Tempo fa su Facebook mi chiese l’amicizia una donna con cui avevo amici in comune. Gliela confermai volentieri l’amicizia, pareva una donna rock, cantava in diversi gruppi rock e cose di questo genere. Nel corso del tempo vidi i suoi interventi e quasi tutti erano di tenore rock. Scomoda la ragazza, pensai più volte.
L’altro giorno ebbi una sorpresa: la ragazza in questione è diventata la cantante di un tribute band di Madonna. Rimasi colpito, non in modo positivo naturalmente. Come si poteva coniugare il rock con una cantante di pessima musica commerciale senza nessuna dote particolare? Nel pubblicizzare un prossimo concerto la vedo postare il seguente commento:
MTG(madonna tribute girl) “D’YOU LIKE ROCK AND ROOOLL?????D’YOU WANNA DANCE??YEAH. A NEW HOT MADONNA ROCK TRIBUTE IS COMING TO MAKE YOU SHAKE YOUR ASS AND CRY OUT YOUR……”
Io lo so, dovrei fregarmene e passare oltre, magari nascondere i suoi aggiornamenti, ma non ci riesco, quando si nomina il Rock senza cognizione di causa mi indigno. Così le rispondo ed inizia un piccolo confronto:
TT“Scusa, ma cosa c’entra il rock and roll con Madonna?”
MTG“La Regina del Pop ha incontrato l’Anima Passionale e gli Istinti più Carnali del Rock… e da questa unione sono nati i (nome della tribute band), un concentrato di energia, sonorità potenti e…. il resto ti tocca vederlo dal vivo!!! Fidati, Madonna c’entra con il Rock molto più di quanto tu possa credere!”
TT “Mi dissocio, Madonna è tutto fuorché rock. Musicalmente, spiritualmente, culturalmente.”
MTG “Non parlare prima di aver sentito… date in arrivo, sei pregato di ESSERCI! :)”
TT “ Mi spiace, sono curioso di vederti, molto curioso, ma non in quel contesto.”
MTG “Ok, te lo farai raccontare… ;) e chissà che i contesti non si allarghino!”
AMICA di MTG “Tim… Madonna ha iniziato la sua carriera di musicista suonando la batteria in una rock-band. Nei suoi live fa sempre canzoni ri-arrangiate in versione rock…suonando la chitarra elettrica. Vai a vedere Ilaria, io ci vado. Sono sicura che ne varrà la pena !”
MTG “Sapevo che non avrei avuto bisogno di aggiungere altro: chi conosce Madonna sa quanto può essere ROCK!!!”
AMICA di MTG “Anche shakira suonava la batteria, e ascolta led zeppelin, nirvana, ac/dc… e ha fatto molte canzoni rock. il rock “inizia” grandi donne :) come te, e me chiaramente ! ahah”
AMICO di MTG “Anch’io ero molto prevenuto su miss Ciccone tempo addietro, ma poi… ;)”
TT“Ma voi siete pazzi.Madonna fa musica di merda. Se vi piace nessun problema ma non tirate in ballo il Rock.”
AMICO di MTG“A quanto pare su questo argomento, meglio non titare in ballo te… :)”
MTG “Come direbbe Madonna: “Che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”!! E a quanto pare questi Lucky Star stanno già facendo sollevare polemiche, proprio come la Regina… Siamo sulla buona strada! ;)”
Ora, che cavolo di senso ha “e chissà che i contesti non si allarghino!”? Quali sono i contesti che devono allargarsi? Qui non c’è contesto. Madonna non ha nulla a che vedere col rock, metterli in relazione è come dire sono di sinistra ma anche di destra, tengo l’Inter e anche la J**e…e non si discute sulla bravura o meno della tipa in questione e della sua band.
Io già faccio fatica ad elaborare certi accostamenti all’interno del rock, voglio dire una volta ho visto la band di Lorenz proporre in concerto ROCK AND ROLL NIGHT dei KISS e un pezzo dei SEX PISTOLS (non ricordo quale). Accostamento alquanto bizzarro per chi ha una certa cultura rock, ma tutto sommato restiamo all’interno del mondo rock che sappiamo avere mille sfaccettature, e quindi è un imbarazzo che si può superare.
La faccenda di Madonna però no, quella non si supera, anzi la si combatte. E me ne infischio se corro il rischio di apparire chiuso e ripiegato sul rock di un certo tipo, perché tanto non è così.
E non ce l’ho nemmeno con l’easy listening, che se fatto bene è assai piacevole, quello che tutti ora chiamano Pop. Michael Jackson ad esempio non mi piace ma gli riconosco un gran talento, sapeva cantare e ballare benissimo, e sapeva scrivere grandi canzoni. Ma Madonna !? Donna di gran temperamento e determinata, ma cantante mediocre, ballerina mediocre, autrice inesistente. Ha avuto successo, buon per lei, ma la società (specie quella di questi ultimi tempi), si è specializzata nel preferire un intrattenimento artistico di livello assai basso.
Già siamo in tempi difficili, i nuovi nomi del rock sono quasi sempre una pallida sfumatura del rock che fu, se dobbiamo anche sopportare che ci facciano passare per rock musicaccia che rock non è, beh, allora è l’ora della lotta.
Il nostro Alex si è preso la briga di riassumere in una classifica i nostri commenti a proposito di ciò che ascoltavamo nel buio degli anni ottanta, non avete scritto in molti quindi non è che i voti siano tantissimi, ma sono comunque sufficienti per stilare una classifica.
