LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

16 Mag

di Tim Tirelli

Io e Michela ce ne stiamo in un tavolino un po’ in disparte, i Jedi Del Liscio stanno suonando una cover di Luna Messicana di Castellina Pasi e io, sotto la luna emiliana che abbiamo sopra alla testa in questa calda serata estiva, sento di essere preda della pulsione che in genere viene definita innamoramento. Cerco di analizzare il coinvolgimento emotivo che scuote ogni parte di me, quello stato febbrile composto da attaccamento, amore romantico e desiderio sessuale. Guardo Michela e tutto quello che voglio è stare con lei. Al tempo stesso sono un po’ restio nel rivelarmi completamente, stare con una regina del rock and roll non è esattamente una passeggiata, una donna così può far venire a galla le tue insicurezze, mi dico che è meglio tenere un atteggiamento un po’ distaccato, ma il problema è che spesso non ne sono capace. Cerco di non guardarla negli occhi, tanto tempo addietro una ragazza con cui stavo mi disse che il mio sguardo era limpido come un laghetto di montagna, ma come si fa ad evitare di perdersi in quel verde diamante quando si è così innamorati? Infatti Michela scopre il mio gioco, appoggia il bicchiere di mojito sul tavolino, avvicina le labbra alle mie e con un sorrisetto ironico mi dice “sì, ti amo anche io”.

Penny con la sua fisarmonica ora è alle prese con “Tutto Pepe”, la celeberrima polka scritta da Roberto Giraldi in arte Castellina (dalla omonima frazione del comune di Brisighella di Ravenna in cui nacque). Giraldi insieme al sassofonista Pasi e alla cantante Irene Vioni, fu una delle figure più importanti del liscio emiliano romagnolo, il loro gruppo – Castellina Pasi – fu senza dubbio l’ensemble principe di questo genere musicale. Penny è cresciuta con questa legacy nel sangue, i suoi genitori sono stati grandi ballerini di liscio, per continuare a vivere da musicista professionista formare un gruppo di liscio come si deve è stato naturale. E’ lei la star indiscussa e la sua fisarmonica lo strumento principale, oltre a questo vi sono voce, chitarra, basso, batteria, tastiera e clarino/sassofono; vietata ogni base. Ammiro molto Penny per questo, sta rivitalizzando un genere e una cultura ormai ridotta ad immondizia da mille gruppetti di tre/quattro persone che fanno finta di suonare seguendo basi di basso livello. Stasera qui alla Festa dell’Unità di Bosco Albergati c’è il pienone, non si trova un tavolino libero, la grande pista da ballo di fronte al palco è piena di coppie che danzano. Gli applausi del pubblico e dei ballerini sono fragorosi, come non si sentiva da tempo sui palchi del liscio, Penny sorride soddisfatta. Lo fa per sopravvivere, ma vuole ugualmente che la sua sia una proposta di qualità. Le hanno persino chiesto di registrare un disco, ma lei è molto restia, il suo unico vero interesse è il nostro gruppo Rock.

Già, sopravvivere di musica di questi tempi significa adattarsi, e farlo senza svendersi e tenere un livello dignitoso è uno sport estremo. A me piace quando i musicisti suonano soltanto nei gruppi di riferimento, trovo disdicevole che tutti ormai suonino con tutti pur di allargare la loro possibilità di fare serate; capisco la necessità ma così si snatura l’identità del gruppo principale di cui si fa parte, si disperde energia che andrebbe messa nel progetto, si toglie la particolarità al proprio gruppo, si finisce per diventare mestieranti.

