ANN & NANCY WILSON “Kicking & Dreaming – A Story Of HEART, Soul, and Rock & Roll (HarperCollins2013) – TTTTT

16 Apr

Ennesima bella biografia (in inglese) relativa ad artisti Rock. Sembra proprio che le rockstar abbiano capito che mettersi a nudo è l’unico modo per attrarre  lettori e appassionati…e per elaborare certi fatti. Una sorta di psicoterapia, insomma. Pure qui non ci sono riferimenti precisi circa dati tecnici, tour, date, concerti, ma il punto di vista onesto di chi stava sul palco, di chi attraversava quegli anni vestito da stella del rock è molto, molto interessante. ANN & NANCY WILSON - KICKING & DREAMING 019 CHARLES R. CROSS ha costruito bene l’impianto del libro, che è basato sulle testimonianze delle due sorelle WILSON e di alcuni comprimari. L’ingenuità dei primi anni, le situazioni blues dei primi concerti, gli imbarazzi sessuali, il gioco delle coppie all’interno della band, la cocaina, l’alcool, gli orizzonti perduti, le vessazioni maschiliste, c’è di tutto dentro al libro.

HEART anni 70

HEART anni 70

ANN e NANCY vanno proprio nel profondo, parlano del loro problema con l’infertilità, ANN parla di come era dura a scuola essere grassa e balbuziente (sono magro, ma ne so qualcosa, baby), e si sofferma spesso sul problema del peso che la tormenta ancora oggi. Tutto molto umano e profondo. Senza girarci troppo intorno dico che anche questo è un gran bel libro, libro che, se non avete grossi problemi con l’inglese, non dovete perdere.

HEART dal vivo nel 1977 - Photo M. Ochs-getty images

HEART dal vivo nel 1977 – Photo M. Ochs-getty images

PS: certo, ogni tanto i LED ZEPPELIN fanno capolino.

HEART LA 1979

HEART LA 1979

CLAYTORIDE “For His Wine & Chamber” (LSD 2013) – TTT½

15 Apr

CLAYTORIDE (pronunciate a piacere), gruppo di Thiene (Vicenza). Nel 2012 pubblicano l’ep Age Of Innocence, l’anno successivo questo FOR HIS WINE CHAMBER. L’album contiene solo 7 pezzi e già questa è una cosa di per sé positiva. Solo perché i cd possono avere una “capienza” molto ampia, non è detto che si debba riempirli di musica fino all’orlo. Rimango dell’idea che un album debba avere dai 7 agli 11 pezzi e andare dai 30 ai 40 minuti. I riempitivi meglio che i musicisti li tengano nei cassetti.

Altro aspetto positivo è il metodo di registrazione  scelto: analogico (presso lo studioProsdocimi). Mica male per un band giovane scegliere una strada del genere. Il disco è poi stato prodotto da Mike3rd ed è stato  masterizzato dal produttore californiano Ronan Chris Murphy. Questo sta a significare che il progetto è di una certa importanza, e che va al di là della solita autoproduzione o poco più.

CLAYTORIDE fOR hIS wINE aND cHAMBER

La cartella stampa che accompagna il cd sottolinea più volte che il gruppo propone un graffiante rock contemporaneo che ingloba influenze classicamente hard, post-grunge, alternative e neopsichedeliche.

Cosa significhi esattamente rock contemporaneo io non lo so, mi par di capire che la band rifiuti paragoni con musica del passato e gli stereotipi della musica Rock. Leggo in rete una loro intervista dove dichiarano:

“Siamo 5 amici che ascoltano musica spesso totalmente diversa tra loro: ci sono sicuramente musicisti o band che preferiamo o che ci emozionano maggiormente, ma noi vogliamo fare il nostro sound; non siamo mai riusciti a paragonarci o ispirarci a nessuno, lo consideriamo semplicemente come un “paletto” che impedisce ad un artista di essere totalmente spontaneo e fedele a sé stesso. Sennò che gusto ci sarebbe?”

Approfondendo un po’, vedo che in rete appaiono diverse cose su FOR HIS WINE & CHAMBER, ma tutte riportano le stesse cose contenuta nella cartella stampa. Siamo proprio alla frutta. Nessuno che si esponga, che abbia voglia di ascoltare davvero i dischi e che abbia il coraggio di riportare le proprie impressioni, giuste o sbagliate che siano.

Va beh, lasciamo stare e veniamo al disco.

Non è musica che io ascolterei abitualmente, quindi corro il rischio di influenzare il giudizio con la mancata scintilla tra la musica dei CLAYTORIDE e la mia anima, ma come ho scritto nell’introduzione della recensione ai SYNDONE, non è male ogni tanto uscire da propri territori, confrontarsi con sapori diversi da quelli che a cui si è abituati. I musicisti odiano il momento in cui chi parla dei loro pezzi tira in ballo nomi di altri artisti che vengono alla mente, è così anche per me, nel mio piccolo, ma già dalle prime note di IGNORANCE mi è istintivo pensare ai CURE. Quel procedere in modo un po’ sbilenco ma in perfetto controllo, quelle atmosfere un apaticamente sofferte, quella lucida depressione british fine settanta/inizi ottanta, per me sono inequivocabili.

Lo dico come constatazione, senza accento critico, anche perché il brano mi piace.

In generale devo dire che pur cercando diversificazioni ritmiche, l’approccio alla scrittura dei brani rimane troppo simile, così gli stessi finiscono per assomigliarsi. E’ un peccato perché il gruppo potrebbe avere cose da dire. OCEAN’S RETURN ad esempio lascia trasparire un certo potenziale.
A mio avviso il gruppo dovrebbe provare ad uscire dalla formula “intro con trame di chitarre/sviluppo ritmico/cantato strascicato”, ma alla fine che ne posso sapere io, sono solo un classic rocker con un sacco di blues.

