AEROSMITH “Music From Another Dimension” (Columbia 2012) – TTT½

27 Dic

La genesi di questo album iniziò nel 2003, ma il periodo particolare portò il gruppo a preferire di non farsi assalire dalle nevrosi e dalle tensioni legate al songwriting (e relativi diritti d’autore) e pubblicare poco dopo un inutile album di versioni patinate ed innocue di vecchi blues. Le session continuarono poi nel 2006, nel 2007 e si conclusero finalmente nel 2011. In mezzo, scazzi, ripicche, Tyler che va a provare con Page, Jones e Jason Bonham, gli Aero che minacciano di trovare un altro cantante. Il risultato è MUSIC FROM ANOTHER DIMENSION, una album tutto sommato organizzato sotto l’egida di Tyler stesso, ma che per la prima volta in tanti anni vede il songwriting ripartito in modo bizzarro. Pezzi con la sola firma di Perry, altri di Hamilton, altri ancora scritti da Tyler e Whitford, poi gli immancabili autori esterni.

I primi pezzi scivolano via senza lasciar traccia: LUV XXX è un esempio di tipico rock moderno del gruppo, OH YEAH mi ricorda i Rolling, BEAUTIFUL riporta a galla certe cose di Permanent Vacation. TELL ME parte benino ma il ritornello non convince.

Con OUT GO THE LIGHT ci si avvicina allo spirito boogie degli Aero di Get The Led Out, brano frizzante. Di LEGENDARY CHILD, il primo singolo, abbiamo già parlato…a parte che non riesco ad ascoltare il riff senza farmi venire in mente The Wanton Song dei LZ, il pezzo è proprio bruttino. WHAT COULD HAVE BEEN LOVE è una di quelle ballatone un po’ ruffiane a cui gli Aero ci hanno abituati negli ultimi due/tre decenni, se  non sbaglio è il secondo singolo. Commerciale finché volete, ma a me piace. Con Whitford nelle vesti di secondo, ci si sposta su territori più vicini al blues per poi sconfinare nelle terre elettriche che un tempo diedero vita a cose tipo Toys In The Attic.

CAN’T STOP LOVING YOU fa un po’ il verso a What It Takes, ma sarebbe comunque un gustoso motivetto pseudo country se non ci fosse la voce di CARRIE UNDERWOOD che magari è sincera, ma sa tanto di American Idol, e la cosa infastidisce un po’. I duetti hanno rotto il cazzo.

LOVER ALOT è un pezzo tirato un po’ opaco, penso sia messo lì per far vedere che il gruppo sa ancora roccare prima di ributtarsi sulle ballate, in questo caso una di Diane Warren (che ha scritto per Celine Dion, Cher, ed altre tristezze melodiche simili…ma è anche quella di I don’t Want To Miss A Thing)…WE ALL FALL DOWN. non è malaccio, ma probabilmente solo perchè la canta Tyler.

I due pezzi di Perry movimentano il tutto, ma mi chiedo perché debba cantarli lui, la sua voce è piatta e bruttina, non ha il respiro divino di quella di Keith Richards. Il disco chiude con un’altra ballata, stavolta scritta dai toxic tiwns aiutati da Desmond Child. Sarà il cantato di Tyler, ma son cose  a cui non rimango insensibile.

Non male il cd con le tre bonus track e godibile il DVD con 4 brani dal vivo. Forse speravo meglio, ma temevo peggio, tutto sommato un album abbastanza buono.

Ultima annotazione: il suono della batteria di Joey Kramer è davvero brutto; credevo non si potesse replicare quella schifezza che si sente su CLASSIC LIVE VOLUME 2, mi devo ricredere.

CD 1

01. “LUV XXX” (Steven Tyler, Joe Perry) 5:16
02. “Oh Yeah” (Perry) 3:40
03. “Beautiful” (Tyler, Marti Frederiksen, Brad Whitford, Joey Kramer, Tom Hamilton) 3:04
04. “Tell Me” (Hamilton) 3:45
05. “Out Go the Lights” (Tyler, Perry) 6:55
06. “Legendary Child” (Tyler, Perry, Jim Vallance) 4:15
07. “What Could Have Been Love” (Russ Irwin, Tyler, Frederiksen) 3:44
08. “Street Jesus” (Whitford, Tyler) 6:34
09. “Can’t Stop Loving You” (featuring Carrie Underwood) (Whitford, Frederiksen, Tyler, Hamilton, Kramer) 4:04
10. “Lover Alot” (Tyler, Whitford, Hamilton, Kramer, Jesse Sky Kramer, Frederiksen, Marco Moir) 3:36
11. “We All Fall Down” (Diane Warren) 5:14
12. “Freedom Fighter” (Perry) 3:19
13. “Closer” (Tyler, Frederiksen, Kramer) 4:04
14. “Something” (Perry) 4:37
15. “Another Last Goodbye” (Tyler, Perry, Desmond Child) 5:46

CD 2

01. “Up On the Mountain” (Hamilton) 5:06
02 .”Oasis in the Night” (Perry) 4:06
03. “Sunny Side of Love” (Tyler, Frederiksen) 3:27

DVD5

01. “Same Old Song and Dance” (live concert performance from Tacoma) 6:13
02. “Oh Yeah” (live concert performance from Tacoma) 3:49
03. “Rats in the Cellar” (live concert performance from Tacoma) 10:15
04. “Train Kept A-Rollin'” (live concert performance from Hollywood with Johnny Depp) 5:46
05. “A Conversation with Steven Tyler and Joe Perry”
06. “Brad Whitford Interview”
07. “Joe Perry Interview”
08. “Joey Kramer Interview”
09. “Steven Tyler Interview”
10. “Tom Hamilton Interview”

musicians
Steven Tyler – lead vocals, harmonica on “Out Go the Lights”, piano on “We All Fall Down” and “Another Last Goodbye”, drums on “Something”, mandolin on “Tell Me”, production
Tom Hamilton – bass guitar, backing vocals on “Oh Yeah” and Legendary Child”, lead vocals on “Up on a Mountain”
Joey Kramer – drums, backing vocals
Joe Perry – lead guitar, backing vocals, lead vocals on “Freedom Fighter”, “Something” and “Oasis in The Night”, co-lead vocals on “Oh Yeah”, six-string bass baritone on “Lover Alot”, production
Brad Whitford – rhythm guitar and lead guitar, acoustic guitar on “Tell Me”, backing vocals

additional musicians:
Russ Irwin – keyboards, backing vocals
Julian Lennon – background vocals on “LUV XXX”
Lauren Alaina – background vocals on “Oh Yeah”
Mia Tyler – backing vocals on “Beautiful”
Carrie Underwood – featured vocals on “Can’t Stop Loving You”
Johnny Depp – background vocals on “Freedom Fighter”
Paul Santo – keyboards on “Something”
Rudy Tanzi – keyboards on “Something”
Desmond Child – piano on “Another Last Goodbye”
Rick Dufay – rhythm guitar on “Shakey Ground” (bonus track per le versioni giapponesi e Wal-Mart Usa)

24 dicembre blues

25 Dic

Lunedì 24 dicembre ore 13 circa: in macchina, diretto nel posto in riva al mondo, vado di corsa come sono solito fare. Sabato mattina da Brian, ieri tutto il giorno da Brian, stamattina da Brian; corro avanti e indietro perso nei miei impegni. Anche adesso sono in preda alla frenesia ma, aspetta un attimo…decelero…da 110kmh passo a 70kmh. Cosa sto facendo? Perché corro? Dove cazzo devo andare? Tiro il morso, la blues mobile nitrisce nervosa, ma rallenta. Mi fermo ad una piazzola della tangenziale campagnola, alla mia sinistra sfreccia un treno in direzione est. Cerco di rallentare anche dentro di me…ho corso per mettermi più o meno in pari al lavoro, ho corso per impacchettare tutti i regali per friends & relatives, ho corso per gestire Brian, ho corso per organizzare la mia vita in questi giorni un po’ convulsi…ma adesso che sono a ridosso di queste feste che dovrebbero essere le mie preferite mi chiedo che cavolo corro a fare, appunto. E mentre me lo chiedo, fermo in questa piazzola, cala una nebbia lugubre e pesante e arriva la bestia che si impossessa di me, il diavolo che rende ogni mio pensiero un attentato alla mia vita attuale.

