RILETTURE: EMERSON LAKE & PALMER “Tarkus” (Island Records 1971) – TTTT

8 Ott

Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock). 

Del periodo magico degli ELP, quello relativo ai primi 5 indimenticabili anni dal 1970 al 1974, TARKUS fu l’album che arrivò da me per ultimo e che faticai molto ad amare. Riprendendo per un momento l’articolo LA PRIMA VOLTA: I LED ZEPPELIN che scrissi il 21 giugno scorso (vedi categoria LED ZEPPELIN), gli ELP mi conquistarono circa nello stesso periodo in cui mi rapirono i LED ZEPPELIN. Il mio amico Massimo, dopo THE SONG REMAINS THE SAME e qualche altro album del dirigibile, mise sul piatto BRAIN SALAD SURGERY, così fui catapultato in un altro mondo fantastico. Comprai il disco e solo nel tenerlo in mano mi venivano i brividi, la copertina apribile, l’artwork di Giger che mediante un gioco di fustelle si fondeva con i visi dei tre musicisti, quella musica così musica! Cristo, avevo 16/17 anni non potevo non impressionarmi e restarne marchiato a fuoco per l’eternità. Conoscevo già Emerson per via del singolo HONKY TONK TRAIN BLUES che amavo moltissimo, così mi lasciai avvolgere da quella suggestione sonora senza opporre resistenza. Dopo poco arrivò il primo album che trovai magnifico. Il mio amico Biccio prese TRILOGY, Pigi il triplo live WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, qualcun’altro PICTURES AT AN EXHIBITION. Non ricordo chi avesse TARKUS, fatto sta che Lencio un giorno me lo portò.

Oh, sembravo essere refrattario ad esso, non che non mi piacesse, ma non riusciva a penetrare. Dopo un paio di settimane Lencio mi chiese “Allora TARKUS?“, e io “Mi piace un pezzo” e lui, “Sarà mica ARE YOU READY EDDY?” e io “Sì”. In realtà mi piaceva anche JEREMY BENDER, ma il resto lo trovavo troppo impetuoso per poterlo attraversare. Con gli anni sono poi riuscito ad espugnarlo, tuttavia il mio approccio a TARKUS rimane per tanti discutibile. Sono famoso per aver detto più di una volta “Beh io a TARKUS preferisco LOVE BEACH”. Ormai mi conoscete, lo sapete che mi piace forzare un po’ la mano e lasciarmi andare ad esclamazioni sopra le righe, tra il serio e il faceto… ma se penso che una volta ho detto quella cosa per telefono anche con Beppe Riva, mi vengono le palpitazioni…chissà cosa avrà pensato il maestro.

Io avrò quindi sempre un approccio un po’ strampalato verso questo album, la storia dell’armadillo/tank saltato fuori da una eruzione vulcanica e sconfitto nello scontro finale dal Manticore, mostro mitologico greco, nel mio animo non ha lo stesso impatto degli altri album. Le mie considerazioni vanno prese dunque con le molle, certi episodi che per me sono riempitivi per altri possono essere gemme musicali. A tal proposito vi rimando all’articolo TRIBUTO AD ELP di BEPPE RIVA apparso sul blog il 7 luglio del 2011 (lo trovate nella categoria SPECIAL GUESTS).

L’album, con l’artwork  creato da William Neal, uscì il 14 giugno in Inghilterra dove arrivò al numero uno delle classifiche. Fu pubblicato in USA qualche settimana dopo e arrivò alla posizione 9, diventando disco d’oro in un batter d’occhio.

In classifica in Italia Tarkus arrivò al primo posto (al primo posto un album come Tarkus, ci rendiamo conto di che anni erano?) e risultò essere il 14esimo album più venduto del 1971.

TARKUS – TTTTT:

A) Eruption: un 5/4 schizoide con un riff e una prova d’insieme magnifica

B) Stone Of Years: si lascia alle spalle la frenesia e si adagia su una maestosa melodia in puro stile ELP cullata dal “vento del tempo”.

C) Iconoclast: un minuto spaventoso di furia iconoclasta, appunto.

D) Mass: altro riff che si  innesta sulla trama tessuta fino ad ora, l’intermezzo con l’organo cerca di spezzettare il ritmo; la chitarra elettrica si inserisce su un contesto di controllata confusione.

E) Manticore: altra sezione piuttosto complicata; botta e risposta tra il riff ed Emerson, che la mano sinistra tiene una figura musicale delle sue e con la destra emersoneggia alla grande.

D) The Batterfield: tutto si fa più epico…di nuovo la melodiosa voce di Lake attraversata da sfumature sinistre. La chitarra acustica accompagna una solista quasi psichedelica.

F) Acquatarkus: chiusura strumentale della suite riprendendo, per gli ultimi colpi d’ala, il riff iniziale.

JEREMY BENDER – TTTTT: quadretto simil western, di quelli emersoniani che tanto mi piacciono. Lo stacco di atmosfera con la suite di TARKUS è notevole…un po’ di leggerezza sopraffina dopo tempeste musicali violentissime.

BITCHES CRYSTAL – TTT: si ritorna sui territori consoni al mood principle di questo secondo album degli Elp. Riff strumemtali frenetici e costanti a cui risponde la voce di Lake. L’assolo di Emerson al piano è bellissimo.

THE ONLY WAY (HYMM) – TTTTT: incastonato sulla TOCCATA E FUGA IN FA MAGGIORE BWN 540 di JOHANN SEBASTIAN BACH, è un momento imponente e sublime. Ancora sfumature sinistre nella bella voce di Lake. Testo dalla ironia tenebrosa su tematiche anche religiose.

INFINITE SPACE – TTT: è uno strumentale modesto, sembra un riempitivo con improvvisazioni su un giro un po’ monotono. Certo però che quando Emerson suona il pianoforte partono comunque vibrazioni profonde.

A TIME AND A SPACE – TTT: altro brano non particolarmente interessante pur mantenendosi in linea con il tenore e lo spessore dell’album.

ARE YOU READY EDDY – TTT½: momento ludico dedicato all’ingegnere del suono EDDIE OFFORD. Stravagante rock and roll pianistico che ho sempre trovato gustoso.

TARKUS quindi per me è l’album più ostico e difficile degli ELP. Ne riconosco la grandezza, lo spessore, ma fatica ad arrivare completamente alla mia anima. La groupie e Paolino Lisoni stravedono per quest’album, Picca non è mai riuscito ad arrivare alla fine, altri non ne parlano…è in ogni modo un album complesso, ricco, pulsante, concepito nel cuore del periodo più straordinario per la musica del genere umano, da tre giovani ragazzi inglesi in un momento di estasi creativa.

