LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – V – Nell’Ombra Del Blues 

20 Nov

Quinto Episodio (in fondo i link agli episodi precedenti)

di Tim Tirelli

Fumagalli insiste su CodRei II, mi ribadisce che la casa discografica che dirige è parte di un gruppo europeo, che per questo lui riceve pressioni e che se non accetto teme non potrà farmi fare il quarto album con gli ARA.

“Cerca di capire Aramis, CodRei ha un potenziale di 75.000 copie, con gli ARA hai chance solo in Italia e in Svizzera, e quanto venderemmo? Se andasse molto bene circa un terzo…”

“Ma scusa, fino a poco fa vi bastava, tra discrete vendite, edizioni musicali e tutto il resto.”

“Certo Aramis, ma con CodRei possiamo guadagnare tutti molto di più e poi senti, con l’accordo sulle edizioni musicali degli ARA che abbiamo, dove tu puoi porre il veto, e dio solo sa se lo poni, è sempre complicato raccogliere denaro, la richiesta di licenze c’è ma poi tu stoppi sempre tutto …”

“Fumagalli, lo sai che anche in queste cose serve un controllo qualità, giusto? Parliamo di canzonette, certo, ma è pur sempre musica, arte … vuoi che dia l’assenso ad usare un mio pezzo per un deodorante? Per il supermercato lombardo che sai non amo? Per la catena di ristoranti specializzata in hamburger? Suvvia, un minimo di etica dovremo pur averla!”.

Siamo in una saletta in un hotel a Piacenza, a metà strada tra Milano e Roncadella, solo noi due. Tra me e Fumagalli c’è un buon rapporto, credo mi stimi sia come uomo che come artista, ci parliamo sempre in modo schietto, abbiamo divergenze ma fino ad ora siamo sempre arrivati a compromessi che alla fine hanno soddisfatto entrambi. Questa volta però sembra proprio non ci sia nulla da fare, se non acconsento a fare un secondo album e relativo tour con il progetto CodRei temo non mi rinnoveranno il contratto (in bilico da mesi) con gli ARA. Guardo quest’uomo intorno ai settant’anni, alto, capelli bianchi non foltissimi ma sufficienti per sfoggiare una discreta chioma che gli avvolge la testa, camicia bianca, pantaloni blu, mocassini blu e giacca appoggiata sulle gambe incrociate. E’ dispiaciuto, ma lo è in modo professionale, empatico ma con la giusta distanza. Ricambio da sempre la stima che ha per me, tuttavia oggi rimango un po’ deluso, non sembra mi appoggi con la dovuta energia o convinzione ma sono un musicista, che ne posso sapere di quello che succede nei meeting dei discografici? Ad ogni modo prendo atto della cosa, lo saluto cordialmente e mi ributto sulla A1. Fabio, Ellade, Federico e Martino da una parte e Penny e Giovanni dall’altra sono informati dell’incontro tanto che mi vedrò con tutti loro tra poco.

Incontro i primi a casa di Fabio a Reggio, spiego loro le mie ragioni, le mie necessità, tranne Fabio nessuno dice niente. E’ chiaro vorrebbero continuare ma sanno il tipo d’uomo che sono, l’inquietudine che ho dentro, la visione che ho e per questo rispettano le mie esigenze. Fabio invece insiste, non capisce del tutto perché tentenno, ha ragione, al giorno d’oggi rifiutare offerte del genere è da pazzi, d’altra parte lui, come me, è un professionista, vive solo di musica, e fa di tutto per non perdere una ghiotta occasione.

Mi fermo poi a casa di Penny, la quale prepara a me e a Giovanni un pranzo dei suoi: paccheri fatti come si deve, pane caldo, verdure in pinzimonio e lambrusco Otello. Entrambi sembrano rassegnati, sanno che senza un contratto, un nuovo disco e conseguente tour, sarà difficile riuscire a vivere; certo qualche data la si farà comunque, ma senza un nuovo progetto non sarà sufficiente. Lasciamo tutto a macerare, ci prendiamo qualche giorno, o meglio un paio di settimane, per riflettere sul futuro che ci attende.

Torno a casa, appena vede la macchina entrare nell’aia Minnie accenna a corrermi incontro, poi ricordandosi di non essere un cane bensì un felino mi ignora o perlomeno finge, perché quando entro in casa vi si tuffa a testa bassa.

Il weekend si appresta ad essere difficile, la notte tra venerdì e sabato è un tormento, il vortice di pensieri, rancori, rimpianti non mi lascia dormire. Dormo mezz’ora ma all’una sono di nuovo sveglio. Fino alle 3,40 davanti al computer, poi scendo in cortile, la notte è buia, le campagne di Roncadella sono nere, una bruma insidiosa – la prima della stagione – si leva dai campi. Cammino a lungo nella grande aia che si estende intorno alla casa, non riesco a scacciare i pensieri molesti. Mi sembra che tutto non abbia un senso, mi sento in trappola, ho voglia di cambiare totalmente vita. Risalgo, mi faccio un thè coi biscotti e una China calda, Minnie è inquieta, si chiede perché stanotte mi comporti così. Mi getto nello studiolo, metto su un ellepi, Heavy Weather dei Weather Report sembra darmi un po’ di pace. Alle 6 torno a letto, Minnie mi si accoccola di fianco, le fusa hanno lo stesso effetto che certo ASMR ha su di me, mette la testina tonda che ha sotto il mio mento e finalmente sprofondo in un sonno totale.

Ritorno in me alle 10,30, Minnie è accovacciata tra le mie gambe, appena si accorge che sono sveglio viene a darmi il buongiorno.

Frugo nel frigo proprio come dice una delle canzoni che scrissi tanto tempo fa insieme al mio cantante di allora, ma l’anima non c’è recita il testo e allora meglio cercare di riempirlo questo elettrodomestico in modo da nascondere certi vuoti esistenziali.