INTERVALLO – coppietta backstage al Monsters Of Rock 1990, Donington Park, UK

14 Apr

 

Patricia Ecker, Jimmy Page, James Patrick Pafe jr (con bambinaia)

Patricia Ecker & Jimmy Page

INTERVALLO – Mason Ruffner “Lady Moon” (1985)

13 Apr

 

Mason Ruffner first album 1985

LADY MOON
Well, it’s late December but I feel like it’s the middle of June
Well, it’s late December but I feel like it’s the middle of JuneMy poor heart is pumpin’ I just seen Lady Moon
A woman’s just like a cat,
She knows how to shine like gold
A woman’s just like a cat,
She knows how to shine like gold
She’s got that look in her eye
She’s got the moon in her soul
She wears dark sunglasses
She wears a black leather glove
She wears dark sunglasses
She wears a black leather glove
She don’t never take off those dark sunglasses
Not even when she’s makin’love
I thought I could handle women
But she hit like a harpoon,
I thought I could handle women
But she hit like a harpoon,
She stole my heart and popped it like a balloon

Lady Moon, Lady Moon
Why don’t ya come back soon
Lady Moon, Lady Moon
Why don’t ya cone back soon
I’m crazy, crazy ‘bout Lady Moon

She said she’s from the North Pole,
But I believe she’s from New Orleans
She said she’s from the North Pole,
But I believe she’s from New Orleans
She keeps me stiff as a board
And she keeps my pockets clean
She don’t look like no witch but,
She knows how to hypnotize
If they gave awards for being messed up
I could win 1st prize
I’m sitnn’ here waitin’, waitin’
For the moon to rise

(Repeat Chorus)

Jimmy Page & Mason Ruffner 1985

Jimmy Page & Mason Ruffner 1985

OH JIMMY – The Jimmy Page Fanzine n.6 – october 1986

11 Apr

Ottobre 1986, capitolo 6. Introduzione surreale dedicata ad uno dei miei autori preferiti, ITALO SVEVO, bianca di copertina courtesy opf DOM GIARDINI, in volta invece un disegno di FREDA HYATT, una fan inglese con cui ero in contatto a quei tempi. Di nuovo riflessioni sulla possibile reunion dei LZ (oggi sappiamo che nell’ottobre del 1986 era tutto morto da tempo), traduzione della intervista a PAGE apparsa nel luglio di quell’anno su GUITAR WORLD, articolo su PAUL RODGERS scritto da DAVID CLAYTON, responsabile della fanzine FREE APPRECIATION SOCIETY. Solita paginetta dedicata ai nuovi bootleg; alle prese con con le rehearsals del 1980, cado nell’errore di credere alle voci che circolavano allora, ovvero che si tratti di registrazioni fatte il 24 settembre 1980, giorno di ritrovo dei quattro zeppelin per la preparazione del tour americano di quell’anno (purtroppo mai avveratosi); come sappiamo (oggi) in realtà sono registrazioni di prove fatte dal gruppo nel maggio 1980 per il tour europeo di giugno/luglio. Recensioni extra LZ& Related nell’ultima pagina, troppo avaro il numero di i lughe per DAVID LEE ROTH e QUEEN, ad entrambi i dischi ne andava data almeno una in più.

OH JIMMY N6

 

PDF:

OH JIMMY N6

ROCK E NATIVI – di Francesco Prete

9 Apr

native american map

Prologo

E’ il 26 giugno 1975: Leonard Peltier ha 31 anni, è un nativo americano di origini Chippewa e Lakota ed è impegnato per la difesa dei diritti della sua gente. Due agenti federali, Ronald A. Williams e Jack R. Cooler, entrano nella riserva indiana di Pine Ridge: stanno – questa è la versione ufficiale – svolgendo indagini in merito a due rapine verificatesi in ranch locali. Fonti vicine ai nativi parlano invece di una trappola, legata all’attività che Peltier e altri stanno portando avanti contro alcune speculazioni in territori della riserva. Sta di fatto che ne scaturisce una violenta sparatoria, nel corso della quale rimangono uccisi Williams, Cooler e un nativo americano di nome Joe Stuntz: a quanto pare Peltier si trovava nella riserva, ma il suo coinvolgimento nella sparatoria è tutto da provare. Dopo altri episodi decisamente poco chiari che portano all’arresto di altre persone, Peltier viene catturato a Hinton, in Canada, e subito estradato (con modalità che saranno oggetto di critiche da parte dello stesso governo canadese): al momento della cattura, avvenuta da parte della Royal Canadian Mounted Police, Leonard è disarmato. Nel primo processo, svoltosi a Cedar Rapids nel Minnesota, gli altri due nativi accusati insieme a Leonard vengono scagionati, in quanto gli avvocati riescono a dimostrare la legittima difesa: vi lascio immaginare la frustrazione tra le fila del FBI. Il secondo processo si svolge a Fargo, Nord Dakota, città nota per certe tendenze razziste: una giuria di soli bianchi ritiene Leonard Peltier colpevole dei due omicidi e lo condanna a due ergastoli, sentenza che sarà confermata nell’aprile del 1977. Nonostante le irregolarità del processo e svariati elementi emersi negli anni successivi a sostegno  della sua innocenza, a Peltier verrà sistematicamente negato un processo d’appello: Leonard è tuttora detenuto nel penitenziario di Lewisburg, in Pennsylvania.

Leonard Peltier

Leonard Peltier

La vicenda meriterebbe di essere approfondita, se ne è occupato recentemente “Il Fatto Quotidiano”, 31 marzo scorso, in uno dei suoi Blog. Il mondo del Rock ne sarà ispirato in più occasioni: nel 1989 Little Steven dedicherà a Leonard un brano tagliente, secco e asciutto come il suo titolo, semplicemente “Leonard Peltier”, dall’album “Revolution”.

Nel 1992 sarà la volta dei Rage Against The Machine con “Freedom”, dal loro primo album; nel 1998 la toccante “Sacrifice” di Robbie Robertson – di origini Mohawk da parte di madre – in cui si può sentire la voce dello stesso Peltier; anche gli italiani AK47 dedicheranno un pezzo a questa assurda storia, “Niente da festeggiare”.