Penny ci ha comunque chiesto il permesso prima di mettere in piedi i Jedi, non potevamo che approvare, aveva davvero necessità di trovare altre entrate; il nostro gruppo è una società divisa in tre parti uguali, gli introiti vengono divisi equamente, ma essendo io il compositore principale ho entrate che gli altri non hanno e comprendo le loro difficoltà, già è difficile per me figuriamoci per loro due. Credo mi siano comunque grati per aver dato questa impostazione alla nostra unione musicale, i solisti di solito si contornano di gente a libro paga, ma io tengo molto al concetto di gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna “sono i gruppi ad aver creato la musica Rock”. Prendiamo le decisioni insieme e non abbiamo mai avuto grandi problemi, magari il mio voto ha una sfumatura più intensa, è fisiologico che all’interno dei gruppi qualcuno che diriga debba esserci, ma Gio e Penny non sono certo comprimari, sono parte integrante della band, senza di loro gli Aramis Reinhardt And sarebbero il solito trio Rock Blues, formato che io proprio vorrei evitare. A volte lo siamo, sia chiaro, ma solo perché decidiamo di esserlo.

Salutiamo Penny, le faccio i complimenti e ci diamo appuntamento su quello stesso palco tra due giorni. Ci fermiamo a prendere un gelato, un’ultima passeggiata tra il verde di Bosco Albergati e risaliamo in macchina diretti a Modena. La via Emilia è quieta, lo stereo della macchina è in riproduzione casuale, Billy Joel, JJ Cale, Skip James, Robert Palmer, le luci della città brillano mentre noi le attraversiamo scivolando.

Michela abita in un palazzo signorile a poche decine di metri dal centro storico della città, dove via Jacopo Berengario diventa delta e si versa sulla via Emilia. Mi bacia e mi dice “Spero di riuscire a venire sabato sera, mi piace sempre un sacco vederti dal vivo”.

La guardo aprire il cancello ed entrare, alta quanto me, portamento disinvolto, una sorta di amazzone dedita al rock and roll. Laurea breve alla Sapienza in Ingegneria Aerospaziale, il master in ingegneria meccanica presso la Delft University of Technology e il PhD in Ingegneria Aerospaziale sempre presso la Delft University of Technology, nei Paesi Bassi. Due anni di lavoro in Olanda e ora una delle punte di diamante della Reggiani Industries, l’azienda del padre, tuttavia è ben decisa a non mollare il rock and roll. Che femmina!

Sabato sera, Bosco Albergati, ore 21:30, salgo sul palco, davanti alcune centinaia di persone. Come sempre capita ci sono quelli venuti per le nostre canzoni, quelli che sono qui per i Led Zeppelin, chi invece è qui per il Rock Blues, chi per l’Hard Rock, infine chi è qui per caso. Penny e Gio si sono sempre lamentati del fatto che l’elenco di brani da preparare è lungo, che sono troppi i pezzi da tenere in mente, ma io non mollo, creo le scalette a seconda del mood del giorno. Essendo un grande appassionato della musica Rock ho sempre ascoltato molti dischi dal vivo e bootleg dei grandi gruppi anni settanta e uno degli aspetti meno piacevoli è sempre stato constatare quanto fossero sempre uguali le scalette all’interno dello stesso tour.

L’estate che descrive questa bella notte, gli alti alberi tutt’intorno, le risate della gente, chiudo gli occhi e mi sembra d’essere in uno di quei festival fine anni settanta, che so al Day On The Green che si teneva all’Alameda County Coliseum di Oakland o al Texxas Jam del 1978 che prese vita al Cotton Bowl di Dallas con Van Halen, Heart, Mahogany Rush, Aerosmith.