Non è più come una volta, il sabato a tarda mattina alla Coop adesso è affrontabile; prima di entrare nel supermercato tappa al Cafè des Antilles, non è più necessario che mi fermi alla cassa ad ordinare, Benicio sa già cosa portarmi: krapfen e cappuccio. Do una occhiata alla Gazzetta dello Sport mentre nel tavolino di fianco a me vi è il solito ritrovo settimanale delle sei amiche settantenni che incontro ogni sabato che vado a far spesa.

Giro con il carrello tra gli scaffali, mi sforzo di comprare cibo e articoli in qualche modo compatibili con il bene del pianeta, dovrei e vorrei evitare l’acquisto di carne, alimento che cerco di consumare con parsimonia, ma questo è un fine settimana particolare, devo trovare qualche gratificazione, almeno dal punto di vista culinario, e allora infilo nella borsa termica una fiorentina. Scelgo pure alcune birre artigianali bianche e qualche confezione di gelati, oggi ho bisogno di piccole gratificazioni.

Prima di rincasare mi fermo in posta a ritirare una raccomandata, una multa presa sulla tangenziale di Modena perché superavo di 4 km il limite consentito dei 70 Kmh. Mi chiedo se Johnny Winter si sia mai fermato in posta a ritirare delle raccomandate.

Una fiorentina cotta al sangue, una birra bianca Bruton, un cestino d’uva, due dita di rum, a volte basta poco per ricavarsi una mezz’oretta di piacere.

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La macchina entra dal cancello, procede piano fin sotto casa, dalla portiera esce il mio amico Ellade. “Ciao Aridas, ho deciso che ti porto fuori. Dai preparati.”

Sorrido, lo faccio perché solo lui mi chiama così in virtù della mia passione per il marchio di abbigliamento sportivo creato da Adolf Dassler, e al contempo rimango di stucco perché non avevamo nessun accordo particolare per stasera, sì, ci eravamo detti che ci saremmo sentiti e null’altro ma Ellade è così, sempre riservato e attento, deve aver capito in che razza di disagio spirituale io mi trovi e alla sua maniera cerca di darmi una mano. Figlio di un professore di greco, da qui il nome che porta, bassista semiprofessionista, lavora part time a partita iva in una software house, lo conosco da tanto tempo, abbiamo suonato insieme nel mio primo gruppo di rilievo e da lì siamo diventati grandi amici. Tra l’altro condivido con lui l’amore per i fratelli Winter, mica robetta da poco.

Sulla sua Peugeot station wagon rolliamo sulla via Emilia, dalla sua chiavetta i Blackberry Smoke, Ry Cooder, Black Crowes. Siamo diretti allo Stones cafè di Vignola, stasera c’è un nuovo gruppo che devo assolutamente vedere, dice lui.

Davanti al locale mi blocco, guardo la locandina relativa al concerto e maledico Ellade, il quale sfida il mio grande disappunto e mi spinge letteralmente dentro mentre gli sibilo “Tu quoqueEllafili mi!.”

Con molta fatica e una sorta di imbarazzo saluto gli avventori all’interno del locale, nel giro rock di Modena e Reggio ci conosciamo più o meno tutti, molti dei presenti conoscono per sommi capi la storia che c’è stata tra me e Michela così sono a disagio, mettere in qualche modo in piazza le interazioni tra me e lei proprio non mi va.

Frank, il gestore dello Stones, ci ha riservato un tavolo vicino al palco spostato sulla sinistra, un angolo in qualche modo appartato dove godere in pace dello spettacolo. Dalla porticina aperta a bordo palco intravedo i membri del gruppo, tra cui la cantante, stasera allo Stones Café ci sono Michela & The Blue Cars, con alla chitarra Rock Lorringer, amico mio e di Ellade e guitar player extraordinaire. Ellade mi ha messo in trappola, spero di perdonargliela.

Finisco il panino americano, il dolce di frutta e la prima belgian blanche della serata quando Michela viene a salutarmi. Stringe l’occhio a Ellade. “Ciao Ste, ti abbiamo fatto una sorpresa, hai visto?”.

Maschera l’imbarazzo con un atteggiamento divertito. Avevo deciso che non ci sarei ricascato, che avrei evitato di rivederla di proposito benché stessi male, ci stavo riuscendo, avevo evitato con cura le novità che riguardavano lei e il piccolo mondo del Rock in cui ero immerso, ma poi arrivano gli amici e ti piantano un coltello nella schiena.

Il nuovo corso di Michela si basa sul Rock bona fide, lasciati i pruriti glam metal infatti sembra entrare in scena il Rock autentico del bel tempo che fu. Tre pezzi originali presi dall’unico album del suo gruppo precedente resi in maniera meno enfatica, alcune cover di classic Rock e qualche divagazione pop. Il concerto è gradevole, Lor suona la chitarra da par suo e Michela è sempre la amazzone di cui si parla. Settantacinque minuti fluidi e piacevoli a cui se ne aggiungono altri cinque per l’ultimo pezzo, Bette Davis Eyes.

I problemi iniziano con i bis. Il primo è Let’s Stay Together versione Tina Turner che Michela canta con molto trasporto e con un velo di disperazione. Michela mi cerca con lo sguardo, allunga le braccia verso di me, si sposta alla sinistra del palco, si inginocchia e lancia il suo grido di dolore che sembra sincero.

Grandi applausi e suo nome ripetuto ritmicamente.

