Basandosi sul diario della sua bisnonna, LILLI GRUBER racconta un pezzo di storia del Sudtirolo. Benché diverse donne nel corso degli anni mi abbiamo detto che ho una sensibilità femminile (an s’è mai vest Johnny Winter con ‘na sensibilitèe femminile…) l’inizio del libro è un po’ troppo da “donna” per i miei gusti, ma una volta che lo si è attraversato e ci si è adeguati al tepore delle correnti della scrittura della GRUBER, tutto diventa più facile.
Pur se affezionata alla sua famiglia, a sua bisnonna e alle sue prozie, LILLI GRUBER mantiene un certo distacco e racconta gli eventi senza cercare di mistificare certi argomenti poco simpatici (una paio di sue prozie abbracciarono in toto l’avvento del nazismo). Naturalmente essendo un italiano dell’Emilia Romagna di questo tempo non ho trovato nessuna affinità elettiva con ROSA, la bisnonna della GRUBER, donna d’altri tempi di una certa levatura sociale, non certo amante degli italiani e ben aggrappata alle sue radici austriache ma riesco a capire l’atteggiamento dei sudtirolesi, popolazione che ha comunque la mia solidarietà per ciò che ha dovuto passare sotto il fascismo.
Questo libro mi è stato utile per capire meglio certi avvenimenti e per riconsiderarli sotto angolazioni diverse. Inoltre è una bella storia, una saga famigliare interessante, e la GRUBER scrive davvero bene.
Libro in inglese per fan in senso strettissimo; si tratta infatti della recensione di 150 dei 494 concerti che gli ELP hanno suonato dal 23 agosto 1970 al 13 marzo 1978. Queste pubblicazioni ultraspecializzate mi sono sempre piaciute, certo non sono cose per tutti, ma chi c’è dentro fino al collo non può che godere nel leggere queste pagine. Freeman probabilmente a volte eccede nel descrivere certi episodi, d’altra parte è un gran fan degli ELP, ma bisogna sottolineare a sua discolpa che, per quel po’ che posso sapere grazie ai parecchi bootleg in mio possesso, gli ELP hanno praticamente sempre suonato bene negli anni settanta. L’unico difetto del libro è che non vengono riportate le scalette di ogni concerto (viene indicata solo la scaletta tipo tour per tour) e non si specifica la qualità della registrazione e nemmeno la fonte (audience, soundboard, FM, preFM, etc etc). Per il resto è un libro utilissimo per ogni fan degli ELP che si rispetti.
Ieri mattina mentre davo un’occhiata a facebook mi saltava all’occhio un post di MAX STEFANI, l’ex direttore del MUCCHIO SELVAGGIO ed ora co-direttore di SUONO. Max riporta le cifre di vendita dei giornali musicali italiani. Pur sapendo della durissima crisi che questo tipo di riviste (ma non solo) sta affrontando, mi sono sorpreso: i numeri sono davvero esigui. Trovando comunque la cosa interessante, contatto Max, ricevo l’ok alla pubblicazione, pubblico il post. Thank You, Mr Stevens.
Adesso che non sono più dentro le posso anche dire.
Di solito le cifre di vendita dei giornali sono tabù. Gli editori se le tengono ben segrete perchè di solito le raddoppiano o triplicano per trovare pubblicità, buoni rapporti con le case discografiche, tenere caldi i lettori etc. Che mi pare anche normale. Nel commercio lo fanno tutti…
Nel mio libro “Wild Thing” ho detto chiaramente quello che ha venduto il Mucchio nel corso del tempo, ma ecco le vendite attuali in edicola in tutto il territorio nazionale delle principali testate.
XL – 25/50mila – a seconda della tiratura che varia da 60mila a 130mila.
Rolling Stone – 20mila
Ultimo Buscadero – 7mila
Suono – 4mila
Mucchio – 4mila
Rumore – 4mila
Jam – 3600
Blow Up – 3200
Rockerilla – 1500
Stupiti? Così poche? Commenti?
