Doc mi invia un link di un articolo apparso oggi su IL CLUB DELLA LETTURA de IL CORRIERE DELLA SERA. Lui lo ha giudicato commovente, io l’ho letto volentieri.
Ve lo propongo.
http://lettura.corriere.it/quando-decollo-il-dirigibile-del-rock/
Doc mi invia un link di un articolo apparso oggi su IL CLUB DELLA LETTURA de IL CORRIERE DELLA SERA. Lui lo ha giudicato commovente, io l’ho letto volentieri.
Ve lo propongo.
http://lettura.corriere.it/quando-decollo-il-dirigibile-del-rock/
Polbi è un po’ il nostro Raymond Carver, le sue storie, il mondo in cui le racconta…quei blues americani interpretati con accenti provenienti da Roma e da Scilla, quella sua visione della vita così libertaria, attenta, curiosa e soprattutto rock and roll. Polbi, ah, uno dei nostri fiori all’occhiello.
–
Camminando lungo le strade della vita facciamo tanti incontri. L’INCONTRO
Le persone ci raccontano le loro storie, aprono i cassetti dei ricordi. Alle volte fa un po’ male, spesso se ne sente il bisogno. Condividiamo gioie, piccole allegrie, tristezze. Condividiamo emozioni. Ci incontriamo, ci conosciamo e ci riconosciamo negli altri. Queste sono alcune storie di incontri, così come mi sono state narrate dai diretti interessati, parole di vita vissuta.
L’INCONTRO DEL SOLDATO
Mi avevano spedito in Germania. Stavo facendo il servizio militare, allora era obbligatorio per tutti non come oggi, e mi mandarono in Europa con una nave. Impiegammo dieci giorni, di cui la metà nel mare in tempesta. I miei compagni soffrivano molto, io invece me la sono cavata bene, forse perche’ ho speso tanto tempo in barca, a pesca. Come prima destinazione fui assegnato ad una base americana vicino a Francoforte. Dopo pochi giorni mi dissero che nel tempo libero se volevo potevo frequentare un club, non ricordo bene il nome, sono passati tanti anni, insomma era il posto dove ci riunivamo la sera noi ufficiali. C’era un ristorante, un piano bar, la birra alla spina, niente di speciale ma tutto sommato piacevole. Feci anche amicizia con alcuni tedeschi che ci lavoravano. Gente molto simpatica, mi smontarono subito quando dissi che la nostra presenza in Europa serviva a proteggerli dal pericolo sovietico. Mi dissero che eravamo lì solo per difendere gli interessi economici Americani. Avevano ragione, non feci fatica ad ammetterlo. Cosi’ passarono le mie prime settimane da ufficiale di leva dell’esercito americano in Germania, piacevolmente, senza particolari incombenze. Un pomeriggio mi dissero di andare al club dopo cena che ci sarebbe stato un piccolo concerto, uno spettacolino. Ovviamente, non avendo nulla di meglio da fare, andai. Appena entrato, tempo di sedermi al tavolino con la mia birra, inizia il concerto. Si spengono le luci e sul palco sale Elvis. Si’, proprio lui, Elvis Presley. Era anche lui militare come me, come noi, anche lui di stanza in Germania. Ancora pochi giorni e sarebbe rientrato negli States, almeno così ci disse. Il concerto fu molto divertente, pur non essendo io un grande fan della sua musica. A me piaceva piu’ il country, Johnny Cash piu’ di tutti. Pero’ e’ stato bello vedere Elvis suonare di fronte a me, non eravamo piu’ di cento persone nel club quella sera. E’ stato bello incontrarlo in quel contesto umano, lontano dagli States. Un incontro che ricordo con piacere e che ti racconto oggi, che ho settantacinque anni, con un po’ di emozione e nostalgia.