Segue Just One Look versione Linda Ronstadt. Trasportata dal mood più solare, Michela si libera del pudore, balla in maniera elegante e sensuale e mi guarda dritto negli occhi mentre canta

Just one look and I fell so hard in love with you oh oh
I found out how good it feels to have your love oh oh
Say you will, will be mine forever and always oh oh

Just one look and I knew that you were my only one oh oh
I thought I was dreaming but I was wrong Oh yeah yeah
Ah but I’m gonna keep on scheming till I can make you, make you my own

So you see I really careWithout you I’m nothing oh oh
Just one look and I know I’ll get you someday oh oh

Just one look
That’s all it took hah just one look
That’s all it took woah just one look
That’s all it woah baby you know I love you baby
I’ll build my world around you come on baby

Provo imbarazzo, ma rimango comunque colpito, sembra sincera e molto dispiaciuta che la storia tra noi due sia finita (per colpa sua).

Ellade va nei camerini a salutare Lor, io rimango da solo al tavolino, il locale si svuota, escono in molti a fumare e a chiacchierare. Scambio due parole con Frank e con qualche amico musicista fino a che Michela viene a sedersi lì da me. Immagino fosse tutto combinato.

Mi guarda, la guardo. Sento un’ondata di calore passarmi da parte a parte e Wesley imbizzarrirsi. Mi aggiusto la patta dei pantaloni e gli dico di star buono.

“Allora ti è piaciuto?”

“Sì, siete stati bravi, sei stata brava.” Le dico mentre lo sguardo mi cade sulle sue gambe e constato d’improvviso che è un sacco di tempo che non faccio l’amore. Mi si avvicina e abbassa il tono della voce, ha il respiro un po’ caldo, l’odore di donna che sprigiona mi irretisce. Mi offre una serata a tre: lei, io e Giorgia.

“Lo so, sono disperata, ma cerco di venirti incontro, per pareggiare i conti con la speranza di farti tornare insieme a me”.

“Ma Giorgia sarebbe d’accordo?” le chiedo rimanendo basito dalla mia stessa domanda.

“Le ho detto che me lo deve. Ormai non ci frequentiamo più ma so che manterrà la parola”.

Sì, disperata è la parola adatta. Per quanto andare a letto con due donne sia una delle fantasie ricorrenti di molti uomini eterosessuali e dio (quindi Page) sa quanto mi piacerebbe, in fondo trovo la cosa squallida. Decidere così a tavolino, quasi per ripicca, mi pare triste. Wesley ovviamente la pensa diversamente.

La lascio lì senza una risposta precisa e me ne torno a Roncadella con Ellade.

Ci sono un paio di date degli ARA e una dei CodRei da onorare, rimasugli dei tour precedenti dove alcuni slittamenti fecero saltare qualche concerto. I due degli ARA sono ravvicinati, uno a Ravenna e uno a Reggio Emilia.

Suonare in una discoteca non è mai semplice per me, il pubblico che frequenta questo tipo di locali non è esattamente quello attratto dalla musica Rock, e d’altro canto il pubblico Rock non entra mai troppo volentieri in una discoteca. Il concerto di stasera si tiene nella sala piccola e suoneremo mentre nella hall principale la musica dance imperverserà. Mi chiedo chi ha avuto questa brillante idea.

Fatico a mantenere la concentrazione, soprattutto nei brani lenti, il battito elettronico che ci arriva chiarissimo ci infastidisce e ci indispettisce. Verrebbe la voglia di mandare tutto in vacca ma abbiamo davanti più di 250 paganti, devo loro rispetto, ma lavorare in questo modo è tremendo. Il compenso giustifica la fatica fatta, tuttavia nell’animo rimane un retrogusto amarissimo.

Finito il concerto e caricati gli strumenti, faccio due passi fino al mare. Marina di Ravenna in autunno ha un discreto fascino, la nebbia cala sul mare come un lenzuolo, rimango a contemplare il nulla per un po’, poi decido che è meglio mettersi in macchina, sono pur sempre 150 i chilometri da fare.

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Il Teatro De Andre’ di Casalgrande è di recente costruzione, architettura lineare, semplice e funzionale, posti a sedere quasi 300, e stasera sono tutti occupati, meno male. E’ presente anche Fumagalli, in solitaria, è venuto da Milano apposta solo per bersi una birra con noi, dice lui.

Abbiamo fatto una settimana di prove per questi due concerti perché avevo voglia di aggiungere nuove cover alla scaletta, questo per modellarla al mood con cui convivo da qualche mese. A Ravenna si sono sentite alcune insicurezze, ma in mezzo a quel casino penso nessuno se ne sia accorto, qui a Reggio spero vada meglio, vorrei fare bella figura visto che sono in una delle mie due città.

So che sorprenderò il pubblico che di certo non si aspetta cover sconosciute ai più, ma a questo punto della mia carriera non mi importa, la crisi sentimentale che sto passando ha dato il La a un mucchio di situazioni irrisolte, ha fatto tornare a galla ferite passate e forse i primi accenni della crisi di mezza età. Voglio solo fare un bel concerto e suonare pezzi meno noti ma che mi sono sempre piaciuti un sacco. Chi si aspetta le solite cover al fulmicotone e parecchie nostre canzoni rimarrà deluso, come sono delusi Penny e Giovanni, ma per una volta penso prima a me stesso. Ero certo che Michela si sarebbe presentata, e infatti eccola in terza fila con un paio di membri del gruppo che l’accompagna.

Usciamo sul palco mentre il bordone, vabbè il drone, che introduce il primo brano inonda il teatro.

I can’t stop the music
I could stop it before
Now I don’t wanna hear it
Don’t wanna hear it no more

All I wanna do is stop this game
It’s gonna really end
Stop this game
It’s such a touchy, touchy thing

Hey, livin’ with you
Is all I wanted before
I’ve changed, you didn’t
Don’t wanna see you no more

Canto con tutto me stesso.