The beast inside od me

The beast inside of me

Oh lo so, non è una novità, mi conosco, è solo questione di tenere a bada la bestia per mezzora o poco più, ma non è facile. L’istinto mi dice di prendere vie diverse, di ipotizzare fughe. Ma dove? A Detroit da Polbi? A San Francisco dalla mia vecchia amica Donna? O magari a New York, davanti al Madison Square Garden per capire finalmente che il mio palcoscenico ideale è quello del posto in riva al mondo, là a Borgo Massenzio. Penso poi  se non sia il caso di fare come quelli che per natale di solito se ne vanno a fare un giro in Asia insieme ad un amico fotografo. E poi penso ad un mio amico di facebook, MB, che passerà il 24 sera da solo visto che la sua compagna sarà al lavoro e le sue figlie sono sparse per il mondo. Qualche leccornia, una bottiglia di vino, qualche candela accesa e un film di Frank Capra in attesa che sua moglie ritorni. Beh, mica male. Non è che i miei natali siano terribili, tutt’altro, me li so modellare piuttosto bene, ma quando la bestia attacca non c’è bel natale che tenga. Digrigno i denti, rizzo il pelo, abbaio insieme ai cani del destino, con la schiuma alla bocca smadonno, recito versi di Aleister Crowley, invoco il Signore dell’Oscurità… abbi pietà di me Dark Lord, placa quest’anima tormentata.

Anima tormentata

Il Dark Lord è magnanimo, lentamente torno a prendere il controllo di me stesso, il theremin che ho dentro di me smette di lanciare i suoi ululati, cerco di ricompormi, risalgo in macchina. Sono spossato. il Winter Album 2012 passa DOOT DOOT dei FREUR…

Arrivo alla domus saurea ancora scuro in volto, entro in cucina, la vista del centro tavola natalizo è come mirra sulle piaghe della mia anima…

Il centrotavola - foto di TT

Il centrotavola – foto di TT

Piano piano tutto quel tremore si fa meno definito e, grazie alla tovaglia, alla frutta un po’ particolare tipo melograno e ciliege di papaya, mi riconcilio con il mio status di uomo di blues alle prese con la vigilia della festa del sol invictus…anche merito di Palmiro che viene a farci compagnia…

La tavola della vigilia che distende i blues - foto di TT

La tavola della vigilia che distende i blues – foto di TT

Palmiro viene a controllare se il demone ha lasciato il mio corpo - foto di TT

Palmiro viene a controllare se il demone ha lasciato il mio corpo – foto di TT

Alla sera verso le 22 mi torna un rigurgito demoniaco, cerco di tenerlo a freno ma vado a letto con pensieri non troppo sereni. Stamattina mi sveglio ancora in preda a quella sensazione di inadeguatezza. La groupie è paziente, mi gira alla larga tenendomi a bada. Do un’occhiata al presepe laico, all’albero…poi cerco du Sky i cartoni animati Disney a sfondo nevoso…li trovo e le ultime tracce della bestia vanno a dissolversi. Apro i regali, l’umore migliora parecchio.

Il presepe rivoluzionario di TT - foto di TT

Il presepe rivoluzionario di TT – foto di TT

Il presepio Hard Rock di TT - foto di TT

Il presepio Hard Rock di TT – foto di TT

Shake my Xmas tree - foto di TT

Shake my Xmas tree – foto di TT

Mentre faccio il numero di Brian per sentire come va, ripenso a quello che mi ha detto sabato: “Tu sei un Tim“. Per lui Tim è ormai diventato sinonimo di persona in gamba che sa fare le cose…agli occhi dei vecchi anche il più miserello degli uomini di blues diventa un supereroe. Brian mi ringrazia per i regali, mi dice che mi vuole tanto bene e mi saluta con un “Ciao pirìn”. Ecco, a questo punto lo saluto in dialetto per darmi un tono e gli do appuntamento a domani, ma sono commosso.

A pranzo dalla Lucy, davanti ad un piatto di cappelletti reggiani le ultime nebbie delle mie paturnie svaniscono…

I Cappelletti  della Lucia - foto di TT

I Cappelletti della Lucia – foto di TT

Il pomeriggio ritorno alla domus saurea, un film su Sky, ancora cartoni animati, scambio di sms con i confratelli, aggiornamento della lista excel dei CD ricevuti (diversi titoli tra cui alcuni cofanetti, per un totale di 50 singoli cd), carezze amorevoli ai suddetti cd, sullo stereo AARON COPLAND…

E’ così che se ne va un altro natale, un altro anno, un altro blues. Visto che la dispepsia sembra lasciarmi in pace, mi faccio una tisana di quelle che mi ha regalato Jaypee corretta southern comfort e cerco di andare a letto contento. Come canta Greg: “Il Natale che hai è quello che ti meriti”…già.Viva gli Emerson Lake & Palmer.

They said there’ll be snow at christmas 
They said there’ll be peace on earth 
But instead it just kept on raining 
A veil of tears for the virgin’s birth 
I remember one christmas morning 
A winters light and a distant choir 
And the peal of a bell and that christmas tree smell 
And their eyes full of tinsel and fire They sold me a dream of christmas 
They sold me a silent night 
And they told me a fairy story 
‘till I believed in the israelite 
And I believed in father christmas 
And I looked at the sky with excited eyes 
‘till I woke with a yawn in the first light of dawn 
And I saw him and through his disguise I wish you a hopeful christmas 
I wish you a brave new year 
All anguish pain and sadness 
Leave your heart and let your road be clear 
They said there’ll be snow at christmas 
They said there’ll be peace on earth 
Hallelujah noel be it heaven or hell 
The christmas you get you deserve

SIXTO RODRIGUEZ – La storiella natalizia di Paolo Barone

22 Dic

Il nostro Polbi a Detroit riesce a catturare echi che qui faticano ad arrivare. Questa è una delle sue storie, una di quelle fatte su misura per noi, che siamo uomini e donne di blues.

Questa e’ una storia pazzesca che parte da lontano e viaggia, viaggia attraverso gli anni fino ad arrivare ai giorni nostri. E’ una di quelle storie che devono essere raccontate perche’ hanno mille significati, ciascuno di noi puo’ trovarci dentro quello che vuole.

Tutto incomincia alla fine degli anni sessanta a Detroit.

