Archivio | Recensioni musicali RSS feed for this section

NEIL YOUNG “Il Sogno Di Un Hippie” (Feltrinelli 2013 – Euro 20) – TTT

5 Ago

Questa è l’edizione italiana di WAGING HEAVY PEACE, l’autobiografia di NEIL YOUNG uscita nel 2012. La traduzione è di MARCO GROMPI e DAVIDE SAPIENZA, e mi par fatta bene, senza quei nonsense tipici di chi traduce senza sapere nulla o quasi di Rock. NEIL YOUNG è un personaggio che mi interessa molto, i suoi album tra il 1969 e il 1979 sono quasi tutti bellissimi e pieni di Rock “contenustico”.  Il mio interesse per lui partì un po’ in sordina, nella seconda metà degli anni settanta, YOUNG  (insieme a BOWIE) era l’artista prediletto delle fighe con un po’ di senno che frequentavano le superiori quando le frequentavo io e  delle amiche fricchettone di mia sorella, ergo cosa poteva fare un adolescente hard rocker se non snobbarlo un po’? Tuttavia ricordo con chiarezza quanto mi piacesse HARVEST (LP che aveva mia sorella), e quanto apprezzai i dischi che vissi in diretta: COMES A TIME e RUST NEVER SLEEPS. Quando poi finalmente arrivò in Italia e si presentò con uno spettacolo che era l’antitesi della versione che l’immaginario collettivo aveva di lui, deludendo le amiche fricchettone, provai una gran simpatia per il giovanotto canadese.

Neil-Young-Il-sogno-di-un-Hippie

 

Non sono mai riuscito ad addentrarmi nella sua vasta discografia post settanta, mi piacciono un paio di album e poco più, e nemmeno ad inserirmi nella scia dei suoi ammiratori più agguerriti, quelli che parlano della sua estrema coerenza e che pensano sia un gigante della chitarra, etc etc. YOUNG poi ha scritto due delle canzoni che meno sopporto: “DOWN BY THE RIVER” e “ROCKIN’ IN THE FREE WORLD”, quest’ultima inno ormai insostenibile e fastidioso. Eppure, lo amo molto, e sempre più spesso i suoi dieci album del periodo sopra citato, quello della STILL-YOUNG BAND e il lavoro fatto con CSNY contribuiscono a tenermi a galla in questa porca vita. Sono stato molto contento dunque quando Lorenzino Stevens mi ha regalato questa autobiografia, libro che ho letto molto volentieri, ma che alla fine risulta giusto sufficiente.

L’architettura è troppo debole, NEIL salta da un periodo all’altro della sua vita senza uno straccio di regola, rendendo il tutto molto confuso. Parla poi davvero troppo della sua passione per i trenini e per le automobili. Naturalmente è interessante leggere i suoi ricordi legati alle faccende musicali e agli usi e costumi dell’epoca, ma è troppo poco per far diventare il libro appassionante.

Picca mi dice che SHAKEY (di Neil Young e Jimmy McDonough) è il libro su NEIL YOUNG da leggere. Lo farò.

ABARICO “Loop Project” (Peter’s Castle Records 2014) – TTT½

31 Lug

 

ABARICO è il progetto di ALESSANDRO VALLE, musicista di Schio (VI), quasi residente a Bologna e bassista/tastierista dei PROPHEXY. Approfondendo la conoscenza di questi ultimi sono arrivato a lui. Il titolo LOOP PROJECT lascia intendere molto e al primo pensiero può lasciare sorpresi, cosa ci fa un disco del genere su un blog dedito all’Hard Rock? E’ che ogni tanto ci piace esplorare mondi poco conosciuti. Il disco è poco più di una cosa autoprodotta, ma mi affascina nelle sue parti strumentali. Ci sono segni sonori, suggestioni cosmiche che mi interessano molto, a partire dall’ultimo pezzo MONDI TONDI …

FILE AUDIO: Mondi Tondi – Abarico:

Abarico Loop project

LOOP CATTIVO è forse il più ritmato, giro di basso ostinato che va a gettarsi in più rivoli, TRILOK è invece dominato dal flauto e da una sorta di tic toc celeste, sovae e tenebroso insieme. LA SCIAMANICA ci dà di armonici, in una sorta di ninna nanna lunare sussurrata da un bel flauto …

FILE AUDIO: La Sciamanica – Abarico:

esterno

I pezzi cantati (in italiano) non sono male, ma peccano troppo d’ingenuità. Il cantato di Valle non è all’altezza e le forzature delle metriche, come ad esempio in SOLO LIMATURA, non sono digeribili. Mi piacerebbe sentirli suonati e cantati da una vera band. Rimane il fatto che i momenti strumentali mi piacciono proprio tanto.

L’artwork ben si collega col mood del disco, ma anche in questo caso la realizzazione pecca di dilettantismo.

Progetto comunque assai interessante.

PROPHEXY “Improvviso” (Musea Records – 2013) – TTT½

27 Lug

I PropheXy (scritto con la ics maiuscola) sono di Bologna e sono una band di Rock progressivo, quello attuale, contemporaneo, che di solito snobbo un po’. Snobbare un po’ per me però non significa girare la testa da un’altra parte, così mi sfido nello cimentarmi all’ascolto del loro album IMPROVVISO dell’anno scorso. Cerco qualche notizia su di loro e scopro che hanno partecipato alla realizzazione dell’album tributo ai KING CRIMSON qui in Italia (“The letters: an Italian unconventional guide to King Crimson”), a diversi festival prog e che collaborano con Richard Sinclair bassista e cantante dei CARAVAN (e CAMEL).  Non so se davvero io sia un fan del Rock progressive, certo sbarello per gli ELP, adoro GENESIS, YES e PFM, amo gli AREA, ma i complicati passaggi strumentali con poca melodia non fanno esattamente per me. Lo sapete, TARKUS è il disco dei miei amati ELP che meno ascolto. Questo atteggiamento incline alla melodia (soprattutto quella malinconica) fa sì che ad esempio del primo pezzo TRITONE io apprezzi soprattutto il bel break con chitarra e flauto. Con BABBA faccio già più fatica, resto a galla grazie al cantato di FATTORI che ricorda quello di STRATOS.

 

PropheXy-Improvviso-Booklet (2)_Pagina_1

Intendiamoci, non è una mancanza del gruppo, ma mia. Annoto comunque l’azzardo del gruppo, registrare dal vivo un album così occorre davvero coraggio e forza d’animo. Apprezzo poi molto il cantato in italiano. LA ROTONDA DELLA MEMORIA è un brano se non astruso molto complicato, a tratti sperimentale, e mi diverte sentire la mia anima malinconica di uomo di blues segnare un po’ il passo. STRALCI DI QUOTIDIANO mi rinfranca un po’, tracce di jazz rock anni settanta, quello che mi piace parecchio e aperture melodiche davvero carine con la chitarra di MARTELLI in evidenza…

STRALCI DI QUOTIDIANO file audio:

PropheXy-Improvviso-Booklet (2)_Pagina_5

 

PARADIGMI MENTALI inizia dura e cattiva ma come da formula del gruppo si scioglie in un delta di atmosfere affascinanti, in qualche modo collegate a certa delicatezza dei GENESIS, FATTORI Stratosoreggia un po’ arrivando a risultati che colpiscono. TRICKSTER segue la stessa linea, dopo 90 secondi di suoni duri il bel flauto di ALESSANDRO VALLE prende il comando e ci spinge su territori meno contorti, seppur tenebrosi. C’E’ VITE SULLA LUNA ha un titolo davvero suggestivo. Gli ultimi due pezzi sono suonati con l’aiuto di RICHARD SINCLAIR. DISASSOCIATION (dei Caravan 1971) è sempre stata un gioiellino, e lo è anche qui: la voce di SINCLAIR accompagnata dalla chitarra di GABRIELE MARTELLI e dal flauto…

DISASSOCIATION file audio:

PropheXy-Improvviso-Booklet (2)_Pagina_6

Riuscita anche GOLF GIRL (sempre dei Caravan).

Un album dunque coraggioso e pieno di musica intensa, musicisti preparati, contenuti interessanti. L’artwork invece lo trovo insufficiente, magari il concept non è nemmeno male ma la realizzazione non è altezza di un gruppo di questo livello.

 

CSNY “CSNY 1974” (Rhino 2014)

24 Lug

Questo cofanetto me lo sono ascoltato tutto d’un fiato, un cd via l’altro, godendo di questa musica sopraffina e beandomi nell’ascoltare il magico salmodiare, al contempo tenebroso e solare,  dei CSNY e del loro Rock contenutistico. Essendo un casual fan ho chiesto a Picca, gran fan e conoscitore del gruppo, di scrivere una considerazione su questo nuovo box set. Venti minuti dopo il Pike boy mi manda le sue impressioni che riporto qui sotto. Un Piccagliani lucido, dritto al punto, a tratti cinico, ma come spesso capita, irresistibile.

CSNY 1974

Non posso competere con lui in quanto a conoscenza di CSNY, ma un commento posso azzardarlo anche io. A me il cofanetto piace, parecchio; al di là dello splendido booklet mi piace il concept in sè: i CSNY ripresi con onestà nel 1974 in piena fase orizzonti perduti. Esecuzioni un po’ sghembe, sbavature, l’innaturale mood dei concerti da stadio, ma anche personaggi di altissima levatura , canzoni di una bellezza commovente, echi di una contro cultura che seppur svanita, rimane uno dei momenti più alti dell’umanità. Con o senza Y, il gruppo pubblicò tre album fondamentali (il primo, Deja Vu e quello del ’77) e i membri di questa strana compagnia come solisti regalarono al mondo altri dischi di valore assoluto: i dieci da studio di Neil Young del periodo 1969/79, quello della YOUNG/STILLS BAND, quelli dei MANASSAS, un paio di STEPHEN STILLS e quello del 1971 di CROSBY. Cofanetto imperdibile anche per il casual fan.Non aggiungo altro, lascio la parola al Pike boy.