Il Mio “Mucchio” negli anni ottanta arrivò anche a 30mila (3mila copie vendute solo a Milano), “Rockstar” addirittura a 80 e “2001” nella prima metà anni settanta addirittura intorno alle 100mila a settimana.
La cosa che più stupisce sono le vendite del Buscadero. Più del doppio di Blow Up! E qui bisogna fare i complimenti al proprietario Paolo Carù. Oltre a essere riuscito a far passare un bollettino come un giornale, guadagna da una parte e dall’altra. Il mensile tira il negozio e viceversa. E riesce anche a non pagare chi ci collabora, già appagato di avere la possibilità di scrivere su un giornale che esce in edicola. Chapeau. (Max Stefani 2013)
Ho da poco finito di leggere un libro molto interessante: Bootleg the secret history of the other record industry di Clinton Heylin. L’autore ha fatto un grosso lavoro di ricerca storica sui Bootleg, dai tempi delle prime registrazioni fino all’era del cd. Ha intervistato tantissime persone coinvolte nella produzione e nel collezionismo, artisti, giornalisti e avvocati. Ne viene fuori un quadro interessante con uno sviluppo riguardante America, Asia e Europa.
Un certo spazio viene anche dato alle produzioni Italiane, a quanto pare discretamente famose nel mondo e agevolate da alcune nostre lacune legislative in materia, con parecchie interviste a chi nel nostro paese ha prodotto e distribuito dischi di materiale inedito e live non ufficiale. Ovviamente il libro si addentra nei meandri del copyright e delle sue diverse interpretazioni ed evoluzioni, nel tempo e nei diversi paesi. Cosi’ come si cerca una volta per tutte di far chiarezza fra le produzioni Bootleg e il mercato delle copie pirata, spesso stupidamente equiparati. Ci sono mille storie divertenti e sorprendenti su come i concerti venivano registrati, su come si realizzavano le copertine, su quali criteri guidavano la scelta del materiale da pubblicare, sulla rete delle etichette storiche e tante tante altre cose. Non ultimo di come alle volte la mafia ha tentato di entrare nel giro pensando che ci fossero chissa’ quali affari da fare, confondendo anche lei i Bootleg con la pura e semplice pirateria!
Si racconta anche delle reazioni degli artisti, alcuni (pochi) come Patti Smith che hanno sempre amato e supportato la cosa, passando per chi come gli Stones non ha mai esplicitamente incoraggiato, ma sempre tollerato (e collezionato), fino alle reazioni piu’ infastidite di Dylan o addirittura procedendo per vie legali come Springsteen. O anche come i Grateful Dead, che aiutavano i fan a registrare i concerti per scambiarli gratuitamente, invitando pero’ a stare alla larga da chi cercava di farne un business. Il libro sottolinea, giustamente, come l’industria discografica si sia quasi sempre disinteressata alla vera valenza storica, culturale ed artistica delle registrazioni, pensando solo a fare cassa con quello che aveva sottomano. In particolare infischiandosene totalmente di preservare nastri originali, archivi e quant’altro, per poi spesso dover ricorrere all’aiuto dei tanto odiati e demonizzati Bootleggers, che mossi in primo luogo da una vera passione, hanno sempre conservato e preservato i loro tesori dall’attacco del tempo e delle mode.
Clamoroso in questo senso, scoprire cosa e’ avvenuto nel disastroso passaggio dal vinile al cd, e di come l’industria discografica si sia mossa senza il minimo rispetto per la musica, gli artisti e i fans che avrebbero sborsato i denari. Insomma, una lettura veramente interessante e consigliata per chi legge in inglese con la speranza che magari qualcuno decida di tradurre una versione in Italiano, magari aggiornandola al tempo presente. Perche’ per motivi temporali ( il libro e’ stato pubblicato nel 1995 ) manca completamente il mondo dei Bootleg su internet. Cosa che oggi logicamente non puo’ piu’ essere ignorata. Heylin chiude il libro con un utile glossario, e una personale lista dei top cento Bootlegs.
