ROCK E CAPITALISMO – breve riflessione di Paolo Barone

10 Mag

I continui confronti epistolari che ho con Polbi portano sempre argomenti intessanti per il blog. Questo è tratto dalla sua email di ieri sera.

Stavo leggendo un libro – Midnight Riders  the story of the Allman Brothers Band – in cui si elencano i beni materiali posseduti da Duane Allman al momento della morte:
Una Harley, una volvo del 71, 2.150 dollari in banca, 857 dollari in tasca. Un po’ di mobili per casa, e ovviamente chitarre e strumentazione varia. Tutto qui.Dopo Brothers &Sisters i restanti Allman diventeranno in breve tempo cosi ricchi da aprire una corroation, occupandosi di affari a 360 gradi, dal settore immobiliare a cose tipo supermercati. Milioni di dollari, valanghe di coca. La musica via via sempre meno interessante, fino alla totale dissoluzione.

Midnight Rider

Mi veniva in mente una riflessione fatta insieme ad Asia Argento qualche mese fa: non esiste band o artista che non sia stato corrotto dal successo e dai soldi. Ci penso e ci ripenso, alla fine va sempre a finire così e non potrebbe essere altrimenti. Sembra, anzi forse e’ proprio, una banalità’ una scoperta dell’acqua calda, ma leggere questo resoconto delle finanze del povero grande Duane mi ha reso la cosa assolutamente palese. I tempi dei Fillmore ( il cui casuale incontro di pochi giorni fa mentre ero a NY ha sollevato queste mie riflessioni), in cui il rock aveva ancora quella dimensione di massa ma umana, sono stati probabilmente il vertice assoluto della nostra musica, poi un po’ alla
volta si e’ persa la magia, e’ subentrato il calcolo e il mestiere, la paura di sbagliare e la voglia di piacere a tutti ad ogni costo….

Fillmore East ai bei tempi

Fillmore East ai bei tempi

Bill Graham sul palco al Fillmore East

Bill Graham sul palco al Fillmore East

Il Fillmore East oggi

Il Fillmore East oggi

Mah, vabbe’, adesso andiamo veramente verso l’ovvio, non ti faccio perdere altro tempo.

Paolo Barone © 2013

INTERBLUES

9 Mag

Ieri sera, ore 20,45, sul divano di fronte a Sky, canale 252, INTER-LAZIO. Lo hanno detto tutti, la stagione  dell’INTER è maledetta: malasorte, un numero d’ infortuni mai visti (persino l’iron man Zanetti si è rotto il tendine d’achille), errori arbitrali a nostro danno continui e costanti. Si aggiunga poi la faccenda del giovane tecnico inesperto, vecchi campioni logori, giocatori non all’altezza, mercato di gennaio che sì, porta un fuoriclasse assoluto e giovanissimo, ma anche un povero diavolo che non dovrebbe calcare i campi da calcio. Oltre a questo, confusione in società. Nonostante tutto mi appresto a guardare la partita con il solito ardore, con l’eccitazione che monta nel vedere i colori sociali della mia squadra del cuore, con la speranza che si tornerà a vincere.

L’Inter gioca con le riserve, perde a partita in corso due altri giocatori per infortunio, li sostituisce con un paio primavera…nonostante questo, come ho scritto su facebook, prendiamo a pallonate la Lazio, siamo noi a fare il gioco, abbiamo continuamente l’iniziativa, sembriamo affamati. Eppure arriva il goal della Lazio, cross balordo, Batman Handanovich sbaglia l’uscita, la palle rimbalza sui corpi di due giocatori ed entra lemme lemme in rete. Non posso crederci.

Poco dopo Apocalipto El Palito Pereira fa un cross da sinistra e Riccardino Alvarez insacca di testa. 1 a 1. Partita di nuovo in equilibrio. Sono gasatissimo, Kovacic, poco più che 18enne, illumina San Siro con classe purissima. E’ il faro illuminante, la guiding light di cui abbiamo tanto bisogno. Le sue accelerazioni, i suoi dribbling, la sua eleganza (a dispetto di un corpo un po’ goffo) sono l’essenza del calcio, la ragione per cui gioiamo nel vedere 22 uomini che si fronteggiano. Kovacic è uno dei due fuoriclasse che attualmente giocano in Italia (l’altro è SuperMario Balotelli). La squadra ce la mette tutta, i ragazzi s’impegnano, sbagliamo goal già fatti, prendiamo un palo, poi – in una delle rare azioni offensive della Lazio – Ranocchia inciampa su di un loro attaccante: rigore. Porca puttana.

Qualche minuto e Guarin entra in area, viene toccato da un difensore, cade a terra. Rigore per noi. Alvarez va sul dischetto. Tiro uno madonna. Io non lo vedo come rigorista. Domenica scorsa si era quasi fatto parare quello contro il Napoli. Prende la rincorsa, io tremo come un giunco in balia di un forte vento, sta per tirare, scivola, palla sopra la traversa. Nooooooooooooooooooo!

Alvarez scivola durante il rigore.

Alvarez scivola durante il rigore.

Tiro un sacco di madonne, colpisco il divano più volte col pugno destro, come una belva caduta nella rete cerco di divincolarmi da questa sfiga cosmica. La groupie mi guarda preoccupata ma anche divertita (ma che ne sa lei, Valentino è tornato in Yamaha, il suo Milan ha vinto 4 a 0 col Pescare ed è sicuro del posto in Champions League). Non mi capacito della cosa. “Ma zio cagnone, fate tirare i rigori a Guarin, porca di quella puttana. Che tiri una delle sue gheghe e poi vada come vada” urlo alla panchina dell’Inter.