Girava nelle notti gelate della Motorcity, con una chitarra e tante parole da cantare, un giovane americano di famiglia messicana. Si chiamava Sixto Rodriguez, e aveva un modo speciale di cantare e raccontare la realta’, di far diventare canzoni le storie di tutti i giorni. Lo facevano in tanti all’epoca sulla scia di Dylan e degli altri, e lo fanno ancora oggi in tanti, cantautori e cantastorie nel mondo, ma qualcuno con piu’ personalita’, ha quel qualcosa in piu’ che non so definire. Ecco, lui aveva quel qualcosa in piu’, quella sensibilita’ speciale che lo faceva entrare nel cuore delle persone e dei fatti, e il dono di creare ponti e connessioni fra l’anima di chi ascoltava e la sua che raccontava cantando.

sixto rodriguez

Suonava dove poteva, come tutti, fra piccoli bar malfamati e club fumosi lontani da qualsiasi pretesa di fama e successo. Ma, all’epoca, esisteva gente che girava in questi posti con le orecchie aperte, cercando talenti, artisti da registrare e promuovere. Sembra strano visto oggi, ma alla fine degli anni sessanta succedeva un po’ ovunque. E cosi, durante una notte come tante, due musicisti e produttori locali, gente di spessore che aveva lavorato tanto, incontrano il nostro che si esibisce in un bar, spalle verso il pubblico, avvolto da una nuvola di fumo. Ascoltano, e le parole di quelle canzoni colpiscono nel segno. Storie di spacciatori, vita dei quartieri poveri, riscatto sociale e amori strampalati, raccontate in un modo molto personale, da una voce particolare. La sera stessa gli propongono un accordo per delle registrazioni. Il risultato sara’ un disco bellissimo, “Cold Fact”, una raccolta di canzoni visionarie e reali al tempo stesso, piene di amarezza e speranza.

cold fact

Ad accompagnarlo in studio alcuni dei migliori musicisti del giro Motown, che rimasero molto colpiti dal valore di quel disco e mai se ne dimenticheranno. Le cose vengono fatte per bene, senza fretta, una bella copertina, le parole stampate, il mix finale fatto a New York, una certa promozione programmata, insomma ci sono tutti i presupposti per un successo internazionale. Invece no, il disco non va da nessuna parte.

Forse per un difetto di distribuzione, forse perche’ Rodriguez e’ messicano e non tutti sono pronti per un artista latino che canta in inglese, o forse altro ancora che non e’ dato sapere, fatto sta che il disco si risolve in un nulla di fatto pressoche’ totale, lasciando il nostro disilluso e un po’ amareggiato. Ma non demorde e torna a girare i locali, cercando di mettere insieme il pranzo con la cena, tanto piu’ che sta mettendo su famiglia. Nel frattempo Cold Fact finisce nelle mani di un produttore inglese che ha lavorato con i Pretty Things, P.J. Proby, Donovan e tanti altri. Canzoni come Sugar Man, I Wonder e Inner City Blues non possono lasciare indifferenti, cosi Steve Rowland, questo il nome del produttore, si mette in contatto con il nostro offrendogli la possibilita’ di fare un disco a Londra. Un offerta impossibile da rifiutare, Rodriguez e la moglie partono per l’Inghilterra dove resteranno un mesetto nella capitale, completamente assorbiti dalle registrazioni di “ Coming from Reality “.

Rodriguez - Coming From Reality

Nei ricordi di Rowland, la coppia viveva quest’esperienza londinese in modo molto serio, totalmente disinteressati dal lato mondano della swingin’ london, ma attenti invece a scoprirne angoli di umanita’ nascosta, a cercare animi affini nelle zone piu’ in ombra della metropoli. Ne verra’ fuori un disco altrettanto bello del precedente, diverso musicalmente, con meno chitarre elettriche e piu’ archi, ma con la stessa forza poetica del primo. Eppure, ancora una volta, niente di fatto, il disco seppur lodato dai pochi che lo ascoltano, non viene nemmeno sfiorato dal successo. A distanza di tanti anni Wess ancora non si capacita di come sia potuto accadere, di come questi due gioielli siano rimasti totalmente ignorati, in un mercato molto disponibile per questo tipo di proposta artistica e musicale. Con due fallimenti alle spalle e una famiglia in arrivo Rodriguez getta la spugna, continuera’ a suonare per se stesso e i pochi che vorranno sentirlo, laggiu’ nei bar della Detroit proletaria, ma bisogna darsi da fare, la chitarra viene appesa al chiodo e una vita difficile, fatta di mille lavori manuali, di fatica e poche certezze, diventa la realta’ quotidiana. Lavora duro Sixto rodriguez, specialmente come manovale nell’edilizia, un impiego duro a tutte le latitudini figuriamoci nel freddo del Michigan. Lavora ogni giorno, ma non smette di leggere, di studiare di avere una vita culturale ed intellettuale molto attiva. Si batte per i diritti dei piu’ deboli, si appassiona alle vicende politiche e sindacali del suo tempo, conquistandosi un grosso rispetto fra i compagni di lavoro, che poco o nulla sanno della sua vecchia passione per la musica. Il tempo passa, e questa storia, inaspettatamente, si trasferisce in Sud Africa negli anni del regime repressivo e conservatore della minoranza bianca razzista.

Qualcuno porta da quelle parti, nei primi anni settanta, i due dischi di Rodriguez, che trovano nella gioventu’ bianca sudafricana, insofferente alla repressione di stato, un pubblico finalmente disponibile. Anzi, molto di piu’, in breve tempo le sue canzoni diventano inni anti sistema amati e cantati ovunque nel paese. Partendo dalle poche copie originali, si stampano e ristampano questi dischi raggiungendo una diffusione impressionante. Stiamo parlando di un fenomeno di massa da quelle parti, al punto che il governo tenta inutilmente di bandire la messa in onda della musica di Rodriguez da radio e televisioni, ma ormai e’ troppo tardi, Cold Fact e Coming from Reality sono i dischi della ribellione giovanile sudafricana. Rodriguez e’ considerato un mito, piu’ famoso di Elvis e degli Stones, paragonabile solo ai Beatles! Ma c’e’ un piccolo particolare: Nessuno sa che fine abbia fatto. Non si sa nulla di lui, chi sia, da dove venga, come si chiami veramente, niente, zero assoluto. Gli americani in visita nel paese non lo hanno mai sentito nominare, stessa cosa gli inglesi e tutti gli altri europei. E’ come un fantasma, come se non fosse mai esistito. Famosissimo ma totalmente ignoto al tempo stesso. Vista la paradossale situazione dopo qualche anno iniziano ad affiorare storie incredibili, c’e’ chi dice che si sia suicidato sul palco, altri giurano che sia morto in un incidente, altri ancora che si sia dato fuoco, mille storie strane ma una sola certezza: Rodriguez e’, deve essere, morto.

Passano gli anni e il mito nel paese non diminuisce, i suoi due dischi costantemente ristampati, l’apartaid archiviato, Mandela presidente.

Finalmente, complice anche la diffusione di internet, nel ’97 un gruppo di appassionati si mette in moto alla ricerca della verita’. Vogliono scoprire a tutti i costi come sia morto il grande Rodriguez, chi sia veramente stato in vita, se sia veramente esistito, come siano andati i fatti e perche’ nessuno sappia niente di lui. Parte cosi una ricerca lunghissima, con mille deviazioni e punti morti, false piste e delusioni, finche’ un giorno qualcosa finalmente salta fuori. Da Detroit Michigan alcune persone coinvolte nelle registrazioni del primo album sembra sappiano qualcosa di concreto. Si mettono in contatto e vengono a sapere che…certo, Rodriguez esiste veramente, loro lo hanno visto ogni tanto in giro per i bar della citta’, non e’ affatto morto, e’ vivo e vegeto, ma…non hanno idea di come mettersi in contatto con lui, non sanno dove abita, non hanno un recapito telefonico, niente di niente. A questo punto la ricerca si fa febbrile, i nostri creano un sito internet dedicato alla faccenda con la faccia di Rodriguez ben stampata, come si fa sui cartoni del latte quando si cercano le persone scomparse, come da noi alla televisione a “chi lo ha visto”. I risultati, grazie anche ad un intensificarsi di telefonate verso Detroit, non tardano troppo ad arrivare, una ragazza chiama dagli States, e dice: Ho visto che cercate Sixto Rodriguez il cantante, ma veramente cercate mio padre?!? Vi interessa parlarci?!?