Il secondo pezzo è altrettanto esplicito ed uno dei momenti di Hard Rock britannico che preferisco, scritto da una figura della musica Rock che ammiro, Mick Ralphs dei Bad Company

If I hear you knocking hard up on my door
Ain’t no way that I’m gonna answer it
‘Cos cheating is one thing and lying is another
And when I say it’s over that’s it I’m gonna quit, yeah
Yeah, yeah, yeah

Now I ain’t complaining, just tryin’ to understand
What makes a woman do the things she does
One day she’ll love you, the next day she’ll leave you
Why can’t we have it just the way it used to be?
Why can’t we have it baby?

‘Cos I’m a man, I got my pride
I don’t need no woman to hurt me inside
I need a love like any other, yeah
So go on and leave me, leave me for another

Good lovin’ gone bad
Yeah, yeah, yeah, yeah
Good lovin’ gone bad, bad, bad
Good lovin’ gone bad, yeah
Baby I’m a bad man, oh no

Oh yes, yes indeed, indeed I am

Il pubblico applaude ma più per la determinazione messa in campo che per i pezzi proposti. Mentre mi disseto guardo Michela, la vedo rabbuiata, parla e capisce molto bene l’inglese dunque non le deve essere sfuggito nulla.

Station Man dei Fleetwood Mac calma un po’ le acque, le nostre tre voci si mescolano bene a tal punto che il bel risultato strappa al pubblico un applauso spontaneo nel bel mezzo del pezzo

A questo punto infilo un paio di nostri pezzi originali, il pubblico va comunque tenuto con riguardo, ed infatti fioccano gli applausi.

Since I’ve Been loving You dei Led Zeppelin, un altro nostro pezzo è quindi il trittico suonato dalla mia anima grondante di melassa:

Don’t Say You Love Me dei Free, Oh Josephine dei Black Crowes, e Waterfront versione John Lee Hooker

Il pubblico paziente ascolta e in fondo apprezza, capisce la proposta, valuta le emozioni prodotte da un’anima in pena, ma il silenzio in cui rimane durante l’esecuzione dei brani mi spaventa.

Decido di cambiare registro, si torna al rock blues infuocato con il nostro speciale arrangiamento di Another Night To Cry di Lonnie Johnson.

Well, another night to cry
Baby, just cryin’ over you
Well, I’ve got another night to cry
Another night to cry over you

You hurt me so bad and so long
And there’s nothing I can do

I’m so in love with you
And you know it, and I can’t help myself
Yes, I’m so in love with you
And you know it, and I can’t help myself

You laugh at my face when I say, I love you
And walk away with somebody else

You can’t keep on hurtin’ me
Unless you get hurt yourself
You can’t keep on hurtin’ me
Unless you get hurt yourself

‘Cause your misusin’ ways, baby
Has drove me to somebody else

Poi un paio di altri nostri pezzi, e chiusura con Frank Marino & Mahogany Rush, Johnny Winter e Led Zeppelin.

Il pubblico riconosce finalmente la band per cui è venuto e l’eccitazione esplode.

Fumagalli viene a salutarmi e a chiedermi “hai poi deciso qualcosa?”, lo fa mentre sono in compagnia di Ellade. Scuoto la testa e lui se ne torna a Milano. Ellade fa finta di niente e continua a sorseggiare la media rossa che ha in mano. Qualcuno viene a farsi una foto, altri chiedono gli accordi di una nostra canzone, poi i soliti che si complimentano per i brani dei Led Zeppelin.

La gente sciama per le vie del paese, carico la mia roba in macchina, abbraccio Penny e Giovanni, saluto i soliti amici e vado verso Michela che si sta attardando davanti al teatro con qualche conoscente.

“Vieni a bere qualcosa?” le chiedo. Mi guarda incredula “Eh? …certo!”.

La macchina è parcheggiata davanti al bar della piazza, ora trasformato in uno di quei locali un po’ fighetti, la tengo sottocchio, è piena di chitarre e non voglio sorprese.

“Credevo non mi volessi nemmeno vedere, i pezzi della scaletta parlavano chiaro …anche se in quello di Lonnie Johnson il protagonista dice che è molto innamorato della donna a cui si rivolge…”

Siamo seduti nella veranda esterna, fa freddo, questo inizio di novembre non scherza, abbiamo ordinato due thè caldi e due rum Legendario e ci teniamo negli occhi. E’ inutile, non posso farcela, quando lei mi chiama Ste, diminutivo che di solito non amo proprio, mi sciolgo, ha un modo tutto suo di pronunciare la e, quasi non fosse emiliana, apre quella vocale in maniera speciale e mentre lo fa brividi fonetici mi scuotono tutto. La guardo come se fosse la prima volta, brucio di passione, e mi chiedo se a prendere il comando di me stesso adesso non sia Wesley, il mio secondo cervello, come direbbe Rocco Schiavone, quello che ho tra le gambe. Butto giù il rum, con la mano le prendo la nuca, la avvicino a me e la bacio come fosse la prima volta.

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Svegliarmi e trovarmela nel letto è una sensazione strana, di nuovo l’impulso sessuale e al contempo l’impressione di aver fatto una cazzata. Ma la guardo sdraiata su di un fianco, le coperte sembrano uno strato di neve sopra colline dai dolci declivi, i raggi di un inaspettato sole novembrino le movimentano i riflessi rossastri dei capelli, e di nuovo sono posseduto dall’impeto di farla mia.

Il fine settimana lo passiamo a letto, sembra che non se ne abbia mai abbastanza, tra un amplesso e l’altro penso a quella canzone di Battisti che mi piace tanto:

E restar due giorni a letto, non andar più via …

E infatti passiamo giorni apparentemente lieti, niente discorsi circa il recente passato, solo la voglia di riprenderci la tranquillità perduta, la nostra vita insieme. Uscire a cena con agli amici, andare al cinema Emiro e guardare film nella sala 5, la nostra preferita, fare la spesa, accompagnarla al lavoro, andare a prenderla, gironzolare per il centro di Reggio Emilia mangiando caldarroste e perderci nelle lucine ad intermittenza delle decorazioni natalizie che, in anticipo sui tempi, sono già presenti.