L’INCONTRO DELLA RAGAZZA
In quel periodo lavoravo nel miglior topless bar di Detroit. Un posto molto in, ci facevi soldi a palate ballando per qualche ora, le altre ragazze erano molto simpatiche, i Dj’s pure. La clientela era selezionata, non abbiamo mai avuto il minimo problema. E poi c’erano questi colossi, questi addetti alla sicurezza che solo a vederli passava la voglia a chiunque di fare cazzate. Per lo piu’ venivano businnessmen, uomini d’affari, manager, imprenditori. Persone molto ricche e sole, ti davano un sacco di dollari solo per vederti ballare e stare un po’ in compagnia, in un ambiente allegro e spensierato. Alle volte piu’ che andare a lavorare mi sembrava di andare ad un party con le mie amiche. Ovviamente anche le rockstar in tour e non passavano da lì. In pochi mesi avevo visto arrivare Gene Simmons e i Black Crows al completo, con i quali abbiamo anche fatto amicizia e siamo andate insieme a loro al concerto. Il cantante se la tirava un po’, ma il resto della band erano veramente ragazzi semplici e simpatici, ci siamo divertite un mondo con loro! Poi un giorno arrivo al bar e una ragazza mi dice che al piano di sopra c’era Slash, il chitarrista dei Guns & Roses. In quel periodo i Guns erano veramente all’apice, cosi siamo andate un po’ tutte a vedere che tipo fosse. Ma che vuoi farci, non solo non mi sembrava simpatico, ma non c’era verso che cacciasse un dollaro. Pero’ le ragazze erano tutte lì intorno, completamente prese dal suo fascino di rockstar ombrosa. Dopo un po’ arriva da me il proprietario del topless bar e mi chiede chi fosse quel tipo che si atteggiava a superfico e non spendeva un soldo. Glielo dissi, il boss non aveva proprio idea di bands e cose del genere. Non solo, quel capellone proprio non gli quadrava. E allora ando’ al tavolo del chitarrista e piazzandosi a pochi centimetri dai suoi ricci gli urlo’, senti un po’ Splash o come cazzo ti chiami, questo e’ un bar onesto, io non ho idea di chi sei e da dove vieni, ma se vuoi restare qui bisogna che incominci a tirare fuori un po’ di dollari capito?! Scoppiammo tutte a ridere, ma a ridere con le lacrime, vedendo la faccia di Slash che questa proprio non se la aspettava! Il suo fascino da bello e dannato fu definitivamente spazzato via dalle nostre risate, e capita la situazione, lui e i suoi due amici uscirono dal bar con la coda in mezzo alle gambe. A distanza di anni ancora ci penso e mi viene da ridere, …Splash o come cazzo ti chiami!!!
L’INCONTRO DELL’OPERAIO
Quel giorno avevo appena finito il turno in carrozzeria, verniciatura macchine. Anche se suono in tre differenti bands, anche se andiamo in tour e produciamo dischi, i soldi non bastano per vivere, quindi appena posso vengo a lavorare da questo mio amico che ha una carrozzeria in una zona poco raccomandabile di Detroit, ma che ci vuoi fare, bisogna lavorare. Ti dicevo, finita la giornata un amico mi passa a prendere e andiamo a vedere degli amplificatori in uno dei negozi migliori che abbiamo da queste parti. Un posto grandissimo, ci trovi di tutto, dalle Fender e Gibson originali, roba da decine di migliaia di dollari, a modelli intermedi usati e non, fino alle produzioni piu’ recenti ed economiche. Stanze e stanze piene di amplificatori e chitarre. Noi arriviamo e tutti ci salutano, capirai siamo sempre lì che traffichiamo per un motivo o l’altro, sai come siamo noi musicisti…Fatto sta che arriva un commesso e mi dice, guarda che di la’ c’e’ Bob Seger che prova qualche chitarra…E io, come tu ormai ben sai, sono un rompipalle nato, un punk detroitiano che ha sempre voglia di farsi una risata…Insomma, non so da dove mi e’ venuta, ma entro nella stanza e vedo Bob Seger. Lui mi guarda e io subito gli dico, hey tu sei Bob Seger vero?! Hey! Mi piace tantissimo la cover che hai fatto di quel pezzo dei Metallica! Grande! E lui serio serio mi fissa per un secondo sibilando fuck you man, fuck you. E noi giu’ a ridere…Great guy Bob, great guy!
