune anatre (pēnélops) che la portarono sino a riva. Dopo questo imprevisto salvataggio la famiglia la riaccolse dandole il nome di “anatra” appunto.

Tastiere, basso, mandolino, batteria, chitarra, Penny è un vero talento, come lo è anche Giovanni Ferrari, a mio modo di vedere il miglior batterista rock di quel pezzo dell’Emilia in cui viviamo.

Il concerto di stasera è uno di quelli inseriti nell’ambito del Rock Summer Festival della città, da metà giugno a fine luglio ogni weekend tre concerti, praticamente tutti soldout. Il venerdì e la domenica nel palco piccolo, presenza media 500 spettatori, il sabato nel palco grande, presenza media 1.500 persone.

Stasera, un caldo sabato di luglio, tocca a noi e alle Serpi Blu che apriranno il concerto, il gruppo della tipa con cui sto già da un po’, genere Street Rock (soprattutto) americano, New York Dolls, Aerosmith, Guns N’ Roses, (London) Quireboys. La vedo al bar insieme al suo gruppo, un cenno d’intesa e niente più.

Il soundcheck in posti come questo non è mai tranquillo, troppa gente in giro nel grande parco e nei dintorni del palco, bisogna evitare di provare passaggi ancora poco chiari, è consigliabile non fare brutte figure.

Verso le venti arrivano gli amici, il ragazzo di Penny, anch’egli chitarrista e compositore, la ragazza di Gio, amica di Penny, ed altri conoscenti e parenti. Ceniamo insieme, a bordo palco è stata allestito una sorta di backstage, visto il carattere aperto di questa rassegna chiunque può in pratica avvicinarsi senza problemi. La sicurezza c’è ma è molto tollerante. Si unisce a noi anche Michela. “Ciao, ti senti pronta per stasera?” le chiedo. “Certo che lo sono, ci mancherebbe”. Non arretra mai di un millimetro, sicura di sé, bella, coraggiosa, è lei che prende a schiaffi la vita, non viceversa. “Ci vediamo da te dopo? Posso restare anche domani …”. E come posso dirle di no, avere una donna come lei è una benedizione per un uomo di blues come me. Ci sono quindici anni di differenza ma a lei non importa, una sera mi vide suonare, le piacqui e mi volle per sé. Mi raccontò infatti che durante il finale di I’m Gonna Crawl dei Led Zeppelin, brano che lei allora non conosceva e che invece per me era una sorta di manifesto, la colpì la parte ad libitum dove, sul cambio di accordi do e la bemolle, gridavo al mondo il mio blues utilizzando frasi fatte, titoli e frasette di canzoni e luoghi comuni della lingua inglese: I’m down on my knees baby … don’t leave me this way … I’m walking in the shadow of the blues … please pleeaaase bring it on home to me … I need your love … help me thru the day.

Mi disse che sembravo totalmente ispirato e sincero e che non aveva mai sentito nessuno andare così allo sprofondo. Dopo quel concerto venne da me e si presentò, nel stringerci la mano sentii una scossa, la guardai e i suoi occhi verdi iniziarono a lavorarmi. Mi chiese di chi era quel blues lento con le tastiere, le dissi che era dei Led Zeppelin e per farle capire meglio che razza di pezzo fosse, dal cellulare le feci leggere una nota che tenevo sempre a portata di mano, la magistrale descrizione di I’m Gonna Crawl scritta dal mio amico Davide Riccadonna:

I’m Gonna Crawl è un capolavoro assoluto. Il miglior modo di concludere una carriera. Mai abbastanza celebrata. Posso vedere la band sul palco, locale chiuso, una donna delle pulizie che passa lo straccio. La festa è finita, ma prima di andare a dormire c’è tempo per questo piccolo ma gigantesco blues che riporta tutto all’inizio. Un doo-wop spettrale che esce da una radio A.M., fuori dal tempo. Echi di Five Satins, Flamingos, Skyliners, Penguins. La tastiera vagamente da music-hall è perfetta. I ragazzi, in piena malinconia, sembrano volerci dire ‘Vi facciamo sentire per l’ultima volta cosa cazzo state per perdervi per sempre’. Irripetibile. E’ il ‘Last Waltz’ degli Zep. Pensate se avessero chiuso il disco con Hot Dog … ” 