(Greg Lake 1971)

TARKUS secondo PAOLO BARONE – BBB½

Devo dire che quando Tim mi ha prospettato la rilettura di Tarkus me la sono vista brutta. Non amo EL&P, e quando tantissimi anni fa un mio amico mi diede una copia di Tarkus, lo ascoltai un paio di volte, mi sembro’ un sommo rompimento di palle e non l’ho piu’ sentito. Ora,d opo  migliaia di giorni e dischi, riprovo ad avvicinare il dinosauro del rock, uno dei lavori piu’ maltrattati dalla critica nella storia della musica contemporanea, curioso di vedere che effetto che fa’…

Bene, pur non rientrando nella top ten estiva dei miei ascolti, Tarkus non e’ male. Anzi. Diciamola tutta: nel momento giusto e’ un bel disco! Veramente, non sto scherzando… Specialmente la prima parte, quella dedicata a Tarkus in persona, e’ un bel pezzo di progressive tastieristico. La band ha un suo perche’, una sua forza e originalita’. E poi la voce di Lake, quella sì che fa la differenza. L’indimenticabile cantante dei primi Crimson riesce a portarti lontano, con quella voce unica, una delle piu’ belle del progressive, se non la piu’ bella. Certo, alle volte la compagnia di Emerson e Palmer e’…come dire…un po’ strabordante…Ma fa parte del gioco, ci sta, e’ nella natura del trio e della sua musica. il buon Greg suona anche qualche nota di elettrica floydeggiante niente male. Nel corso della prima parte del disco, in alcuni punti sembra quasi di ascoltare gli Area dei primi tempi. I quali continuano a citare John Cage, ma secondo me non ce la contano giusta, e si sparavano EL&P in dosi da cavallo. Insomma, la sezione “Tarkus”, quando uno si trova nel mood tastiere prog, e’ molto interessante ed intensa.

La seconda parte meno. Jeremy Bender a dir poco non lascia il segno, mentre The Only Way mi risulta praticamente inascoltabile, la voce regge sempre ma l’organo di Emerson stile chiesa…Francamente siamo al limite del cattivo gusto. Are you ready Eddy puo’ essere simpatica se avete voglia di r’n’r’ suonato da un gruppo prog inglese (cosi poi vi vorrete ascoltare anche un pezzo prog fatto da una band rockabilly di Memphis) altrimenti si puo’ tranquillamente saltare. Da non perdere invece Bitches Crystal e A Time and A Place, pezzi aggressivi e tirati come non mi ricordavo. In ultimo, Infinite Space, un momento ricco di feeling e classe, un piacere ascoltarlo.

Rimane da parte mia una difficolta’ di fondo ad apprezzare i barocchismi nello stile di EL&P. Non solo per quanto prodotto dal buon vecchio Emerson con le sue infinite tastiere, ma anche  il modo di suonare la batteria di Palmer mi sembra spesso eccessivo e gratuito. A conti fatti pero’, queste sono le cose e i numeri che piu’ piacciono agli appassionati della band, o almeno credo… E poi questi ragazzi, perche’ dei ragazzi erano all’epoca del disco, nel bene e nel male avevano creato un genere, dono dato a pochi dal dio del tuono e del r’n’r’. Certo, con questi suoni poi loro ed altri hanno a volte pasticciato, e il passo fra un buon avventuroso prog e il Rondo’ Veneziano puo’ essere breve…

Da non fan, continuo a preferire il primo album e certe cose di Trilogy, ma il povero Tarkus, pur con i suoi alti e bassi, invecchia con dignita’. E chi lo avrebbe mai detto. (PB2012)

(Carl Palmer 1971)

TARKUS secondo BEPPE RIVA – RRRRR

E’ difficile immaginare cosa potesse significare l’uscita di un album particolarmente importante all’inizio degli anni ’70, quando si assisteva anche in Italia ad un vero e proprio boom della cosiddetta “musica underground”, che coinvolgeva un pubblico di differenti fasce d’età.

Dopo il fenomenale debutto di ELP che aveva dimostrato come il primo supergruppo degli anni ’70 fosse assolutamente tale, all’avvento di “Tarkus” si parlò di “attesa parossistica per questa uscita discografica bramata da tempo” (Ciao 2001), e da molti appassionati fu vissuta realmente come tale.

Incorniciata dall’iconica copertina di William Neal, la musica raccontava la violenta storia di Tarkus, sorta di mostro dell’inquinamento atomico che fondeva il corpo di un gigantesco armadillo su un carro armato; la sua nascita avviene attraverso un’eruzione vulcanica (“Eruption”), e la musica assurge a concetti di eccentrica epicità, ostentando scansioni ritmiche complesse e sonorità innovative, dal formidabile impatto dinamico; quelle stesse che inizialmente avevano suscitato il disappunto di Lake, anima melodica del trio, che rischiò lo split dopo un solo album! Recuperato alla causa e gratificato dal ruolo di produttore, il grande Gregorio si riscatta con il suo inconfondibile retaggio crimsoniano in “Stones Of Years”, ma subito dopo, nelle vittoriose battaglie di Tarkus con altre bizzarre creature, “Iconoclast” e “Mass”, metà animali e metà macchine, Emerson torna a dominare lo scenario musicale estraendo dal moog effetti rivoluzionari e provocando dissonanze che servono a ricostruire i toni feroci dello scontro fra gli immaginari titani di questa saga. Ma se le stregonerie di Keith Emerson alle tastiere, ed i livelli di eccellenza raggiunti da Greg Lake come bassista e cantante sono da tempo affermati, “Tarkus” è l’album della definitiva consacrazione per ‘ideale “collante” fra i due: Carl Palmer, batterista dal disegno ritmico turbinoso quanto poliedrico, un’autentica forza della natura.

Il pezzo di maggior effetto della suite, “Battlefield”, è firmato da Lake, che sfodera anche una turgida chitarra alla Eric Clapton nell’eroico commento sonoro della sfida finale di Tarkus con la Manticora, un mostro della mitologia greca che provocherà la morte del protagonista: la carcassa di Tarkus finisce nella corrente di un fiume, scivolando nell’acqua che è invece origine della vita. L’epitaffio è scritto dalla marcia solenne di “Aquatarkus”, ma se l’armadillo corazzato perisce, i venti minuti di musica a lui dedicati rappresentano un trionfo, ruggente sinfonia densa di clangori metallici e risoluzioni epiche!

A mio avviso nessun altro lavoro “sulla lunga distanza” saprà eguagliarla, nemmeno esercizi magistrali di Genesis, Yes, Pink Floyd e King Crimson.

Dopo un pezzo così impegnativo, che occupa l’intera prima facciata del disco, la leggendaria Trilogia privilegia un repertorio accessibile sul retro, assumendo a sua volta un atteggiamento più scanzonato e divertente. Fa eccezione “The Only Way”, dove Keith suona l’organo a canne citando la Toccata in F e Preludio VI di J.S. Bach, maestoso tributo alla musica colta, e Greg canta con la sua intonazione da perfetto “ragazzo del coro”; invece “Jeremy Bender” è un accattivante brano da saloon del West, scandito dal piano in stile honky tonk. Dopo la sperimentazione elettronica di “Tarkus”, il tastierista sovrano del rock ritorna spesso al pianoforte, conducendo l’incisivo crescendo di “Bitches Crystal” e le variazioni sul tema di “Infinite Space”. L’organo Hammond si impone invece nell’heavy-prog di “A Time And A Place”, che è classico stile ELP concentrato in tre minuti. Infine, “Are You Ready Eddy” è puro rock’n’roll dedicato al loro celebre tecnico del suono, Eddy Offord. Quella che superficialmente può esser considerata la facciata “leggera” a completamento di “Tarkus”, è in realtà la dimostrazione del formidabile talento del trio inglese nel suonare ogni genere di musica con classe inarrivabile, estendendo gli orizzonti della fusione fra rock, musica classica e jazz, già collaudata dai Nice, veri e propri precursori del progressive.

