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FUTURE BLUES: MY BABY – SHAMANAID (2015) e LIVE ROCK FESTIVAL 10 settembre 2015 di Bodhran

13 Set

Il nostro Bodhram ci guida attraverso la scoperta degli olandesi MY BABY. Let’s get the blues again.

Nei commenti che faccio ogni tanto su questo blog scrivo che cerco, per quanto possibile, di restare “aperto” alle novità, o comunque a musica che mi faccia venire quel “frìccico ner còre” che con l’avanzare dell’età è sempre più difficile sentire. Ecco, per una serie di fortunate coincidenze mi sono imbattuto nei My Baby, e la soddisfazione è stata doppia. Estate 2015 con consorte via per lavoro fino ad ottobre e impossibilità di assoldare una compagnia di oba-oba ad allietarmi le serate con balli e canti. Frugo quindi sulla rete a caccia di concerti, la Toscana è abbastanza prodiga di festival, più o meno interessanti, più o meno costanti nel tempo, (forse eredità di ArezzoWave, che da patrimonio nazionale è via via sbiadito fino a non rappresentare oramai più niente), spesso gratuiti (con un gruppo di amici anche io ne ho organizzato uno per 3 anni consecutivi in provincia di Arezzo per poi mollare).

Ve la faccio breve, trovo questo Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI). Mai sentito. Frugo. Vedo che giovedi 10 si esibiscono come headliner i Verdena, che non sono da “frìccico” ma nemmeno da buttar via e mi dico “esci dal lavoro, vai lì, birra & panino, un po’ di musica e a nanna”. Due gruppi spalla, tali pisani Venus in Furs e gli olandesi My Baby. A parte le presentazioni sul sito altro frugare sulla rete, capisco che i pisani non mi frìccicano per niente, trovo l’ultimo album dei My Baby, Shamanaid. Infrango la legge e me li ascolto durante il ritorno a casa.

my baby shamanaid

Prima soddisfazione.

Anni fa, tramite Led Zeppelin, ho scoperto il blues primigenio e la forza di quella povertà musicale e di quella ripetitività, mi sono avvicinato a certo folk carico di poesia e di melodie inusuali per il pop e il rock standard, e di questa roba me ne sono innamorato. E oggi preferisco ascoltare Robert Jonhson (o Seasick Steve) che Stevie Ray Vaughan. Preferisco i Pentangle a tante melense ballad aMMericane.

In Shamanaid ho trovato questo. Un trio, olandesi fratello e sorella (batteria il primo, voce/basso/chitarra ritmica la seconda) e un neo zelandese alla chitarra solista. Sarà l’acqua stagnante dei canali di Amsterdam, ma nel sangue di questi scorre anche un po’ di Mississipi; non chietedemi come e perché ma pare che abbiano capito perfettamente “la lezione”, almeno per le mie orecchie. Su ostinati fingerpicking la tipa (tal Cato Van Dyck) ricama atmosfere tipicamente blues o si avventura ogni tanto in ricami medio-orientali, cari anche a Plant, la chitarra non si lancia mai in virtuosismi, resta semplice, quasi ovvia, ma centra l’obiettivo. Leritmiche invece sanno spesso di nuovo, e rendono il disco anche pop, nel senso buono del termine.

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Mentre lo ascoltavo, e riascoltavo, mi veniva in mente Plant e la sua ricerca delle radici di questi ultimi anni e mi dicevo che questi ragazzi ci sono arrivati, a quelle radici. In un episodio, con un’accordatura aperta alla White Summer, stampano una melodia che nonavrebbe sfigurato nei Fairport Convention. Ci sta anche siano cover, non so, non ho frugato più, ho solo riascoltato il disco di continuo per una settimana. Ne hanno anche uno precedente, di album “Loves Voodoo!”, del 2013, ma mi ha impressionato meno.

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E poi giovedì sono andato al concerto. Acquaviva è un buco, un buco con un parco, e nel parco organizzano il festival. Gran bel palco, una stesa di tavoli tutti al coperto, menu che nemmeno in trattoria, tutto, caparra per il recupero dei bicchieri (si, era tutto pulito), insomma un’organizzazione di alto livello, volontari gentilissimi, pubblico variegato e atmosfera rilassata senza quei tratti sciatto-freak di cui non si sente la mancanza (non è roba scontata riuscire ad ottenere queste cose e gli organizzatori si meritano davvero un applauso).

Arrivo abbastanza presto, e dopo poco c’è il check dei My Baby, funestato da infiniti problemi al microfono della cantante che mi fanno un po’ temere visto che insieme non provano per più di 3 minuti. Ceno, scambio due chiacchiere e aspetto, incontro la cantante che fa acquisti in un banchino di bigiotteria e mi complimento per il disco; la tipa, giovane giovane, mi ringrazia e mi invita ad andare sotto il palco per la loro esibizione. Certo, son lì per quello. Si sa, i festival son così, la gente spesso va per gli headliner e non si fila gli altri.

Arriva il loro turno. Salgono sul palco e ci invitano “a scendere con loro nella palude”.

Seconda soddisfazione.

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MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).

 

I My Baby non solo hanno imparato la lezione, ma hanno grinta da vendere, Da pochi che eravamo il prato si è popolato di gente che ballava, eh si, perché il set è stato tiratissimo, con delle ritmiche quasi “da discoteca”. Ne son rimasto, nevvero. Come lo vogliamo chiamare, “trance-boogie”, “rave-blues”, ma davvero non potevi startene fermo lì solo ad ascoltare, e lo dico io che non sono proprio un ballerino. La cantante imbraccia una chitarra che suona spesso con l’octaver a sostituire il basso.

MY BABY - Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).

MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).

La voce è potente. Il fratello alla batteria non perde un colpo che sia uno mentre la chitarra, tra slide e pochi effetti non annoia mai in brani che sono lunghi, con ampi spazi lasciati all’improvvisazione.

MY BABY - Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).

MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).

Quando hanno abbandonato il palco hanno ricevuto un’ovazione, meritatissima. Nelle chiacchiere che son riuscito a fare anche dopo il concerto mi hanno dettoche nei festival, con poco tempo a disposizione e un pubblico che magari non è lì per loro, non lasciano spazio al respiro dei brani più tranquilli e alzano il tiro, nei club invece si prendono il tempo per i momenti più intimi.

MY BABY - Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).

MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).

E ho scoperto che quest’estate si sono esibiti nei palchi dei festival europei di spalla a Seasick Steve (quello di John Paul Johnsiana collaborazione). Questa era l’unica data italiana e dal loro sito non sembrano ricalare al sud in futuro. Un’esibizione tutta loro, che sinceramente vorrei davvero vedere, per ora me la scordo.

Ah i Verdena, un po’ sono stato, poi sono tornato verso casa, le orecchie a quel punto erano soddisfatte.

Insomma per me Shamanaid è da annoverare tra i dischi dell’anno e i My Baby tra i gruppi che non mi fanno disperare per il futuro della musica e per il mio privato “frìccico”.

Bodhran © 2015

Rockonti: l’eroe venuto dallo spazio di Massimo Bonelli

17 Ago

MB si avventura in un viaggio cosmico, questo è il risultato…

“Ten, Nine, Eight, Seven, Six…  Five, Four, Three … Two, One, Liftoff … This is Ground Control to Major Tom… You’ve really made the grade…”

La piccola navicella stava vagando nello spazio con il suo prezioso carico. Il trasferimento “culturale” era riuscito.

Da una stazione spaziale segreta avevano lanciato la piccola capsula, contenente il corpo perfetto di un giovane uomo: David Jones, affetto da problemi mentali.

L’obiettivo era quello che lui ospitasse, nel senso letterale e scientifico del termine, il cervello molto sviluppato di Bowie, uno dei pochi superstiti del pianeta conosciuto con il nome di Ziggy. Mondo intelligente di un’altra galassia.

bowie psychedelico

“Mayday, mayday… Houston, abbiamo un problema…”

“Ground Control to Major Tom..  Your circuit’s dead, there’s something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you “Here am I floating round my tin can
Far above the Moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do.”

Mary usciva in quel momento dal cinema; non era lì per svago, faceva la cassiera e questo la costringeva a rincasare piuttosto tardi. Stansfield Road non era molto distante e Bromley è una cittadina minuscola nella regione del Kent, in Inghilterra. Era troppo tardi per trovare un mezzo e quindi, come al solito, si avviò a piedi. Mentre camminava, vide una sottile scia luminosa nel cielo notturno. Giunta a casa, si accorse di uno strano oggetto tra gli alberi del giardino. Una macchina a forma di uovo. Il marito di Mary, Haywood, era già sul posto a curiosare, un po’ agitato. Mary era più spaventata e avrebbe voluto chiamare qualcuno… ma proprio in quel momento, la capsula si aprì.