Michela mi accompagna a Bassano Del Grappa per l’ultimo concerto dell’anno e, per quel che ho in testa, dei CodRei. Suoniamo in una strana sala indoor, non ho capito bene cosa sia stata in precedenza, sembra un grande refettorio. Prima di noi gli Eden, gruppo locale che si rivela formato da gente alla mano e simpatica, tanto che Ellade passa quasi tutto il tempo pre e post concerto con la bassista. Conoscendo il mio amico so già che si sarà innamorato. “Chissà di cosa parlano?” chiedo a Michela, e lei “Beh, della chiave di basso immagino…”, “Deve essere così, per i bassisti il setticlavio è inutile, per loro esiste solo la loro, di chiave”, ridiamo. Ellade le mostra il suo Fender Jazz e il basso di riserva che chiamiamo Tucano perché ha un grosso e colorato adesivo di quell’uccello appiccicato sopra. Una volta gli chiesi il perché di quell’adesivo, e lui  “ma che ne so … “, strana gente i bassisti.

Ci troviamo così bene con gli Eden che a fine concerto ci chiedono di fare una jam tutti insieme, sulle note di Knockin’ on Heaven’s Door. Immagino che i presenti pensino ad essa come ad una cover conosciuta, orecchiabile e di sicuro appeal, ma il perché della scelta da parte degli Eden è molto profonda, il riferimento al film Pat Garrett e Billy The Kid, dalla cui colonna sonora è tratta, è totale, cercano semplicemente di rimettere in scena il momento più bello di un film che sicuramente alcuni di loro amano profondamente, e il risultato risente di questa purezza d’animo. La versione infatti è davvero magnifica, noi tre chitarristi cerchiamo di tenere gli assoli corti e al contempo di dire qualcosa di bello. Fabio alla voce capisce il mood e dà il suo meglio. Niente da dire, versione finalmente impeccabile di un brano abusato dai più.

Dobbiamo tornare in Emilia, sono le due di notte, fa freddo, meglio andare. Ellade non si decide, “Va beh, allora ci vediamo…” gli sento dire e a malincuore lascia la bassista degli Eden, la quale pare davvero dispiaciuta.

Siamo a Roncadella alle 4 passate, un thè, una doccia e a letto a far l’amore, come di consuetudine dopo un concerto; l’adrenalina va consumata altrimenti non si riuscirebbe a dormire. Minnie rimane sul comò di fronte al letto mentre io e Michela condividiamo le nostre anime e i nostri impulsi ancestrali poi, una volta finito, con un grande balzo salta sul letto, guarda Michela, con cui sta prendendo confidenza, e viene a rintanarsi tra la mia spalla destra e il mio petto, mi osserva per un minuto o due, poi si mette comoda, chiude gli occhi e dorme il sonno sempre vigile dei felini.

Quattro giorni dopo siamo in un pub di Modena, Michela e il suo gruppo hanno una data e mi ha invitato a suonare qualche pezzo con loro. Salgo alla fine del concerto per i tre bis. Il pubblico saluta il mio ingresso sul palco con un bell’applauso, uan tu tri for e partiamo con I Want You dei Cheap Trick, un rock scatenato che spinge il pubblico del pub ad un ballo da strappamutande. Sul finale la tensione è alta, Michela canta come non la ho mai sentita fare, si spoglia di ogni pudore, rimane in reggiseno, si avvicina e mi bacia alla francese, il pubblico va su di giri.

I want you
I don’t want nobody else
I want you
I should have known it all along
I want you
Just tell me when and where
I want you
Why don’t you just give me a call?
I want you, I want you, you you you

Proseguiamo con Feel Like Making Love dei Bad Company e Dixie Chicken dei Little Feat, il pubblico batte le mani, urla i nostri nomi, si diverte. Missione compiuta.

Di nuovo a casa, di nuovo il thè, la doccia, l’amore, il solito refrain. Fatico ad addormentarmi, fisso il soffitto, non mi sento del tutto a mio agio.

L’indomani ho un appuntamento nella sede modenese della Siae in Buon Pastore, sbrigo le pratiche e poi mi incammino verso il centro, ho appuntamento con Michela per pranzo. Sono in anticipo, decido di allungare il percorso, camminare mi aiuta a dipanare i pensieri. In corso Canalgrande la gente cammina spedita, ognuno in fondo perso dentro ai cazzi suoi ….. Osservo un paio di uomini uscire da un furgone di una ditta che si occupa di ascensori, uno scherza, l’altro pare serio, suonano ad un portone, poco più in là una donna parla al telefono con piglio deciso, alcuni ragazzi stazionano davanti ad una gelateria, gli passo in mezzo, a stento si spostano, avrei voglia di prenderli a calci in culo. L’umore tende al ribasso. Michela è davanti all’entrata del Civico12, il ristobar di Via Taglio dove ogni tanto andiamo, sta scrivendo qualcosa al cellulare. Ha un cappottino blu, una bella sciarpa delle sue di un bel bianco appena striato d’azzurro, i lunghi e mossi capelli rossi, gli stivali neri al ginocchio, una vera vamp, niente da dire.

“Allora che intendi fare?” mi chiede non appena ci sediamo.

“Non lo so, non sono più sicuro di niente”.

“Ma gli altri che dicono?”