Dopo l’assolo di Rock And Roll dei Led Zeppelin rialzo la testa e scorgo, sul lato sinistro dell’arena davanti al palco, Michela con Giorgia, la sua chitarrista. L’ultimo “lonely lonely lonely lonely lonely … time” e parto subito col riff di Tie Your Mother Down. Il pubblico inizia a muoversi a ritmo, l’effetto è notevole, simile a una grossa ondata di un mare minaccioso nella notte nera. Seguono Bellezza D’Aria Pura, Silver Train dei Rolling versione Johnny Winter, Fabbro Ferraio e Il Gioco. Controllo l’accordatura della mia Les Paul n.1, mi avvicino al microfono e “we got an old rock and roll number… something that goes way back … it’s called I’m a King Bee, baby…”. Tre svisate di chitarra e inizio con l’irresistibile riff di Frank Marino.

https://www.youtube.com/watch?v=q_JBdjtc5RQ

I’m A King Bee è un vecchio blues di Slim Harpo del 1957 riproposto in maniera sublime da Frank Marino & Mahogany Rush nel loro album Live del 1978 in cui agglomera anche The Back Door Man di Willie Dixon, blues portato al successo da Howlin’ Wolf nel 1960. Il live dei Mahogany Rush in questione è uno dei miei album dal vivo preferiti. In studio Marino è troppo soggetto all’influenza di Jimi Hendrix, ma dal vivo – soprattutto negli anni settanta – era un chitarrista assolutamente godibile. Affrontare questo pezzo nella versione di Frank è sempre stata una sfida per me perché mi spingo al limite delle mie possibilità chitarristiche. Qui Frank Marino è semplicemente stratosferico, oltre alla tecnica sublime e al fraseggio rock blues senza macchia, ci sono aperture jazz che fanno rimanere a bocca spalancata. Giovanni e Penny mi seguono alla grande, evitando l’uso del piatto cosiddetto “china” – che io proprio non sopporto – il lavoro di Gio è molto più godibile di quello di Jimmy Ayoub sul disco originale.

Mentre canto la prima strofa fisso Michela, mi sento sciocco ma in petto mi preme un sentimento dissoluto ….

Well I’m a king bee baby
Buzzing around your hide
Well I’m a king bee, babe
Buzzing around your hide
Well we can make honey baby
Let me come inside

Più di otto minuti di rock blues infuocato, la gente apprezza molto, alcuni sono in delirio, brani come questo hanno sempre un gran ascendente sui rockettari. Bevo un po’ d’acqua, Giovanni introduce il tempo di Dixie Chicken e allegri ci gettiamo nel groove dei Little Feat. Ci vuole coraggio a proporne una versione senza il pianoforte, ma noi tre a volte siamo folli, e d’altra parte il basso pulsante del pezzo non poteva essere rimpiazzato a dovere dalla pedaliera basso che Penny suona quando è al piano. La gente balla, la luna è gialla, io guardo Michela.

Altri quarantacinque minuti passano in fretta, è ora di chiudere. Il pubblico è generoso, ci rivuole sul palco a tutti i costi. Lo so, si aspettano tutti una chiusura col piombo Zeppelin, ma Penny si siede al piano ed inizia gli accordi di You Are So Beautiful, versione Joe Cocker. La canto con passione e trasporto, il pubblico si emoziona ed applaude, ma io ho occhi solo per Michela, lei capisce che la sto guardando e mi manda un bacio con la mano.

You are so beautiful to me
You are so beautiful to me
Can’t you see

You’re everything I hoped for
You’re everything I need
You are so beautiful to me, to me

https://www.youtube.com/watch?v=WvAr9umnZ54

Allunghiamo il finale, entra la batteria, Penny aggiunge il lavoro sulla pedaliera basso mentre accompagna col piano e io mi lancio in un lungo assolo, forse un po’ enfatico, ma di sicura presa.

Ringraziamo il pubblico, facciamo l’inchino e chiudo il concerto come sono solito fare “New York, goodnight”, il solito giochetto che faccio col mio pubblico al momento dei saluti, una sciocchezza autoironica: servendomi della frase di chiusura usata da Robert Plant nei concerti tenuti dai Led Zeppelin a New York nel luglio del 1973 e immortalata nel film The Song Remains The Same, ironizzo sul fatto che suono alle Feste dell’Unità dell’Emilia per alcune centinaia di persone mentre nella mia testolina penso di essere al Madison Square Garden di New York davanti a ventimila fan.