Episodio 1

Peter La Farge (vero nome Oliver Albee La Farge, nato e morto a New York, 1931-1965), si muove negli ambienti del Greenwich Village nella prima metà degli anni 60, calcando gli stessi palchi di Bob Dylan, Pete Seeger, Ramblin’ Jack Elliott, Phil Ochs e Dave “A proposito di Davis” Van Ronk. Dal padre – lo scrittore e antropologo Oliver La Farge, vincitore anche di un premio Pulitzer – ha ereditato un profondo amore e un’alta considerazione etica per la storia dei nativi americani: secondo fonti non confermate lui stesso discenderebbe da una tribù estinta, che portava il nome della città di Narragansett, nello stato di Rhode Island. Fra il 1962 e il 1965 pubblica cinque album, tutti dedicati a temi concernenti la condizione dei nativi americani: il suo principale successo resta “The ballad of Ira Hayes”, la storia del nativo – massì, diciamolo pure, pellerossa – Pima Ira Hamilton Hayes, divenuto famoso in quanto è uno dei cinque marines che durante la seconda guerra mondiale issarono la bandiera americana sulla collina di Iwo Jima in Giappone (episodio storico immortalato in una celebre foto e descritto recentemente in un bellissimo film di Clint Eastwood, che racconta come quella foto leggendaria fosse in realtà un falso costruito a tavolino); il brano viene ripreso anche da Johnny Cash (ci arriveremo fra poco), Kris Kristofferson e Bob Dylan.

Parentesi. Ira Hayes, tornato dalla guerra, nonostante la fama di eroe fu vittima dei soliti pregiudizi razziali, che gli impedirono un ritorno alla normalità della vita civile, il tutto amplificato dalla consapevolezza di essere stato oggetto di una squallida operazione di propaganda bellica: diventerà alcolizzato e morirà a poco più di 30 anni. Chiusa parentesi.

Nel 1965 La Farge gode di una discreta fama nell’ambiente artistico newyorkese, è sposato con la cantante danese Inger Nielsen da cui ha avuto una figlia e firma un contratto con la MGM Records per la registrazione di un nuovo album: il tutto viene bruscamente interrotto il 27 ottobre, quando Peter viene trovato morto nel suo appartamento, in circostanze che non saranno mai del tutto chiarite: l’amico cantante Liam Clancy parlerà di suicidio, per recisone delle vene dei polsi; il rapporto della polizia – e quanto riportato dai quotidiani dell’epoca – imputerà invece la morte ad un’overdose.

Peter La Farge

Peter La Farge

 

Episodio 2

Johnny Cash, il cantore delle vicende di cowboys, pionieri e fuorilegge, viene molto colpito dall’incontro con La Farge, così inizia ad appassionarsi alle vicende dei nativi americani, fino a concepire un album a soggetto: “Bitter Tears: Ballads of the American Indians” viene pubblicato nel 1964 (è qui che trova posto la sua versione di “The Ballad of Ira Hayes”). Cash non ha però fatto i conti col latente razzismo diffuso fra i rednecks, quella (larga) parte di classe lavoratrice americana attestata su posizioni xenofobe e conservatrici – un po’ come succede qui da noi, e non solo, la Francia ne sa qualcosa, con certe tendenze leghiste e destrorse – molto diffuse fra i ceti popolari grazie soprattutto all’ignoranza e alla volontà di avere qualcuno contro cui riversare le proprie frustrazioni (la solita guerra tra poveri, funzionale al “divide et impera” imposto dal potere). Vabbè, sto divagando: sta di fatto che le radio ignorano il disco e molti fan di vecchia data pure, tanto che l’album scompare dagli scaffali e diviene oggetto di culto. (Nella raccolta enciclopedica “24.000 dischi”, a cura di Riccardo Bertoncelli e Chris Thellung, l’album non figura nella discografia di Cash: è probabile che la mancanza sia da attribuire alle fonti americane).

JohnnyCashBitterTears

 

Episodio 3

John Trudell, attivista politico per i diritti dei nativi americani, poeta, musicista e attore, nativo Santee Sioux (1946) inizia a far parlare di sé nel 1969, quando prende parte alla rivolta di Alcatraz. Oltre 600 nativi si radunano sull’isola al largo di San Francisco, chiedendo il rispetto dei trattati firmati dal governo degli Stati Uniti con le tribù indigene. In particolare il Red Power Movement reclama i propri diritti sull’isola in base ad un trattato siglato nel 1868, secondo il quale i nativi possono pretendere l’uso di terreni pubblici non utilizzati (il famoso penitenziario era stato chiuso nel 1963), offrendo l’equivalente di quanto trecento anni prima fu pagato ai nativi per l’isola di Manhattan: 24 dollari in perline di vetro. L’intenzione è quella di trasformare Alcatraz in un centro di studi sulle popolazioni indigene. Figuriamoci se per il governo americano può passare una cosa del genere: truppe federali paracadutate sull’isola pongono fine alla pacifica rivolta e arrestano tutti gli occupanti (rigorosamente disarmati).

Altraparentesi. A quella stessa occupazione partecipa Grace Thorpe, figlia di Jim Thorpe, il leggendario “Sentiero Lucente”. OK, questa è un’altra storia ma è decisamente affascinante ed emblematica: a chi avesse voglia di approfondire consiglio il bellissimo libro di Rudi Ghedini “Il compagno Tommie Smith e altre storie di sport e politica”, editrice Malatempora. Chiusa l’altraparentesi.