L’Inter continua ad attaccare, adesso in campo ci sono  tre giocatori della squadra primavera, forza ragazzi almeno un pareggio. Nella Lazio entra un nero di nome Onazi, è fuori dalla nostra area, tira e trova il goal della vita, dritto nel sette.

Va beh, allora ditelo, se anche il padre dei quattro venti mi volta le spalle, mi rassegno e non guardo più il calcio. Spengo la tivù. Scuoto la testa, dico delle parolacce, recito la litania del “An ‘spol menga!”. Palmiro mi segue, sembra sconsolato anche lui …povero gattino dal cuore nerazzurro, soffre come me. Gli do qualche crocchetta. Mi faccio una tisana calmante, quando vorrei bermi mezza bottiglia di Southern Comfort!

Vado al computer, cerco sollievo sui siti di Amazon, meditando su quali titoli acquistare per lenire questo dolore, questa frustrazione. Scrollo pagine piene di deluxe edition, di box set. Poso poi lo sguardo sugli scaffali dei miei cd (grazie alle space-saving sleeve son riuscito a portare nello studiolo anche i bootleg dei LZ), sulla mia Les Paul lì sul reggichitarre. Prendo in mano qualche LP, lo accarezzo. Poi Palmir sale sul castello lì di fianco e mi osserva con quei suoi occhi gialli e quel musino appuntito. Passa la groupie, mi manda uno dei suoi sorrisi radiosi. Mi faccio forza. Gonfio il petto, i ragazzi ce l’hanno messa tutta… “che si vinca o che si perda forza Inter e …. merda”.

Sono spossato ma non domo, il padre dei quattro venti tornerà a gonfiare le nostre vele, i nostri vessilli torneranno a svolazzare alti nei cieli, il sol dell’avvenire dovrà sorgere prima o poi.

« Fischia il vento e infuria la bufera
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la nerazzura primavera
dove sorge il sol dell’avvenir »

Milito e la Champions

WALK THIS WAY – the autobiography of Aerosmith with Stephen Davis (1997 – ristampa 2012 IT Books) – TTTTT

8 Mag

Aerosmith - walk this way bio

Una sera di non troppo tempo fa, a cena con Picca… un veloce cinegiappo, quattro chiacchiere e poi il trasferimento alla domus saurea per guardarci assieme un po’ di filmati rock (il leggendario FIVE FROM FIRM, il dvd tratto dal cofanetto BOX OF SNAKES dove gli  WHITESNAKE di allora sembravano una pub band in giro per le periferie dell’Inghilterra, e delizie simili). Il Pike boy in quell’occasione mi regala WALK THIS WAY l’autobiografia degli AERO. Dio ‘l bendèsa!

Per me gli AEROSMITH sono la più grande rock and roll band americana di sempre. Ci sono altri gruppi fondamentali, storici, bravissimi, ma nessuno incarna – in senso stretto – l’epiteto di greatest rock and roll band come loro. La storia dell’ aereofabbro rappresenta in modo netto e preciso, lo svilupparsi di un gruppo rock che a fatica raggiunge la vetta, per poi cadere, dissolversi e rinascere. I classici luoghi comuni del rock ci sono tutti: droga, fame,  fama, successo, donne, litigi…e musica, quella musica rock che amiamo così tanto, quella che ci fa respirare, piangere e gioire.

Ho sempre avuto un debole per il New England, non so nemmeno io perché…pertanto mi sono immedesimato completamente in questa in questa bella storia che si dipana intorno al Massachusetts. Stephen Davis (l’autore di Hammert Of The Gods) cuce sapientemente i racconti dei membri della band, delle loro donne, dei loro manager e discografici, intervenendo solo di rado per fare brevi punti della situazione. Il tutto scorre che è una meraviglia.

Buona parte del libro è dedicata agli anni settanta, e questo non può che farci piacere, è quello il periodo che ci appassiona maggiormente, non manca comunque un’ampia documentazione circa gli anni ottanta e i primi novanta. Questa è la quarta edizione, quindi contiene un veloce aggiornamento fino ai giorni nostri.

Il libro è in inglese, non so se sia mai uscita l’edizione italiana…ma se non avete grossi problemi con la lingua di Page, beh…non tentennate, questo libro va letto.

STEVEN TYLER RULES!

STEPHEN STILLS “Carry On” (2013 Atlantic-Rhino-Warner) – PPP (di Stefano Piccagliani)

6 Mag

Dei 4 Stephen Stills è il mio preferito. I più idolatrano Crosby e Young, ma io mi trovo più a mio agio con le cose di Stefanino Silenzi. Non potevo dunque lasciar passare inosservato il nuovo cofanetto a lui dedicato e non potevo non chiedere al nostro Picca – molto preparato in materia – di scrivere due righe. Nel farlo, Picca tocca anche l’argomento circa il senso di questi cofanetti celebrativi, il mio punto di vista è il suo…operazioni discutibili se fatte come di solito vengono fatte. In ogni modo, siamo qui a parlarne.

