Bluesin’ away aspettando CELEBRATION DAY

14 Ott

Mi accorgo ogni giorno di più che sono in quell’età in cui si ha bisogno degli amici, di tenere saldi i rapporti, di fare quadrato.  Non ci sono cazzi, ho bisogno di loro, non solo dal punto di vista fisico, ma dal punto di vista spirituale e di contatto. Ho la necessità di sentirli tramite telefono, sms, email, social network o blog quasi quotidianamente. Oltre al piacere di confrontarmi con gente con cui ho affinità elettive, credo sia il bisogno atavico di sentirmi meno solo in questo sconfinato universo, a maggior ragione adesso che gli anni sembrano bruciare alla svelta.

Mi trovo di giovedì in ufficio di primo pomeriggio, sto inserendo dei dati in uno schema excel, fuori un cielo plumbeo e pesante che contrasta con la temperatura tutto sommato mite, la pioggia che va e viene. Cerco di trovare un po’ di sollievo nel famoso  Bernard Purdie shuffle ( quello che pare abbia ispirato Bonham per FOOL IN THE RAIN) ascoltandomi in sottofondo gli STEELY DAN di Home Again…

Poi mi sintonizzo tramite sms sulle frequenze di Liso e Picca. Liso è a Roma ad un convegno per un paio di giorni e ha i maroni già trifolati. Picca sta andando al lavoro a piedi con ipod e cuffiette, quando gli è partita in random CARAVAN di VAN MORRISON dall’ULTIMO VALZER si è commosso come un bambino.

Inserisco i miei dati, sbuffo, la pioggia continua a cadere, penso ad un’email di Biccio in cui mi diceva – dopo aver ascoltato per radio un pezzo di IVAN GRAZIANI e di essersi intenerito – ” Mi prenderai per pazzo ma perché non ci rimettiamo a suonare insieme?”. Biccio, il Tony Banks delle campagne modenesi, carne della mia carne… chissà se mai succederà qualcosa, intanto – in onore del nostro comune passato – ho già il nome pronto: LA BANDA DEL SALICE PIANGENTE.

Venerdì pranzo con Jaypee: il Leon Wilkeson di Soliera ha appena cambiato posto di lavoro – robetta mica semplice di questo tempi e alla nostra età – mi ragguaglia sulla cosa e sul fatto che ha scritto un testo in inglese per un pezzo commissionato a Lorenz (il guitar god di Little Vineyard) che funga da auto tributo ad uno dei due gruppi in cui suonano. Jaypee che si mette a scrivere i testi. Ci mancava anche questa! Me lo fa leggere… la prima strofa è scomodissima e il resto funziona… Mogol e Pete Sinfield gli fanno una sega. Pizza da Rock a Stonecity, Giuditta per me e Gitana per lui. Acqua naturale fuori frigo e coca cola. Me lo spupazzo ancora un po’ nel nome del blues e del rock e poi lo lascio andare.

(Jaypee & Tim – foto di Kerlo)

Prima che apra la porta gli passo un bootleg dei LZ (San Francisco 27-4-69 versione della Liquid Mercury), un bootleg degli Heart (Cleveland 76), un bootleg di Ivan Graziani (San Giuliano Milanese 1979) e una copia di LA FUTURA, l’ultimo degli ZZTOP. Gli dico di ascoltare il quarto pezzo. Non aggiungo altro.

Poco dopo mi arriva una sua email: “OVER YOU va ascoltata all’imbrunire, quando le cose assumono forme ambigue e ombre silenziose ti accompagnano nel posto dei ricordi.”

Già, OVER YOU è uno dei nostri pezzi, una di quelle ballad bluesate, sporche di quell’olio che la coppa della tua vita inizia a perdere.

Sabato mattina, vado da Brian, mi sono addormentato alle 4, non sono esattamente un fiore. Di nuovo il cielo scuro e cupo, ma è quella cupezza alla nostra portata, di quella che la infili nella borsa e il giorno vien da sé. Mi ascolto SANTANA. Sono dentro ad uno dei miei buraccioni, da quando Paolino Lisoni quest’estate dal mare mi mandò a dire via sms che stava ascoltando CARAVANSERAI non riesco a togliermi Carletto dalla testa. Sono tornate a galla tutte le mie pulsioni trascendentali e jazz rock su cui sognavo a 18 anni. Ci si mette poi Donato con una delle sue risposte all’intervista dell’altro giorno (” Lotus dei Santana: un triplo live che è come un salto nell’alto dei cieli e un tuffo nel magma della materia”)… non ci voleva altro: nonostante i tempi grami ho riempito il carrello di Amazon con i CD del periodo che mi interessa in versione rimasterizzata. Son quasi tutti album che ho, ma naturalmente non posso più vivere senza le upgrade version. Stamattina c’è WELCOME che gira sul car stereo. FLAME-SKY, Carlos e JOHN MCLAUGHLIN che suonano insieme, penso a Liso, lancio la blues mobile sulla tangenzialina campagnola e inizio la rotta verso galassie inesplorate.

 

Pomeriggio, ho sonno, penso a domani che sono di turno da Brian, prima di coricarmi mi bevo un caffè corretto Southern Comfort… mossa sbagliata, il sonno non arriva. Mi alzo, il cielo alterna soleggiate improvvise a dritti e rovesci d’acqua. Nello studiolo al pc. Ieri sera a Londra e l’altro giorno a NYC si sono tenute le due premiere di CELEBRATION DAY, il film sulla reunion del 2007 dei LZ. Guardo le foto su facebook scattate dai miei amici americani ed inglesi. Vedo il mio amico di lunga data (27 anni) Billy Fletcher e sua moglie Alison abbracciati a Page e Jones, leggo i commenti del mio amico newyorkese Bill McCue (anch’egli inizialmente poco tenero verso la reunion)… sembra che il film sia spettacolare, che i LZ abbiano suonato bene, che i bootleg apparsi sino ad ora non rendano giustizia. Anche con gli errorini lasciati e qualche edit per sistemare certe cosette (ricordate lo scazzo in DAZED AND CONFUSED?) pare che il filmato sia una meraviglia e che i LZ ne escano bene.

(LZ in NYC)

(LZ premiere ieri a Londra – Foto Tight But loose)

Tramite il mio amico Massimiliano Pizzimenti scovo il clip di STAIRWAY filmato al cinema da uno spettatore. Tenendo conto che STH è stato il pezzo suonato con meno convinzione sono molto risollevato, non è mica male.

 

Penso a mercoledì quando buona parte della Congregazione del Blues si troverà al cinema UCI di Reggio per assistere all’evento. L’eccitazione sale ma con essa anche il blues di non essere stato a Londra o a New York e di non avere le stesse oppurtunità dei miei amici inglesi e americani. Mi commisero pensando alla mia condizione di fan dei LZ perso nelle campagne reggiane. Per distrarmi un attimo scendo e mi perdo nelle impressioni di ottobre, tra la corteccia bagnata degli alberelli e la bruma che si preannuncia.

(In dla bàsora in ùtober in dal post in riva al mond – foto di TT)

Rientro in casa, sul fuoco il pentolone pieno d’acqua con la carne e le verdure per fare il brodo, quell’odore è così familiare e così emiliano che l’animo si distende, il piombo zeppelin si scioglie e si raffredda in un rivolo di pensieri leggeri e al tempo stesso profondi. Dopotutto non è mica male blueseggiare la propria vita nelle campagne reggiane. Davanti allo stereo, BORBOLETTA… vai Carlos.

 

Conversazione con DONATO ZOPPO, scrittore e proghead

12 Ott

Visto che ho da poco finito il suo bel libro sul prog mi è sembrata una cosetta simpatica fare due chiacchiere con Donato visto l’interesse comune e la sua completa disponibilità. Sono sicuro troverete piacevole scoprire quest’uomo di qualità, amante della buonissima musica e scriba extraordinaire. Tipetto scomodo Donato. Teniamolo d’occhio.

Intro:

In questo momento – momento importante poiché mi accingo a rispondere a questa gustosa intervista – sono qui nel mio studietto. Luci fioche, tazza di tè fumante, Into The Blues di Joan Armatrading in sottofondo (in tuo onore): quando le parole devono fluire è doveroso appoggiarle su dell’ottima musica. È quanto faccio da un po’ di anni: la mia attività di “scrittore di musica” cominciò nel 2002 con Le vie della musica, gloriosa pagina settimanale del Sannio Quotidiano, giornale di Benevento, città in cui vivo e opero (spero ancora per poco…). Da allora ho scritto per tante testate, intervallando questa attività con quella di autore di libri, l’ultimo dei quali (inorridite miei rockers!) su Claudio Baglioni. Oggi scrivo per Jam, a mio avviso il più autorevole dei magazine rock in Italia, conduco per la sesta stagione il mio radio show Rock City Nights (Radio Città BN), coordino il portale progressive MovimentiProg, scrivo di libri per i mensili L’Idea e Totemblueart e per il blog TranSonanze. Parallelamente a questa attività giornalistica dirigo l’ufficio stampa Synpress44.

 Donato, in Italia si può vivere di rock?

La vedo davvero molto dura, più in generale temo che nel nostro paese non si possa vivere di musica, non solo di rock. Non è la solita menata esterofila, è che il mio contatto con i musicisti è quotidiano: giorno dopo giorno mi rendo conto che chi fa musica in Italia – e a maggior ragione chi fa rock, ma quello vero, non Ligabove e compagnia latrante – ha delle difficoltà incredibili. Credo che il problema sia legato ai valori della contemporaneità: ogni proposta artistica dovrebbe avere come parametro la qualità, la sincerità di intenti, anche la provocazione se necessario, mentre oggi sono altri i riferimenti che premiano, come la volgarità gratuita, l’esibizionismo della sessualità (che ha sempre il moralismo come rovescio della medaglia), l’approssimazione. Se un personaggio pubblico come la Minetti dice che per fare politica non è necessario essere preparati, evidentemente non fa che amplificare un sentore che c’è nel nostro paese. Se Celentano (che sotto sotto non mi dispiace neanche…) fa record di ascolti per il suo spettacolo, evidentemente non c’è voglia di novità ma di musica familiare e rassicurante, anche se spacciata per rock. Qualcuno ce la fa ma si tratta di pochi tenaci che hanno avuto qualcosa di importante da dire, che hanno pianificato con acume la propria attività artistica, che hanno puntato anche all’estero. Molti altri ce la fanno perché adepti di varie conventicole, fenomeno costante nella storia italiana, come ha segnalato di recente l’ottimo Fabio Zuffanti nel suo libro O casta musica.