Dieci anni dopo, il fatto che segnerà per sempre la vita di Trudell. E’ l’11 febbraio 1979: sui gradini del J. Edgar Hoover Building di Washington, John brucia la bandiera americana, in segno di protesta per la conferma della condanna di Leonard Peltier. Il giorno dopo un incendio doloso distrugge la casa di Trudell nella riserva Payute Soshone di Duck Valley in Nevada: nel rogo muoiono la moglie Tina, i tre figli e la suocera. Nonostante il clamore che la vicenda suscita, l’FBI non aprirà mai un’inchiesta sull’accaduto. John è distrutto, eppure il suo spirito indomito gli impedisce di arrendersi e pochi mesi dopo è coinvolto nel progetto “No nukes”: è qui che stringe i primi contatti con il mondo della musica, in particolare con Jackson Browne; tuttavia per il suo primo album bisognerà attendere il 1992. “AKA Graffiti Man”, prodotto come i tre lavori successivi dallo stesso Jackson Browne, unisce tradizione orale degli indiani d’America e musica Rock, in un mix che rimanda a Dylan, Lou Reed e Rolling Stones: uno dei pezzi contenuti nel disco, “Baby Boom Chè”, verrà definito da Bob Dylan come “la più bella canzone degli ultimi 10 anni”. Sempre nel 1992 Trudell recita accanto a Val Kilmer e Sam Shepard in “Thunderheart”, it. “Cuore di Tuono” di Michael Apted. Negli anni successivi John pubblicherà altri dieci dischi (l’ultimo nel 2012), che però resteranno relegati nel limbo (o nel Paradiso?) delle opere di culto, e non avranno mai una distribuzione “mainstream”. Nel 2005 un documentario sulla vita di John Trudell è stato presentato al Sundance Film Festival.

 

Episodi successivi

Buffy Sainte Marie nasce da genitori indiani nella riserva Cree di Saskatchewan in Canada, 1941. Nei primi anni sessanta frequenta la scena folk di New York: molte sue composizioni vengono interpretate e portate al successo da altri artisti, fino alla pubblicazione del suo primo album, “It’s my Way”, nel 1964. Gran parte dei brani affronta la questione dei nativi americani, e uno di questi, “The Universal Soldier”, diventerà due anni dopo un grande successo nell’interpretazione di Donovan.

 

Nata come artista folk, Buffy passa progressivamente a forme musicali più elaborate e “pop”, pur senza rinnegare le proprie origini e inserendo spesso nei suoi lavori melodie tradizionali indiane. Nella seconda metà degli anni 70 sposa il musicista e produttore Jack Nitzsche e quando questi viene “arruolato” per la colonna sonora di “Ufficiale e gentiluomo” – è il 1983 – Buffy compone la hit “Up where we belong”, che diventerà un successo planetario nell’interpretazione di Joe Cocker e Jennifer Warnes: i nativi americani c’entrano poco, in compenso di dollari ne arrivano parecchi, e comunque da qui in poi la musica sarà solo una piccola parte nell’attività di Buffy, che a partire dagli anni 90 si dedica principalmente all’insegnamento e alle arti visive.

 

Rita Coolidge nasce a Nashville (patria del Country, musica bianca per eccellenza) nel 1945, ed è per metà Cherokee e per l’altra metà scozzese. Inizia la sua carriera a Memphis, collabora con Joe Cocker, Leon Russell (che le dedicherà il brano “Delta Lady”) e soprattutto con Kris Kristofferson, che diventerà suo marito; l’unione, sentimentale e professionale, dura dal 1973 al 1980: in due occasioni, 1973 e 1975, la coppia ottiene il Grammy come miglior duo Country dell’anno (già, la musica dei “visi pallidi”…). Durante la sua quarantennale carriera Rita inciderà una trentina di album, tutti improntati a sonorità pop-country-rock-folk-R&B, riscuotendo buoni successi di pubblico. Poco o nulla però è rimasto della sua parte Cherokee, con un’unica eccezione: le due collaborazioni con Robbie Robertson per lo splendido “Music for the Native Americans” del 1994 e per “Contact from the Underworld of Redboy” del 1998, dove fra l’altro è contenuta la già citata “Sacrifice”, dedicata a Leonard Peltier.

I Winterhawks sono un gruppo di Hard Rock formato da musicisti dell’Illinois di origine indiana, attivo dalla fine degli anni 70 e passato attraverso diversi cambiamenti di line-up. All’inizio della carriera la musica nativa si affacciava spesso nelle loro composizioni, e nei concerti loro stessi si presentavano con abiti e simboli dei nativi americani. Col passare del tempo però tutto si è “normalizzato”, la musica è virata verso un hard decisamente affascinante ma abbastanza scontato, e anche il look non è più lo stesso.

  

  

Epilogo

Beh, siamo giunti alla fine, è ora di tirare le somme. In fin dei conti sono arrivato poco distante da dove pensavo, secondo un’opinione che mi ero fatto tempo addietro, leggendo un bellissimo libro di Gino Castaldo del quale non rammento il titolo (ma potrebbe essere “La terra promessa”). Cultura Rock e cultura dei nativi americani si sono incontrate spesso, hanno percorso insieme strade lunghe e polverose, hanno condiviso cibo e peyotes, fumato insieme il calumet della pace davanti al fuoco, insieme danzato e cavalcato, ma poi ognuno per il suo destino. E mentre la cultura nativa è rimasta relegata in ambiti di culto, folklore locale o poco più, il Rock è arrivato a Wall Street, e quei musicisti di origine nativa che hanno avuto un successo mainstream sono arrivati a tanto solo dopo avere abbandonato, in tutto o in parte, le proprie radici. Nessuno vuole far loro una colpa, è solo una constatazione di fatto. La lista dei musicisti Rock che hanno parlato della condizione dei nativi è ancora lunga, da Neil Young a Bruce Springsteen al nostro Fabrizio De Andrè, ma si è sempre trattato di affrontare la cosa “da questa parte” della frontiera, quella dei visi pallidi buoni e illuminati che chiedono giustizia per i fratelli pellerossa. E’ che per gli americani “bianchi” (ma anche neri, i “Buffalo soldiers” di una celebre canzone di Bob Marley) lo sterminio dei nativi non è ancora storicizzato, è un qualcosa di fastidioso, un fardello da rimuovere e basta, un po’ come i massacri della guerra di secessione, altra ferita ancora aperta. Con poche eccezioni: su tutte il “faro” Jaime Robbie Robertson, il suo disco del 94 è quanto di più bello si possa concepire in termini di contaminazione fra Rock e cultura nativa. Del resto non ci dimentichiamo che la Band, nel suo secondo album, ha dedicato un pezzo proprio alla guerra di secessione, “The Night They Drove Old Dixie Down”: nessuno aveva mai osato tanto prima, nessuno lo farà dopo, quella guerra per l’americano medio è come se non ci fosse mai stata. Chissà, forse in un futuro non lontano, dopo un presidente nero, gli Stati Uniti avranno anche un presidente di origini native: magari allora sarà possibile fare i conti col passato, festeggiare più serenamente e senza ipocrisie il “Giorno del ringraziamento”, e cantare tutti insieme “We shall live again”…