STEPEHN STILLS Carry On-Box Cover-Front - Copia

In nuovo box set Rhino dedicato a Stephen Stills, che andrà ad incastrarsi perfettamente con gli altri due dedicati a Crosby e Nash, ripropone un vecchio dilemma che concerne i cofanetti celebrativi dedicati a illustri carriere. In soldoni: troppo ridondanti come ‘greatest hits’  per il fan non esattamente sfegatato e nello stesso tempo poco incisivi e, in qualche misura, banali per l’appassionato cultore. Sono del’ utopistico parere che questo tipo di operazioni andrebbe curato dai fans (ci sono alcuni Stillsologi on line che potrebbero svolgere un lavoro eccellente) per ciò che riguarda scelta di outtakes, alternate versions, brani live inediti eccetera. Purtroppo Carry On è stato compilato da Graham Nash il quale ha evidentemente cercato di compiacere un  disinteressato Stills nell’ offrire un’ antologia che racconti il viaggio artistico del, forse, meno amato e meno compreso del quartetto CSN&Y.  Il fan deve quindi rinunciare a gustarsi in ottimo audio svariate gemme del’ apogeo di Stills, che dal ’67 al ’73 è stato protagonista di un quinquennio straordinario con pochissimi epigoni nella storia del rock, in favore di vaccate varie da carriera in bollitura perenne a partire almeno dagli anni ’80, decennio terrificante per quasi tutti i classic rockers in balìa di drum machines e sintetizzatori Roland e Yamaha da galera.

Stills & his friends

Il grande Steve poi è uno che è invecchiato decisamente male, ha compiuto passi falsi clamorosi massacrandosi il consenso sia di pubblico che di critica a partire almeno almeno dal ’77 quando, al contrario del furbissimo Neil Young, invece di flirtare con le avanguardie smollò al mondo intero un disco, Thoroughfare Gap, in cui faceva lingua in bocca col blue eyed soul da discoteca dei Bee Gees (un disco comunque che suona meglio oggi di allora).

Quindi i primi due CD di Carry On sono da urlo, seppur smunti di reali chicche che rimarranno, vacca d’un cane, solo su orrendi bootlegs o scalcinati mp3, mentre i dischetti 3 e 4 raccontano un declino creativo e vocale davvero inesorabile.

Stephen+Stills

Altra magagna mica facile da mandar giù al cospetto del box set è l’ assenza, ingiustificata se non dall’ ignavia imperdonabile di Stills (un bipolare arrogante segnato da contraddittoria mancanza di autostima), dei polposi e saporiti commenti track-by-track che aveva piacevolmente contraddistinto i boxes di Crosby e Nash: qui ci si limita a elencazioni di musicisti e date di registrazione (con numerose smaronate, tra l’altro).

Ma se il fan che s’accontenta è quello che gode, allora segnalo una bellissima So Begins The Task, scarna e acustica, una sorprendente Lee Shore di Crosby eseguita come demo-guida dal nostro SS, un paio di remix piacevoli e una Crossroads/You Can’t Catch Me che ci fa capire però cosa ci stiamo perdendo data la pochezza di brani inediti live presenti su Carry On.

Curiosa e nulla più la No Name Jam (editata con virulenza) in compagnia di Jimi Hendrix, registrata nel 1970 con sovraincisioni del 2012.

Stephen-Stills & Jimi Hendrix

Nell’orribile 50/50, un brano dell’ 84 maciullato da un arrangiamento criminale tratto dal nadir Right By You, è presente anche Jimmy Page, buon amico di Stills, e la traccia Welfare Blues (una scoreggina inedita messa per allungare il brodo) è registrata ai Sol Studios allora di proprietà del Dark Lord in persona.

Inqualificabili le assenze della versione lunga di Bluebird dei Buffalo Springfield (ma tutto ciò che in qualche modo riguarda Neil Young è sistematicamente bloccato dai legali del canadese), di brani live degli eccellenti Manassas e di altre tracce dell’ abortita reunion CSN&Y del ’74 (probabilmente Neil ha inchiodato tutto in vista dei nuovi volumi dei suoi Archives).

…comunque di Stills avrei comprato anche un quadruplo con 75 versioni di Can’t Get No Booty, eccheccazzo…

STEPHEN STILLS Carry On-Box Cover-Back - Copia

stephen stills -Carry On-Box Cover-Side - Copia

RITORNO ALL’ANALOGICO

4 Mag

Scambio di messaggi (su FB) tra me e l’amico FILIPPO ROSTONI:

PHIL: “ciao Tim, mi è arrivata oggi la vhs americana dei FIRM “Five From Firm”… mannaggia quanto è invisibile in rete, non si trova praticamente da nessuna parte (nessuna copia su ebay, reperita in modo rocambolesco da una terza parte su amazon americano)….ma è possibile? uscì solo negli usa?”

TEAM: “Sì, uscì solo negli Usa. All’epoca diventai matto per averne una copia (non originale). Sono sorpreso che tu ti sia preso la briga di cercare questa vecchia VHS dei FIRM”

PHIL: “….è che ultimamente (forse in rigetto dei download ed mp3) mi piace comprare cose TANGIBILI, che hanno un colore, profumo e sapore. e cosa meglio delle ormai ripudiatissime vhs ? Ho ancora lettore con testine pulite dunque funziona benissimo, e legge i nastri ntsc perfettamente; tra l’altro ci sono davvero tanti titoli hard rock/heavy usciti in vhs mai ristampati in dvd…e…sarà che invecchio ma mi attacco sempre di + a cose materiali, la forma vince…..ciao.” FIRM FIVE FROM FIRM VHS RETRO Firm VHS Firm VHS 3

Filippo che si va a cercare e quindi a comprare, la vecchia (1986) VHS originale dei FIRM! Che mito, ragazzi. Faccio una veloce ricerca: è vero, in internet non si trova. Un’altro di quei misteri che non riesco a capire. Pubblicano deluxe edition, dvd, bluray di album o video mediocri di nomi non proprio di successo, e cose come questa dei FIRM scompaiono dalla faccia della terra. Pur non essendo capitoli essenziali per la storia del Rock, vuoi che non si rientri dalle spese quando hai a che fare con nomi come quelli di PAGE e RODGERS? Ma, lo sappiamo, inutile angustiarsi, quando c’è di mezzo Page i minuti diventano anni, gli anni decenni. E’ in ritardo nel fare uscire le nuove cose dei LZ, figurati cosa può succedere con i FIRM.

Ad ogni modo, ripensavo alla cosa mentre tornavo da BRIAN (a proposito, grazie a tutti quelli che puntualmente mi chiedono notizie del vecchio) anche perché proprio oggi mi è arrivato il vinile di ABBEY ROAD (insieme a qualche altra cosuccia “tangibile) …

ABBEY ROAD in vinile e altri articoletti interessanti - foto di TT

ABBEY ROAD in vinile e altri articoletti interessanti – foto di TT

Così, dopo un buon pranzo e il solito doppio Southern Comfort del sabato, preso dalla bramosia dell’analogico, ho tirato fuori qualche vecchia audiocassetta, ho acceso la vecchia piastra TEAC e mi son lasciato andare…ANALOG RULES!

Vecchie cassette - foto di TT

Vecchie cassette – foto di TT

Vecchie cassette 2 - foto di TT

Vecchie cassette 2 – foto di TT

Intervallo: MUDDY WATERS HAIRCUT

4 Mag

Balotelli ed El shaarawy gli fanno una sega.

Muddy Waters 1963

Muddy Waters 1963

SEASONS OF WITHER BLUES

3 Mag

Viaggio per il breve tratto di pianura che percorro abitualmente per andare e tornare da Brian, giorni festivi e sabati si susseguono in questo questo periodo di piena primavera. Rollo sulla blues mobile, mi ascolto DUANE ALLMAN,  BLUES FROM THE LAUREL CANYON di JOHN MAYALL, SONNY BOY WILLIAMSON con Page e Auger…

Ripensando alle mie cose mi soffermo su una email che il mio amico BILL McCUE di NYC mi ha inviato l’altro giorno:

How are you, my dear friend? I’m a little worried about you. Please let me know.” Subito ho pensato ad un email spam partita dal suo computer, ma dopo avergli chiesto conferma mi scrive “Yes – hello, caro mio. Just checking in. You seem very sad in your recent posts and emails. Hope everything is ok. I worry about you.”

Billy, dai miei post su facebook e dai commenti che faccio sul forum del LZClub che dirige, pensa che io sia triste.

Gli rispondo che sì, sono sotto pressione…fare il badante di mio padre, la crisi  che attanaglia ormai da più di quattro anni l’economia globale e dunque anche il distretto  in cui lavoro, l’insicurezza che la parola futuro ci regala ogni volta che la pronunciamo , la disastrosa situazione politica italiana, l’Inter che non va…ma poi, aggiungo anche che  I’m getting older and I becoming a bitter man…very sad, but it’s true.

Sì, diventando vecchio mi accorgo che mi sto trasformando in uno di quegli uomini di una (in)certa età amareggiati e rabbiosi. I miei post su facebook sono pieni di giudizi sommari su avversari politici, calcistici, religiosi. Anzi oramai non ho più avversari, ma nemici. Se sei emiliano, di sinistra, tifi Inter e ti piacciono i Led Zeppelin, le serie tv Homeland e il Trono Di Spade bene, altrimenti sei fuori.

Bel modo di ragionare, Tim Tirelli! Proprio tu che nella vita hai intrapreso percorsi di studio coraggiosi (5 anni di piscoterapia non sono uno scherzo), che hai scelto sentieri che  gli altri non prendono (cit. No Quarter) , che ti dichiari illuminato e consapevole…bell’ometto miserello che sei diventato. Tu che una volta hai cassato dai tuoi amici di facebook il compagno della tua miglior amica perché aveva pubblicato un clip di youtube intitolato “ODIO L’INTER” e un amico di rock solo perché aveva scritto che forse CARLO GIULIANI quel giorno avrebbe fatto bene a starsene a casetta sua, per poi ritornare mentalmente sulla cosa spesso e sentire di avere sbagliato, tu che riesci a tollerare il fatto che uno dei tuoi mentori su facebook si sia iscritto al gruppo INTERISTA PEZZO DI MERDA, tu che dopotutto sai stare ad ascoltare, che sai consolare, tu che non credi ai miracoli ma li sai fare (cit. De Gregori)…guarda come ti sei ridotto.

Ripiegato su te stesso come un inquisitore del blues qualunque, incapace di elaborare e quindi di dissolvere rabbia, frustrazioni, angosce e dolori.

Ripiegato su te stesso a piangerti addosso

La groupie e Tim Tirelli, l’inquisitore spossato del blues

Ma così fai la fine del giudice di IN PRIGIONE IN PRIGIONE, bel patachèn…

Immerso in questi pensieri faccio ritorno verso il posto in riva al mondo, arrivo, spengo la macchina, lascio lo stereo acceso con CSNY e vado a naufragare nel countryside…

TT drifting in the countryside... - foto di LST

TT drifting in the countryside… – foto di LST

Costeggio fossi, contemplo pioppi, calpesto piscialetti. Circumnavigo la piccola tenuta Ganassi, con gli occhi seguo le evoluzioni di Palmiro che rincorre farfalle, per poi andare a riposarsi sotto a un frassino poco dopo …

Palmiro si riposa sotto un frassino - foto di TT

Palmiro si riposa sotto un frassino – foto di TT

Piano piano ritorno in me, seguo il sorriso luminoso della groupie, salgo le scale, pranzo. Un doppio Southern Comfort, gli Allman al Fillmore East, la primavera che arriva in netto contrasto con le  stagioni dell’appassimento che regolano il tempo atmosferico della mia anima. Mi chiedo se troverò mai pace…

Non siamo i soli a disquisire sull’accidia musicale di JIMMY PAGE

2 Mag

http://www.stuff.co.nz/entertainment/blogs/blog-on-the-tracks/8607098/The-homily-of-Jimmy-Page

(Grazie a Bill McCue & Tommy Gamard)

JP in metropolitana a NY - foto di Ross Halfin

JP in metropolitana a NY – foto di Ross Halfin

WHITESNAKE “Made In Japan” (2013 Frontiers Records) – TT

2 Mag

Whitesnake---Made-In-Japan

Avevo pensato di soprassedere e di non parlare di questo  inutile disco live, non volevo passare sempre per quello che bastona le uscite degli Whitesnake, ma poi mi son detto: è il mio blog, gli Whitesnake sono stati un gruppo che ho amato molto, non devo farmi condizionare da un paio di commenti un po’ acidi nei miei confronti, commenti ricevuti in passato quando ho recensito uno degli ultimi due (bruttissimi ) album da studio del gruppo di Coverdale.

Io capisco che per questi grandi gruppi di seconda fascia del passato ormai non rimanga che fare concerti, di album da studio ormai nessuno sente più l’esigenza, difficilmente si riesce a pubblicare qualcosa che valga la pena di esser ascoltato, e in ogni caso le vendite sarebbero scarsissime. E allora ecco l’ennesimo tour e l’ennesima testimonianza su cd e in bluray.

Capisco anche il problema che ha gente come David Coverdale… ne ho discusso in passato con Picca: se anche per ipotesi ci si rendesse conto che a sessantanni e più forse varrebbe la pena smussare certe asperità metal e un po’ cafonesche, evitare i registri alti, confezionare con più eleganza e intelligenza i successi del passato, magari riportando a galla lo spirito musicale originario del gruppo , non è detto che il pubblico accetterebbe tutto ciò. Il ventenne, il trentenne di oggi che va ad un concerto degli WHITESNAKE, ha negli occhi la versione MTV del gruppo, il Coverdale biondo, i chitarristi funamboli, il metal tout court che ammanta pezzi veloci, ballad e il blues based hard rock dei primi anni.

Lo capisco, ma non lo condivido. In formazione non c’è un musicista personale, un anima che riesca ad emozionare, sono tutti bravi session men metal che eseguono le loro parti senza errori ma che non dicono nulla. Il niente assoluto. Il sound dell’album poi mi pare piuttosto lofi. C’è lo spazio per la “Resa dei conti della sei corde” e per l’assolo di batteria… cose così anacronistiche da essere imbarazzanti. Magari se ti chiami EDDIE VAN HALEN un certo senso questi spazi possono ancora averlo, ma gli assoli di Doug Aldrich e Reb Beach e del batterista (insopportabile) Briian Tichy dovrebbero esserci risparmiati.

La voce di Coverdale sembra essere andata in modo definitivo. Quando cerca l’acuto il risultato è assai triste, nelle parti lente tipo gli inizi di LOVE AIN’T NO STRANGER e FOREVERMORE il  timbro riesce ancora a dare qualche brivido, ma si capisce che è una voce più fragile e debole. Un vero peccato. La scaletta non è nulla di particolarmente eccitante, su 12 pezzi solo sei classici, suonati in modo ridondante,  poi due assoli e quattro pezzi più recenti per nulla convincenti. Coverdale ce la sta mettendo tutta per spezzarmi il cuore.

PS: come se non bastasse tutto questo, il bonus disc audio contiene il soundcheck del tour giapponese del 2011. Il soundcheck? Siamo così mal ridotti che adesso ci mettiamo a pubblicare i soundcheck su uscite ufficiali! Mamma mia.  E poi vogliono farmi credere che il rock non è morto.

La prima volta: LED ZEPPELIN “The Song Remains The Same”…il film

29 Apr

TSRTS Poster

Picca (come leggerete più sotto) ipotizza fosse il 1977, io credo invece fosse il 1978 (giugno) perché la compagnia di ragazzi amanti della musica rock che ero solito lambire, diceva che mentre andavano a Modena a vedere il film per la prima volta non c’era nessuno per strada, perché stava giocando l’Italia ai mondiali (Argentina ’78). Comunque sia, la prima volta me la persi. Il mio debutto avvenne in un cinemino un po’ sfigato di Castelfranco Emilia nel novembre del 1978. Era un sabato sera, c’era nebbia, ed io Massimo e Lencio ci facemmo accompagnare dal padre di Massimo, nessuno di noi aveva la patente. Mi par di ricordare che Massimo lo avesse già visto, ma era comunque eccitatissimo.

Cinemino di seconda fascia, buio, umidità, odore di muffa, poltroncine scomode, impianto audio scarsino. Chiacchiere in libertà con Massimo e Lencio, poi le flebili luci che si spengono, il fascio di polvere d’oro che va dal proiettore allo schermo… lo spioncino di una cancello che si apre, gangster che si apprestano a colpire….riconosco PETER GRANT e forse RICHARD COLE…mitra che sparano, teste che cadono in modo buffissimo, poi JOHN BONHAM sul trattore, PLANT vicino ad un ruscello con la famiglia, JONES che racconta favole alle figlie, PAGE con gli occhi rossi a bordo del laghetto della sua villa di PLUMPTON mentre suona la ghironda. Poi ecco New York, il gruppo in macchina, il Madison Square Garden; l’eccitato brusio della folle e flash… ecco i LED ZEPPELIN dal vivo. Cazzo. Ripresi da dietro, poi dal davanti. Pubblico in delirio sin da subito, specchi dietro al palco. JIMMY PAGE fighissimo col vestitino con stelle, lustrini, spalline, ROBERT PLANT che incarna a petto scoperto il prototipo del cantante hard rock un po’ hippie, BONHAM e JONES lì dietro.

 

Wow, che inizio. Che botta di vita, di rock sgargiante e  colorato. Rimasi immerso per due ore in quel mondo che finalmente toccavo quasi con mano. Il rock mi entrava in circolo, la vibrazione misteriosa dei LED ZEPPELIN mi attraversava da capo a piedi…rapito, godevo di quella musica che ritenevo (e ritengo) sublime.

Poco dopo stacco su un break chitarristico di PAGE (non sapevo ancora che in origine era il link che collegava MISTY MOUNTAIN HOP al pezzo che preferisco in assoluto), note che fluttuano nello spazio del MADISON SQUARE GARDEN e che sembrano incepparsi mentre si sciolgono sull’entrata di BONHAM e di JONES alla pedaliera basso. SINCE I’VE BEEN LOVING YOU nell’arrangiamento del 1973 mi colpì subito. Da quel momento diventò il mio pezzo musicale favorito. Le note della chitarra, la tensione creata dal gruppo, il sentimento che ci mette PLANT…che spettacolo. Ho ancora i brividi.

 

L’incredibile lavoro sulla 12 corde del pezzo che dava il titolo al film e la sequenza medioevale di PLANT sulle dolci note di RAIN SONG.

Avrei ripetuto quell’esperienza altre 12 volte in cinemini di periferia che inserivano il film nel cartellone del giovedì sera dedicato ai film musicali. Peregrinando tra le province di Ferrara, Modena e Reggio, ci facevamo accompagnare dai genitori di qualcuno, anche con neve e ghiaccio sulle strade, e ogni volta si ripeteva il rito. Cinema strapieni, atteggiamenti da concerto rock, applausi, il perdersi liberamente su quell’aria sonora, la sensazione di far parte di una setta di fortunati.

NO QUARTER, con quelle ombre che lasciavano intravedere mondi misteriosi che l’assolo di JP poi ti faceva vivere veramente…DAZED and CONFUSED con ancora un PAGE sensazionale (per 26 minuti e più), con quell’archetto di violino che sfregava direttamente sulle nostre giovani anime…STAIRWAY TO HEAVEN con ricami aggiuntivi, con quelle frasette live di ROBERT PLANT, con quel magnifico assolo…BOOGIE MAMA, l’intermezzo blues e boogie di WHOLE LOTTA LOVE che mi sembrava una delle cose più irresistibili che avessi mai ascoltato.

Infine i ragazzi che salgono la scaletta che li porta all’aereo, lo “Starship”, con la sua bella scritta LED ZEPPELIN e la versione da studio di STH che funge da sottofondo ai titoli di coda.

Poi arrivarono le VHS, i videoregistratori, i divudi e i bluray, e la nuova discutibile versione con edit diversi dagli originali e con qualche pezzo in più. TSRTS lì a portata di mano, che tiri fuori solo quando i ragazzi vengono a trovarti e insieme a RIFF insceniamo la scenetta per far vedere per l’ennesima volta il film a JAYPEE.

Ma quando ti capita di rivederlo per caso, ti metti lì davanti allo schermo incapace di fare altro.

Per me TSRTS è il più bel live della storia della musica rock. No contest.

 

TSRTS Cover

TSRTS LP back

TSRTS – La prima volta di Paolo Barone:

La notizia che il film dei Led Zeppelin sarebbe stato proiettato per un solo giorno in un cinema di Roma creo’ un gran fermento. Se ne parlava ormai da giorni, complice anche il Messaggero, quotidiano della capitale, che aveva dato l’annuncio nelle sue pagine dedicate a spettacoli e cultura. Tutti, ma dico tutti, stavano facendo piani per andare: Hippies, metallari, rockers di varia natura. Persino qualche punk e i duri dell’Autonomia stavano organizzando macchine, motorini e carovane. Io e i miei amici decidemmo di andare in autobus. Si trattava di un percorso lungo, avremmo praticamente attraversato la citta’, quasi da un capo all’altro, ma la cosa certo non ci scoraggiava, anzi, per loro questo ed altro. Il fatto e’ che i Led Zeppelin si erano ormai sciolti, non esisteva altro  modo quindi per poterli vedere dal vivo e, come tutti sanno, pur avendo un gran seguito nel nostro paese, avevano suonato una sola travagliatissima volta a Milano, nel ’71 notte dei tempi per noi. E cosi, dopo lunga e trepidante attesa arrivo’ finalmente il gran giorno. Il lungo viaggio in autobus, con un paio di cambi di linea ando’ via veloce e giunti alla fermata prossima al cinema ci rendemmo subito conto che qualcosa di straordinario stava accadendo. Da tutte le strade, una folla festosa di persone arrivava verso il cinema. Come a un vero e proprio concerto rock. C’era chi si cercava, chi spingeva, chi raccontava di aver gia’ visto parte del film, chi addirittura diceva di averli visti dal vivo a Zurigo o in qualche altro posto. E tutti cercavano in un modo o nell’altro di entrare nel cinema, dove con decisione saggia e molto romana, ormai i gestori non andavano piu’ tanto per il sottile, si prendevano i soldi del biglietto, e lasciavano che dentro e fuori del cinema la gente si auto organizzasse come meglio credeva.  Io e i miei, complice l’entusiasmo e un po’ di incoscienza, riuscimmo a sgattaiolare veloci in una selva di gambe, braccia, capelli e corpi, urlando i nostri nomi per non perderci nei vortici umani. E poi, superata un ultima tenda, il buio, e i Led Zeppelin sullo schermo! Cazzo, erano proprio loro…