Vista la tua esperienza, ci dai un commento sullo stato del Rock in Italia?

Io sono un estimatore del rock italiano: sono convinto che l’Italia, con tutti i limiti derivanti da una cultura diversa rispetto a quella anglosassone e da una lingua “geneticamente” aliena alle armonie, agli accordi e ai ritmi del rock, abbia prodotto e produca dell’ottimo rock. Persino nell’esperienza, così provinciale e ingenua, del beat c’erano cose pregevoli, e mi viene in mente l’Equipe 84. Gli anni ’70 sono stati il momento di massima creatività per il nostro rock, ma anche i decenni successivi hanno avuto nomi importanti, dagli Skiantos ai CSI, dai Gaznevada agli Afterhours, dai Birdmen of Alkatraz ai Finisterre, dai primi Litfiba ai Kina. Oggi forse c’è maggiore omologazione però il grande disco rock spunta fuori quando meno te lo aspetti: Thee Jones Bones, Davide Tosches, Tunatones, El Santo Nada, Nohaybandatrio, Bradipos IV, Chaos Conspiracy, Hypnoise, i primi che mi vengono in mente. Mi sta un bel po’ sulle palle questo giro indie di facce cantilenanti-baffute tutte uguali per giovincelli da vacanza in Salento, con gente che arriva su XL e Mucchio senza sapere perché, senza qualità, senza cose da dire, tutti quanti invaghiti ora di Rino Gaetano e dei Sigur Ros (ma cazzo dove eravate quando usciva Ágætis byrjun? Pare che per l’Italietta indie i Sigur Ros siano usciti solo ora…) e proprio per questo tutti acclamati…

Donato, Dio esiste?

Secondo me sì, e in questo momento si sta chiedendo: ma Tirelli e Zoppo esisteranno? L’unica cosa è che non mi piace chiamarlo Dio: i nomi sono importanti, hanno un valore simbolico potentissimo, e il termine “Dio” mi rimanda troppo al cattolicesimo, cultura imperialista e invasiva che detesto. Io sono molto credente ma non sono cattolico, né cristiano (anche se alcuni elementi del cristianesimo sono presenti nel mio personale orizzonte spirituale): i pensieri che sento a me più vicini sono il buddismo e il taoismo, non hanno mai fatto crociate e nella loro semplicità (pur avendo alla base un universo simbolico e concettuale assai complesso) arrivano subito al dunque, però poi sparigliano, ti mettono in difficoltà e devi ricominciare da capo. Tocca anche divertirsi con il regno dello spirito, no?

Film: i tuoi 5 preferiti

Quando alla fine di ogni anno mi tocca stilare la classifica dei miei 5 dischi dell’anno (i mitici Jammies!) per Jam, vado sempre nel panico. Odio leggere le classifiche, figuriamoci farle. Anche perché cambio idea dopo cinque minuti. Dunque questi miei 5 film preferiti sono del tutto provvisori: se i tuoi lettori vorranno conoscere gli aggiornamenti della classifica possono contattarmi… Te li dico in ordine sparso: Profondo rosso (Dario Argento) per la tensione, la musica e le atmosfere decadenti; Magnificat (Pupi Avati) per l’accuratezza storica, per la tensione spirituale, per il naturalismo; Totò Diabolicus (Steno) perché Totò esiste più di Dio; The Blues Brothers (John Landis) per la musica, le gag, gli occhiali scuri, il Fender Rhodes scassato che suona da Dio, quello che esiste meno di Ray Charles; Twin Peaks (David Lynch) perché è una serie che considero film, perché i pini e le ciambelle li vorrei sempre qui con me.

Fumetti: i tuoi 5 preferiti

Premessa come sopra, con l’aggiunta che non sono un fumettomane. Però ho letto i seguenti fumetti: Martin Mystere (mio preferito in assoluto!), Dylan Dog, Nick Raider, Zagor e Mister No. E devo segnalare che ho imparato a leggere con Topolino.

Musica: 5 artisti o gruppi che ti piacciono da morire.

Ommioddio questa è tosta più delle altre. Mi limito a dirti i nomi che rivestono per me maggiore importanza, per motivi personali, spirituali, sentimentali. Miles Davis, Led Zeppelin, John Coltrane, Santana, Beatles.

Musica: 5 album senza i quali non potresti vivere?

Ok, disciplina. In a silent way di Miles Davis: una notte l’ho sognato, nota per nota, esperienza mistica irripetibile e ancora incredibile. Lotus dei Santana: un triplo live che è come un salto nell’alto dei cieli e un tuffo nel magma della materia. Led Zeppelin: fu il primo disco del Dirigibile che ascoltai e ancora adesso se penso a Baby I’m gonna leave you mi vengono i brividi. Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band dei Beatles: è tutto lì, passato e futuro. A love supreme di John Coltrane: illuminazione.

Per Donato Zoppo chi sono i Led Zeppelin?

Una lunga, tosta e vigorosa erezione, pulsante ancora oggi. Il culto della Dea Elettricità, che pratico con rigore ogni giorno, è nato grazie a loro. E poi un pezzo più bello di Kashmir deve ancora nascere.

Donato, qual è il senso della vita?

Non so se la vita abbia un senso, ognuno segue – in parte consapevolmente, in parte a naso – la sua direzione e giunge alle sue conclusioni. Prima mentre scrivevo c’era Woman in love della Armatrading in sottofondo, mi si è avvicinata mia moglie con la nostra piccola in braccio (una femmenona di 47 giorni). Ecco il senso della vita.

Un libro che hai divorato.

Io i libri non li leggo ma li divoro, letteralmente. È un rapporto quasi sessuale quello che ho con la carta, infatti con me l’ebook non attecchirà mai, non per un rifiuto ideologico ma per un’attrazione fatale che ho con le pagine. Comunque, l’ultimo libro che ho divorato, e l’ho finito ieri pomeriggio, è il delizioso Questo sangue che impasta la terra, di Guccini e Macchiavelli. Assolutamente consigliato, godibile e piacevole! Ora sto divorando London Calling di Barry Miles…

Gli scrittori che segui con più passione?

Ne ho alcuni che sono proprio i miei preferiti: Piero Chiara, Laura Mancinelli, Gesualdo Bufalino. Di questa terna amo tutto, anche quello che non ho ancora letto. Poi Bradbury, Tolkien, Renè Guenon, il grande maestro della scrittura rock Greil Marcus, De Filippo, Bertoncelli, Piovene, Eco, Agatha Christie (però solo Poirot, Miss Marple mi sta sulle palle).

Qualche pulsione per il calcio?

Sì, una sola: repulsione.

Quando guardi l’infinito, di solito a cosa pensi?

Non l’ho mai visto l’infinito, a volte credo di averlo percepito, ma in quegli istanti il pensiero non era attivo.

Il tuo pezzo rock preferito?

Non credo di averlo “un” pezzo preferito, però credo che Stairway to heaven racchiuda in sé diverse anime: la ballata, la spinta rock, l’articolazione cara al progressive, l’intensità, il pathos, la vibrazione elettrica.

l tuo pezzo easy listening preferito (scusa ma non riesco a scrivere Pop, sono cresciuto musicalmente negli anni 70 e la musica Pop era altra cosa rispetto a ciò che si intende oggi).

L’easy listening è per definizione usa e getta e a me non piace questo modo di “consumare” la musica, però ascolto molta musica leggera. Mi piace la definizione che Paolo Talanca, giovane saggista musicale che vi segnalo, ha dato della musica di Baglioni, parlando di “canzone pop d’autore”. Ecco, La piana dei cavalli bradi di Baglioni è un capolavoro di musica leggera ma “pensante”. Riascoltatela.

Ci snoccioli qualche nome di artisti o gruppi italiani che ami particolarmente (anche al di fuori dall’ambito Prog)?

Finora credo di non averti fatto neanche un nome prog… Alla fine dei conti il prog è un genere che ho amato molto e che oggi convive con altri ascolti, dal folk all’elettronica. I nomi italiani che preferisco in assoluto sono: PFM, Battisti, Le Orme, Kina, Litfiba (fino a El diablo), CSI, Massimo Volume, Battiato, Banco, Ivan Graziani, Osanna, Umberto Palazzo, De André, Notturno Concertante, Afterhours e tantissimi altri. Roba classica insomma!

Che giornali musicali leggi?

Li leggo praticamente tutti: Jam, Mucchio, Rockerilla, XL (che giornale musicale non lo è del tutto), RockHard, Musica Jazz, Jazzit, a volte Buscadero. Leggo anche molto sul web: Onda Rock, Arlequins, L’Isola della musica italiana, Spazio rock e tanti altri.

Che quotidiani leggi?

Quelli istituzionali: Repubblica e Corsera. Poco tempo fa ho scoperto che mi piace molto La Stampa. E Alias, ogni sabato con il manifesto, è molto interessante anche se inguaribilmente snob. Ah poi il domenicale del Sole24 ore, davvero ben fatto.

Qual è la prima cosa a cui “guardi” quando senti un pezzo musicale?

Cerco di capire se funziona, se ha una direzione, se i tre elementi fondamentali (melodia armonia ritmo) sono organizzati bene. Però dipende dal “genere”: un bel pezzo rock funziona solo se tira, se cammina dritto e senza cedimenti. Di una canzone cerco di seguire come si incastrano parole e musica, da un brano progressive invece mi aspetto le tre cellule auree: dramma, teatralità, imprevisto.

Cosa fai adesso? Hai qualche progetto per il futuro?

