by Picca
Picca mi manda un sms che mi colpisce non poco, “Alvin Lee RIP”.
Vado sul sito ufficiale:
MARCH 6, 2013
WITH GREAT SADNESS WE HAVE TO ANNOUNCE THAT
ALVIN UNEXPECTEDLY PASSED AWAY EARLY THIS MORNING
AFTER UNFORSEEN COMPLICATIONS FOLLOWING A ROUTINE SURGICAL PROCEDURE.
WE HAVE LOST A WONDERFUL MUCH LOVED FATHER AND COMPANION,
THE WORLD HAS LOST A TRULY GREAT AND GIFTED MUSICIAN.
JASMIN, EVI AND SUZANNE
Quando se ne va uno di questi ci rimani male, un bel po’. Ho fatto in tempo a vederlo qualche anno fa al Vox di Nonantola, girava con una band da birreria, ma lasciava comunque intravvedere la sua grande classe e il suo leggendario chitarrismo rock blues. Grazie a lui i TEN YEARS AFTER resteranno per sempre nella storia della musica rock.
Addio Alvin, grande guitar slinger.
In questi giorni un folletto si aggira per l’Europa. L’altra sera e’ venuto a Roma.
Si chiama Damo Suzuki, e’ giapponese, vive da tempo in germania ma passa molto tempo viaggiando per il mondo. E’ stato il cantante dei CAN, una band straordinaria, che occupa un posto di primissimo piano nella storia della musica rock e non solo. Con loro ha registrato dischi immortali come Tago Mago, Ege Bamyasi, Future Days. Oggi e’ l’anima del progetto Damo Suzuki’s Network.
Che fosse ancora in giro a suonare lo sapevo. Avevo anche incontrato, anni fa a Colonia, dei tipi che avevano suonato con lui per un concerto. Mi dissero della loro sorpresa quando, emozionati, chiesero come e quando si sarebbero dovuti incontrare per le prove. La risposta fu che non ci sarebbero state prove, ma si sarebbero visti direttamente sul palco la sera del concerto. A ben pensarci i conti tornano: Damo Suzuki prima di unirsi ai CAN faceva il musicista di strada, e suono’ con loro la sera stessa del primo incontro senza conoscere nessun brano. Questo e’ il suo modo di operare, lo chiama “Instant Composing”. Da anni ormai, lui va in giro per il mondo suonando ogni sera con una band diversa, senza alcun tipo di prove e bandendo del tutto cover di qualsiasi genere. Lui, la band e il pubblico, si lanciano in un vortice di improvvisazione, che puo’ decollare o schiantarsi in ogni momento, senza rete di protezione, senza alcuna pianificazione di tempi o altro.
Sapevo che era passato da Roma un anno fa o giu di li’, e per l’occasione si era messa in piedi una band all star del poprock nazionale. Gli avevano chiesto di vedersi almeno per un oretta di soundcheck, lui ha risposto che si, si sarebbero visti tutti insieme qualche ora prima del concerto, ma non al club, bensi al ristorante per cenare insieme e presentarsi.
Questa volta invece, avrebbe suonato con una band romana, i Sonic Jesus, una realta’ totalmente underground. Non mi sarei perso questa opportunita’ per niente al mondo.
Nessuno dei miei amici era in condizioni di venire al concerto, e cosi mi sono incamminato da solo verso il Circolo degli Artisti .
Arrivato sul posto, prima sorpresa: Il biglietto e’ una sottoscrizione volontaria, puoi pagare quello che vuoi. Una volta dentro, un centinaio di persone divise fra zona palco, dove una band sta finendo il suo set, bar e patio.
Strana e inusuale sensazione per me quella di andare ad un concerto da solo. Mi ritrovo un po’ spaesato, non so bene cosa fare…Ma poi mi perdo a vedere una coppia di artisti che fra una band e l’altra disegnano e dipingono in uno spazio illuminato a lato del palco. Quanti talenti ci sono nelle nostre citta’, quante persone con un mondo di cose da dire, troppo spesso oscurate dalle nuvole dei protagonisti del nulla quotidiano…
Mah, che ci possiamo fare… Mi riprendo dalle mie riflessioni esistenziali giusto in tempo per piazzarmi sotto al palco. I Sonic Jesus entrano in scena, e la musica per le successive due ore occupa totalmente lo spazio del locale e dei miei pensieri.
Questa band e’ sorprendente, per me una bellissima sorpresa. Si presentano sul palco con due chitarre, duemila pedali, organo Farfisa, batteria, basso e un tamburo piazzato al centro del palco in posizione arretrata. Il loro suono e’ psichedelico, denso, pesante. Le chitarre si fanno sentire, cosi come le percussioni, creando un sound molto particolare. L’onda sonica, specie sotto il palco, e’ veramente notevole, mi guardo intorno e siamo in molti ad esserene coinvolti. I pezzi si susseguono, ognuno con la sua diversa personalita’ creando atmosfere e sensazioni molto intense. Qualcuno balla, altri rimangono fermi sul posto rapiti dai suoni.
Poi, in un momento di pausa, appare sul palco Damo Suzuki.
Non veste piu’ gli abiti psichedelici che usava all’epoca dei CAN, ma in compenso mantiene una forma fisica invidiabile. I capelli lunghissimi, lo sguardo penetrante, si piazza al centro del palco e comincia a cantare. Prima con una voce gutturale, e poi via via andando sempre piu’ verso i suoi toni usuali. La band e’ un po’ spiazzata, e per i primi minuti sembra non riuscire a trovare il modo giusto per seguire i vocalizzi del giapponese. La situazione si fa un po’ complicata, le cose non decollano nel verso giusto, ma Suzuki non si scompone, anzi, sembra quasi voler rilanciare il livello della sfida alzando di tono e volume la sua presenza vocale.
Si aggrappa al microfono, ondeggia ad occhi chiusi, spingendo band e pubblico a seguirlo in territori sconosciuti. Ad un tratto uno dei chitarristi decide di lasciar perdere il proprio strumento e si mette a suonare il tamburo a centro palco, supportando e rilanciando il suono della batteria. E’ l’inizio della magia. Da quel momento in poi i vari musicisti entrano in sintonia con lo sciamano cantante e fra di loro, seguendo l’ispirazione del momento. Le improvvisazioni si susseguono sempre piu’ potenti, incisive, con batterista e seconda chitarra a scambiarsi di ruolo, mentre le tastiere mandano lampi elettrici e il basso a tenere insieme il tutto, in perfetto e precario equilibrio.
E’ un momento molto bello, di quelli che non capitano spesso. Mi guardo intorno e ora molti nel pubblico stanno ballando, mentre un tipo al centro della sala sta registrando il tutto con apparecchiature dall’aria professionale. Vicino a me, proprio sotto il palco, qualcuno scatta fotografie e riprende filmati, mentre io mi lascio trasportare dalla musica, sempre piu’ ritmata, percussiva, quasi tribale.
Sono passate ormai due ore e vedo il personale del locale salire sul palco in posizione laterale a chiedere ai musicisti di fermarsi. Credo che se non fosse stato per quello, saremmo tutti andati avanti ancora molto.
I Sonic Jesus e Damo Suzuki rallentano per poi spegnersi in un mare di applausi.
A questo punto e’ ora di andare, mi fermo un momento a chiedere ad una ragazza che sta con i Sonic se potro’ avere alcune delle sue foto della serata, e lei gentilissima mi lascia un biglietto con la sua email. Vado verso l’uscita quando al banchetto del merchandising vedo Damo. Se ne sta li’ da solo, aspettando che qualcuno magari voglia comprare un cd o un vinile dei suoi spettacoli live. Mi avvicino, gli faccio i complimenti per lo show e ci mettiamo a fare due chiacchiere. Mi dice che gira in tour da solo, ogni sera una band diversa e domani ripartira’ per Oslo, poi altre date in Europa e in primavera in Giappone. Mi sembra molto sereno e contento, gli chiedo quale dei dischi live mi consiglia di comprare e lui dopo un attimo di indecisione mi guarda e dice che forse, per me, il concerto di melbourne – Holy Soul, Dead man has no 2nd chance – e’ il piu’ adatto. Me lo da, non prima di aver scritto una dedica illegibile e piena di disegnetti. Purtroppo ha solo sette euro in tasca e dobbiamo trafficare un po‘ per trovare il resto…Mi dice che questa serata gli e‘ piaciuta tantissimo, era la prima del tour e spera di proseguire su questi livelli. Qualcuno si avvicina per comprare qualcosa e io decido di lasciarlo in pace. Mi incammino, ma poi arrivato sulla soglia del locale mi volto a guardarlo. Quest’uomo dovrebbe avere un eta‘ compresa fra i 60 e i 70 anni, ha suonato con una delle band piu‘ innovative ed influenti della storia del rock. Tuttora, in questi ultimi mesi, hanno pubblicato una raccolta di inediti, e le riviste internazionali (e Italiane) l’ hanno inserita fra le migliori uscite dell’anno appena passato. Rischia ogni sera salendo sul palco con musicisti che non conosce, gira il mondo da solo, e sicuramente non si arricchisce facendo tutto questo, anzi.
Mi volto e l’ultima immagine di lui e‘ quella di un folletto sorridente, in pace con se stesso e il suo mondo.
Paolo Barone © 2013
L’ultimo weekend: Brian è in mood sentimentale. Mi telefona solo per dirmi che mi vuole bene, mi dice che sono il suo figlioletto e ribadisce il concetto dichiarando che “io sono il tuo papà e tu sei un grande figlio”. L’ alzheimer toglie certi filtri, è una malattia terribile, ma grazie ad essa sto risolvendo il rapporto con mio padre. Che strano.
Il sabato mattina come spesso succede è intenso, arrivo da lui prima delle nove, lo lavo, lo vesto, lo porto da Chen il cinese a far colazione. Poi la spesa per lui al Conad del Newtower (dove Brian – ottantatreenne – ogni volta cucca delle settantenni mica male). Un salto poi a Ninetyland per la consueta passeggiata lungo la memory lane, con spesa alla nuova Coop per me.
Mentre son lì tra le corsie del supermercato osservo Brian, si guarda intorno tra il sorpreso e il divertito…le tante cose sugli scaffali, la gente che va e viene, il respiro affannato del quotidiano di ognuno di noi…una piccola avventura per il vecchio Brian.
Domenica: c’è il sole, ma c’è soprattutto l’Inter che alle 15 gioca in trasferta contro il Catania, così vado a prendere il vecchio e lo porto a Borgo Massenzio. Nel courtyard della domus saurea Brian Tyrell si gode il sole e la campagna…
Mentre gli scatto la foto, osservo il suo sguardo…è quello rassegnato di un uomo che sta incamminandosi verso paludi poco rassicuranti. Meglio non pensarci.