L’audio del cinema era fantastico, una potenza niente male sparata da grosse casse tipo quelle dei concerti posizionate ai lati dello schermo, non c’e’ che dire, avevano fatto le cose alla grande per l’occasione. Eravamo assolutamente affascinati, confusi, non sapevamo dove guardare o dove andarci a piazzare. lo schermo proiettava un caleidoscopio di immagini e suoni, mentre nel cinema succedeva di tutto. Gente ovunque, in piedi, seduta, sdraiata, accampata, chi ballava, chi cantava, chi chiamava i musicisti sullo schermo come se potessero sentirli davvero…Chi beveva, chi fumava, chi rollava canne colossali…insomma era come se fossimo tutti ad un concerto e non nella sala di un cinema! Il film veniva proiettato quattro volte quel giorno, dal primo pomeriggio a notte inoltrata, il che contribuiva a creare una situazione ulteriormente dinamica: C’erano sempre gruppi di persone che entravano, uscivano, rientravano, si spostavano, insomma, per una volta il concetto di visione cinematografica fu completamente stravolto per diventare altro, non era un film, non era un concerto, non era una festa, ma era tutte queste cose allo stesso tempo, mentre il cinema era diventato una zona temporaneamente autonoma dal resto della citta’ e dalle sue regole.  Forse per una volta i Led Zeppelin erano riusciti a catalizzare un esperienza multimediale e interattiva, come Andy Warhol aveva sempre cercato di fare. Io da parte mia, ero al settimo cielo, perso in questa esperienza totalizzante…

Ce ne tornammo a casa con gli ultimi bus, attraversando la citta’ ignara e silenziosa. Era l’inverno 1981-82 e  The Song Remains The Same sarebbe riaffiorato negli anni a venire in mille ricordi e suggestioni. Mi sarei ritrovato innumerevoli volte immerso nell’atmosfera del film, magari mentre meno me lo sarei aspettato: attraversando campagne assolate, guardando rovine, fermandomi sulla riva dell’acqua. Passando in macchina i ponti di NYC nel sole del primo mattino dopo una notte passata insonne a guidare, o solo con me stesso frugando a casaccio nei cassetti della memoria. (Paolo Barone ©2012)

TSRTS Page

TSRTS – La prima volta di Stefano Piccagliani:

Modena, Cinema Olimpia. The Song Remains the Same. Un pomeriggio come tanti (cos’era Tim? Il ’77?) che diventò un pomeriggio unico. Incomprensibili sequenze di gangster nella campagna inglese. Colpi di mitra. Un lupo mannaro. Mi piacevano le cose incomprensibili da ragazzino. Ti costringevano a pensare. Quando cazzo inizia il concerto?

I ragazzi della band scendono da un aereo. Ridacchiano. Appuntarsi sul taccuino: anche io un giorno scenderò dal mio aereo ridacchiando.Limousine. Bron Y Aur, bucolica e antichissima, a sottolineare lo skyline di Manhattan. Mistero.

Luci spente, brusio di folla tesa, flash. Una voce rude vomita un ‘awright…let’s go!’. Rock ‘n Roll. Ecco: l’impatto dell’immagine di Plant, Jones, Bonham e Page ripresi da dietro all’attacco di RnR con il pubblico che si squaglia di eccitazione sullo sfondo rimarrà con me per sempre, si incastonerà nella mia incredula corteccia celebrale, nel mio petto palpitante, nella mia miserabile zona genitale. Il Big Bang insomma.

Le ragazze sono prevedibilmente dalla parte del Golden God e dei suoi riccioli da eroe epico e del suo per nulla miserabile pacco dono, ma noi maschietti ci innamoriamo subito (anche carnalmente, si può dire una buona volta?) del fascino di Jimmy Page e della sua virilità tutta carismatica, magrissimo, glabro ed efebico, con quelle mani prodigiose e bellissime su cui si concentrano i nostri occhi pieni di musica.

Le canzoni si susseguono alle meravigliose  sequenze fantastiche: Plant romantico uscito da Tolkien, Jimmy tenebroso e terribile, Jonesy gotico da film Hammer e Bonzo coi suoi home movies che ci ricorda che in fondo it’s life and life only, come diceva Dylan.

Di lì a poco arriverà il cinismo nichilista punk  coi suoi teppistelli a scaracchiare sulle vanitose e pretenziose manie di grandezza dei dinosauri del rock. Missione fallita, a 35 anni di distanza. A proposito di cinismo, Peter Grant ci dà un assaggio, per nulla richiesto e quindi sincero, di cosa sia in realtà un backstage di concerto rock. Scazzi coi promoters, bootleggers da inseguire, t-shirts farlocche, rapine da cassette di sicurezza, poliziotti in balìa di orde di fans. Altro che sequenze fantastiche: TSRTS è un Report sulla vita on the road.