Io avevo i brividi ogni volta che leggevo quelle righe e anche lei rimase colpita e mi chiese se – visto che sapeva della mia passione per il gruppo in questione – avessi tempo per darle delle ripetizioni dato che sentiva di avere molti buchi da colmare. Da lì iniziò tutto.

Vederla sul palco era sempre una esperienza, si muoveva con una eleganza innata trasportata da un impeto che in pochi avevano. Era una tipo alla Lea Massari, un viso bellissimo, una bocca e un corpo che ti promettevano viaggi nelle profondità siderali. Il riflesso dei suoi lunghi capelli rossastri sotto le luci del palco formava un bagliore che irretiva. Le Serpi Blu iniziarono con Up Around The Band dei Creedence versione Hanoi Rocks, a seguire Looking For A Kiss dei New York Dolls, poi alcuni brani dal loro unico album alternati ad altre cover tra cui Girls Girls Girls dei Mötley Crüe.

L’interazione tra Michela e Giorgia, la chitarrista, era il clou dello spettacolo, ammiccamenti sessuali, vestiti sgargianti, mosse studiate. Chiunque avrebbe detto che tra loro due ci fosse qualcosa, il che rendeva il concerto piccante. La sezione ritmica era formata da due ragazzotti senza talenti particolari, nonostante questo quarantacinque minuti di rock and roll meno sguaiato di quel che ci si potesse aspettare, potente e ben fatto.

Un quarto d’ora per togliere la loro strumentazione ed eccoci sul palco alle 22 precise. Mentre suono e canto mi sento sospinto dalle buone vibrazioni, dopotutto è sabato sera e ci sono millecinquecento persone ad applaudire in uno spazio recintato di un grande parco, la situazione è davvero gradevole. Non avevo voglia di brani troppo complicati o cupi così avevo preparato una scaletta in massima parte fluida e godibile col classico inizio 2112: due cover, un pezzo originale, una cover, due pezzi originali. A New Rock And Roll dei Mahogany Rush e California Man dei Cheap Trick, Blu dal nostro primo album, Still Alive And Well di Johnny Winter, Bellezza D’Aria Pura e Vento Di Maestrale. Il pubblico risponde con passione, la voglia di passare una bella serata è evidente, il concerto sembra un successo. Stasera presento anche per la prima volta uno dei nuovi pezzi che potrebbero finire sul quarto album, sempre che la casa discografica decida di farmelo fare. Sono parecchio orgoglioso di Fabbro Ferraio, mentre canto certe parti del testo guardo Michela:

Fabbro ferraio batti forte

mantice e fuoco che il mio cuore è tutto di metallo

Batti luna d’argento

la tarda notte dura poco che col giorno arriva il sole giallo

 

La consonante del suo nome in testa un’allitterazione

Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie

 

Giù lungo il fiume sbuffa

la vaporiera che ha il motore pieno di scintille

La ruota gira, lei sulla prora

La vedo e il cuore batte le sue meraviglie

 

 lì soprastante il nostro cielo è tutta una costellazione

sciolte le chiome sue svaniscono le mie malinconie

 

Non senti che viene l’amore, il bene

La luce lunare, il fiume, il mare

Le notti insieme, l’amore, il bene

 

Giorni perduti, amori andati

Poi tu che arrivi e accendi tutte le mie stelle

Un arco d’acqua, notti d’ardesia

Luci lontane su colline dietro il fondo valle

 

la chiromante intorno al fuoco aspetta una rivelazione

sbuffo di fumo bianco e il treno lascia la stazione

 

Azzurre le vene, il fiume, le piene

La stanza, il soffitto, io e te dentro al letto

Sudore, catene, poi mille sirene

 

La canonica ora e mezza vola via veloce, un paio di bis e il tutto termina.