Anche stasera Michela è venuta con me a Roncadella, mentre scarico l’attrezzatura lei si sdraia sul divanetto del bersò a contemplare le stelle. Da dietro l’alloro la osservo senza farmi vedere … chissà a cosa pensa. Entriamo in casa. Mi butto sotto la doccia, Michela è appoggiata al davanzale della finestra del bagno, contempla la campagna di notte sotto la luna. “Ste, mi parli dei Little Feat? Io non ne so praticamente nulla. Come sei arrivato a loro?”.

Diminuisco lo scroscio dell’acqua e parto con uno dei miei monologhi:

“Quando ero ragazzo qualcuno mi aveva registrato su una cassetta, mi par di ricordare fosse una Basf verde C90 o C120, il live Waiting For Columbus del 1978; all’epoca non ero in grado di percepire tutta la loro grandezza, le sfumature della loro musica, il blend del loro Rock, la raffinatezza ritmica … a quel tempo le mie band americane preferite erano Johnny Winter And, Aerosmith, Van Halen, Edgar Winter’s White Trash, Eagles e ancora Allman Brothers, Heart, Cheap Trick e se vogliamo tra i nomi della nuova ondata Ramones, Devo e Television. Con la maturità arrivarono i mezzi per assorbire musiche più articolate o più rarefatte ma pur sempre pulsanti ed eccitanti. E’ così che i Little Feat si insinuarono nel mio animo, quasi senza che me accorgessi presero possesso del mio DNA e malgrado continuassi ad essere percepito dagli altri come un fan dell’Hard Rock e parlassi poco o nulla di quanto mi stesse capitando, diventai un loro fan. Devi capire Mick che, a parte la musica e le sensazioni, c’era poco da parlare, nessuno dei miei amici di allora aveva dischi dei Little Feat, tutti erano presi dal Rock Inglese e ancora mi chiedo chi è che mi passò quella benedetta cassetta. Ad ogni modo il gruppo si sciolse nel 1979 e dopo poco Lowell George, cantante-chitarrista-compositore principale nonché leader, morì di un attacco di cuore causato dall’uso di cocaina in una stanza d’albergo a Arlington, Virginia. Era il 29 giugno 1979, Lowell aveva 34 anni. Il gruppo aveva avuto un discreto successo, ma di fatto rimase sempre una cult band, durissima trovare in Italia articoli su di loro. Ancora non conoscevo Ricca, che come sai è un altro modenese come me innamorato dei Feat e dei Led Zeppelin.

Dopo tutti questi anni ancora mi scateno al ritmo irresistibile di Dixie Chicken e Fat Man In A Bathtube o finisco per struggermi nel seguire il mirabile quadretto pieno di malinconica speranza di Willin’, manifesto di ogni uomo di blues che si rispetti. Questi tre pezzi sono diventati esempi mirabolanti di musica americana, anzi tre pezzi che sono essi stessi la musica americana, ma quello che mi avvinghia a loro è rappresentato anche dai brani più obliqui, le back roads del loro repertorio tipo Lafayette Railroad o Day Or Night. Comunque è tutto il loro catalogo 1970-1979 a piacermi, il loro Blues, il loro country, il loro Rock, il loro New Orleans feel, persino il loro Jazz Rock, deriva questa che andava poco a genio a Lowell.

https://www.youtube.com/watch?v=d2X69qBR8m8

Amo quasi tutti i membri della formazione più conosciuta: Bill Payne (piano), Sam Clayton (percussioni), Richie Hayward (batteria), Kenny Gradney (basso) ma ovviamente è Lowell George a catturare il mio cuore. Già il nome è molto blues, Lowell deriva dal francese e sarebbe un diminutivo della parola Lupo. Lupetto dunque.