E nella notte sudafricana arriva una telefonata dal pomeriggio americano, una voce inconfondibile per chi con quelle canzoni e’ cresciuto dice semplicemente Sono io, Sixto Rodriguez. A questo punto la situazione diventa surreale, lui fa il manovale a Detroit, mentre per un intero paese e’ un eroe, una star. Non ne aveva la minima idea. Una tempesta di emozioni attraversa l’oceano sul filo di quella prima telefonata, poi altre ne seguiranno, e si decide di organizzare l’arrivo in sudafrica di Rodriguez e, per la prima volta, alcuni concerti. Sixto, anche se un po’ perplesso, si prende qualche giorno di ferie e parte con le figlie al seguito. All’arrivo trovano delle limousine e una ressa di giornalisti, telecamere e fotografi ad aspettarli, ma loro non ci possono credere, pensano siano li per qualcun’altro importante, non per loro, e si mettono di lato per non dare fastidio e lasciar passare. Ma quella folla e’ li’ per lui, che adesso comincia veramente a crederci. Li portano in albergo extra lusso, ma lui passa la notte sul divano pensando alla povera donna che avrebbe dovuto rifare la camera il giorno dopo! Arrivano le presentazioni, le interviste, le autorita’ e quant’altro. E’ una giostra, i giorni volano e si arriva al primo dei concerti, con una band di musicisti sudafricani ad accompagnarlo che conosce ogni singola nota di tutte le sue canzoni.  La spazio scelto dagli organizzatori e’ una arena da decine di migliaia di posti. le figlie raccontano di essere state veramente preoccupate a quel punto, non potevano credere che un posto del genere potesse riempirsi per lui, loro che lo avevano visto tutta la vita suonare per non piu’ di dieci persone alla volta. Ma succede veramente, tutti i concerti sono sold out, il pubblico in delirio che finalmente puo’ incontrare il suo idolo e cantare le canzoni di una vita. Sono scene di emozioni fortissime sul palco e sugli spalti, chi piange, chi urla il suo nome, chi canta, chi balla, una cosa pazzesca che coinvolge una nazione intera.

Sixto Rodriguez

Sixto Rodriguez

Una nazione che ha finalmente chiuso con il passato e ha trovato Rodriguez, il loro eroe con la chitarra, ad aspettarla dietro l’angolo. Ma il tempo passa, e per il nostro arriva il momento di ritornare a Detroit. Saluti solenni, promesse di ritornare, qualche soldo in tasca e il cuore pieno di gioia, un lungo volo sull’oceano e tutto torna come prima. Rodriguez riprende la vita di sempre, torna nella sua modestissima casa nella Detroit vecchia, riprende il suo solito lavoro di manovale edile. I soldi che ha guadagnato in sudafrica finiscono presto, divisi fra amici, parenti e piccole spese, rimangono solo i ritagli dei giornali africani, le foto e i video dei concerti. Lui fa vedere queste cose ai suoi compagni di lavoro, ma la cosa e’ talmente incredibile che in qualche modo e’ come se non fosse realmente accaduta. E’ il 1998 e da allora Sixto Rodriguez ha continuato a vivere la sua vita come se niente fosse, consapevole di essere una superstar in un paese lontano e assolutamente nessuno nel suo. I miei amici di qui mi dicono di averlo visto ogni tanto in giro per la citta’, con la sua andatura dinoccolata, i capelli lunghi e un cappello nero in testa. Avevano sentito dire che fosse famoso in qualche parte del mondo, ma nessuno aveva i suoi dischi. Qualcuno mi dice di averci anche suonato insieme qualche volta, in piccoli club per non piu’ di venti persone alla volta. Mi fanno vedere qualche foto di quei concerti, lui ormai ha settanta anni o giu’ di li’, ma e’ invecchiato benissimo, sembra un attore, e ha l’aria di una persona in pace con se stessa. Passano gli anni, e questa storia arriva ad un altro inatteso punto di svolta. Un giovane autore di documentari in giro per il mondo in cerca di cose da raccontare, mentre si trova in Sudafrica scopre la musica di Rodriguez e la sua storia straordinaria. Ne viene catturato, e con grande capacita’ cinematografica ne tira fuori un documentario, che la scorsa estate viene premiato in importanti festival internazionali. La pellicola e’ veramente bella, si chiama “Searching for Sugarman” e racconta questa vicenda con passione e sincerita’. Il Sudafrica pieno di sole, Detroit innevata e Rodriguez che cammina da solo nelle strade spazzate dal vento. Le scene dei concerti con tutta quella gente in delirio, e poi la dura vita di tutti i giorni. Una cosa veramente toccante. Il film incomincia a girare nei cinema americani e non, e finalmente dopo tutti questi anni Sixto Rodriguez, che ha inciso il suo ultimo disco nel 1971 ed ha fatto il manovale per tutta la vita, diventa una star. Roba da non credere, adesso tutti vogliono sentire la sua musica, i dischi sono ristampati, la colonna sonora del film va alla grande, la pellicola viene proiettata un po’ ovunque, se ne parla nei giornali di tutto il mondo. Lui reagisce inizialmente con un certo distacco, cosi come durante le interviste del documentario: Non si fa prendere troppo dal ruolo, ribadisce che lui e’ quello che e’, e che non ha nessuna intenzione di diventare una rockstar a settanta anni. Non vuole cambiare casa, sta bene nel suo piccolo appartamento nella citta’ vecchia, con i suoi amici e le persone del quartiere che lo conoscono da una vita. Certo, andra’ in tour perche’ ama ancora suonare la sua musica, e’ contento di questo e tutti i concerti sono sold out in prevendita. Presto sara’ in Europa, suonera’ un po’ ovunque nel mondo, ma poi tornera’ a casa. Dalle sue figlie e dai compagni di una vita, una vita vera: La sua, quella di Sixto Rodriguez.

Il solstizio d’inverno, i confratelli del blues e la LOVE BEACH Appreciation Society

21 Dic

Suona la sveglia, benché ieri sera sia andato a letto verso le tre mi sento in forma. Strano. Faccio mente locale…uhm..ieri sera ho cenato tardi e ho anche bevuto un prosecchino ma mi sento bene. Niente dispepsia all’orizzonte, davvero singolare. Accendo Radio Capital, faccio per alzarmi ma Pàlmir salta sul letto, si struscia su di me, mi mette le zampine intorno al collo e si abbandona col muso ben a contatto col mio viso. Quando è in modalità sentimentale Pàlmir è irresistibile. Stiamo abbracciati per un quarto d’ora, gli recito il testo di TAKE A PEBBLE, lui si addormenta. Mi alzo e mi preparo.

Il gatto Palmiro - foto di TT

Il gatto Palmiro – foto di TT

Scendo, pioviggina, ma in mezzo scendono grossi fiocchi di neve. Che sorpresa, oggi è il mio compleanno e la neve è un regalo inaspettato e graditissimo. Mi arrivano i primi messaggi…Biccio, Lasìmo, Laròby…quest’ultima mi scrive “Auguri. Se sei nato nel giorno più figo dell’anno, un motivo ci sarà.” Rido di gusto.

Entro nella blues mobile, con più mi allontano dalla Regium County più la neve inizia a scendere fitta. A Saint Littlewoman (San Donnino insomma) è già uno spettacolo, e per renderlo ancora più affascinante lo abbino a TRILOGY degli ELP…quando parte THE SHERIFF come sempre mi torna in mente Biccio, era un pezzo che ci faceva impazzire…

Neve a San Donnino - foto di TT

Neve a San Donnino – foto di TT

Il tempo di arrivare a Stonecity e la nevicata si fa decisa e sul crinale della mia anima si posa un coltre di candore; arrivo in ufficio e mi bevo un thè incollato alla finestra, vedere scendere la neve è una delle cose che amo di più al mondo (insieme agli Emerson Lake & Palmer…lo avrete capito)…

Neve a Stonecity dall'ufficio di Nonantolaslim - foto di TT

Neve a Stonecity dall’ufficio di Nonantolaslim – foto di TT

Vorrei che oggi fosse un giorno di relativa calma in ufficio, ma non è così… eppure, tra un acquisto di foto tratte da image bank per un cliente, la preparazione di alcuni preventivi e gli aggiornamenti dei miei amati schemi excel, non mi pesa…oggi sono girato bene, il vento soffia nella direzione giusta, le mie vele sono gonfie, il cuore batte in 4/4 con la stessa determinazione della grancassa di JOHN HENRY BONHAM e sono sicuro che le stelle prima o poi torneranno a riempire i miei sogni.

Oggi è il primo giorno d’inverno, ieri sera ho festeggiato con i confratelli la festa del winter solstice, il dies natalis solis invicti. Degli 11 che siamo, eravamo presenti solo in sette, i 4 assenti erano dispensati con benedizione del sottoscritto: Sutus in saletta a prepararsi per un concerto imminente, Mix alle prese con i momenti difficili della vita, Lorenz segregato in ufficio fino a tarda ora e Lorenzo Stevens prigioniero delle feste scolastiche delle sue figlie nelle anguste galere della Bocciofila di Viale Verdi.

Arrivo al Kata per primo, metto a punto il pentacolo, la tavola rotonda, spezzo il pane, verso il vino, preparo un bel piatto di ostriche blu. Nel breve volgere di qualche minuto arrivano Picca, Liso, Jaypee, Athos, Riff. Per ultimo, come sempre, March..entra al Kata come RONNIE VAN ZANT entrava nel suo saloon preferito.

Ci infiliamo i cappucci…iniziamo il rito:

MAGISTER TIMOTHEUS: “Just take a pebble

I CONFRATELLI: “and cast it to the sea

MAGISTER TIMOTHEUS: “Then watch the ripples”

I CONFRATELLI: “that unfold into me

TUTTI INSIEME: “My face spill so gently into your eyes, disturbing the waters of our lives

La messa nera poi volge al termine…

MAGISTER TIMOTHEUS: “Sia lodato Jimmy Page

I CONFRATELLI: “Sempre sia lodato

Espletato il rito, tutti in libertà.

I Confratelli del blues, da sx a dx: Picca, Liso, Riff, Jaypee, Tim, Athos

I Confratelli del blues, da sx a dx: Picca, Liso, Riff, Jaypee, Tim, Athos

Sandrino del Kata ci porta le pizze, le birre (per loro), l’acqua fuori frigo (per me). Tocchiamo più o meno un dozzina di temi musicali, Picca ci illumina con le sue tesi affascinanti e ci scambiamo opinioni sulla più grande passione che abbiamo: la musica rock nella sua complessa natura. Li vedo parlare, ascoltare, intervenire e mentre questo accade mi accorgo che salta fuori spesso il nome LOVE BEACH. I miei continui rimandi a questo album bistrattato degli ELP deve aver influenzato involontariaente le brillanti menti dei miei amici. Liso mi dice: “tutte le volte che tiri fuori LOVE BEACH nel tuo blog, io finisco per ascoltarmene un pezzetto…ce la sto facendo, pian piano sono sicuro che verrà a piacermi”. Picca, anch’egli consapevole che LOVE BEACH sia un album da giustificare, aggiunge “si fanno album belli quando anche gli altri fanno album belli“. Ha ragione, i grandi gruppi alla fine dei settanta erano un po’ in crisi e tutti hanno fatto album sottotono…la situazione ambientale, l’umore del periodo…tutti elementi che concorrono alla cosa.

Mi diverte questa cosa, involontariamente ho trasformato i miei amici in una LOVE BEACH appreciation society, oramai tutti stanno al gioco…anche quando dico “miglior disco della storia del rock MORE MILES PER HOUR di JOHN MILES. ”

ELP Love Beach John Mile MMPH

Arriva poi il momento di scambiarci un segno di blues: ognuno ha un pacchetto, un pensiero, un regalo per gli altri. Anche qui mi chiedo se non abbia esagerato con questa cosa di tener fede ad un rito di 5000 anni fa…lo scambiarsi un piccolo dono come augurio di un prospero anno nuovo…oramai tutti hanno qualcosa per tutti…spero che nessuno si senta in dovere, perché noi uomini di blues questa cosa la facciamo con piacere, col cuore…e poi, tra l’altro, è anche una cosa molto divertente.

Devo però confessare una cosa ai ragazzi: nel mio WINTER ALBUM 2012 c’è un errore: la copertina prevede 13 brani, in realtà sono solo 12. THE GIRL FROM THE NORTH COUNTRY di BOB DYLAN non è stata accettata da ASHAMPO BURNING STUDIO 10 e quindi non è presente sui 24 CD che avevo preparato. Per un momento ho anche pensato di rifare le 24 cover, ma poi mi son detto “Ma sa diit, i van ben acsè”. Anche questo è un segno dei tempi che cambiano: il Tim di alcuni anni fa non avrebbe potuto accettare la cosa.

Tim The Winter Album 2011

Bella serata comunque e mi chiedo se l’essere in forma di oggi sia dovuto in massima parte all’aver condiviso i blues con i confratelli.

Esco dall’ufficio, non nevica più ma va bene lo stesso. Arrivo alla domus saurea, mi godo l’atmosfera del focolare tra un cofanetto appena arrivato e un bel piatto di riso ai mirtilli…eh sì la groupie sa come prendermi. 40 e passa auguri su facebook, tra cui quelli di due nuovi amici: Donato Zoppo (rock journalist extraordinarie) e quella gran figa di Barbara Baraldi (bravissima scrittice & gothic girl).

Ora davanti qualche giorno di festa, tra Brian, lucine ad intermittenza e le canzoncine di natale tipo il VIOLIN BOW SOLO e BACH BEFORE THE MAST . Buona festa del solstizo d’inverno, che il Dark Lord ci benedica tutti.

Il Dark Lord davanti alla Boleskine house

Il Dark Lord davanti alla Boleskine house

LED ZEPPELIN “Double Shot” Landover Maryland USA May 25 &30 1977 (Empress Valley 2012)

20 Dic

Quando escono nuovi soudboard mai pubblicati prima dei LED ZEPPELIN, si crea sempre un gran scompiglio nel mondo degli appassionati di bootleg e di live recording. Pochi giorni fa la EMPRESS VALLEY SUPREME DISC ha messo in circolo le due date del 25 e del 30 maggio a Landover in versione soudboard appunto; il bootleg di chiama DOUBLE SHOT. Come saprete ormai tutti fino alla nausea, i LZ post 1973 lasciano a desiderare e il il tour del 1977 non fa eccezione. Qualche data buona c’è stata, come ad esempio le sei di Los Angeles e, se ricordo bene, anche quella di Landover del 30 maggio. Mi riservo di approfondire non appena metterò le mani su questo nuovo bootleg.

Intanto se volete ascoltare qualche anteprima (in mp3) relativa alla data del 25, questo il link:

http://starship.gotdns.com/zeppelin/beauty/disp/boot.jsp?R_idx=2149

PS: la EVSD ha pensato bene di sfruttare l’occasione per aggiungere un package che contiene, a questo punto,  tutti e 4 i soundboard dei concerti di Landover del 1977 (quelli del 26 e del 28 erano già usciti tempo fa). Il box set si chiama MARYLAND MOONSHINE.

LZ DOUBLE SHOT front

LZ DOUBLE SHOT back

 

Dicembre: tra ELPMANIA e BLACK CAT BLUES

19 Dic

Potrei copiaincollare uno dei post scritti un anno fa a proposito di questo periodo color pastello che tanto mi influenza, perché finirò per usare le stesse parole, le stesse sfumature di blu, le stesse circumnavigazioni mentali. Mi ci vorrebbe un argano per sollevare dal mio animo la confortevole malinconia in cui immancabilmente mi trovo ogni anno in dicembre. Quel soffuso tepore di stufe immaginarie che rischiarano e scaldano tutti i miei blues ghiacciati, quelle lucine ad intermittenza che della mia vita invernale imprimono la cadenza, quell’inno alla festa del sole (il natale insomma) che è dietro l’angolo, e con essa il bilancio di un anno passato e il tentativo di tenere alto il sorriso in vista dell’anno che sta arrivando.

Xmas Time Blues

E come ogni ogni anno, questo è il periodo in cui la ELPMANIA prende il sopravvento su tutto. La preferenza, chissà perché, va agli ELP dell’ultimo periodo, quelli di WORKS 1, di WORKS 2 e di WORKS LIVE, o come cavolo hanno chiamato la versione expanded di IN CONCERT. Oltre a questi, si aggiunge spesso THE RETURN OF THE MANTICORE, un cofanetto ormai vecchio di vent’anni.

Mi metto in macchina nelle mattine di neve e ascolto il PIANO CONCERTO…

Stiolo crossing, dicembre 2012 - foto di TT

Stiolo crossing, dicembre 2012 – foto di TT

Vado da Brian e mi sento BARRELHOUSE SHAKE-DOWN, MAPLE LEAF RAG, HONKY TONK TRAIN BLUES…

…mi prendo cura del mio vecchio con più energia se EMERSON mi suona il ragtime…

S

(Brian balla il blues – foto di TT)

Torno nel posto in riva al mondo, mi godo la seconda leggera nevicata e mi sento WORKS LIVE…

Il posto in riva al mondo dic 2012 - foto di T

Il posto in riva al mondo dic 2012 – foto di T

Works Live ELP

Cerco di staccare ogni tanto, ma con musica che sento comunque attinente al periodo, tipo i FREE di FREE AT LAST…

Poi arriva venerdì, verso sera mi chiama la groupie, è allarmata: “non trovo più Palmiro”. Palmir vive con noi dalla scorsa estate, ha ormai sette mesi, è abituato a stare giù in cortile o nei campi limitrofi  insieme agli altri nostri 4 gatti per un oretta o due, ma per il resto vive, dorme, mangia, guarda l’Inter, ascolta gli ELP (i LZ e gli Yes) insieme a noi. Stavolta la groupie lo ha lasciato solo soltanto venti minuti ma adesso non si sa più dove sia. Non si è mai allontanato prima, non ha mai dormito fuori…siamo preoccupati. Fino a tarda sera alterniamo le ricerche. L’ultima la faccio verso mezzanotte, fa un freddo cane, c’è buoi pesto, col cappuccio del giaccone stretto in testa e i moonboot, tra foschia gelata e qualcosa che continua a cadere, con una torcia in mano in mezzo ai campi a cercare e a chiamare Palmir.

E’ strano, pur mantenendo le giuste prospettive con le faccende del mondo, siamo accartocciati su noi stessi, non abbiamo testa che per quello che ci sta capitando…siamo alle prese con un doloroso distacco e con una tristezza infinita. Palmir fa parte della famiglia, è un mammifero di una specie diversa ma anche lui compone questo nucleo di esseri viventi che condividono un pezzo di cammino di questa porca vita. Battiamo i dintorni con metodo, scrutiamo dalle finestre ogni 5 minuti, niente da fare. La groupie singhiozza un pianto dirompente e sincero, io cerco di fare quello che mantiene il controllo, cerco di ragionare sul fatto che sono cose che bisogna mettere in preventivo con i gatti, perché questi possono prendere su e andarsene, perdersi o partire e rifarsi una vita. E’ già successo qualche anno fa con un altro nostro gatto, ma era uno di quelli che vivono fuori e non in casa, e la faccenda è diversa. Persi nella più nera disperazione pensiamo che un auto potrebbe averlo investito, oppure che uno di quei satanisti squilibrati lo abbia preso; si sa, quei delinquenti sono sempre a caccia di gatti neri. Ma poi cerco di ragionare: la stradina in cui viviamo è lunga due km ma è una strada chiusa, passano pochissime macchine e vuoi che in quei venti minuti in cui è stato lasciato solo sia passato un satanista?

Mi sembra più verosimile pensare che si sia spinto troppo in là, Palmir è un temerario, si butta senza pensare alle conseguenze…e che si sia perso, magari che abbia trovato un anima gentile che lo ha accolto e lui, che si adatta a tutto e a tutti, si sia adeguato alla nuova realtà.

Sarà, ma alla domus saurea si soffre, siamo ormai rassegnati all’idea di aver perduto Palmir per sempre. La groupie passa la notte a piangere, e anche io fatico a dormire…pensare di non vedere più quel muso nero è dura.

Arriva il mattino, devo andare da Brian, avrei ancora un po’ di tempo per starmene rannicchiato sotto le coperte, ma mi alzo, non so nemmeno perché, ma c’è qualcosa, il blues probabilmente, che mi spinge ad alzarmi. Così, faccio tre passi nel corridoio e dietro la vetrata della porta vedo una sagoma nera… gioisco, chiamo la groupie, apro la porta…Pàlmir ha trovato la via di casa…torna la felicità.

Dopo un pasto abbondante e una bella lavata, Pàlmir passa la giornata a sonnecchiare – sfinito – davanti alla stufa o a stretto contatto con noi. Ci abbraccia, infila il muso intorno al nostro collo, vuole essere sicuro di starci vicino vicino. Il ragazzo ha passato la notte fuori, capisco che non deve essergli piaciuto molto…

Palmìro sonnecchia davanti alla stufa - foto di TT

Palmìro sonnecchia davanti alla stufa – foto di TT

Passo il sabato pomeriggio sul divano, con Pàlmir addormentato sul petto, fuori c’è una giornata grigia e fredda, ma io sono al caldo delle lucine del nostro albero…adesso chiamo la groupie e le chiedo di mettere su un divudi degli ELP, ah…è così che si tiene a bada il december blues.

Domus Saurea Xmas Tree - foto di TT

Domus Saurea Xmas Tree – foto di TT

PROG n.31 – GENESIS cover (Novembre 2012)

18 Dic

progrockmag n.31 novembre 2012

Ogni volta che compro PROG, dopo averlo sfogliato e letto, mi chiedo se poi alla fine a me il progressive rock piaccia o no. Al di fuori dei 4/5 nomi classici non sembra importarmi più di tanto. I tanti nomi nuovi, la costola metal, certi nomi vecchi sconosciuti ai più…non riesco ad appassionarmi. Ascolto sempre i CD allegati alla rivista, ma quasi mai vengo mosso da quel che sento.

Breve intervista a John Helliwell dei SUPERTRAMP, sei pagine dedicate a FOXTROT dei GENESIS…ecco cosa ho letto con gusto. Nemmeno le cinque pagine a HECKETT solista e le 4 agli STYX mi hanno interessato particiolarmente.

Mah…farei meglio ad evitare di compralo, risparmierei 13,90 euro.

CLASSIC ROCK ITALIA N.1 – HENDRIX cover (dicembre ? – 2012)

17 Dic

Classic Rock magazine Italia n1   015

Classic Rock magazine versione italiana eh? Non mi sorprende che sia uscito, della versione italiana se ne parlava da tempo, tra amici, tra giornalisti musicali, ognuno pensava a come sarebbe stato bello far partire il progetto in questione, poi all’improvviso eccolo qui; ciò che sorprende è che nessuno sembra sapere chi siano i tipi che compongono la redazione. Tenendo presente che nella mia testolina il Classic Rock Magazine versione italiana avrebbe dovuto vedere coinvolti, tra gli altri. Giancarlo Trombetti e Beppe Riva, il mio approccio alla rivista non è sereno, lo ammetto.

Sì, ho un atteggiamento un po’ snob, sbaglio lo so, ma non ci posso fare niente. Dando un’occhiata alla rivista, leggendo qua e là, possiamo dire che contiene qualche articolo tradotto dall’originale rivista inglese, alcuni articoli scritti da gente della redazione e molte altre cosette sono senza firma. Non è nemmeno citato il mese di uscita. Evidentemente vogliono scegliere gli articoli che ritengono più adatti dagli ultimi numeri di CRMag UK e integrarli con cose nostrane.

Io e Picca avremmo voluto una cosa più legata all’originale, la traduzione più o meno integrale di ogni numero, magari -aggiungo io- con 8 pagine ex novo gestite alla redazione italiana, ma si sa, ognuno vede le cose alla sua maniera.

La grafica si rifà all’originale e anche la impostazione generale. Per il resto non mi sento di dare un giudizio, non ho trovato particolari difetti, ma sento che c’è qualcosa che non va… capisco ad ogni modo che possa essere utile e piacevole per i lettori appassionati di rock classico che hanno poca dimestichezza con l’inglese. Dal canto mio, per ora, temo che continuerò a prendere l’edizione inglese.

Ultima cosa: tra gli articoli tradotti c’è anche quello relativo ai “50 peggiori dischi rock”, tra i quali viene inserito anche LOVE BEACH degli ELP. Divento sempre nervoso quando leggo questi luoghi comuni circa LA SPIAGGIA DELL’AMORE (okay, d’accordo, il titolo non è un granché, ve lo concedo) degli ELP. Certo, è un album che non fa di sicuro parte della storia del rock, che mostra il gruppo in un momento poco brillante, che non è sullo stesso livelli degli altri, ma io proprio non ce lo vedo tra i peggiori dischi rock di sempre. Io credo che sia un album dignitoso, realizzato da un gruppo costretto dalla casa discografica ad entrare in studio senza nessuna voglia dopo un tour estenuante. Se penso alla recensione che ne fece ROLLING STONE – la peggior rivista di musica di tutti i tempi – mi sale una rabbia in corpo che fatico a contenere. Va beh, mi fermo qui. Ma tornerò sull’argomento: LOVE BEACH RULES!!!

Il cofanetto dei Residents

15 Dic

Mi scrive Picca:

Scusa Tim ma questa merita…

Per celebrare il loro quarantesimo anniversario, i Residents pubblicheranno un box set dal costo di 100’000 dollari. Il cofanetto consta di 563 canzoni, 40 dischi in vinile, 50 cds e decine di singoli, extended play, CDroms, DVDs e altre piacevolezze. Il tutto sarà all’interno di un frigorifero. Quando si dice un immersion box.
link per i curiosi 

…nonostante il vento gelido del Michigan: il FOUND SOUND di Detroit e le chiacchiere con TOM GELARDI, ex manager della Capitol Records – di Paolo Barone

13 Dic

Il nostro Polbi, una delle sue irresistibili avventure, il vento gelido del Michigan che soffia anche qui in Emilia. Buona lettura.

Negli ultimi dodici mesi hanno aperto due nuovi negozi di dischi vicino casa mia. Uno non e’ molto grande, ma in compenso e’ molto ben organizzato. Vende vinile nuovo e usato e una piccola selezione di cd. I prezzi sono ragionevoli, ha un bel reparto dedicato al progressive e al krautrock, cosi come uno dedicato alla psichedelia, al beat, alle band locali, al metal, punk, elettronica, country, indie, blues ecc. I dischi sono sempre in ottime condizioni, ben esposti, e il negozio e’ molto pulito e luminoso. Hanno anche un piccolo punto vendita biglietti per i concerti, e uno spazio per libri e riviste discretamente fornito. Mi dicono che gli affari vanno benone, e stanno pensando di ampliare i locali per avere anche uno spazio riservato all’Hi FI nuovo e usato.

L’altro negozio invece, quello proprio a due passi da casa mia, si chaima Found Sound e segue una politica diversa.  Dispone di spazi molto piu’ ampi e quindi ha una selezione di vinile differente, piu’ aperta a tutto, anche a quei dischi che (qui in america) si vendono per due o tre dollari. E’ un locale meno fichetto, sembra piu’ un negozio di dischi degli anni settanta, e con un po’ di pazienza e fortuna ci puoi trovare di tutto. Anche loro hanno una sezione vinile e cd nuovi, senza dubbio piu’ ampia dell’altro, due grandi vetrine su strada con poster promozionali vintage, e un televisore anni sessanta che trasmette vecchi filmati dei Beatles. Inoltre approfittano dello spazio a disposizione per organizzare piccoli concerti di band locali. Delle quali vendono ovviamente anche dischi e cd, con la speranza di diventare un punto di incontro per gli appassionati di musica della zona. Insomma, anche se con qualche nuova idea, e’ quello che una volta erano i negozi di dischi per chi come noi ci passava un bel po’ di tempo.

Found Sound - Detroit (foto di Paolo Barone)

Found Sound – Detroit (foto di Paolo Barone)

L’altro giorno, andando a fare la spesa, ho visto che esponevano una lavagna in vetrina: C’era scritto di un incontro che si sarebbe svolto il giorno dopo con Tom Gelardi, manager della Capitol Records dal 1956. Pero’, mi son detto, interessante questa cosa, e cosi il giorno dopo, sfidando un freddo polare, ci sono andato.

Eravamo una quindicina di persone dai venti ai sessanta anni, i proprietari del negozio hanno aperto un po’ di sedie vicino al bancone, ed e’ arrivato Mr. Gelardi.