Se non mi sono perso qualche puntata (non dovrebbe, anche perché da tanto tempo nessuno ha mandato il suo elenco), ecco il risultato finale, spesso sorprendente. Enjoy:
Gianni Della Cioppa, giornalista musicale italiano, amico da quasi 5 lustri, dai tempi di METAL SHOCK, ancora attivissimo nella pur disperata scena dell’editoria rock italiana. Su Facebook Gianni puntualmente prende le distanze dal mondo delle special edition. Ha toccato l’argomento anche in questi giorni, così mi son chiesto se non valeva la pena di farci un post, copiaincollando alcune delle sue cose tratte dai recenti interventi su Faceb0ok. Gianni è d’accordo, così procedo dato che credo sia un buono spunto di conversazione. Mi scuso se la cosa è un po’ spezzettata, ma è tratta da confronti fatti su Facebook. Se vi va fatevi sentire e dite il vostro pensiero riguardo questa faccenda che – almeno per la mia vita – è centrale (…sono in attesa da AMAZON.IT del primi due album degli ELP in deluxe edition -2cd e 1 DVD audio- e i miei pensieri sono tutti concentrati su due cofanetti che dovrebbero uscire tra poco, quello dei BOC e quello dei FREE che sembra conterrà 18, ripeto diciotto, CD)
POST DI GDC su Facebook:IL DELITTO SUICIDIO…( pubblicata da Gianni Dago DC il giorno Giovedì 30 agosto 2012 alle ore 10.43 )Vorrei chiarire un concetto che da tempo accenno su facebook e che noto suscita discussioni e scatena prese di posizione animate: le ristampe in di classici del rock, dove persino un album degli anni 2000 è diventato oramai un classico, o pur di vendere viene spacciato per tale. L’argomento è sfruttato e forse banale, ma merita una mia ulteriore precisazione e poi, lo giuro, non ci tornerò più sopra. Non mi dilungherò molto…
Credo che il compito delle ristampe non sia quello di pubblicare l’ennesima versione di un disco classico e noto ai più, ma offrire una nuova mappatura delle varie scene rock che hanno animato questa musica nel corso dei decenni, di (di)mostrare che ci sono stati gruppi minori solo nelle vendite e nella fama, ma non certo nella qualità.
Gruppi poco noti o addirittura sconosciuti che hanno lasciato testimonianze discografiche che meritano di essere recuperate e portate in superficie. Ecco, in questa ottica, ha senso il mondo delle ristampe, ma se l’obiettivo è farmi ascoltare una nota diversa di dischi storici o comunque noti al vasto pubblico, è un gioco a cui non voglio partecipare.
Tutte queste edizioni deluxe, con packing lussuosi, cofanetti che riciclano finti inediti, versioni rimasterizzate all’infinito o addirittura dischi risuonati (imbarazzante questa cosa…), forse hanno dato ossigeno alle casse della grande discografia, ma di fatto hanno (quasi) ucciso il rock come fonte di energia e rinnovamento.
Un delitto (im)perfetto e terribile: il rock ha ucciso sé stesso. E allora non di delitto si tratta, ma di suicidio.
Con “Suicide Solution” il buon vecchio Ozzy aveva già previsto tutto…
(Gianni Della Cioppa 2012)
PS:Poi se volete far girare, non è certo per il mio ego, ma per capire se sono l’unico o quasi che è arrivato al limite della sopportazione con l’argomento eristampe classici e dintorni…
L’opinione di GDC è chiara no? E’ chiara anche quella dei suoi seguaci, quelli che commentano i suoi post su facebook, quei sapientoni insomma che usano toni irrispettosi e offensivi nei confronti di chi, come me, acquista edizioni speciali e box set. Mi chiedo però una cosa, se le vendite dei dischi di catalogo hanno superato le vendite dei nuovi dischi, la colpa è delle edizioni speciali dei vecchi titoli o perché la nuova musica è solo una pallida sfumatura di quella che fu nei due decenni d’oro dei sessanta e settanta? E se ne è solo una pallida copia, di chi è la colpa? Se non esistessero le deluxe edition, io, ad esempio, comprerei le nuove uscite dei nuovi gruppi?
Certo io sono uno particolare, passo per “passatista”, per uno che guarda e che rimpiange il passato…sarà anche vero, ma cerco tuttavia di rimanere attento alle cose del presente. Il fatto è che non escono più cose che mi piacciono, non sento più musica che mi arrivi all’anima, che mi faccia dire “oh, devo comprare questo disco”. Come detto capisco il discorso di Gianni, ma devo comprare dischi anche se non mi piacciono? Il rock come lo intendo io ormai è diventato classic rock, e le band o gli artisti dediti a questo filone scimmiottano semplicemente il passato, mi sembra che non cerchino di ripartire da esso, ma solo di copiarne il look e il sound senza trovarne l’anima da cui si potrebbe (forse) ripartire. L’heavy metal ha avuto una deriva che non fa per me, è diventato quasi fastidioso, inascoltabile. Il rock blues si è trasformato in un teatrino insignificante, il rock cosiddetto modernista mi annoia a morte…ma in definitiva il mio vero problema è che non trovo più nessuno che scriva delle belle canzoni, dei bei pezzi.
C’è ancora qualcosa che mi solletica, ultimamente THE FLOWER KINGS e gli HOWLIN’ RAIN, ma i nomi sono sempre meno così mi rifugio nel passato con l’illusione che con ogni deluxe edition che mi arriva io possa riscoprire da capo un album meraviglioso. Le deluxe edition poi mi servono anche dal punto di vista tattile per ricreare, in parte, la magia dell’LP.
Certo, molte special edition di speciale non hanno granché e l’ultima moda del rimixaggio ci porta verso strade pericolosissime. Rimixare i vecchi capolavori, aggiungendo o togliendo cose all’originale è roba da pazzi, come se -dice Picca- usassimo photoshop per riaggiustare i vecchi capolavori tipo l’Ultima Cena o la Gioconda. L’ultimo in ordine di tempo è DESTROYER RESURRECTED dei KISS.
La situazione ci sta scappando di mano. Dicevo comuque che molte edizioni speciali contengono del materiale in più che vale davvero poco: un conto è aggiungere un dischetto con un concerto finora inedito come ad esempio in THE STRANGER di BILLY JOEL un conto qualche alternate take, qualche radio edit, qualche crunch guitar mix, qualche pezzo live da DVD già presenti sul mercato (vedi l’ultima vergognosa sfornata di deluxe edition dei QUEEN). C’è poi la questione inediti, che interessano davvero solo i fan in senso stretto di un gruppo, ma che se vogliamo hanno un senso. Rileggendo queste ultime righe capisco che sono conscio del problema, ma non credo rinuncerò: troppo stimolanti le edizioni digipack, o i box set con l’opera omnia di un gruppo in versione ripulita e con un lavoro grafico e di cartotecnica spesso davvero bello; certo è la musica che conta, ma il visual, la confezione, gli odori e i colori la rendono ancora più leggendaria, e se il rock deve implodere…che imploda, non posso sentirmi responsabile solo perché acquisto delle deluxe edition di vecchi dischi.
Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock). Si parte con HOTH”. Lock your seat belt.
Il primo incontro con HOTH é stato poco dopo aver scoperto i LZ, ero davanti a casa di Massimo, dal balcone della sua stanza della musica usciva della musica rock che non riconoscevo così dissi “Massimo, dai metti su i Led Zeppelin!” e lui “Ma questi sono i LZ!”. Ascoltai con attenzione e riuscì a percepire del rock colorato, solare, positivo. Era Houses Of The Holy … mi par di ricordare TSRTS e DY’ER MAK’ER.