L’impatto di “Tarkus” fu enorme per influenza esercitata e successo conseguito (al n.1 in UK, rock polls dominati), e resta un album EPOCALE, che nulla ha perso del suo carisma. (BR 2012)

(Keith Enerson 1971)

TARKUS secondo GIANCARLO TROMBETTI – TTTTT

Tarkus…i tre senza chitarra elettrica.. elemento essenziale per un giovinotto dai gusti in formazione…M ricordo benissimo che fui affascinato dalla copertina, prima di ogni cosa, anche se l’esordio lo avevo già consumato su di un giradischi che avrebbe fatto inorridire chiunque già ai tempi. Ma non c’era altro a disposizione e dovevi adattarti. Il primo, piccolo, vero impianto venne decisamente dopo. Ricordo anche che lessi qualcosa circa la storia di un mostro poco definito ma chiamato Manticore, ma gli diedi poco seguito: la critica dell’epoca era agli esordi…e guardate cosa ha prodotto oggi come ultima generazione… Ma il disco…difficile, elaboratissimo, pieno di tempi, cambiamenti di suono, grondante perle nascoste ogni ciuffo di solchi. In tre parole: splendido, unico, affascinante. Difficile avere musica così bella e solare oggi, impossibile sperare che anche chi ha prodotto quella riesca a tornare a quei livelli. Per uno strano allineamento dei pianeti, il periodo che va dalla seconda metà dei sessanta verso la fine dei settanta, escudendo una folta manciata di eroi che hanno saputo andar oltre, ha donato ai secoli a seguire le melodie e le composizioni più geniali, creative ed irripetibiili di sempre. Dopo sarà necessario avvinghiarsi ai ricordi e alla fantasia personale per ricreare, per concedere noi ad altri quel credito che in quel periodo i musicisti si prendevano da soli. Si legge spesso nelle memorie di artisti sulla settantina che in quegli anni potevi comprare decine di album alla settimana ed erano tutti bellissimi. E’ tragicamente vero. Oggi, per ritrovare 40 minuti di sogno come quelli che ci ha regalato Tarkus, è necessario riempirsi di scatolette di plastica da 80 minuti, per non arrivare neppure agli stinchi di quelle emozioni. Tarkus è stato un macigno nello stagno e le sue onde rimbalzano ancora oggi. Chi non l’ha capito, amato, assimilato e l’ascolta ancora oggi con rispetto trovandoci ogni volta qualcosa di nuovo, non ha capito…”the famous fucking idea” di dove stiano i bandoli di questa musica. Tanto per citare Zappa. (GCT – 2012)

Il FAR AWAY HEART e l’alternate FIRE AND WATER dei FREE.

6 Ott

Sabato mattina, ti svegli alle sette e il primo istinto è quello di farti forza per poter affrontare la giornata. Scendi e ti immedesimi in quel velo di nebbia che in questo periodo ottenebra i campi…

(Nebbia sui campi – foto di TT)

Ti metti in macchina, attraversi Borgo Massenzio, a Gavassae il giorno non sembra ancora arrivato…

(Light dark and grey october morning in Gavassae – foto di TT)

Ti posizioni meglio sul sedile della blues mobile e inizi a fare mente locale. Non hai voglia di sentire niente stamattina, strano, qualcosa deve nascondersi lì dietro all’anima. Sintonizzi su RADIO CAPITAL. Sei Mutina bound, idraulico di prima mattina poi solito lavaggio, stiraggio, badantaggio di Brian. Man mano che avanzi lo senti il brusio che cresce dentro di te, cerchi di capirne le parole, il senso…sì certo, uno dei tuoi blues, ma quale sarà quello odierno? Dai una occhiata al sole, sembra indeciso, timido mentre cerca di sbucare sopra una delle frazioni di Saint Martin On The River che attraversi.

(Sole su Stiolo – foto di TT)

L’idraulico è più o meno puntuale, come il livello del blues che sale sale sale dentro di te. Lavo e preparo Brian, un caffè da Chen il cinese e la spesa al Conad del Newtower. Ti vedi dentro quel supermercato mettere nel carrello le cose scritte nel foglio che ti ha preparato tua sorella, cercare di tenere a bada Brian che attacca bottone con tutti, andare alla cassa e riempire i due borsoni in fretta prima che il cassiere debba aspettare troppo mentre tu accaldato tiri fuori il bancomat, paghi ed esci. Invece che prenderla con ironia, la prendi con ferocia e con un tono poco simpatico ti lasci andare un “zio pork an s’è mai vest Paul Rodgers fer la spesa al Conad con so pèder”.

(Paul Rodgers)

Risali da Brian, riponi la spesa in cucina, riscendi e porti Brian a Ninentyland, ti fermi da Lasimo dove prendi altre tue cose, riparti, arrivi a Mutina e riporti Brian in casa. Sono le 13,15 e sei già cotto. Abbracci e baci Brian (se non gli si da la mano e non lo si bacia Brian non è soddisfatto, è diventato un gran sentimentale) e riparti. Controlli il blues, cazzo è già al livello di guardia. In Macchina metti i TRAFFIC, ma forse peggiori la situazione…

Arrivi nel posto in riva al mondo, una bistecca, una birra, un southern comfort e ti metti sul divano a cercare di interpretare il blues che continua a farti sentire in prestito…ma Palmiro capisce il momento, le sue orecchie sbucano da sotto il divano, con un saltello è sopra di te, si sdraia sul tuo petto ed inizia a fare le fusa. Ti arrendi a questo terapeutico momento naturale dove due esseri viventi di specie diverse interagiscono…

(Tim e Palmir interagiscono – foto di LST)

Nel tardo pomeriggio di questo tiepido ottobre scendi in campagna in preda a vibrazioni blues che si fanno sempre più violente, vai dietro casa, osservi le campagne, ti toglie felpa e maglietta e il FAR AWAY HEART BLUES ti esce dal petto come un piccolo alien…la testa inizia a girare, l’equilibrio si fa instabile mentre lo sguardo arriva là, lontano oltre le colline, e si posa sulla Patagonia, su Santa Clara, su San Francisco, su Inglewood, su Baton Rouge, su Helena, e via via sempre più veloce più su verso New York, Chicago, Montreal…poi riscende sul New England, attraversa l’Atlantico, arriva nel Sussex, nella Snowdonia, nell’Olanda che è lontana dai nostri confini, nella Scandinavia. E poi ancora Leningrado, Isola di Sakhalin, Tokyo, Nagoya, Osaka, Perth …per poi cadere esausto sull”Africa orientale dove tutto ebbe inizio con le scimmie australi di quattro milioni di anni fa.