Dopo un pranzo rigorosamente emiliano, dopo un caffè corretto Southern Comfort, io e Brian ci sediamo in divano…inizia la partita. Non è così automatico per lui seguirla, mi chiede più volte se noi “siamo i bianchi”, chi è l’altra squadra, chi è quel signore in borghese a bordo campo (il Mister Stramaccioni). Pian piano però nella sua maruga affiora il suo sentimento nerazzurro, il ricordo di cosa sia una partita di calcio, l’Ambrosiana Inter, Giacinto Facchetti. L’Inter gioca un primo tempo scandaloso. Il Catania sulle ali dell’entusiasmo dovuto ad un ultimo periodo assai brillante, assalta il fortino nerazzurro che più che un fortino sembra una vecchia baracca. Prendiamo due goal da polli. Entrambe le volte Brian mi guarda incredulo e fa “Beh ‘mo Tim!”. Io entro in uno di quei football blues nerissimi, quelli tipici provenienti dall’Inter post José. L’intervallo lo passo al computer, Brian rimane sul divano imbambolato dai due goal presi. Nel secondo tempo entra il drago Stankovic e la musica cambia, sia lodato Jimmypage. L’inter risorge: al 7′ Palacio crossa e Riccardino Alvarez insacca di testa: 2 a 1. Al 25′ el Palito Apocalipto Pereira crossa dalla sinistra, Palacio stacca di testa, goal… 2 a 2. Cazzo, sono tutto un tremore. Brian applaude. L’abbiamo messa bene. Ma aspetta un momento: l’Inter è on the prowl, lo vedo, lo sento. E allora avanti ragazzi, regalatemi un sogno. Entra El Cuchu Cambiasso e dopo poco sfiora il goal del clamoroso vantaggio, poco prima aveva fatto lo stesso Schelotto. Ma al 47’il sogno si avvera: Palacio avvia l’azione, poi riceve da Cambiasso in area e batte il portiere avversario.
Sulla gradinate della domus saurea è il tripudio: vecchi con l’alzheimer che ballano, uomini di blues che saltano sul divano, i pianeti che si allineano, la giustizia proletaria che trionfa, i FIRM che si riformano…vaffanculo alla squadra dei bravi soldatini, a quella dell’amore…io non voglio altro che questa pazza, pazza, pazza INTER.
PS: ancora oggi Brian va avanti con CATANIA-INTER ” Tim, ‘mo l’Inter! Vacca ragàs che squedra!”. So già che porterò il ricordo di questa domenica nel cuore: io, il mio vecchio, e l’Inter che ci fa piangere e abbracciarci ancora…Grazie ragazzi.
Nuova versione di questo storico concerto presa dagli archivi dell’indimenticabile grande BILL GRAHAM. Siamo nel 1968 e per l’epoca questo è un ottimo soundboard. La sezione ritmica è in secondo piano, la chitarra di JB è invece molto presente. Il concerto è magnifico, uno dei massimi esempi dell’ hard rock blues inglese. Non è il JEFF BECK chitarristicamente perfetto post 1974, qui le sbavature sono evidenti, certi passaggi sono sporchi e lasciati al caso, ma ragazzi questo è il rock, quello vero, quello intenso, quello che va difeso se occorre con la vita. La versione di YOU SHOOK ME è quella che preferisco in assoluto, meglio anche di quella dei LED ZEPPELIN (un po’ troppo greve, lunga e monotona). Il JEFF BECK GROUP del periodo era una bomba, l’accoppiata ROD STEWART/JEFF BECK era straordinaria. Blues sporco, viscerale, geniale, come solo gli inglesi hanno saputo fare alla fine degli anni sessanta. La chitarra di LET ME LOVE YOU è entusiasmante, l’abecedario per il chitarrismo a venire. Si, il JBG era i LED ZEPPELIN prima dei LED ZEPPELIN (certo, con un sezione ritmica più discreta), peccato sia imploso, d’altra parte JEFF BECK era instabile, non era un compositore e probabilmente non aveva maturato la visione che invece PAGE aveva già dal 1967.
MORNING DEW è piena di creatività seppur a tratti caotica. BECK ti lascia di stucco alla ricerca com’è di sperimentazioni continue sulla Gibson Les Paul. JEFF’S BOOGIE è un’altro piccolo monumeto eretto al chitarrismo rock. Diventerà leggendaria nella versione live di BECK BOGERT & APPICE nel LIVE (pubblicato solo in Giappone), questa, sebbene più ingenua, resta comunque un episodio fighissimo. Quando sento suonare la chitarra in questo modo mi vien voglia di vendere le mie e darmi alla coltivazione di tulipani…
Lo so, sto usando molte iperbole, ma questo è il “mio” rock, il mio ambiente naturale, perdonatemi l’eccesso d’entusiasmo. THE SUN IS SHINING è il classico del blues riproposto alla BECK. L’interplay tra BECK e STEWART, l’assolo di BECK che ti fa smettere di respirare, il senso del blues che ammettiamolo, in campo “bianco”, solo gli inglesi riuscivano ad avere (HENDRIX è l’eccezione)…ah che spettacolo. E’ qui che si sente il genio del chitarrista, la lead guitar che non fa il solito assolino blues ma che cerca altre strade, altri territori, che confinano sempre con quello del blues ma che regalano viste mozzafiato e orizzonti più ampi. Lo stesso vale per PAGE. Ecco poi perché sono ancora 2 dei 4 chitarristi rock più importanti del periodo pre VAN HALEN.
Immancabile HI HO SILVER LINING la canzonetta che il produttore impose a JB nel 1967 e che fu un grande hit. La canta JEFF BECK con risultati comici, ma la chitarra distorta e le svisate sono di nuovo spettacolari. Va beh, mi fermo qui, ma potrei andare a vanti per ore a tessere le lodi ai live del JBG di questo periodo. JEFF BECK IS GOD!
14 album originali (uno, il live più famoso, con un dvd in più), due cd di rarità, un buono con un codice per scaricare gratuitamente 4 concerti (1980/1981/1983/1986), confezione più che discreta, costo 67 euro. Ecco, per quanto concerne i box set questa dovrebbe essere la filosofia da seguire. I dischi sono fondamentali, certo non tutti per il casual fan, ma per gli appassionati i COLUMBIA YEARS sono comunque imprescindibili. Alcuni album sono buoni, alcuni meno, altri eccellenti.
Hard Rock americano che ai tempi (come sottolinea Beppe Riva) veniva chiamato heavy metal, oggi il termine ha assunto connotati diversi e molto estremi e non me la sento di chiamare così la musica dei BOC. Certo che lo spazio siderale in cui si muovono ha un riflesso metallico, sempre e comunque. Hard rock cupo e nero è vero, ma allo stesso tempo brillante, esilarante, interessante e bellissimo. Gran cofanetto questo. Mi inchino davanti alla Sony e ai sacerdoti del culto dell’ostrica blu.
Solo in ufficio, son tutti ad un corso di aggiornamento. Lavoro, mi prendo un thè con qualche tortello dolce. Lavoro, mi bevo un caffè. Guardo fuori dalla finestra. A Stonecity c’è ancora la neve per terra, e oggi risplende particolarmente sotto un sole bianco. Good vibrations. Mica male starsene in pace ogni tanto, godersi il silenzio dell’ufficio, lavorare in assoluta tranquillità. Sì però poi mi mancano le scaramucce calcistiche con Kerlo (il socio j**entino), i confronti dialettici con Lakèrla (la socia), le disquisizioni con Sarwooda e Lacàssy, le factorygirls. Insomma, come sempre, non sono mai contento. Cerco di stirare le pieghe dell’animo senza troppo successo quando suona il corriere: “Arrivo!” gli grido dal videocitofono, poi mi precipito giù per le scale.
E’ arrivato! Finalmente! Ora sto meglio.
Qualche giorno fa accennavo qui sul blog di aver fatto un ordine in America di buste salva spazio per CD, bene…sono arrivate. Non vedevo l’ora, ma non sono esattamente come me le aspettavo. Trattasi di busta a due ante, formato chiuso 13,5x13cm, formato aperto 27x13cm. le ho provate e…vanno “quasi” bene. L’altro giorno le descrivevo più o meno con le stesse parole al mio amico Filippo Rostoni, la sua risposta spiega perfettamente lo stato d’animo:
TIM: Filippo mi sono arrivate le buste di cui parlavamo. Sono arrivate per posta senza nessuna spesa aggiuntiva. Sono a due ante di dimensioni uguali, non ce n’è una specifica per il retro-inlay-jewel , ma riesco comunque a farci stare tutto abbastanza bene.