L’INCONTRO DEL MANAGER DI SALA
Tempo fa, durante una serata di R’N’R’ particolarmente torrida e divertente ho incontrato il mio amico JP. Dovreste vederlo JP, e’ una specie in via d’estinzione, merce rara. Uno di quei tipi che attraversano la vita con un ottimismo e un allegria contagiosi. Mai, dico mai, l’ho visto lamentarsi, essere di cattivo umore. Posso solo imparare da un tipo come lui. Di lavoro fa il manager di sala al Casino’ di Detroit. Il che vuol dire che e’ responsabile del normale svolgimento di un settore enorme del Casino’, centinaia di slot machines, poker elettronici, giochi di carte, e altri azzardi tipici di questi posti. Io pur essendo un appassionato lettore di Tommaso Landolfi, non ho mai subito il fascino del gioco, anzi, proprio mi lascia indifferente e un po’ borghesemente preoccupato. Sono andato a trovarlo al lavoro una volta e mi e’ sembrata una situazione surreale, luci, suoni, colori, gente di tutti i tipi. Giocate da cinquanta cents e da cento dollari tirate lì con la stessa indifferenza, meccanicamente. Non fa per me. Torniamo a noi, dicevo che quella sera JP era come sempre di leggero buon umore, e mentre scambiavamo quattro chiacchiere da fine serata, si alza in piedi di scatto e mi dice “Non hai idea che mi e’ capitato giorni fa al Casino’! Ero li che facevo le solite cose quando ricevo una chiamata da una assistente di sala. Un tipo ha appena vinto seimila dollari alla slot machine, e non ha affatto l’aria di una persona qualsiasi. Quando ci sono vincite un po’ consistenti, io come manager di sala, devo andare personalmente a seguire l’incasso della giocata e a verificare i documenti della persona. Normalissima routine, mi capita piu’ volte al giorno, ma la mia assistente che dice questo tipo ha un aria strana…la cosa mi incuriosisce…arrivo la’ e mi trovo davanti Lemmy! Fuckin’ Lemmy man! Soo cool man, so cool…Lui, ma proprio lui, come lo vedi nelle foto sui dischi, tutto vestito di nero, il cappello da cow boy, gli stivaloni, la cinta e tutto il resto, in compagnia di una bionda mozzafiato. Gli chiedo i documenti, chiedo i documenti a Lemmy, non ci posso credere. Sbrigo le piccole pratiche del caso e lui signorilmente e con poche parole incassa e va via. L’incontro piu’ cool, piu’ fico, che mi sia capitato in anni di lavoro al Casino’.” If you like to gamble, i tell you i’am your man, you win some, lose some, all the same to me…The only card I need the Ace of Spades!
L’INCONTRO DELLA CHITARRISTA
Era un momento perfetto in un periodo magico. La mia band apriva il concerto a New York City, poi Bo Diddley e subito dopo The Clash. Locale strapieno, super sold out. Noi eravamo emozionatissimi, un po’ per i Clash e molto per Bo Diddley, era da sempre il mio idolo e dividere il palco con lui voleva dire toccare le stelle, per me questo era un sogno che diventava realta’. Nel backstage c’era molta gente, tutti carichissimi, c’era elettricita’ nell’aria, sul palco, ovunque. In questo turbine di gente ed emozioni, incontriamo per la prima volta Bo Diddley. Lui e la sua band erano in un camerino che cucinavano qualcosa da mangiare. Da non credere, c’era il finimondo e lui era li’, impassibile, che cucinava un non so che tipo di soul food. Gentile, simpatico, un po’ sorpreso da tutto quel casino. E tu capisci che quando dico casino, sto parlando dei giorni della rivoluzione punk a New York, un terremoto, un vero e proprio terremoto. Per noi venne il momento di andare sul palco, e il nostro show fu molto potente, eravamo all’apice e suonavamo nella nostra citta’, alla nostra gente. Il concerto di Bo, devo dire che invece fu un poco meno di quanto mi aspettassi. Molto bello ovviamente, ma in quel contesto, quella sera, forse non al meglio. E poi arrivarono i Clash. E fu come un esplosione. Non dimentichero’ mai il loro show, non dimentichero’ mai Joe Strummer. Nella mia memoria ho immagini di lui che canta e suona, mentre intorno esplodono bombe di luce, come i flash delle vecchie macchine fotografiche. Ovviamente non c’era niente di simile sul palco, ma l’energia che lui e il resto della band sprigionavano era tale che per me erano piccole esplosioni di luce e fumo. Una cosa incredibile, assolutamente unica. Il giorno dopo passammo un po’ di tempo insieme, avevamo la stessa passione per il rock and roll anni cinquanta, ascoltavamo la stessa musica, cercavamo gli stessi vecchi 45 giri. Ho un ricordo dolcissimo di lui. E anche di Bo Diddley, che incontrammo ancora altre volte. Ho dei ricordi molto forti, anzi troppo, e adesso vorrei continuare a fare i piatti, a sistemare la cucina e andare a dormire, prima che quest’onda di emozioni mi travolga.
Ero qui, perso tra una telefonata di un cliente e l’altro, sospeso tra le mie preoccupazioni lavorative quotidiane quando nel mio cervellino inizia a risuonare la sigla di GUSTAVO, quel cartone animato ungherese nato nel 1964 che la RAI prese a trasmettere direi verso la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta. Ora, non voglio fare un post approfondito su questo personaggio, ma un semplice accenno a questo cartoon che ha segnato quelli della mia generazione. Segnato perché è un cartone animato atipico (almeno rispetto a quelli occidentali del periodo), un cartone dove la alienazione dell’uomo moderno viene fuori tutta, un cartone con rumori fastidiosi a far da colonna sonora, un cartone che per musichetta principale aveva uno swing sghembo e obliquo. Da bimbetto rimanevo sempre colpito dalle storielle di Gustavo… grigie, povere, da est europa diremmo oggi, da fallimento del socialismo reale, insomma storielle blues. Niente, tutto qui, post senza importanza questo, solo un rigurgito involontario dal passato…
Beh niente male direi, temevo peggio. Il nuovo singolo dei VAN HALEN mi convince, un buon mix tra classic rock e movimenti più attuali. Il ponte, o come volete chiamare la parte tra la strofa e il ritornello, mi piace proprio, ma a pensarci bene tutto il pezzo mi ispira. Ecco forse l’assolo non mi fa diventar matto, un po’ troppo Van Halen ma tant’è… Ah se solo l’album fosse all’altezza…c’è un bisogno spaventoso di un buon nuovo album di (classic) rock di questi tempi. Dai, speriamo che A DIFFERENT KIND OF TRUTH (in uscita il 6 febbraio) ci faccia vibrare almeno un po’.


–
Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012
Oggi Jimmy Poige compie 68 anni, con Doc come sempre ci scambiamo gli auguri di Natale. Anche Picca ci si mette, mi manda un’email con la foto che ho messo qui sopra e con scritto “Buona Natività”. Poi mi lamento se qualcuno continua a prendermi in giro per la passione che ho per i LZ.
Stamattina sono stato in posta a Stonecity a ritirare DEATH WISH II COLLECTOR EDITION in vinile. Ho la copia numero 485/1000. L’imballaggio è da terzo mondo, mi chiedo come siano messi quelli che gestiscono il merchandising di Page, anzi mi chiedo come sia messo Jimmy Page, visto anche che l’album dei ricordi che appare quotidianamente sul suo sito contiene errori grossolani. Ora dovrei parlare di questa nuova ed esclusiva edizione, Filippo su facebook mi manda ogni tanto un messaggio a tal proposito…ma non riesco ad aprire l’articolo in questione e a metterlo sul piatto. Il retro copertina è diverso rispetto all’originale del 1982, so che le note interne sono aggiornate, vedo che c’è un pezzo in più intitolato MAIN TITLE…ma non riesco a tagliare il cellofan, sono bloccato…e sono preoccupato: non sono mai stato così, ho sempre “vissuto” queste genere di oggetti ma adesso non ce la faccio. Me lo passo tra le mani, do una occhiata al documento allegato … intestazione con simbolo JP, col nome Jimmy Page, numero dell’ordine, data della spedizione, Shipping Address Stefano Tirelli etc etc…ma nulla da fare, non lo apro. Ho fatto una veloce ricerca in internet ma non ci sono foto nè clip relativi a MAIN TITLE su youtube. Magari è il MainTheme che gira già da un po’ ma…
Tutte questo mentre apprendo che a Tony Iommi hanno diagnosticato un cancro http://www.classicrockmagazine.com/news/iommi-has-early-stages-of-cancer/.
L’album del successo per Edgar Winter, uno dei suoi più belli secondo forse solo all’album EDGAR WINTER’S WHITE TRASH del 1971. DAN HARTMAN e CHUCK RUFF insieme a RONNIE MONTROSE alla chitarra con l’aiuto di RANDY JO HOBBS (bassista di JoHNNY WINTER), JOHNNY BADADAJEKE e l’immancabile RICK DERRINGER (che anche in questo caso produce il disco). Naturalmente il tutto guidato da EDGAR WINTER, l’eclettico e talentuoso musicista americano che tanto amo.
Dan Hartman in veste di autore è molto presente: 4 li firma insieme ad Edgar e 2 sono completamente suoi. Il bel rock di HANGIN’ AROUND apre l’album, seguito dalla rollingstoniana WHEN IT COMES e dalla spensierata ALTA MIRA. FREE RIDE di Hartman è uno dei due successi che portarono il disco in cima alle classifiche Usa. Irresistibile “cavalcata” lungo le piste delle terre elettriche.
UNDERCOVER MAN altro rock deciso si stempera in ROUND AND ROUND di Edgar Winter, un rock americano in senso stretto con mire country. ROCK AND ROLL BOOGIE WOOGIE BLUES scritto da Winter insieme a Montrose è pieno di impeti alla White Trash mescolati coi generi musicali citati nel testo, boogie in primis.
AUTUMN di Dan Hartman è una delle più belle canzoni tristi che io abbia mai sentito. Quando io, Jaypee e Riff ascoltiamo questo pezzo, dimentichiamo tutto, saliamo sulla navicella del blues e ci perdiamo in universi fatti di quel non so che ci attanaglia l’animo. Autumn è bellissima, malinconica, amara, color pastello…Hartman nel suo momento forse più ispirato. Ci si risveglia con WE ALL HAD A REAL GOOD TIME un altro rockaccio che ricorda il periodo White Trash.
Chiude l’album un mistero, FRANKSTEIN ovvero lo strano caso di un pezzo strumentale – con all’interno assolo di batteria…o meglio un botta e risposta ritmico tra Chuck Ruff ed Edgar alle percussioni – inizialmente pensato e uscito come b-side e trasformato dai dj delle radio fm americane dell’epoca in un hit di gran successo. Riffone hard rock, arditi interventi di tastiera sporchi e maleducati, sax, tamburi e sonorità aliene. Un riuscito delirio di onnipotenza rock.
Nei quattro anni anni tra il 1971 e il 1974 Edgar Winter fu in uno stato di grazia, insieme ai suoi WHITE TRASH o al suo GROUP fece uscire 4 album straordinari (WHITE TRASH del 71 – ROADWORK live sempre con gli White Trash del 72 – THEY ONLY COME OUT appunto e SHOCK TREATMENT del 74 recensito qualche post più sotto) … sì, fuori dall’ordinario, una miscela di rock, di furore funk, di accenti hard rock, di ingredienti americani di cui io sono follemente innamorato.
Ecco, uno si mette lì, davanti allo stereo, inserisce il bootleg “QUEEN, Hammersmith Odeon, London, December 24,1975” e si chiede “come cazzo suonavano i Queen? Che straordinaria rock band era?“. Inizia a fare paragoni, pensa ai Led Zeppelin del 1971, ai Rolling di Brussels 1973, mentre il bootleg avanza e si coglie l’attimo in cui i Queen finiscono di sbocciare per trasformarsi da promettente gruppo rock in superstar in pieno controllo della situazione.
I primi tre dischi dei Queen non mi hanno mai preso più di tanto, li reputo acerbi e poco definiti, ma capisco possa essere una faccenda personale, infatti nessuno mai conforta questo mio pensiero. Li posseggo, ogni tanto li ascolto, ma a parte qualche episodio particolare preferisco saltarli a pie’ pari. I miei Queen sono quelli che vanno dal 1975 al 1980. Intorno alla prima parte della seconda metà degli anni settanta un compagno di scuola mi presta A DAY AT THE RACES (1976) e rimango fulminato. A quel tempo si parlava di A NIGHT AT THE OPERA, di BOHEMIAN RHAPSODY e dei brani più riusciti del disco. Li sentivo in giro occasionalmente, li gradivo ma non mi era ancora scattato l’amore.
Esce dunque A DAY AT THE RACES, metto sul mio giradischi da due soldi SOMEBODY TO LOVE e comincio a restare travolto dai QUEEN. Fin da piccolo ho sempre avuto un predisposizione per il boogie, per il rock and roll blues e per qualunque cosa avesse a che fare con lo swing e con il blues e dunque anche con cose dagli accenti gospel. Mi madre amava Glenn Miller e Benny Goodman, avevamo una musicassetta che si deve essere tatuata nel mio cuoricino. Mia madre da giovane suonava il pianoforte, in casa ne avevamo uno, passò la passione a mia sorella la quale iniziò a prendere lezioni. Il piano quindi ebbe una forte influenza sulla mia inconsapevole educazione musicale. Oggi mi rammarico nel vedere che mia madre, allora, non aveva scorto in me nessun amore particolare per la musica e si concentrò su mia sorella, in senso stretto più talentuosa di me. Allora ero un monello, forse le avrei fatto spendere soldi per nulla, ma oggi ripenso spesso al fatto che mi sarebbe piaciuto saper suonare il pianoforte. Questa è un’altra storia lo so, ma sto cercando di mettere ordine per comprendere il motivo per cui ogni volta che sento SOMEBODY TO LOVE sono preso da fremiti che scuotono il mio corpo. Dunque, amore per lo swing bluesato, per il pianoforte, per quella blue note che allora non sapevo nemmeno che esistesse, amore per A SALTY DOG dei Procol Harum, come scritto più volte, sigla di AVVENTURA, programma dei ragazzi all Tv fine sessanta inizi settanta…SOMEBODY TO LOVE così trovò terreno fertile e si insinuò nel mio animo insieme al nome QUEEN.
TIE YOUR MOTHER DOWN, YOU TAKE MY BREATH AWAY, LONG AWAY, THE MILLIONAIRE WALTZ e TEO TORRIATE fecero il resto.
NEWS OF THE WORLD del 1977 contribuì a rafforzare il sentimento. Certo, WE WILL ROCK YOU e WE ARE THE CHAMPIONS, ma soprattutto MY MELANCHOLY BLUES, ALL DEAD ALL DEAD, SPREAD YOUR WINGS, WHO NEEDS YOU e la mia preferita…IT’S LATE.
L’anno seguente è la volta di JAZZ e dei suoi tre pezzi principali: FAT BOTTOMED GIRL, BICYCLE RACE e DON’T STOP ME NOW, a cui fa seguito LIVE KILLERS, doppio dal vivo che non rende particolarmente pieno com’è di medley e intermezzi un po’ noiosi. L’immaginario QUEEN però è sempre attraente, quel visual fatto di impianti coi mille faretti colorati me lo porto dentro, insieme a quello dei Led Zeppelin di Knewborth 79 e della ELETRIC LIGHT ORCHESTRA del periodo.
Il 1980 mi trova ancora molto coinvolto grazie alle canzoni di THE GAME: PLAY THE GAME, DRAGON ATTACK, CRAZY LITTLE THING, SAIL AWAY SWEET SISTER e SAVE ME.
Poi arriva il tracollo: la colonna sonora di FLASH e la discomusic di HOT SPACE. Inizio a perdere ogni entusiasmo. Oggi magari sono album che fanno sorridere, ma allora, vissuti nel contesto storico, furono visti come mosse scriteriate. Erano gli anni in cui il punk e la new wave dominavano, anni in cui se dichiaravi di ascoltare ancora certi gruppi e certi chitarristi venivi bollato come retrogrado…io, che riuscivo ad ascoltare i CLASH e gli EMERSON LAKE AND PALMER, i DAMNED e JOHN MAYALL, i DEVO e i VAN HALEN. Mah. Anni in cui quella del rock era una militanza, anni in cui quella merda della discomusic prendeva il sopravvento, anni duri, anni in cui HOT SPACE sembrava “una cagata pazzesca”. Mi riconciliavo con loro con l’album del 1984 THE WORK, ma per disperazione più che altro, c’era pochissimo di vagamente buono in giro, ma col video di I WANT TO BREAK FREE, i Queen gettarono al vento il lignaggio rock che avevano guadagnato negli anni settanta. Altri album discutibili negli anni ottanta, un album da solista di Mercury inascoltabile e invenduto, fino al canto del cigno con INNUENDO, album con spunti degni di nota.
Poi muore Freddie e i QUEEN diventano dominatori della scena Europea in fatto di vendite. In giro non si sente altro, il suo disco solista (che non nominiamo per non affliggere i lettori più sensibili) viene ristampato in versione raccolta deluxe e spacciato come “il grande album solista di Freddie Mercury”. Il risultato è che oggi tutti dicono di amare i Queen.
Parlavo tempo fa con una conoscente, una a cui la musica rock proprio non piace, una che ascolta cantanti italiani più o meno melodici e ad un certo punto saltano fuori i QUEEN e mi dice “Sono il mio gruppo preferito“.
Non troppo tempo fa ero alla cena di classe del trentennale del diploma. Vicino a me una mia ex compagna di scuola. Qualcuno tira fuori l’argomento musica e tutti mi guardano con quell’espressione con cui si guarda un “esperto” ma anche un poveretto che ascolta cose strane. La mia ex compagna dice “Tim, è sempre stato un estremista in fatto di musica…tutte quelle cose rumorose”…” poi aggiunge qualcosa a proposito dei QUEEN, mi dico, bene c’è un pezzetto di territorio comune, possiamo discutere di qualcosa…” sono il mio gruppo preferito, la canzone più bella del mondo è…Tim, come si chiama quella del chi vuol vivere per sempre?”. ” WHO WANTS TO LIVE FOREVER?” le faccio, “Ecco, appunto, ah ” espressione di estasi” che gruppo i Queen” risponde. Le chiedo di TIE YOUR MOTHER DOWN e di altri pezzi simili…risponde con l’espressione di chi non sa di che cosa si stia parlando.
Di questi esempi potrei farne un’altra dozzina. Quando parli con qualcuno e scivoli sulla musica capisci con chi stai parlando se ti dice che gli piacciono, indifferentemente, i LED ZEPPELIN, BRUCE SPRINGSTEEN, i LITTLE FEAT, gli UFO, BOB DYLAN, gli ELP, gli WHO, JIMI HENDRIX, i ROLLING STONES, i BLACK SABBATH, WARREN ZEVON, i FREE… già se una o uno ti risponde i GENESIS sei già più confuso, voglio dire…i GENESIS fino al 1978 o quelli commerciali e bruttini? Stessa cosa con gli AEROSMITH, che non sono mai caduti troppo in basso, ma alla persona con cui stai parlando piaceranno quelli di ANGEL, di CRYING e di I DON’T WANT TO MISS A THING o anche quelli di RATS IN THE CELLAR, KINGS AND QUEEN e THREE MILE SMILE? Insomma non sei sicuro se gli piace la musica rock in senso stretto e se quindi condividete qualche affinità elettiva.
Con i QUEEN la faccenda diventa un problema. Temo che la maggior parte di chi ama i QUEEN oggi non abbia ben presente cosa sia la musica rock. Sono arrivato a farmi la domanda: ma se a uno piacciono i QUEEN, può amare la musica rock, quella che intendiamo noi?
Commenti recenti