Il tempo per infilarmi un accappatoio addosso e bere qualcosa che Michela si avvicina, “molto bello, bravo, come sempre”.

La tengo per la vita, avere una come lei al mio fianco in serate come questa mi fa sentire titanico dinnanzi al futuro. Penny e Gio vengono ad abbracciarmi, siamo un buon gruppo, l’apporto di ognuno di noi è fondamentale, ne siamo ben consapevoli e ci vogliamo un gran bene. Subito dopo qualche decina di persone ci viene a salutare e a fare i complimenti: i nomi usati per riferirsi a me come sempre sono un melting pop: “Bravo Antonio”, “Grande Stef” “Ara, anche stasera perfettamente sul pezzo” “dio bono Rinaldi che bel concerto”, “Oh, Reinhardt, scomodo!  “Ari, che meraviglia”; i miei amici per fortuna mi tolgono dai problemi di identità che puntualmente mi assalgono: “vecchio, trionfo!”.

Sulla sua Renault Kadjar rossa Michela mi segue lungo la via Emilia. Abito a Roncadella, con grandissimi sacrifici ho riscattato dal proprietario la casa in cui ha vissuto gli ultimi trent’anni mio nonno. E’ la casa che rappresenta per me e i miei cugini l’infanzia, casa a cui siamo legatissimi. Villa Roncadella consiste in un gruppetto di case sparse che formano una delle frazioni rurali ad est di Reggio Emilia. La cosa curiosa è che di un minuscolo insediamento come questo vi sono accenni in documenti regionali già dal 1116, e che la umile e piccola chiesetta fu eretta addirittura nel XII secolo.

Michela viene qui sempre volentieri, dice che la casa è bellissima e in una posizione invidiabile. Non so se sia così, sono troppo di parte, ma certo è stata ristrutturata con gusto e giudizio, ha un nonsoché di tenebroso che si stempera con l’ampio spazio che permette di godersi in lontananza l’appenino reggiano grazie alle poche biolche di terra che mi sono potuto permettere e ai tanti poderi che si susseguono uno dopo l’altro sino al dolce declivio delle prime colline.

E’ anche una casa spartana, finiture e corredi edilizi sono faccende ancora incompiute, ma non potevo fare di più e a me va bene anche così.

Sotto la doccia la osservo, lei se ne accorge e mi chiede “Cosa canti a proposito di Euclide nella nuova canzone?”, “Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie …” le dico a bassa voce, mi dà uno dei suoi baci e mi dice “ Mi è piaciuta un sacco, ma perché non facciamo un gruppo insieme?”, “non funzionerebbe lo sai” rispondo.

“Dai andiamo di là Ste” mi fa. Non mi piace quando mi chiamano Ste, io non sono Ste, Stef caso mai, o ancora meglio Stefano, ma lei ha un modo di dirlo particolare che mi incanta ogni volta e mi fa rabbrividire dal piacere, così come quando mi chiama col nome completo, Stefano. Per lei posso essere Ste, senza dubbio.

Apriamo una bottiglia di Valdo Florale Rosé ghiacciato, finalmente possiamo bere senza preoccuparci di dover guidare.

Iniziamo a fare l’amore, è notte fonda, il frinire dei grilli entra dalla finestra aperta che dà sulla campagna, i baci che mi dà fanno girare la testa, e invece di perdermi tra i suoi capelli finisco per dirle “hai sentito anche stasera in quanti modi mi hanno chiamato? Mi piacerebbe avere uno solo nome e cognome come hanno tutti e invece … Antonio, Aramis, Stefano, Rinaldi, Reinhardt e i vari diminutivi …” “dai facciamo l’amore non ci pensare, in fondo così ti distingui, sei diverso da tutti …” Sì, ma a volte mi piacerebbe andare all’anagrafe e .., “dacci un taglio, scopami e smettila di foneticarti il cervello.”

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT