Mentre vado e vengo da Brian sempre più spesso mi sorprendo a pensare a lui, a questo vecchio di 83 anni alle prese con l’alzheimer. Ogni settimana mi accorgo che perde qualcosa eppure vedo che non cede, è lì sul precipizio ma rifiuta di gettarsi, di scivolare in quella melma da cui non si torna più indietro. Sono ormai alcuni anni che Brian soffre di questa malattia tipica dei nostri tempi, non è più autosufficiente naturalmente eppure riesce ancora a telefonarmi, a restare da solo qualche ora e alla notte, ad eccitarsi quando sa che si avvicina il sabato mattina e lo porto in giro a Ninetyland.
Gli studiosi dicono che l’alzheimer rappresenta verosimilmente lo stato mentale degli uomini primitivi, su questa cosa riletto di frequente…la vergogna ad esempio è la prima ad andarsene, un certo modo di vedere le cose doveva essere comune anche ai cavernicoli, quell’atteggiamento dalla sfaccettatura spartana davanti al susseguirsi degli eventi.
E’ interessante poi constatare come alcune faccende proprio non gli rimangano in mente (il nome della groupie, delle signore che quotidianamente ci danno una mano ad accudirlo, il nome dei suoi amici, dei suoi fratelli, addirittura di sua moglie) anche se gliele ripeto di continuo, mentre altre cose gli si piantano nella memoria e hanno rimandi continui. Come ho già scritto, uno sogno della sua vita era quello di andare in America, quando per caso ha saputo che anni fa ci sono stato, non fa che tirarla in ballo. Tempo fa mi ha chiesto se avevo fatto il militare…”Sì, Brian l’ho fatto nei Carabinieri..” da allora la ripete spessissimo. Due settimane fa parlava delle Russia e del fatto che là ci fosse il comunismo, una volta aggiornato che la situazione era cambiata, stupore…meraviglia e posizionamento della notizia nel cassetto delle cose da ricordare.
Ci sono poi momenti in cui mi fa molta tenerezza: poche settimane fa seguivamo su Sky una delle ultime deludenti partite dell’INTER. Nell’intervallo il collegamento con lo studio e con ILARIA D’AMICO e le solite chiacchiere post primo tempo. La D’Amico e i suoi ospiti fissano la telecamere mentre parlano e Brian mi fa “Tim , ma loro ci vedono?”
L’altro sabato eravamo a far colazione da CHEN il cinese nel bar del centro commerciale Newtower vicino a casa sua. Guarda i baristi e mi chiede: “Tim , ma sono stranieri?” ” Sì, Brian, sono Cinesi.” “Ah,…vengono dalla Cina…ma hanno dovuto imparare l’italiano…” “Certo papà“. Subito dopo in macchina “Ah, sono cinesi…beh io la so parlare la loro lingua…sleptur aiafar…visto?”…SLEPTUR AIAFAR… se metto su un nuovo gruppo lo chiamo così.
Non è tutto così pieno di buoni sentimenti il nostro rapporto, ogni tanto perdo la pazienza, quando mi chiede per dieci volte “Tim , ma che giorno è oggi?”, quando sono obbligato a fargli da badante in ogni momento libero, quando lo vedo inetto a far tutto…però poi passa, e quando alla sera della domenica lo metto a letto verso le 20,30/21 e lui mi ringrazia per la bella giornata e si scusa se mi ha fatto tribolare, gli do un bacio e dopo che ho chiuso la porta a chiave e lo lascio da solo, mi commuovo e mi preoccupo per lui. Che brutto lavoro la vecchiaia…
Ieri verso le 13 ero in macchina e facevo queste riflessioni su di lui mentre ascoltavo un greatest hits di BILLY JOEL. Spossato dall’ennesimo sabato mattina dedicato a mio padre arrivo nel posto in riva al mondo, c’è il sole, la groupie a piedi scalzi, in calzoncini e maglietta è sotto ad un albero a leggere un libro, Palmiro è lì con lei. Spengo la macchina mi incammino verso di loro, Palmir mi vede e mi corre incontro, mi si butta addosso, fa le fusa, strofina il muso contro il mio, la groupie sorride…piccole sciocchezze quotidiane che però ti risolvono il sabato.
Sono alcuni giorni che Palmiro è nel suo sentimental mood, credo sia contento: accudito amorevolmente da due umani che stravedono per lui, coccolato continuamente, possibilità di stare all’aperto diverse ore al giorno, spazi perfetti per un gatto…casa in campagna situata in una lunga stradina chiusa, poco traffico, pochi pericoli e tanta libertà.
Sabato sera ritrovo con una parte degli ILLUMINATI DEL BLUES. Appuntamento alla domus saurea e cena in un ristorante di Borgo Massenzio. Spaghetti del pescatore, fritto misto del molo, acqua fuori frigo, vinello bianco e tante discussioni nel nome del rock. Dimenticavo, tante risate…e Page solo sa quanto ne abbiamo bisogno. Mentre a fine cena mi bevo il secondo sorbetto ghiacciato penso alla dispepsia funzionale e al fatto che ormai sono mesi che mi lascia in pace. Non lo credevo possibile. Dal 2006 era un attacco se non continuo comunque automatico in certe condizioni. Sono piacevolmente sorpreso. C’è speranza dunque…e se anche dovesse tornare, beh, un episodio ogni tanto è più che accettabile.
Finiamo la serata alla domus saurea in uno dei modi che più ci divertono: guardare filmati musicali improbabili. Il clou della serata è ASIA IN ASIA degli ASIA appunto, filmato del 1983 al Budokan di Tokyo. In quell’occasione al basso e alla voce c’era GREG LAKE. Il video però guardato oggi fa proprio ridere: scenografia tipo FESTIVAL DI SANREMO primi anni ottanta (quello con gli artisti in playback), pezzi tutt’altro che memorabili (diciamo pure brutti), suoni lofi, pubblico in preda ad un modesto entusiasmo preconfezionato e finto…nel vedere queste cose c’è da maledire MTV e gli anni ottanta. LISO l’indomani mi scriverà che aver visto ASIA IN ASIA lo ha cambiato. Che ridere ragazzi.
Picca poi richiede di vedere un evergreen dell’orrore, uno dei filmati più temuti dalle teste di piombo: la parte del concerto dedicata a JIMMY PAGE dell’ARMS tour del dicembre 1983 al MSG di New York. Il più grande chitarrista rock di tutti i tempi in versione peggior chitarrista rock di tutti i tempi. Erano gli anni bui per PAGE, ancora preda dell’eroina, si presenta sul palco fisicamente quasi irriconoscibile in preda ad una carica da cocaina e incapace di suonare la chitarra. L’attacco di PRELUDE per poco non fa venire un attacco di cuore a Paolino Lisoni che mai aveva affrontato questa impervia prova. JIMMY PAGE ai minimissimi termini. Con malinconiche risate poi constatiamo come l’aristocrazia del rock inglese in quegli anni fosse tutta a pezzi. Anche chi suona benino sembra non aver senso in quel contesto. Un carrozzone messo in piedi per una nobile causa che avanza stancamente mentre sprofonda nel fango di situazioni assurde…gli spazi di vuoto tra un pezzo e l’altro, la maglietta stile Rockpalast di Jeff Beck, la apatia di Clapton, la improponibile maglietta attillatissima con cui si propone JOE COCKER…un festival dell’orrore. Mi chiedo quale spinta masochista ci spinga a vedere obbrobri del genere. Ad ogni modo un bella serata, il vedersi con i confratelli contribuisce non poco a lenire i blues di questa porca vita.
Finisco la serata dando un’occhiata al cofanetto di OZZY OSBOURNE che mi ha portato dono The Pike Boy e al primo numero di OUTSIDER, il nuovo mensile messo in piedi da MAX STEFANI su cui scrive anche GIANCARLINO TROMBETTI. Me lo ha portato Liso, e ad una prima occhiata non mi dispiace per nulla benché il mio mondo musicale e quello di Stéfani non siano proprio gli stessi. Torneremo a parlarne.


















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