002

 

CSNY 1974 di Picca

I dischi dal vivo non dovrebbero, a parer mio, mai derivare da concerti negli stadi. Problemi di monitors, distanza emotiva dal pubblico, necessità di favorire l’aspetto scenico a sfavore della qualità e della precisione: queste le controindicazioni. Figuriamoci quando in ballo ci sono i 4 cavalieri dell’apocalisse californiana, della cosiddetta ‘avocado mafia’ losangelena, i quattro evangelisti del sound di Laurel Canyon tutto intimità acustica, jam fricchettona, armonia vocale e accordatura aperta…
059
055
I motivi del tour? ? La grana’, rispose Stills all’ epoca. I motivi del cofanetto CSN&Y live 1974? Beh, come si sa tutto quello che invecchia acquista valore, almeno nel mondo dell’ affamato appassionato di rock ‘vintagerrimo’ il quale è ben disposto a perdonare imprecisioni e svacco strumentale e vocale per godersi un live dei 4 dell’ Ave Maria dell’ hippie dream di un eone fa. Del resto avevamo riempito per anni gli scaffali delle nostre camerette con bootlegs carissimi e orripilanti che hanno fatto la fortuna di Caru’ & company e adesso abbiamo un cofanettone (3CD! + 1 DVD! Con un booklet meraviglioso!) nel quale produrci in un’ immersion di ciò che fu 40 anni fa. Nell’estate del ’74 i raga non avevano un disco in società da promuovere e le rispettive carriere soliste cominciavano a mostrare segni di notevole cedimento. Stills aveva sciolto i fantastici Manassas (pare a seguito di una cospirazione ordita da Geffen/Ertegun per riportarlo in CSN&Y), Crosby & Nash vivacchiavano di rendita e Neil Young era nel bel mezzo di una delle sue tipiche destrutturazioni (o ristrutturazioni, secondo diverso parere) della sua carriera che lo aveva portato dal rassicurante successo di Harvest al precipizio commerciale del live Time Fades Away.
048
Eppure il tour fu un successo micidiale, forse perchè si trattò del primo ‘revival tour’ della Woodstock Generation che già nei primi edonistici seventies aveva abbandonato il sogno peace&love ma non aveva ancora esaurito la scorta di maria. Il disco è quello che è, pieno di alti e (numerosi) bassi, con Stills, all’epoca vero e proprio aspirapolvere umano di peruviana, che strasuona e stracanta con l’ evidente preoccupazione di intrattenere folle distanti, Crosby già un po’ intontito dagli stravizi, Nash che come sempre gioca la carta dell’ unico con la testa a posto anche un po’ per controbilanciare il minor talento compositivo e Neil Young che se ne sbatte di tutto il baraccone, propone quasi soltanto canzoni (all’epoca) nuove o inedite, non muta il suo atteggiamento di performer pur trovandosi in enormi arene e ne esce come l’unico che valga davvero la pena di ascoltare. Preciso, lucido, intonato.
040
I musicisti di accompagnamento testimoniano che la spontaneità dei primi tempi si era già trasformata in cinica gestione politica dell’affare, con Russ Kunkel (bravissimo ma inadatto) batterista voluto da C&N, Joe Lala (inutile) percussionista imposto da Stills e Tim Drummond al basso indicato da Neil (pare) soltanto per rompere i coglioni a SS così riequilibrando l’assetto delle alleanze in campo. Il tour incassò bilioni ma alla fine i 4 portarono a casa solo briciole, tutto scialacquato in manie da rock stars e indicibili sprechi. Indicare le canzoni migliori del cofano è facile: sono quelle di Neil Young. Nelle altre tracce ci sono ups & downs di cui sopra, Stills che massacra Love The One You’re With ma sublima Word Game, Crosby che senza la giusta confezione sonora vaga alla cieca in Carry Me e Long Time Gone e Nash che prende sempre 6 meno con le sue marcette country/british invasion ma che ha il merito di ‘staccare’ ogni tanto dalla confusa intensità generale  inducendo l’ascoltatore a fischiettare un fatuo ma grazioso motivetto.
004
Per gli amanti della soap-opera CSN&Y un documento comunque imperdibile. Per tutti gli altri: fatevi fare la bobina da un amico che ce l’ha.
(Stefano Piccagliani © 2014)

 

 

 

 

Intervista con RUDY ROTTA, blues guitarist & recensione di “Beatles Vs Rolling Stones” suo ultimo album

21 Lug

Rudy Rotta è uno degli artisti blues italiani più famosi, all’estero soprattutto, basta dare un’occhiata al video qui sotto per farsi un’idea…

 

… questo blog tuttavia non dà troppa importanza alle collaborazioni di artisti italiani con nomi illustri del blues rock internazionale, non snoccioleremo quindi la lunga lista di stelle della musica che amiamo con cui Rudy ha avuto a che fare, però non siamo insensibili… e i soli nomi di GREG ALLMAN e  ETTA JAMES ci fanno giurare la testa. Per uno di quei segni blues che ci piacciono tanto, uno del suo entourage è inciampato nel nostro blog e da lì è nata questa intervista con recensione allegata. Spero sia di vostro gradimento. Ah, prima che mi dimentichi: Frank Lavorino… thank you!

  ♠

INTERVISTA A RUDY ROTTA –  Luglio 2014

Rudy, sei piemontese, svizzero d’adozione, ma quando a 18anni hai iniziato a suonare per davvero lo hai fatto partendo dal Veneto, ma che cosa ha quella regione che la tiene così legata al blues?

Sono nato in Piemonte, ho trascorso alcuni anni della mia infanzia in Romagna poi a 12 anni sono andato in Svizzera, dove i miei genitori erano emigrati, e ci sono rimasto fino a 18 anni. Lì ho incominciato a suonare verso i 13 anni, ovviamente tutto ad orecchio senza maestri o lezioni di musica, semplicemente consumando i dischi…… Sono arrivato a Verona a 18 anni e quasi subito sono entrato a fare parte dei Condors,  un gruppo locale che aveva già raggiunto degli obiettivi prestigiosi. Effettivamente nel Veneto c’è stato un movimento importante legato al blues,  il perché non lo so, probabilmente perché chi ha iniziato a divulgare questa musica ha trovato subito un notevole  seguito.

A 40anni hai lasciato la tua professione per dedicarti unicamente alla musica, scelta difficilissima da fare qui in Italia. E’ stata fattibile grazie a quella che io chiamo “l’incoscienza dei 40anni”, o è stato un processo lento e doloroso?

È stata esattamente l’incoscienza dei 40 anni! Nessun processo lento né doloroso, semplicemente la naturale conseguenza del desiderio di fare ciò che avrei voluto fare a 20 anni.

Lo so, è una domanda che ti avranno già fatto in tanti, ma tra tutte le star del blues con cui hai avuto a che fare ce ne è stata qualcuna che, guardandola negli occhi, ti sei detto “qui dietro c’è una gran persona”? Hai qualche storiella gustosa che ti va di raccontare?

Ogni persona con la quale ho collaborato mi ha lasciato un ricordo indelebile,  sia dal punto di vista musicale che da quello umano. Ricordo l’incontro con Gregg Allman alla House of Blues di New Orleans in occasione del tour per il suo 50esimo compleanno. Dopo essere stato suo ospite sul palco mi disse che voleva venire a suonare con me in Italia, che non voleva soldi ma semplicemente una Ferrari da guidare, cibo e vino…… Oppure con B.B. King al festival di Montreux: mi trovavo nella sala VIP con B.B. e il direttore artistico a sorseggiare dello champagne e mi accorsi che Van Morrison, che doveva aprire il concerto di B.B., mi guardava con aria sospetta cercando di capire chi potessi essere. Dopo la mia performance con B.B., tornando verso il backstage, me lo trovai di fronte e con aria scherzosa gli dissi: “Now you know who i am…….” Grande risata!

Dal punto di vista della esperienza,  ci dai un commento sullo stato del blues in Italia, e sulla musica in generale?

Il blues in Italia è cresciuto molto in questi ultimi 20 anni. Ci sono numerosi musicisti preparati, forse mancano dei progetti musicali originali di un certo spessore. Ritengo la musica molto più importante della bravura  e della tecnica dei musicisti. Per quanto riguarda invece la situazione della musica in generale direi molto male, molto business, molta musica falsa e tante, troppe tribute bands.

Sei un chitarrista da FENDER STRATOCASTER, giusto? Mai usato una Les Paul? Che altre chitarre ti attirano?Che corde e che amplificatore usi? 

Non solo Strato. Uso anche Telecaster, Gibson 345, Les Paul Junior, SG e raramente anche un Les Paul ma è troppo pesante….. Sono endorser della Ernie Ball, uso le 010 mentre per la chitarra slide 011. Sul palco porto sempre dei vecchi Fender Super Reverb abbinati a Vibrolux, Deluxe, Blues Junior che ricevetti dalla Fender Europe inglese in occasione del mio primo tour in Inghilterra.

RUDY ROTTA (foto di Chicca Coltri)

RUDY ROTTA (foto di Chicca Coltri)

Del tuo nuovo disco ne parlerò io dopo l’intervista, ma mi dici gli episodi che ti sono più cari, o quelli che ritieni più riusciti?

Sinceramente,  credo di aver fatto un lavoro molto equilibrato e non saprei scegliere un brano piuttosto che un altro. Ci sono fondamentalmente 3 diverse sonorità all’interno del CD: quella elettrica, quella acustica e i 4 brani con Quintorigo e Gnu Quartet; una particolarità di questo CD è che tutte le parti vocali che ho registrato hanno varie sovraincisioni.

John Mayall’s bluesbreaker: con Clapton, con Peter Green o con Mick Taylor?

Senz’altro Peter Green, anche se devo dire che in quel periodo pure Mr. Clapton andava alla grande.

Dio esiste?

Spero …

Film: i tuoi preferiti.  Un Uomo Da Marciapiede, Goldfinger, Il Colore Viola, tutti i film di Fellini e le pellicole con Sordi in generale.

Musica: 5 album senza i quali non potresti vivere.

White Album, Revolver, Sgt. Peppers, Abbey Road, Rubber Soul.

Per Rudy Rotta chi sono i Led Zeppelin?

La migliore rock band di tutti i tempi.

Blues del Delta e blues di Chicago: immagino che come noi anche tu ti sentirai figlio di ROBERT JOHNSON e MUDDY WATERS; quali altri nomi di blues nero ti hanno segnato l’anima?

Ce ne sono molti..Su tutti direi sicuramente Freddy King,  Albert Collins,  B.B. King,  Albert King,  O.W. Wright, J.L. Hooker…

Nel nome del blues escono album che secondo me di blues hanno ben poco, se non la forma; il blues per avere un senso e per non annoiare a morte deve farti sentire in pericolo oppure deve farti toccare con mano l’abisso su cui si affaccia la malinconia, sei d’accordo?

Troppo spesso si usa il nome blues o bluesman a sproposito. Sono d’accordo con la tua visione però c’è anche il rovescio della medaglia, ossia la gioia  che ti porta a comporre in modo diverso dunque non necessariamente malinconia o pericolo. Un esempio? I Just Wanna Make Love To You (Muddy Waters) oppure Boom Boom (J.L. Hooker).

Un libro che hai divorato?

Germanie” di E. Biagi

Qualche pulsione per il calcio?

Amo il calcio ma quello di una volta, quello dei Riva, dei Mazzola, dei Rivera, dei Baggio, dei Pelè, e dei Maradona senza andare troppo indietro;  il calcio fatto da uomini veri che non fingevano cadute o quant’altro. II tatticismo eccessivo portato dagli olandesi ha purtroppo cambiato tutto, così come Borg nel tennis. Io sono per il talento vero.

Tu hai vissuto gli anni sessanta e settanta, avresti mai pensato che la società sarebbe arrivata a questi bassi livelli  e che sarebbe precipitata in questa fogna dove etica, senso civico, fratellanza sono concetti ormai spariti?

No, non lo avrei mai immaginato anche se con il passare del tempo mi sono sempre accorto che stavamo andando nella direzione sbagliata; credo che ormai sia troppo tardi ma, come si suol dire, la speranza è sempre l’ultima a morire,  quindi speriamo…..

Conoscevi per caso ADRIANO VETTORE, altro grande chitarrista blues italiano? Un ricordo legato a lui?