David Bowie.
David Bowie

Immediatamente, l’individuo presente all’interno, uscì. Era alto, ma la sua magrezza lo faceva apparire ancora più alto e slanciato. Era pallido. Dalla sua carnagione bianchissima, gli occhi cristallini risaltavano esageratamente: uno azzurro e l’altro verde. I folti capelli biondi, con dei riflessi rosso fiammanti, coprivano in parte la fronte. Un’ elegante tuta bianca, ed un aspetto decisamente aristocratico e nobile, gli conferivano l’aria di un Duca.

– “La mia missione è salvarvi” – disse con un perfetto accento del Kent – “il mio pianeta, Ziggy, probabilmente è già scomparso. I Venusiani hanno avuto la possibilità di distruggerci. Ma, purtroppo, nel mio mondo, ero l’unico capace di contrastarli, con la sola arma in grado di respingerli: la musica.”-

Mary e Haywood non avevano ancora avuto il tempo di riprendersi dalla sorpresa. Tutti e due erano a bocca aperta di fronte allo strano individuo che era uscito dalla capsula. Venusiani, musica, Ziggy, distrutti… di che cosa stava parlando e soprattutto chi era questo essere pallido, etereo, arrivato dal cielo?

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Come se avesse letto nelle loro menti, l’uomo rispose – “Il mio nome è Bowie, provengo da un’altra galassia. Il mio pianeta si chiama Ziggy. Un esperimento segreto con alcuni vostri scienziati, è riuscito ad innestare il mio cervello in un corpo umano. Ora sono qui per salvarvi. Il prossimo pianeta che sarà attaccato dai Venusiani è la Terra, il vostro Mondo.”-

“… Though nothing, nothing will keep us together… We can beat them, for ever and ever … Oh we can be Heroes, just for one day”

– “Entra in casa. Riposati. Poi ci racconterai ogni cosa e, visto che sei il nostro eroe, ci dirai cosa possiamo fare” – Era stato Haywood ad interrompere lo sbalordimento, in cui lui e sua moglie erano ovviamente caduti. Al contrario di Mary, donna molto pratica e razionale, Haywood era un sognatore. Leggeva un sacco di libri ed amava i film di fantascienza. Insomma, era quasi preparato ad un evento di questo genere.

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-“Non so se abbiamo molto tempo, uno degli scienziati, il maggiore Tom, si è perso nello spazio mentre doveva recuperarmi. Era l’unico che conoscevo. Ora dobbiamo fare in fretta” – disse Bowie – “L’arrivo dei Venusiani è imminente”.

– “Cosa possiamo fare noi. Mary ed io forse non siamo in grado di aiutarti…” – rispose Haywood con aria triste.

– “Dobbiamo raccogliere musicisti in ogni parte del Mondo. Creare uno scudo contro la loro invasione e l’unica arma in grado di respingerli è la musica, tanta musica ovunque e…”  Bowie venne interrotto

-“Noi conosciamo un tale Owen Frampton, il figlio è musicista, si chiama Peter e a sua volta ne conosce tanti altri. Non abita molto distante da qui” – intanto, Mary, Haywood e Bowie entrarono in casa.

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Mary, fece la prima domanda da quando si era trovata di fronte l’essere venuto dal cielo: -“Hai degli occhi stranissimi, uno verde ed uno azzurro… sono affascinanti e hum… anche un po’ inquietanti” – Bowie, pacatamente e con quella splendida voce profonda, rispose: -“Sono solo dei riflessi, l’occhio azzurro è in sintonia con il cielo, quello verde, con la terra. Il primo vede il mio spirito, il secondo la realtà. Entrambi i segnali arrivano al cervello e questo mi da le risposte adeguate”.-

Haywood era già al telefono con Owen Frampton. Cercava, in qualche maniera e senza allarmismi, di fargli capire che dovevano entrare in contatto con Peter ed altri musicisti. La mattina successiva, nella loro casa, c’era già una riunione affollata: Peter Frampton (Humble Pie), Marc Bolan (T.Rex), Dave Cousins (Strawbs), Mark Ronson, Brian Eno, Tony Visconti, Rick Wakeman e naturalmente Bowie. Il nostro eroe mise al corrente i presenti dei pericoli che correva il nostro pianeta e quale era la soluzione. Tutti si diedero immediatamente da fare. Il giorno dell’invasione Venusiana, era sempre più prossimo. All’unanimità, ritennero necessario organizzare, urgentemente, degli eventi musicali in vari luoghi, strategicamente utili alla difesa della Terra.

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Il risultato del lavoro di tutti fu che, in un breve periodo, riuscirono a coinvolgere una moltitudine di musicisti in tutto il mondo i quali, a loro volta, organizzarono dei raduni musicali: negli Stati Uniti a Bethel, vicino a Woodstock, un paese nello stato di New York. Poi, in California, sia a Monterey che a Big Sur.  Sarebbero stati presenti i Jefferson Airplane, Grateful Dead, Jimi Hendrix (Bowie, quando lo vide, pensò che fosse un alieno come lui), Otis Redding, Crosby, Stills, Nash & Young, Joan Baez ed altri. Nel Central Park di New York, Simon & Garfunkel. All’isola di Wight, in Inghilterra, Leonard Cohen, Joni Mitchell, Doors, Miles Davis ed altri. In Hyde Park a Londra, i Rolling Stones. A Parigi, Lou Reed e Iggy Pop. In Italia, avevano organizzato una scena musicale molto particolare, “La notte della taranta”, efficacissimo mix etnico, ipnotico e ritmico. A Berlino, Roger Waters, con molti altri musicisti, richiamò una folla oceanica. E così in tutti i continenti, ovunque, erano pronti a sollevare una barriera di musica.

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Il giorno X, tutti si misero a suonare per ore e ore, in alcuni luoghi la lotta durò giorni. Vicino a Bromley, lo stesso Bowie organizzò, sotto il nome di “Free Festival”, un raduno musicale con gli stessi Marc Bolan, Peter Frampton, Strawbs, Rick Wakeman e, ovviamente lui, Bowie. Nessuno aveva avuto modo di constatare la sua bravura come musicista, fino a quel momento. Accompagnato da Mark Ronson e Tony Visconti, Bowie sorprese tutti, le sue note volarono altissime, quasi alla ricerca del suo mondo scomparso,  e vide sconfitte le navi Venusiane sui cieli d’Inghilterra, come in tutto il resto del pianeta. La musica aveva vinto. Uno spettacolo di musica universale aveva vinto. Pochi erano a conoscenza del motivo di tutto ciò, ma a tutti era parso come una magnifica celebrazione. Bowie, restò sulla nostra Terra e divenne un eroe della musica. Lo scontro più estenuante lo aveva condotto vittoriosamente lui e, ad ognuno, rimase la “memoria del Free Festival”: – “Sound machine is coming down and we’re gonna have a party…”

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We scanned the skies with rainbow eyes and saw machines of every shape and size
We talked with tall Venusians passing through
And Peter tried to climb aboard but the Captain shook his head
And away they soared
Climbing through the ivory vibrant cloud
Someone passed some bliss among the crowd
And We walked back to the road, unchainedThe Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party, ha ha ha
The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party, yeah yeah
The Sun Machine is coming down, woh ho ho
Sun Machine is coming down, oh oh oh ah
Sun Machine is coming down, oh

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
 Pubblicato in origine il 13/7/2015 su:  http://www.spettakolo.it/

 

SYMPATHY FOR THE STONES di Massimo Bonelli

27 Lug

Questa volta il nostro amico MB ci parla della sua avventura con i Rolling, a Torino del 1982. Allora ero a militare, non potei andare, ma ricordo quella sera … mi sembra fossi di guardia, ma con la testa ero anche io là, allo stadio, a vedere Mick & Keith.

“Please allow me to introduce myself… I’m a man of wealth and taste… I’ve been around for a long, long years… Stole many a man’s soul and faith”

L’ascensore stava scendendo. La mia agitazione stava salendo. Potevo leggere la successione dei piani sul visore sopra la porta della cabina, ora erano al settimo.

Torino non era la stessa città accogliente e variegata che è oggi, ma in quel momento risultava essere il centro del mondo: due concerti dei Rolling Stones, per il tour “Still Life”, le davano una risonanza internazionale, pari a Madrid, dove il giorno prima, l’11 luglio 1982, si era giocata la finale del mondiale di calcio tra Italia e Germania. Il primo dei due concerti degli Stones avvenne nel pomeriggio dello stesso giorno, per poter permettere, in serata, di seguire la partita. Mick Jagger in quell’occasione indossò la maglia della nazionale italiana e la bandiera, come un mantello, auspicando, profeticamente, una vittoria per 3 a 1. E così fu.

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Sesto piano. Mi trovavo nella hall dell’hotel torinese dove erano ospitati i Rolling Stones. L’addetta stampa mi aveva invitato, affinchè la band conoscesse qualcuno della casa discografica italiana. Un mese prima avevo accompagnato un gruppo di giornalisti al concerto che gli Stones avevano tenuto a Lyon, in Francia. In quell’occasione, non potendo incontrare la band, mi ero dedicato al gruppo di supporto, J Geils Band di Peter Wolf, presente nelle classifiche con un album di grande successo “Freeze Frame” e la hit “Centerfold”. Chiaramente feci la gaffe di chiedere a Peter come andava con la moglie, l’attrice Faye Dunaway, dalla quale, però, si era appena separato. Pazienza, tanto da lì a poco, avrebbe divorziato anche dalla band.

Quinto piano. Il pomeriggio caldissimo dell’11 luglio, per il primo concerto, di fronte ad uno stadio gremito, i Rolling Stones erano stati spettacolari. Dopo l’introduzione con “Take the a train” di Duke Ellington e con il lancio di migliaia di palloncini colorati sulla voce di “… and now, the greatest rock’n roll band in the world… Ladies and Gentlemen… the Rolling Stones…”  Mick, Keith, Ronnie, Bill e Charlie iniziarono con “Under my thumb”… e le carnose labbra, da cui doveva uscire la lunga lingua rossa, si dischiusero per una squisita celebrazione del rock.

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Quarto piano. La sera prima, avevo seguito la partita, con ancora addosso l’euforia del concerto. Mi trovavo in una piccola saletta del mio hotel torinese, con una ventina di persone, schierate di fronte allo schermo televisivo. Non avevo una particolare passione per il calcio, ma la nazionale è sempre la nazionale, ed inoltre ero curioso di vedere se Jagger aveva azzeccato il risultato.

Terzo piano. Avevo invece, da sempre, una passione per i Rolling Stones. La prima volta che avevo sentito, da ragazzino, “Paint it Black” era stato amore fulminante, immediato. Consolidato da tanti altri brani e, soprattutto e definitivamente, dagli album “Beggars Banquet” e “Their Satanic Majesties Request”. In loro si rispecchiava la mia anima rock-blues-psichedelica. Così come amavo anche i Beatles, d’altronde, non si può prescindere da Robert Johnson per apprezzare John Lee Hooker, o Woody Guthrie per amare Bob Dylan. Confesso di aver sempre avuto una spiccata simpatia per il diavolo e per la natura del suo suono.

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Secondo piano. Sono sempre più agitato. E’ come se la discesa dell’ascensore comprimesse l’aria circostante. Guardo le persone presenti, inconsapevoli di quanto sta accadendo; chiacchierano tra di loro: uomini d’affari con un bicchiere in mano, donne che ridono sedute su ampi divani, camerieri che vanno e vengono indaffarati, il personale della reception costantemente al telefono, qualche muscoloso e barbuto componente dello staff degli Stones alle prese con delle enormi valigie, Fuori dall’hotel, qualche decina di ragazzi e ragazze con magliette inneggianti la band, stanno pazientemente sotto un sole caldissimo, nonostante sia ancora mattino, in attesa di vedere, e magari fotografare, Mick o Keith o Ronnie o Charlie o Bill. Ma nessuno ha la mia agitazione.

Primo piano. Non puoi sempre avere ciò che desideri, ma io lo stavo ottenendo. Avrei voluto conoscere gli Stones con Brian Jones, avrei potuto conoscerli con Mick Taylor, ora li avrei visti con quell’istrione di Ronnie Wood. Il primo era la fonte di una psichedelia elegante, il secondo di un rock’n roll che ci piace, l’ultimo fautore di un blues-rock affascinante. Mi ero seduto sulla sponda di una poltrona rivolta all’ascensore, pronto a scattare non appena si fossero dischiuse le porte. Recitavo una falsa rilassatezza, come quando si aspetta un amico che hai visto il giorno prima.

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Piano terra. Il mio cuore si blocca proprio mentre si aprono le porte dell’ascensore. Mi manca la saliva in bocca. Mi alzo su gambe tremolanti. Mick Jagger e Keith Richards escono e, incredibilmente, si dirigono verso di me con un ampio sorriso sulle labbra. Le mie gambe si muovono tranquille nella loro direzione, mi torna a battere il cuore normalmente. Allungo la mano, ma Mick la evita e mi abbraccia e Keith mi da una manata sulla spalla. Io dico la prima cosa che mi viene in mente: -“Please let me to introduce myself… I’m Massimo, a man of Emi and Rolling Stones Records in Italy” e Mick mi risponde: -“Pleased to meet you… Hope you guess my name”. Ridiamo tutti e tre, mentre ci sediamo in un salottino della hall, circondati da un paio di minacciose e buffe body guards.

Chiacchieriamo di vari argomenti: il tour, il mercato italiano, la loro popolarità nel nostro Paese. Parliamo delle bellezze dell’Italia e, il plurale, riguarda Mick e me. Keith è abbastanza assente e si guarda in giro divertito. Poi si accende una sigaretta e, con il viso avvolto dal fumo, mentre tossicchia, ci interrompe e mi chiede: -“Sai suonare il basso?” – io gli rispondo: -“No, l’ho imbracciato una sola volta per sostituire un bassiata che doveva andare in bagno”- Keith ride gettando indietro la testa e poi aggiunge: -“Abbiamo qualche problema con Bill (Wyman), vuole andare in pensione e così stiamo cercando un bassista, avresti potuto essere tu, pazienza, non si può avere sempre ciò che si vuole”.

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You can’t always get what you want

You can’t always get what you want

You can’t always get what you want

But if you try sometimes you just might find

You just might find

You get what you need

stones de bank

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
Pubblicato in origine il 20/7/2015 su:  http://www.spettakolo.it/

 

Neil Young live at DTE Energy Music Theatre, Clarkston, MI, USA 14 July 2015 – di Paolo Barone

20 Lug

Il nostro Michingan Boy torna a noi dopo una lunga pausa, e lo fa alla sua maniera, cercando di lenire i suoi blues parlandoci di musica. Welcome back my boy.

In una sera di luglio freddina e piovosa, tipica del ridente Michigan, ho deciso di andare a vedere Neil Young. E’ stata una decisione dell’ultimissimo minuto, praticamente mi sono messo in macchina mentre lui stava per salire sul palco, ero indeciso fino all’ultimo, ma poi la voglia di musica dal vivo e la bellezza delle sue canzoni ha avuto la meglio sul tempo brutto, sulla mia depressa pigrizia e sul costo del biglietto. Sono arrivato al DTE Theater praticamente ultimo. Un enorme parcheggio strapieno e nessun essere umano in circolazione mentre la musica arrivava da lontano, una sensazione bella e surreale al tempo stesso mi ha preso per qualche minuto.

Poi la corsa al primo botteghino…chiuso…secondo, idem, ormai computer spenti. Forse inpietosita dal mio sguardo affranto, o molto piu probabilmente desiderosa di portare a casa qualche dollaro extra, la cassiera tira fuori un biglietto e me lo passa per venti dollari. I prezzi erano variabili, da un massimo sui 200 per le primissime file, fino a 30 per un anello di prato in cima allo spazio dell’arena, posto dove contavo di andare sin dall’inizio. Ma ora, guardando il biglietto, mi rendo conto che corrisponde a una determinata fila e posto numerato, forse la fortuna e’ stata dalla mia oltre ogni rosea previsione. Intanto cammino velocemente verso la zona del concerto attraversando alberi bellissimi, ristoranti e bar per tutti i gusti, giardini molto curati, ponticelli in legno, panchine, rocce e cascate artificiali…E poi finalmente l’arena vera e propria.

DTE-Energy-Music-Theatre

DTE-Energy-Music-Theatre

DTE-Energy-Music-Theatre

DTE-Energy-Music-Theatre

Mi colpiscono subito due cose: Pur arrivando dalla parte piu’ lontana, si vede tutto benissimo per essere uno spazio da quasi 15.000 posti; il suono e’ perfetto in ogni dettaglio, specialmente la voce di Neil Young arriva nitidissima da non credere, ma per come sono abituato io a vedere i concerti da queste parti il volume mi sembra stranamente bassino. Guardandomi intorno vedo una meta’ e passa di pubblico molto presa dal concerto, mentre il resto totalmente immerso nei fatti propri. Quasi tutti con birre e alcolici vari in mano, sorrisi spalancati, tante famiglie con bambini, aria da sagra estiva del rock.

Subito vengo accolto da un esercito di assistenti che mi guida verso il mio posto che scopro con gioia essere quasi di fronte al palco, ho perso qualche brano ma mica male per venti dollari, grazie cassiera del DTE Theater, chiunque tu sia. Appena seduto parte una Words da brividi, che purtroppo verranno ancora poche volte nel resto della serata. Per la maggior parte il nostro Neil suona brani dell’ultimo disco, tutto incentrato contro la multinazionale Monsanto. Canzoni sempre piacevoli, fatte con il supporto di una band di giovanissimi fra cui (scopro dal sito) alcuni figli di Willie Nelson, che suonano con entusiasmo ed energia. Ma le emozioni vere arrivano solo con una Cowgirl in the Sand da paura, e poi a parte Everybody Knows this is Nowhere e la conclusiva Roll another Number da Tonight’s the Night, il resto e’ tutto Monsanto…

Ok, una serata piacevole in un posto molto bello, vedere lui in persona fa il suo effetto, ma mentre torno a casa con gli assistenti che efficientissimi addirittura dirigono il traffico verso la Interstate 75 le riflessioni e i paragoni arrivano inevitabili.

Avevo visto Neil Young a Roma, all’ippodromo delle Capannelle nei primissimi anni ottanta. Una bolgia disumana, disorganizzazione totale, scontri con la polizia ad ogni cancello, fuochi, bivacchi, ragazzi da ogni angolo di Italia con o senza biglietto. Un palco enorme, o almeno cosi lo ricordo, con lui che cantava i pezzi del suo ultimo brutto disco, contestato apertamente fino al momento acustico dove tutto si ricomponeva in qualche modo. Un energia diffusa molto forte, intensa, pericolosa. Altro che sagra estiva. Mah, che dire, forse va bene anche cosi…i tempi sono cambiati, il Michigan non e’ certol’Italia post ’77, e tutti si sono divertiti lo stesso…anzi, forse di piu’….anzi, forse al concerto romano non si diverti’ veramente nessuno…e nessuno era li solo per divertirsi, era un altra cosa, molto piu’ profonda, era arte, era vita, era vero. Forse l’altra sera era solo lui, Neil Young con il suo rifiuto di fare il solito concerto karaoke, a crederci ancora, ad avere ancora qualcosa da dire che al pubblico piaccia o no. O forse sono solo io che non sono contento, in queste cose mi faccio mille seghe mentali e sparo un mare di cazzate.

(Paolo Barone © 2015)

WOODSTOCK: IL POSTO SBAGLIATO di Massimo Bonelli

18 Giu

“We are stardust, we are golden, we are billion year old carbon, and we got to get ourselves back to the garden…”

C’è stato un terremoto musicale che ha dato al rock una scossa potente ed innovatrice, questo terremoto positivo è conosciuto con il nome di “Woodstock: 3 Days of Peace & Music”. Trentadue artisti e gruppi, tra i più celebri dell’epoca, ed alcuni ancora oggi, si sono alternati sul palco in una serie di performances che sono entrate a far parte della storia della musica rock. “An Aquarian Exposition”, il termine con cui gli hippies avrebbero chiamato il Festival, si svolse, con la partecipazione di mezzo milione di persone, nel 1969, in agosto, nei giorni 15/16/17 (e 18 mattina).

Ancora oggi, quando parli di Jimi Hendrix, Santana, Crosby, Stills, Nash & Young, Janis Joplin, Jefferson Airplame, Joe Cocker, Richie Havens, Grateful Dead, Canned Heat, The Who, Ten Years After, Joan Baez … il collegamento con questo evento è immediato. A tenerlo vivo ci hanno pensato, con grande successo, dischi, film e documentari.

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In realtà, il primo grande festival rock, non fu quello di Woodstock ma il Monterey Pop Festival, sulla costa occidentale degli States. Infatti, due anni prima, in quella cittadina della California, si ritrovarono 31, tra musicisti e band, che per tre giorni (16/17/18 giugno 1967) richiamarono circa duecento mila persone in un’arena naturale. Era l’esordio in pubblico per Jimi Hendrix e Janis Joplin, e ha visto la presenza di The Animals, Otis Redding, Quicksilver, The Byrds, Simon & Garfunkel, Mamas & Papas, Buffalo Springfield e Ravi Shankar, unico artista ad essere pagato,  l’incasso (1 dollaro l’ingresso) era devoluto in beneficienza. Il Monterey Pop Festival è stato l’inizio della celebre “Summer of Love”, l’inizio della cultura hippie, l’inizio della leggenda musicale della Bay area di San Francisco.

Monterey

Un altro raduno rock, che si ripetè negli anni, fu quello del Big Sur Folk Festival, che si svolgeva in un “ranch” californiano, affacciato sull’Oceano Pacifico molto vicino a Monterey. Principali promotrici erano le sorelle Joan Baez e Mimi Farina. Ebbe vita dal 1964 al 1971, con l’apice di partecipazioni proprio un mese dopo Woodstock, nel 1969. Comunque, al Big Sur Festival, negli anni, parteciparono: Mimi & Richard Farina, Joan Baez, Incredible String Band, John Sebastian, Crosby, Stills, Nash & Young, Joni Mitchell, Judy Collins, Al Kooper, Kris Kristofferson ed anche i Beach Boys.

Big Sur

Torniamo ora al  ricordo del più grande evento musicale. Ogni anno, migliaia e migliaia di giovani e molto meno giovani, arrivano in pellegrinaggio nella piccola cittadina di Woodstock, nella contea di Ulster nello stato di New York. Woodstock si trova al confine sud di una splendida regione di montagne e vallate chiamata The Catskills, vicino ai monti Appalachi, ad ovest del fiume Hudson, a circa tre ore da New York City. The Catskills è il luogo di vacanza più amato dai newyorkers, per lo meno quelli che non si dirigono verso il mare del New England o del Maine. E’ la natura che regna in questo posto e non è difficile imbattersi in animali di varie specie, liberi e curiosi.

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Woodstock è molto graziosa e, come gran parte delle piccole cittadine statunitensi, è composta da una main street, qualche viuzza laterale, case immerse nel verde, ed un fiumiciattolo con una piccola cascatella. Numerose gallerie d’arte, qualche piccolo ristorante, due o tre stores alimentari ed enoteche, una chiesa, una banca e una fila infinita di negozi di souvenir dedicati al Festival di Woodstock. In ciascuno si possono trovare le stesse cose: magliette, poster, cartoline, portachiavi, posaceneri, cappellini, bicchieri, thermos e decine di altri oggetti ispirati alla grande adunata rock del 1969. Insomma, Woodstock vive del richiamo turistico che il festival musicale ha prodotto.

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Ma, Woodstock: 3 Days of Peace & Music, non si svolse a Woodstock! Neppure in un’area periferica, neppure in un paesino circostante. Neppure nella bellissima zona di The Catskills. Questo è il posto sbagliato.

Il Festival di Woodstock si tenne a 70 chilometri di distanza, verso sud ovest, in una zona altrettanto verde e boschiva, vicino ad un piccolo laghetto ed una grande cascina. A poca distanza da un agglomerato di case chiamato Bethel, nella contea di Sullivan. Ma se vi fermate a Bethel non troverete ne souvenir ne indicazioni. L’unico luogo pubblico è un grande bar nei pressi di una distilleria. All’interno del bar, il solo spunto di riferimento al festival è un minaccioso cartello che chiede di fermare l’arrivo di centocinquantamila hippies -“Local people speak out. Stop Max’s hippy music festival. No 150.000 hippies here” -. Nessuno vi dirà che dovete percorrere ancora dieci chilometri per arrivare a Bethel Woods, un immenso campo che scende verso un piccolo laghetto.

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Quì si svolse il Festival di Woodstock. Quì trovate un monumento, tristemente simile ad una pietra tombale,  che lo ricorda. All’ingresso di quest’area vi è un grande Farmer’s Market, vendita di prodotti naturali. A fianco c’è il museo dedicato al Festival (aperto dalle 10 a.m sino alle 6 p.m.).

Quando percorrete, in macchina, i viottoli di campagna che separano Bethel da Bethel Woods, riesce molto facile immaginare la coda di automobili, moto, bus ed ogni altro mezzo di trasporto che aveva paralizzato il traffico verso la grande radura dove, alla fine, sono arrivate mezzo milione di persone. Nel posto, dove sorgeva il palco, non si sentono le percussioni di Santana o la ribellione elettrica di Jimi Hendrix, ma solo il fringuettio di uccellini ed il fruscio delle foglie mosse dal vento.

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Certo non ci troviamo di fronte al Colosseo romano o alle Piramidi egizie e nemmeno  a Betlemme, ma, per gli amanti del rock, è un luogo molto emozionante e suggestivo, per quello che ha rappresentato nel lontano 1969: la nascita di un’era musicale senza paragoni.

“…We are stardust, we are golden, we are billion year old carbon, and we got to get ourselves back to the garden… By the time we got to Woodstock, we were half a million strong, and everywhere there was song and celebration…” (Woodstock by Joni Mitchell)

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Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
(da http://www.spettakolo.it/2015/06/15/woodstock-il-posto-sbagliato/)

 

ROY HARPER: La leggenda del quinto Pink Zeppelin di Massimo Bonelli

25 Mag

Questa volta Massimo ci racconta la sua esperienza con ROY HARPER, nome con cui tutti ci siamo confrontati per le sue liaison congruppi e musicisti di primissimo piano del Rock inglese; i più fortunati poi hanno saputo addentrarsi nel suo mondo. Io sono tra questi e alcuni suoi album girano puntualmente nel mio lettore. Con grande piacere dunque pubblico questo bel racconto di Bonelli.

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Se senti una voce ampia come un vallata e limpida come un ruscello poco prima della cascata, rincorsa dalle note di una chitarra, soavi e potenti come la melodia di un organo di cattedrale, con mille canne che vibrano colorando enormi vetrate a piombo, che esplodono lasciandoti volare verso l’infinito… stai ascoltando Roy Harper.

Il mio primo viaggio a Londra risale agli inizi degli anni ’70. Era l’epoca in cui Led Zeppelin, Pink Floyd e Who raccoglievano l’eredità dei disciolti Beatles. L’epoca in cui i Rolling Stones si erano trasferiti in “esilio” sulla Costa Azzurra e John Lennon se ne anadava a New York City. L’epoca in cui, se parlavi di Queen, dovevi precisare se ti riferivi alla Regina Elisabetta o alla regina Freddie Mercury. Nei juke box potevi sentire l’esordio di Kate Bush con “Wuthering Heights” o Gerry Rafferty con  “Baker Street”. Ziggy Sturdust volava alto nei cieli britannici con le sue trasformazioni. I Genesis accusavano chi svendeva l’Inghilterra a libbre. Il flauto magico dei Jethro Tull veniva incartato tra le pagine del St.Cleve Chronicle.

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Beh, in quell’epoca scoprii Roy Harper. Fu subito profonda passione. Passione per il folle genio musicale che incantò i Led Zeppelin, Pink Floyd, Who, Jethro Tull, Paul McCartney, Kate Bush. A quell’epoca lo scoprii attraverso i suoi dischi. Jimmy Page e David Gilmour collaborarono spesso con lui e spesso lui con loro. Amicizie che durarono nel tempo; ancora oggi, il chitarrista dei Led Zeppelin, è al suo fianco nei dischi e nei concerti. Anche con Gilmour ed i Pink Floyd ci furono ripetute e reciproche partecipazioni. Anch’io gli fui fedele per tanti anni, lavorando alcuni dei suoi dischi, promuovendo il suo geniale talento ovunque ne avessi avuta occasione. Ma mai mi fu possibile incontrarlo.

David Gilmour & Roy Harper
David Gilmour & Roy Harper

La follia di Roy Harper ha segnato la sua vita artistica e privata, con fasi altalenanti a livello caratteriale, non certo musicale. I suoi lavori sono tutti dei gioielli, con armonie magiche e testi poetici e visionari. Non ha mai inseguito le mode ma solo i suoi sogni, ed i suoi sogni erano molto speciali.

In un mio successivo viaggio a Londra, Peter Jenner, che era il suo manager, oltre che esserlo stato per i Pink Floyd, mi disse – “Roy Harper è il miglior musicista che conosco, ma è anche il più pazzo e meno affidabile, è veramente difficile lavorare con lui”. Infatti durò poco la loro unione. Solo Jimmy Page resisteva alle sue bizzarrie. Forse anch’io avrei resistito… ma non riuscivo ad incontrarlo.

Jimmi Page & Roy Harper
Jimmy Page & Roy Harper

Un paio di anni fa, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, mi sono fermato nuovamente a Londra. Un manifesto annunciava “Roy Harper in concerto al Royal Festival Hall”.

Io ci sono. Io, che ho lavorato a fianco di centinaia di artisti, sono come un fan che si reca a vedere lo spettacolo del suo idolo di sempre. Ci sono con tutta la timidezza che comporta l’averlo inseguito per quasi quarant’anni. Ci sono da spettatore che forse non avrà ancora la possibilità di conoscerlo. Ci sono con la mia compagna che non ha i miei problemi e fa in modo che questa opportunità avvenga. Il manager di Roy Harper le sarà complice.

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Assisto ad un concerto meraviglioso. Tutte le fantasie, con le quali avevo convissuto ascoltando i suoi dischi, si stavano scatenando nella realtà di una performance superlativa.  Risento la voce ampia come una vallata e chiara come un ruscello, la chitarra impetuosa e potente come l’organo di una cattedrale. Volo verso l’infinito.

Riatterro dalle mie fantasie ed, in breve, mi trovo in una piccola saletta dove stanno festeggiando il successo della prima data del nuovo tour di Roy Harper. I miei occhi lo cercano tra le decine di persone presenti: ospiti, musicisti, celebrità. Ma è lui ad avvicinarsi a me, quasi all’improvviso, inaspettatamente. E’ lui, anche se invecchiato. E’ lo stesso artista che ho inseguito in tutti questi anni. Il suo fisico risente della fatica del concerto, ma è un fisico fiero. Mi osserva con i suoi occhi luminosi, con il suo viso incorniciato da capelli e barba bianca, quelli di un vecchio saggio. Mi offre un bicchiere di vino e solleva il suo per un brindisi:

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– “Alla tua salute amico mio, so chi sei e cosa hai fatto per me in tutti questi anni”.

Io sono quasi paralizzato: – “Sapessi cosa hai fatto tu per me in tutti questi anni. La tua musica mi è stata compagna come una colonna sonora. Album come “Stormcock”, “Lifemask” e “HQ” sono stati spartiacque delle mie scelte musicali”.

Piacevolmente colpito, mi fa un sorriso dolce: “E’ bellissimo sentire queste parole. Grazie. Spero il concerto ti sia piaciuto, visto che arrivi da lontano”

“Il tuo concerto è stato splendido. Hai fatto tutti i brani per cui  è giustificato affrontare qualsiasi sacrificio. Per lavoro o per passione ho assistito a circa duemila concerti. Questo è quello che mi ha reso più felice.”

Lui con aria sorpresa: – “Ma tu sei pazzo, duemila concerti? Allora grazie per aver avuto la forza di venire anche al mio”

Io colgo l’occasione:- ” Mi farebbe enormemente piacere tu venissi a suonare in Italia. Mi piacerebbe occuparmene personalmente. Sono certo che troveresti un pubblico fantastico”.

Mi osserva un po’ perplesso, lui che ha improvvisato concerti per strada in tutta Europa, lui che ha cercato e non trovato fortuna in America, mi sussurra: -“Non ho più il fisico per viaggiare, ma ti prometto che se dovessi decidere di farlo, sarai la prima persona a saperlo”.

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Massimo Bonelli & Roy Harper

C’è altra gente che lo vuole salutare. Io starei con lui a chiacchierare per giorni, ma l’educazione mi induce a lasciare che si dedichi anche agli altri ospiti.

Si sta per allontanare, si ferma e ritorna verso di me e mi abbraccia. Poi, con aria più seria, pur sempre con un sorriso gentile, mi dice nuovamente:- “Grazie ancora Massimo, grazie veramente per tutto, amico mio”.

Lui va verso le altre persone e io esco felice. Ho chiuso il cerchio. Lo spettacolo deve continuare, ma io posso scendere… “when an old cricketer leaves the crease… and it could be me and it could be thee”.

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

A NIGHT WITH JEFF BUCKLEY di Massimo Bonelli

7 Mag

Bello e struggente questo momento che Massimo condivide con noi …

 

“You need coolin’, baby, I’m not foolin’…” stava canticchiando mentre nuotava nel Wolf River, affluente del padre delle acque, il Mississippi. Acque che parlano di musica, che ricordano il blues, Robert Johnson, Nina Simone, che Jeff Buckley tanto amava.

Lui che era nato nella Orange County, contea dell’eccellenza musicale, in California, tra colline, mare e vallate. Con vicini di casa quali Frank Zappa o Philip K. Dick, era destinato a diventare musicista e sognatore. Eredità che non prese dal padre, lo straordinario musicista Tim Buckley, frequentato raramente e perso giovanissimo. Eredità che non prese neppure dalla madre, musicista classica. L’amore per il rock gli venne ispirato dal patrigno Ron Moorhead, amante degli Who, dei Pink Floyd e, soprattutto, dei Led Zeppelin.

“You need coolin’, baby, I’m not foolin’…” dei Led Zeppelin, stava canticchiando nel 1997, mentre nuotava nel Wolf River, affluente del padre delle acque, il Mississippi. Nelle vicinanze di Memphis, Tennessee

Tre anni prima, nel settembre del 1994, Jeff Buckley venne a Milano, nell’ambito di un lungo tour mondiale per presentare il suo primo album “Grace”. Si esibì in un minuscolo locale stracolmo di gente, solo ospiti selezionati. Una magica atmosfera coinvolgeva tutti i presenti. Quello di Jeff era un debutto molto annunciato, molto atteso. La fama del padre Tim Buckley era ancora viva, ma tutti si accorsero che Jeff non ne faceva il verso, seppure padrone di una drammaticità vocale molto simile… “… I’ll stand before the Lord of Song, with nothing on my tongue but Hallelujah.. Hallelujah, Hallelujah…” è stata la crepuscolare chiusura dello show. Quasi solo voce, accompagnata da una dolce e delicata chitarra. Come  Jimi Hendrix fece sua “All along the watchtower” di Bob Dylan, Jeff Buckley si appropriò di “Hallelujah” di Leonard Cohen.

Mezz’ora dopo la fine dello spettacolo, mi ritrovai in una piccola saletta dell’albergo dove l’artista era ospite. Non aveva voglia di andarsene a dormire e così passammo la notte a chiacchierare.  MB: “Sei stanco?” –  JB: “No, piuttosto eccitato, mi sento sempre così dopo aver suonato. Devo scaricare un po’ di adrenalina” –  MB: “Credo tu possa essere soddisfatto, ho visto tutti molto colpiti dal tuo talento” – JB: “Sì, sono soddisfatto, anche se preferisco pensare che potevo fare meglio”. Parlammo a lungo di  svariati argomenti: il suo amore per il jazz e particolarmente per Duke Ellington, Charlie Mingus e Thelonius Monk, l’influenza ricevuta dal patrigno sul rock ed i suoi gruppi preferiti: Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Queen. Ma su tutti, la profonda passione per Bob Dylan, Leonard Cohen, Van Morrison ed Edith Piaf.

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Tim & Jeff Buckley

JB: “Immagino che vorresti chiedermi di mio padre Tim?” – MB: “L’ho molto apprezzato musicalmente, ho i suoi dischi ed ancora mi ritrovo ad ascoltare brani come “I had a talk with my woman” o “Song to the Siren” – JB: “Ti confesso che,  probabilmente lo conosci meglio tu di me. L’ho visto raramente, se ne andò da casa molto presto. A quell’epoca mi facevo chiamare Scott Moorhead, il cognome del compagno di mia madre. Poi, mio padre è morto quando avevo nove anni e non sono andato al funerale, ma ho ripreso il suo cognome. Solo recentemente ho partecipato ad un tributo musicale a lui dedicato. Così mi sono messo a posto con la coscienza” – MB: “Anche se hai uno stile diverso, ne ricordi la sensibilità interpretativa. Hai mai pensato di rifare qualche suo brano?” – JB: “Non lo so, non ora, ma in futuro è possibile. Sì credo che in futuro potrei farlo”.

Quale futuro? … “You need coolin’, baby, I’m not foolin’…” stava canticchiando, meno di tre anni più tardi, mentre nuotava nel Wolf River, affluente del padre delle acque, il Mississippi. Nelle vicinanze di Memphis, Tennessee. Jeff Buckley scomparve in quelle acque… “… Hear me sing, swim to me, swim to me, let me enfold you. Here I am, here I am, waiting to hold you… ” (Song to the Siren by Tim Buckley)

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(apparso in origine su http://www.spettakolo.it/ il 04/05/2015)
Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

HERE COMES THE … QUEEN di Massimo Bonelli

26 Apr

Un’altra avventura Rock direttamente dai ricordi del nostro amico Massimo Bonelli.

Era una mattinata uggiosa. Normale  a metà settembre, soprattutto nel Regno Unito, ma noi eravamo a Milano e quel giorno non doveva piovere per alcun motivo. Stavamo ultimando i preparativi per l’arrivo della “regina” Freddie Mercury e dei suoi nobili accompagnatori.

Erano trascorsi pochi mesi dalla loro presenza al Festival di Sanremo con Radio GaGa. Ricordo che ci veniva comunicato di continuo l’aumentare delle persone del loro staff e, di conseguenza, diminuivano le stanze in albergo a disposizione nostra. Finimmo costretti a dormire in otto  nella stessa camera, come in collegio. Fu comunque molto rock’n roll. Quattro limousine, una per ogni componente della band altrettante macchine per lo staff. Cinque bodygard, una per ciascuno, due per la regina, di cui uno procurato da me, che si presentò con il braccio ingessato, cosa che per fortuna divertì e piacque molto a Freddie Mercury. Dal loro arrivo all’aeroporto di Nizza sino alla ripartenza, non ci fu un attimo di tregua. Ma l’organizzazione fu perfetta e i Queen erano una vera macchina da spettacolo.

Torniamo nuovamente a quel disgraziato mattino di pioggia di metà settembre. La villetta, così chiamavamo la nostra sede Emi, luogo dell’evento, era molto spaziosa all’interno, ma l’idea di far incontrare, nell’ampio giardino, i Queen con i media, sarebbe stata sicuramente apprezzata da tutti. Il personale del catering, lo staff tecnico, i collaboratori della Emi, tutti in attesa del miracolo che ci permettesse di allestire ogni cosa all’esterno. Ma la pioggia persisteva ed il cielo era di umore nero.

A metà mattinata bisognava prendere una decisione. L’arrivo della band era previsto alle 12.30, quello dei nostri ospiti giornalisti alle 12.00. Seppur la pioggia continuasse a cadere, riuscivo ad intravvedere un velato raggio di sole che lottava per farsi spazio ed io, naturalmente, tifavo per lui. Ma coloro che stavano scalpitando per allestire, iniziando a preparare bevande, cibo, luci e microfoni all’interno, tifavano per la razionalità. Affacciato verso la strada, vedevo la gente che camminava con gli ombrelli aperti, le auto con i tergicristalli in funzione, le pozzanghere stracolme.

Certo, viene da pensare che bastava controllare il meteo su internet con un computer o un cellulare…. ma eravamo nel 1984 e la tecnologia era ancora scarsa. L’unica virtù esistente all’epoca stava nel fatto che si ascoltavano tanti dischi, album in vinile con grandi copertine colorate ricche di informazioni, si ascoltavano interamente e più volte. Questa conferenza stampa veniva infatti organizzata per presentare, oltre ai due concerti milanesi dei Queen, anche il loro album “The Works”, pubblicato successivamente alla loro apparizione sanremese.

Il tempo scorreva crudele come i rigagnoli di pioggia verso i tombini. I primi giornalisti si presentarono con indiscreto anticipo. Pian piano arrivarono tutti gli altri. Mentre li accoglievo, lanciai uno sguardo all’esterno e vidi qualche coraggioso passante che chiudeva l’ombrello. Era oramai mezzogiorno, mezzogiorno di fuoco. Un raggio di sole prevalse prepotentemente sull’oscurità ed illuminò la strada. Con stoico coraggio, ordinai immediatamente l’allestimento in giardino. Tutti si diedero precipitosamente da fare, camerieri, tecnici, collaboratori ed anche i giornalisti. Con frenetica arte organizzativa, tutto fu pronto in pochi istanti.

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Deacon, Taylor, Bonelli & May

 

Puntuali come un orologio svizzero, alle 12.30, su splendide carrozze reali, arrivarono i Queen e, con loro, un sole caldo e totale. Brian May, John Deacon, Roger Taylor e, naturalmente, Freddie Mercury fecero un pomposo ingresso nel giardino della villetta, accolti da un sonoro applauso. Il sole aveva reso tutti di ottimo umore e naturalmente anche me. L’incontro con i media, seguito da un aperitivo, fu estremamente gradevole ed informale. Freddie, sempre professionale e molto rilassato, confessò di amare  il nostro Paese, in quanto culla della musica operistica, di cui lui era grande estimatore. Arrivando verso la villetta, aveva avuto modo di ammirare la statua di Giuseppe Verdi, compositore che gli aveva regalato tante emozioni.

Freddie Mercury

Massimo Bonelli & Freddy Mercury – Milano. Sept 1984

 

La sera organizzai la cena con loro in un ristorante vicino all’Università Statale. Una serata piacevole con lunghe chiacchierate, sia con la band che con il loro manager Jim Beach, sulle bellezze nazionali. Fu forse  per questo che, tempo dopo, Jim Beach decise di prendere casa all’isola d’Elba.

Più tardi la “regina” si fece accompagnare in un club molto, molto esclusivo…

God save the Queen… because…  Freddie you’re a boy make a big noise… playing in the street, gonna be a big man someday … singing… We will We will Rock you…

(apparso in origine su http://www.spettakolo.it/ il 20/4/2015)

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Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

Earth live a Roma, Init, 29 gennaio 2015 di Paolo Barone

17 Feb

Quando si tratta di musica a me piace rischiare. Una delle cose piu’ belle che si possano fare e’ comprare un disco solo perche’ attratti dalla copertina, andare a un concerto cosi, al buio, buttarsi e vedere cosa ne esce fuori. Si rischia qualche euro, niente di piu’, e male che vada ritentiamo la prossima volta. Ma alle volte capita il colpo di fortuna che vale mille, la scoperta che ti cambia (perlomeno) la giornata. Per me e’ sempre stato cosi, e in un certo qual modo continua ad esserlo anche oggi ai tempi di youtube e spotify che tutto si ascolta al volo senza muovere il culo da casa. All’inizio ci sono caduto pure io in questa cosa, ho dato uno sguardo alle band su internet prima di andare a vederle live e il risultato e’ stato che spesso sono rimasto a casa. E ho fatto male. Per fortuna l’ho capito abbastanza presto che questo sistema di valutazione preventiva in rete non fa per me, e sono tornato, solo o in compagnia, a vedere i concerti senza “preview”.

Con questo spirito qualche giorno fa sono andato insieme ad una amica rocker a vedere gli Earth, all’Init di Roma.

Ci siamo spinti fuori di casa in una serata freddina e piena di pioggia sottile, abbiamo fatto mille giri di tutti i palazzi per cercare parcheggio, ma alla fine eravamo all’Init giusto in tempo. E qui due parole sul valore aggiunto di andare a vedere un concerto all’Init o al Circolo degli Artisti a Roma bisogna che le dico. Questi due club praticamente incollati, un po’ piu’ piccolo e underground il primo, piu’ famoso il secondo, si trovano sotto, ma dico proprio sotto, un grande acquedotto romano. Per cui, mentre sei li’ in fila per il biglietto oppure nello spazio all’aperto del club, alzi la testa e sei sormontato da duemila anni di storia architettonica. Ma ditemi voi se non a Roma dove?! Mah! Magie continue della mia citta’… Comunque, rapimento estetico-storico a parte, dopo un pochino di fila siamo entrati in un Init molto pieno. Prima sorpresa della serata, non me lo aspettavo, ormai mi sto abituando a Detroit dove per un concerto come questo se ci ritroviamo in quindici e’ una seratona. Sul palco suonano i Black Spiritual, jazz rock psichedelico un po’ prevedibile, e noi approfittiamo per guardarci in giro.

Il locale e’ veramente molto pieno, la scena Heavypsych romana e’ molto viva a quanto pare. Eta’ media sulla trentina con qualche picco molto piu’ in su e poco piu’ in giu’, moderatissimo consumo di alcolici, lunghe barbe quasi obbligatorie per i maschietti. Al banco di magliette e dischi splendono le copertine dei vinili degli Earth e i poster fatti da Malleus per la data del giorno prima a Milano. Prezzi ragionevoli, qualcuno compra anche prima del concerto, i membri della band girano in sala piuttosto divertiti. Finalmente i Black Spiritual si arrendono e noi ci sistemiamo in piedi su delle strategicissime panchine ai lati della sala, con una visione rialzata perfetta.

Earth

Pochi minuti e gli Earth sono sul palco. Basso, chitarra e batteria, niente microfoni per la voce. Il bassista chiede che non si usino falsh per fare le foto, e il concerto inizia. La musica parte, fa pochi passi, e si ferma in un eterno moto circolare. Tutto gira su se stesso, accordo dopo accordo sempre uguale, lento ed inesorabile. Passano i minuti, e nulla cambia, la musica degli Earth continua nella sua danza immobile e il pubblico resta incantato a seguirla. Io e la mia compagna di avventura musicale ci guardiamo un po’ perplessi, siamo figli di altri suoni e questa dimensione live ci coglie impreparati. Parte, dopo buoni 15 minuti, un secondo brano. Stessa cosa, una volta impostati gli accordi iniziali tutto diventa un mantra infinito. A questo punto inizio a guardarmi intorno, un po’ distratto dalla mia indole rock and roll…Niente, sono quasi tutti persi nella musica. Perlomeno la stragrande maggioranza del pubblico lo e’, con qualche fan che inizia ad andare in un suo mondo interiore accompagnato dal suono che esce dalle casse. E’ come essere in un concerto dei Black Sabbath senza Ozzy, e con tutti i musicisti imbottiti di tranquillanti.

Cerco di ragionarci, di capire un po’ meglio questa cosa….non mi sto “divertendo” ma sento che c’e’ qualcosa…sento molta comunicazione fra musicisti e pubblico…e’una proposta diversa e coraggiosa questa degli Earth, un modo molto personale e differente di essere nel mondo Hard & Heavy. Alla lunga pero’ non riesco ad entrare veramente nel concerto, ne resto fuori e anche piuttosto annoiato. La mia amica senza tante seghe mentali guarda speranzosa verso il bar e l’uscita…

L’Init ha anche questo di buono, puoi andare al bar rimanendo di fatto nella sala del concerto ma in maniera molto piu’ distante e distaccata. Ci passiamo qualche minuto in questa zona franca, e poi decidiamo di tornare a riveder le stelle e l’acquedotto maestoso nella notte di Roma.

Passano i giorni e il ricordo del concerto non mi lascia. Ci penso e ci ripenso, rivedo la batterista dare quei pochi colpi lenti e prcisi con un fare molto teatrale…Il chitarrista al centro del palco…alla fine mi decido per dare agli Earth un altra possibilita’, quella dell’ascolto casalingo sereno e rilassato. Ormai so cosa aspettarmi, e mi metto comodo cuffie in testa ad ascoltare un paio di loro dischi in streaming.

Bastano pochi minuti, e vengo beatamente intrappolato dalle spire dei loro suoni.

Lontani dalla dimensione live, in un ambito piu’ comodo e intimo, riesco anche io ad entrare nella loro musica ed e’ una bella scoperta. Sento ancora i Sabbath, ma non solo, anzi, sempre meno. In qualche strano modo mi fanno pensare alle colonne sonore di Morricone ma anche a Link Wray, ai suoi suoni di chitarra lenti e dilatati su ‘Rumble”…E in breve diventano una piacevole colonna sonora dei miei pensieri. Una bella scoperta alla fine gli Earth, diversissimi da tutto e tutti, credo che resteranno con me nei momenti giusti, accompagnandomi in qualche esplorazione interiore, con il lento incedere del loro infinito mantra elettrico.

 

 

ROCK AND ROLL HALL OF SHAME di Paolo Barone e Tim Tirelli

15 Gen

A fine anno (2014) POLBI mi ha mandato questa sua riflessione sulla ROCK AND ROLL HALL OF FAME, spronandomi ad aggiungere il mio pensiero. Lo faccio solo oggi e mi scuso col Michigan Boy, ma un po’ il tempo e un po’ l’incazzatura mi hanno fatto ritardare il mio intervento; incazzatura perché l’istituzione di cui stiamo parlando è ormai diventata piuttosto ridicola. Lo spirito iniziale impresso dal grande AHMET ERTEGUN ormai si è perso, e se il dover fare i conti con fattori esterni all’importanza musicale e al relativo impatto degli artisti sul mondo della musica ci può stare, viviamo in una società fatta così ed è comprensibile (ma non giusto naturalmente) arrivare a compromessi, si ha la sensazione che molti nomi di grandissimo peso siano tenuti fuori da gusti personali di chi ora guida la RARHOF (vedi il direttore della rivista ROLLING STONE, magazine che su questo blog non rispettiamo, malgrado GIANCARLO TROMBETTI abbia le sue ragioni nel difenderlo).

Ecco quindi il punto di vista di POLBI e di seguito il mio. 

Rock And Roll Hall Of Fame

Rock And Roll Hall Of Fame

PAOLO BARONE

A noi in Italia della Rock and Roll Hall of Fame non ce ne importa poi molto.

Qui invece e’ una cosa molto sentita e discussa, sia il vastissimo pubblico del classic rock da radio, che le piccole comunita’ dei veri appassionati, quando arriva questo periodo dell’anno sono e siamo tutti un po’ presi da questa controversa istituzione americana. In genere la discussione si sviluppa in questo modo: Fase uno – Hai visto chi hanno fatto entrare nella Hall of Fame quest’anno?! (accompagnata da un moto di sdegno e disapprovazione); Fase due – Ma come si puo’ chiudere una cosa come il Rock in un museo, ma dai…; Fase tre – Lista di tutti quelli che sono stati inclusi e non lo meriterebbero; Fase quattro – Partono le liste personali dei grandi assenti…

Ci passiamo tutti in questo dibattito, c’e’ poco da fare, su internet, nei negozi di dischi, al bar, a casa di amici, ai concerti, prima o poi la cosa salta fuori!

Fondata dal grande Ahmet Ertegun, per quanto possiamo dire che sia profondamente in contrasto con lo spirito ribelle originale della musica Rock, con il passare del tempo e lo storicizzarsi degli avvenimenti e dei protagonisti, la Hall of Fame di Cleveland e’ diventata un qualcosa con cui in qualche modo bisogna fare i conti.

Tutti i musicisti, anche se non lo ammettono apertamente, sognano di entrarci. Anche quelli che apparentemente dovrebbero essere lontani da certe logiche, in fin dei conti se la fanno sotto dalla voglia di esserci. Che io sappia l’unico ad aver rifiutato l’onore di farne parte e’ stato Johnny (Lydon) Rotten dei Sex Pistols, il quale li ha mandati tutti a cacare dicendo che era una vetrina per vecchie glorie in pensione…Un po’ paraculo e un po’ sincero, ha raccolto (ancora una volta) per un attimo lo spirito di tutti i perdenti del Rock. Ma poi il momento di riscatto e’ passato e il circo della Hall of Fame e’ ripartito. E cosi anche quest’ anno siamo tutti qui a fare le nostre profondissime e articolate riflessioni…per cui, ecco a voi…

I PRIMI QUINDICI SCANDALOSAMENTE ASSENTI DALLA ROCK AND ROLL HALL OF FAME (secondo Paolo Barone)

1 – MC5 – Dico io, ma come cazzo si fa a concepire una cosa del genere?!? Un esclusione cosi grave e cosi palesemente politica, da lasciare senza parole e andare tutti in corteo a Cleveland a occupare la Hall of Fame sulle note di Kick out the Jams…

2 – NEW YORK DOLLS – C’e’ bisogno di dire altro?! Una Rock and Roll Hall of Fame con dentro, tanto per dire, James Taylor, e senza le bambole?!? Mah!