Come spesso accade dopo la lettura di un buon libro, si fanno delle scoperte, si trovano delle risposte e…si aprono tante nuove domande….
Cosa e’ il mondo dei Bootleg oggi? Come e’ stato trasformato da internet? E’ ancora un mondo di appassionati o e’ anche un business? E l’aspetto grafico, oggi e’ cambiato?
Mille domande che vorrei girare a Tim e a tutti gli appassionati di Bootlegs che bazzicano il Blog….Infondo l’industria discografica segreta ci ha regalato tante emozioni, forse vale la pena parlarne un po’!
Mi chiama il RIFF: “Tim, dai un’occhiata a RS, lo so che non ti piace, ma ci sono due foto dei LZ a Milano nel 1971 che non ho mai visto.”
Lo sapete, RS non mi è mai piaciuto, sia quello americano che quello italiano, quando posso ne parlo male, ma di Riff mi fido e così ho comprato l’ultimo numero. Incredibile: all’interno due foto dei LZ (Bonham e Plant e Bonham) che non avevo mai visto, due scatti che ritraggono i due black country men all’arrivo a Linate nel luglio del 1971.
Del resto del giornale non so che dirvi, non ho letto nulla, nemmeno l’intervista “esclusiva” a Page. Niente che mi interessi, ma quelle due foto…vacca ec lavòr!
Brad Tolinsky, caporedattore da più di vent’anni di GUITAR WORLD, una delle due più importanti riviste americane per chitarristi. Direttore editoriale della casa editrice FUTURE US che gestisce altre due riviste musicali (REVOLVER e GUITAR AFICIONADO), autore o co-autore di almeno altri 10 libri a carattere musicale. Bene, questo peso massimo del giornalismo musicale americano progetta un libro su Page e tutto quello che viene fuori è questo LUCI E OMBRE. C’è da deprimersi non poco.
Il libro non è altro che un sunto delle interviste che nel corso degli anni PAGE ha rilasciato a TOLINSKI. Nulla di più. Nessun approfondimento degno di nota, nessuna deviazione dalla strada principale percorsa già centinaia di volte, nessun volo pindarico, nessun rischio preso per affrontare argomenti un po’ scomodi, nessun sobbalzo che un prosa più passionale avrebbe potuto regalare.
Tolinski non rischia il suo buon rapporto con PAGE, si limita a fare il bravo cagnolino che scodinzola. Io trovo questo atteggiamento irritante. L’unica cosa un po’ diversa dal solito è la breve intervista fatta allo stilista JOHN VARVATOS che disquisisce amabilmente sul modo di vestirsi sul palco di PAGE.
Passino gli errori e le imprecisioni della traduzione nel descrive faccende tecniche legate alla chitarra (vedi capitolo a pag 246 “Dieci Gerandi Momenti Di Chitarra dei LZ”), passino le imprecisioni che ci sono qua e là nel libro, tutte cose fisiologiche, ciò che manca è la ricerca della verità, la scintilla che regala un brivido, e da un giornalista col nome altisonante te l’ aspetti.
Meglio allora le cose di MICK WALL (giornalista inglese), a suo tempo molto amico di PAGE che, per aver deciso di essere libero di scrivere i suoi punti di vista, ha perso per sempre l’amicizia col nostro.
“Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio… Il silenzio in cui si sono suicidati gli scrivani di Vectis. Dopo aver compilato la sterminata Biblioteca che riporta il giorno di nascita e di morte di ogni uomo vissuto dall’VIII secolo in poi, la loro eredità è una data: il 9 febbraio 2027. Ma la giovane Clarissa non sa nulla di tutto ciò. Il suo unico pensiero è fuggire. Fuggire da quell’abbazia maledetta, per mettere in salvo il dono più prezioso che Dio le abbia mai concesso. Il futuro dell’umanità è un mistero nascosto tra le pagine di un libro Il libro in cui è indicato il giorno del giudizio. Mentre il mondo s’interroga su cosa accadrà davvero il 9 febbraio 2027, alcune persone ricevono una cartolina sulla quale ci sono il disegno di una bara e una data: il giorno della loro morte. Proprio come all’inizio della straordinaria serie di eventi che avevano portato alla scoperta della Biblioteca dei Morti. C’è soltanto una differenza: tutte le «vittime» sono di origine cinese. È una provocazione? Un avvertimento? L’ultima verità non è mai stata trovata Will Piper ha trovato la pace: sa che vivrà oltre il 9 febbraio 2027, e ha deciso di lasciarsi alle spalle l’enigma della Biblioteca di Vectis e la sua secolare scia di sangue. Almeno finché suo figlio non parte all’improvviso per l’Inghilterra e poi sparisce nel nulla. D’un tratto, per Will, ogni cosa torna a ruotare intorno all’origine della Biblioteca dei Morti. Lì dove tutto è cominciato. E dove tutto finirà. Se il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio, se il futuro dell’umanità è un mistero nascosto tra le pagine di un libro, solo nella Biblioteca dei Morti si può trovare l’ultima verità…”
Ultimo capitolo della saga della “biblioteca” di cui sono appassionato lettore. Per due terzi del libro ho trovato il tutto avvincente, la familiarità con personaggi già noti, le improvvise sorprese, le tematiche che mi piacciono poi, nel rush finale, il libro ha preso una piega poco convincente: troppi avvenimenti, troppi colpi di scena, poca credibilità. Paragonerei questo quarto episodio al quarto film della serie ALIEN: inizio inebriante, finale fumettistico. Intendiamoci, il 6 se lo merita, forse anche qualcosa di più, ma – a mio avviso – Cooper qui mostra un po’ la corda.
Priulla è un amico conosciuto qualche anno fa, ci legano affinità elettive importanti tra cui la passione per la musica rock. Quando ho saputo che era stato ristampato il suo libro sui JUDAS PRIEST, non ho esitato. Un po’ candidamente pensavo fosse più o meno una biografia sulla metal band per eccellenza e invece mi sbagliavo. HEAVY METAL MESSIAH è più una indagine antropologica e un sunto su come la musica heavy metal, quella dei JUDAS in particolare, nasca da condizioni ambientali e spirituali ben precise e ne descriva in modo appropriato i sentimenti.
Attraverso i testi, i temi, le atmosfere, le allegorie del gruppo, Priulla descrive la difficile condizione umana, la vita dell’individuo che deve sopravvivere in un mondo tetro, scuro, pesante, metallico.
La prosa di Marco Priulla in questo libro è lirica, epica, lontana dal minimalismo, adatta insomma al tipo di lavoro in questione:
“Ministrante supremo, centauro artificiale e dittatoriale, Rob Halford governa l’orda barbarica con una compiacenza apocalittica verso questa orgia di fulminazioni atomiche repentine e carezze di acciaio fuso. La sua voce sadica ed inquietante è una delle più grandi di ogni tempo, non solo dell’heavy metal; e con questa voce luciferina Halford canta l’orgoglio di unìappartenza indelebile, incrollabile: I’m a rocker”
“L’heavy metal come mito atavico, come una fenice borchiata che genera e si rigenera da sè stessa nutrendosi di provocazione e sostenuta dalle più intime e guerresche passioni degli innocenti ascoltatori. Una follia quasi scientifica portata avanti da demoniache polifonie vocali, da laceranti vocalizzi, da sinistri acuti ultrasonoci, da chitarre rigidamente educate a sincroniche armonie eroiche e taglienti…”
Libro poi che si trasforma in racconto, la figura di un rocker prende forma, figura che attraversa – nel metafisco e metallico mondo dei JUDAS PRIEST – varie fasi, da quella del sesso spinto ed estremo al quella della chiamata alle armi.
Nella parte finale il libello contiene la discografia essenziale commentata e una cronologia biografica 1967/2011.