Molto bene anche se negli ultimi anni non abbiamo avuto occasione di vederci.  L’ho chiamato più di una volta durante il periodo della sua malattia,  brutta storia. Mi diceva che lo avevano lasciato da solo. Uno dei primi ad iniziare con il blues in Italia, una persona di grande umanità e dignità.

Rudy Rotta band

Cosa fai adesso? Hai qualche progetto per il futuro?

Sì, prima di fine anno uscirà “Volo Sul Mondo”,  un progetto legato alla solitudine ed ai disagi dei bambini. Il brano “Volo Sul Mondo” l’ho dedicato ai miei nipotini in primis, ma ovviamente va a tutti i bambini del mondo.  Che possano ritrovare spensieratezza, gioia, voglia di giocare nel cortile o anche in strada e non davanti ad un computer ad un cellulare oppure ai videogiochi.

Hai girato parecchio, c’è un posto oltre l’Italia o la Svizzera che potresti chiamare casa? Un posto che ti ha fatto sentire vibrazioni particolari?

Mi sono sempre trovato bene ovunque io sia stato, chiaro che il Nord Europa mi ha regalato grandi emozioni durante i miei concerti o tour, devo però dirti che con il mio paese ho un rapporto di amore-odio. Adoro l’Italia e tanto mi piacciono gli italiani veri e semplici, odio invece tutte quelle persone che si atteggiano a voler essere ciò che non sono, quelli che per i propri comodi non esitano a distruggere le vite altrui, la politica insegna……

Hai fatto un disco dedicato a BEATLES e ROLLING STONES, immagino che oltre al blues  ti piaccia anche il Rock, quale è dunque la cosa che ti manca di più dell’epopea classica della musica rock (seconda metà sessanta/seconda metà settanta)?

Seconda metà anni 60 prima metà anni 70.

Quando si tratta di concerti rock o  blues vissuti in prima persona, quali sono i ricordi a cui sei più legato?

Tanti, veramente tanti. Stevie Wonder, Paul McCartney, SRV, Allman Brothers, Brian Setzer, Al Green, Taj Mahal, B.B. King, Steve Winwood, solo per citarne alcuni…

Un amante della musica della nostra generazione non può che essere affezionato al vinile, tu riesci ancora a sentire il fascino per i 33 giri? Riesci a provare qualcosa di simile anche per i CD, magari quelli in deluxe edition?

No, in sincerità preferisco decisamente il vinile.

Ti senti più vicino alla scuola inglese o a quella americana, parlando naturalmente di musica blues / rock?

Quella americana anche se quella inglese mi ha introdotto a quella americana; non sono un grande amante del blues inglese nonostante,  ripeto, mi abbia fatto da tramite per giungere poi al grande blues americano.

Ci sono giornalisti musicali italiani che ammiri e stimi?

Beh, sì tanti anche se per una volta non vorrei fare dei nomi per non far torto ad altri. Proprio in questi giorni di interviste noto la grande preparazione e il grande amore di molti giornalisti che mi fanno delle domande molto intelligenti che sto apprezzando moltissimo.

Nel congedarci da te vorremmo un tuo pensiero o una citazione che ti sta a cuore.

LA VITA E’ BLUES, IL BLUES E’ VITA questo è un mio pensiero con il quale spesso firmavo o firmo Cd, manifesti ecc……

 ♠

RECENSIONE:  RUDY ROTTA “Beatles Vs Rolling Stones” (Slang Records 2014) – TTTT

L’intervista è stata fatta soprattutto perché il disco mi piace, molto. Rudy ha preso alcune canzoni dei ROLLING e dei BEATLES e le ha accoppiate, facendo sciogliere le une nelle altre, in un gioco melodico e ritmico riuscito. Quello poi che trovo convincente è la grinta di Rudy e della band, l’atteggiamento con cui vengono affrontate, senza tralasciare poi l’originalità dell’approccio all’arrangiamento. SYMPATHY/COME TOGETHER e GET OFF OF MY CLOUD/TICKET TO RIGH sono efficaci e fin da subito ti fan capire di che pasta sia fatto il disco.

Rudy Rotta Beatles Vs Rolling Stones fronte

RUBY TUESDAY/STRAWBERRY FIELDS FOREVER è fatta con l’aiuto del GNU QUARTET è coglie bene lo spirito del modello d’epoca. UNDER MY TUMB/THINGS WE SAID TODAY ci riporta sui binari più consoni del Rock …

FILE AUDIO: UNDER MY THUB / THINGS WE SAID TODAY

… bella poi la scelta di TELL ME. Buono il lavoro sull’acustica per AS TEARS GONE BY arricchito dal violino di LAURA MASOTTO, il tutto va a confluire in HERE, THERE AND EVERYWHERE che Rudy canta in modo ispirato, mi sono venuti i brividi…

FILE AUDIO: AS TEARS GONE BY/HERE, THERE AND EVERYWHERE

MISS YOU non è troppo distante dall’originale, mentre SATISFACTION e OB-LA-DI OB-LA-DA diventano due bluesacci divertenti (e la Sweet Home di Obladì diventa naturalmente quella di Chicago); chitarra acustica per YOU CANT GET e LET IT BE, approccio funk per DAY TRIPPER. LADY JANE e JULIA sono suonate insieme ai QUINTORIGO, il risultato è quello che ti aspetti forse ma sarà anche per la bellezza dei due pezzi che te le ascolti commosso fino alla fine. Molto carina la bonus track che incornicia la fine del disco. Di nuovo eccellente il lavoro sull’acustica.

Per chi come me fatica molto a trovare dischi decenti di recente pubblicazione, questo album di Rudy Rotta è un sollievo. Certo, sono cover, ma il concept è allettante e il risultato è senza alcun dubbio positivo.

 

Rudy Rotta Beatles versus Rolling Stones retro

CREDITS:

Rudy Rotta vocals & guitars
Pippo Guarnera keyboards
Enrico Cecconi drums
Renato Marciano bass
Special Guests:
Gnu Quartet on Ruby Tuesday & Strawberry Fields Forever
Quintorigo on Lady Jane & Julia
Ernesttico percussions
Laura Masotto violine on As Tears Go By & Rocky Raccoon
Nicola Cipriani Lead guitar on As Tears Go By & Here, There And Everywhere
Luca Degani accordeon on Here, There And Everywhere
Produced by: Rudy Rotta
Recorded and mixed at: Sotto Il Mare recording studio by Luca Tacconi

 

 

LED ZEPPELIN II Super Deluxe Editon (Swan Song 2014 – 96 euro)

15 Lug

(BROKEN) ENGLISH VERSION BELOW

Con un po’ in ritardo ecco la seconda puntata riguardante le prime tre super deluxe edition dei LED ZEPPELIN. LED_ZEP2 ok  ORIGINAL ALBUM – LZ FAN: TTTTT+

ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTTTT+  

BONUS DISC – LZ FAN: TTT

BONUS DISC – CASUAL FAN: TT  

PACKAGING: TTTT

Print

Disc 1: Original album (released as Atlantic 588198 (U.K.)/SD-8236, 1969)

  1. Whole Lotta Love
  2. What Is and What Should Never Be
  3. The Lemon Song
  4. Thank You
  5. Heartbreaker
  6. Living Loving Maid (She’s Just a Woman)
  7. Ramble On
  8. Moby Dick
  9. Bring It On Home

Ottobre 1969, i LED ZEPPELIN sono uno degli eventi più significativi della musica Rock dell’anno in corso, il primo disco è andato benissimo, i concerti – grazie ad un passaparola costante e martellante –  diventano una sorta di happening a cui partecipare a tutti i costi, tutti vogliono vedere la nuova band inglese che sta infiammando quella che sta diventando LA musica Rock. A soli 10 mesi dal primo album, in quello splendido autunno, la prestigiosa ATLANTIC Records fa uscire LED ZEPPELIN II. Sarà un disco epocale, la definizione ultima del rock proveniente dal blues, il getto di lava altissimo che il vulcano del british blues scarica sul mondo, la perpendicolare universale a cui tutte le altre rette del Rock si appoggeranno per creare quegli angoli meravigliosi di musica che tutti amiamo. LZ II miglior esempio di musica Rock in senso stretto. Scritto e registrato durante gli incessanti tour del 1969 in diversi studi musicali, l’album è già molto più avanti del primo: pezzi definiti e brillanti, arrangiamenti senza pecche, esecuzioni formidabili, produzione magnifica, un sound spaziale, un guitar sound denso, tondo e caldo e una combinazioni di riff mai sentita sino ad allora. L’album volò al primo posto in USA, UK, CANADA, AUSTRALIA, SPAGNA e GERMANIA. al secondo in ITALIA, al terzo in FRANCIA, all’ottavo in GIAPPONE. Ad oggi negli USA ha venduto più di 12 milioni di copie, 1,2 milioni in UK. Nel 1970 fu il quarto album più venduto in Italia, battuto solo da MINA e dai BEATLES (Abbey Road e Let It Be).

LZ 1969 promo

LZ 1969 promo

Per LZ II JIMMY PAGE, chitarrista-leader-produttore-compositore-architetto sonoro-visionario, abbandona la Telecaster e passa alla GIBSON LES PAUL STANDARD, la chitarra che lo consacrerà uno dei quattro chitarristi dell’apocalisse, una chitarra che lui consacrerà icona della musica Rock.

WHOLE LOTTA LOVE potrà anche avere il testo basato su YOU NEED LOVE di willie dixon (scritto in piccolo, nessuna stima per l’uomo) e il cantato su YOU NEED LOVIN’ degli SMALL FACES, ma rimane un momento fondamentale della genesi originale della musica rock. Un riff di chitarra all’apparenza semplice ma di una forza propulsiva fino ad allora inimmaginabile, un suono di chitarra grosso e grasso, un basso che duplica il disegno della chitarra, un batterista che batte il ritmo come un fabbro ferraio batte il metallo sull’incudine sull’onda di una dinamica che solo lui possiede, un break strumentale e sperimentale dove gli effetti del Theremin e i versi di PLANT simulano un orgasmo cosmico. C’è poi l’assolo di chitarra: quanti aggettivi bisogna usare per cercare a descriverlo? Dieci, venti? Sei frasi di chitarra – suonate col wah wah inserito ma senza agire sul pedale – che diventano le pagine principali dell’abbecedario dei guitar licks. Potenza dunque ma anche tanta prelibatezza musicale. Il testo è sfacciato, volgarotto, dritto al punto, un rigurgito delle allusioni nemmeno tanto velate al sesso di derivazione blues, nulla di speciale se non uno schiaffo di concretezza carnale alle pulsioni intellettualoidi dei gruppi californiani seconda metà anni sessanta. Curioso come nessuno sia mai riuscito a dare una versione live convincente del pezzo, nemmeno i LZ. Ci hanno, ci abbiamo, provato in milioni ma nessuno è mai riuscito ad imprimere alle tre note (che poi sono 4 anzi 5) che compongono il riff il giusto accento, l’esatto swing, il sospiro magico.  Ascoltato a volume alto WHOLE LOTTA LOVE manda in autocombustione l’animo di qualsiasi amante del Rock degno di questo nome.

WIAWSNB mette in scena giù al secondo pezzo la formula del light and shade tanto cara a PAGE: un soffio di dolcezza presto contrapposto al duro Rock alla LED ZEPPELIN. Gran bell’episodio, il primo (probabilmente) dedicato a Shirley Wilson, la sorella della moglie di PLANT. Il biondo di Birmingham ebbe una storia con lei prima di mettersi con Maureen e dopo il divorzio da quest’ultima. Plant ha avuto figli da entrambe. THE LEMON SONG in pratica è KILLING FLOOR con aggiunta la famosa frase di TRAVELING RIVERSIDE BLUES di ROBERT JOHNSON “spremimi il limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba”. Audace PLANT a cantarla nell’Inghilterra del 1969, non che fosse stato facile per JOHNSON negli anni trenta, ma i “race records” erano dischi per le zone franche delle barrel houses e juke joints, dove certe frasette erano di casa. THANK YOU canta l’amore di RP per sua moglie sul giro melodico di RE-SOL-DO-RE e chiude con dolcezza il lato A del disco.

LZ 1969 promo

LZ 1969 promo

HEARTBREAKER però riporta subito  l’album  sui sentieri dell’hard rock; il riff diventerà leggendario così come l’assolo senza accompagnamento, una scarica di elettricità cosmica, magari un po’ sghemba ma efficacissima. Un plauso a PLANT: cantare su basi così crude e prive di appigli melodici non deve essere stato facile. LIVING LOVING MAID è spesso criticata dal pubblico anglo-americano, probabilmente per il testo, tra l’insipido e lo sciocchino. dedicato ad una groupie di una certa età che ormai non incanta più nessuno. In Italia è un brano apprezzato, un buon riff, un ritornello un po’ rhythm & blues e un finale d’assolo molto sexy. RAMBLE ON nelle tematiche si rifà a tradizioni britanniche, Il Signore Degli Anelli e tutte quelle sciocchezze che a me – figlio dell’Impero Romano – non interessano. Musicalmente il brano è un gioiellino: un gioco delizioso di chitarra acustica che si alterna al rock duro del ritornello. Bello comunque l’inizio del testo…le foglie che cadono, la luna d’autunno che illumina il cammino, il sentire che sta arrivando la pioggia.

MOBY DICK e un altro riff spettacolare arricchito da break di chitarra solista meravigliosi. Strano che un impianto di tal valore sia stato messo in piedi a cornice di un assolo di batteria. Ora, d’accordo, gli assoli di batteria all’epoca erano di gran moda, JOHN HENRY BONHAM è il miglior batterista Rock di tutti i tempi, ma forse un riff così imponente e ben strutturato poteva essere usato per un brano cantato. Chiude BRING IT HOME il blues di SONNY BOY WILLIAMSON: dapprima il gruppo fa il compitino e cerca di riprodurre il senso dell’originale, poi esplode grazie all’ennesimo riff deflagrante di PAGE.

Album dunque riuscitissimo, capitolo essenziale della musica Rock, patrimonio dell’umanità. PLANT che inizia a essere più maturo, i testi che timidamente si allontanano un po’ dagli stereotipi del blues; JOHN BONHAM che esce dalle retrovie e diventa definitivamente uno degli attori principali; JOHN PAUL JONES non ancora libero di esprimere le sue molteplici capacità ma punto fermo del gruppo grazie ad un lavoro di basso efficiente, efficace ed elegante; JIMMY PAGE che diventa IL chitarrista Rock.

ARTWORK: il gruppo non diede nessun input particolare a DAVID JUNIPER, l’autore della copertina, se non quello di cercare qualcosa di interessante. A me non soddisfa del tutto. Mi piace il dirigibile stilizzato tra il bianco e marrone, ma trovo l’idea di inserire le facce dei musicisti e di alcuni altri personaggi famosi su una vecchia foto di una squadriglia aerea tedesca della prima guerra mondiali, piuttosto comica. Il logo non mi dispiace, ma tra quelle nuvolette mi sembra sia in contrasto con la sagoma del dirigibile. Piuttosto sopra le righe ed autocelebrativo l’interno, che usa un linguaggio grafico diverso rispetto alla copertina.

LZ II the original foto

LZ II the original foto

Led Zeppelin II - interno

Led Zeppelin II – interno

 

Disc 2: Companion audio disc (previously unreleased)

  1. Whole Lotta Love (Alternate Mix)
  2. What Is and What Should Never Be (Alternate Mix)
  3. Thank You (Backing Track)
  4. Heartbreaker (Alternate Mix)
  5. Living Loving Maid (She’s Just a Woman) (Backing Track)
  6. Ramble On (Alternate Mix)
  7. Moby Dick (Alternate Mix)
  8. La La (previously unreleased song)

Nulla di eccezionale per quanto riguarda il companion disc, soprattutto per il casual fan. Per il fan in senso stretto è interessante LA LA, uno strumentale inedito che però potrebbe essere una sorta di patchwork. Come gia scritto su OUTSIDER di giugno “al primo ascolto l’unica vera sorpresa è LA LA, un inedito strumentale di ottima fattura. Il mood del pezzo è un po’ quello di CHEST FEVER della BAND: organo, chitarra, basso e batteria su un ritmo sostenuto. Ricordiamo tra l’altro che di CHEST FEVER dovrebbe esistere una cover completa fatta dal gruppo proprio nel 1969. Il break di chitarra acustica è un po’ pasticciato, poi arriva l’elettrica e l’atmosfera diventa un po’ in stile WHO. Bell’assolo di chitarra, non troppo cesellato, ma vivo e palpitante … dopotutto è il Page del 1969 che parla. Sul finale la chitarra slide zompetta tra il bel basso di Jones e il drumming sempre spettacolare dell’indimenticato John Bonham”.

Di un certo interesse anche HEARTBREAKER, è un semplice missaggio alternativo, ma il suono della batteria è particolare, molto più nero, più black music intendo, rispetto a quello della versione originale. Gli altri alternate mixes non mi scaldano più di tanto, così come le backing track che però mi sono divertito ad ascoltare. JIMMY PAGE avrebbe dovuto proporci molto di più.

LZ 2 Companion disc

 (BROKEN) ENGLISH VERSION 

Disc 1: Original album (released as Atlantic 588198 (U.K.)/SD-8236, 1969)

October 1969 LED ZEPPELIN are one of the most significant events in rock music this year, the first disc did very well, concerts – thanks to word of mouth and constant pounding – become a sort of happening to attend to all costs, everyone wants to see the new British band that is inflaming what is becoming THE Rock music. Just 10 months after the first album, in that splendid autumn, the prestigious ATLANTIC Records realeses LED ZEPPELIN II. It will be a epochal album, the ultimate definition of rock from the blues, the stream of lava that the volcano of the British blues shoots very high and pours on the world, the universal perpendicular to which all other lines of the Rock will be supported to create those wonderful angles of music we all love. LZ II best example of rock music in the strict sense. Written and recorded during the incessant tours of 1969 in several music studios, the album is already far ahead of the first: sharp and brilliant pieces, flawless arrangements, terrific performances, great production, a space sound, a guitar sound dense, round and hot and a combination of hot and riffs ever heard until then. The album flew to n.1 the USA, UK, CANADA, AUSTRALIA, SPAIN and GERMANY charts, n.2 in ITALY, n.3 in FRANCE n.8 in JAPAN. To date, in the the U.S.it  has sold over 12 million copies, 1.2 million in the UK. In 1970 it was the fourth best selling album in Italy, beaten only by MINA and the BEATLES (Abbey Road and Let It Be).

For LZ II JIMMY PAGE, leader-guitarist-producer-composer-architect-visionary sound, leave the Telecaster and goes to GIBSON LES PAUL STANDARD, the guitar that will make him one of four guitarists of the apocalypse, a guitar that he will consecrate as a icon of  Rock music.

Whole Lotta Love may be based on the text of willie dixon (written in small, no respect for the man) YOU NEED LOVE and on the singing of YOU NEED LOVIN by the SMALL FACES, but it remains a fundamental moment in the original genesis of Rock music. A guitar riff seemingly simple but a driving force hitherto unimaginable, a big fat guitar sound, a bass that duplicates the design of the guitar, a drummer who beats the rhythm like a blacksmith beating on the metal ‘anvil on the wave of momentum that only he possesses, and an instrumental break where the effects of experimental Theremin and the verses of PLANT simulate a cosmic orgasm. Then there is the guitar solo: how many adjectives you have to use  to try to describe it… ten, twenty? Six lead guitar breaks- played with the wah-wah pedal inserted – which become the main pages of primer guitar licks. Power, therefore, but also a lot of musical delicacy. The text is cheeky, dissolute, straight to the point, a regurgitation of the not so veiled allusions to sex-derived blues, nothing special if not a slap of concrete carnal impulses to the highbrow Californian groups of late sixties. Funny how no one has ever been able to give a convincing live version of the piece, even LZ.  In millions have tried but nobody has been able to impress the three notes (which are in fact 4 or better 5) that make up the riff the right accent, the exact swing, the magical sigh. Listened at top volume WHOLE LOVE LOVE  sends the spontaneous combustion of any rock lover soul worthy of the name.
WIAWSNB stages down to the second part of the formula light and shade so dear to PAGE: a breath of sweetness soon as opposed to LZ hard rock. very good episode, the first (probably) dedicated to Shirley Wilson, sister of the wife of PLANT. The Birmingham blonde had an affair with her before going with Maureen and after thedivorce from the latter. Plant had children by both. THE LEMON SONG is KILLING FLOOR with the addition of the famous phrase of ROBERT JOHNSON’S TRAVELING RIVERSIDE  “squeeze my lemon until the juice runs down my leg.” PLANT daring to sing it in England in 1969, it was not that easy for JOHNSON in the thirties, but the “race records” were records for the free zones of the barrel houses and juke joints, where some sentences were common. THANK YOU sings the love of RP for his wife over melodic chord progression RE-SOL-DO-RE (D-G-C-D) and gently closes side one.

HEARTBREAKER put the album  right back on the trails of hard rock; the riff become legendary as the solo without accompaniment, a burst of cosmic electricity, maybe a little ‘crooked but very effective. A praise to PLANT: to sing on bases so raw and unmelodic must not have been easy. LIVING LOVING MAID is often criticized by the Anglo-American public, probably for the insipid and sillylyrics dedicated to a groupie of a certain age who no longer enchants anymore. In Italy it  is a popular song, a good riff, a chorus a little ‘rhythm & blues and a very sexy final solo. RAMBLE ON themes in harks back to British traditions, Lord Of The Rings and all that nonsense to me … I’m a son of the Roman Empire and I’m not not interested in it. Musically, the song is a gem: a delightful game of acoustic guitar that alternates with hard rock chorus. Beautiful however, the beginning of the text … the falling leaves, the autumn moon lighting the way, to hear that the rain is coming.

MOBY DICK is, another wonderfill riff enhanced by spectacular lead guitar breaks. Strange that a plant of this value has been set up to frame a drum solo. Now, I agree, the drum solos at the time were all the rage, JOHN HENRY BONHAM is the best rock drummer of all time, but maybe a riff so impressive and well structured could be used for a song sung.  BRING IT HOME closes the album; it’s the SONNY BOY WILLIAMSON blues: at first the group does its homework and try to reproduce the sense of the original, then explodes thanks to yet another deflagrating JIMMY PAGE riff.

Therefore highly successful album, an essential chapter of  Rock music, a world heritage album. PLANT starting to be more mature, luyrics shyly turn away a bit ‘from the stereotypes of the blues; JOHN BONHAM coming out from the back and finally becomes one of the main actors; JOHN PAUL JONES still not free to express his many skills but point of reference in the group thanks to the efficient, effective and elegant bass work; JIMMY PAGE becoming THE Rock guitarist.

ARTWORK: The group gave no particular input to DAVID JUNIPER, the author of the cover, if not to try something interesting. I do not fully comply. I like the stylized blimp between white and brown, but I find the idea of putting the faces of the musicians and some other celebrities on an old photo of a German air squadron of the First World War, rather comical. The logo I do not mind, but between those clouds seem to be in contrast with the shape of the airship. Rather over the top and self-indulgent interior, which uses a graphical language different than the cover.

Disc 2: Companion audio disc 

Nothing exceptional as regards the companion disc, especially for the casual fan. For the fans in the strict sense it is interesting LA LA, one unreleased instrumental that could be a sort of patchwork. As already written on the june issue of the Italian mag OUTSIDER “at first listen the only real surprise is LA LA, an original instrumental of excellent workmanship. The mood of the piece is a bit like CHEST FEVER BAND: organ, guitar, bass and drums on a fast pace. among other things there should be a complete cover of CHEST FEVER recorded by the group in 1969. The acoustic guitar break  is a bit ‘messy, then comes the electricity and the atmosphere becomes a bit’ WHO style. nice solo guitar, not too chiseled, but lively and vibrant… after all it is the Page of 1969 who speaks. OTowards the end a slide guitar skips between the beautiful bass playing of Jones and the always spectacular drumming of the unforgettable John Bonham “.

Of some interest also HEARTBREAKER, it is a simple alternative mix, but the sound of the drums is particularly black, more black music I mean, compared to the original version. The other alternate mixesI do not heat up too much, as well as the backing tracks but I enjoyed listening to. JIMMY PAGE was supposed to propose much more.

LUCA MAGNOLI “Still On Track” (30 Holding – 2013) – TTT½

7 Lug

In questi ultimi hanno ho imparato ad essere meno snob verso gli album auto prodotti o pubblicati per piccole etichette, ogni tanto contengono alcune canzoni davvero carine; è il caso di STILL ON TRACK di Luca Magnoli, musicista di Varese molto attivo come bassista/chitarrista di almeno tre formazioni. Luca ama molto il blues, la psichedelia, il rock classico (Led Zep e Bad Co included) e quel bluesrock suadente e sfigatamente elegante alla JJ Cale (che il demonio lo abbia in gloria!).

Chi fosse interessato a saperne di più: http://www.reverbnation.com/lucamagnoli

STILL ON TRACK, pur appoggiandosi a classiche basi del genere, è un disco tutto sommato obliquo, aggettivo e approccio che ci piacciono parecchio. MAGNOLI suona tutti gli strumenti (persino la batteria nel primo pezzo, il resto è batteria elettronica Roland). LUCA riesce a costruirsi un mondo tutto suo e lo registra in diretta in casa sua tra il bagno e la sala da pranzo su un 4 tracce Roland.

LUCA MAGNOLI - STILL ON TRACK 018

MARY ELLE proviene dalle corde di CHUCK BERRY, CALE da quelle di JJ ovviamente. GREY BLUES ci fa capire che bravo chitarrista sia LUCA. Personalmente non riesco più a sopportare brani blues lenti che non siano dei padri neri (1920-60) o dei padri bianchi del british blues (1964-69), ma questo blues grigio l’ho ascoltato con piacere fino in fondo. I DON’T KNOW WHY credo sia il pezzo di punta e mi piace un sacco. Groove simile alla indimenticabile BURNIN’ SKY della BAD COMPANY, caratterizzato da un approccio di nuovo alla JJ CALE e da un cantato guascone. Qui il file audio:

LUCA MAGNOLI “I Don’t Know Why” 2014

Le cover sono affrontate con un piglio personale ma in dischi come questi preferisco il materiale originale. Bello MILANES BLUES con un pianino non indifferente, gradevole anche il resto tra swing, shuffle e blues appunto. RIP subito ti lascia un po’ di stucco, gli echi di DYLAN sono forti ma poi, una volta prese le misure, il brano si fa ascoltare fino alla fine. Bello la lunga coda strumentale con la solista in evidenza. Chiude TURTLES BLUES, un quadretto acustico e bluesy alla ERIC CLAPTON.

Album senza dubbio piacevole. Bravo Magnoli.

LUCA MAGNOLI - STILL ON TRACK 018

ROLLING STONES, Roma, Circo Massimo, 22 june 2014

28 Giu

Introduction

I Rolling Stones… difficile prescindere da loro, per quanti milioni di esseri umani sono stati un esempio, una luce guida, uno stile di vita? Per me certamente sì, le figure di Mick e Keith sono state il template per i sogni di rock and roll miei e di Tommy ai tempi dei MIDNIGHT RAMBLERS (inizio anni ottanta… il nome era tutto un programma) prima e della CATTIVA COMPAGNIA originale (1988-1993) poi. Quegli album,  quelle canzoni, quel senso di fighinaggine Rock. Quel rimanere completamente estasiati davanti a quei quadretti musicali nascosti tra gli angoli più in ombra dei loro album: MOONLIGHT MILE, COMING DOWN AGAIN, WINTER e poi ancora NO EXPECTATIONS, MEMORY MOTEL e le ballate sbilenche cantate da KEITH RICHARDS. I Rolling che ho vissuto in diretta sono quelli di LOVE YOU LIVE (il disco dal vivo col miglior titolo di sempre), SOME GIRLS, EMOTIONAL RESCUE, TATTO YOU, i Rolling che ho visto dal vivo sono quelli di SAN SIRO 2003, nel 1982 ero a militare e quelli fine anni ottanta/anni novanta chissà perché me li sono persi. A San Siro c’era anche Picca, non ha lo stesso ricordo che ho io… a me piacquero davvero tanto e per molto tempo pensai che era quello il miglior concerto a cui avevo mai  assistito (dal punto di vista spettacolare, di visual insomma, lo è tutt’ora). In questi ultimi anni il mio rapporto con loro si è sfilacciato, non riesco più ad accettare certe inadeguatezze strumentali, non riesco più a credere a quel vecchio adagio che vuole CHARLIE WATTS grandissimo batterista rock, non riesco a non infastidirmi davanti al chitarrsimo di RON WOOD. KEITH RICHARDS è un caso a parte, lui è il Rock, riff efficaci e riconoscibili, songwriting (in partnership con JAGGER) stellare, physique du role perfetto. Certo, chitarristicamente particolare”(diciamo così) , non un musicista dal talento naturale, ma di tutto rispetto fino a che è restato concentrato sulla chitarra, diciamo primi anni settanta, fino a quando utilizzava con buona frequenza la GIBSON LES PAUL. Dopo è stato risucchiato dalla facilità del suonare sulla TELECASTER con accordatura aperta sempre e comunque, quella che ti consente di non sfigurare quasi mai, di fare il KEITH RICHARDS.

Sempre controproducente fare queste considerazioni, perché poi si scatenano quelli che pensano di sapere e di aver capito tutto, quelli che ti dicono che allora non capisci il rock, ma questo è un blog così, obliquo, blues (nel senso lato) e quindi non possiamo esimerci dall’analisi introspettiva anche riguardo al rock. Sì perché poi non è che a me piacciano solo  i musicisti che “sanno suonare” (qualsiasi cosa significhi), anzi tutt’altro… spesso quelli che san suonare (o credono di saperlo fare) li trovo insopportabili e fastidiosi… mi piacciono ad esempio i MOTT THE HOOPLE e la BAD COMPANY… tolto PAUL RODGERS non è che gli altri siano proprio dei musicisti incredibili, però mi piace come portano a casa il pezzo, come lo confezionano con cura, come riescano a sembrare professionisti seppur abbiano limiti. I Rolling spesso sfiorano il dilettantismo puro, incappano in pasticci a volte incredibili, incredibili sì, per musicisti che da 50 anni suonano insieme sbagliare ancora i finali è un po’ troppo, entrate di batteria fuori tempo, assoli di chitarra (quelli di RW) spesso ridicoli e da band di parrocchia… tutto questo  andrebbe bene per una band che suona alla festa dell’amicizia di Villa Bagno, non per chi si esibisce al Circo Massimo davanti a più di 70.000 persone che hanno pagato 80 euro ciascuna.

Rolling Stones Circo Massimo Roma Locandina 22-06-2014

Ma i Rolling godono di una immunità musicale totale, senza riserve. Il mio caro amico L (bona fide rocker, musicista di ottimo livello) ad esempio era al concerto, gli chiedo un parere a caldo… gli sono piaciuti un sacco e non è d’accordo con il mio punto di vista… eppure lo stesso L era stato deciso nel criticare (con santa ragione) la performance di PAGE nella reunion del 2007… era evidente la cosa, soprattutto per i musicisti, ma allora perché non si adopera lo stesso metro per i RS? Forse perché nell’immaginario collettivo i LZ (e JP in particolare) sono una band di virtuosi, mentre i RS sono sempre stati una band di simpatici disgraziati? Mah, mi interrogo spesso su questa cosa, ci perdo il sonno.

Sì perché poi leggo la (banale) recensione del concerto su Repubblica e mi chiedo se abbiamo visto lo stesso show:

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2014/06/22/news/stones-89724010/?ref=HREC1-29#gallery-slider=89764650

… sì perché poi leggo commenti su facebook del tipo “Sono stati eccezionali. Tutto il resto è solo rosicata”. Rosicata? Ma perché? Io amo i ROLLING, son contento dei loro trionfi, ma non sono stati eccezionali (almeno non tutti i membri), divertenti semmai, ecco questo sì. Io le orecchie le ho, il cervello anche, se fanno qualche figura barbina lo sento, se decine di migliaia di persone si riversano a vedere una banda di settantenni che suona pezzi scritti in giovinezza, beh qualche domanda sullo stato di salute del Rock me la faccio.

Bene, ho detto la mia. Ora posso concentrarmi sul vero motivo di questo post: LA MIA ADORAZIONE INCONDIZIONATA A MICK JAGGER. Tra un mese compirà 71 anni (71) ed è ancora in una forma S P E T T A C O L A R E. Vederlo, fighissimo, correre (in senso stretto) per il palco, cantare (quasi sempre) bene, intrattenere come mai nessun altro, reggere lo spettacolo da solo è semplicemente favoloso. Sì, e piantiamola una buona volta, è JAGGER che tiene su il baraccone. A parte RICHARDS, dietro di lui ci potrebbe essere chiunque altro,  qualsiasi altro batterista e la gente ballerebbe comunque. JAGGER, il pathos rock di RICHARDS e quelle canzoni. Ripenso ad un numero di qualche anno fa di CLASSIC ROCK MAGAZINE UK dedicato ai front men del Rock: primo posto della classifica Bon Scott, tra i primi 5 anche Robert Plant, nessuna menzione per MICK JAGGER. Sono ancora qui – allibito – a chiedermi il perché.

Se c’è un dio su questa terra, si chiama MICK JAGGER.

Going down to Rome

Non fosse stato per la groupie comunque, non sarei andato a vederli a Roma, in un prato. Alla mia età è uno sport estremo a cui non voglio più partecipare, ma lei non li aveva mai visti, e questo potrebbe essere davvero l’ultimo tour, così mi convinco e l’accompagno, spinto anche dal fatto che un giorno a ROMA, città che amo molto, non può che farmi bene di questi tempi.

Domenica 22 giugno, di prima mattina alla stazione MEDIOPADANA dell’altavelocità di Regium Lepidi, praticamente dietro casa. Sono ancora assonnato …

Tim - waiting on a train. Stazione Mediopadana AV (foto della groupie)

Tim – waiting on a train. Stazione Mediopadana AV (foto della groupie)

Dopo 55 minuti siamo a Firenze, in due ore e mezza alla stazione Tiburtina. ITALO TRENO mi piace, l’alta velocità è una gran comodità, certo è anche uno sfregio che attraversa l’Italia. Abbiamo una stanza prenotata all’ARGILETO Residenze, 20 metri dal viale dei Fori Imperiali. Un’ottima scelta questa, courtesy of the groupie. Pranziamo in un ristorantino nei paraggi, un giretto tra i fori…

A day at the forum with the groupie (foto di TT)

A day at the forum with the groupie (foto di TT)

poi cala inesorabile l’abbiocco, ci ritiriamo nei nostri (splendidi) appartamenti. Entriamo al Circo Massimo vero le 17, la situazione è già sul complicato andante, i cellulari non funzionano ma ad un certo punto incontriamo, per una di quelle coincidenza fortuite che poi sono i segni del blues, Lakerla (la mia socia) e Salvo, mangiamo qualcosa, sfidiamo l’afrore di piscio dei bagni chimici, e ci prepariamo a raggiungere una posizione che non sia lontano 200 metri dal palco …

TT: feed the blues (foto di ST)

TT: feed the blues (foto di ST)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di TT)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di TT)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di Saura Terenziani)

Rolling Stones Circo Massimo 2014 (foto di Saura Terenziani)

Verso le 20 inizia JOHN MAYER, un’ora di pop rock dai lievi contorni blues noiosetto e francamente inutile poi, verso le 21,45 entrano gli STONES.

Rolling Stones Circo Massimo Roma scaletta 22-06-2014

Si parte con  JUMPING JACK FLASH e per quanto mi riguarda l’inizio non poteva essere peggiore. Da classico del Rock bello, duro, corposo, da alcuni anni JJF è diventato, grazie alla fragile frasetta di chitarra di RON WOOD, un jingle per bambini (per intenderci dal minuto 03:04 del clip qui sotto)…

… son già lì che già scuoto la testa quando parte LET’S SPEND THE NIGHT TOGETHER, e mi viene la pelle d’oca, gli STONES, finalmente! Sentimento rafforzato da (una sgangherata) IT’S ONLY ROCK AND ROLL e da TUMBLING DICE, il “mio”pezzo”,  con uno dei pochi assoli decenti di RW di stasera…

Senza tanti clamori sbuca poi MICK TAYLOR, MICK TAYLOR cazzo! Imbolsito, senza più le scintille tra le mani, ma pur sempre anni luce dal suo sostituto. JAGGER è incredibile, ho già scritto tutto nella introduzione, ma rimango a bocca aperto, che magnifico rock and roller, che superbo intrattenitore. Mi godo pure CHUCK LEAVELL e BOBBY KEYS, due figure importanti per chi ama il Rock e i ROLLING. Mi infiammo per HONKY TONK WOMEN, sì certo ormai forse non se ne può più, ma è stata una forza trainante della mia crescita.

Il momento di KEITH RICHARDS parte con YOU GOT THE SILVER, uno sferragliamento di chitarra slide che dalla mia posizione mi pare incredibile (nell’accezione negativa). Risentirla su youtube non sembra così terribile; entra poi la batteria (dal minuto minuto 04:10 in questo videoclip) e sembra arrivato il momento del dilettante. Mah. La groupie mi guarda ridendo…

Di nuovo MICK TAYLOR per MIDNIGHT RAMBLER, penso a Tommy e ai nostri vent’anni… e poi MISS YOU, che a me piace sempre un casino… ricasco nella nostalgia e ripenso all’estate del 1978, io e Biccio in giro in motorino, e le 100 lire infilate nel juke box della baracchina del parco per ascoltare i pezzi che sarebbero diventati la colonna sonora della nostra adolescenza, tra cui appunto MISS YOU…

Finale con GIMME SHELTER, START ME UP, SYMPHATY, BROWN SUGAR. Di SYMPHATY FOR THE DEVIL mi rimangono in mente due cose: il volume altissimo della chitarra di KEITH durante l’accordo di SI (“pleased to meet you”) e alcuni suoi pasticci notevoli durante il secondo assolo.

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT è suonata con l’aiuto di un coro (italiano), non tutto sembra funzionare a dovere, ma il pezzo è “il pezzo”, silenzio (ma anche qui, l’assolo di RON WOOD è inascoltabile). La groupie si emoziona. Di SATISFACTION avrei fatto anche a meno, ma non gli altri 69,999 che sono lì insieme a me.

Non eccezionali dunque, ma certamente divertenti… e vorrei anche vedere, con quelle facce e quelle canzoni.

Rolling Stones Circo Massimo Roma KEITH RICHARDS 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma KEITH RICHARDS 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma MICK JAGGER 22-06-2014

Rolling Stones Circo Massimo Roma MICK JAGGER 22-06-2014

Il popolo del Rock scema lentamente, stanco e tutto sommato soddisfatto. Noi ci siamo in mezzo, sospesi in una serata romana perfetta, calda ma sospinta da una brezza che è una benedizione. Costeggiare l’Anfiteatro Flavio (sì, va beh, il Colosseo) illuminato mi ripaga della stanchezza dovuta alle ore passate in piedi.

Roma, Anfiteatro Flavio, 22-6-2014 after the Stones (foto di Saura Terenziani)

Roma, Anfiteatro Flavio, 22-6-2014 after the Stones (foto di Saura Terenziani)

Una pasta in uno dei tanti bar aperti, un ultimo giretto e quindi in camera, una doccia ristoratrice e ROMA good night.

Risvegliarmi nella mia città preferita è sempre un’emozione, mi affaccio alla finestra e respiro le vibrazioni romane: i viali costeggiati dai pini marittimi, il groove più elastico rispetto alle mie città, gli echi dei vagiti provenienti dalla culla in cui l’umanità si è plasmata.

Rome from the window (foto di TT)

Rome from the window (foto di TT)

Check out e colazione in un grazioso bistrot in via Madonna dei Monti…

Bistrot in via Madonna dei Monti, Roma (foto di TT)

Bistrot in via Madonna dei Monti, Roma (foto di TT)

Via Madonna dei Monti (particolare) (foto di TT)

Via Madonna dei Monti (particolare) (foto di TT)

Metropolitana e quindi stazione Tiburtina, bella ed “europea”…

Stazione Tiburtina Roma (foto di TT)

Stazione Tiburtina Roma (foto di TT)

Mezzora passata sulle comode poltrone di Casa Italo e poi saliamo sul treno. Sfrecciare tra il dolcissimo declivio dei colli laziali è un balsamo per l’animo, il viaggiare ti scuote dal torpore dei blues quotidiani. Mi infilo le cuffiette… seleziono l’album SLOWHAND,  poi metto in random… BILLY JOEL, JOHNNY WINTER, ELTON JOHN… socchiudo gli occhi, baby I’m movin’ on.

Regium Lepidi, la blues mobile è lì che mi aspetta nel parcheggio, pronta, calda, bollente… le entro dentro. Pranziamo al cinegiappo, mi bevo una Sapporo gelata, guardo la maglietta della groupie…

Cinegiappo time (foto di TT)

Cinegiappo time (foto di TT)

Non so perché ma mi viene di provare una delle pose crowleyane…

TTCrowleyng away (foto della groupie)

TT Crowleyng away (foto della groupie)

Non succede nulla, Succubus non si materializza, meglio pagare il conto e andare alla domus saurea. Prima di correre da Brian vorrei dare un’occhiata all’email e al blog, ma PALMIRO non è di questo avviso… c’è lui al computer, sta preparando un post per il suo mini blog…

20140625_111253

Va beh, lascio la groupie a disfare gli zaini, Brian arrivo.

PEARL JAM, Milano, San Siro, 20 june 2014 di Bodhran

24 Giu

Non sono mai riuscito ad entrare nel mondo del grunge, alle mie orecchie pare un miscuglio di ritagli dell’hard rock classico degli anni settanta unito ad un modo di cantare strascicato che non sono mai riuscito a digerire. Ne riconosco però l’aspetto contenutistico, l’onestà intellettuale, la bona fide musicale. Certo, qualcosa mi piace, certi battiti d’ali dei PJ, dei SOUNDGAREDEN, degli ALICE IN CHAINS, MOTHER LOVE BONE e, di conseguenza, TEMPLE OF THE DOG, troppo poco però per ritenermi anche solo conoscitore del genere. Mi incuriosisce molto il sentimento da comunità che lega i fan dei PEARL JAM ad esempio, mi piace l’atteggiamento di VEDDER e compagni, magari preferisco cose più sgargianti, ma l’ossatura della musica Rock sta in sentimenti di questo tenore. Nel piccolo mondo del nostro blog abbiamo MASSIMO BONELLI (label manager extraordinaire) e BODHRAN che amano molto i PJ e proprio quest’ultimo è stato l’altra sera a vederli a San Siro (la culla del calcio), ecco dunque qualche breve riflessione a riguardo.

 

PJItaly2014

È andata così, lunedì mattina arrivo al lavoro e mando due righe a Timvenerdì sera ero a San Siro a vedere i Pearl Jam. Ne sono uscito con la rafforzata consapevolezza che il rock and roll non è morto e non morirà”. Risposta immediata del nostro: “Okay. Mi piacerebbe scrivessi qualcosa … anche solo brevi riflessioni per il Blog.  Io sono a Roma…ieri sera Rolling Stones”.

E se il commander-in-chief chiama, le truppe devono rispondere.

La breve premessa è che questo è un racconto “di parte”, tutta l’infornata musicale americana a cavallo tra ’80 e ’90 è stata per me una reale boccata d’ossigeno, dopo quel periodo  di cotonature losangeline, improbabili abbigliamenti, improbabili atteggiamenti e  suoni che non riuscivo a digerire in alcun modo.

Finalmente si potevano riascoltare delle band che a fine concerto “puzzavano di sudore”, che sul palco non recitavano la parte di una certa idea platonica di rocker. E così, come un live dei Soundgarden in un piccolo club a Roma fu una vera e propria epifania, ricordo di aver ascoltato “Alive” dall’album di esordio e di aver comprato il disco l’immediato giorno dopo.

Quella scena poi è stata al solito inglobata dal business, al solito qualcuno ha pagato troppo caro il successo, altri sono spariti, i Pearl Jam in un modo o in un altro son riusciti a trovare un equilibrio e arrivare ad oggi mantenendo la loro integrità.

Passati 25 anni sono sul prato di San Siro, spalti gremiti (il calcio proprio non mi interessa, ma capisco che correre dietro ad un pallone tra quelle 4 mura di tifosi sia un’esperienza), palco semplice, due schermi, luci che si riveleranno molto eleganti ma senza nessun “effetto speciale” e poi la musica, tanta, tanta musica.

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Luca Nassini

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Luca Nassini

Il concerto è stato preceduto dall’ingresso di Eddie Vedder prima della partita dell’Italia per una versione in solitaria di Porch. Sconfitta calcistica subito dimenticata alle 20,40 quando inizia il concerto.

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Pier Luigi Balzarini

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Pier Luigi Balzarini

Al solito la domanda era “con cosa inizieranno?”, la scaletta da anni varia tantissimo da data a data, stavolta  è partenza morbida per i primi 4 brani, l’audio non è eccellente, per una mezz’ora buona stiamo in tensione, poi per fortuna al mixer sbrogliano la matassa e aprono il gas.

Sul palco nessuno si è risparmiato, a partire da un Vedder claudicante ma in grado di tenere botta anche nei momenti più tirati. Hanno percorso tutti gli album, accompagnati dal pubblico che di pezzi ne canta a squarciagola parecchi, questa cosa da una parte non mi piace, ma dall’altra ai live dei PJ si respira un’aria di comunità e alla fine non la avverto patetica come in altri casi (l’ho detto, questo è un racconto di parte). Che sia reale o meno questo fare tutt’uno tra palco e platea forse è uno degli elementi che ha salvato i PJ negli anni.

C’è stato quindi il tempo per celebrare l’anniversario di “fidanzamento” di Eddie Vedder, come ci ha raccontato avvenuto proprio a Milano, cantare buon compleanno alla moglie di Matt Cameron (batterista originario dei Soundgarden, che è stato un orologio atomico insieme al basso di Jeff Ament, e continua ad essere uno dei batteristi più interessanti degli ultimi 20 anni, almeno nel mio personalissimo cartellino).

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Streetspirit73

PEARL JAM San Siro 20-6-2014 foto di Streetspirit73

Nota per il blog, tra i brani suonati anche Given to Fly, spudorato omaggio a Going to California degli Zep.

Pubblico spettacolare anche nei momenti più rabbiosi, più tirati, senza doversi preoccupare di salvare la buccia tra poghi non richiesti, questo succedeva tot anni fa.

Il primo dei due classici bis è stato di 9 pezzi (nove, alla faccia dell’encore!), e poi il secondo breve ma intenso, hanno dovuto tagliare tre brani dalla scaletta causa coprifuoco di San Siro: “Alive” e “Rockin’ in the Free World” in uno stadio esultante completamente illuminato, una visione spettacolare.

Hanno salutato alle 23,45: 3 ore di fuoco di fila ininterrotto per 34 pezzi. Per un attimo mi sono fatto rabbia nel non aver preso il biglietto anche per la seconda data italiana a Trieste, ma tant’è, in questo caso davvero chi si accontenta gode.

Pensando agli Stones due giorni dopo a Roma posso solo dire “It’s only rock ‘n’ roll, but I like it”.

Setlist:
Release
Nothingman
Sirens
Black
Go
Do the Evolution
Corduroy
Lightning Bolt
Mind Your Manners
Pilate
Untitled
MFC
Given to Fly
Who You Are
Sad
Even Flow
Swallowed Whole
Setting Forth (Eddie Vedder song)
Not for You
Why Go
Rearviewmirror

Encore 1:
Yellow Moon
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Thin Air
Just Breathe
Daughter (con citazioni di W.M.A., Let it Go, It´s OK)
Jeremy
Better Man
Spin the Black Circle
Lukin
Porch

Encore 2:
Alive
Rockin’ in the Free World (Neil Young cover)
Yellow Ledbetter

 

LED ZEPPELIN I Super Deluxe Editon (Swan Song 2014 – 96 euro)

17 Giu

 (BROKEN) ENGLISH VERSION BELOW

LED ZEPPELIN I-II-III super deluxe edition

Ricevere i nuovi box set dei LZ è stata una emozione, pur con qualche angolo spiegazzato, ma sono confezioni pesanti e tutto sommato delicate, temo sia fisiologico riceverle con qualche ammaccatura se si sceglie la spedizione per corriere. Due LP, due CD, corposo ed elegante libro, cartellina-copia del primo press kit, cartoncino con riprodotta la cover e il numero della tua copia (su una tiratura di 30.000 … e qui il termine limited edition va a farsi benedire), nonché il codice per scaricare gratuitamente la versione digitale ad alta definizione.

LED ZEPPELIN I super deluxe edition (photo Tim Tirelli)

LED ZEPPELIN I super deluxe edition (photo Tim Tirelli)

La confezione è grande e nel mio caso non è possibile sistemarla nello scaffale dei vinili, così devo adattarmi e riporla nell’armadio vetrinetta che ho in sala…

LED ZEPPELIN I super deluxe edition negli scaffali (photo Tim Tirelli)

LED ZEPPELIN I super deluxe edition negli scaffali (photo Tim Tirelli)

ORIGINAL ALBUM – LZ FAN: TTTTT

ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTTTT

BONUS DISC – LZ FANTT½

BONUS DISC – CASUAL FAN: TTTT

PACKAGING: TTTTT

 

Disc 1: Original album (released as Atlantic 588171 (U.K.)/SD-8216 (U.S.), 1969)

  1. Good Times Bad Times
  2. Babe I’m Gonna Leave You
  3. You Shook Me
  4. Dazed and Confused
  5. Your Time is Gonna Come
  6. Black Mountain Side
  7. Communication Breakdown
  8. I Can’t Quit You Baby
  9. How Many More Times

Queste nuove superdeluxe edition sono anche un’occasione per riascoltarsi i dischi originali, e farlo col nuovo remaster di JOHN DAVIS è una piccola nuova esperienza. Credo che gli album dei LED ZEPPELIN non si siano mai sentiti così bene, e stiamo parlando di remaster mica di remix. Tutto sembra più chiaro, la musica respira meglio …  mammia mia che bravo questo DAVIS. LED ZEPPELIN I, che disco … registrato alla fine del 1968, uscito nel gennaio del 1969, suona ancora fresco e palpitante, e non è la solita frasetta scontata che si legge dappertutto, in questo caso è proprio vero. Registrato in un periodo di tempo compreso tra le 30 e le 36 ore, da quattro giovani musicisti (due di 20 anni, une di 22, uno di 24), l’album definisce l’hard rock nella sua forma più pura, quella che proviene dal blues e che si lascia trasportare da suggestioni acustiche.

Gennaio 1969 dunque, i CREAM si sono già sciolti, erano un gran gruppo ma votato più alle improvvisazioni che alla composizione e il continuo detestarsi dei tre membri del celeberrimo trio non avrebbe permesso nessun volo pindarico compositivo; la JIMI HENDRIX EXPERIENCE è un qualcosa di memorabile, ma è ormai alla fine dell’avventura, HENDRIX non sopporta più REDDING, musicista tra l’altro non eccelso, e il nero di Seattle sceglierà di versarsi liquido in progetti mai a fuoco. Il JEFF BECK GROUP è la band di riferimento del momento, l’album TRUTH è 15° nelle classiche Usa, PAGE lo utilizzerà se non come template, come termometro per verificare la temperatura della musica Rock. BECK è come PAGE, provengono dallo stesso background, hanno lo stesse idee, sono stati membri degli YARDBIRDS, si vogliono un gran bene, ma BECK è scostante, non è un compositore, e ha un gruppo su cui sa di non poter contare per quanto riguarda scrittura, arrangiamenti, visione.

I FREE sono una band interessante, ma sono giovanissimi (tra i 16 e i 20 anni), il loro primo album esce nel dicembre del 1968, è un po’ acerbo seppur di gran sostanza.

I BLACK SABBATH al momento sono ancora una bislacca blues band, mentre i DEEP PURPLE sono impegnati a fare il verso ai VANILLA FUDGE. Entrambi saranno così colpiti dal gruppo di PAGE da imporre un brusca sterzata alla loro direzione: 13 mesi dopo i BS faranno uscire il loro primo album di rock durissimo, i DP faranno lo stesso 15 mesi dopo con IN ROCK, siamo nel 1970 e i LZ, dopo due album di hard rock, avranno già voltato pagina.

LZ I è la fioritura definitiva del movimento blues inglese degli anni sessanta, i colori  sono ancor più accesi del previsto grazie a riflessi acustici che provengono dalla tradizione della musica popolare. I primi momenti dell’album per tutti sono racchiusi in quel gioco di gran cassa di JOHN HENRY BONHAM, il batterista che sin da quei primi battiti diventerà leggendario. Già dal secondo pezzo, BIGLY, PAGE lascia intendere che il gruppo sarà qualcosa di diverso. Il delicato e commovente arpeggio di chitarra acustica, la disperata dolcezza del cantato contrapposti alla furia delle parti ritmate. Eccola qui, sin da subito, la formuletta del shade & light tanto cara a PAGE, le dinamiche tight but loose che faranno la fortuna dei LZ. L’arpeggio di chitarra è sempre al limite, in diverse occasioni JP è sul punto di precipitare, ma non lo fa mai, anzi prende spunto dalle sbavature per cercare nuove soluzioni e comunque ha il coraggio e l’intelligenza di lasciare parti di chitarra magari non precise pur di non togliere nulla alla magia del momento catturata su nastro.

YOU SHOOK ME è un blues greve, ostinato, che non lascia prigionieri, credo che sino ad allora non si fosse mai ascoltato un blues così pesante. Probabilmente troppo sovraccarico (era necessario il piano sull’assolo d’organo?) e lungo (assolo di armonica, di organo, di chitarra). DAZED AND CONFUSED proviene dritta dritta dal periodo YARDBIRDS, il riff di JACK HOLMES trasformato in quella che diventerà (dal vivo) la più ardita improvvisazione di chitarra di sempre.  YOUR TIME IS GONNA COME: ancora oggi, gente come Massimo Bonelli (nostro amico e label manager extraordinaire) identifica i LZ con questo pezzo, con quell’apertura d’organo, al contempo delicata e aspra. Cosa c’entra un pezzo così in un album di heavy blues? Questi sono i LZ, baby, diversi da tutti gli altri. BLACK MOUNTAIN SIDE deriva da BLACK WATER SIDE, il traditional reso celebre in quegli anni dal grande BERT JANSCH, COMMUNICATION BREAKDOWN è forse il primo esempio di HARD ROCK suonato a ritmo molto sostenuto, I CAN’T QUIT YOU BABY è un altro blues di Wille Dixon reso alla LZ. Chiude HOW MANY MORE TIMES un riff trascinante su cui imbastire tanti riferimenti blues.

L’album naturalmente non è impeccabile, PLANT è ancora immaturo, tende ad urlare non appena Jimmy allenta la briglia, i testi che canta sono un miscuglio di frasette blues rubate alla prosa blues di dominio universale, PAGE lascia forse qualche imperfezione chitarristica di troppo, ma quello che rimane alla fine è una sensazione di purezza e d’intenti senza pari, è la certezza di aver assistito alla cristallizzazione del big bang dell’hard rock, è lo destabilizzante stupore che ossimori arditi siano possibili, che l’immacolata dissolutezza della musica sia cosa concreta. Gennaio 1969, una nuova era si è aperta per la musica rock.