“Fabio vorrebbe continuare con i CodRei, Fede, Ella e Martino anche ma non mi mettono pressione … Penny e Giovanni sono molto preoccupati, per loro gli ARA sono un progetto importante, se svanisce devono in qualche modo ricostruire la loro vita. Penny ha anche il complesso di liscio, entrambi hanno possibilità di suonare in nuovi gruppi, se molliamo lo faranno ma temo non sia sufficiente, a meno che non entrino in situazioni di un livello più alto del nostro. Altrimenti dovranno trovarsi almeno un lavoro part time, i tempi sono quelli che sono, lo sai anche tu, è difficilissimo vivere di sola musica.”

“Sì ma tu che vorresti fare?” mi chiede mentre la cameriera ci porta il pranzo.

Già che voglio fare? Non le rispondo.

“Senti, ma perché non facciamo un gruppo insieme? Quante volte te l’ho già chiesto?”

“Quante volte ti ho già risposto? No, non credo funzionerebbe, sai bene com’è suonare in un gruppo, ci porteremmo a casa le tensioni, gli scazzi, le situazioni irrisolte …”

Mentre pronuncio queste parole Michela guarda fuori dalla grande vetrata i palazzi di via Fonte D’Abisso, ma lo sguardo non può vagare costretto come è a rimbalzare su quei muri grigiastri. Non è felice, lo vedo, capta che c’è qualcosa che non va. Ci portano il dolce, strano assaggiarlo mentre una cappa di fastidiosa tristezza scende su di noi. Lei ordina un caffè, io un amaro del capo. Paghiamo e usciamo. Ci scambiamo un bacio frettoloso e senza troppo calore, lei torna alla macchina che ha parcheggiato sui viali, io faccio cinquanta metri e mi fermo a casa di Bianca, l’avvocata advisor che mi segue. Abita in un bel palazzo adagiato su piazzale San Giorgio, lo studio rinomato in cui lavora è più in là a qualche centinaio di metri, ma ormai è quasi un’amica, tanto da chiamarmi a casa sua per una faccenda lavorativa.

Mi offre un caffè, mi chiede come sto e quindi se ho deciso qualcosa, lei è la sola a conoscere a fondo i miei turbamenti professionali; ascolta, si alza, infila nello stereo il cd delle Piano Sonatas di Beethoven interpretate da Walkiria Izaguirre che le ho regalato recentemente, mi offre qualcosa da bere, lascia che la Sonata Per Pianoforte No.6 in FA maggiore, Opera10 No.2: I. Allegro termini e quindi commenta i miei pensieri con la sua proverbiale lucidità. Espone i pro e i contro con estrema chiarezza e poi aggiunge:

“lo sai cosa farei io, ma è inutile che ti ripeta ciò che ti ho detto l’ultima volta, sei quel tipo di artista irrequieto capace di scartare di lato, preferisco non annoiarti. Sono decisioni che a questo punto spettano solo a te, ne va della tua vita.”

Mentre torno a Roncadella la frase “ne va della tua vita” mi ronza in testa. Mi chiedo perché io debba essere così, perché mettere tutto in discussione, in fondo riesco a vivere abbastanza bene con la mia musica, sono un privilegiato, quanti sono gli amici che fanno una vita d’inferno a furia di sbattersi per trovare ogni data possibile per suonare cover o per annullarsi nei DJ set che sono costretti a tenere? Perché devo sempre rendere tutto così complicato? Cos’è questa pulsione masochista che mi porta verso scelte a prima vista scellerate? Quasi volessi distruggere tutto in modo da essere obbligato a ripartite da zero.

Sono le quattro del pomeriggio, da una settimana è tornata l’ora legale, ci sarà luce per un’altra mezz’ora; ne approfitto per fare un giro tra le campagne, mi infilo gli stivali di gomma e cammino tra le vigne, il cielo è un misto di argento, blu e oro, la bruma sta salendo, lungo il carradone una lepre distratta si fa sorprendere, le arrivo a meno di due passi, rimane fermissima, bloccata dalla paura con la speranza di non farsi notare, la guardo negli occhi, è spaventata, batto le mani e finalmente scappa libera verso la sua tana. Si fa viva Minnie, mi gironzola intorno, fa per arrampicarsi su di una vite poi si getta a terra su di un fianco, vuole farsi accarezzare, la accontento, poi la prendo in braccio, la bacio sulla testina tonda e mi avvio verso casa. Prima di salire do di nuovo un’occhiata alla campagna, il sole ormai è calato, mi fermo a respirare l’aria fredda, la situazione sta precipitando, lo percepisco.

Stasera Michela non viene e io non ho voglia di uscire, mi preparo un caffellatte, sono in modalità Italo Svevo, non c’è che dire. Provo a suonare, ma non è serata, mi annullo davanti ad una serie TV che nemmeno mi piace troppo.

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Mercoledì 15 dicembre diario di bordo.

Sono passate le tre settimane in cui ho dato una svolta radicale alla mia vita senza sapere bene il perché. Ho comunicato a Michela che per quel che mi riguardava la nostra storia era da ritenersi conclusa visto che non riuscivo a passare oltre quello che era capitato. Con grande sofferenza ho sciolto gli ARA, ho rotto con la casa discografica e ho deciso di lasciare perdere – almeno per ora – la musica. Dopo un colloquio assai informale, Vasco Teggi – responsabile del Deposito in cui avevo lavorato per qualche mese in passato – si è detto felice di riavermi a bordo. Il 7 gennaio del nuovo anno riprenderò da dove avevo lasciato. L’esigenza di cambiare vita è stata troppo forte, l’affrancami dalla musica un bisogno impellente. Provo a ripartire in un’altra direzione.