Il secondo faccia a faccia fu durante la caccia agli album dei LZ, avevo già i primi 4 così, in un negozio un po’ fuori mano di Modena, davanti all’ottavo campale sulla via Emilia, decisi di comprarlo. Allora non avevo il senso critico che ad esempio Giancarlo e Picca usarono nell’approccio all’album in questione, era un disco dei LZ quindi doveva essere magnifico. Non trovai strambe certe cose, non trovai fosse un po’ diverso rispetto ai primi 4 o meglio sì lo era, ma non mi meravigliai per niente. Non avendoli vissuti in diretta e avendoli comprati e quindi ascoltati nel giro di pochissimi mesi, non ebbi modo di elaborare certe cose, i dischi dei LZ mi arrivarono addosso quasi contemporaneamente ed ero troppo preso a dondolare liberamente al ritmo di quel bel rock per pormi domande filosofiche (“Chi sono i LZ? Vengono dall’hard blues? Ma dove stanno andando?). Io capivo solo una cosa: il rock dei LZ era bellissimo, vario, sgargiante…e mi faceva stare benissimo.
Più o meno sette lustri dopo HOTH è il mio album preferito (al momento), quello che ascolto di più. HOTH rappresenta i LZ nel momento più positivo della loro storia: il mood è ottimo, il rapporto tra i musicisti è ancora buonissimo, il gruppo è all’apice delle capacità espressive e tecniche, il successo – già grandissimo – di lì a breve si trasformerà in una isteria collettiva (soprattutto negli USA) catapultandoli in una dimensione tutta loro.
Registrato nella tenuta di STARGROVES di proprietà di Mick Jagger con il Rolling Stones Mobile Studio, agli Olympic Studiso di Londra e agli Electic Lady Studios di New York con l’aiuto dei tecnici del suono Keith Harwood, Andy Johns e soprattutto Eddie Kramer, HOUSES OF THE HOLY si discosta un po’ dagli archetipi hard rock blues che hanno fatto da fondamenta al primi 4 album.
(Page and Plant a Stargroves nel 1972)
HOTH arrivò al n.1 delle classifiche inglesi e americane, ad oggi ha venduto 300.000 copie in UK e 11 milioni negli Usa.
In Italia HOFT arrivò al 4° posto della classifica, risultando il 27° album più venduto del 1973.
La foto su cui è basata la cover è di Aubrey Powell, l’art direction è della famosa Hipgnosis. Due bambini che scalano il Giant’s Causeway, sulla costa settentrionale dell’Irlanda del Nord. Ne abbiamo già parlato. La ragazzina apparirà anche sulla copertina di Presence.
(Giant’s Causeway, sulla costa settentrionale dell’Irlanda del Nord)
THE SONG REMAINS THE SAME – TTTTT: esempio superbo di Rock bianco. Elaborate negli album precedenti tutte le influenze nere, i LZ riescono a scavalcare lo steccato e a costruire un blue eyed rock. Nato come pezzo strumentale (chiamato a seconda dell’umore OVERTURE o THE CAMPAIGN) TSRTS doveva fungere da introduzione a THE RAIN SONG, ma RP lo trovò troppo interessante per evitare di cantarci sopra. Il testo parla del comune denominatore che fa da sfondo all’umanità e arriva a toccare vette suggestive. Le tante chitarre sovraincise da Page si intrecciano a meraviglia, il tempo e le ritmiche di Bonham e Jones risultano – come spesso accade – irresistibili, e il RP che canta (seppur aiutato da strani effetti) è quello dell’immaginario collettivo.
Chicche: quelle due note tirate da Page al minuto 02:12 / gli hammer on con la sinistra 04:30 / la parte finale del testo che dice: “le luci della città sono così brillanti mentre noi le attraversiamo scivolando, scivolando, scivolando…”.
Nella versione live, sulla 12 corde, diventerà uno punti più alti raggiunti dal Page chitarrista.
THE RAIN SONG – TTTTT+: esiste quadretto musicale più grazioso? Credo di no. Dolcissimo momento (elettro) acustico in accordatura aperta e dal testo poetico, il tutto sospeso sulle atmosfere morbide e melodiose del mellotron. Nell’intermezzo elettrico gran prova di gruppo, il riff è così squisitamente Page, il finale del pezzo poi è così bello da commuovere.
Chicche: quelle note di basso al minuto 03:26 /al 03:37 c’è una imprecisione: il primo colpo di spazzola di Bonham è in ritardo / il testo al 04:02 “…speak to me only with your eyes…” / il testo al 06:18 “…su di noi tutti una pioggia leggera dovrà cadere…”
OVER THE HILLS AND FAR AWAY – TTTTT: manifesto elettro-acustico giocato su una concenzione del tempo tutta di Page. Pezzo cantato ai limiti delle possibilità umane da RP nella sezione dura.
Chicche: come Plant canta “road” al minuto 01:37 / 03:00 il link strumentale tra l’assolo e il ritorno alla strofa.
THE CRUNGE – TTT: nata come improvvisazione di un tempo di John Bonham su cui Jonesy ha innestato una linea di basso particolare. I LZ in un momento ludico mentre rifanno il verso a James Brown. Ci voleva un certo coraggio a pubblicare un brano del genere da parte di una band vissuta inizialmente come dedita all’hard rock. A tratti la cosa è un po’ forzata, Plant non prende sempre con facilità il giusto attacco e deve improvvisare (ma in modo un po’ legato) per partire al punto giusto (vedi minuto 02:19). Al 02:45 la parola “girl” non gli è venuta benissimo ma probabilmente non ha ritenuto opportuno rifare la traccia…troppo difficile.
DANCING DAYS – TTTT: rockaccio un po’ dissonante con il MIcantino abbassato a RE. Stranezze hard rock e voglia di non ripetersi. Curiose quelle due note solitarie al minuto 01:52. Al 02:02 manca un colpo di cassa della batteria, colpo che Bonham da subito dopo…errore, indecisione, vezzo?
D’YER MAK’ER – TTT½: di nuovo i LZ in vena di scherzi, umore leggero e scanzonato, echi degli anni cinquanta…canzonetta quasi reggae con un Bonham indimenticabile. Da non sottovalutare il lavoro di Page sul giro di DO. Vero, l’ironia di Plant è un po’ tediosa ma è anche con questa che i LZ si discostano un poco dall’immagine del gruppo serioso tutto Hard Rock…ve li immaginate i BLACK SABBATH o i DEEP PURPLE registrare nell’estate del 1972 un reggae così sciocchino e gustoso?
NO QUARTER – TTTTT+: passeggiate fatte fianco a fianco con la morte, cani del destino che ululano, il diavolo, impronte sulla neve, battere sentieri che nessuno prende, tutto questo è NO QUARTER pezzo pieno di mistero che galleggia sul mare nero ed infinito del piano effettato di Jones. Registato (probabilmente in RE- e poi portato a DO#- usando il comando del pitch) all’Electric Lady Studio di New York, come disse una volta Mixi sembra di star sopra alla batteria di Bonham mentre lo si ascolta. Assolo di chitarra particolare ed esoterico, straordinario…non complicatissimo ma..che note che sapeva tirar fuori Page. Cazzo, i Led Zeppelin!
THE OCEAN – TTTTT: puro piombo Zeppelin. Riffone di Page per un brano dedicato all’oceano di fan che Plant vede tutte le sere in scena nelle “case sacre”. Allegra sezione boogie nel finale. Nella versione live filmata a NY nel luglio del 1973 diventa lo spezzone rock più eccitante che mi sia mai capitato di vedere in ambito rock. Oh so good.
Sono così contento di amare i LZ, e parte di questa contentezza è dovuta ad HOUSES OF THE HOLY… Singing in the sunshine, laughing in the rain, hitting on the moonshine, rocking in the grain…
(i LZ durante il tour di HOTH: Los Angeles Forum 3 giugno 1973)
HOTH secondo PAOLO BARONE:
Houses of the Holy e’ un mondo a colori. Non solo luci ed ombre ma tutte le sfumature cromatiche e i corrispondenti stati d’animo. Questa e’ la prima cosa che mi viene in mente pensando al quinto album dei LZ, ancora una volta, un disco fantastico. Una copertina fra le piu’ belle di sempre, elegante e barocca al tempo stesso, inquietante ed ingenua. Come la musica in essa contenuta, come la band in questa fase del percorso. Rischiano i LZ con questo disco, si spingono in territori inesplorati ed inusuali. Suoni ed atmosfere molto diverse si susseguono e si inseguono in quei solchi di vinile, canzoni gioiose, inni oceanici e le nebbie di No Quarter, uno dei loro vertici creativi. E ancora il sogno Rain Song, le chitarre di The Song Remains the Same, i cambi di tempo di Over the Hills… Tutto il disco e’ pervaso da una gioia di vivere che non ci sara’ piu’ nei capolavori a venire. Forse e’ proprio questa la sensazione che mi resta ascoltando Houses of the Holy, il filo rosso che lega queste registrazioni. (PB)
HOTH secondo STEFANO PICCAGLIANI:
Ho 15 anni, tutti i capelli in testa, zero panza, occhiaie livide causa noti motivi e mi sono comprato questo Houses Of The Holy dei Led Zeppelin, 9’900 lire Charter Line, da Mati in via Farini. Sentiamo com’è.
Facciata A: TSRTS è un bell’andare. Il Principe delle Tenebre inizia a costruire cattedrali di chitarre, pare disinteressato a flashare assoli. Poca roba ma puntuale. Percy ha un effetto Minnie Mouse sulla voce ma non infastidisce. Bonzo e Jonesy macinano boogie.
Poi arriva Rain Song, e il disco potrebbe finire qua.
Voglio dire, chi cazzo è che piazza una roba come TRS come seconda traccia di un album?
Languidissima, sofisticata, elegantissima eppure mai smorfiosa, echi di R&B imprendibile e antichissime suggestioni folk, miracolosamente luminosa eppure attraversata da una malinconia autunnale.
Un momento meraviglioso di musica prodigiosa.
Dopo di che non può che arrivare qualche riempitivo: è eticamente giusto, fa parte del balance.
OTHAFA è gradevole, ma ha un qualcosa di posticcio, di buttato lì.
The Crunge aggiunge spontaneità all’album, poco altro.
Facciata B: Dancing Days è la Misty Mountain Hop di HOTH, sghemba, azzardata, divertente.
D’yer Maker non suona come un pezzo Led Zep. Cazzo è? Plant planteggia sornione mentre gli altri reggono il moccolo, si produce in ciò che potremmo definire ‘ironia alla Plant’, cioè divertimento pari allo zero. Fatto sta che alla fine di DM il disco inizia a stancarmi.
Poi…oplà, senti qua che roba…
Oscurità, brividi e cigolii, atmosfera da film della Hamer con Vincent Price e Richard Cushing, roba anglosassone, Wilkie Collins, lo Stevenson più gothic…
No Quarter.
Plant cambia registro, esce una voce filtrata da spettro gaelico, pare Heathcliff in Cime Tempestose, il piano elettrico liquido fa paura e quando entra il grand piano è ancora peggio.
Poi Jimmy tira fuori uno dei solo più spettacolosamente fighi della sua intera carriera, una sequenza complicata eppure semplicissima, un solo davvero chic non una roba da mimare ‘air guitar’ davanti ad uno specchio qualsiasi.
The Ocean chiude l’album. Bel riff. Grande Bonzo, e Percy che ci tiene a farci sapere che d’ora in poi canterà per una ragazza di tre anni che gli ha rubato il cuor. Sono diventato grande baby, addio Riot House.