LED ZEPPELIN 1969

LED ZEPPELIN 1969

LED ZEPPELIN I super deluxe edition

Disc 2: Live @ The Olympia, Paris – 10/10/1969 (previously unreleased)

  1. Good Times Bad Times/Communication Breakdown
  2. I Can’t Quit You Baby
  3. Heartbreaker
  4. Dazed and Confused
  5. White Summer/Black Mountain Side
  6. You Shook Me
  7. Moby Dick
  8. How Many More Times

Il companion disc per un casual fan rappresenta una ghiotta occasione per ascoltare un concerto dei LZ del 1969, per il fan vero e proprio del gruppo invece è un’occasione sprecata. Il concerto dell’Olympia di Parigi è disponibile su bootleg da alcuni anni, in qualità praticamente simile a quella riproposta in questo box set. Certo, nel bootleg manca MOBY DICK, ma dall’altra parte non è che questa mancanza da sola ne giustificasse la pubblicazione ufficiale.

Come ho già fatto capire su OUTSIDER, non sono particolarmente legato a questa registrazione, non è un serata memorabile, PLANT a volte è fuori controllo e dunque fastidioso, la chitarra di PAGE è in sottofondo, ma ascoltata a buon volume con la giusta concentrazione sa comunque darti buone vibrazioni … i LED ZEPPELIN del 1969  riescono  quasi sempre ad irretire.

Buona COMMUNICATION BREAKDOWN, molto buona ICQYB. HEARTBREAKER ha la parte iniziale dell’assolo tagliata dato il fastidioso effetto indomabile sulla chitarra, così, dopo la brevissima parte iniziale, si passa subito alla seconda parte suonata insieme al gruppo. Mah. In linea coi tempi DAZED, sicure e dritte al punto WHITE SUMMER/BMS e YOU SHOOK ME.

MOBY DICK è strana, i primi momenti hanno solo basso e batteria con feedback della chitarra in sottofondo poi, una volta che PAGE si unisce al pezzo, si parte dal secondo giro, quello che prevede gli stacchi con gli assoli di chitarra.

HMMT ha il medley completamente tagliato, evidentemente Page ha preferito non dover pagare i diritti agli autori delle cover allora inserite nel pezzo, quindi niente SMOKESTACK LIGHTNING, BECKS BOLERO, OVER UNDER SIDEWAYS DOWN, THE HUNTER, BLUES IMPROVISATION, THE LEMON SONG, BOOGIE CHILLUN, HIDEAWAY, THINK YOU NEED A SHOT (THE NEEDLE). Alcune di queste sono solo accenni, brevi (e oscuri) riferimenti. E’ un peccato perchè ad esempio THE LEMON SONG (che musicalmente non è quella del secondo album) ha un gran bel giro blues. BOOGIE CHILLEN era ancora nella fase embrionale, ben lontana dalla irresistibile versione degli anni a venire (intendo la sezione comunemente chiamata BOOGIE MAMA che c’è ad esempio su TSRTS nel medley di WHOLE LOTTA LOVE).

Buono quindi per il casual fan questo concerto, per le teste-di-piombo ci vuole ben altro.

Credo che, almeno per queste prime uscite, ci si debba soffermare più sulla qualità dell’articolo che sulle sorprese del materiale bonus, più sull’emozione di avere nuove uscite ufficiali dei LZ in mano, più dal commuoversi nel vedere i primi tre dischi dei LED ZEPPELIN nelle top ten (quelle vere, non quelle farlocche) americane ed inglesi.

Jimmy Page - Olympia 1969

Jimmy Page – Olympia 1969

 (BROKEN) ENGLISH VERSION 

LED ZEP I – original album

It was a thrill to receive the new LZ box sets , though with some crumpled corner, but they are heavy packs and delicate items, I fear it’s physiological to receive them with some dents if you choose the shipment by courier. Two LPs, two CDs, full-bodied and elegant book, folder with the copy of the first press kit, a print of the artwork with the number of your copy (on a print run of 30,000 … and hence the term limited edition goes to hell) , as well as the code to download the digital version in high definition.

The packaging is big and in my case it is not possible to place it on the shelf of vinyl, so I have to adapt and put it in the glass cupboard of the living room

This new editions also provides an opportunity for a new listening of the original discs, and to do it with the new remaster of JOHN DAVIS is a new experience. I think the LED ZEPPELIN album never sounded so clear and so good, and we’re talking remaster not remix. Everything seems clearer, the music breathes in a better way … mamma mia, JOHN DAVIS is a real master!  LED ZEPPELIN I, what an album  … recorded at the end of 1968, released in January 1969, it still sounds fresh and vibrant, and it’s not the usual obvious phrase you read everywhere, in this case it’s true. Recorded over a period of time between 30 and 36 hours by four young musicians (two  20 years old, one 22, the other 24), the album defines the hard rock in its purest form, the one that comes from the blues and that is carried by acoustic influences.

January 1969, therefore, the CREAM do not exist anymore, they were a great group but more voted to improvisations than compositions and the continuous hate among  the three members of the famous trio would not allow any flight of fancy composition; The JIMI HENDRIX EXPERIENCE is something memorable, but it is now at the end of the adventure, HENDRIX  does not stand REDDING anymore, and the black cat from Seattle chooses to pour himself liquid into projects never in focus. The JEFF BECK GROUP is the reference band of the moment, the album TRUTH is 15th in the USA chart. PAGE  uses it, if not  as a template, at least as a thermometer to check the temperature of the rock music. BECK is like PAGE, he comes from the same background, the pair have the same ideas, they have been members of The Yardbirds, the two guitarists love each other, but BECK is unfriendly, not a composer, and has a group of which he knows he can not count as relates to writing. arrangements, vision.

The FREE is an interesting band , but they are young (between 16 and 20 years old), their first album was released in December of 1968, it  is a bit ‘sour albeit it has substance.

The BLACKS SABBATH are currently still a weird blues band, while DEEP PURPLE are struggling to be something more than a VANILLA FUDGE inspired band. Both will be so impressed by the group of JIMMY PAGE to impose a sharp turn to their direction: 13 months after the BS will release their first album full of hard rock, the DP will do the same after 15 months with IN ROCK, we are in 1970 now and LZ, after two hard rock albums, have already turned the page.

The LZ I is the flowering of the British blues movement of the sixties, the colors are even brighter than expected due to acoustic reflections that come from the tradition of popular music. The first moments of the album are all enclosed in that big bass drum trick of JOHN HENRY BONHAM, the drummer that ever since those first few beats  will become legendary. Already in the second piece, BIGLY, PAGE suggests that the group will be something different. The delicate and poignant acoustic guitar arpeggio, the sweetness of the vocals as opposed to the desperate fury of rhythmic parts. Here it is, right now, the formua of shade & light so dear to PAGE, the dynamics of the  “tight but loose” attitude that will make the fortune of  LZ. The guitar arpeggio is always on the edge, on several occasions JP is about to fall, but he never does, indeed he seems inspired by those smears to  search for new solutions and however  he has the courage and the intelligence to leave guitar parts maybe not precise so as not to detract from the magic of the moment captured on tape.

YOU SHOOK ME is a heavy blues, obstinate, that  takes no prisoners, I believe that until then you had never heard a blues so heavy. Probably too much overhead (it was necessary that piano during the organ solo?) and long (harmonica solo, organ solo, guitar solo). DAZED AND CONFUSED comes straight from the Yardbirds period, the JACK HOLMES’riff is transformed into what will become (live) the most daring guitar improvisation ever. YOUR TIME IS GONNA : even today, people like Massimo Bonelli (our friend and Italian big label manager extraordinaire) identifies the LZ with this piece, with that opening organ at the same time gentle and harsh. What the hell a piece like this is  doing in an album of heavy blues? These are the LZ, baby, different from all the others!  BLACK MOUNTAIN SIDE comes from BLACK WATER SIDE, the traditional made famous in those years by the great BERT JANSCH, COMMUNICATION BREAKDOWN is perhaps the first example of a HARD ROCK played a very fast pace, I CAN’T QUIT YOU BABY is another blues  by Wille Dixon played in LZ style. HOW MANY MORE TIMES closes the album, a compelling riff on which to baste many blues references.

The album is of course not flawless, PLANT is still immature, it tends to scream as soon as Jimmy slacks the rein, the lyrics are a mixture of blues sentences  stolen from the prose of the universal public domain, PAGE leaves maybe some imperfect guitar  parts too, but what remains at the end is a feeling of unparalleled purity of intent, it is the certainty of having witnessed the crystallization of the big bang of hard rock, it is the destabilizing astonishment that oxymorons are possible, that the immaculate debauchery of rock music is a concrete thing. January 1969,  a new era is now open for rock music..

LED ZEP I – companion disc

The companion disc for a casual fan is a good opportunity to listen to a concert of LZ in 1969, for the real fans of the group instead is a wasted opportunity. The concert at the Olympia in Paris is available on bootleg for several years, in almost similar audio quality to the one proposed in this box set. Sure, the bootleg is missing MOBY DICK, but on the other hand it is not that that alone would justify an official release.

As I have already written on the OUTSIDER magazine, I’m not particularly keen on this recording, it is not a memorable evening, PLANT is sometimes out of control and therefore annoying, the guitar is in the background, but if you pump the volume and  listen to it with the right concentration it give you good vibes anyway…THE 1969 LED ZEPPELIN never let you down.

COMMUNICATION BREAKDOWN is good, ICQYB is very good. HEARTBREAKER has the first part of the solo cut, given the annoying effect on the guitar, so after the  brief initial part it will immediately switch to the second part of the solo played with the group. Uhm.  In line with the times DAZED, safe and straight to the point WHITE SUMMER / BMS and YOU SHOOK ME.

MOBY DICK is odd, the first bit is just bass and drums with feedback of the guitar in the background and then, once PAGE joins the piece, they start from the second instrumental verse, that on with the lead guitar breaks.

HMMT has completely cut the medley, Page evidently preferred not having to pay royalties to the authors of the covers then inserted into the piece, so no Smokestack Lightning, BECKS BOLERO, OVER UNDER SIDEWAYS DOWN, THE HUNTER, BLUES IMPROVISATION, THE LEMON SONG, Boogie Chillun , HIDEAWAY, THINK YOU NEED A SHOT (THE NEEDLE). Some of these are only hints, short (and obscure) references. It ‘a shame, because for example THE LEMON SONG (musically it is not the one of the second album) has a great bluesy guitar part. BOOGIE CHILLEN was still in its infancy, far from the compelling version in the years to come (I mean the section commonly called BOOGIE MAMA that there is in TSRTS during the Whole Lotta Love medley).

This concert is then good for the casual fan, for the ledheard  it is more than just this.

I believe that, at least for these first releases, we should dwell more on the quality of the article and not on  the surprises of the bonus material,  more on the emotions you have when official new  LZ official releases are available, more on the fact that you are moved by seeing the first three albums of LED ZEPPELIN in the top ten (the real ones, not those phony) of the UK and USA charts.