(Francesco Prete ©2014)

SYNDONE “Odysséas” (Fading Records/Altrock 2014) – TTTT

8 Apr

Negli ultimi tempi, grazie al blog, sto ricevendo qualche attenzione da management e uffici stampa di artisti italiani; è una cosa questa che da un po’ accade nel mondo della comunicazione, il cercare via diverse rispetto ai soliti canali mainstream per parlare di una artista, un prodotto, un’idea.  Questo funziona principalmente se i blog a cui ci si appoggia hanno una  personalità decisa, se non si svendono, se rimangono credibili. Inizio dunque a ricevere qualche accredito per andare a  vedere concerti e cd da recensire. Il problema ora è: riuscirò a restare schietto e sincero, imperativo di questo blog? Ci provo. Anche perché è una cosa che mi serve per uscire dal cancelli del nostro misero pezzo di terra, ed esplorare territori che siamo soliti battere di meno. 

SYNDONE, gruppo di Torino (visto il nome…) formato dal tastierista Nik Comoglio, il vocalist Riccardo Ruggeri e il vibrafonista Francesco Pinetti; l’ensemble, attivo da 25 anni, si presenta oggi col nuovo capitolo, il quinto della loro discografia, ODYSSEAS, concept album basato sul tema del viaggio (anche interiore), l’ atavico bisogno dell’uomo. Alla batteria uno special guest di livello internazionale: Marco Minnemann (Steven Wilson, Adrian Belew); altro collaboratore d’eccezione il fluatista John Hackett (Steve Hackett). Oltre a questi, parecchi altri musicisti collaborano suonando basso, chitarra, archi, fiati,

La prima cosa a colpirmi è il cantato in italiano, finalmente! Poi la credibilità musicale del gruppo. Non sono un grande amante del prog moderno, o forse pensavo di non esserlo visto che ODYSSEAS mi piace proprio tanto. Prog contemporaneo dunque, ma anche omaggi alla tradizione del genere, fiotti di jazz-rock acceso, incantevoli momenti piano-voce o chitarra-voce.

Syndone odyssèas  032

 

Partire con INVOCAZIONE ALLA MUSA, è una precisa dichiarazione d’intenti: territori lontani dal 4/4, strumentale tra prog/jazz rock e accenti mediterranei (che forse solo io sento), come però lo è anche IL TEMPO CHE NON HO, quadretto dipinto sulla chitarra classica, dolce e delicato ma al contempo preda di un riflesso tenebrose, soprattutto verso il finale quando entra la band. Ecco, con una certa forzatura potremmo dire che nei primi due pezzi si caratterizza l’animo della band. Complesse architetture d’insieme intervallate ad interludi delicati e meditabondi.

Tra i primi due brani e gli ultimi due che esaminerò più avanti, ci sono, tra gli altri, FOCUS (la Carrozza di Hans degli anni duemila), PENELOPE, intro arabeggiante, piano e voce con enfasi lirica mercuryana, CIRCE, forgiata là dove prog e jazz rock si fondono e ADE col cantato basato su modulazione più moderne intercalato da passaggi strumentali complesse.

Verso la fine la mia preferita:VENTO AVVERSO… il respiro maestoso degli archi, la pura bellezza del pianoforte, il cantato immacolato, il testo profondo e adatto a uomini di blues come noi, il moog che apre gli orizzonti e poi il lento stemperarsi nel bel vibrafono di Pinetti.

Chiude DAIMONES, profonda e lineare, col moog ancora in evidenza. Bellissima.

Syndone odyssèas  033

Speldida la copertina, riproduce A ORIENTE di Lorenzo Alessandri. Ottima la confezione digipack.

Davanti a Comoglio, Ruggeri e Pinetti, mi tolgo il cappello. Questo è un gran album.

 

 

The Cajun Girl and other assorted blues songs

3 Apr

FIRST MOVEMENT

A volte mi  sorprendo a soppesare la groupie mentre la vedo affrontare le sue attività quotidiane, è così reggiana che sembra quasi faccia parte di una etnia diversa. L’altro giorno, in dla basòra, eravamo dietro casa per una outdoor acoustic session. La guardavo tutta concentrata suonare il mandolino immersa in quella situazione bucolica e mi sembrava ci fossero interferenze spazio temporali atte a proiettarci verso altre latitudini. Cominciai così a pensare a come la campagna reggiana in cui vive (e vivo) sia una posto a parte, sia l’Emilia dell’Emilia, sia abitata da un gruppo etnico che si distingue dall’emiliano standard, una sorta di Cajuns…d’altra parte dal 1700 in poi, la nostra terra fece parte del Regno di Francia, cordone ombelicale cementato poi con l’età napoleonica poco più tardi.

La groupie è una Cajun Girl? (foto di TT)

La groupie è una Cajun Girl? (foto di TT)

Chissà, magari le terre al margine di nord est di Regium Lepidi hanno qualcosa in comune con la Lower Lousiana, dove i discendenti degli Acadians controllano una porzione dello stato americano in questione.