Bel disco. 4 Stelle. (The Rain Song 10 stelle). 9’900 spese bene. Preferisco i primi quattro, comunque (anche se scommetto che The Rain Song l’ascolterò almeno almeno fino al 2012!).(SP)
(i LZ durante il tour di HOTH: Lione 26 marzo 1973)
HOTH secondo BEPPE RIVA:
Dopo quattro LP dove i Led Zepp hanno dato sfogo a tutto il loro furore espressivo e alla freschezza creativa che ne ha fatto forse la più poliedrica fra le rock bands, giungendo al culmine del successo e della forma con “IV”, Page e compagni diventano adulti, elaborando i dischi della loro piena maturità, ossia “Houses Of The Holy” e poi “Physical Graffiti”. In termini di impatto e di onda sonica, questi album non hanno la primigenia energia dei precedenti, ma a mio avviso si tratta delle loro opere più mature, che mettono in massimo risalto la statura dei quattro musicisti. In “HOTH”, Page forgia alcuni riffs fra i più cesellati della sua storia (“The Ocean”, “Dancing Days”, “The Crunge”) ed il disco è altamente sofisticato, viene fuori alla grande la qualità di JP Jones come arrangiatore e tastierista, specie nei due classici più elaborati, “The Rain Song” (mellotron) e “No Quarter” (piano, organo). Certamentre “Houses” risulterà particolarmente seminale, ad esempio “The Crunge” dà il via al fenomeno futuribile del crossover hard rock-funky, e la classe esecutiva dei musicisti è generalmente fonte di apprendistato per ogni ipotesi di hard rock evoluto. Il mood impresso dalla chitarra di Page in “The Rain Song” introduce uno splendido brano d’atmosfera, e la mia favorita resta “No Quarter”, con quel clima esoterico, a tratti diabolico, ma fatto di suoni raffinati e misteriosi, non di efferata truculenza: la stregoneria dei LZ all’apice. Se vogliamo individuare qualche riserva, manca la quantità e qualità acustica-folk a cui ci avevano abituati in “III” e “IV”: il solo preludio di “Over The Hills”, pur incantevole, non basta a soddisfare le mie pretese in tal senso, e si può aggiungere che le parti vocali, sempre di primo livello, non sono però coinvolgenti come tante in passato. Infine, “D’yer Maker” aveva certamente un refrain da classifica (non sfruttato come singolo) però l’opzione reggatta de blanc non mi sembra entusiasmante per la magnitudo dei LZ. Queste osservazioni per non finire nella pura celebrazione, ma resta inteso che HOTH è un grande album da riassaporare a più riprese e in ogni stagione per coglierne la varietà di spunti eccellenti. (BR)
HOTH secondo GIANCARLO TROMBETTI:
Ricordo perfettamente l’acquisto di Houses Of The Holy. Avevo vissuto l’uscita dei precedenti quattro album come assistere al parto di un figlio ed ero riuscito a mettere da parte i soldini, credo si trattasse di 3300 lire, in tempo. Ricordo anche ne fui deluso al punto di metter via quel disco per mesi e di rifiutarmi di riprendere in mano i predecessori. Mi ero sentito tradito. Troppa produzione, poco rock e meno blues…e quella copertina: quasi un rifiuto di utilizzare il proprio nome! Nessun simbolo, nessun messaggio subliminale. Ricordo anche che nella prima edizione venne aggiunta una fascetta con il nome dell’album e del gruppo: difficile collegare quelle testine bionde al martello degli dei. E’ proprio vero che “a vent’anni si è stupidi davvero”! Per apprezzare quel disco mi ci volle la voglia e la forza di chi, avendolo pagato, non ebbe il coraggio di metterlo da parte del tutto o, peggio ancora, scambiarlo con qualcosa di più ruspante. Non ero ancora in grado di capire che Led Zep non erano il solito gruppo hard blues; ogni capitolo avrebbe comportato dedizione e amore nell’apprendere, nell’avvicinarsi. Oggi non credo che avrei più quella voglia di scandagliare e assaporare che ho avuto nella tarda primavera dei miei diciassette anni. Credo oggi che Houses sia la raggiunta maturità del gruppo, frutto di un solido lavoro di studio e di un lungo lavoro di sovra incisioni, di prove, di tentativi. Un disco che è tutto bello, dall’inizio alla fine e che non ti fa dire, come accade oggi…”si, però…”. Forse il vero album della svolta, il primo tangibile cambiamento per gli Zeppelin. Molto più di quanto avesse potuto sembrarlo “III” e “IV”. Un disco che, seguendo una mia teoria che andrò prima o poi a esporre per intero, è bello proprio per i suoi affascinanti 40 minuti. Non avrebbe potuto esserlo più a lungo. Ma questa è tutta un’altra storia. (GT)
Solstizio d’estate oggi, c’è un caldo porco qui in Emilia, i condizionatori e i ventilatori battono il tempo coi loro discreti ronzii, poca voglia di fare, pensieri appoggiati sui soliti sogni infranti, appesantiti dai blues che ogni giorno ci ballonzolano intorno. Quando il futuro si fa fosco, una occhiata al retrovisore a volte serve, come dice Julia, e allora lascio che la mente voli ad un giugno, straordinario, di circa sette lustri fa…
Giugno, seconda metà degli anni settanta. Le estati allora sembravano lunghissime, giugno era il preludio a stagioni che promettevano tanto agli imberbi ragazzetti come me. Si lavorava qualche settimana in campagna per raccogliere un po’ di soldi, si girava col Tentation Romeo 4 marce, si iniziava a frequentare qualche ragazzina, si respirava l’aria di una nuova rivoluzione socio-culturale, si scopriva la chitarra, le radio libere, il burattino senza fili di Edoardo Bennato, il fiore lunare di Carlos Santana, la musica di John Miles quella che sarà il tuo primo ed ultimo amore, il blues del treno dell’Honky-Tonk di Keith Emerson e così via.
Un sera gironzolando in motorino con alcuni coetanei finisco nel quartiere Zuccola, nei city limits occidentali di Nonatown. Da poco il Comune aveva creato un parchetto, gli alberelli erano giovani e la fresca erbetta invitante.
(Il parchetto 35 anni dopo – foto di TT)
Alcuni ragazzi che abitavano più o meno in zona e che conoscevo non benissimo stavano tirando calci ad un pallone, avevano uno o due anni più di noi, ma mi sembravano già grandi. Massimo, il mio amico, invece era in confidenza con loro. Scatta la partitella di calcio. L’inizio dell’estate, l’aria aperta, la partita di pallone, l’avvenire davanti…giorni spensierati e felici. Facevo il mio dovere lì in mediana, bloccavo gli attaccanti avversari e facevo ripartire il regista che a sua volta faceva ripartire Massimo, ottimo centrattacco. Ero lì che fingevo di essere JOHAN CRUIJFF (ma spesso dovevo ridimensionare i miei sogni e mi attaccavo alla figura di un altro mio idolo: GABRIELE ORIALI)…
(nella foto il miglior calciatore di tutti i tempi, Joahn Crujiff)
(nella foto il miglior mediano di tutti i tempi, il piper Gabriele Oriali)
quando Giovanni, uno dei grandi che giocava con noi, segnò di potenza una gran rete. Strinse i pugni ed urlò ” ‘AN BANA”. Bizzarro modo di esultare pensai. Alla terza rete (era quel tipo di partite che finivano 8 a 5) e al terzo ” ‘AN BANA” mi rivolsi a Massimo in cerca di spiegazioni. Massimo sorrise e mi dice “Vieni”. La partita era finita, ci rinfrescammo un momento e lo seguii a casa sua. Massimo lavorava già, al contrario di noi che eravamo ancora studenti e senza tanti soldi, e poteva permettersi quel meraviglioso impianto hi-fi che ora stavo contemplando. Aveva addirittura una stanza tutta per lui dedicata all’ascolto della musica, con luci stroboscopiche comprese. Io, lui e mi pare Lencio. Lencio era un giovane batterista che conoscevo fin da bambino; abitavamo nello stesso quartiere e qualche anno prima ogni tanto andavo a casa sua: infilava MAMMA MIA degli Abba nel mangiadischi, si sedeva alla batteria e andava dietro al pezzo.