3 – KING CRIMSON – Ok, il prog a voi americani non piace, o meglio, proprio non avete gli strumenti culturali per capirlo, va bene ci posso pure stare. EL&P, Yes, PFM, Van der Graaf, Caravan… Fate troppa fatica… Ma almeno i King Crimson…eddai!!!

4 – FREE – Chiunque appassionato di Rock, che abbia le orecchie connesse con il cuore non puo’ non capire il valore assoluto e indelebile della band di Kossoff.

5 – HAWKWIND – Hanno semplicemente inventato lo space rock, con ripercussioni nel tempo su generi e stili diversissimi, dalla Tecno al Metal, passando per ogni possibile deriva psichedelica. Ve le devo dire io queste cose signori di Cleveland?!

6 – JOHNNY WINTER – Rock and Roll Hall of Fame senza il chitarrista albino?!? Andate affanculo va’!

7 – DUANE ALLMAN – Probabilmente dopo Hendrix il chitarrista americano piu’ importante di sempre e con tantissime collaborazioni favolose oltre gli Allman Brothers. Un parziale esclusione da riparare al piu’ presto.

8 – THE CURE – Icona internazionale, creatori di un suono unico che ha attraversato e rappresentato diverse generazioni, ispiratore di un intera estetica pop. Certo, se l’americano bigotto della Bible belt li vede si tocca le palle…ma vota lui nella Hall of Fame?!

9 – BLUE CHEER – Assurdamente non avete incluso i Deep Purple e il perche’si puo’ intuire, forse sono troppo “ British Hard rock” per voi… Avete paura di Lemmy, personaggio ingestibile in queste situazioni? E allora almeno i Blue Cheer, inventori dell’ Hard & Heavy li vogliamo accogliere? No, brutti sporchi e cattivi, vi rovinano la vetrina.

10 – BIG STAR – Il gioiello piu’ bello e malinconico del pop rock. La band di Chilton e Bell e’ una delle piu’ importanti e dichiarate fonti di ispirazione per alcuni degli artisti presenti nella Hall of Fame. Ne e’ rimasto vivo uno solo, il buon Jody Stephens, li inseriamo ora o no?!

11 – CAN – Il Rock non e’ stato un fenomeno solo racchiuso fra USA e UK, e la Germania ne ha partorito una delle forme piu’ avventurose e particolari. Dare un posto ai CAN (o anche a Kraftwerk, Ash Ra Temple, Popol Vuh…) e’ un apertura di orizzonti necessaria per dare un respiro internazionale alla storia di questa musica.

12 – TIM BUCKLEY – Lui insieme a Capitan Beefheart, Robert Wyatt, Syd Barrett e altri hanno creato un universo di individualita’ aliene, che nel cuore degli appassionati di Rock in tutto il pianeta ha spalancato spazi di inesplorate bellezze. Almeno Tim, forse il piu’ popolare del mazzo…Almeno lui dico…

13 – PAMELA DES BARRES – La groupie piu’ famosa del mondo deve, e sottolineo deve, entrare in questa Hall of Fame. Secondo me rappresenta un po’ tutti noi fan sparsi nel mondo e nel tempo, che in un modo o nell’altro abbiamo lasciato un bel pezzo di vita e amore in questa musica. E poi, lei e tutte le altre, quante canzoni memorabili hanno fatto nascere ?! Quanti cuori rock hanno spezzato e curato?! Che rock and roll sarebbe senza di loro?!

14 – LESTER BANGS – (o Nick Kent, Cameron Crowe, Lenny Kaye, Riccardo Bertoncelli, i “nostri” Riva & Trombetti…) Fondamentale il contributo dato da questi e altri scrittori alla costruzione di quel mondo culturale che chiamiamo rock. Hanno scritto pezzi memorabili, spesso piu’ belli delle musiche che raccontavano, e’ impossibile non rappresentare il giornalismo musicale in questo contesto. Bangs e’ stato il giornalista rock and roll piu’ originale, scomodo, e spiazzante di tutti i tempi. Non necessariamente dobbiamo ritrovarci nei suoi gusti musicali, ma il suo talento di scrittore, il suo lavoro e la sua passione “totale” restano come un monumento definitivo a questa musica e a tutto quello che puo’ significare.

15 – JOHN PEEL – Anche lui a rappresentare una categoria, in questo caso quella dei DJ indipendenti e visionari che negli anni sessanta e settanta hanno dato spazio e voce a innumerevoli band emergenti e non, senza seguire le direttive commerciali delle case discografiche, reinventando il ruolo della radio e relazionandosi direttamente con gli ascoltatori. Mi sa che il motivo per cui non lo hanno ancora inserito e’ proprio questo.

Ok, questa e’ una lista personale e parzialissima, ma secondo me questi nomi non si puo’ non inserirli dai, evvabbe’ gli Abba (piacciono anche a me, ma rock?!?) I Beegees….I Greenday…..Earth wind and fire…Ma a tutto c’e’ un limite, Ahmet che sei nei cieli!! Forse e’ ora di andarci di persona a Cleveland alla Rock and Roll Hall of Fame e mettere le cose a posto…quasi quasi…

Paolo Barone ©2014

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TIM TIRELLI

La lista vergognosa dei nomi non inclusi finisce inevitabilmente per essere, come già ha detto Polbi, “parzialissima”, questo perché tu puoi anche partire con le migliori intenzioni, cercando di essere obbiettivo e di citare solo i nomi pesanti assenti che piacciono a te, ma poi vedendo l’assurda inclusione di certi artisti, ti chiedi “ma allora perché non JOHN MILES, i FIRM, gli XYZ?”

I PRIMI NOMI CHE MI VENGONO IN MENTE SCANDALOSAMENTE ASSENTI DALLA ROCK AND ROLL HALL OF FAME (secondo Tim Tirelli)

1) EMERSON LAKE AND PALMER – Dico io, ma si può? Una delle quattro più grandi band di prog Rock (per me la più grande) esclusa, roba da matti. E dire che gli ELP hanno messo a ferro e fuoco gli States varie volte (specialmente nei tour 1973/74 e 1977/78), hanno inciso per la ATLANTIC Records e soprattutto, soprattutto porca miseria, hanno pubblicato album di musica Rock profonda e  s e n s a z i o n a l e! Certo, non piaceranno a quei fighetti da rock americano che hanno adesso in mano le redini della RARHOF, negli anni ottanta non avranno avuto il successo commerciale dei GENESIS grazie ad una manciata di buoni pop hits, ma eccheccazzo!

2) JOHNNY WINTER – No, fatemi capire, JOHNNY WINTER non c’è? Uno dei grandissimi chitarristi americani, uno che è stato nocchiero della grande barca del blues del nuovo mondo, uno che che ha passato un lustro nel calde acque del Rock per poi far ritorno nelle paludi del blues.  Cioè, C’è GRAND MASTER FLASH e non c’è JOHN DAWSON WINTER III?

3) FREE – Magari il gruppo di RODGERS-FRASER-KOSSOFF-KIRKE non ha fatto il botto, non ha raggiunto le vette dei LZ, ma è innegabile che sia una bona fide band, un band che incarna una delle rappresentazioni più oneste, candide e sincere della musica Rock. Loro no, i BEASTIE BOYS sì!

4) LITTLE FEAT – Stesso discorso fatto per i FREE. C’è una band americana con un coefficiente più squisitamente Rock di loro? Ne dubito. LOWELL GEORGE non è una figura leggendaria per la musica americana? Certo, non hanno avuto l’impatto visivo e commerciale di AEROSMITH e VAN HALEN, ma quanta legacy americana c’è nella musica dei LITTLE FEAT! Loro no e i RUSH, E STREET BAND sì, ad esempio.

5) YES – Per loro il discorso è simile a quello degli ELP. Giganti di quello che oggi viene chiamato Rock progressivo, ATLANTIC Records recording artists, creatori di alcuni album memorabili. Roba da non credere, perchè THE YES ALBUM, FRAGILE e CLOSE TO THE EDGE non devono avere la stessa valenza di certi dischi di SPRINGSTEEN e DYLAN?

6) MOTT THE HOOPLE – Una cult band con un senso Rock profondissimo. Loro no, i REM sì.

7) DEEP PURPLE – Non ci sono i DEEP? Non sono uno dei gruppi Hard Rock più importanti di sempre? Loro no, i BLACK SABBATH, i KISS e gli HEART sì.

… poi ci sono i nomi a noi cari che effettivamente possono anche non avere un posto in prima fila nella storia del Rock, ma mi sembra strano vedere nomi come RUN DMC, MADONNA, o anche GREEM DAY e BONNIE RAITT e non BAD COMPANY e UFO ad esempio…

Mah, meglio lasciar perdere.

Tim Tirelli ©2015