Scenes from Cajun Country

Se ripenso ad un certo pezzo dei LITTLE FEAT tutto sembra combaciare: il forte senso si appartenenza, il dialetto apertamente stretto con marcate componenti francofone, la musica popolare, la cucina. Cazzo, ci mancava solo che la groupie fosse una CAJUN GIRL…

Serious blue eyes, so pale and so shy
Look closer ‘cause she’s got that look in her eye
Red hair that sails on a soft southern breeze
Fingers that fly on accordion keys

You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl
She’s really somethin’, my sweet singing cajun girl

Cook cajun, speak creole, and lay on the spice
Her fancy so free on these Saturday nights
She sings and she plays at the parish hall dance
Big city chanteuses just don’t stand a chance

You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl
She’s really somethin’, my sweet singing cajun girl

Might find my dream, just West of New Orleans
If you pole up the bayou St. John
The way twin fiddles play
And she squeezes on her squeeze-box until dawn
All night they carry on

Tell long leg Lucille I must send my regrets
It’s nothin’ she’s done, it’s just someone I met
With innocent heart, true talent so rare
She bloom on the bayou, this flower so fair

You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl
She’s really somethin’, my sweet singing cajun girl
You ain’t seen nothin’, ‘till you’ve seen my cajun girl

Might find my dream, just West of New Orleans
If you pole up the bayou St. John
The way twin fiddles play
And she squeezes on her squeeze-box until dawn
All night they carry on

SECOND MOVEMENT

Il vecchio Brian ogni giorno perde qualcosa; è ancora aggrappato alla vita e a quelle due sicurezze che ha, è ancora con noi, ma ogni giorno equivale alla discesa di un gradino verso l’abisso. L’estate scorsa pensavo che a quest’ora il protocollo Brian sarebbe già stato archiviato, invece è già aprile e ancora siamo impantanati nella sua gestione. Da un certo punto di vista è una cosa positiva, per lui perché ancora gode della libertà, per noi perché essendo già oltre le nostre forze sapremo che abbiamo fatto davvero tutto il possibile per tenerlo il più a lungo con noi. Domenica l’ho portato a Ninentyland, c’era il mercato di Forte dei Marmi, un mercato dunque gestito solo da ambulanti italiani (per lo più toscani) che proponeva merce davvero niente male (tenendo conto che di mercato si tratta). Un breve sgambata col mio vecchio tra le stradine del centro, nei pressi dell’abbazia di Thelema.

Tim  Brian relaxing in old Nonantola late march 2014)

Tim & Brian relaxing in old Nonantola (late march 2014)

THIRD MOVEMENT

Le settimane lavorative seguenti ai weekend che passo per intero con lui sono difficilissime. Arranco, impreco, sbotto. Meno male che in ufficio ogni tanto arriva qualche pacchetto, come ad esempio quelli di Donna. Donna è un’americana che nel 2001 si procurò dal mio contatto statunitense un copia di OH JIMMY n.23, l’ultimo capitolo della mia fanzine. Nell’introduzione, in puro stile Tirelliano, scrissi: ….“non so quanti di voi possano essere interessati alla faccenda, ma mi piace pensare che lì fuori ci sia ancora qualcuno con il gusto per le cose fatte in casa…qualcuno che abbia voglia di passare un’oretta in compagnia di questa fanzine…magari seduto sotto un albero di fico a contemplare questi nostri piccoli scritti come fossero versi di Gozzano…”. Donna, da Sonora, California, mi scrisse proprio per queste parole e da allora si è creata un’amicizia vera, profonda, sincera. Donna non è un ragazzina…. nel 1957, giovanissima, era riuscita ad arrivare nel backstage di un concerto di ELVIS (e c’è la foto a testimoniarlo), ma il suo amore per la musica e per i LED ZEPPELIN fa sì che sia ancora curiosa e attiva. Nel 2004 venne in Italia per turismo, cenammo insieme, e quella sera cementò ancora di più la nostra amicizia, amicizia che travalica la musica rock e i LZ, e che è confronto continuo su tematiche politiche e blues quotidiani. Non passa natale o compleanno senza che mi arrivi un pacco pieno di regali, soprattutto magliette, rock o californiane. Qui sotto l’ultima:

Sonora  California T-Shirt

Sonora California T-Shirt

Quando penso a Donna mi vengono sempre in mente le parole di Polbi che disse (quando seppe di questa liaison SAN FRANCISCO-NONANTOLA): ” tu Tim hai una capacità pazzesca di entrare in profondità nella vita delle persone…”, sarà così…d’altra parte Julia mi ha sempre detto che a me interessano gli altri.

CODA

Sempre più spesso mi imbatto nella pubblicità del box set di BRAIN SALAD SURGERY, la versione magnum da 6 dischetti, quella che il mio amico Fil chiama “lo scatolone”, e sempre più spesso m’innervosisco. Non contiene nulla di veramente inedito o nuovo, così sbotto: “no, mi rifiuto, questo non l0 compro! Basta, an sin pol piò! Anzi adesso inizio a vendere tutti i miei box set e deluxe edition, basta, per Page (per dio insomma)!” La groupie mi guarda, sorride, poi se ne va scuotendo la testa.

Il giorno dopo mi fermo in edicola e spendo 27,80 euro per due riviste inglesi…

Prog mag ELP - Blues mag Uk Tour

… poco dopo in ufficio si ferma il corriere e mi consegna la nuova dose ….

Elton John Box Set Goodbye yellowe Brick Road

Mi tengo in piedi così,  con qualche ordine fatto su Amazon, in una girandola di sentimenti: appagamento e frustrazione, gioia e dolore, riempimento e svuotamento.

Ogni volta che mi arriva un pacchetto mi illudo di rivivere l’ emozione di allora, del tardo pomeriggio dei sabati fine settanta in cui rincasavo dopo essere stato al Peecker Sound di Formigine, quando finalmente potevo godermi il mio ultimo acquisto, un disco naturalmente… ma oggi è tutto troppo veloce. Mi ascolto il primo dei 5 dischetti di GOODBYE YELLOW BRICK ROAD ed è già ora di concentrarsi sul nuovo possibile acquisto…

Complete_album box set ALAN PARSON PROJECT

Sono sfinito da questo riflesso bipolare.

AD LIBITUM

Per il resto blueseggio come mio solito. Lavoro, in pausa corro da Brian, sto un paio d’ore con lui, gli faccio colorare dei disegni…paesaggi, bandiere, animali, gli do un bacio e lo saluto. Mi fermo dal commercialista, mi fa accomodare nella sala riunioni, parliamo di lavoro…il mio io blues si libra nell’aria e mi vede mentre espongo con un certo savoir faire, situazioni economiche, dinamiche aziendali, punti di vista personali. Il mio io blues scuote la testa. Esco, lascio viale Reiter e mi dirigo verso viale Amendola. Il traffico è feroce. Mi ascolto, con gran piacere, il concerto del dicembre 1973 di ELTON JOHN  a LONDRA. Entro in un secondo studio di commercialisti, consegno dei documenti e mi ributto sullo blue highway che riportano a Stonecity. Cambiando il cd1 con il cd2 m’ imbatto in TENNESSEE di JOHNNY CASH su Radio Capital. E qui assisto ancora una volta all’andare in pena dell’anima di un hard rocker di matrice inglese che, nonostante prenda sempre le distante dal genere “americana” e pensi di non esserne mai preda, si tuffa a testa bassa nel bayou per poi correre controvento lungo le praterie.