Al di là che piaccia o meno il metal, questo è un libro coraggioso, valoroso, volutamente sopra le righe… qualcosa che non lascia indifferenti. Certo, bisognerebbe essere fan dei JUDAS PRIEST in senso stretto per cogliere tutte le sfumature, per capirne e carpirne tutti i significati, ma se tra le altre cose si è anche amanti del rock duro in generale, è comunque possibile calarsi nella giusta dimensione.
Titolo: Judas Priest: Heavy Metal Messiah
Autore: Marco Priulla
Collana: Saggistica
Data di uscita: Settembre 2012
Pagine: 166
ISBN: 9788867515257
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10 pagine sui FLEETWOOD MAC alle prese on RUMORS. Benché non sia una storiella nuova, ho letto il tutto con passione…bell’articolo: profondo, scorrevole, godibile. La rivista dedica anche il CD all’album in questione, rivisitato da varie band. Purtroppo non mi ha appassionato più di tanto.
Nei 50 BEST ALBUMS OF 2012 vince JACK WHITE con BLUNDERBUSS. Questa predilezione che hanno i critici di mezzo mondo per WHITE continua a spiazzarmi. O sono io che non capisco più niente, o che JACK WHITE è l’artista più sopravvalutato degli ultimi lustri, o – come temo – la situazione musicale di questo pianeta è davvero tristissima. Mah. Alla posizione 8 DR JOHN, alla 10 BOB DYLAN, alla 27 ZZTOP, alla 29 NEIL YOUG & CRAZY HORSE.
Film dell’anno SEARCHING FOR SUGAR MAN, il documentario su SIXTO RODRIGUEZ, artista di cui ci ha parlato Polbi qualche giorno fa.
Tra le recensioni delle ristampe, 5 stelle al primo dei DAMNED, uno dei pochissimi gruppi punk che ammiro e ancora ascolto. La rubrica HOW TO BUY è dedicata agli YES: 1° CLOSE TO THE EDGE, 2° THE YES ALBUM, 3° FRAGILE…fin qui niente da dire…ecco, l’aver messo al 4° posto RELAYER mi da un po’ da fare.
Da segnalare 6 pagine dedicate a GRAHAM PARKER & THE RUMOR.
Meritatissima copertina dedicata al grande RORY GALLAGHER, segue articolo di 12 pagine. Anche qui il BEST OF 2012 a cui ho dato appena una occhiata. 7 pagine ai primi ROLLING STONES. Tra le recensioni l’ultimo degli ZZTOP (9/10), BLACK COUNTRY COMMUNION (7/10). Nelle REISSUES non raggiungono votazioni alte gli album di mezzo di GALLAGHER, si parla poi di DVD inutili tipo VOODOO CHILD di HENDRIX (6/10), LIVE FROM JAPAN di JOHNNY WINTER (6/10). Stesso voto anche per il nuovo divudi di ETTA JAMES, il ché mi pare piuttosto severo: i bonus footage del 1975 (con John Paul Jones al basso) e 77 non valgono mica poco. 3 pagine dedicate alla canzone DEATH LETTER di SON HOUSE, c’è ancora JACK WHITE tra le palle, ma l’articolo è molto interessante. Mi piacciono un sacco queste ricerche blues.
Ogni volta che compro PROG, dopo averlo sfogliato e letto, mi chiedo se poi alla fine a me il progressive rock piaccia o no. Al di fuori dei 4/5 nomi classici non sembra importarmi più di tanto. I tanti nomi nuovi, la costola metal, certi nomi vecchi sconosciuti ai più…non riesco ad appassionarmi. Ascolto sempre i CD allegati alla rivista, ma quasi mai vengo mosso da quel che sento.
Breve intervista a John Helliwell dei SUPERTRAMP, sei pagine dedicate a FOXTROT dei GENESIS…ecco cosa ho letto con gusto. Nemmeno le cinque pagine a HECKETT solista e le 4 agli STYX mi hanno interessato particiolarmente.
Mah…farei meglio ad evitare di compralo, risparmierei 13,90 euro.
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