Ritorni in te e ti chiedi se troverai mai un po’ di pace in questa porca vita blues, se la smetterei finalmente di cercare il tuo nido di stelle, perché tanto lo sai che non esiste, tanto vale mettersi il cuore in pace e far tacere questi impulsi di fuga.

Torni in casa a testa bassa, ti chiudi in quella specie di studiolo che ti hanno concesso, scruti gli scaffali con i CD…ti viene in mente Picca quando dice che finisce sempre per ascoltare quei cinquanta album con cui è cresciuto. Già, ci vuole uno dei tuoi album, quelli che sono carne della carne, blues del tuo blues…scaffale deluxe edition, lettera F, FREE, FIRE AND WATER, disco 2 con alternate version…

Te lo ciucci tutto come fosse un biberon pieno di latte tiepido…FIRE AND WATER (US Album mix), OH I WEPT (Alternate Vocal Version), REMEMBER (New mix), DON’T SAY YOU LOVE (New mix) e via via tutto il resto. A fine cd le cose vanno un po’ meglio, il blues sembra regolare adesso, battito costante, maliconia sottocontrollo. Ti chiedi cosa sarebbe la tua vita senza la musica rock, la tua musica rock, quella vera, quella che ti tiene in vita…

Poi ti arriva all’improvviso un sms di un tuo amico, Liso… “MAKE OR BREAK pezzo dell’anno”…sorridi, solo con certi amici sono possibili queste gustosissime incursioni rock sopra le righe. Gli rispondi “Sei un mito”, e lui di rimando “Pochi accordi…LA maggiore dritto e pochi cazzi. Questo è rock”. Digiti sulla tastierina del tuo Galaxy “FIRM miglior gruppo di tutti i tempi, dopo SANTANA”. E lui “Esàat”.

Ecco, il rock e gli amici venuti col rock. Sono vivo grazie a loro.

INTERVALLO: batterista su autoveicolo

3 Ott

(John Bonham dei Led Zeppelin)

Gente insospettabile che pensa che MADONNA sia rock

1 Ott

Tempo fa su Facebook mi chiese l’amicizia una donna con cui avevo amici in comune. Gliela confermai volentieri l’amicizia, pareva una donna rock, cantava in diversi gruppi rock e cose di questo genere. Nel corso del tempo vidi i suoi interventi e quasi tutti erano di tenore rock. Scomoda la ragazza, pensai più volte.

L’altro giorno ebbi una sorpresa: la ragazza in questione è diventata la cantante di un tribute band di Madonna. Rimasi colpito, non in modo positivo naturalmente. Come si poteva coniugare il rock con una cantante di pessima musica commerciale senza nessuna dote particolare? Nel pubblicizzare un prossimo concerto la vedo postare il seguente commento:

MTG (madonna tribute girl) “D’YOU LIKE ROCK AND ROOOLL?????D’YOU WANNA DANCE??YEAH. A NEW HOT MADONNA ROCK TRIBUTE IS COMING TO MAKE YOU SHAKE YOUR ASS AND CRY OUT YOUR……”

Io lo so, dovrei fregarmene e passare oltre, magari nascondere i suoi aggiornamenti, ma non ci riesco, quando si nomina il Rock senza cognizione di causa mi indigno. Così le rispondo ed inizia un piccolo confronto:

TT Scusa, ma cosa c’entra il rock and roll con Madonna?”

MTG “La Regina del Pop ha incontrato l’Anima Passionale e gli Istinti più Carnali del Rock… e da questa unione sono nati i (nome della tribute band), un concentrato di energia, sonorità potenti e…. il resto ti tocca vederlo dal vivo!!! Fidati, Madonna c’entra con il Rock molto più di quanto tu possa credere!”

TT Mi dissocio, Madonna è tutto fuorché rock. Musicalmente, spiritualmente, culturalmente.”

MTG Non parlare prima di aver sentito… date in arrivo, sei pregato di ESSERCI! :)”

TT Mi spiace, sono curioso di vederti, molto curioso, ma non in quel contesto.”

MTG “Ok, te lo farai raccontare… ;) e chissà che i contesti non si allarghino!”

AMICA di MTG Tim… Madonna ha iniziato la sua carriera di musicista suonando la batteria in una rock-band. Nei suoi live fa sempre canzoni ri-arrangiate in versione rock…suonando la chitarra elettrica. Vai a vedere Ilaria, io ci vado. Sono sicura che ne varrà la pena !”

MTG “Sapevo che non avrei avuto bisogno di aggiungere altro: chi conosce Madonna sa quanto può essere ROCK!!!”

AMICA di MTG Anche shakira suonava la batteria, e ascolta led zeppelin, nirvana, ac/dc… e ha fatto molte canzoni rock. il rock “inizia” grandi donne :) come te, e me chiaramente ! ahah”

AMICO di MTG Anch’io ero molto prevenuto su miss Ciccone tempo addietro, ma poi… ;)”

TT “Ma voi siete pazzi.Madonna fa musica di merda. Se vi piace nessun problema ma non tirate in ballo il Rock.”

AMICO di MTG “A quanto pare su questo argomento, meglio non titare in ballo te… :)”

THai ragione, tolgo il disturbo.”

MTG “Come direbbe Madonna: “Che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”!! E a quanto pare questi Lucky Star stanno già facendo sollevare polemiche, proprio come la Regina… Siamo sulla buona strada! ;)”

Ora, che cavolo di senso ha “e chissà che i contesti non si allarghino!”? Quali sono i contesti che devono allargarsi? Qui non c’è contesto. Madonna non ha nulla a che vedere col rock, metterli in relazione è come dire sono di sinistra ma anche di destra, tengo l’Inter e anche la J**e…e non si discute sulla bravura o meno della tipa in questione e della sua band.

Io già faccio fatica ad elaborare certi accostamenti all’interno del rock, voglio dire una volta ho visto la band di Lorenz proporre in concerto ROCK AND ROLL NIGHT dei KISS e un pezzo dei SEX PISTOLS (non ricordo quale). Accostamento alquanto bizzarro per chi ha una certa cultura rock, ma tutto sommato restiamo all’interno del mondo rock che sappiamo avere mille sfaccettature, e quindi è un imbarazzo che si può superare.

La faccenda di Madonna però no, quella non si supera, anzi la si combatte. E me ne infischio se corro il rischio di apparire chiuso e ripiegato sul rock di un certo tipo, perché tanto non è così.

E non ce l’ho nemmeno con l’easy listening, che se fatto bene è assai piacevole, quello che tutti ora chiamano Pop. Michael Jackson ad esempio non mi piace ma gli riconosco un gran talento, sapeva cantare e ballare benissimo, e sapeva scrivere grandi canzoni. Ma Madonna !? Donna di gran temperamento e determinata, ma cantante mediocre, ballerina mediocre, autrice inesistente. Ha avuto successo, buon per lei, ma la società (specie quella di questi ultimi tempi), si è specializzata nel preferire un intrattenimento artistico di livello assai basso.

Già siamo in tempi difficili, i nuovi nomi del rock sono quasi sempre una pallida sfumatura del rock che fu, se dobbiamo anche sopportare che ci facciano passare per rock musicaccia che rock non è, beh, allora è l’ora della lotta.