Fermo la blues mobile. Poso lo sguardo là oltre le colline, sospiro. Entro nel bar di Leo l’ebreo, ordino un caffè corretto sambuca e un souther comfort. Li bevo uno via l’altro. Pago. Esco. Mi sistemo la giacca. faccio un respiro profondo…sono pronto a tornare in ufficio.

 

 

Italian Rock Mag: CLASSIX! di Paolo Barone

1 Apr

Polbi  è un amico carissimo che, sebbene viaggi su autostrade a me lontane (Scilla, Roma, Detroit), sento in pratica ogni giorno; Polbi è anche una colonna di questo blog, e lo è diventato in modo naturale, semplice, logico. Per anni l’ho vissuto come un amico con cui condividere passioni musicali e politiche, sapevo che aveva una mente sopraffina, ma non mi aspettavo che fosse anche uno scrittore di rock di alto livello. Sa raccontare le storie di blues e di rock come pochi, riesce ad avere la visione d’insieme, riesce ancora ad appassionarsi e sorprendersi  senza essere frenato da tanti filtri. Io e lui discutiamo spesso sul Rock, la nostra passione ultima, ciò che ci tiene in vita. Abbiamo le nostre belle differenze, bisticciamo, stiamo un giorno senza sentirci, poi ci rinnoviamo l’amore reciproco: lui mette su BURNIN’ SKY della BAD COMPANY io un disco di KRAUT ROCK. Polbi è meno snob di me, meno cagacazzo, più maturo (pur essendo più giovane). Quando parliamo di riviste musicali mi sorprendo sempre della sua capacità di entrare in sintonia con la componente italiana. E’ un po’ che io non ci riesco più. Dopo decenni spesi a comprare e leggere dall’inizio alla fine ogni rivista musicale dello stivale, negli ultimi tre lustri mi sono lasciato attrarre dalle riviste americane ed inglesi prima, poi solo inglesi. Ora nemmeno quelle, o meglio solo quando in copertina ci sono quei dieci nomi a cui sono aggrappato. Il mio è un atteggiamento sconsigliabile, è l’atteggiamento di chi ha perso la speranza, la voglia di scoprire, di lottare, di confrontarsi. Ne sono conscio. E in più sono conscio di essere troppo esigente, con le riviste musicali italiane, con me stesso, con gli esseri umani che mi stanno intorno, con tutto insomma. Anche per questo mi confronto con Polbi. L’altro giorno parlavamo di CLASSIX! Le telefonate intercontinentali Stonecity – Detroit non sono il massimo in questi tempi avari di denari, così il Michigan boy mi dice “ti scrivo qualcosa”. Io ci ho scritto su CLASSIX!,  per alcuni anni, Gianni Della Cioppa ha sempre avuto la bontà di volermi con sé, di coinvolgermi, sono quindi affezionato alla rivista, sebbene in passato – su questo blog – abbia parlato in modo un po’ aspro di certi numeri. Non mi faccio problemi quindi a  pubblicare questa cosa di Polbi, qui siamo “schietti e sinceri”, sia in tempo di critica sia in tempo di elogio. Poi, le considerazioni di PB sono sempre, e ripeto sempre, da leggere.

Tim & Polbi: when in Rome (foto della groupie)

Tim & Polbi: when in Rome (foto della groupie)

Personalmente, spesso in controtendenza, sostengo da tempo che in Italia abbiamo un ottima tradizione di giornalismo musicale e delle validissime riviste ogni mese in edicola.  Bertoncelli, Fumagalli, Riva, Trombetti, Sorge, Piccinini, Della Cioppa, Castaldo, Bianchi, Zoppo …L’elenco dei giornalisti rock che hanno dato e continuano a dare un contributo spesso di livello culturale superiore e’ lungo. E ancor piu’ da apprezzare se pensiamo alla differenza che puo’ esserci fra fare questo lavoro a Londra o New York con tutte le tue fonti a portata di mano, e farlo nel nostro paese. Certo oggi la rete ha accorciato le distanze, ma la differenza resta c’e’ poco da fare. Ma forse, a pensarci bene, la distanza ci dona quel senso di prospettiva sulle cose, quel distacco necessario a sentirle nella loro essenza.

Basta fare un salto in edicola per rendersi conto di cosa esce da noi. Giusto per citare le prime che mi vengono in mente, Blow Up, Rumore, Alias, Outsider e Classix!

Sfido qualsiasi Mojo o Uncut ad avere il coraggio e la forza di ospitare articoli come quelli che appaiono ogni mese su Blow Up. Approfondimenti pazzeschi di artisti lontanissimi dal “mainstream”, aperture verso suoni e storie underground interessantissime e punti di vista sempre originali e spesso spiazzanti. Una vivacita’ culturale esattamente agli antipodi dell’ennesima cover Zeps/Stones che ci propinano ogni mese le riviste internazionali. Stessa cosa Rumore, con una maggior attenzione per i suoni piu’ duri, un intuito invidiabile nello scoprire band emergenti, e un attitudine piu’ Rock and Roll. Alias esce come allegato al Manifesto ogni sabato. Anche qui le cose che si leggono non sono mai, dico mai, scontate e hanno aperture totali ed avventurose dal rock, al jazz alla musica contemporanea. Di Outsider in questo Blog ne abbiamo gia’ parlato, con la sua singolare proposta editoriale.

Classix! Invece e’ un discorso differente.