“Proprio non c’è nulla da fare, vero Ste? Mi lasci così con due parole e sull’orlo del natale?” mi dice Michela al cellulare. Rispondo a monosillabi. Sono freddo e distante e me ne dispiaccio, ma ho una sorta di indifferenza verso di lei, un nuovo sentimento che nasconde senza dubbio altro, non riesco a interagire diversamente. Le ho portato le sue cose, mi ha costretto a salire da lei, mi ha offerto un thè, mi si è seduta in braccio, con gli occhi umidi e con una certa rabbia mi ha mollato con la mano due colpi in testa, poi mi ha baciato e ha voluto far l’amore. E’ stato un rapporto insoddisfacente, con l’orgasmo arrivato a fatica e in modo meccanico.

La fine dei rapporti, il lasciare le persone, luoghi, case e situazioni mi hanno sempre colpito tantissimo e spinto verso il basso, stavolta sembra che la cosa sia diversa, magari questa indifferenza è una specie d’armatura atta a proteggere this old heart of mine.

Mi metto in macchina, è una fredda serata dicembrina, sono diretto a Villa Nona, il mio paese natale. Federico non riuscirà ad essere presente alla cena a cavallo del solstizio d’inverno che ho organizzato con i soliti amici, così abbiamo deciso di vederci ugualmente qualche giorno prima. Una cena col mio amico, quello che è carne della mia carne, quello con cui ho passato parte dell’infanzia e tutta l’adolescenza, quel tipo di amico che ti capisce come nessun altro, a maggior ragione quando sei sul procinto di ricordare gli anni andati e sei travolto dalla nostalgia.

Parcheggiare a Villa Nona nei weekend ormai è come cercare un biglietto di un concerto di un grande nome del Rock un’ora dopo che i tagliandi sono stati messi in vendita. D’accordo che si è passati in pochi anni dai 10.000 ai 15.000 abitanti, ma ogni volta sembra che ci sia la reunion dei Pink Floyd. Trovo un buco, parcheggio, scendo, mi stringo nel cappottino, svolto l’angolo e lo vedo sotto la Torre dell’Orologio. Fede, il mio amico, è identico a come era suo padre…mi sembra di essere proiettato indietro nei decenni. Ho prenotato al Bistrot Premiere, piccolo e accogliente locale sotto la Clock Tower. Dal menù estraiamo tortellini in brodo, faraona d’autunno e lambrusco. Parliamo fitto fitto per un paio d’ore. Fede mi chiede di Michela, del nuovo impiego, poi mi aggiorna sulle cose che lo riguardano; carino com’è evita l’argomento CodRei, quindi ci perdiamo nel mare della nostalgia. Essere rivolti al passato non sarà il massimo, ma rivivere nei discorsi certe esperienze rafforza le radici, aiuta a volte a comprendere meglio il presente. Magari gli anni della nostra infanzia e adolescenza sono stati davvero meglio di questi ultimi ma il tutto è filtrato attraverso i nostri sedici anni, ed è naturale che ci sembrino più belli quegli anni lontani, eravamo ragazzi, avevamo il futuro davanti e meno preoccupazioni. Non eravamo a New York o Londra, bensì in un paese di provincia in Italia, ma ci sentivamo ugualmente titanici dinnanzi al futuro.

Usciamo e ci giriamo due volte il centro. Un flashback ci rapisce, rammentiamo con chiarezza una sera di dicembre di tanto tempo fa, facevamo la stessa cosa, respirando le suggestioni blues che respiriamo oggi, in fondo siamo rimasti gli stessi. Le luci dei lampioncini che si riflettono sulla pavimentazione di via Maestra Del Castello, noi due che parliamo della vita, delle speranze, delle disillusioni, dei nostri sogni, le vecchie mura del paese che ci stanno a sentire.

Mi chiedo quanta pazienza deve aver portato, come tastierista deve aver passato momenti non facili con un “chitarrista” come me, ma se siamo ancora qui, legati da un forte affetto, significa che deve essere passato sopra alle asperità del mio essere. Salgo sulla sua macchina mentre mi accompagna alla mia. Nel lettore ha il doppio dal vivo ELP Live At Nassau Coliseum ’78, un bootleg ufficiale. Lo abbraccio e ci diamo appuntamento al prossimo anno (quindi a tra due o tre settimane).

Serate come queste mi sistemano l’animo per po’, ed è molto importante per me dato che i giorni tra il dieci e il 24 dicembre sono i miei preferiti, il periodo dell’anno che mi piace di più

Non amo l’eccesso di decorazioni, i sentimenti di facciata, il romanticume che ci propinano, non amo le forzature provenienti dagli Stati Uniti, ogni volta che in un film o in una pubblicità vedo un babbo natale che fa “ho ho ho” mi vien voglia di vomitare, tuttavia amo l’atmosfera natalizia sebbene il culto del cristianesimo abbia da secoli sostituito il culto del sole. Il gesto di scambiarsi un dono, una buona parola come augurio per la nuova stagione è uno dei pilastri dell’umanesimo, ce lo portiamo dietro da cinquemila anni. Sarebbe bello avere un po’ di neve, un manto bianco che per un giorno o due ci faccia rallentare, che ci riporti un po’ di candore, che ci faccia illudere per un momento di essere meno meschini di quello che in realtà siamo. Cerco di evitare i trabocchetti dell’umore, degli impicci quotidiani e mi rifugio nei bagliori delle luci ad intermittenza, nei sentimenti di felice malinconia che ogni dicembre mi porta.

Quest’anno si è aggiunto questo dolore apparentemente neutro relativo alla fine del rapporto con Michela, ma cercherò di sopravvivere e comunque ci penserò domattina. Rientro, mi preparo per la notte, la casa di Roncadella mi appare vuota e troppo grande per un uomo solo e la gattina sperduta che vi ha trovato riparo.

Il mattino arriva in fretta, in questo dicembre inoltrato, sembra di essere nella tundra. La galaverna adorna gli alberi e rende dura la terra. Scendo a prendere sacchi di pellet per la stufa, respiro la nebbia, penso a lei.