Rain Song è complicata e bellissima. No Quarter fa deliziosamente paura. Since I’ve Been Loving You è l’incrocio deve si incontra il blues tra Clarksdale, Chicago, Memphis e la Boleskine house. Stairway è già un mostro. La doppio manico che si sdoppia. Moby Dick permette un salto al bar per un’ altra razione di pop corn. Whole lotta Love che rivela che i Led Zep forse sono sempre stati un gruppo funky. L’archetto del violino in Dazed and Confused è un sortilegio che riesce ancora oggi: il boato dell’Arena 02 nel 2007 lo testimonia

Entrai al cinema bambino e uscii rocchettaro. Per sempre.

E’ di queste cose che si nutrono i sogni. Dopo 35 anni, mi devo ancora svegliare. (Stefano Piccagoliani ©2012)

TSRTS Jimmy Page archetto

TSRTS – La prima volta di Giancarlo Trombetti: 

” Ricordo che quando ero ragazzotto le cose, tutto, da noi, arrivava con un colpevole ritardo. I dischi, se non te li beccavi di importazione e non erano distribuiti da quel magico nome che fu Ricordi – che massacrava le copertine per risparmiare ma almeno ti distribuiva oltre la metà del cibo degli Dei – i dischi, dicevo,  li potevi avere quando l’artista pubblicava il successivo o era già morto, i libri se non te li cercavi in qualche rara illuminata libreria li saltavi a piè pari ed i film…mah…quelli di cartellone andavano alla stagione successiva, mentre quelli, pochi, di non primario cartellone o peggio ancora musicali, non li vedevi mai. Internet, ovviamente, non esisteva, i giornali, quelli veri, erano rarissimi e costosi (ho da poco ritrovato alcuni Melody Maker del 1972 e costavano 500 lire quando un 33 ne costava 2700/3000 !), radio e tv erano fonti inattendibili al 90%. Uccellini amari, amarissimi. Così, quando nel 1976 un probabilmente avvinazzato gestore di sale cinematografiche locali propose ben tre film “musicali” in rapida sequenza, mi parve di essere stato catapultato nella San Francisco dei bei tempi dell’uragano di Haight-Ashbury. Verso il dicembre di quell’anno, credo proprio di non sbagliare, vidi per la prima volta “Woodstock, The Movie”, unendo finalmente le immagini al sonoro che mi accompagnava da quando la mia prima, vera fidanzata me ne aveva regalato il triplo album, vidi “Live at Pompei” dei Pink Floyd restandone abbagliato per semplicità e fascino e vidi per la prima volta i miei Led Zeppelin al Madison Square Garden. Devo ammettere che sentir pronunciare quelle mitologiche tre parole finali da Plant (“New York…goodnight…”) mi aveva sempre sconvolto nei miei sogni giovanili : per quanto banali ed inevitabili quelle parole, a mio parere poter dare la buonanotte alla Città “che non dorme mai” era un sogno che non si sarebbe mai realizzato per il 99,9% dei bipedi umani e dunque, meravigliosamente affascinante ma…non ero lì per quello in quella settimana dispendiosissima per le mie finanze: ero lì per vedere Plant muoversi, per vedere Bonham contorcersi sulla batteria, per capire se Paul Jones si commuovesse su quelle linee di basso e per veder prendere vita alle foto di Page con quella chitarra a doppio manico in mano.

Anche senza sonoro, credo, avrei comunque goduto come un riccio. Ma il sonoro c’era. Scadente e mono, distorto e privo di dinamica – ricordo che quelle casse messe ai lati del palco in Woodstock erano riuscite a far meglio delle scatole ai piedi di Hendrix in quanto a distorsione, un paio di giorni prima – ma non solo non c’era di meglio, ai tempi, ma comuque sarebbe servito a poco: nella mia testa avrei potuto suonarmi da solo tutta la colonna sonora senza ascoltarla. Ricordo che mi feci due palle alle immagini di Page e delle sue pippe esoteriche, alla passione per i veicoli di Bonham e alle scalate di vario genere e compresi più tardi come potesse essere realistica la leggenda di Ahmet Ertegun addormentato alla premiere del film; non sapevo ancora tutta la storia dei filmati mancanti e dei momenti di vuoto di immagini riempiti per forza di cose. Ricordo che non mi esaltai – come mi accade talvolta ancor oggi, devo ammetterlo – a vedere “Since I’ve been loving you”, trovandola ancor oggi un esempio scolastico di blues  ( i Led Zep hanno fatto con la decodificazione del blues un milione di volte meglio in altri casi) e ricordo che mi annoiai profondamente all’eccesso di esibizionismo di Page durante “Dazed and confused” che resta, però, uno dei miei pezzi favoriti. Il resto fu pura esaltazione. Non mi sarei mai più domandato, come non me lo domando ancor oggi a dispetto delle splendide teorie di Tim sulla sostituzione di Pagey, se quella fosse la migliore delle esecuzioni possibili: per sarebbe restata “l’esecuzione” ancora per un po’, l’immagine della più grande band di rock blues, l’icona di chi era riuscito a farsi definire come il prototipo di heavy metal band, il Martello degli Dei, avendo propinato blues, folk e suoni acustici a piene mani a giornalisti e seguaci “esperti”  che altro non vogliono che sentir definire qualcuno in qualche modo. Poco importa quale. Spettacolare, anche per questo.”  (Giancarlo Trombetti ©2012)

TSRTS band