Il futuro non so se esiste, sto provando a fabbricarlo ora nel laboratorio del presente. Proprio adesso sto scrivendo un libro: trattandosi di roba top secret posso solo dirvi che riguarda un grande – ma grande davvero – gruppo rock che non ho nominato, fino ad ora… Poi ne ho altri 3-4 nel cassetto, uno di questi spero di tirarlo fuori quanto prima, e riguarda un gruppo italiano che amo e che ho nominato prima, forse più di una volta. A breve riparte la mia Rock City Nights, come sempre tre sere alla settimana ma con un approccio un po’ diverso dal solito.

Quale è la cosa che ti manca di più dell’epopea classica della musica rock (seconda metà sessanta/seconda metà settanta)?

Io quell’epoca non l’ho vissuta personalmente, visto che sono nato nel 1975, dunque non ho particolari nostalgie. Però dischi come quelli di Deep Purple, Santana, Genesis, Grateful Dead, Roxy Music, Can, Rush e Gentle Giant certo che mi mancano! All’epoca il “basic bargain” messo a disposizione dall’industria discografica consentiva a tutti di pubblicare degli album, e in generale il contesto era favorevole culturalmente e artisticamente a delle opere complete, ricche e stimolanti. Oggi l’appiattimento del nuovo millennio non risparmia nemmeno il rock…

Quando si tratta di concerti rock vissuti in prima persona, quali sono i ricordi a cui sei più legato?

Per mestiere e per passione ne ho visti moltissimi, te ne cito due. Il primo è quello di una grande star, BB King, che ho visto al Pistoia Blues la scorsa estate e che mi ha un po’ deluso. Il secondo è quello di una misconosciuta band africana, i Terakaft: sono del Mali, il loro desert blues è assolutamente magico. Li ho visto a Correggio l’anno scorso e mi hanno incantato, ci sono andato alla cieca, sapevo solo che il loro chitarrista faceva parte dei Tinariwen e sono partito. È appena uscito il loro nuovo disco, prodotto da Justin Adams, cercatelo!

Con che impianto Donato Zoppo ascolta musica? Puoi entrare nel dettaglio?

Non ho un impianto fisso, uso ciò che capita a seconda di dove mi trovo. Ora che scrivo ho in azione un vecchio piatto in un affare di legno che fa tanto anni ’50, al pc che ho in studio ho fatto mettere due belle casse potenti che mi danno soddisfazione, in cucina e in studio ho due volgarissimi stereo Sony che però pompano bene a colazione e nel pomeriggio, quando mi muovo ho lettore e cuffiette, devo decidermi di riparare un impiantone serio che ho lasciato dai miei, anche questo Sony ma perdonami non ricordo il modello…

Un amante della musica della mia generazione non può che essere affezionato al vinile, tu che sei più giovane riesci a sentire il fascino per i 33 giri? Riesci a provare qualcosa di simile anche per i CD, magari quelli in deluxe edition?

Ho una discreta collezione di 33 giri, hanno un potere simbolico che va oltre l’ascolto del vinile, oltre l’impatto della copertina. Per lo stesso motivo simbolico non ho 45 giri: mi rimandano troppo alle logiche estive da juke-box. Certamente i cd sono meno affascinanti del vinile, però io amo la musica, non tanto il suo supporto, quindi mi va bene anche l’mp3 (però se volete farmi un favore, oh voi che mi fate scaricare o che mi mandate i link, i Wave suonano meglio…).

Ti senti più vicino alla scuola inglese o a quella americana, parlando naturalmente di musica rock?

La mia estrazione è totalmente inglese: dai Beatles ai Porcupine Tree passando per Genesis, Police, Clash e Elbow. Tuttavia il rock americano è altrettanto accattivante, pensa ai Dead, a Hendrix, ai Doors, oppure ai Black Keys, alla Dave Matthews Band, ai mitici Phish. In linea di massima il rock inglese ha sempre avuto maggiore raffinatezza: se voglio classe, creatività e imprevedibilità godo con i Soft Machine, i Family, i Jethro Tull, anche i Black Sabbath e i T. Rex. Se però cerco l’impatto anche un po’ grezzo, i Blue Oyster Cult sono imbattibili. Se cerco roba oscura e puzzolente, l’ultimo di Dr. John è il top. E Stevie Wonder il vero genio del secondo Novecento…

Che rapporto hai con gli mp3, li usi senza troppi problemi o sei anche un cultore del lossless (file senza perdita di qualità)?

Per mestiere, ho assistito alla progressiva sostituzione del cd con gli mp3, e mi riferisco proprio ai meccanismi promozionali: oggi quasi tutte le label ti propongono il link per il download, se ti va male lo streaming… Non mi scandalizzo, però se devo recensire un disco gradirei un ascolto dignitoso: nella popular music il suono è parte integrante degli elementi costitutivi di una canzone e di un disco, inutile girarci intorno. In ogni caso ho un rapporto normalissimo con gli mp3, prossimamente dovrò partire per un viaggio di lavoro e ho già la playlist pronta: Robert Plant, Joan Armatrading, Iron & Wine, Ahmad Jamal, Rocket Juice & the Moon.

Qual è lo strumento musicale che più ti affascina, e nel caso tu ne abbia uno, che marca e che modello?

Ho un modesto basso elettrico Sunburst della Prestige a 4 corde (una sorta di fratello minore e sfortunato del Fender Jazz) che devo quanto prima rispolverare. Il basso è lo strumento che sento più “mio”, quando ascolto un brano è la ritmica che naturalmente mi colpisce per prima, poi molti dei miei musicisti preferiti sono bassisti: Paul McCartney, Bill Laswell, Geezer Butler, Jack Bruce, Tony Levin, Patrick Djivas, Glenn Hughes, Geddy Lee, Greg Lake, John Wetton, Jaco Pastorius, il compianto Mick Karn infine il mitologico e amatissimo James Jamerson. Ho anche scritto un paio di pezzi con dei vamp eccezionali…

Se ti trovassi all’incrocio, una calda sera d’estate verso mezzanotte, lo faresti il patto? Cosa chiederesti in cambio della tua anima?

Forse ti deluderò, ma al crocicchio al massimo farei una partitina a scopetta con Satanasso. Tanto lo so già che vince lui. Messer Lo Diablo la sa lunga ed è bene che con lui facciano affari i coraggiosi, gli audaci e i temerari. Io non sono che un tizio qualunque che si accontenta del poco che ha, e proprio per questo sa di avere tanto…

Hai mai scorto nei personaggi che nel corso degli anni hai intervistato, una luce negli occhi che ti ha fatto dire: beh, grand’uomo (o gran donna)?

Ne ho intervistati molti ma me ne vengono in mente due. Il primo è Franz Di Cioccio, PFM master of ceremonies. Ho avuto a che fare con lui molte volte: l’entusiasmo, l’energia, la disponibilità e la memoria di Franz sono eccezionali. Il secondo è Niccolò Fabi: lo intervistai nel 2006 in uno sperduto borgo molisano, una bella, lunga e profonda chiacchierata “alla pari” (spesso l’artista sale in cattedra naturalmente…), poi lui si scusò, doveva lasciarmi perché aveva poco tempo prima del concerto e voleva fotografare alcuni vicoletti di questo paesino… Un’altra cosa: non l’ho intervistata, l’ho solo vista da vicino, ma Alice è una donna stupenda. Me la ricordo ancora, in un auditorium nei dintorni di Bergamo: pellicciotto, colbacco, spartiti sotto al braccio, una donna d’altri tempi con un fascino incredibile.

Ci sono giornalisti musicali italiani che ammiri e stimi?

Certo, sono molti. In primis Claudio Todesco di Jam: è il miglior giornalista musicale che abbiamo in Italia, competente, preparato, per niente attivo nei siparietti di Facebook e completamente dedito alla rivista. Ce ne fossero così. Poi Mario Giammetti, Carmine Aymone, Ezio Guaitamacchi, Aurelio Pasini, Antonio Oleari, Enrico Ramunni, Vittore Baroni, Gianni Della Cioppa, Michelangelo Iossa, Floriano Ravera, Claudio Lancia, Michele Manzotti, Francesco Paracchini, Antonio Puglia, Eleonora Bagarotti. Devo dire che abbiamo un ottimo panorama di “columnist” musicali in Italia.

Che canzone o che brano ascolta Donato Zoppo nelle sere un cui si ritrova solo in casa?

Mi capita raramente di ritrovarmi da solo in casa, di sera. Ora sono qui in camera, da solo al portatile, e sto terminando l’intervista con Joan Armatrading, partita all’inizio… In solitudine non suono mai roba aggressiva, vado sul meditativo: Dead Can Dance, Miles Davis, Ahmad Jamal, Bill Laswell & Method Of Defiance, McCoy Tyner.

Nel congedarci da te vorremmo un tuo pensiero o una citazione che ti sta a cuore.

Onorevole? Ma mi faccia il piacere!

Donato Zoppo “PROG – una suite lunga mezzo secolo” (Arcana 2011 – 24 euro)

10 Ott

Una sera della scorsa estate ero con i confratelli della Congregazione degli Illuminati del Blues, una di quelle sere in cui ci troviamo nella campagna nera dell’Emilia profonda a discutere di Rock sorseggiando Southern Comfort (tutti tranne Lorenz, lui è uno di quei fighetti blues che bevono solo  Macallan invecchiato perlomeno 10 anni) e a scambiarci piccoli regali nel segno di una amicizia blues che ci lega come un fascio di catene (per dirla alla Ivan Graziani). Per me quella sera Picca portò PROG di Donato Zoppo. Avevo letto qualcosa a proposito, il libro mi solleticava, ma non mi azzardavo a prenderlo: non conoscevo abbastanza l’autore, non sapevo dunque cosa aspettarmi e sul comodino avevo già almeno 15 libri che aspettavano in coda.

In questi ultimi tempi mi sono finalmente avvicinato al volume in questione, e devo dire che mi ha piacevolmente sorpreso. La analisi è profonda e ben fatta, la prosa spesso piacevole, la descrizione degli eventi è trattata in modo ordinato e logico e Zoppo dimostra di saperne davvero un bel po’. Certi approfondimenti poi sono proprio interessanti. Oltre ai nomi e agli anni classici (il progressive inglese insomma), si tocca il periodo pre-progressive e cosa ha portato alla creazione di tale musica, il progressive nei paesi non anglofoni (i movimenrti tedeschi, italiani, francesi, olandesi, scandinavi, iberici, sudamericani, persino quelli del blocco sovietico), e il progressive moderno. Non tutto mi ha interessato, i miei gusti prog sono orientati quasi esclusivamente verso i nomi classici, ma mi fa molto piacere avere un volume ben fatto a cui far riferimento in caso di bisogno. Consigliato.

PS: un unico appunto…la grafica è praticamente inesistente e la copertina è brutta. Capisco il contenimento dei costi ma qualcosa in più la si doveva fare.

Vi segnalo il sito/blog di Donato Zoppo: http://www.donatozoppo.it/

(Donato Zoppo)

RILETTURE: EMERSON LAKE & PALMER “Tarkus” (Island Records 1971) – TTTT

8 Ott

Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock). 

Del periodo magico degli ELP, quello relativo ai primi 5 indimenticabili anni dal 1970 al 1974, TARKUS fu l’album che arrivò da me per ultimo e che faticai molto ad amare. Riprendendo per un momento l’articolo LA PRIMA VOLTA: I LED ZEPPELIN che scrissi il 21 giugno scorso (vedi categoria LED ZEPPELIN), gli ELP mi conquistarono circa nello stesso periodo in cui mi rapirono i LED ZEPPELIN. Il mio amico Massimo, dopo THE SONG REMAINS THE SAME e qualche altro album del dirigibile, mise sul piatto BRAIN SALAD SURGERY, così fui catapultato in un altro mondo fantastico. Comprai il disco e solo nel tenerlo in mano mi venivano i brividi, la copertina apribile, l’artwork di Giger che mediante un gioco di fustelle si fondeva con i visi dei tre musicisti, quella musica così musica! Cristo, avevo 16/17 anni non potevo non impressionarmi e restarne marchiato a fuoco per l’eternità. Conoscevo già Emerson per via del singolo HONKY TONK TRAIN BLUES che amavo moltissimo, così mi lasciai avvolgere da quella suggestione sonora senza opporre resistenza. Dopo poco arrivò il primo album che trovai magnifico. Il mio amico Biccio prese TRILOGY, Pigi il triplo live WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, qualcun’altro PICTURES AT AN EXHIBITION. Non ricordo chi avesse TARKUS, fatto sta che Lencio un giorno me lo portò.

Oh, sembravo essere refrattario ad esso, non che non mi piacesse, ma non riusciva a penetrare. Dopo un paio di settimane Lencio mi chiese “Allora TARKUS?“, e io “Mi piace un pezzo” e lui, “Sarà mica ARE YOU READY EDDY?” e io “Sì”. In realtà mi piaceva anche JEREMY BENDER, ma il resto lo trovavo troppo impetuoso per poterlo attraversare. Con gli anni sono poi riuscito ad espugnarlo, tuttavia il mio approccio a TARKUS rimane per tanti discutibile. Sono famoso per aver detto più di una volta “Beh io a TARKUS preferisco LOVE BEACH”. Ormai mi conoscete, lo sapete che mi piace forzare un po’ la mano e lasciarmi andare ad esclamazioni sopra le righe, tra il serio e il faceto… ma se penso che una volta ho detto quella cosa per telefono anche con Beppe Riva, mi vengono le palpitazioni…chissà cosa avrà pensato il maestro.

Io avrò quindi sempre un approccio un po’ strampalato verso questo album, la storia dell’armadillo/tank saltato fuori da una eruzione vulcanica e sconfitto nello scontro finale dal Manticore, mostro mitologico greco, nel mio animo non ha lo stesso impatto degli altri album. Le mie considerazioni vanno prese dunque con le molle, certi episodi che per me sono riempitivi per altri possono essere gemme musicali. A tal proposito vi rimando all’articolo TRIBUTO AD ELP di BEPPE RIVA apparso sul blog il 7 luglio del 2011 (lo trovate nella categoria SPECIAL GUESTS).

L’album, con l’artwork  creato da William Neal, uscì il 14 giugno in Inghilterra dove arrivò al numero uno delle classifiche. Fu pubblicato in USA qualche settimana dopo e arrivò alla posizione 9, diventando disco d’oro in un batter d’occhio.

In classifica in Italia Tarkus arrivò al primo posto (al primo posto un album come Tarkus, ci rendiamo conto di che anni erano?) e risultò essere il 14esimo album più venduto del 1971.

TARKUS – TTTTT:

A) Eruption: un 5/4 schizoide con un riff e una prova d’insieme magnifica

B) Stone Of Years: si lascia alle spalle la frenesia e si adagia su una maestosa melodia in puro stile ELP cullata dal “vento del tempo”.

C) Iconoclast: un minuto spaventoso di furia iconoclasta, appunto.

D) Mass: altro riff che si  innesta sulla trama tessuta fino ad ora, l’intermezzo con l’organo cerca di spezzettare il ritmo; la chitarra elettrica si inserisce su un contesto di controllata confusione.

E) Manticore: altra sezione piuttosto complicata; botta e risposta tra il riff ed Emerson, che la mano sinistra tiene una figura musicale delle sue e con la destra emersoneggia alla grande.

D) The Batterfield: tutto si fa più epico…di nuovo la melodiosa voce di Lake attraversata da sfumature sinistre. La chitarra acustica accompagna una solista quasi psichedelica.

F) Acquatarkus: chiusura strumentale della suite riprendendo, per gli ultimi colpi d’ala, il riff iniziale.

JEREMY BENDER – TTTTT: quadretto simil western, di quelli emersoniani che tanto mi piacciono. Lo stacco di atmosfera con la suite di TARKUS è notevole…un po’ di leggerezza sopraffina dopo tempeste musicali violentissime.

BITCHES CRYSTAL – TTT: si ritorna sui territori consoni al mood principle di questo secondo album degli Elp. Riff strumemtali frenetici e costanti a cui risponde la voce di Lake. L’assolo di Emerson al piano è bellissimo.

THE ONLY WAY (HYMM) – TTTTT: incastonato sulla TOCCATA E FUGA IN FA MAGGIORE BWN 540 di JOHANN SEBASTIAN BACH, è un momento imponente e sublime. Ancora sfumature sinistre nella bella voce di Lake. Testo dalla ironia tenebrosa su tematiche anche religiose.

INFINITE SPACE – TTT: è uno strumentale modesto, sembra un riempitivo con improvvisazioni su un giro un po’ monotono. Certo però che quando Emerson suona il pianoforte partono comunque vibrazioni profonde.

A TIME AND A SPACE – TTT: altro brano non particolarmente interessante pur mantenendosi in linea con il tenore e lo spessore dell’album.

ARE YOU READY EDDY – TTT½: momento ludico dedicato all’ingegnere del suono EDDIE OFFORD. Stravagante rock and roll pianistico che ho sempre trovato gustoso.

TARKUS quindi per me è l’album più ostico e difficile degli ELP. Ne riconosco la grandezza, lo spessore, ma fatica ad arrivare completamente alla mia anima. La groupie e Paolino Lisoni stravedono per quest’album, Picca non è mai riuscito ad arrivare alla fine, altri non ne parlano…è in ogni modo un album complesso, ricco, pulsante, concepito nel cuore del periodo più straordinario per la musica del genere umano, da tre giovani ragazzi inglesi in un momento di estasi creativa.

(Greg Lake 1971)

TARKUS secondo PAOLO BARONE – BBB½

Devo dire che quando Tim mi ha prospettato la rilettura di Tarkus me la sono vista brutta. Non amo EL&P, e quando tantissimi anni fa un mio amico mi diede una copia di Tarkus, lo ascoltai un paio di volte, mi sembro’ un sommo rompimento di palle e non l’ho piu’ sentito. Ora,d opo  migliaia di giorni e dischi, riprovo ad avvicinare il dinosauro del rock, uno dei lavori piu’ maltrattati dalla critica nella storia della musica contemporanea, curioso di vedere che effetto che fa’…

Bene, pur non rientrando nella top ten estiva dei miei ascolti, Tarkus non e’ male. Anzi. Diciamola tutta: nel momento giusto e’ un bel disco! Veramente, non sto scherzando… Specialmente la prima parte, quella dedicata a Tarkus in persona, e’ un bel pezzo di progressive tastieristico. La band ha un suo perche’, una sua forza e originalita’. E poi la voce di Lake, quella sì che fa la differenza. L’indimenticabile cantante dei primi Crimson riesce a portarti lontano, con quella voce unica, una delle piu’ belle del progressive, se non la piu’ bella. Certo, alle volte la compagnia di Emerson e Palmer e’…come dire…un po’ strabordante…Ma fa parte del gioco, ci sta, e’ nella natura del trio e della sua musica. il buon Greg suona anche qualche nota di elettrica floydeggiante niente male. Nel corso della prima parte del disco, in alcuni punti sembra quasi di ascoltare gli Area dei primi tempi. I quali continuano a citare John Cage, ma secondo me non ce la contano giusta, e si sparavano EL&P in dosi da cavallo. Insomma, la sezione “Tarkus”, quando uno si trova nel mood tastiere prog, e’ molto interessante ed intensa.

La seconda parte meno. Jeremy Bender a dir poco non lascia il segno, mentre The Only Way mi risulta praticamente inascoltabile, la voce regge sempre ma l’organo di Emerson stile chiesa…Francamente siamo al limite del cattivo gusto. Are you ready Eddy puo’ essere simpatica se avete voglia di r’n’r’ suonato da un gruppo prog inglese (cosi poi vi vorrete ascoltare anche un pezzo prog fatto da una band rockabilly di Memphis) altrimenti si puo’ tranquillamente saltare. Da non perdere invece Bitches Crystal e A Time and A Place, pezzi aggressivi e tirati come non mi ricordavo. In ultimo, Infinite Space, un momento ricco di feeling e classe, un piacere ascoltarlo.

Rimane da parte mia una difficolta’ di fondo ad apprezzare i barocchismi nello stile di EL&P. Non solo per quanto prodotto dal buon vecchio Emerson con le sue infinite tastiere, ma anche  il modo di suonare la batteria di Palmer mi sembra spesso eccessivo e gratuito. A conti fatti pero’, queste sono le cose e i numeri che piu’ piacciono agli appassionati della band, o almeno credo… E poi questi ragazzi, perche’ dei ragazzi erano all’epoca del disco, nel bene e nel male avevano creato un genere, dono dato a pochi dal dio del tuono e del r’n’r’. Certo, con questi suoni poi loro ed altri hanno a volte pasticciato, e il passo fra un buon avventuroso prog e il Rondo’ Veneziano puo’ essere breve…

Da non fan, continuo a preferire il primo album e certe cose di Trilogy, ma il povero Tarkus, pur con i suoi alti e bassi, invecchia con dignita’. E chi lo avrebbe mai detto. (PB2012)

(Carl Palmer 1971)

TARKUS secondo BEPPE RIVA – RRRRR

E’ difficile immaginare cosa potesse significare l’uscita di un album particolarmente importante all’inizio degli anni ’70, quando si assisteva anche in Italia ad un vero e proprio boom della cosiddetta “musica underground”, che coinvolgeva un pubblico di differenti fasce d’età.

Dopo il fenomenale debutto di ELP che aveva dimostrato come il primo supergruppo degli anni ’70 fosse assolutamente tale, all’avvento di “Tarkus” si parlò di “attesa parossistica per questa uscita discografica bramata da tempo” (Ciao 2001), e da molti appassionati fu vissuta realmente come tale.

Incorniciata dall’iconica copertina di William Neal, la musica raccontava la violenta storia di Tarkus, sorta di mostro dell’inquinamento atomico che fondeva il corpo di un gigantesco armadillo su un carro armato; la sua nascita avviene attraverso un’eruzione vulcanica (“Eruption”), e la musica assurge a concetti di eccentrica epicità, ostentando scansioni ritmiche complesse e sonorità innovative, dal formidabile impatto dinamico; quelle stesse che inizialmente avevano suscitato il disappunto di Lake, anima melodica del trio, che rischiò lo split dopo un solo album! Recuperato alla causa e gratificato dal ruolo di produttore, il grande Gregorio si riscatta con il suo inconfondibile retaggio crimsoniano in “Stones Of Years”, ma subito dopo, nelle vittoriose battaglie di Tarkus con altre bizzarre creature, “Iconoclast” e “Mass”, metà animali e metà macchine, Emerson torna a dominare lo scenario musicale estraendo dal moog effetti rivoluzionari e provocando dissonanze che servono a ricostruire i toni feroci dello scontro fra gli immaginari titani di questa saga. Ma se le stregonerie di Keith Emerson alle tastiere, ed i livelli di eccellenza raggiunti da Greg Lake come bassista e cantante sono da tempo affermati, “Tarkus” è l’album della definitiva consacrazione per ‘ideale “collante” fra i due: Carl Palmer, batterista dal disegno ritmico turbinoso quanto poliedrico, un’autentica forza della natura.

Il pezzo di maggior effetto della suite, “Battlefield”, è firmato da Lake, che sfodera anche una turgida chitarra alla Eric Clapton nell’eroico commento sonoro della sfida finale di Tarkus con la Manticora, un mostro della mitologia greca che provocherà la morte del protagonista: la carcassa di Tarkus finisce nella corrente di un fiume, scivolando nell’acqua che è invece origine della vita. L’epitaffio è scritto dalla marcia solenne di “Aquatarkus”, ma se l’armadillo corazzato perisce, i venti minuti di musica a lui dedicati rappresentano un trionfo, ruggente sinfonia densa di clangori metallici e risoluzioni epiche!

A mio avviso nessun altro lavoro “sulla lunga distanza” saprà eguagliarla, nemmeno esercizi magistrali di Genesis, Yes, Pink Floyd e King Crimson.

Dopo un pezzo così impegnativo, che occupa l’intera prima facciata del disco, la leggendaria Trilogia privilegia un repertorio accessibile sul retro, assumendo a sua volta un atteggiamento più scanzonato e divertente. Fa eccezione “The Only Way”, dove Keith suona l’organo a canne citando la Toccata in F e Preludio VI di J.S. Bach, maestoso tributo alla musica colta, e Greg canta con la sua intonazione da perfetto “ragazzo del coro”; invece “Jeremy Bender” è un accattivante brano da saloon del West, scandito dal piano in stile honky tonk. Dopo la sperimentazione elettronica di “Tarkus”, il tastierista sovrano del rock ritorna spesso al pianoforte, conducendo l’incisivo crescendo di “Bitches Crystal” e le variazioni sul tema di “Infinite Space”. L’organo Hammond si impone invece nell’heavy-prog di “A Time And A Place”, che è classico stile ELP concentrato in tre minuti. Infine, “Are You Ready Eddy” è puro rock’n’roll dedicato al loro celebre tecnico del suono, Eddy Offord. Quella che superficialmente può esser considerata la facciata “leggera” a completamento di “Tarkus”, è in realtà la dimostrazione del formidabile talento del trio inglese nel suonare ogni genere di musica con classe inarrivabile, estendendo gli orizzonti della fusione fra rock, musica classica e jazz, già collaudata dai Nice, veri e propri precursori del progressive.

L’impatto di “Tarkus” fu enorme per influenza esercitata e successo conseguito (al n.1 in UK, rock polls dominati), e resta un album EPOCALE, che nulla ha perso del suo carisma. (BR 2012)

(Keith Enerson 1971)

TARKUS secondo GIANCARLO TROMBETTI – TTTTT

Tarkus…i tre senza chitarra elettrica.. elemento essenziale per un giovinotto dai gusti in formazione…M ricordo benissimo che fui affascinato dalla copertina, prima di ogni cosa, anche se l’esordio lo avevo già consumato su di un giradischi che avrebbe fatto inorridire chiunque già ai tempi. Ma non c’era altro a disposizione e dovevi adattarti. Il primo, piccolo, vero impianto venne decisamente dopo. Ricordo anche che lessi qualcosa circa la storia di un mostro poco definito ma chiamato Manticore, ma gli diedi poco seguito: la critica dell’epoca era agli esordi…e guardate cosa ha prodotto oggi come ultima generazione… Ma il disco…difficile, elaboratissimo, pieno di tempi, cambiamenti di suono, grondante perle nascoste ogni ciuffo di solchi. In tre parole: splendido, unico, affascinante. Difficile avere musica così bella e solare oggi, impossibile sperare che anche chi ha prodotto quella riesca a tornare a quei livelli. Per uno strano allineamento dei pianeti, il periodo che va dalla seconda metà dei sessanta verso la fine dei settanta, escudendo una folta manciata di eroi che hanno saputo andar oltre, ha donato ai secoli a seguire le melodie e le composizioni più geniali, creative ed irripetibiili di sempre. Dopo sarà necessario avvinghiarsi ai ricordi e alla fantasia personale per ricreare, per concedere noi ad altri quel credito che in quel periodo i musicisti si prendevano da soli. Si legge spesso nelle memorie di artisti sulla settantina che in quegli anni potevi comprare decine di album alla settimana ed erano tutti bellissimi. E’ tragicamente vero. Oggi, per ritrovare 40 minuti di sogno come quelli che ci ha regalato Tarkus, è necessario riempirsi di scatolette di plastica da 80 minuti, per non arrivare neppure agli stinchi di quelle emozioni. Tarkus è stato un macigno nello stagno e le sue onde rimbalzano ancora oggi. Chi non l’ha capito, amato, assimilato e l’ascolta ancora oggi con rispetto trovandoci ogni volta qualcosa di nuovo, non ha capito…”the famous fucking idea” di dove stiano i bandoli di questa musica. Tanto per citare Zappa. (GCT – 2012)

Il FAR AWAY HEART e l’alternate FIRE AND WATER dei FREE.

6 Ott

Sabato mattina, ti svegli alle sette e il primo istinto è quello di farti forza per poter affrontare la giornata. Scendi e ti immedesimi in quel velo di nebbia che in questo periodo ottenebra i campi…

(Nebbia sui campi – foto di TT)

Ti metti in macchina, attraversi Borgo Massenzio, a Gavassae il giorno non sembra ancora arrivato…

(Light dark and grey october morning in Gavassae – foto di TT)

Ti posizioni meglio sul sedile della blues mobile e inizi a fare mente locale. Non hai voglia di sentire niente stamattina, strano, qualcosa deve nascondersi lì dietro all’anima. Sintonizzi su RADIO CAPITAL. Sei Mutina bound, idraulico di prima mattina poi solito lavaggio, stiraggio, badantaggio di Brian. Man mano che avanzi lo senti il brusio che cresce dentro di te, cerchi di capirne le parole, il senso…sì certo, uno dei tuoi blues, ma quale sarà quello odierno? Dai una occhiata al sole, sembra indeciso, timido mentre cerca di sbucare sopra una delle frazioni di Saint Martin On The River che attraversi.

(Sole su Stiolo – foto di TT)

L’idraulico è più o meno puntuale, come il livello del blues che sale sale sale dentro di te. Lavo e preparo Brian, un caffè da Chen il cinese e la spesa al Conad del Newtower. Ti vedi dentro quel supermercato mettere nel carrello le cose scritte nel foglio che ti ha preparato tua sorella, cercare di tenere a bada Brian che attacca bottone con tutti, andare alla cassa e riempire i due borsoni in fretta prima che il cassiere debba aspettare troppo mentre tu accaldato tiri fuori il bancomat, paghi ed esci. Invece che prenderla con ironia, la prendi con ferocia e con un tono poco simpatico ti lasci andare un “zio pork an s’è mai vest Paul Rodgers fer la spesa al Conad con so pèder”.

(Paul Rodgers)

Risali da Brian, riponi la spesa in cucina, riscendi e porti Brian a Ninentyland, ti fermi da Lasimo dove prendi altre tue cose, riparti, arrivi a Mutina e riporti Brian in casa. Sono le 13,15 e sei già cotto. Abbracci e baci Brian (se non gli si da la mano e non lo si bacia Brian non è soddisfatto, è diventato un gran sentimentale) e riparti. Controlli il blues, cazzo è già al livello di guardia. In Macchina metti i TRAFFIC, ma forse peggiori la situazione…

Arrivi nel posto in riva al mondo, una bistecca, una birra, un southern comfort e ti metti sul divano a cercare di interpretare il blues che continua a farti sentire in prestito…ma Palmiro capisce il momento, le sue orecchie sbucano da sotto il divano, con un saltello è sopra di te, si sdraia sul tuo petto ed inizia a fare le fusa. Ti arrendi a questo terapeutico momento naturale dove due esseri viventi di specie diverse interagiscono…

(Tim e Palmir interagiscono – foto di LST)

Nel tardo pomeriggio di questo tiepido ottobre scendi in campagna in preda a vibrazioni blues che si fanno sempre più violente, vai dietro casa, osservi le campagne, ti toglie felpa e maglietta e il FAR AWAY HEART BLUES ti esce dal petto come un piccolo alien…la testa inizia a girare, l’equilibrio si fa instabile mentre lo sguardo arriva là, lontano oltre le colline, e si posa sulla Patagonia, su Santa Clara, su San Francisco, su Inglewood, su Baton Rouge, su Helena, e via via sempre più veloce più su verso New York, Chicago, Montreal…poi riscende sul New England, attraversa l’Atlantico, arriva nel Sussex, nella Snowdonia, nell’Olanda che è lontana dai nostri confini, nella Scandinavia. E poi ancora Leningrado, Isola di Sakhalin, Tokyo, Nagoya, Osaka, Perth …per poi cadere esausto sull”Africa orientale dove tutto ebbe inizio con le scimmie australi di quattro milioni di anni fa.

Ritorni in te e ti chiedi se troverai mai un po’ di pace in questa porca vita blues, se la smetterei finalmente di cercare il tuo nido di stelle, perché tanto lo sai che non esiste, tanto vale mettersi il cuore in pace e far tacere questi impulsi di fuga.

Torni in casa a testa bassa, ti chiudi in quella specie di studiolo che ti hanno concesso, scruti gli scaffali con i CD…ti viene in mente Picca quando dice che finisce sempre per ascoltare quei cinquanta album con cui è cresciuto. Già, ci vuole uno dei tuoi album, quelli che sono carne della carne, blues del tuo blues…scaffale deluxe edition, lettera F, FREE, FIRE AND WATER, disco 2 con alternate version…

Te lo ciucci tutto come fosse un biberon pieno di latte tiepido…FIRE AND WATER (US Album mix), OH I WEPT (Alternate Vocal Version), REMEMBER (New mix), DON’T SAY YOU LOVE (New mix) e via via tutto il resto. A fine cd le cose vanno un po’ meglio, il blues sembra regolare adesso, battito costante, maliconia sottocontrollo. Ti chiedi cosa sarebbe la tua vita senza la musica rock, la tua musica rock, quella vera, quella che ti tiene in vita…

Poi ti arriva all’improvviso un sms di un tuo amico, Liso… “MAKE OR BREAK pezzo dell’anno”…sorridi, solo con certi amici sono possibili queste gustosissime incursioni rock sopra le righe. Gli rispondi “Sei un mito”, e lui di rimando “Pochi accordi…LA maggiore dritto e pochi cazzi. Questo è rock”. Digiti sulla tastierina del tuo Galaxy “FIRM miglior gruppo di tutti i tempi, dopo SANTANA”. E lui “Esàat”.

Ecco, il rock e gli amici venuti col rock. Sono vivo grazie a loro.

INTERVALLO: batterista su autoveicolo

3 Ott

(John Bonham dei Led Zeppelin)

Gente insospettabile che pensa che MADONNA sia rock

1 Ott

Tempo fa su Facebook mi chiese l’amicizia una donna con cui avevo amici in comune. Gliela confermai volentieri l’amicizia, pareva una donna rock, cantava in diversi gruppi rock e cose di questo genere. Nel corso del tempo vidi i suoi interventi e quasi tutti erano di tenore rock. Scomoda la ragazza, pensai più volte.

L’altro giorno ebbi una sorpresa: la ragazza in questione è diventata la cantante di un tribute band di Madonna. Rimasi colpito, non in modo positivo naturalmente. Come si poteva coniugare il rock con una cantante di pessima musica commerciale senza nessuna dote particolare? Nel pubblicizzare un prossimo concerto la vedo postare il seguente commento:

MTG (madonna tribute girl) “D’YOU LIKE ROCK AND ROOOLL?????D’YOU WANNA DANCE??YEAH. A NEW HOT MADONNA ROCK TRIBUTE IS COMING TO MAKE YOU SHAKE YOUR ASS AND CRY OUT YOUR……”

Io lo so, dovrei fregarmene e passare oltre, magari nascondere i suoi aggiornamenti, ma non ci riesco, quando si nomina il Rock senza cognizione di causa mi indigno. Così le rispondo ed inizia un piccolo confronto:

TT Scusa, ma cosa c’entra il rock and roll con Madonna?”

MTG “La Regina del Pop ha incontrato l’Anima Passionale e gli Istinti più Carnali del Rock… e da questa unione sono nati i (nome della tribute band), un concentrato di energia, sonorità potenti e…. il resto ti tocca vederlo dal vivo!!! Fidati, Madonna c’entra con il Rock molto più di quanto tu possa credere!”

TT Mi dissocio, Madonna è tutto fuorché rock. Musicalmente, spiritualmente, culturalmente.”

MTG Non parlare prima di aver sentito… date in arrivo, sei pregato di ESSERCI! :)”

TT Mi spiace, sono curioso di vederti, molto curioso, ma non in quel contesto.”

MTG “Ok, te lo farai raccontare… ;) e chissà che i contesti non si allarghino!”

AMICA di MTG Tim… Madonna ha iniziato la sua carriera di musicista suonando la batteria in una rock-band. Nei suoi live fa sempre canzoni ri-arrangiate in versione rock…suonando la chitarra elettrica. Vai a vedere Ilaria, io ci vado. Sono sicura che ne varrà la pena !”

MTG “Sapevo che non avrei avuto bisogno di aggiungere altro: chi conosce Madonna sa quanto può essere ROCK!!!”

AMICA di MTG Anche shakira suonava la batteria, e ascolta led zeppelin, nirvana, ac/dc… e ha fatto molte canzoni rock. il rock “inizia” grandi donne :) come te, e me chiaramente ! ahah”

AMICO di MTG Anch’io ero molto prevenuto su miss Ciccone tempo addietro, ma poi… ;)”

TT “Ma voi siete pazzi.Madonna fa musica di merda. Se vi piace nessun problema ma non tirate in ballo il Rock.”

AMICO di MTG “A quanto pare su questo argomento, meglio non titare in ballo te… :)”

THai ragione, tolgo il disturbo.”

MTG “Come direbbe Madonna: “Che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”!! E a quanto pare questi Lucky Star stanno già facendo sollevare polemiche, proprio come la Regina… Siamo sulla buona strada! ;)”

Ora, che cavolo di senso ha “e chissà che i contesti non si allarghino!”? Quali sono i contesti che devono allargarsi? Qui non c’è contesto. Madonna non ha nulla a che vedere col rock, metterli in relazione è come dire sono di sinistra ma anche di destra, tengo l’Inter e anche la J**e…e non si discute sulla bravura o meno della tipa in questione e della sua band.

Io già faccio fatica ad elaborare certi accostamenti all’interno del rock, voglio dire una volta ho visto la band di Lorenz proporre in concerto ROCK AND ROLL NIGHT dei KISS e un pezzo dei SEX PISTOLS (non ricordo quale). Accostamento alquanto bizzarro per chi ha una certa cultura rock, ma tutto sommato restiamo all’interno del mondo rock che sappiamo avere mille sfaccettature, e quindi è un imbarazzo che si può superare.

La faccenda di Madonna però no, quella non si supera, anzi la si combatte. E me ne infischio se corro il rischio di apparire chiuso e ripiegato sul rock di un certo tipo, perché tanto non è così.

E non ce l’ho nemmeno con l’easy listening, che se fatto bene è assai piacevole, quello che tutti ora chiamano Pop. Michael Jackson ad esempio non mi piace ma gli riconosco un gran talento, sapeva cantare e ballare benissimo, e sapeva scrivere grandi canzoni. Ma Madonna !? Donna di gran temperamento e determinata, ma cantante mediocre, ballerina mediocre, autrice inesistente. Ha avuto successo, buon per lei, ma la società (specie quella di questi ultimi tempi), si è specializzata nel preferire un intrattenimento artistico di livello assai basso.

Già siamo in tempi difficili, i nuovi nomi del rock sono quasi sempre una pallida sfumatura del rock che fu, se dobbiamo anche sopportare che ci facciano passare per rock musicaccia che rock non è, beh, allora è l’ora della lotta.

Il blues che ti arriva da TELEPHONE LINE della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA

28 Set

Sono alle porte di Stonecity, ho appeno finito di ascoltare LATERAL su RADIO CAPITAL e il radiogiornale delle 9. Sono in leggero ritardo, ma in questi giorni me la prendo comoda, il periodo più impegnativo è alle spalle, ora ci aspetta qualche settimana di relativa calma. E’ un venerdì di inzio autunno, a Laròby fa schifo questo periodo, ma io mi ci ritrovo in questa stagione un po’ malinconica.  Il cielo è nuvoloso ma il sole lo “senti” (feel) dietro a quella cortina grigio-azzurra, la temperatura è tiepida, il venerdì si preannuncia tranquillo, neutro. Ieri sera, dopo essere stato dal vecchio Brian, ho sentito al telefono Paolino Lisoni. 15 minuti di confronto filosofico-esistenziale sull’essere amanti della musica rock. E’ un po’ più giovane di me Paolino, ma a volte mi da dei punti. Ci penso stamattina alla nostra chiacchierata e al fatto di avere amici illuminati con cui condividere questa cazzo di porca vita blues. Vita che non è sempre porca, intendiamoci, ma a volte vorremmo trovare un significato al senso del blues che ci prende allo stomaco. Con Liso condivido – tra le miriadi di altre cose – anche l’amore per Carletto Santana, quello fino al 1977/78, quello che abbiamo più o meno vissuto in diretta. E’ stato divertente ridere del fatto che conosciamo benissimo INNER SECRETS, che in fondo  amiamo ma solo perché ci ricorda la nostra giovinezza. Album che abbiamo comprato con entusiasmo ma che segnò la fine del SANTANA che piace a noi. Bello però avere qualcuno con cui ironizzare su masterpiece come OPEN INVITATION…

In questo periodo oltre alla galassia MOUNTAIN, sto ascoltando molto SANTANA, quello più trascendentale e meno sudamericano, quello che piace a me e a Paolino, insomma quello di CARAVANSERAI…

Oltre ai MOUNTAIN e SANTANA, sento anche parecchia ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA, così dopo il radiogiornale clicco il pulsantivo CD sul carstereo. C’è la parte finale di DO YA da un best of che tengo in macchina. Il pezzo finisce, mi appresto ad affrontare un larga curva nella zona di sud ovest di Stonecity, quella da cui puoi goderti le colline in tutto il loro splendore. Poi parte TELEPHONE LINE e così, all’improvviso, senza nessun motivo particolare inizio a piangere. Sono lacrime riservate, calde, educate, ma decisamente lacrime. Mi conosco, sono conscio della mia essenza blues, ma la cosa mi fa riflettere. Cerco di capirne il motivo…visto anche il testo, rigurgiti di amori passati ormai lontani? Sfaccettature di tempi più recenti relative ad amori correnti? Nostalgia della giovinezza, il momento in cui scoprii l’ELO grazie a questo pezzo? Il brano è del 1976, ma io devo averlo sentito uno o due anni dopo, ai tempi di OUT OF THE BLUE, quindi nel 1977/78. Julia mi diceva che invidiava la mia capacità di sentire (feel) la musica in modo così profondo…sì, certo, ci si sente vivi, si provano forti emozioni, però…può un’uomo della mia età mettersi a piangere solo perché ascolta TELEPHONE LINE della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA?

Hello. How are you?
Have you been alright, through all those lonely lonely lonely lonely lonely nights
That’s what I’d say. I’d tell you everything
If you’d pick up that telephone yeah yeah yeah

Hey. How you feelin?
Are you still the same?
Don’t you realize the things we did, we did, were all for real, not a dream?
I just can’t believe
They’ve all faded out of view yeah yeah yeah yeah yeah

Doowop dooby doo doowop doowah doolang
Blue days black nights doowah doolang

I look into the sky, the love you need ain’t gonna see you through
And I wonder why the little things you planned ain’t coming true

Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight

Ok. So no one’s answering
Well can’t you just let it ring a little longer longer longer oh oh ooohhhhh
I’ll just sit tight through shadows of the night
And let it ring for evermore oh oh ooohhhhh yeah yeah yeah

Doowop dooby doo doowop doowah doolang
Blue days black nights doowah doolang

When I look into the sky, the love you need ain’t gonna see you through
And I wonder why the little things you planned ain’t coming true

Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight
Oh oh Telephone Line, give me some time, I’m living in twilight

La visita pastorale al Cersaie 2012 e l’owner of a bluesy heart

27 Set

Avete presente il video di OWNER OF A LONELY HEART degli YES, no? Quando il tipo che viene portato via riceve delle scosse misteriose che lo scuotono da capo a piedi? Ecco quello ero io ieri in fiera a Bonomia.

Insieme a Kerlo, Lakèrla e Sarwooda me ne andavo più o meno allegramente tra i padiglioni, fermandomi in visita pastorale dai clienti sui loro grandi stand, discutendo di contenuti di comunicazione, di nuovi prodotti e del finto legno (tutti quest’anno propongono il finto legno, fatto di gres porcellanato) quando all’improvviso venivo colpito da scosse che mi scombussolavano. Un momento prima ero ospite di un cliente che gentilmente ci offriva un prosecchino (che io e Sarwooda naturalmente abbiamo dovuto rifiutare vista la nostra never ending dispepsia …mica potevo chiedere un prosecco fuori frigo) e il momento dopo ero trafitto da una scossa con cui venivo trasportato in un’altra dimensione dove ballavo al ritmo di EVIL WOMAN della ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA…

Mi ci è voluto un po’ per riprendermi, un caffè offerto da Kerlo per festeggiare i 10 anni dall’apertura della nostra aziendina e quattro chiacchiere con Lorry – uomo di blues – che incontro per caso, anche lui in fiera per lavoro.

(Factory 10th anniverary: Kerlo, Tim, Lakerla – foto di SWD)

Cliente successivo, la titolare ci accoglie con sincero affetto, ci fa accomodare su divani di design, ci offre da bere e qualche stuzzichino.

(Kerlo e Tim – foto di SWD)

Guardo i nuovi prodotti, la gente che passa, le migliaia di cinesi sempre pronti a fotografare tutto, giovani uomini vestiti di tutto punto e zac, altra scossa altra dimensione…stavolta sono a Dallas nel 1972 a bordo palco di un concerto di WEST, BRUCE & LAING. Il power trio è alle prese con KEEP PLAYING THAT ROCK AND ROLL, tiratissimo brano degli EDGAR WINTER’S WHITE TRASH…

Un panino sgranocchiato in uno dei bar della Fiera e di nuovo in giro. Ogni tanto qualcuno di noi incontra un conoscente e allora ci si ferma, si parla, ci si guarda intorno. Cerco di star concentrato. Qualche cliente dopo naufrago sullo stand di Mixi. Ci scambiamo di nascosto un po’ di materiale…roba forte: cd di ROD STEWART con JEFF BECK 1968/69/84. Parliamo un po’, poi lo abbraccio e lo saluto…

(Tim e Mixi – foto di Kerlo)

Sono di nuovo in mezzo al via vai di gente e la sento arrivare, questa è una scossa lunga, potente, profonda…sono sul palco al Madison Square Garden con il mio gruppo a suonare i nostri pezzi, pur coinvolto fino in fondo nella corto circuito temporale di questa follia capisco che questa è troppo grossa, allora scalo dimensione e mi ritrovo sul palco del Forum di Assago, uhm ancora troppo, un salto sul Palasport di Mutina per poi trovarmi definitivamente sul palco del Vox di Ninentyland, ecco…forse  è meglio.

Ormai la visita volge al termine, siamo così cotti che per tornare verso l’uscita Nord della fiera prendiamo uno dei tre trenini interni che girano senza sosta da un capo all’altro. Pago i 17 euro 17 del parcheggio multipiano e insieme a Sarwooda e Lakerla mi butto in autostrada. Tardo pomeriggio, il sole che ha la testa tra le nuvole, quel vecchio cuore blues che mi scatena tutte quelle scosse…e mi ritrovo su un pullman, passo attraverso campagne, città, luoghi improbabili, lì con i miei amici alle prese con TINY DANCER di ELTON JOHN, alzo lo sguardo e davanti ho… una canzone nuova e una città per cantare…

E arriva la sera, a casa solo, la speed queen è a correre in chissà quale kartodromo, aspetto che inizi la partita dell’Inter che guardo insieme Mario…un 2 a 0 sofferto, bruttino, noioso…e allora meglio tornare ai sogni di rock and roll…

50 anni di ROLLING STONES

25 Set

I Rolling, insieme ai Bad Company e se vogliamo agli Elp, sono stati gli unici che per alcuni giorni hanno fatto traballare il primato dei Led Zeppelin nel mio cuore. Per 48/72 ore ho davvero meditato se dedicarmi completamente o meno al rock and roll, quello vero e autentico, al rock puro insomma… quello che non ha bisogno di nessun altro aggettivo, termine o ghirigoro che lo preceda (hard, progressive, punk, dark, funk, jazz etc etc). Quando sentivo Mick e Keith duettare nel loro periodo migliore mi sembrava di essere rapito – nei sensi –  da un mondo e da un modo rock che mi pareva ineguagliabile. Finivo poi per tornare a casa da miei amati LZ, ma la bellezza del rock è che puoi amare tanto così tanti gruppi che alla fine non ti sembra vero. Quando Polbi mi ha chiesto se poteva scrivere qualcosa per il 50ennale dei Rolling non ho potuto fare a meno di entusiasmarmi: la penna di Mr Barone al servizio della Greatest Rock And Roll Band…che meraviglia! Lo scritto lo trovate qui sotto, mi sembra sia magnifico, Polbi ci sa fare. Come sempre io e lui la vediamo in modo leggermente diverso. E mica solo con lui, nel corso degli anni ho capito di essere un fan atipico della band: a me ad esempio Brian Jones non dice granché, non penso che i RS siano tali perché ci sono certi musicisti in formazione…dati Jagger e Richards si poteva aggiungere più o meno qualunque musicista inglese di quel periodo che sarebbe cambiato poco. Il concetto “gruppo” è fondamentale, sono questi ensemble di musicisti che hanno fatto la storia del Rock, ma il perno su cui i gruppi si arrotolano funge da caratteristica primaria. Sì certo, Charlie Watts, Wyman … persino Ron Wood ma per me i Rolling sono essenzialmente Mick & Keith, quelli dal 1968 al 1982, quelli di Tumbling Dice, Moonlight Mile, Winter, No Expectation, Silver Train, Coming Down Again, I Got The Blues, Faraway Eyes, Memory Motel, Waiting On A Friend…Il tour 1972/73 credo sia stato uno degli eventi live più alti della intera storia del rock e Brussels 1973 è uno dei migliori dischi live di musica rock di tutti i tempi. I Rolling Stones sono forse il capitolo più importante della storia del rock e della musica popolare contemporanea…non credo ci sia da aggiungere altro. (Tim Tirelli)

Il mio amico Roberto Calabro’, giornalista musicale del gruppo Repubblica –  L’Espresso e di infinite testate di settore, sta per partire un mese per Londra.  Ci siamo presi un caffe’ in un bel bar di Reggio Calabria e mi ha raccontato un po’ dei suoi programmi di lavoro londinesi. Lui e’ un grandissimo esperto di garage rock and roll, conosce milioni di band ed e’ una vera e propria autorita’ internazionale per il rock underground australiano. Non solo, ha anche scritto “ Eighties Colours “ un bellissimo librone illustrato sulla neopsichedelia italiana anni ’80. Insomma, non certo un appassionato di rock mainstream il mio amico…Ma, mi dice che in questo viaggio spera di coronare un suo sogno, intervistare Keith Richards, chitarra e anima della sua band preferita, gli Stones. E di loro continuiamo a parlare in un caldo pomeriggio calabrese.