Il blues che ti arriva da TELEPHONE LINE della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA

28 Set

Sono alle porte di Stonecity, ho appeno finito di ascoltare LATERAL su RADIO CAPITAL e il radiogiornale delle 9. Sono in leggero ritardo, ma in questi giorni me la prendo comoda, il periodo più impegnativo è alle spalle, ora ci aspetta qualche settimana di relativa calma. E’ un venerdì di inzio autunno, a Laròby fa schifo questo periodo, ma io mi ci ritrovo in questa stagione un po’ malinconica.  Il cielo è nuvoloso ma il sole lo “senti” (feel) dietro a quella cortina grigio-azzurra, la temperatura è tiepida, il venerdì si preannuncia tranquillo, neutro. Ieri sera, dopo essere stato dal vecchio Brian, ho sentito al telefono Paolino Lisoni. 15 minuti di confronto filosofico-esistenziale sull’essere amanti della musica rock. E’ un po’ più giovane di me Paolino, ma a volte mi da dei punti. Ci penso stamattina alla nostra chiacchierata e al fatto di avere amici illuminati con cui condividere questa cazzo di porca vita blues. Vita che non è sempre porca, intendiamoci, ma a volte vorremmo trovare un significato al senso del blues che ci prende allo stomaco. Con Liso condivido – tra le miriadi di altre cose – anche l’amore per Carletto Santana, quello fino al 1977/78, quello che abbiamo più o meno vissuto in diretta. E’ stato divertente ridere del fatto che conosciamo benissimo INNER SECRETS, che in fondo  amiamo ma solo perché ci ricorda la nostra giovinezza. Album che abbiamo comprato con entusiasmo ma che segnò la fine del SANTANA che piace a noi. Bello però avere qualcuno con cui ironizzare su masterpiece come OPEN INVITATION…

In questo periodo oltre alla galassia MOUNTAIN, sto ascoltando molto SANTANA, quello più trascendentale e meno sudamericano, quello che piace a me e a Paolino, insomma quello di CARAVANSERAI…

Oltre ai MOUNTAIN e SANTANA, sento anche parecchia ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA, così dopo il radiogiornale clicco il pulsantivo CD sul carstereo. C’è la parte finale di DO YA da un best of che tengo in macchina. Il pezzo finisce, mi appresto ad affrontare un larga curva nella zona di sud ovest di Stonecity, quella da cui puoi goderti le colline in tutto il loro splendore. Poi parte TELEPHONE LINE e così, all’improvviso, senza nessun motivo particolare inizio a piangere. Sono lacrime riservate, calde, educate, ma decisamente lacrime. Mi conosco, sono conscio della mia essenza blues, ma la cosa mi fa riflettere. Cerco di capirne il motivo…visto anche il testo, rigurgiti di amori passati ormai lontani? Sfaccettature di tempi più recenti relative ad amori correnti? Nostalgia della giovinezza, il momento in cui scoprii l’ELO grazie a questo pezzo? Il brano è del 1976, ma io devo averlo sentito uno o due anni dopo, ai tempi di OUT OF THE BLUE, quindi nel 1977/78. Julia mi diceva che invidiava la mia capacità di sentire (feel) la musica in modo così profondo…sì, certo, ci si sente vivi, si provano forti emozioni, però…può un’uomo della mia età mettersi a piangere solo perché ascolta TELEPHONE LINE della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA?

Hello. How are you?
Have you been alright, through all those lonely lonely lonely lonely lonely nights
That’s what I’d say. I’d tell you everything
If you’d pick up that telephone yeah yeah yeah

Hey. How you feelin?
Are you still the same?
Don’t you realize the things we did, we did, were all for real, not a dream?
I just can’t believe
They’ve all faded out of view yeah yeah yeah yeah yeah

Doowop dooby doo doowop doowah doolang
Blue days black nights doowah doolang

I look into the sky, the love you need ain’t gonna see you through
And I wonder why the little things you planned ain’t coming true

Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight

Ok. So no one’s answering
Well can’t you just let it ring a little longer longer longer oh oh ooohhhhh
I’ll just sit tight through shadows of the night
And let it ring for evermore oh oh ooohhhhh yeah yeah yeah

Doowop dooby doo doowop doowah doolang
Blue days black nights doowah doolang

When I look into the sky, the love you need ain’t gonna see you through
And I wonder why the little things you planned ain’t coming true

Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight

La visita pastorale al Cersaie 2012 e l’owner of a bluesy heart

27 Set

Avete presente il video di OWNER OF A LONELY HEART degli YES, no? Quando il tipo che viene portato via riceve delle scosse misteriose che lo scuotono da capo a piedi? Ecco quello ero io ieri in fiera a Bonomia.

Insieme a Kerlo, Lakèrla e Sarwooda me ne andavo più o meno allegramente tra i padiglioni, fermandomi in visita pastorale dai clienti sui loro grandi stand, discutendo di contenuti di comunicazione, di nuovi prodotti e del finto legno (tutti quest’anno propongono il finto legno, fatto di gres porcellanato) quando all’improvviso venivo colpito da scosse che mi scombussolavano. Un momento prima ero ospite di un cliente che gentilmente ci offriva un prosecchino (che io e Sarwooda naturalmente abbiamo dovuto rifiutare vista la nostra never ending dispepsia …mica potevo chiedere un prosecco fuori frigo) e il momento dopo ero trafitto da una scossa con cui venivo trasportato in un’altra dimensione dove ballavo al ritmo di EVIL WOMAN della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA…

Mi ci è voluto un po’ per riprendermi, un caffè offerto da Kerlo per festeggiare i 10 anni dall’apertura della nostra aziendina e quattro chiacchiere con Lorry – uomo di blues – che incontro per caso, anche lui in fiera per lavoro.

(Factory 10th anniverary: Kerlo, Tim, Lakerla – foto di SWD)

Cliente successivo, la titolare ci accoglie con sincero affetto, ci fa accomodare su divani di design, ci offre da bere e qualche stuzzichino.

(Kerlo e Tim – foto di SWD)

Guardo i nuovi prodotti, la gente che passa, le migliaia di cinesi sempre pronti a fotografare tutto, giovani uomini vestiti di tutto punto e zac, altra scossa altra dimensione…stavolta sono a Dallas nel 1972 a bordo palco di un concerto di WEST, BRUCE & LAING. Il power trio è alle prese con KEEP PLAYING THAT ROCK AND ROLL, tiratissimo brano degli EDGAR WINTER’S WHITE TRASH…

Un panino sgranocchiato in uno dei bar della Fiera e di nuovo in giro. Ogni tanto qualcuno di noi incontra un conoscente e allora ci si ferma, si parla, ci si guarda intorno. Cerco di star concentrato. Qualche cliente dopo naufrago sullo stand di Mixi. Ci scambiamo di nascosto un po’ di materiale…roba forte: cd di ROD STEWART con JEFF BECK 1968/69/84. Parliamo un po’, poi lo abbraccio e lo saluto…

(Tim e Mixi – foto di Kerlo)

Sono di nuovo in mezzo al via vai di gente e la sento arrivare, questa è una scossa lunga, potente, profonda…sono sul palco al Madison Square Garden con il mio gruppo a suonare i nostri pezzi, pur coinvolto fino in fondo nella corto circuito temporale di questa follia capisco che questa è troppo grossa, allora scalo dimensione e mi ritrovo sul palco del Forum di Assago, uhm ancora troppo, un salto sul Palasport di Mutina per poi trovarmi definitivamente sul palco del Vox di Ninentyland, ecco…forse  è meglio.

Ormai la visita volge al termine, siamo così cotti che per tornare verso l’uscita Nord della fiera prendiamo uno dei tre trenini interni che girano senza sosta da un capo all’altro. Pago i 17 euro 17 del parcheggio multipiano e insieme a Sarwooda e Lakerla mi butto in autostrada. Tardo pomeriggio, il sole che ha la testa tra le nuvole, quel vecchio cuore blues che mi scatena tutte quelle scosse…e mi ritrovo su un pullman, passo attraverso campagne, città, luoghi improbabili, lì con i miei amici alle prese con TINY DANCER di ELTON JOHN, alzo lo sguardo e davanti ho… una canzone nuova e una città per cantare…

E arriva la sera, a casa solo, la speed queen è a correre in chissà quale kartodromo, aspetto che inizi la partita dell’Inter che guardo insieme Mario…un 2 a 0 sofferto, bruttino, noioso…e allora meglio tornare ai sogni di rock and roll…

50 anni di ROLLING STONES

25 Set

I Rolling, insieme ai Bad Company e se vogliamo agli Elp, sono stati gli unici che per alcuni giorni hanno fatto traballare il primato dei Led Zeppelin nel mio cuore. Per 48/72 ore ho davvero meditato se dedicarmi completamente o meno al rock and roll, quello vero e autentico, al rock puro insomma… quello che non ha bisogno di nessun altro aggettivo, termine o ghirigoro che lo preceda (hard, progressive, punk, dark, funk, jazz etc etc). Quando sentivo Mick e Keith duettare nel loro periodo migliore mi sembrava di essere rapito – nei sensi –  da un mondo e da un modo rock che mi pareva ineguagliabile. Finivo poi per tornare a casa da miei amati LZ, ma la bellezza del rock è che puoi amare tanto così tanti gruppi che alla fine non ti sembra vero. Quando Polbi mi ha chiesto se poteva scrivere qualcosa per il 50ennale dei Rolling non ho potuto fare a meno di entusiasmarmi: la penna di Mr Barone al servizio della Greatest Rock And Roll Band…che meraviglia! Lo scritto lo trovate qui sotto, mi sembra sia magnifico, Polbi ci sa fare. Come sempre io e lui la vediamo in modo leggermente diverso. E mica solo con lui, nel corso degli anni ho capito di essere un fan atipico della band: a me ad esempio Brian Jones non dice granché, non penso che i RS siano tali perché ci sono certi musicisti in formazione…dati Jagger e Richards si poteva aggiungere più o meno qualunque musicista inglese di quel periodo che sarebbe cambiato poco. Il concetto “gruppo” è fondamentale, sono questi ensemble di musicisti che hanno fatto la storia del Rock, ma il perno su cui i gruppi si arrotolano funge da caratteristica primaria. Sì certo, Charlie Watts, Wyman … persino Ron Wood ma per me i Rolling sono essenzialmente Mick & Keith, quelli dal 1968 al 1982, quelli di Tumbling Dice, Moonlight Mile, Winter, No Expectation, Silver Train, Coming Down Again, I Got The Blues, Faraway Eyes, Memory Motel, Waiting On A Friend…Il tour 1972/73 credo sia stato uno degli eventi live più alti della intera storia del rock e Brussels 1973 è uno dei migliori dischi live di musica rock di tutti i tempi. I Rolling Stones sono forse il capitolo più importante della storia del rock e della musica popolare contemporanea…non credo ci sia da aggiungere altro. (Tim Tirelli)

Il mio amico Roberto Calabro’, giornalista musicale del gruppo Repubblica –  L’Espresso e di infinite testate di settore, sta per partire un mese per Londra.  Ci siamo presi un caffe’ in un bel bar di Reggio Calabria e mi ha raccontato un po’ dei suoi programmi di lavoro londinesi. Lui e’ un grandissimo esperto di garage rock and roll, conosce milioni di band ed e’ una vera e propria autorita’ internazionale per il rock underground australiano. Non solo, ha anche scritto “ Eighties Colours “ un bellissimo librone illustrato sulla neopsichedelia italiana anni ’80. Insomma, non certo un appassionato di rock mainstream il mio amico…Ma, mi dice che in questo viaggio spera di coronare un suo sogno, intervistare Keith Richards, chitarra e anima della sua band preferita, gli Stones. E di loro continuiamo a parlare in un caldo pomeriggio calabrese.

Quante volte mi e’ successo, incontri persone molto distanti dal classic rock, gente che vive di musica ma non ama passare il tempo ad ascoltare nessuno dei grandi nomi, e poi ti dicono di essere fan terminali dei Rolling Stones.

Poi al tempo stesso mi viene in mente mia zia sessantenne, che di musica rock proprio non si interessa come la stragrande maggioranza degli italiani, ma sentendo Simpathy for the Devil alla radio mi dice, questi mi piacciono, devo anche avere un loro disco da qualche parte! Queste cose, penso, succedono solo con loro.

Solo gli Stones riescono a comunicare emozioni ad un pubblico cosi’ vasto. Sia a chi ascolta musica per sbaglio che al musico dipendente piu’ hard core. Da cinquant’anni. 50 tondi, tondi non so se mi spiego. Solo gli Stones. Solo loro sono riusciti nei decenni a costruirsi una credibilita’ e un rispetto assoluti che si basano sui loro successi quanto sui loro fallimenti. Perche’ in un viaggio lungo mezzo secolo ne hanno passate di tutti i colori, dalle stelle alle stalle, piu’ volte su’ e giu’, e noi con loro. Noi con le nostre vite cosi diverse e al tempo stesso cosi simili, noi che ci sentiamo un giorno Street Fighting Man e il giorno dopo sappiamo che non possiamo sempre avere quello che vogliamo. Noi che tutti insieme, da cinquanta anni a questa parte, andiamo in giro per il mondo come Charlie Watts e sognamo di vedere nello specchio Brian Jones. Noi che quando gli anni passano pensiamo a Keith e Mick, ancora Glimmer Twins in piena terza eta’, bellissimi, con le loro rughe le mani nodose e gli occhi da ragazzi.

Solo gli Stones ci hanno fatto passare ore a discutere su quale fosse il periodo migliore, quello con Brian, l’epoca di Mick Taylor o il regno di Ron Wood. Musicista eclettico il primo, con il suo look inarrivabile e la sua personalita’ umana ed artistica, e’ diventato un icona tragica degli anni ’60 e di tutta la cultura rock, lasciando un segno indelebile sulla band e su tutto che dura ancora oggi. Poi fu la volta di Taylor, con il fascino del ragazzino alla corte di satana, e la sua chitarra dai mille colori a rendere gli album di quel periodo forse i piu’ belli di sempre. Infine il giullare Ronnie, per certi versi spalla ideale di Keith, sul palco e nella vita piu’ che nei dischi, ha portato una ventata di allegria in una band che sembrava in ogni momento dover finire male. E invece, anche grazie a lui, eccoci qui che festeggiamo mezzo secolo di rock and roll.

E ancora, quante volte ci siamo ritrovati a fantasticare su chi avrebbe dovuto prendere il posto lasciato da Mick Taylor, e di come sarebbe potuto evolvere il suono della band. Magari con Beck o Johnny Winter al posto di Woody.

Con loro abbiamo scoperto il fascino e la bellezza di Anita Pallenberg, Marianne Faithfull, Bianca Perez, Jerry Hall, e ci fermiamo qui che basta e avanza a far girare la testa di chiunque, uomo o donna non importa…

(Anita Pallenberg)

Li abbiamo seguiti a Villa Nellcote in costa azzurra, magari nelle pagine ormai ingiallite del libro di Tony Sanchez, o nelle belle fotografie in bianco e nero di Dominique Tarle’. Ci siamo persi mille volte con loro,nei sotterranei della villa immaginando le registrazioni di Exile, nella piu’ completa decadenza r’n’r’ che si possa concepire, per poi venirne fuori con un fiume di canzoni immortali, fiori del male elettrici. O anche in un bar di Positano in tarda primavera con Mick, Marianne, Anita e Keith che scrivevano Wild Horses, oppure persi in una dolce vita psichedelica nei giardini di Villa Medici a Roma, dove qualcuno che conosco giura di averli incontrati.

Solo nei dischi degli Stones e alla loro corte abbiamo visto riuniti Bobby Keys, Nicky Hopkins, Ian “Stu” Stewart, Lisa Fischer, Jimmy Miller, Andy Jones, Billy Preston, Chuck Leavell, Darryl Jones, Nick Kent, Truman Capote, Ahmet Ertegun, Andrew Oldham, Mario Schifano, Andy Warhol, Bill Graham, Hells Angels, Martin Scorsese, Garam Parsons, Jimmy Page, Claudia Cardinale, Paul Getty, Kenneth Anger, i Marsigliesi… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, tutti al tempo stesso mischiati a migliaia di fans, groupies, loschi figuri, spacciatori, giornalisti, fotografi. Il Jet Set e la feccia dell’umanita’ riunito dagli Stones, come in un grande Rock and Roll Circus, specchio del secolo scorso.

Ci siamo intristiti mille volte pensando alla parabola discendente di Brian, alla fine del suo sogno, annegato in una notte di mistero nella piscina maledetta di Winnie the Pooh.   Non ci abbiamo mai voluto credere che fosse stata solo colpa sua, ci siamo letti le inchieste abbiamo seguito gli sviluppi, abbiamo fatto anche noi mille congetture ed indagini, arrivando ognuno alla sua personale conclusione. Per anni siamo stati arrabbiati con gli altri della band per averlo allontanato in quel modo, per aver tenuto quello strano, bellissimo, show ad Hyde Park. Ma poi la vita ci ha posto di fronte a situazioni complesse, ci ha svelato lati di noi che non sapevamo di avere, e finalmente abbiamo capito che alle volte le strade degli umani si dividono. E non sempre e’ facile gestire il come e il quando, non sempre se ne esce bene.

Con loro siamo stati ad Altamont, in una notte di follia e violenza. Ci siamo impressionati e schifati, queste cose nel rock, nel nostro mondo, non dovevano succedere. Invece si, la realta’ oscura delle cose entrava anche nei nostri raduni, nelle nostre zone temporaneamente autonome, nei nostri spazi liberati. Ci siamo arresi e abbiamo lasciato a Keith l’ultima parola, quando ha detto che in fin dei conti ad Altamont una persona era morta ed un bimbo era nato, conto pari.

Con gli Stones abbiamo imparato il rispetto della cultura afroamericana, abbiamo riscoperto i veri bluesman, la Chess records, Chuck Berry, Ike & Tina. Ci siamo innamorati delle loro cover, per poi scoprire gli originali, e amarle ancora di piu’. Mick, Keith e Brian ci hanno portato per mano alla scoperta di questo immenso patrimonio culturale, abbattendo muri di razzismo mentre altri andavano allegramente in tour nel sudafrica dell’ aparthaid, vendendo la propria dignita’ per una manciata di dollari.

(Mick Jagger e Muddy Waters 1981)

E poi la musica, le canzoni. Ecco, con loro fare un elenco di canzoni memorabili non serve a niente per quante ne hanno fatte. Una cosa impressionante, solo con il materiale prodotto, tanto per dire, ai tempi di Aftermath, un altra band, anche di primissimo piano, avrebbe campato di rendita nei secoli dei secoli. Per loro e’ stato un passaggio. Beggars, Let it Bleed, Sticky Fingers…e via fino a Tattoo You tutto era ancora a venire. Solo gli Stones possono vantare venti anni di carriera discografica a questi livelli. Seguiti fino ai giorni nostri da una serie interminabile di concerti in stadi, arene, teatri, club, roba da restare a bocca aperta.

Sempre con grande onesta’, i problemi di convivenza nel gruppo, le liti, i dissapori, persino le malattie e i lutti personali sono sempre stati affrontati a viso aperto. Nessuno ha giocato alla grande famiglia felice quando non era il caso, e spesso il businness ha giocato un ruolo di collante quando le cose stavano andando veramente a rotoli. Non ne hanno mai fatto mistero, non si sono mai eletti ad anime belle, anzi.

Pero’ siamo sempre usciti dai loro concerti felici come bambini, noi quanto loro, su questo non ci piove.

Sono stati una scomoda spina del fianco per l’ordine costituito i Rolling Stones. Hanno liberato energie positive, sovversive, ma anche violente: Ai loro concerti ci furono i primi scontri fra polizia e pubblico del rock. Sono stati sperimentatori, consumatori e tossici di ogni droga possibile ed immaginabile. Hanno mischiato identita’ sessuale e rotto le regole, sono stati pedinati, arrestati, processati, condannati, schedati. Rifiutati alle frontiere, perquisiti, multati. Di fatto la terra promessa del rock, con loro, e’ diventata una repubblica pirata itinerante autonoma dal resto del mondo. Non penso abbiano mai realmente pensato di potere o volere cambiare il mondo, ma lo hanno fatto, eccome se lo hanno fatto, il loro e’ un contributo inestimabile alla controcultura del novecento e ai cambiamenti da essa determinati. Hanno ispirato mode, comportamenti e stili, mentre creavano un suono, che forse piu’ di ogni altro sarebbe diventato la colonna portante del rock a venire.

Buon compleanno Mick, Keith, Brian, Bill, Charlie, Mick, Ron…Buon compleanno a voi, a noi, e alle nostre emozioni… Quanto ci siamo divertiti!!!