Massimo ci portò qualcosa da bere, accese le luci (che viravano sul rosso), prese un long playing con la copertina nera, estrasse un disco nella cui etichetta era riprodotto una specie di angelo, posò con cura il vinile sul piatto, versò un po’ di alcol che “splamò” sul disco con un apposito cuscinetto e “…urla acclamanti del pubblico…JOHN BONHAM MOBY DICK DICK DICK DICK DICK …”
Io non so cosa accadde, ma da quel preciso momento la mia vita cambiò. Intro di batteria seguito da un riff di basso e chitarra, poi qualche break di lead guitar e un lungo assolo di batteria. Non spiccicai parola. Massimo, composto, sorrideva al ritmo della musica, Lencio mimava il tempo della batteria e i fraseggi della solista…io ero lì in mezzo, cosciente senza capire granché…sapevo solo che quel suono, quell’approccio, quella musica mi stava ghermendo. Alle fine del pezzo, qualcuno al microfono urlò “John Bonahm, John HenryBonham”…’AN BANA, appunto.
(nelle due foto ‘AN BANA al MSG di NY nel luglio del 1973)
Non ho ricordi precisi di quel che accadde dopo, mi sembra che Massimo poi mi fece ascoltare WHOLE LOTTA LOVE e STAIRWAY sempre da quel disco live. Pensandoci oggi in modo razionale, mi sembra di ricostruire la scena con onestà: non ero invasato, non ero gasato (quello stato d’animo sarebbe sopraggiunto dopo) ero tranquillo, stavo elaborando tutti i dati che mi arrivavano ed ero sorpreso e sospeso in uno strano mood di autocontrollo e di celestiale godimento.
Massimo poi mi spiegò che quelli erano i LED ZEPPELIN, che il batterista a cui faceva riferimento Giovanni si chiamava John Bonham e che ‘AN BANA era un simpatico modo di replicare l’urlo di Robert Plant, il cantante, intento a fine pezzo a tributare il giusto onore al suo amico batterista.
I Led Zeppelin eh? Cavolo, e io che qualche mese prima in classe mentre guardavo alcuni compagni scambiarsi dei dischi tra cui appunto uno dei LZ (mi pare il secondo) dissi a me stesso “I Pink Floyd potranno anche piacermi un giorno ma i Led Zeppelin mai”. Tsè, che lungimiranza.
Nei giorni che seguirono Massimo mi fece una cassetta, una di quelle al cromo costosissime che pagai 3000 lire, purtroppo non l’ho più, ma ricordo che c’erano BRING IT ON HOME, NOBODY’S FAULT BUT MINE, NO QUARTER (dove Massimo mi diceva che c’era l’assolo più bello del chitarrista).
Avevo 90.000 lire da parte, risparmi dalla paghetta o regali dei nonni, nel breve volgere di una stagione li impiegai tutti per acquistare i sette dischi da studio e il doppio dal vivo finora usciti. Poi pian piano tutto quello che riuscivo a trovare su di loro…articoli sui giornali, poster, spille,…le magliette erano un sogno, ne avevo vista solo una al PEECKER SOUND di Formigine (storico grande negozio di dischi delle mie parti), ma non era in vendita e non avevo idea di dove comprane una.
Insieme ai dischi dei LZ arrivarono HEROES di BOWIE allora appena uscito, BRAIN SALAD SURGERY degli ELP, AND e AND LIVE di JOHNNY WINTER e via via tutti gli altri dischi che poi contribuirono alla mia formazione. In quelli dei LZ però c’era qualcosa in più, una vibrazione che mi arrivava fino in fondo all’animo, un groove che si sposava perfettamente con lo status da esserino umano inspiegabilmente arrivato su questi pianeta che chiamiamo Terra. Immagino che fosse la chitarra di PAGE, e la sua capacità di toccare le corde più profonde del mio cuore, quelle note così diverse da tutte le altre eppur così rock da diventare l’essenza stessa della musica in questione.
Naturalmente giocarono a loro favore il misticismo, il visual, il fatto che fossero fighissimi, ma era soprattutto il loro rock a catturarti, quella magnifica musica che generava paradossi e ossimori se si cercava di fermarla sulla carta: sfacciata e riservata, dura e morbida, elegante e selvaggia, intellettuale e sempliciotta, elettrica ed acustica, eterea e coi piedi per terra…musica sensuale, dissoluta, magnifica, imponente, bellissima…insomma quella che si insinua tra le domande ataviche dipinte da PAUL GAUGUIN nel 1897: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
I primi tempi girai sui primi quattro dischi, poi pian piano imparai ad addentrami anche negli altri. Il più difficile fu PHYSICAL GRAFFITI, ma trovata la chiave di volta, la soluzione dell’enigma, mi spogliai, mi misi in riva al mondo e lasciai che quel vortice musicale, che quella bora di blues, che quel maestrale di musica rock mi penetrasse in ogni cellula.