FILIPPO: …magari fai te alcune foto con un tuo cd inserito dentro incluse foto per booklet e inlay card (cosi per capire meglio) … quel tuo “abbastanza bene” non mi lascia tranquillo, sai noi collezionisti come siamo maniacali e non mi andrebbe se si piegasse l’inlay appunto…una curiosità: ma quanto hai speso in materiale + spedizione? e che valore hanno scritto sui documenti doganali (dovresti averne copia) ? pare strano niente dogana…a meno che non sia stato spedito dagli usa ma dall’europa!!!
Ecco appunto, noi appassionati di musica per queste cose vogliamo la perfezione, queste buste dunque non risolvono del tutto il problema. Intendiamoci, non sono male, intendo usarle soprrattutto per i bootleg , ma per i cd originali penso proprio che soprassederò. Riguardo il resto: il pacchetto mi è stato spedito l’11 febbraio da BELLEVUE nello stato di Washington e mi è arrivato ieri. Ho speso, per 200 buste compresa la spedizione, 56,95 dollari…poco più di 43 euro. Nessuna spesa e documentazione doganale. Questo il fornitore: https://www.jazzloft.com/c-27-cd-sleeves.aspx
Ecco le foto:
L’altra sera io e Margaret siamo andati a vedere Jon Spencer Blues Explosion.
Eravamo molto contenti, io perche’ non li avevo mai visti dal vivo e Margaret perche’ essendo stati in tour insieme un paio di volte, sono da tempo buoni amici, e questa era un occasione per salutarli. Quando sei lontano dal tuo paese e qualcuno che conosci passa dalle tue parti e’ una bella sensazione, io ne so qualcosa.
E cosi siamo arrivati al club che li ospitava con un po’ di anticipo… Ma purtroppo non abbastanza: i biglietti sono finiti, il concerto e’ sold out!
Siamo in molti in fila al botteghino sperando che decidano di lasciare entrare qualcun altro una volta che il concerto e’ iniziato, ma niente da fare. Non c’e’ proprio piu’ posto. Se ne vanno tutti sconsolati, qualcuno era anche arrivato da fuori Roma, e nessuno si aspettava un tutto esaurito, oltretutto considerando che il loro tour italiano e’ piuttosto lungo e che questa era una data infrasettimanale in un locale di buona capienza.
Io, da uomo del sud, ovviamente non demordo. Aspetto che la situazione al botteghino torni ad essere tranquilla e poi riprovo…Cerco di far valere il fatto che Margaret li conosce, lei si mette a parlare in inglese con uno dei ragazzi alla porta, e come speravo riusciamo ad avere due biglietti. Bene, rincuorati ci incamminiamo verso l’entrata principale. Ma la situazione all’interno del locale e’ veramente pazzesca. Sono tutti pressati come sardine, non sappiamo proprio come fare ad entrare!
Io questo posto lo conosco bene, ci sfiliamo dalla bolgia e tentiamo di entrare da una porta laterale che magari non tutti sanno essere aperta. Qui le cose si fanno nettamente piu’ ragionevoli, e nel giro di qualche minuto, spingendo e sculettando un po’, ci ritroviamo in una postazione decente. Finalmente mi posso rilassare e godermi lo show.
La Blues Explosion stasera e’ in gran forma, anche Margaret che li ha visti molte volte mi dice che non li ha mai sentiti suonare cosi. Jon e Judah si scambiano di ruolo fra solista e ritmica, la voce e’ potente e ricca di effetti, la batteria di Russell e’ semplice ma efficacissima, il sound che viene dal palco e’ veramente un qualcosa di unico. Il volume e’ altissimo e il pubblico rilancia ondate di entusiasmo verso la band. Era tanto tempo che non vedevo un concerto cosi pieno e cosi partecipato. E pensare che davano la Blues Explosion per spacciata qualche annetto fa, altri erano i gruppi che pur ricalcando il loro stile ricevevano trattamenti da star….Ennesima lezione che le mode passano ma la passione, quando c’e’, resta. Eccome se resta.