Paolo Barone ©2012

(Rolling Stones dal vivo nel 1972)

PROMETHEUS (Ridley Scott – Twentieth Century Fox 2012) – TTTT

23 Set

Sono da quasi trentanni un cultore della saga di ALIEN, i film di fantascienza mi piacciono molto, se sposati poi con le visioni di Giger impazzisco. E’ dal 1997 che speravo, attendevo, bramavo per il quinto episodio della serie ed ora eccolo qui. Finalmente.

Ho cercato di evitare di leggere le recensioni già apparse su internet e le critiche già rivolte al film e a Ridley Scott stesso, volevo godermi il film per quello che era: un film di fantascienza nonché 5° capitolo di una serie che mi piace un sacco. Le aspettative erano alte ma certo non dimenticavo che appunto era il 5° episodio, difficile replicare la riuscita del primo o dei primi due. Dirò subito che il film mi è piaciuto, che me lo sono goduto in una proiezione delle 18,15 al multisala di Herberia in una sala quasi vuota in compagnia della groupie…la situazione perfetta.

Avevo sentito dire che non era un vero prequel di Alien, in realtà mi sembra che lo sia, senza tanti dubbi. L’idea di associare la tematica ALIEN a quella del trovare risposte ancestrali è azzeccata e mi ha sorpreso. Siamo nel 2089 due ricercatori scoprono altri graffiti che raffigurano degli umanoidi che indicano una costellazione, leggono in questo un invito. Riescono ad organizzare una spedizione finanziata dalle Weyland Industries e un una paio di anni più tardi arrivano su uno dei pianeti di quella costellazione. Ma non sarà semplice trovare risposte alle profonde e spaventose domande che l’uomo si pone da sempre.

L’intro è bellissima, un panorama scozzese duro e puro, ma risulta incomprensibile la scena in cui un umanoide gigantesco si sacrifica ingerendo uno strano liquido. Che cosa sta a significare? Io non l’ho capito. C’è chi dice che nel cadere sfaldandosi in un fiume impetuoso darà origine alla vita terreste. Ipotesi suggestiva, ma proprio non c’ero arrivato.

Altre cosette discutibili sono il trucco usato per rendere vecchio l’autore che impersona il signor Weyland, alcune scene e soluzioni che sembrano un po’ tirate via e il fatto che fin da subito si capisce che il tutto non ha il vero ampio respiro di un film, ma piuttosto quello di una serie televisiva di successo dei nostri anni. Insomma si capisce in fretta che ci saranno altri episodi.

Detto questo, è da vedere: fantascientifico, gotico, cupo,”violento e umido di liquidi corporei” (come ha detto Barbara Baraldi), insomma un gran bel film. Sono poi contento che abbiano scelto Noomi Rapace come personaggio femminile centrale.

 

I capitoli della saga:

1979: ALIEN (Ridley Scott) TTTTT

1986: ALIENS – SCONTRO FINALE (James Cameron) TTTTT

1992: ALIEN3 (David Fincher) TTTT½

1997: ALIEN: LA CLONAZIONE (Jean Pierre Jeunet) TTT

2012: PROMETHEUS (Ridley Scott)  TTTT

ELP DELUXE EDITIONS: I° & Tarkus (Sony 2012)

21 Set

Sempre un brivido per me acquistare nuove versioni dei soliti vecchi album degli ELP, ormai ne ho diverse ma queste sembrano essere le definitive, almeno ad oggi. Temevo che i rimissaggi di Steve Wilson andassero sopra le righe (tralasciando il discorso circa la opportunità di rimissare certi capolavori), e invece devo dire che mi pare abbia fatto un lavoro efficace, discreto, sapiente. Confezioni molto belle, musica originale sublime, materiale bonus tutto sommato niente male, il tutto ad un prezzo più che ragionevole.

EMERSON LAKE AND PALMER(1970):

Original Album: TTTTT

Disc2 New Stereo Mix: TTTTT

Disc 2 Bonus Material: TTT½

Disc 3 New 5.1 Mix: TTTTT

Packaging:TTTTT

Note: l’inedito RAVE UP, mi intriga parecchio, così come la PROMENADE versione studio e le alternate takes di TAP, KNIFE EDGE e LUCKY MAN. Ah, c’è anche il DRUM SOLO. La groupie ha un impianto 5.1 di tutto rispetto, nell’ascoltarsi con questo sistemaTAKE A PEBBLE sembra di immergersi in un liquido tiepido ed accogliente e galleggiare al suono di musica, quella sublime, quella ti innalza, quella che ti fa entrare in dimensioni diverse.

TARKUS(1971): 

Original Album: TTTT

Disc2 New Stereo Mix: TTTTT

Disc 2 Bonus Material: TT

Disc 3 New 5.1 Mix: TTTTT

Packaging:TTTTT

Note: qui il materiale inedito/raro è striminzito: OH MY FATHER era contenuta nel cofanetto FROM THE BEGINNING di qualche anno fa, sarebbe anche carina se ad un certo punto non spuntasse pari pari il giro d’accordi di HEY JOE.  UNKNOW BALLAD è un accenno di pezzo lento al piano. Ci dice Beppe Riva che verrà tolta dalle future ristampe. Sembra sia Keith Emerson (anche alla voce) ma esperti in Elpologia negano questa possibilità. Mistero. C’è anche un’ alternate take di MASS.

Pensierino finale: mentre scrivo queste appunti scarni e veloci mi risento il tutto…questa come avrete capito più che una recensione vuole essere solo un segnalazione, ma l’impulso sarebbe quello di lasciarsi andare ad iperbole e ad attacchi di iper aggettivazione acuta. Ragazzi, ma quanto era bella la musica degli EMERSON LAKE AND PALMER? Mettete un venerdì sera di fine settembre, la finestra che dà sulla campagna nera, i primi due album degli ELP in versione deluxe …che so TAKE A PEBBLE, PROMENADE e THE ONLY WAY, una tisana lampone & echinacea che ti sorseggi come fosse un Southern Comfort e quel sentimento che riesci a provare mentre ascolti da solo musica suprema. In più Palmiro che viene a cercarti, si sistema tra la tastiera e le deluxe edition, ti guarda, annusa l’aria sonora che gli arriva, sospira e si mette comodo lì accanto a te. Tu, gli ELP e un gatto progressive. ..che vuoi di più?

(Emerson Lake & Palmir)

LED ZEPPELIN “Celebration Day”: press conference

21 Set

Oggi a Londra si è temuta la conferenza stampa relativa alla presentazione di Celebration Day. I giornalisti presenti hanno potuto assistere in anteprima alla proiezione del film. Alcuni di loro ne parlano in termini entusiastici. Dalle foto e dai video Jimmy sembra il più in forma di tutti, Jonesy sembra Stan Laurel e Robert fa sempre la figura del più trasandato. Qui sotto i vari link relativi.

Qui la conferenza stampa completa:

http://www.absoluteradio.co.uk/player/Led-Zeppelin/10108/Press-Conference.html

Qui i vari formati su cui verrà distribuita la cosa:

http://www.superdeluxeedition.com/news/led-zeppelin-celebration-day-blu-ray-audio-and-deluxe-editions/