Quante volte mi e’ successo, incontri persone molto distanti dal classic rock, gente che vive di musica ma non ama passare il tempo ad ascoltare nessuno dei grandi nomi, e poi ti dicono di essere fan terminali dei Rolling Stones.

Poi al tempo stesso mi viene in mente mia zia sessantenne, che di musica rock proprio non si interessa come la stragrande maggioranza degli italiani, ma sentendo Simpathy for the Devil alla radio mi dice, questi mi piacciono, devo anche avere un loro disco da qualche parte! Queste cose, penso, succedono solo con loro.

Solo gli Stones riescono a comunicare emozioni ad un pubblico cosi’ vasto. Sia a chi ascolta musica per sbaglio che al musico dipendente piu’ hard core. Da cinquant’anni. 50 tondi, tondi non so se mi spiego. Solo gli Stones. Solo loro sono riusciti nei decenni a costruirsi una credibilita’ e un rispetto assoluti che si basano sui loro successi quanto sui loro fallimenti. Perche’ in un viaggio lungo mezzo secolo ne hanno passate di tutti i colori, dalle stelle alle stalle, piu’ volte su’ e giu’, e noi con loro. Noi con le nostre vite cosi diverse e al tempo stesso cosi simili, noi che ci sentiamo un giorno Street Fighting Man e il giorno dopo sappiamo che non possiamo sempre avere quello che vogliamo. Noi che tutti insieme, da cinquanta anni a questa parte, andiamo in giro per il mondo come Charlie Watts e sognamo di vedere nello specchio Brian Jones. Noi che quando gli anni passano pensiamo a Keith e Mick, ancora Glimmer Twins in piena terza eta’, bellissimi, con le loro rughe le mani nodose e gli occhi da ragazzi.

Solo gli Stones ci hanno fatto passare ore a discutere su quale fosse il periodo migliore, quello con Brian, l’epoca di Mick Taylor o il regno di Ron Wood. Musicista eclettico il primo, con il suo look inarrivabile e la sua personalita’ umana ed artistica, e’ diventato un icona tragica degli anni ’60 e di tutta la cultura rock, lasciando un segno indelebile sulla band e su tutto che dura ancora oggi. Poi fu la volta di Taylor, con il fascino del ragazzino alla corte di satana, e la sua chitarra dai mille colori a rendere gli album di quel periodo forse i piu’ belli di sempre. Infine il giullare Ronnie, per certi versi spalla ideale di Keith, sul palco e nella vita piu’ che nei dischi, ha portato una ventata di allegria in una band che sembrava in ogni momento dover finire male. E invece, anche grazie a lui, eccoci qui che festeggiamo mezzo secolo di rock and roll.

E ancora, quante volte ci siamo ritrovati a fantasticare su chi avrebbe dovuto prendere il posto lasciato da Mick Taylor, e di come sarebbe potuto evolvere il suono della band. Magari con Beck o Johnny Winter al posto di Woody.

Con loro abbiamo scoperto il fascino e la bellezza di Anita Pallenberg, Marianne Faithfull, Bianca Perez, Jerry Hall, e ci fermiamo qui che basta e avanza a far girare la testa di chiunque, uomo o donna non importa…

(Anita Pallenberg)

Li abbiamo seguiti a Villa Nellcote in costa azzurra, magari nelle pagine ormai ingiallite del libro di Tony Sanchez, o nelle belle fotografie in bianco e nero di Dominique Tarle’. Ci siamo persi mille volte con loro,nei sotterranei della villa immaginando le registrazioni di Exile, nella piu’ completa decadenza r’n’r’ che si possa concepire, per poi venirne fuori con un fiume di canzoni immortali, fiori del male elettrici. O anche in un bar di Positano in tarda primavera con Mick, Marianne, Anita e Keith che scrivevano Wild Horses, oppure persi in una dolce vita psichedelica nei giardini di Villa Medici a Roma, dove qualcuno che conosco giura di averli incontrati.

Solo nei dischi degli Stones e alla loro corte abbiamo visto riuniti Bobby Keys, Nicky Hopkins, Ian “Stu” Stewart, Lisa Fischer, Jimmy Miller, Andy Jones, Billy Preston, Chuck Leavell, Darryl Jones, Nick Kent, Truman Capote, Ahmet Ertegun, Andrew Oldham, Mario Schifano, Andy Warhol, Bill Graham, Hells Angels, Martin Scorsese, Garam Parsons, Jimmy Page, Claudia Cardinale, Paul Getty, Kenneth Anger, i Marsigliesi… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, tutti al tempo stesso mischiati a migliaia di fans, groupies, loschi figuri, spacciatori, giornalisti, fotografi. Il Jet Set e la feccia dell’umanita’ riunito dagli Stones, come in un grande Rock and Roll Circus, specchio del secolo scorso.

Ci siamo intristiti mille volte pensando alla parabola discendente di Brian, alla fine del suo sogno, annegato in una notte di mistero nella piscina maledetta di Winnie the Pooh.   Non ci abbiamo mai voluto credere che fosse stata solo colpa sua, ci siamo letti le inchieste abbiamo seguito gli sviluppi, abbiamo fatto anche noi mille congetture ed indagini, arrivando ognuno alla sua personale conclusione. Per anni siamo stati arrabbiati con gli altri della band per averlo allontanato in quel modo, per aver tenuto quello strano, bellissimo, show ad Hyde Park. Ma poi la vita ci ha posto di fronte a situazioni complesse, ci ha svelato lati di noi che non sapevamo di avere, e finalmente abbiamo capito che alle volte le strade degli umani si dividono. E non sempre e’ facile gestire il come e il quando, non sempre se ne esce bene.

Con loro siamo stati ad Altamont, in una notte di follia e violenza. Ci siamo impressionati e schifati, queste cose nel rock, nel nostro mondo, non dovevano succedere. Invece si, la realta’ oscura delle cose entrava anche nei nostri raduni, nelle nostre zone temporaneamente autonome, nei nostri spazi liberati. Ci siamo arresi e abbiamo lasciato a Keith l’ultima parola, quando ha detto che in fin dei conti ad Altamont una persona era morta ed un bimbo era nato, conto pari.

Con gli Stones abbiamo imparato il rispetto della cultura afroamericana, abbiamo riscoperto i veri bluesman, la Chess records, Chuck Berry, Ike & Tina. Ci siamo innamorati delle loro cover, per poi scoprire gli originali, e amarle ancora di piu’. Mick, Keith e Brian ci hanno portato per mano alla scoperta di questo immenso patrimonio culturale, abbattendo muri di razzismo mentre altri andavano allegramente in tour nel sudafrica dell’ aparthaid, vendendo la propria dignita’ per una manciata di dollari.

(Mick Jagger e Muddy Waters 1981)

E poi la musica, le canzoni. Ecco, con loro fare un elenco di canzoni memorabili non serve a niente per quante ne hanno fatte. Una cosa impressionante, solo con il materiale prodotto, tanto per dire, ai tempi di Aftermath, un altra band, anche di primissimo piano, avrebbe campato di rendita nei secoli dei secoli. Per loro e’ stato un passaggio. Beggars, Let it Bleed, Sticky Fingers…e via fino a Tattoo You tutto era ancora a venire. Solo gli Stones possono vantare venti anni di carriera discografica a questi livelli. Seguiti fino ai giorni nostri da una serie interminabile di concerti in stadi, arene, teatri, club, roba da restare a bocca aperta.

Sempre con grande onesta’, i problemi di convivenza nel gruppo, le liti, i dissapori, persino le malattie e i lutti personali sono sempre stati affrontati a viso aperto. Nessuno ha giocato alla grande famiglia felice quando non era il caso, e spesso il businness ha giocato un ruolo di collante quando le cose stavano andando veramente a rotoli. Non ne hanno mai fatto mistero, non si sono mai eletti ad anime belle, anzi.

Pero’ siamo sempre usciti dai loro concerti felici come bambini, noi quanto loro, su questo non ci piove.

Sono stati una scomoda spina del fianco per l’ordine costituito i Rolling Stones. Hanno liberato energie positive, sovversive, ma anche violente: Ai loro concerti ci furono i primi scontri fra polizia e pubblico del rock. Sono stati sperimentatori, consumatori e tossici di ogni droga possibile ed immaginabile. Hanno mischiato identita’ sessuale e rotto le regole, sono stati pedinati, arrestati, processati, condannati, schedati. Rifiutati alle frontiere, perquisiti, multati. Di fatto la terra promessa del rock, con loro, e’ diventata una repubblica pirata itinerante autonoma dal resto del mondo. Non penso abbiano mai realmente pensato di potere o volere cambiare il mondo, ma lo hanno fatto, eccome se lo hanno fatto, il loro e’ un contributo inestimabile alla controcultura del novecento e ai cambiamenti da essa determinati. Hanno ispirato mode, comportamenti e stili, mentre creavano un suono, che forse piu’ di ogni altro sarebbe diventato la colonna portante del rock a venire.

Buon compleanno Mick, Keith, Brian, Bill, Charlie, Mick, Ron…Buon compleanno a voi, a noi, e alle nostre emozioni… Quanto ci siamo divertiti!!!

Paolo Barone ©2012

(Rolling Stones dal vivo nel 1972)