E’ uno dei miei songwriter preferiti, uno dei miei cantanti preferiti, uno dei miei chitarristi slide preferiti e una delle mie rockstar preferite … quell’atteggiamento e quella faccia tra il malinconico, l’incazzato, il pensoso e il I don’t give a fuck è una qualcosa di speciale.

Ora, è facile per il tipo di uomo che sono immedesimarsi in chitarristi il cui fisico possa in qualche modo sovrapporsi al mio …  Jimmy Page, Johnny Winter, Mick Ralphs … ma Lowell George, ragazzotto californiano bene in carne che ha flirtato spesso con la bulimia, ha una costituzione fisica molto diversa dalla mia, eppure  … “

Michela è ammutolita, quasi esterrefatta “Ma tu devi scrivere un libro, il tuo blog e le lezioncine che dai sul Rock non sono sufficienti”.

Già, forse dovrei decidermi a trovare un editore, ma sono sempre stato dell’idea che un musicista dovrebbe fare il musicista e basta, anche se ha qualche altro talento, e non proporsi in altre vesti come blogger, scrittore o regista. E’ vero però che fare i musicisti oggi è complicato ed essere presenti sui social, avere un blog e un canale youtube aiuta a raggranellare qualche entrata in più, così come le “lezioncine” (come le chiama Michela) sulla musica Rock che ogni tanto sono chiamato a tenere.

Estraggo l’album Dixie Chicken dallo scaffale, lo metto sul piatto e faccio scendere la puntina su Roll Um Easy.

“Senti qui Michi” le dico.

“Non mi chiami quasi mai Michi, lo fai solo quando sei sentimentale …” risponde sorridendo.

Le passo il testo della canzone di Lowell George e le dico “ecco vedi, io mi sento sempre così …”

Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run
the eloquent profanity, it rolls right off my tongue
And I have dined in palaces, drunk wine with kings and queens
But darlin’, oh darlin’, you’re the best thing I ever seen

Won’t you roll me easy, oh slow and easy
Take my independence, with no apprehension, no tension
You’re a walkin’, talkin’ paradise, sweet paradise

I’ve been across this country, from Denver to the ocean
And I never met girls that could sing so sweet like the angels that live in Houston
Singing roll me easy, so slow and easy
Play that concertina be a temptress
And baby I’m defenseless

Singing harmony, in unison, sweet harmony
Gotta hoist the flag and I’ll beat your drum

https://www.youtube.com/watch?v=b7TLnRThxL0

Le specifico persino che quando Lowell canta sweet paradise il testo potrebbe essere in realtà pair a dice, classico gioco di parole americano. Lei mi guarda in quel suo modo speciale, la mia propensione ai dettagli la diverte sempre molto.

Sono così preso dal pezzo e da Michela che mi aspetto che si metta a suonare la concertina visto che mi sento senza difese e che in questo preciso istante mi sembra proprio che lei sia la cosa migliore che io abbia mai visto.

In realtà Michela sarebbe una donna diversa, ma io tendo a idealizzare le donne con cui sto, plasmandole a immagine e somiglianza della donna ideale che ho in testa.

Finito il pezzo tolgo il long playing, prendo il cofanetto Hotcakes & Outtakes: 30 Years Of Little Feat, inserisco il primo cd e finiamo a letto.

———————

E’ maggio ma fa ancora freddo, piove, il cielo è grigio, imbocco una stradina che mi porta su Corso Vittorio Emanuele, due imbianchini fumano sotto la pioggia mentre dai loro furgoni scaricano all’interno di un palazzo i bidoni di vernice con cui tinteggeranno chissà quale appartamento. I miei pensieri vanno agli ultimi dieci mesi, la fine dell’estate, l’autunno e il lungo inverno; dieci mesi spesi con lei, dalle calde serate estive passate a scambiarci baci e bere rum, ai caldi abbracci dell’autunno e alle domeniche mattina invernali passate sotto alle coperte ad ascoltare musica mentre la neve si posava sui campi.