CUSTARD PIE, THE ROVER, IN MY TIME OF DYING, HOUSES OF THE HOLY, BRON Y-AUR, DOWN BY THE SEASIDE, TEN YEARS GONE, NIGHT FLIGHT…ancora tremo quando penso al momento in cui riuscii ad assimilare tutto questo. E cazzo, TEN YEARS GONE, non è la più bella canzone rock mai scritta? Non è il miglior testo mai composto? (Sì, lo so sto esagerando, ma il ragazzino di 35 anni fa è tornato…)
Then as it was, then again it will be An’ though the course may change sometimes Rivers always reach the sea Blind stars of fortune, each have several rays On the wings of maybe, down in birds of prey Kind of makes me feel sometimes, didn’t have to grow But as the eagle leaves the nest, it’s got so far to go
Changes fill my time, baby, that’s alright with me In the midst I think of you, and how it used to be
Did you ever really need somebody, And really need ‘em bad Did you ever really want somebody, The best love you ever had Do you ever remember me, baby, did it feel so good ‘Cause it was just the first time, And you knew you would
Through the eyes an’ I sparkle, Senses growing keen Taste your love along the way, See your feathers preen Kind of makes makes me feel sometimes, Didn’t have to grow We are eagles of one nest, The nest is in our soul
Vixen in my dreams, with great surprise to me Never thought I’d see your face the way it used to be Oh darlin’, oh darlin’
I’m never gonna leave you. I never gonna leave Holdin’ on, ten years gone Ten years gone, holdin’ on, ten years gone
Dei flash si sovrappongono tra loro: l’acquisto di HOUSES OF THE HOLY in un negozio di fronte alla caserma dell’ Ottavo Campale a Mutina con i colori della etichetta della ATLANTIC diversi dal solito … il novembre del 1978 quando vidi per la prima volta il film THE SONG REMAINS THE SAME in un oscuro cinema di FRANKCASTLE… le atmosfere rarefatte e bucoliche di LED ZEPPELIN III che per tanti anni è stato il mio preferito, il senso del blues di SINCE I’VE BEEN LOVING YOU miglior blues bianco di tutti i tempi…l’uscita di ITTOD vissuto in diretta…lo squarcio che la musica dei LZ aprì nella mia mente, squarcio grazie a cui entrarono migliaia di altri frammenti dello stratagemma che gli esseri umani hanno adottato per provare a dare un senso a tutto (l’arte insomma) … il non riuscire (letteralmente) a staccarsi dalla audiocassetta arancione di LZIV mentre gira l’intro di STAIRWAY TO HEAVEN …la figura di PAGE poi, chitarrista di livello cosmico (e parlo di Page non di Leopold o sostituti precedenti), compositore paragonabile per impatto sulla musica ai più grandi nomi apparsi in questo universo…
Certo, sono stato fan in senso stretto, talvolta troppo, sono stato pesante e pedante, monotematico, ho infastidito amici come loro hanno infastidito me nel burlarsi della mia condizione da fan (ma io almeno ho avuto il coraggio di svelare la mia vera natura, mentre alcuni in pubblico indossavano una certa indifferenza o al massimo benevolenza snob e in privato si facevano le pippe guardando le foto di Jimmy Page al Forum di Los Angeles nel 1973). Non è stata una cosa sempre sopportabile, ma ne è valsa la pena, amare senza condizioni una musica rock così bella è stato magnifico, avere il coraggio di darsi totalmente, di spendersi non è da tutti.
Grazie a questo amore ho conosciuto gente di tutte le parti del mondo, ampliando i miei confini e arricchendo la mia anima e grazie a LZ mi son fatto degli amici che ancora oggi costituiscono le fondamenta della mia esistenza.
Picca mi invia questa cosetta che pubblica molto volentieri. Ho sempre pensato che Rolling Stone fosse un giornale di merda, anche in tempi non sospetti quando non era così automatico pensarlo e di moda dirlo. Io, fin dagli anni settanta, sono sempre stato dalla parte di CREEM, la rivista di Detroit. Le recensioni riportate non fanno che confermare la cosa. Grazie a Picca per la dritta.
Un tizio estrapola 500 recensioni storiche di Rolling Stone per dimostrare che è sempre stato un giornale di merda.
Operazione controversa ma divertente soprattutto per Zeppellinofagi
Alexdoc ha fatto iol riassunto circa le preferenze dei fedelissimo del blog e ne è venuta fuori una di quelle classifichine che per gente come noi sono sempre divertenti. Tuttavia i 16 commenti – pur essendo un numero dignitoso – sono pochi per tirare le somme, così invito i più volenterosi della TTBlog Community a mandare qualche altro commento con le proprie preferenze.
I commenti vanno bene sia in risposta a questo reminder sia al thread originale del 31 maggio:
In riferimento ai vostri commenti al post L’HIGHWAY BLUES e IL CHELSEA del 20 maggio scorso, inizio un nuovo thread dedicato ai 12 dischi che ascoltavamo negli anni ottanta…dischi appunto usciti in quei dieci anni.
Mi sembra una cosa divertente e interessante vedere un po’ come ci arrabattavamo in quel decennio piuttosto lofi. So che in tanti ascoltavamo anche canzoni singole, ma questo dopo tutto è un blog di un certo tipo e prendiamo in considerazione cose più impegnative come gli album nella loro interezza. Sono sicuro che indicherete con sincerità le vostre scelte, senza includere quelle che farebbero figo (usanza deplorevole di troppa gentaglia).
I vostri 12 album preferiti di quel decennio dunque, 12 come i semitoni della musica occidentale, come le stelle della bandiera europea, come i cavalieri della tavola rotonda, come le tavole del diritto romano…12 come le battute della nostra musica.
(tipica mise degli anni ottanta – nella foto Rik Emmett dei Triumph)
Attendo le vostre liste, magari alla fine tiriamo le somme e vediamo un po’ come sarà la TOP 12 degli anni 80 del Blog. Vi invito a non segnalare troppi titoli dell’anno 1980, a non considerare album tipo CODA dei LZ (uscito nel 1982) come album degli anni ottanta. Naturalmente 12 non sono sufficienti, ce ne sarebbero diversi altri, ma di solito i primi che vengono in mente sono quelli che ascoltavamo davvero…
Leggendo i commenti che alcuni di voi scrivono in risposta a certi miei scritti, mi chiedo ormai da qualche mese se valga davvero la pena portare avanti iL blog come sto facendo io, se valga la pena non avere tanti filtri, mettere in chiaro oltre alle proprie opinioni anche certi pensieri un po’ sghembi che ogni tanto passano per la testa. So di non essere un tipo facile, né particolarmente simpatico, come ho già scritto sono un po’ cagacazzo e snob, non passo sopra alle cose e faccenduole di questo genere. Questione di carattere immagino. Questo atteggiamento vale un po’ su tutto, ma se per quanto riguarda certe cose come la politica so di aver ragione e di stare dalla parte giusta, per la musica le mie sono riflessioni, provocazioni, sentimenti, intuizioni che mi sgorgano dallo stomaco con cui interrogo prima di tutto me stesso. Credevo che avere un blog personale significasse avere un blog sganciato da logiche di equilibrio, paraculismo, oggettività, professionalità. Mi accorgo invece che ciò non è possibile, che le tue idee pur personalissime e discutibilissime, toccano nel profondo gli altri, scandalizzando e rendendo meno credibile il tutto.
Negli ultimi giorni, tra messaggi vari e altri mezzi di comunicazione in parecchi mi hanno mostrato – amichevolmente – le loro perplessità sui miei giudizi frettolosi, esagerati, senza freni. Prendo ad esempio qualcosa arrivato tramite commento al blog (tralascio le altre forme di contatto forse più private e meno adatte ad essere portare ad esempio pubblicamente):
PICCA:…Tornando a Tim, mi verrebbe da consigliargli di non cadere nella trappola del doversi esprimere in pareri su artisti, musiche e momenti che non gli interessano minimamente (trappola nella quale cado assieme a lui troppo spesso).