Stampa COPA#12

A me quella rivista scalda il cuore. Ne sento la passione di chi la fa, la capacita’ di essere vicina ai suoi lettori assecondando i loro gusti di classic rock, ma riuscendo sempre a proporre qualcosa in piu’, non fermandosi al colpo facile. Quando mi trovo a sfogliare un numero di Classix! Ho sempre la bella sensazione di avere fra le mani una fanzine, non una rivista che deve rispondere a logiche di mercato o quant’altro. E mi perdo per giorni, esplorando con le cuffie in testa “ Gli sconosciuti, i dimenticati, gli sfortunati “ dell’hard rock americano messi in fila da Gianni Della Cioppa. Scopro cose pazzesche che mai e poi mai potrei trovare da solo o nelle spesso troppo scontate riviste  internazionali. Mi innamoro dei Morgen, provo a recuperare su ebay Population II di Randy Holden del ’69. Oppure una copia in vinile dell’ultimo dei Mammoth Mammoth con una copertina bellissima, segnalato da Lorenzo Becciani nello spazio dedicato alle recensioni delle nuove uscite.

-Mammoth-Mammoth

E poi gli articoli speciali. Certo, non c’e’ Nick Kent che intervista Jimmy Page, ma siamo proprio sicuri che sia quello che vogliamo leggere ancora una volta? Non sara’ invece piu’ divertente spararsi 12 (!) pagine di UFO messe insieme con pura passione da Giovanni Loria? Cosi come trovo irresistibili gli spazi dedicati al Prog italiano, affronato senza freddi intellettualismi ma proprio di pancia, con partecipazione vera. Ecco, e’ proprio questa la caratteristica di Classix! che apprezzo di piu’, questo modo di essere, di fottersene dello stile fighetto in voga, e di essere “cool” a modo suo. Amo lo spazio che la rivista dedica ogni volta con Vixen! e i pezzi di Franco Grattarola al mondo del cinema sexy anni ’70 e hai fumetti italiani “minori”: Una rivista patinata se la farebbe sotto anche solo a pensarli degli spazi cosi, ma quando mai! Per fare certe cose ci vuole sensibilita’ e coraggio. Doti che non sono mai mancate a Fuzz Pascoletti e alla sua Classix! che ha sempre saputo seguire e valorizzare il filo rosso elettrico che lega Zora la vampira, la lingua degli Stones e gli Hawkwind, passando per il bar sotto casa. Diciamocelo: Non e’ cosa da poco.

Paolo Barone © 2014

Classix20

 

Classic Rock BAD COMPANY Limited Edition Collector’s Pack (Future Publishing early 2014)

31 Mar

Per un badcompaniano come me, questo special di CLASSIC ROCK UK sarà uno degli highlight del 2014. E chi se lo aspettava? Fantastico! Ha impiegato 26 giorni per arrivare qui a Stonecity dall’Inghilterra, e nel frattempo cercavo di capirne la qualità leggendo brevi commenti su facebook di chi lo aveva già ricevuto o la recensione che appare su Amazon.

BAD CO Classic Rock Mag Special 2014   020

Questa non ne tesseva le lodi e alla fine decideva per tre stelle su cinque. Posso capire: le domande fatte ai tre superstiti, RALPHS, RODGERS e KIRKE avrebbero potuto essere un po’ più pungenti, oblique, scomode. Nel tanto reclamizzato divudi relativo al documentario non c’è un spezzone video live (1974/79) che non sia già disponibile come bootleg.

BAD CO Classic Rock Mag Special 2014   021

Tutto questo è vero, in più quello che i tre badcompanieri dicono nelle interviste contenute nel divudi a volte è riportato negli articoli del magazine, ma ciò non toglie che sia uno special davvero riuscito.

BAD CO Classic Rock Mag Special 2014   019

Prima di tutto occorre rimarcare che quasi tutte le foto (e sono tante) pubblicate io non le avevo mai viste. Seguo la Bad Company da 7 lustri con una fedeltà commovente, non sono esattamente l’ultimo arrivato (pur non avendo la competenza che ho ad esempio sui LZ), eppure ad ogni voltar di pagina sobbalzavo. Quelli di CLASSIC ROCK hanno preferito non approfondire le didascalie a corredo delle immagini con date e luoghi, ci vuole coraggio, perizia e cultura, ma va bene lo stesso, più o meno l’anno lo si intuisce.

Paul Rodgers

Paul Rodgers

Le interviste sono recenti e fatte apposta per questo special. Le più interessanti cono quelle di KIRKE e RALPHS, lo stesso dicasi per gli interventi del divudi. RODGERS sembra meno a suo agio ad andare in profondità e, almeno in video, sembra soffrire un po’ la loquacità di RALPHS (e KIRKE).

Paul Rodgers

Paul Rodgers

Qualcuno avrebbe dovuto almeno chiedere lumi circa la strana apparizione alcuni anni fa del bootleg ufficiale LIVE IN ALBUQUERQUE 1976 (courtesy of the Mick Ralphs’ archives) subito ritirato dal commercio, oppure se sono in programma uscite relative a materiale d’archivio tipo deluxe edition, se avremo mai il piacere di avere un live ufficiale della BAD COMPANY originale, e dunque compreso tra il 1974 e il 1979, sia in versione audio che video.

BAD CO Classic Rock Mag Special 2014   027

Boz Burrell

Mick Ralphs

Mick Ralphs

Nel numero in questione si parla ovviamente spesso di PETER GRANT, della SWAN SONG e dei LED ZEPPELIN. Oltre alle tre interviste dei nostri, c’è quella a chi ha curato il documentario, poi ci sono articoli sui sei album della band (1974/82), su Peter Grant, sui FREE, sui MOTT THE HOOPLE. Insomma, una delizia per chi, come me, sa che il destino, la sorte, è un sole che sorge…

Simon Kirke

Simon Kirke

Ordinato direttamente alla casa editrice è costato più di 15 sterline, tramite Amazon o nelle edicole specializzate italiane scende a 12.

Ricordiamo i sei album leggendari della ORIGINAL BAD COMPANY:

BAD CO (1974)

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STRAIGHT SHOOTER (1975)

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RUN WITH THE PACK (1976)

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BURNIN’ SKY (1977)

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DESOLATION ANGELS (1979)

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ROUGH DIAMONDS (1982)