L’aspetto burocratico delle mie scelte mi costringe a passare alcune mattine con la commercialista e l’avvocata, ci sono faccende di cui discutere, anche se terrò aperta la partita iva ci sono contratti e accordi che vanno risolti.

Giorno del solstizio d’inverno, il cellulare squilla, è Michela. “Ciao Ste, sono io, volevo farti gli auguri, e dirti che ti ho preso un regalo che mi piacerebbe darti”. Cerco di essere gentile, comprensivo, carino, ma dentro di me monta il fastidio. Ma perché non riesco ad essere come i chitarristi degli anni settanta che tanto ammiro? Un rapporto aperto per loro era normale, poteva persino capitare di uscire in quattro e rincasare con la donna dell’altro, tradire, essere traditi faceva in qualche modo parte del gioco. Io invece devo sempre essere integerrimo, quando alla fin fine non sono certo di esserlo davvero. Accetto comunque di vederla in un bar in centro a Rubiera. Un tavolino all’esterno in quegli spazi circondati dal plexiglass e riscaldati da stufe da esterno per bar. Si è presa un paio d’ore di permesso, arriva con passo svelto e con i capelli che ondeggiano di conseguenza al ritmo dell’andatura. E’ una bella donna non c’è che dire. Prima di sedersi mi bacia sulla guancia. Ormai è mezzogiorno, ordiniamo due Spritz e due toast. I regali sono due, una bellissima camicia blu con fiorellini bianchi e il box set dell’album omonimo del 1975 dei Fleetwood Mac, cofanetto tra l’altro contenente un cd dal vivo con performance tratte dal tour 1976/76, la versione di Station Man presente è la mia preferita. Le do un abbraccio di circostanza, mentre lo faccio mi chiedo se io sia pazzo, come posso lasciare una donna così? Finiamo il toast, lo spritz e le frasi di circostanza.

“Proprio non riesci a passarci sopra eh? L’offerta che ti ho fatto coinvolgendo Giorgia è ancora valida se può servire …” vedendo che non rispondo aggiunge “quando hai quello sguardo e fai quella smorfia con la bocca so che c’è poco da fare …”

Rimaniamo un po’ in silenzio poi lei si alza, “Va bene, io sto già male a sufficienza, inutile stare qui con te quando sei così. Avrei voluto chiederti se c’è una possibilità di passare natale insieme, ma capisco non sia il caso. Vado, buon compleanno.”

Mi metto in macchina per tornare a Roncadella, nemmeno il tempo di uscire da Rubiera che il cellulare squilla sul display dell’auto, il nome di chi chiama non viene visualizzato, appare solo un numero che naturalmente non riconosco.

“Pronto”, “Ciao Stef, sono Mirvjena, come stai? Mi sono ricordato che oggi è il tuo compleanno e ho pensato di chiamarti. Disturbo?”

“Ciao Mirv, no, non disturbi. Stai bene?”

“Sì sì, tutto bene. Buon compleanno allora. Ti ho chiamato anche perché ho saputo che torni al deposito. Che sorpresa, sono contenta. Ma come mai? E la tua musica?”

Sono sorpreso dalla telefonata, non mi aspettavo di sentirla. E’ vero che quei pochissimi mesi in cui siamo stati più o meno insieme sono risultati piacevoli e che Mirvjena è una persona carina, ma pensavo d’esser stato stato solo uno di passaggio nella sua vita, come lei lo è stata per la mia.

“Niente di particolare, avevo bisogno di un cambiamento, il mondo della musica in questo momento non fa per me, allora ho chiamato Teggi e ho chiesto se per caso ci fosse ancora posto per me lì con voi. Sto di nuovo mettendo in discussione la mia vita, come vedi è un vizio …. ”

“Io sono contenta, mi fa piacere riaverti come collega. Stai con qualcuno adesso?”

Arriva dritta al punto, probabilmente nella parte dell’Europa dell’est da cui proviene non usano il fioretto, e io non so perché ma come già successo le racconto un po’ di cose circa la mia situazione affettiva.

Mirvjena ride “ma è praticamente come l’altra volta, solo che adesso hai la tua casa pronta. Ma dimmi un po’, dove lo passi il natale?”

Già, dove li passo i saturnali? Vorrei dirle che ho già dei programmi ma mi escono altre parole, altre frasi, qualcosa o qualcuno mi spinge in una direzione che razionalmente non prenderei.

“Ma allora passiamolo insieme che ne dici?”

Già, che ne dico?

Stefano Tirelli – © 2021

Aramis Reinhardt

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG:

EPISODIO I:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

EPISODIO II:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

EPISODIO III:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

EPISODIO IV:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

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8 Risposte a “LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – V – Nell’Ombra Del Blues ”

  1. Giacobazzi 22/11/2021 a 08:13 #

    “modalità Italo Svevo” vuol dire introspettiva?

    "Mi piace"

  2. Lucilla 22/11/2021 a 13:55 #

    Di sveviano ci vedo un evidente ricorso, in questo capitolo, al mascheramento di una sottolineata incapacità a vivere appieno la vita reale (che difatti viene descritta invece come densa di eventi) bilanciato da una preponderante intensità del vissuto interno…
    “Ci teniamo negli occhi” è una delle più concrete sinestesie che io abbia letto nella moderna narrativa….non si intuisce il gesto fisico, vibra dentro…

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  3. Lorenzo Stefani 25/11/2021 a 19:16 #

    Bello, Tim. Questa per me è stata la puntata migliore sino ad ora, (Led)zeppa di inquietudine blues

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  4. Giacobazzi 26/11/2021 a 17:01 #

    “vuoi che dia l’assenso ad usare un mio pezzo per un deodorante?” Aramis meglio di Tony Iommi

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