Nel mio caso è la frègola dell’ opinione a tutti costi (un male dei nostri tempi) che altro non è che una nevrosi data da bassa autostima e paura di non essere all’altezza (devo esprimermi su tutto altrimenti capiranno che non valgo una cazzo). Ma Tim è very opinionated e penso che giocherà fino alla morte e a viso aperto con le sue analisi e i suoi giudizi su Soundgarden (Sabbath riscaldati, vero Tim?) Black Keys (vuoi mettere con Howlin’ Wolf, vero Tim?) o Jack White (erano meglio gli Stone The Crows, giusto Tim?) prima di rituffarsi completamente e inguaribilmente in un frammento di reperto di un polveroso bootleg audience registrato male dei New Yardbirds e ritrovarsi, felice, nel suo brodo.
(Howlin’ Wolf)
ALEX:Da “Genesista” a me piace , ma posso benissimo capire che uno trovi noioso e pretenzioso “The Lamb”. Invece faccio fatica a capire il preferire al “perfect pair” Perry & Whitford (uno dei più grandi e ignorati “ritmici” della storia) l’anonima coppia di mestieranti Dufay & Crespo (quest’ultimo cognome mi fa pensare con molto più entusiasmo all’omonimo centravanti argentino): da fan dei Fleetwood Mac sarebbe come dire preferire Burnette & Vito a Lindsey Buckingham, ma non discuto i gusti personali. Riconosco però che “Rock in a hard place” é un buon album, non inferiore alla loro media di quel periodo. E ti “perdono” perché sei uno dei pochi che come me pensa che “The song remains the same” sia quello che troppi sordi non vogliono sentire, ovvero un live della madonna.
(Jimmy Crespo)
(Rick Dufay)
BEPPE Argomento musica: Tim, so che ti fa piacere esser in sintonia con GC (Giancarlino!?!) Trombetti. In effetti, pur con differenti personalità, amate dar mazzate psicologiche a destra e sinistra, ed esser dissacratori. Passi che a te gli High Tide dicano poco, passi che Atomic Rooster ti dicano ancor di meno, e che per te Montrose fosse poco più di una pippa, ma…Crespo-Dufay meglio di Perry-Whitford? Sai che per un fan di rock americano è come se si venisse da te (o dai molti ultras Zeppeliniani di questo blog) sostenendo che Page faceva miglior figura con Coverdale alla voce che con Plant? Comunque, parafrasando le femministe che alludevano a qualcosa di (spesso) molto interessante, il “blog é tuo e lo gestisci tu”. Io mi ritiro in buon ordine, mi hai demolito l’ennesimo mito. Ma sei sicuro che condividevi qualcosa di ciò che scrivevo? Bye.
Opinioni senza dubbio condivisibili, PICCA, ALEX, BEPPE sono personcine mica da ridere, ed è proprio per questo che mi chiedo se davvero valga la pena continuare. Purtroppo io son fatto così, per certi aspetto a volte ho un atteggiamento simile a Lester Young e Nick Kent ( facendo le debite proporzioni naturalmente) pur essendo per preferenze musicali molto diverso dai due scriba in questione. La differenza è che io non le scrivo in articoli musicali e su libri, ma le condivido semplicemente con una ristretta comunità di uomini e donne blues su di un personalissimo e umilissimo blog. Per la faccenda CRESPO/DUFAY, nel post mi chiedevo come mai mi piacessero più di, non scrivevo che che erano meglio dei due intoccabili a voi tanto cari. ATOMIC ROOSTER e HIGH TIDE li prendo per quel che sono, gruppi di seconda fascia. Ho i loro dischi, mi piacciono ma li posiziono dove li ha posizionati la storia del rock. Mai detto che MONTROSE sia una pippa. E come potrei? Io poi che sono un chitarrista mediocre avvicinabile tutt’al più a MICK RALPHS… Dico però che il talento musicale non basta, che devi avere sufficiente testa, forza, coraggio e pazienza per portare avanti la tua visione. Una partecipazione illustre ad un disco di enorme successo (THEY ONLY COME OUT AT NIGHT) e un ottimo disco di esordio – seppur template per un certo rock americano – (MONTROSE) non bastano per farlo diventare una figura di primissimo piano. Le sue altre cose, i suoi altri progetti sono ottime per i fan in senso stretto, come per me lo sono i FIRM ad esempio. A forza di chiedermelo, Beppe, mi stai convincendo che forse non abbiamo poi tante cose da condividere, ma il punto per me non è questo, il punto per me è stare insieme a gente illuminata, gente con cui ho comunque territori comuni da condividere, gente da cui posso imparare ad amare cose che altrimenti non mi arriverebbero (come è successo recentemente con i “tuoi” ANGEL e con il KRAUT ROCK “di” Polbi).
(Montrose)
Sono poi il primo ad ammettere che ogni tanto spingo sull’acceleratore, che tra il serio e il faceto mi piace dire che a LZ1 e TARKUS preferisco ITTOD e LOVE BEACH, capitoli importanti solo per la mia vita, ma è solo per stimolarmi il dibattito interno, per scacciare la noia, per vedere le cose da angolazioni diverse,che non sono necessariamente quelle giuste.
La domanda che mi faccio già da un un po’ quindi è se vale la pena portare avanti il blog, e portarlo avanti in questo modo, andando ogni tanto sopra le righe, esprimermi (ignorando il consiglio di Picca) su artisti che non mi interessano minimamente (GRAND FUNK? Son d’accordo con Page, sono solo volume. REM? D’accordo con me stesso, fanno cagare.)?
Parlare ed esprimermi su band che ascolto ed amo, dicendo pane al pane e vino al vino di ciò che mi consiglia il mio cuoricino (BLACK SABBATH? D’accordo con John Paul Jones. L’assunto che vuole CHARLIE WATTS essere un gran batterista? Non diciamo cazzate. I PINK FLOYD di Barrett?Yawn…)?
Sia chiaro, non cerco mica comprensione, non è vittimismo, non ce l’ho con Picca, Alex, Beppe o chicchessia …è solo che anche in questo momento uso il blog nell’unico modo che so … a metà tra la necessità di battere sentieri dove in pochi si avventurano e una seduta di piscoterapia con cui provare a fare ordine tra pensieri di pancia, di testa, di blues.
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