Tre ore fa ero a casa sua, mi ha chiamato per dirmi che il weekend scorso a Pescara, dopo il concerto del suo gruppo è finita a letto con Giorgia, la chitarrista, e il tipo che stava con lei. Il concerto era andato bene, erano tutti su di giri, avevano bevuto e una volta arrivati in hotel si era lasciata trascinare da Giorgia. Ha impiegato due giorni per trovare la voglia di parlarmi e dirmi che di quella notte non ricorda molto, che le dispiace moltissimo, che non sa cosa le è passato per la testa. Nei suoi occhi un velo di commozione, ma è rimasta comunque lucida, fredda, logica. Non ha cercato scuse, ha riconosciuto l’errore, ha detto che non se lo perdonerà mai, che è comunque innamorata di me e che accetterà ogni mia decisione.

Io sono rimasto immobile, quasi impassibile. Ogni tanto mi capita di non lasciare filtrare emozioni, di estraniarmi dal contesto in cui mi trovo. Sono rimasto seduto, non ho proferito parola e dopo qualche minuto di silenzio me ne sono andato. Ho passato un paio d’ore in macchina per riprendermi dalla botta, mi son detto che son cose che nella vita possono capitare a tutti, figuriamoci in un ambiente come quello del circo del Rock and Roll, ma sapevo che nei tempi a venire avrei patito e mi sarei trovato a camminare su sentieri pieni di sassi e pietre.

Sarei potuto tornare subito a Roncadella, invece eccomi qui, in centro a Modena, in un tavolo all’esterno del mio bar preferito. Un succo d’arancia, un toast, un rum. Passa un conoscente “Ciao Ara, tutto bene?”, alzo il pollice. Sapevo che sarebbe andata così? Che una donna come quella non era esattamente il prototipo di compagna con cui fare progetti? Che cosa cavolo mi aspettavo? Che castelli mi ero costruito in testa? E poi in quel modo … qualche anno prima mi era capitata una cosa simile, possibile che me le andassi a cercare col lanternino?

Il cielo si è fatto più scuro, il freddo insiste, l’abisso su cui si affaccia il mio animo sembra profondissimo; mi alzo, vado alla cassa, mentre faccio per pagare mi accorgo che la radio del bar è accesa, quando sono in questo stato non sento nemmeno la musica e questo la dice lunga, percepisco unicamente i blues feroci che albergano dentro di me. Ma Jimi Hendrix non può passare inosservato, per qualche secondo rimango in ascolto delle trame che la Fender tesse intorno all’amara verità del ritornello: “and so castles made of sand fall in the sea eventually”.

https://www.youtube.com/watch?v=XJ035W-2p6M

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT sul blog:

EPISODIO I: https://timtirelli.com/2021/05/01/le-avventure-di-aramis-reinhardt-i-praenomen-nomen-et-cognomen/

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6 Risposte a “LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand”

  1. Lorenzo Stefani 16/05/2021 a 16:24 #

    Notevole, ancora meglio del primo capitolo che già era riuscito. È anche un modo per diffondere e condividere la passione per il rock (per Frank Marino e per i Little Feat, in questo capitolo) senza assumere un tono didascalico e in questo senso i link nel testo aiutano molto chi non abbia mai avuto modo di sentire quei pezzi prima d’ora. Ciao!

    Piace a 1 persona

  2. Giacobazzi 17/05/2021 a 14:44 #

    Davide Riccadonna è diventato Ricca. Nel prossimo episodio si manifesterà come Ricca il Terribile e spero ci spiegherà la differenza che intercorre tra bazza, trusto e mesdozzo

    Piace a 1 persona

  3. luca 17/05/2021 a 21:01 #

    Un ispirazione formidabile. A metà lettura ho capito cosa stava accadendo , mi ero solo perso la prima parte.
    Luca

    Piace a 1 persona

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