E’ un signore di una settantina d’anni ben portati, piccolo di statura, pieno di entusiasmo e dai modi estremamente gentili. Non so perche’, ma mi ricorda vagamente Macario. Si presenta guardandoci uno ad uno negli occhi, e con un bel sorriso sereno ci dice di quanto sia contento che la gente si riunisca in un nuovo negozio di dischi a parlare di musica. Il suo lavoro e’ stato e,sorprendentemente per me, e’ ancora quello di promuovere gli artisti per conto delle case discografiche. Una volta lo faceva per la Capitol e altre grosse label, oggi deluso e arrabbiato dal loro totale disinteresse per la musica, continua a farlo per alcune piccole etichette indipendenti. Ci dice che lo fara’ finche’ ne avra’ l’energia e la voglia, perche’ questo per lui e’ il lavoro piu’ bello del mondo e si sente un privilegiato ad aver passato tutta la vita con artisti e musicisti di ogni tipo e natura. Secondo lui il mondo ha ancora tanto bisogno di due cose: canzoni e bravi autori. Tutta l’industria musicale dice, da sempre ruota intorno a queste due cose, e lui ha sempre fatto di tutto per sostenerle.

Tom Gelardi - foto di Ricardo Benavides

Tom Gelardi – foto di Ricardo Benavides

Racconta come per lui questo settore sia stato anche e sopratutto una scuola di vita. Nei suoi primi anni di attivita’ pensava di aver ormai imparato il mestiere, di essere diventato un esperto di dischi e di come promuoverli. Un giorno gli chiesero di partecipare a una riunione, la EMI inglese aveva scelto la Capitol Records per distribuire i dischi della loro nuova band negli States. Si trattava di organizzare la cosa, e per cominciare bisognava ascoltare questo 45….Si chiamava She loves You e il gruppo erano i Beatles. Lui lo ascolta insieme agli altri, poi lo toglie dal giradischi e lo lancia per aria urlando: Facciamo gia’ abbastanza fatica a promuovere i nostri artisti, adesso ci dobbiamo anche mettere perder tempo per vendere questa merda inglese?!?  Non possiamo trattenerci dal ridere, e Tom con noi. Nel mio lavoro da quel giorno, ci dice, ho imparato a non dare mai nulla per scontato, e ad avvicinarmi ai nuovi artisti sempre con una buona dose di umilta’ e la mente aperta.

Ha lavorato anche per la Motown Gelardi, nei tempi d’oro in cui sfornava un hit dietro l’altro. Un giorno una ragazza gli fa recapitare dei nastri da ascoltare. Lui li porta ai direttori artistici per valutare se ci sono delle possibilita’, ma le canzoni non reggono, la voce nemmeno, insomma, nulla da fare, la tipa proprio non e’ cosa. Lei ripassa speranzosa qualche giorno dopo dal suo ufficio e chiede notizie, e lui seccamante le dice che il nastro non e’ piaciuto a nessuno alla Motown, non va, se lo togliesse dalla testa. E lei scoppia a piangere. Piange disperata, ha il cuore spezzato da quella sentenza. Gilardi ci racconta che da quella volta non ha mai piu’ detto una cosa del genere in quei termini. Gli artisti, dice, sono individui molto sensibili, e anche se non sono riusciti a registrare del buon materiale, sicuramente hanno cercato di fare del proprio meglio, mettendoci cuore e anima. Nessuno puo’ permettersi il lusso di ferire i sentimenti di un altra persona, e ancora oggi non si perdona la mancanza di tatto avuta in quell’occasione.

E’ un fiume in piena Tom Gelardi, e ci tiene a racconatarci di quando promuoveva Bob Seger, ancora giovane e praticamente sconosciuto fuori dal Michigan. Si dannava mandando dischi a destra e manca, ma non riusciva a farlo sfondare. Eppure il ragazzo aveva stoffa, sia in studio che dal vivo. Un giorno che sapeva esserci in citta’ un pezzo grosso di un importante radio americana, ebbe un idea. Disse a Seger di prepararsi per un concerto il giorno dopo, di non fare troppe storie e darsi da fare con la band. Poi ando’ in un club che conosceva, pago’ di tasca sua e lo affitto’ per intero. La sera successiva ci porto’ il tipo, gli fece servire una buona cena e poi lo stese con un concerto di Bob Seger. Uscirono dal club tutti felici, mezzi ubriachi e con una pila di dischi da passare per radio. Un altra volta invece, un suo amico e collega gli chiese di aiutarlo a promuovere un artista giamaicano. Io, disse, non ne sapevo assolutamente nulla di quel genere di musica, ma non sapevo proprio come fare a dire di no. Fatto sta che andai a vedere il tipo in questione che suonava in un minuscolo teatro ad Ann Arbor. Credetemi, non avevo mai avuto una sensazione cosi forte di carisma e talento, sprigionati da una piccola persona. Era Bob Marley. La volta successiva lo incontrai a Detroit, aveva tre date di fila sold out e lui e la sua band si cucinavano da mangiare in albergo perche’ non si fidavano del cibo americano. Mi chiedo cosa avrebbe combinato se non fosse morto cosi presto, che artista gigantesco.

L'interno del Found Sound - foto di Paolo Barone

L’interno del Found Sound – foto di Paolo Barone

Quando parla Tom Gelardi si emoziona e spesso, con i suoi modi gentilissimi, si riferisce a noi del pubblico chiamandoci ladies and gentelman. Il tempo passa, e ci chiede se vogliamo fare qualche domanda. Siamo tutti un po’ imbarazzati, e lui rompe il ghiaccio dicendo, chiedetemi pure qualsiasi cosa nessuna domanda e’ mai stupida, ve lo dice un vecchio discografico che ha pensato i Beatles fossero una cazzata….Si puo’ mai al mondo essere piu’ fessi di me?! Ridiamo, e qualcuno gli chiede cosa ne pensa di amazon, ebay e tutto il settore delle vendite online. Dice che per lui vanno benissimo, specialmente per raggiungere un pubblico piu’ vasto, ma si dice fiducioso che uno zoccolo duro di negozi indipendenti rimarra’ sempre in piedi. Gli chiedono anche quale fosse l’artista con il quale piu’ gli e’ piaciuto lavorare. Risponde di essersi divertito con tutti, ma la classe, la professionalita’ e il talento di Frank Sinatra per lui rimangono insuperati. Una ragazza molto giovane che suona in una band locale gli chiede perche’ secondo lui alcuni dischi hanno un grande successo, e altri, magari altrettanto validi, rimangono per sempre nell’ombra. Non lo so, dice Gelardi, e chi dice di saperlo mente. In fin dei conti questo rimane uno dei piu’ affascinanti misteri del nostro lavoro. La serata volge al termine, e’ quasi ora di chiusura e mentre iniziamo ad alzarci, il nostro ci saluta uno per uno e ci dice ancora qualcosa. Ladies and gentelman e’ stato un piacere stare con voi stasera, e vorrei salutarvi con una raccomandazione: se vedete una band che vi piace suonare in qualche club, se ascoltate una nuova canzone che vi colpisce….beh, parlatene. Ditelo ai vostri amici, scrivetelo, fate qualche telefonata…supportate gli artisti e ricordatevi che abbiamo sempre bisogno di due cose, buone canzoni e gente capace di scriverle! Dopo un ultimo reciproco saluto ci avviamo, ma prima di uscire ho voglia di ringraziare i proprietari del negozio, e decido di farlo comprando un disco. Lo avevo visto entrando nel settore dedicato al blues: Hound Dog Taylor, Natural Boogie. E’ un bluesman di Chicago che incideva per la Alligator records, mi e’ sempre piaciuto ma non avevo ancora nulla, me lo porto via con dodici dollari. E mi incammino verso casa contento, nonostante il vento gelido del Michigan.

Paolo Barone © 2012