Jon Spencer non si risparmia, balla, salta, aggredisce la chitarra e gli ampli, coinvolge il pubblico, fa fischiare il theremin come un Jimmy Page anfetaminico, un energia travolgente lo attraversa. Pur aspettandomelo da lui, rimango sorpreso. Pero’ il nostro, e pensare che ormai la cinquantina dovrebbe essere passata, che carica questo New York City Rocker. Poi ad un tratto, durante l’ultimo pezzo, si ferma, guarda verso di noi (che non siamo vicinissimi al palco) e dice Hey! Ma quella e’ Margaret! Come diavolo ha fatto a vederla in quella bolgia di corpi e’ incredibile. La chiama al microfono, la vuole sul palco. Lei non se lo fa ripetere due volte, e in pochi secondi facendosi largo nel casino arriva in scena, lanciandosi in un r’n’r’ totalmente improvvisato. Io, nel mio piccolo, scatto qualche foto per l’album di famiglia.
(al minuto 1:09:49 Blues X Man w/ Margaret Doll Rod – nella descrizione del video su youtube ci sono i vari link per arrivare direttamete ai varii pezzi)
Poi il concerto finisce, e noi aspettiamo un po’ per salutarli. Qualcuno si ferma a parlare con Margaret, io mi metto a curiosare nel banchetto del merchandising. Vinili, poster, magliette, qualche cd, hanno molta roba e devo dire anche molto bella. Ma ecco che arriva Judah e ci dice di andare nel backstage. Lui sembra che non abbia nemmeno suonato per quanto e’ fresco e rilassato, Russell il batterista e’ un po’ piu’ provato ma nenche troppo, Jon e’ distrutto.
Mi chiedo come faccia a tenere un ritmo cosi serrato ogni sera, pensando poi anche ai lunghi spostamenti in furgone, le soste pranzo in autogrill, le poche ore di sonno, la fatica in genere dello stare in tour per un lungo periodo. Mi complimento con loro, e poi li lascio parlare in pace con Margaret. Nel frattempo si presenta il loro tour manager italiano, un tipo molto simpatico e ci mettiamo a fare due chiacchiere. Dice che il tour sta andando alla grande, grazie anche al successo dell’ultimo disco Meat & Bones, che ha ricevuto ottimi riscontri ovunque. In effetti e’ un ottimo lavoro, al livello delle loro cose migliori, e dal vivo le canzoni rendono anche meglio.
La Blues Explosion e’ una band che sul palco tira fuori una marcia in piu’, hanno quel graffio, quella zampata da gatto selvatico che fa la differenza ed emoziona. Nei camerini ci sono birre e Jack Daniels ovunque ma nemmeno una bottiglia aperta, stiamo tutti vergognosamente bevendo acqua minerale, e non gira neanche una Camel light. Mi sono fatto l’idea che nel rock, arrivato ad una certa eta’, o decidi di strafarti tutte le sere lasciando che gli altri si prendano cura di te e sperando che il fisico regga, oppure (molto piu’ frequentemente credo) stai molto attento ad essere nella migliore forma possibile. Specialmente quando sei in tour.
Il manager mi dice che finito il giro con loro, ripartira’ subito con Mike Watts, attuale bassista di Iggy and the Stooges, per una manciata di date in piccoli club. Chiedo notizie degli Stooges, mi dice che saranno a Roma in luglio. Ormai sono delle superstar e per un concerto prendono centocinquantamila euro, non e’ il tipo di lavoro per gente come lui. Fra una cosa e l’altra si e’ fatto tardi, loro devono andare e noi li salutiamo un ultima volta. Fuori c’e’ ancora qualcuno che aspetta per una foto e per farsi firmare dei dischi. Mentre andiamo via vedo la band fermarsi ancora un po’ con i fans all’uscita. Torniamo a casa contenti, sia per la splendida serata che per questa seconda giovinezza della Blues Explosion, ennesima dimostrazione che nonostante tutto c’e’ ancora tanta voglia di buona musica in giro. Anche nel nostro paese.
Paolo Barone ©2013
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